Salve vorrei spiegare la mia situazione abbastanza particolare... Io e la mia compagna madre di una

24 risposte
Salve vorrei spiegare la mia situazione abbastanza particolare...
Io e la mia compagna madre di una figlia di ora 11 conviviamo da quasi 3 anni ma ora la bambina ha deciso di non volere in nessun modo ad avere a che fare con me e dorme dalla nonna con sua mamma perché capitando in alcuni litigi lei ha preso il sopravvento con la mamma...
La madre che non sa più che fare per convincere lei a ritornare a casa dove stavamo tutti e tre. Ora il problema però che lei non accetta nulla anzi prega la madre di non ritornare a casa.
Premetto che il loro rapporto è morboso perché dopo la separazione lei ha vissuto con la figlia in maniera molto attaccata vincendo solo loro due come un essere unico... Considerare anche che la bambina non vuole vedere il padre né il padre vede la bambina e manco ha un ricordo di lui... Non accetta alcuna forma maschile tranne i suoi parenti diretti.
È molto asociale non saluta a nessuno e risponde spesso male ma non è tanto quello il problema quanto l'egoismo nei confronti della mamma della quale non interessa che lei gli abbia detto che comunque starebbe con me a prescindere dalla sua decisione ma è incomprensibile come mai abbia alzato un muro insommortabile... Lei vuole decidere per la mamma e la mamma non riesce a reagire in nessun modo perché "ricattata dalla bambina" ora chiedo cosa si possa fare io ho scritto lettere mandato messaggi fatto piccolo gesti ma non avendo alcuna emozione ora un consiglio su come risolvere questo problema grazie
Dott.ssa Margherita Atzori
Psicologo, Psicologo clinico
Aprilia
Salve, la situazione che descrive è molto delicata e comprensibilmente faticosa. La bambina sembra vivere con difficoltà la presenza di una figura maschile accanto alla mamma, probabilmente perché per molto tempo ha avuto con lei un legame esclusivo e teme di perderla. Per questo alza un “muro” e cerca di decidere per la madre.
In questi casi è importante non forzarla, ma al tempo stesso la mamma ha bisogno di recuperare un ruolo genitoriale, senza lasciarsi guidare dai ricatti emotivi della figlia. Un supporto psicologico familiare può aiutare tutti a trovare modalità più serene di relazione, dando spazio alle paure della bambina, rafforzando la mamma e permettendo a lei di avvicinarsi gradualmente.
Non si tratta di un problema da “risolvere subito”, ma di un percorso da fare insieme con l’aiuto di un professionista. Buona serata!

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Dott.ssa Grazia Gabriella Fazzino
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Pontedera
La situazione che lei racconta parla di una situazione piuttosto complessa, caratterizzata da una storia di separazione probabilmente molto difficile e dolorosa e di una grande sofferenza di tutti gli adulti coinvolti ma certamente anche della bambina che da quanto lei scrive probabilmente ha vissuto una esperienza traumatica di rottura di legami affettivi e che mette in atto dei comportamenti che segnalano comunque il suo disagio . In questi casi credo potrebbe essere necessaria una consultazione psicologica a più voci per la madre e per lei ma anche per la bambina , con uno o più terapeuti in percorsi paralleli, per essere aiutati ad affrontare la difficile e dolorosa esperienza che state vivendo.
Dr. Antonio Rivetti
Psicologo, Psicoterapeuta
San Nicola la Strada
Gentile Utente, la invito ad osservare questo rapporto Madre-Figlia senza intervenire. Il suo rapporto con la sua compagna è diverso da quello tra un genitore ed un figlio. Ognuno ha i suoi legami ed ognuno di Noi dovrebbe imparare ad occuparsi delle proprie relazioni accettando (nonostante il dispiacere) che certi rapporti non nascono. La figlia della sua compagna Vi sta comunicando qualcosa ma siete totalmente occupate a cercare di ricreare un "ambiente famiglia" che, forse, questa Ragazza non vuole. Curi se stessa e la sua relazione e lasci che la sua compagna si occupi, da sola, di sua figlia (anche se questo dovesse significare trascorrere meno tempo insieme). Grazie.
Dott.ssa Silvia Ferraro
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gentile utente,
da ciò che descrive emerge una situazione complessa che coinvolge non solo la coppia, ma soprattutto la bambina e la sua relazione con la mamma. È importante sottolineare che, a 11 anni, la bambina si trova in una fase delicata di crescita: sta cercando la propria autonomia, ma allo stesso tempo può mantenere legami molto forti e simbiotici con la figura materna, soprattutto se nei primi anni si è creata una relazione esclusiva tra madre e figlia.
La difficoltà ad accettare una presenza diversa da quella dei parenti stretti, e la modalità di “ricatto affettivo” che lei descrive, possono essere il segnale di un disagio interiore che merita di essere ascoltato e compreso, più che contrastato solo con spiegazioni o tentativi di convincimento.
In questi casi, spesso non è sufficiente agire da soli o “forzare” le cose: può essere molto utile un supporto psicologico familiare. Un percorso con uno psicologo specializzato in età evolutiva o in terapia familiare potrebbe aiutare:
la bambina ad avere uno spazio neutro in cui esprimere le sue emozioni e paure;
la mamma a trovare nuove modalità per gestire la relazione con la figlia senza sentirsi costantemente “ricattata”;
voi, come coppia, ad affrontare insieme queste dinamiche senza che diventino una lotta di ruoli.
Il suo impegno e i piccoli gesti che sta facendo mostrano disponibilità e affetto, ma se non trovano accoglienza, rischiano di aumentare la chiusura. Per questo può essere prezioso l’intervento di una figura terza e competente che aiuti tutti i membri coinvolti a ritrovare un equilibrio.
Le suggerisco di proporre questo passo alla sua compagna, non come un “problema della bambina”, ma come un percorso di sostegno per tutta la famiglia.
Un caro saluto,
dott.ssa Silvia Ferraro

