Dott.ssa
Valeria Matteucci
Psicologa
·
Psicologa clinica
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Sono la Dott.ssa Valeria Matteucci, psicologa clinica e specializzanda in psicologia clinica presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ad orientamento psicodinamico. Mi occupo di consulenza e sostegno psicologico rivolti ad adolescenti, giovani adulti e adulti, con particolare attenzione alle difficoltà emotive e relazionali, alla gestione dello stress, ai momenti di cambiamento e alle problematiche legate all’adolescenza. Mi occupo inoltre di sostegno alla genitorialità e colloqui di coppia.
Ogni percorso viene definito a partire dalla specificità della richiesta, attraverso una valutazione condivisa degli obiettivi e delle modalità di intervento. Il mio approccio è guidato dall’ascolto attento delle esigenze di chi arriva in consulto, con l’obiettivo di trovare insieme strumenti concreti per migliorare benessere e relazioni.
- Adolescenti
- Giovani adulti
- Genitori
- Coppia
Se desideri fissare un primo colloquio, contattami per capire come procedere e cosa aspettarti dal percorso iniziale.
Aree di competenza principali:
- Psicologia clinica
Principali patologie trattate
- Problemi di coppia
- Dipendenza affettiva
- Difficoltà relazionali
- Attacco di panico
- Disturbi emotivi
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Prestazioni e prezzi
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Colloquio psicologico
55 € -
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Colloquio psicologico clinico
55 € -
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Consulenza online
30 € -
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Colloquio psicologico di coppia
65 € -
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Sostegno alla genitorialità
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Via Piemonte, 51, Sora 03039
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Recensioni
9 recensioni
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- Attenzione durante la visita
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Nuovo profilo su MioDottore
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E
Emanuela P.
Ho deciso di rivolgermi alla Dottoressa perché mi trovavo ad affrontare un momento familiare molto difficile e ho capito di aver bisogno di un aiuto. Grazie alla sua capacità di ascoltare e alla sua empatia mi ha messo subito a mio agio e mi sta aiutando a superare questo periodo complicato. Sto ritrovando man mano la serenità che mi mancava da tempo. La consiglio vivamente.
• Studio di consulenza online • consulenza online •
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E
Elisa
La dott.ssa Matteucci è una professionista davvero eccezionale: competente, empatica e sempre attenta alle esigenze della persona. Mi sono sentita ascoltata e accolta fin dal primo incontro, in un ambiente sereno e senza giudizio. La sua sensibilità e il suo modo di comunicare fanno davvero la differenza. La consiglio vivamente a chiunque stia cercando una psicologa preparata e umana! Grazie dottoressa
• Dott.sa Valeria Matteucci Psicologa • sostegno psicologico •
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E
E.A
Dott.ssa molto preparata e empatica
Ho iniziato un percorso qualche mese fa per ansia e attacchi di panico e mi sta aiutando tanto. Grazie• Dott.sa Valeria Matteucci Psicologa • colloquio psicologico clinico •
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V
VM
Esperienza davvero molto positiva. Professionista competente, empatica e attenta, capace di mettere subito a proprio agio e di ascoltare con grande sensibilità. Gli incontri sono stati preziosi e mi hanno offerto spunti concreti e una maggiore consapevolezza. La consiglio senza esitazioni.
• Dott.sa Valeria Matteucci Psicologa • colloquio individuale •
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F
Fabiola
Ho avuto modo di frequentare lo studio della dottoressa Matteucci e mi sono trovata molto bene. Empatia, attenzione ,gentilezza unita ad una vera passione per il suo lavoro. Consigliatissimo
• Dott.sa Valeria Matteucci Psicologa • colloquio psicologico •
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L
Ludovica
Una guida eccellente che unisce rigore e profonda umanità. Grazie al suo approccio ho sviluppato resilienza e concentrato le energie sulle mie potenzialità. La consiglio vivamente a tutti.
• Dott.sa Valeria Matteucci Psicologa • colloquio individuale •
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M
Marilena
Finalmente un medico che ti fa sentire una persona e non un numero. Mi sto trovando benissimo ed a mio agio. Grazie infinite Dottoressa per il supporto!!!
