Cari Dottori, buon pomeriggio. Vorrei tornare su un tema che mi sta molto a cuore e che ho già affr
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Cari Dottori, buon pomeriggio.
Vorrei tornare su un tema che mi sta molto a cuore e che ho già affrontato più volte qui: il bypass gastrico e il disturbo ossessivo-compulsivo, in particolare il modo in cui, nella mia mente, alcuni **oggetti** diventano “centrali” e si caricano di un significato enorme.
Soffro di DOC da circa sedici anni (dall’età di 16 anni). Le mie ossessioni riguardano sia **pensieri intrusivi** sia compulsioni. In questo periodo, le ossessioni mi stanno facendo vivere male soprattutto perché si legano agli obiettivi che per me contano di più: dimagrimento e studio.
Mi spiego con esempi concreti. Ho acquistato un computer Apple e un tapis roulant (circa 600 euro). Il tapis roulant è nella mia cameretta e, nella mia testa, finisce quasi per essere “come un amico”, un oggetto a cui mi affeziono e che sento di dover proteggere. Ho paura che si rompa, ho paura che mia madre possa pulirlo passando uno straccio e che questo possa compromettere il suo funzionamento. So che possono sembrare paure irrazionali, e infatti **razionalmente so che lo sono**, però nella mia testa diventano vere, urgenti, incontestabili.
Il punto è che queste paure non riguardano davvero l’oggetto in sé, ma **la sua finalità**: nella mia mente il tapis roulant “significa dimagrimento”. E allora il pensiero diventa: “Se si rompe, io non dimagrirò più”. Stessa cosa con il computer: temo che si rompa e che io non riesca più a studiare, a rendere bene, a ottenere buoni voti (ad esempio, in un esame affrontato con impegno e dedizione ho preso 26). È come se, dietro, ci fosse una paura più grande: non riuscire a raggiungere i miei obiettivi.
Eppure, nei fatti, sto già dimagrendo: sono passata da 118 kg a 93 kg. So che il bypass ha un suo funzionamento (riduce l’introito e l’assorbimento) e che i risultati stanno arrivando. Ma nonostante questo, la mia mente continua a cercare “garanzie” negli oggetti, come se dovessi aggrapparmi a qualcosa di esterno per sentirmi al sicuro.
Un’altra cosa che noto è questa: ogni volta che entro in una fase in cui il corpo e il dimagrimento diventano il centro della mia vita, anche gli elementi quotidiani più piccoli e insignificanti diventano **inneschi enormi** di dubbi e drammi ossessivi. È come se la mente prendesse una minuzia e la trasformasse in un processo, un tribunale, una condanna.
La mia “rinascita” è iniziata il 14 ottobre 2025, quando mi sono operata. Dimagrendo — grazie all’intervento ma soprattutto grazie al mio impegno , sto riscoprendo parti di me: mi vedo diversa, mi piaccio di più, mi vesto con più libertà (jeans, gonne), mi apro di più con gli altri. Però allo stesso tempo sento che tutto ruota ancora troppo attorno al dimagrimento, e questo alimenta il DOC.
Vorrei anche essere trasparente su un punto: so che avrei bisogno di psicoterapia, ma al momento non posso permettermi un percorso privato. Con le strutture ASL ho avuto esperienze difficili e ho interrotto percorsi perché non stavo bene; mi sono sentita rimproverata e giudicata, e questo mi ha spinta ancora di più a usare il cibo come conforto e sfogo.
Quello che vorrei chiedervi è: **come posso iniziare a spezzare questo meccanismo**, anche con indicazioni pratiche? Perché mi rendo conto che il problema non è il tapis roulant, né il computer: è il fatto che io, nella mia mente, **delego agli oggetti** la responsabilità del risultato.
* Se vado bene all’università, non è “perché mi sono impegnata”, ma perché “c’era il computer”.
* Se dimagrisco, non è “perché sto facendo un percorso”, ma perché “c’è il tapis roulant”.
Io capisco che l’oggetto può aiutare, certo. Ma so anche che devo essere io, in primis, a guidare il percorso e a usare gli strumenti, senza trasformarli nel perno della mia serenità.
Cosa ne pensate? Avete qualche consiglio (anche piccolo) per iniziare a ridurre questa dipendenza mentale dagli oggetti e questa catena “se succede X allora fallisco”?
Grazie per l’attenzione.
Vorrei tornare su un tema che mi sta molto a cuore e che ho già affrontato più volte qui: il bypass gastrico e il disturbo ossessivo-compulsivo, in particolare il modo in cui, nella mia mente, alcuni **oggetti** diventano “centrali” e si caricano di un significato enorme.
Soffro di DOC da circa sedici anni (dall’età di 16 anni). Le mie ossessioni riguardano sia **pensieri intrusivi** sia compulsioni. In questo periodo, le ossessioni mi stanno facendo vivere male soprattutto perché si legano agli obiettivi che per me contano di più: dimagrimento e studio.