Dott.ssa Sandra Petralli
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pontedera
Salve, la situazione che descrive è delicata e carica di tensioni emotive non solo tra lei e la bambina, ma soprattutto nel legame madre-figlia. Dopo una separazione, è frequente che si crei una simbiosi madre-figlia, soprattutto in presenza di figure genitoriali maschili assenti o non affidabili. Tuttavia, quando questo legame diventa troppo chiuso, può portare a rigidità, rifiuti e comportamenti oppositivi, come quelli che sta osservando.
In questi casi è fondamentale che la madre possa, con fermezza affettiva, riconquistare la propria funzione genitoriale autonoma, senza cedere a dinamiche di ricatto emotivo. La bambina sembra vivere l’ingresso di una figura maschile come una minaccia al proprio equilibrio, e questo va accolto, ma non assecondato in modo passivo. Un percorso di psicoterapia umanistica o di analisi bioenergetica, mirato a rafforzare la consapevolezza del ruolo genitoriale e l’individuazione affettiva, potrebbe essere utile alla madre per ritrovare la propria voce interna, ora probabilmente silenziata dal senso di colpa. Per quanto riguarda il suo ruolo, è importante che mantenga una posizione empatica ma coerente, evitando eccessi di insistenza o tentativi diretti di “farsi accettare”. A volte il tempo, unito a una presenza rispettosa e mai invadente, può aiutare a sciogliere i blocchi più profondi. Tuttavia, in questi casi, è spesso necessario coinvolgere un professionista in un lavoro familiare o relazionale, magari con approccio EMDR, se la bambina ha vissuto eventi o rotture non elaborati che oggi esprime attraverso il rifiuto. Saluti, dott.ssa Sandra Petralli
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Salve, la ringrazio per aver condiviso questa situazione così delicata, che comprensibilmente le crea frustrazione e senso di impotenza. Da ciò che racconta emerge un contesto complesso, in cui il rapporto tra la mamma e la figlia sembra avere caratteristiche di forte fusione, sviluppatesi nel tempo come una sorta di alleanza esclusiva a seguito della separazione e della mancanza della figura paterna. In questi casi, per un bambino diventa difficile accettare l’ingresso di una nuova figura adulta significativa, soprattutto se percepita come una minaccia all’equilibrio affettivo che fino a quel momento era stato basato su un rapporto esclusivo con la madre. La bambina, avendo undici anni, si trova in una fase delicata di crescita in cui il bisogno di appartenenza, la ricerca di sicurezza e l’affermazione della propria identità diventano molto forti. È probabile che lei stia manifestando la sua difficoltà attraverso comportamenti oppositivi, rifiuti, chiusure e atteggiamenti di controllo verso la madre. Questo non significa che la sua presenza sia sbagliata o che il legame non possa costruirsi, ma che al momento la bambina utilizza queste modalità per cercare di mantenere un potere sul rapporto con la mamma, spinta da paure e insicurezze profonde. È comprensibile che lei si senta rifiutato, soprattutto avendo già provato a fare piccoli gesti di apertura e cercando di instaurare un contatto positivo senza ricevere risposta. Tuttavia, è importante non vivere questo comportamento come una sua sconfitta personale o come un muro insormontabile. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, può essere utile considerare che il comportamento della bambina, per quanto duro da accettare, ha una funzione: quella di proteggere se stessa da un cambiamento che percepisce come minaccioso. Se si guarda a questa prospettiva, diventa più chiaro che non è un attacco diretto alla sua persona, ma piuttosto un modo di gestire una paura. Il primo passo è lavorare insieme alla madre per aiutarla a stabilire confini chiari. Se la bambina sente di poter decidere totalmente per la mamma, continuerà a rinforzare la sua posizione di controllo. La madre ha un ruolo fondamentale nell’accompagnarla a capire che gli adulti prendono decisioni per il bene della famiglia, e che i sentimenti della bambina sono accolti ma non possono determinare da soli la vita di tutti. Questo richiede fermezza, ma anche molta dolcezza, perché la bambina deve sentire che le sue emozioni non vengono ignorate, bensì contenute e guidate. Per quanto riguarda lei, la cosa più importante è mantenere un atteggiamento coerente e paziente, evitando di forzare la relazione o di cercare un riconoscimento immediato. Ogni gesto fatto con discrezione, continuità e senza aspettarsi subito una risposta, può pian piano costruire un clima di fiducia. A volte i bambini testano a lungo la resistenza di un adulto prima di lasciarsi andare, proprio per verificare se quella persona sarà davvero stabile e affidabile nel tempo. Potrebbe essere utile anche un percorso di sostegno psicologico familiare, in cui la madre e la figlia possano trovare uno spazio sicuro per rielaborare il loro legame esclusivo e per aprire gradualmente la possibilità di includere altre figure affettive senza viverle come minacce. Allo stesso tempo, questo le darebbe strumenti per sentirsi meno solo nel gestire questa situazione e per capire come inserirsi in modo funzionale nella dinamica familiare. Il fatto che lei abbia già cercato di comunicare con messaggi e lettere è un segnale di impegno e di cura. Nonostante il momento difficile, il tempo, la coerenza e un accompagnamento adeguato possono fare la differenza, aiutando la bambina a ridurre le sue difese e a sperimentare che la sua mamma può voler bene a lei senza smettere di voler bene anche a un’altra persona. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott. Salvatore Augello
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Salve, sembra una problematica importante relativa al rapporto morboso come lei lo ha definito tra la madre e la figlia. Quando il rapporto si configura in questo modo poiché la madre educa la figlia in un certo modo questi risultati possono essere possibili. Penso sia importante che entrambe vedano un terapeuta poiché la situazione attuale sembra poter evolvere in negativo poiché sembra essersi configurata una simbiosi madre-figlia.
Cordiali saluti
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologo, Psicologo clinico, Professional counselor
Forlì
Buongiorno questa situazione è complessa e coinvolge dinamiche delicate che si sono consolidate nel tempo. Quello che emerge è un quadro dove la bambina, dopo la separazione dei genitori e l'assenza totale del padre, ha sviluppato un rapporto simbiotico con la madre che ora percepisce come minacciato dalla sua presenza.