• Dott.sa Valeria Matteucci Psicologa • colloquio psicologico •
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G
G. R.
Professionista eccellente: seria, puntuale e molto preparata. Durante la visita è stata estremamente precisa e chiara nelle spiegazioni, mettendomi subito a mio agio. La consiglio vivamente a chiunque cerchi competenza e grande attenzione al paziente.
• Dott.sa Valeria Matteucci Psicologa • colloquio psicologico clinico •
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G
G. P.
Mi sono trovato molto bene fin dai primi incontri. È una professionista disponibile, attenta e capace di mettere a proprio agio, creando uno spazio in cui è possibile parlare liberamente e senza sentirsi giudicati. Ho apprezzato particolarmente il suo modo di ascoltare e di accompagnare la riflessione, aiutandomi a osservare alcune situazioni da punti di vista diversi. La consiglio sicuramente.
• Dott.sa Valeria Matteucci Psicologa • colloquio psicologico clinico •
Risposte ai pazienti
ha risposto a 2 domande da parte di pazienti di MioDottore
Le scrivo in forma anonima per chiedere un parere riguardo ad alcuni meccanismi mentali che sto nota
Le scrivo in forma anonima per chiedere un parere riguardo ad alcuni meccanismi mentali che sto notando in me nell'ultimo periodo e che mi creano un po' di preoccupazione su come gestirli.
Di recente è emersa sui social una
notizia relativa a un fatto di cronaca molto grave, e molte persone e ragazze della mia età hanno iniziato a condividere le proprie esperienze personali di abuso e violenza.
Leggendo le loro testimonianze, pur sentendomi fortunata per non aver mai vissuto nulla del genere ed empatizzando profondamente con loro, nella mia mente scatta in automatico la domanda: "E io perché no?". So benissimo che non desidero che mi accada nulla di male, ma la presenza spontanea di questo pensiero mi disorienta. Mi chiedo perché il cervello formuli questo tipo di interrogativo e come interpretare questo pensiero automatico.
Poi mi succeda associazioni tra pensieri o contenuti negativi e oggetti del tutto neutri della mia giornata. Ad esempio, dopo aver cambiato la cover del telefono (un regalo di mia madre), mi è ricomparso quel contenuto emotivamente impattante sui social. Da quel momento la mia mente ha legato la nuova cover a quelle sensazioni di disagio, portandomi a dubitare se tenendola io possa "portarmi appresso" quel pensiero negativo per molto tempo.
Poiché ho notato che queste associazioni tra oggetti o momenti quotidiani e pensieri ansiosi mi capitano anche in altre occasioni, vorrei capire da cosa derivino questi automatismi e quale sia il modo migliore per gestirli senza cadere nell'evitamento.
La ringrazio per l'attenzione e per il tempo che vorrà dedicarmi.
Un cordiale saluto
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive non è, di per sé, un segnale che lei desideri vivere un’esperienza negativa o che ci sia qualcosa di “sbagliato” nel suo modo di pensare. La mente produce continuamente pensieri, immagini e associazioni in modo in parte automatico, e il fatto che compaia un pensiero non significa necessariamente che quel pensiero esprima un desiderio, un’intenzione o una convinzione personale.
Nell'episodio che ha riportato, il pensiero «E io perché no?» può essere compreso proprio in questa prospettiva. Di fronte a testimonianze molto numerose e emotivamente intense, la mente può iniziare spontaneamente a confrontare la propria esperienza con quella degli altri, cercando di comprendere la propria posizione rispetto a ciò che sta osservando. Dunque, in questi casi il punto non è tanto la comparsa della domanda in sé, quanto il significato che successivamente le viene attribuito: «Se mi è venuto questo pensiero, allora forse significa qualcosa su di me». È importante invece ricordare che pensare qualcosa non equivale a volerlo, approvarlo o desiderarlo.
Anche le associazioni che descrive tra un contenuto emotivamente negativo e oggetti neutri della quotidianità possono essere comprese attraverso normali meccanismi di apprendimento e associazione. Quando viviamo un'esperienza emotivamente intensa, alcuni elementi presenti in quel momento possono venire associati a quello stato emotivo, sia esso positivo o negativo. È quindi possibile che, successivamente, un oggetto o una situazione inizialmente neutra richiami quella sensazione, anche se non ha alcun rapporto reale con l'evento che l'ha generata.