Il rifiuto verso le figure maschili (eccetto i parenti diretti) suggerisce un trauma non elaborato legato all'abbandono paterno, che si generalizza verso ogni possibile "sostituto". E il comportamento di controllo verso la madre ("ricatto emotivo") è tipico dei bambini che hanno sperimentato perdite significative e che tentano di mantenere sicurezza attraverso il controllo delle relazioni.
La madre, dal canto suo, sembra intrappolata tra il senso di colpa per il fallimento della relazione precedente e la paura di causare ulteriore sofferenza alla figlia.

Deve tener presente che i suoi tentativi diretti (lettere, messaggi, gesti) rischiano di essere percepiti dalla bambina come "invasioni" del suo spazio protetto. Il cambiamento deve partire dalla madre, che ha bisogno di recuperare il suo ruolo adulto e di autorità genitoriale, distinguendo i bisogni reali della figlia dalle sue paure.

Ritengo fondamentale avviare un percorso terapeutico familiare che coinvolga inizialmente la madre per aiutarla a uscire da questa dinamica paralizzante, per poi includere gradualmente la bambina in un lavoro di elaborazione del trauma dell'abbandono paterno e di apertura verso nuove configurazioni familiari. Per la bimba ercate un buon professionista esperto di psicologia dello sviluppo per la madre ( o anche per un percorso di coppia qualcuno che possa seguirvi nella ricostruzione degli equilibri familiari.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork
Dott.ssa Antonella Bellanzon
Psicologo, Psicologo clinico
Massa
Capisco bene quanto questa situazione sia delicata e dolorosa, sia per te che per la tua compagna. È una dinamica che tocca tre livelli diversi:
1)la relazione madre–figlia,
2)la tua posizione nella coppia,
3)e la crescita emotiva della bambina.
Da come descrivi, emergono alcuni nodi importanti:
Rapporto simbiotico madre–figlia
Dopo la separazione, la bambina e la madre hanno creato un legame molto stretto, quasi esclusivo, che ha funzionato come “protezione reciproca”. Questo spiega perché la bimba viva il tuo arrivo come una minaccia: la mamma non è più “solo sua”.
Rifiuto della figura maschile
Il padre è assente e rifiutato, quindi l’unico modello maschile che incontra sei tu. Se l’associa a tensioni o litigi, è possibile che abbia generalizzato la diffidenza verso le figure maschili in generale.
Controllo e ricatto emotivo
La bambina sembra avere un potere enorme sulla madre (“decido io se torni a casa o no”). Ma questo non è sano né per lei né per la mamma: è un’inversione di ruoli in cui la figlia detta le regole all’adulto.
Cosa fare concretamente
Non ci sono “soluzioni lampo”: qui serve pazienza, gradualità e un lavoro di squadra tra te e la madre.
Ruolo chiaro della madre
È fondamentale che sia lei, come genitore, a ristabilire i confini: con amore ma anche con fermezza. La figlia deve capire che la mamma è l’adulto e che, pur tenendo conto delle sue paure, non può lasciare a lei il potere di decidere la vita familiare.
Abbassare i conflitti
Se ci sono stati litigi davanti alla bambina, è importante che non si ripetano: la confermano nella sua idea che la tua presenza porta tensione.
Piccoli passi di avvicinamento
Non forzare la vicinanza. A volte la cosa migliore è smettere di insistere (messaggi, regali, lettere), e lasciare che sia lei – nel tempo – a riavvicinarsi. Puoi esserci in modo discreto: un saluto gentile, una disponibilità senza pressione.
Coinvolgere un supporto esterno
Visto che la situazione è bloccata da tempo, può essere molto utile un percorso di mediazione familiare o sostegno psicologico per la bambina. Non per “aggiustarla”, ma per aiutarla a dare voce ai suoi timori e costruire fiducia gradualmente. Anche la mamma potrebbe trarne beneficio, per rafforzarsi nel suo ruolo educativo.
Proteggere la coppia
La tua compagna ti ha detto chiaramente che sta con te “a prescindere”. È importante che il vostro legame resti solido: la figlia sentirà la differenza se percepirà stabilità e coerenza da parte vostra.
Una cosa da tenere a mente: a 11 anni, una bambina può sembrare “grande”, ma è ancora piena di paure profonde. Il muro che ha alzato non è odio verso di te, ma difesa. Le serve tempo per sentire che non le stai togliendo la mamma, ma che siete tutti in uno stesso progetto di vita.
Dott.ssa Antonella Bellanzon
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Salve,

la situazione che descrive è complessa e delicata. È chiaro che ci sia un forte legame tra la bambina e la madre, che a volte può diventare “simbiotico” o eccessivamente dipendente, soprattutto dopo separazioni o cambiamenti importanti nella famiglia. Il rifiuto che la bambina manifesta nei suoi confronti e l’atteggiamento oppositivo verso qualsiasi figura maschile possono essere espressione di difficoltà emotive profonde, di insicurezze o di modelli relazionali consolidati, e non di un comportamento “egoista” volontario.