Un esempio molto comune, anche in situazioni del tutto positive, è quello del “portafortuna”. Può capitare di attribuire un significato particolare a un oggetto che casualmente avevamo con noi in occasione di un evento positivo — un capo di abbigliamento, un gioiello, un oggetto personale — e iniziare a considerarlo, magari scherzosamente, come qualcosa che “porta fortuna”. Non è l'oggetto ad avere in sé una proprietà speciale: è il significato che gli attribuiamo e l'associazione che si è creata nella nostra mente a conferirgli quel valore.
Un meccanismo analogo può verificarsi anche in relazione a esperienze negative. Un oggetto nuovo, un luogo, una canzone o una particolare circostanza presenti mentre viviamo un momento emotivamente intenso possono rimanere associati a quella sensazione. Questo non significa però che quell'oggetto abbia acquisito una proprietà negativa o che possa “portarsi dietro” ciò che è accaduto. L'associazione è un prodotto del funzionamento della memoria e dell'apprendimento emotivo, non una proprietà dell'oggetto.
Un atteggiamento utile può quindi essere quello di riconoscere l'associazione senza combatterla e senza attribuirle un significato particolare: «Sto avendo questo pensiero», oppure «La mia mente ha associato questo oggetto a quella sensazione». Si può quindi continuare normalmente ciò che si stava facendo, senza cercare di verificare continuamente se il pensiero sia scomparso o se l'oggetto sia nuovamente “sicuro”.
Mi sembra, peraltro, che lei abbia già una buona capacità di osservare questi meccanismi e di metterli in discussione. Questo è un elemento importante. L'obiettivo, tuttavia, non è arrivare a convincersi ogni volta che il pensiero sia irrazionale, né riuscire a eliminare completamente determinate associazioni. I pensieri automatici possono comparire senza che noi li scegliamo. Più utile è imparare a riconoscerli per quello che sono, senza considerarli necessariamente significativi e senza modificare il proprio comportamento ogni volta che compaiono.
Se però si accorgesse che questo tipo di pensieri e associazioni diventa sempre più frequente o fonte di forte ansia, oppure che la porta progressivamente a evitare oggetti, situazioni o attività, a controllare, a cercare rassicurazioni o comunque a modificare il normale svolgimento della sua quotidianità, potrebbe essere utile parlarne con un professionista. Non perché la presenza di questi pensieri indichi necessariamente un disturbo, ma perché, in alcuni casi, è proprio il modo in cui si risponde ai pensieri a contribuire al loro mantenimento e alla loro amplificazione.
In sintesi, il pensiero automatico non è una scelta e non definisce la persona che lo pensa. Anche un'associazione mentale, per quanto possa sembrare molto reale o disturbante, non significa che tra le due cose esista un rapporto causale. Ciò su cui possiamo intervenire è il significato che attribuiamo a queste esperienze e, soprattutto, il comportamento che scegliamo di adottare quando si presentano.
Buonasera, vi scrivo perché sento di non riuscire più a regolarmi emotivamente e sto vivendo male la
Buonasera, vi scrivo perché sento di non riuscire più a regolarmi emotivamente e sto vivendo male la mia relazione.
La scorsa settimana il mio ragazzo non ha voluto vedermi perché era molto preso e io l’ho vissuta come una possibile scusa. Mi sono quindi allontanata da lui e, durante il suo weekend fuori con alcune amiche, ho provato forte gelosia e senso di esclusione, arrivando a ignorarlo. Al suo ritorno ne abbiamo parlato, mi sono aperta e lui mi ha rassicurata, quindi il mio astio sembrava essere passato.
Oggi, però, nel giorno del nostro mesiversario — una ricorrenza che aveva creato proprio lui — mi ha detto di non poterci vedere perché è sovraccarico di lavoro. Anche questa volta l’ho percepita come una possibile scusa e sono nuovamente esplosa di rabbia e mi sono chiusa. Arrivo a pensare di non volerlo più vedere e mi ripeto continuamente “non lo sopporto”.