È importante considerare che forzare o insistere in modo diretto rischia di consolidare ulteriormente il rifiuto e aumentare la distanza emotiva. Piuttosto, strategie più efficaci possono includere:

Favorire la costruzione di piccoli momenti di incontro positivi e senza pressione, lasciando che la bambina possa sperimentare la relazione in modo sicuro.

Rinforzare l’autonomia della madre nel rapporto con la figlia, senza che la bambina percepisca di “controllarla”, cercando di stabilire confini chiari e coerenti.

Lavorare sulle emozioni e sulla comunicazione della madre, in modo che la bambina non percepisca ricatti emotivi o conflitti come strumento di controllo.

Considerando la complessità dei fattori familiari, emotivi e relazionali in gioco, sarebbe utile e consigliato rivolgersi a uno specialista, come uno psicologo o psicoterapeuta infantile e familiare, che possa valutare la situazione direttamente e supportare tutti i membri della famiglia nella gestione di questi vissuti difficili.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
La situazione che descrive è davvero delicata, e il suo senso di frustrazione è comprensibile, quello che emerge è una dinamica molto complessa, la bambina, cresciuta senza una figura paterna e in un rapporto molto simbiotico con la madre, percepisce la presenza di un uomo come una minaccia al suo “posto esclusivo”. Non è tanto una questione personale nei suoi confronti, quanto il risultato di anni vissuti in un legame esclusivo madre-figlia. In questo senso, i suoi gesti, le lettere, i messaggi, non vengono nemmeno “registrati” dalla bambina perché non è pronta ad accoglierli, la sua resistenza è difensiva e alimentata anche dal fatto che la madre, nel tentativo di non perderla, cede continuamente ai suoi ricatti affettivi.
In questi casi, più che cercare di convincere la bambina direttamente, è fondamentale rafforzare l’alleanza con la madre, se la sua compagna non riesce a stabilire limiti chiari con la figlia, sarà difficile che la situazione cambi. Non si tratta di costringere la bambina ad accettarla, ma di aiutarla a capire che la vita della madre non può essere interamente decisa da lei. Questo richiede fermezza e coerenza, altrimenti il “ricatto” continuerà a funzionare. Un altro passaggio importante potrebbe essere valutare un supporto psicologico familiare, la bambina, per la sua età e per la storia di assenze maschili nella sua vita, ha bisogno di un contesto sicuro dove esprimersi senza che questo si trasformi in controllo della madre. La mediazione di un professionista può aiutare tutti e tre a trovare un nuovo equilibrio. Il consiglio pratico, quindi, è di non forzare il rapporto diretto con la bambina, ma lasciarle spazio, lavorare con la sua compagna perché lei stessa riconosca e gestisca la dinamica simbiotica; proporre (senza imposizioni) un percorso di sostegno familiare che dia voce anche alla bambina in modo protetto; continuare a esserci come presenza stabile e coerente, senza aspettative immediate. La situazione è difficile, ma non insolubile, richiede tempo, costanza e soprattutto la volontà della madre di non farsi guidare solo dalla paura di “perdere” la figlia. Un caro saluto
Dott. Francesco Damiano Logiudice
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè capisco quanto questa situazione possa impattare sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale innanzitutto che lei faccia chiarezza circa ciò che sente e ciò che prova verso questa persona, ritagliandosi uno spazio d'ascolto per elaborare pensieri e vissuti emotivi legati alla situazione descritta pertanto la invito a richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stesso utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Dott.ssa Federica Battista
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Caro Paziente,
Sembra che ti trovi di fronte a una bambina che, dopo anni di rapporto molto esclusivo con la madre, fatica ad accettare la tua presenza e sembra voler mantenere quel legame “a due” senza aperture verso l’esterno. In questi casi, i tentativi di forzare la vicinanza – lettere, messaggi, piccoli gesti – rischiano purtroppo di non sortire effetto, perché la chiusura della bambina non nasce da una mancanza di attenzioni, ma da dinamiche più profonde legate all’attaccamento, alla paura di perdere la mamma e forse anche a difficoltà personali nel relazionarsi.

Il consiglio migliore è che non sia tu a porti come “rivale” della sua esclusività, ma a mantenere una presenza calma, costante, rispettosa dei suoi tempi, senza pressioni. Parallelamente, la mamma dovrebbe provare a definire confini più chiari con la figlia, altrimenti rischia di rimanere intrappolata in un rapporto che la fa sentire “ricattata”. Non è semplice farlo da soli, ed è normale sentirsi bloccati.

Per situazioni di questo tipo può essere davvero utile rivolgersi a un supporto esterno: uno spazio di breve durata di consulenza psicologica o di mediazione familiare, dove la mamma e la figlia possano rielaborare insieme il loro legame e dove tu possa trovare indicazioni pratiche su come inserirti in maniera serena. È un passo che può fare la differenza e che spesso porta sollievo non solo ai bambini, ma anche agli adulti che cercano un equilibrio familiare più sano.
Dott.ssa Giada Casumaro
Psicologo, Terapeuta, Professional counselor
Rovereto sulla Secchia
Salve, purtroppo è un discorso molto complesso e non immediato.
La bambina se è abituata ad avere questo rapporto con la madre può recuperarlo e modificarlo solo la madre stessa. Lei purtroppo anche se fa parte della famiglia ha un ruolo di secondo piano e la sua compagna ha il solo potere di riequilibrare il rapporto con la figlia accogliendola in questa sua difficoltà e capendo come risolverla insieme.
Se avete bisogno rimango a disposizione per dei colloqui.
Dott.ssa Casumaro Giada
Dott.ssa Fiammetta Gioia
Psicologo, Psicologo clinico
Mirano
Carissimo signore,
La situazione che descrive mette in luce dinamiche complesse tipiche delle famiglie ricostituite e di quelle in cui un figlio ha vissuto una lunga fase di fusione con la madre dopo una separazione. La bambina di 11 anni, che non ha una relazione con il padre e non accetta figure maschili diverse dai parenti stretti, sembra aver costruito con la mamma un legame molto simbiotico: dopo la separazione hanno vissuto a lungo come un “unico nucleo” e oggi la figlia fatica a permettere che altre persone entrino nello spazio relazionale con la madre. Sicuramente è una bambina che vive una grande difficoltà emotiva, che voi vedere esprimersi nei suoi comportamenti.
In questo contesto non è sufficiente che lei continui a fare piccoli gesti o scrivere messaggi, perché la questione non riguarda solo il rapporto tra voi due ma più probabilmente il funzionamento complessivo delle relazioni familiari.
È importante avviare un percorso di terapia familiare che permetta di affrontare insieme i ruoli, i confini e i bisogni di ciascuno, offrendo alla bambina uno spazio protetto per esprimere le sue paure e contemporaneamente aiutando la madre a ritrovare forza nella sua funzione genitoriale, evitando di cedere ai ricatti affettivi. Non si tratta di imporre scelte o di forzare un ritorno a casa, che rischierebbe di aumentare la resistenza, ma di procedere con gradualità costruendo piccoli momenti condivisi positivi che non abbiano la pressione del “devi accettare”.
Da quanto leggo, credo fondamentale un intervento guidato da un professionista, che aiuti la famiglia a ritrovare un equilibrio più sano in cui ognuno abbia il proprio spazio e ruolo riconosciuto.
Spero troviate il supporto necessario.
Saluti
Dott.ssa Giulia Saso
Psicologo, Psicologo clinico, Terapeuta