Mi rendo conto che il problema non è solo ciò che fa lui, ma l’intensità della mia reazione: quando mi sento rifiutata o messa da parte faccio fatica a ragionare lucidamente e ad autoregolarmi.
Inoltre, io desidererei una relazione più orientata alla costruzione di una quotidianità insieme e alla convivenza, mentre sento che lui procede molto più lentamente. Questa differenza mi fa soffrire.
Vorrei capire da dove nasce questa reazione così intensa e imparare a gestire meglio rabbia, gelosia e paura di essere messa da parte, senza vivere ogni momento di distanza come un rifiuto.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, nella sua richiesta mi sembra esserci già un elemento importante di consapevolezza: lei stessa riconosce che il fatto che il suo compagno non possa vederla perché impegnato viene rapidamente vissuto come un possibile rifiuto o come un segnale che la relazione non sia per lui altrettanto importante. E mi sembra significativo anche ciò che scrive alla fine, quando dice di voler imparare a non vivere “ogni momento di distanza come un rifiuto”.
Potrebbe essere proprio questo un punto da cui partire. Quando una persona importante per noi si allontana, anche semplicemente perché impegnata, non reagiamo soltanto a ciò che sta accadendo nel presente, ma anche al significato che attribuiamo a quella distanza. Un fatto come “oggi non può vedermi” può trasformarsi molto rapidamente in pensieri come “non vuole stare con me”, “mi sta mettendo da parte” o “forse non sono così importante per lui”. Quando questo accade, l'emozione può diventare molto intensa e rendere più difficile distinguere ciò che effettivamente sappiamo da ciò che temiamo.
Una domanda utile potrebbe quindi essere: «Che cosa accade dentro di me quando percepisco che l'altra persona si allontana, e di che cosa avrei bisogno in quel momento?». Provare a rispondere può aiutare a comprendere che cosa si attiva realmente in quelle situazioni: paura di essere rifiutata, bisogno di rassicurazione, senso di esclusione, timore di perdere la relazione o altro ancora.
Anche la rabbia può essere osservata in questa prospettiva. Quando ci sentiamo feriti o insicuri, può essere più immediato pensare «non lo sopporto» o chiudersi e ignorare l'altra persona piuttosto che riconoscere l'emozione più vulnerabile che si trova sotto: «mi sono sentita messa da parte», «avrei voluto sentirmi importante per lui», «questa situazione mi ha fatto paura». Comprendere questa sequenza non significa giustificare qualsiasi comportamento, ma permette di intervenire prima che l'emozione conduca automaticamente all'azione.
C'è però un altro aspetto che mi sembra importante considerare e che lei stessa evidenzia: lei desidera una relazione orientata alla costruzione di una quotidianità condivisa e alla convivenza, mentre percepisce che il suo compagno procede più lentamente. Questa differenza non deve necessariamente essere interpretata come un suo problema di regolazione emotiva. Potrebbe esserci effettivamente una differenza nei tempi, nei bisogni o nelle aspettative rispetto alla relazione.
A volte, quando desideriamo che una relazione evolva in una determinata direzione, possiamo iniziare a vivere ogni rallentamento dell'altro come una conferma che qualcosa non va. In questo caso potrebbe essere utile chiedersi non soltanto «Perché reagisco così quando lui si allontana?», ma anche «Stiamo andando nella stessa direzione, anche se con tempi diversi?». Sono due domande differenti e meritano entrambe di essere esplorate.
Il lavoro, quindi, potrebbe essere duplice: da una parte imparare a tollerare meglio la distanza senza trasformarla automaticamente in un rifiuto e a riconoscere le emozioni e i bisogni che si attivano; dall'altra comprendere con maggiore chiarezza quali siano i propri bisogni e aspettative nella relazione e confrontarli apertamente con quelli del partner.
In questo senso, l'obiettivo non dovrebbe essere arrivare a non provare più gelosia, rabbia o paura; poichè, le emozioni non sono necessariamente il problema. Diventa importante riuscire a riconoscerle prima che prendano il sopravvento e poter scegliere come agire, invece di reagire immediatamente sulla base di ciò che si sta provando.
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