Roma
Gentile utente,
leggo dalle sue parole il disorientamento che sta vivendo in questo momento; credo che nella situazione che descrive si intreccino vari temi, tra cui: il suo ruolo all’interno della famiglia, la relazione madre-figlia e i comportamenti di questa bambina che le appaiono ostili.
Penso che un punto significativo su cui valga la pena riflettere sia il vissuto di rabbia nei confronti della figlia della sua compagna, che lei stesso definisce “egoista” e in grado di esercitare un potere sulla madre che, forse, lei stesso non riesce ad avere. Questo aspetto può facilmente contribuire a sviluppare sentimenti di frustrazione, senso di esclusione e desiderio di essere riconosciuti nel proprio ruolo.
Tuttavia, è plausibile che il comportamento della bambina - per quanto apparentemente “tirannico” - possa esprimere un disagio più profondo. La sua difficoltà ad accettare figure maschili non parentali potrebbe avere delle radici che meritano di essere esplorate con delicatezza, piuttosto che essere interpretate solo come atti di egoismo.
Credo che in questa situazione possa essere molto utile da parte sua provare a esplorare con la sua compagna la possibilità di poter essere sostenuta in un percorso psicoterapeutico; non di certo perché sia lei “problema” ma affinché possa dedicarsi uno spazio privato in cui riflettere su di sé e sul proprio ruolo e sulle difficoltà nel gestire i confini con la figlia.
Parallelamente credo che possa essere altrettanto importante per lei valutare la possibilità di essere ascoltato, di indagare più a fondo il suo vissuto e comprendere meglio i suoi bisogni e i temi che questo contesto così complesso ha dato modo di venir fuori. Rimango a disposizione.
Dott.ssa Sofia Bonomi
Psicologo clinico, Psicologo
Milano
Buongiorno, la situazione che descrive sembra davvero complessa e di difficile gestione. Purtroppo esiste la possibilità che nessun gesto o insistenza diretta da parte sua possa modificare in meglio la situazione, piuttosto sarebbe necessario provare a capire da cosa la ragazzina effettivamente fugga. Non è da escludere, se possibile, che questo lavoro graduale possa essere fatto con una persona "neutra", esterna alla famiglia, come un professionista psicologo. Un saluto, dott.ssa Bonomi
Salve , sono spiacente per la situazione incresciosa che state vivendo.
Il mio suggerimento è di rivolgervi magari ad una psicologa dell’età evolutiva per ricevere una guida e supporto al fine di gestire nella maniera più sana la situazione.
Credo sia cruciale su due fronti , madre figlia e poi familiare coinvolgendo anche te.
Buone cose, dott.Marziani
Dott.ssa Ilaria De Pretto
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
La situazione che descrivi è molto delicata e dolorosa, perché non riguarda soltanto la relazione di coppia, ma un equilibrio familiare complesso che coinvolge tua compagna e sua figlia in un legame fortemente simbiotico. È chiaro che la bambina non ha elaborato bene la separazione dei genitori e ha sviluppato un rapporto esclusivo con la madre, che per anni è stata la sua unica figura di riferimento. In questo contesto, l’ingresso di una figura maschile nella vita quotidiana viene percepito da lei non come un arricchimento, ma come una minaccia all’unicità del suo legame con la mamma.

I suoi comportamenti — rifiuto di tornare a casa, opposizione netta alla tua presenza, difficoltà relazionali con figure maschili — non sono semplicemente capricci, ma segnali di una sofferenza profonda che la bambina non sa esprimere in altro modo. È come se usasse il ricatto affettivo per mantenere la madre tutta per sé, ma allo stesso tempo questo la blocca nella crescita e impedisce di sviluppare autonomia e relazioni più sane.

Tu hai provato a fare la tua parte con gesti di vicinanza, lettere, messaggi, ma è chiaro che non è qualcosa che si risolve con la buona volontà o con un approccio diretto: non è questione di convincerla, ma di aiutarla a rielaborare il suo mondo interiore. La mamma, dal canto suo, sembra essere rimasta intrappolata in questo ricatto emotivo e fatica a porre confini chiari: la sua difficoltà a reagire alimenta senza volerlo il potere della bambina.

In situazioni di questo tipo, il passo più importante è non trasformare il conflitto in una guerra di forza, perché il rischio è solo irrigidire ancora di più il muro. Quello che serve è un aiuto esterno: uno spazio psicologico protetto dove la bambina possa esprimere la sua paura e la sua rabbia, e uno spazio di sostegno genitoriale per la madre, per aiutarla a recuperare un ruolo educativo e non farsi guidare dai ricatti emotivi.

Il consiglio concreto è proporre un percorso di sostegno familiare, con uno psicologo dell’età evolutiva e uno spazio parallelo per la madre. È un investimento che può cambiare gli equilibri: la bambina non ha bisogno di essere convinta, ma di sentirsi ascoltata e aiutata a vivere l’apertura a nuove figure senza viverla come un tradimento della sua mamma.

Da parte tua, quello che puoi fare è mantenere un atteggiamento paziente, non forzare la vicinanza, ma farti trovare costante, rispettoso e disponibile. Più lei vedrà che non vuoi strapparle la madre, ma che sei una presenza stabile e non invadente, più col tempo potrà abbassare le difese.

Dott.ssa De Pretto
Dott.ssa Sara Rocco
Psicologo, Psicologo clinico
Ossi
Buongiorno, il rapporto tra madre è figlia non è mai semplice soprattutto quando si entra nell'adolescenza. E' importante che in famiglia ci siano delle regole e che i figli le rispettino. La mamma dovrebbe avere maggiore assertività, e far rispettare il suo pensiero avendo cura e accoglienza per quello della figlia. I ruoli all'interno del nucleo familiare devono essere rispettati altrimenti si crea il caos e uno squilibrio nei rapporti. sia di sostegno alla sua compagna e siate uniti nelle decisioni e nella comunicazione delle scelte.
Cordiali saluti
Dott.ssa Sara Rocco
Dott.ssa Fabiana Lefevre
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Capisco quanto sia dolorosa e complessa la situazione che mi racconta. Quello che descrive non riguarda soltanto lei e la bambina, ma soprattutto il legame molto stretto e simbiotico tra madre e figlia, che rende difficile qualsiasi apertura a una figura nuova.

Quando una bambina cresce vivendo solo con la mamma, senza la presenza del padre, spesso si crea una dinamica di “noi due contro il mondo”. In questo contesto, qualsiasi tentativo di inserirsi viene percepito come una minaccia, più che come una risorsa. È per questo che i suoi gesti, le lettere, i messaggi, non producono l’effetto desiderato.

Non si tratta di una mancanza sua, ma della rigidità del sistema relazionale che si è creato. Per la bambina, dire “no” diventa un modo per difendere quello che sente come l’unico legame sicuro. E per la madre, che si sente “ricattata”, diventa molto difficile reagire senza sensi di colpa.

In questi casi, più che forzare la bambina a cambiare atteggiamento, è necessario lavorare sugli equilibri della relazione: quando uno degli attori cambia modo di stare dentro la situazione, anche l’altro, poco a poco, è costretto ad adattarsi.

Il punto importante è non leggere questo rifiuto come una condanna definitiva, ma come il segnale di una fragilità che ha bisogno di essere accompagnata con gradualità.
Dott.ssa Monica Venanzi
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Il problema va risolto alla radice.
Per questo sarebbe più che utile se la sua compagnia in primis, e perché no anche lei, pensaste alla possibilità di intraprendere un percorso terapeutico individuale per essere sostenuti e accompagnati nella gestione di questo periodo critico. Un figlio che manifesta un disagio non è il problema, è il segnale per accorgersi che esiste un problema, e la possibilità, per i genitori, di impegnarsi a risolverlo.
Dr. Federico Alunni
Psicologo, Psicologo clinico
Perugia
Buongiorno, la ringrazio per la condivisione. La situazione che descrive è complessa e tocca dinamiche delicate sia individuali che familiari. Colgo e capisco la rabbia che sta provando. È come se la bambina, dopo anni vissuti in una relazione molto stretta con la madre, faccia fatica ad accettare un cambiamento così significativo negli equilibri. Più che un rifiuto verso la sua persona in sé, può trattarsi di una forma di difesa, quasi a voler preservare l’esclusività del legame con la madre.
In questi casi, tentativi diretti di convincerla o “forzarla” al cambiamento rischiano di irrigidire ancora di più la sua posizione. Può essere più utile lavorare su due fronti: da un lato sostenere la madre, affinché ritrovi la propria autorevolezza genitoriale e non si lasci condizionare dal “ricatto affettivo” della figlia; dall’altro costruire con la bambina un clima di conoscenza graduale, senza pressioni, dove lei possa sentirsi libera di avvicinarsi nei suoi tempi.
Il supporto di uno psicoterapeuta familiare potrebbe aiutare molto: non per “correggere” la bambina, ma per offrire uno spazio in cui ciascuno – madre, figlia e anche lei – possa esprimere vissuti, paure e bisogni. Con la giusta mediazione, la bambina potrà pian piano percepire che la presenza di una figura maschile non toglie nulla al legame con la madre, ma può rappresentare una risorsa in più.
Consiglierei di portare la bambina/ ragazzina da uno psicologo con specializzazione nell'età evolutiva affinché possa aiutarvi e aiutare lei in questa situazione.

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