Mi spiego con esempi concreti. Ho acquistato un computer Apple e un tapis roulant (circa 600 euro). Il tapis roulant è nella mia cameretta e, nella mia testa, finisce quasi per essere “come un amico”, un oggetto a cui mi affeziono e che sento di dover proteggere. Ho paura che si rompa, ho paura che mia madre possa pulirlo passando uno straccio e che questo possa compromettere il suo funzionamento. So che possono sembrare paure irrazionali, e infatti **razionalmente so che lo sono**, però nella mia testa diventano vere, urgenti, incontestabili.
Il punto è che queste paure non riguardano davvero l’oggetto in sé, ma **la sua finalità**: nella mia mente il tapis roulant “significa dimagrimento”. E allora il pensiero diventa: “Se si rompe, io non dimagrirò più”. Stessa cosa con il computer: temo che si rompa e che io non riesca più a studiare, a rendere bene, a ottenere buoni voti (ad esempio, in un esame affrontato con impegno e dedizione ho preso 26). È come se, dietro, ci fosse una paura più grande: non riuscire a raggiungere i miei obiettivi.
Eppure, nei fatti, sto già dimagrendo: sono passata da 118 kg a 93 kg. So che il bypass ha un suo funzionamento (riduce l’introito e l’assorbimento) e che i risultati stanno arrivando. Ma nonostante questo, la mia mente continua a cercare “garanzie” negli oggetti, come se dovessi aggrapparmi a qualcosa di esterno per sentirmi al sicuro.
Un’altra cosa che noto è questa: ogni volta che entro in una fase in cui il corpo e il dimagrimento diventano il centro della mia vita, anche gli elementi quotidiani più piccoli e insignificanti diventano **inneschi enormi** di dubbi e drammi ossessivi. È come se la mente prendesse una minuzia e la trasformasse in un processo, un tribunale, una condanna.
La mia “rinascita” è iniziata il 14 ottobre 2025, quando mi sono operata. Dimagrendo — grazie all’intervento ma soprattutto grazie al mio impegno , sto riscoprendo parti di me: mi vedo diversa, mi piaccio di più, mi vesto con più libertà (jeans, gonne), mi apro di più con gli altri. Però allo stesso tempo sento che tutto ruota ancora troppo attorno al dimagrimento, e questo alimenta il DOC.
Vorrei anche essere trasparente su un punto: so che avrei bisogno di psicoterapia, ma al momento non posso permettermi un percorso privato. Con le strutture ASL ho avuto esperienze difficili e ho interrotto percorsi perché non stavo bene; mi sono sentita rimproverata e giudicata, e questo mi ha spinta ancora di più a usare il cibo come conforto e sfogo.
Quello che vorrei chiedervi è: **come posso iniziare a spezzare questo meccanismo**, anche con indicazioni pratiche? Perché mi rendo conto che il problema non è il tapis roulant, né il computer: è il fatto che io, nella mia mente, **delego agli oggetti** la responsabilità del risultato.
* Se vado bene all’università, non è “perché mi sono impegnata”, ma perché “c’era il computer”.
* Se dimagrisco, non è “perché sto facendo un percorso”, ma perché “c’è il tapis roulant”.
Io capisco che l’oggetto può aiutare, certo. Ma so anche che devo essere io, in primis, a guidare il percorso e a usare gli strumenti, senza trasformarli nel perno della mia serenità.
Cosa ne pensate? Avete qualche consiglio (anche piccolo) per iniziare a ridurre questa dipendenza mentale dagli oggetti e questa catena “se succede X allora fallisco”?
Grazie per l’attenzione.
Gentilissima,
ha descritto con grande lucidità e capacità introspettiva un meccanismo che in ambito clinico osserviamo spesso nei quadri ossessivi strutturati.
Quello che lei vive come un delegare agli oggetti la responsabilità del risultato potrebbe essere interpretato come un tentativo della sua mente di rendere "tangibile" e controllabile un'ansia che altrimenti risulterebbe troppo vasta e spaventosa.
La paura del fallimento, sia esso scolastico o legato al peso, verrebbe spostata inconsciamente su un oggetto fisico, trasformando il tapis roulant o il computer in veri e propri amuleti o garanti della sua sicurezza.
È molto positivo che lei riesca razionalmente a distinguere la funzione dell'oggetto dalla sua ansia, perché questa consapevolezza è il primo passo fondamentale per provare a scardinare il circuito ossessivo.
Per iniziare a spezzare questo meccanismo, pur nei limiti di un consulto online, potrebbe provare a effettuare dei piccoli "test di realtà" per sfidare la logica del disturbo.
L'obiettivo non è convincersi che l'oggetto non si romperà mai, ma sperimentare che, anche se dovesse accadere un imprevisto tecnico, il suo percorso non si arresterebbe.
Potrebbe essere utile riflettere sul fatto che il bypass gastrico è una modificazione anatomica e funzionale che lavora indipendentemente dalla presenza del tapis roulant nella sua stanza, così come le nozioni che ha appreso studiando risiedono nella sua memoria e non nel processore del computer.
Capisco le sue difficoltà e le reticenze verso il servizio pubblico derivanti da esperienze passate negative, tuttavia il Disturbo Ossessivo Compulsivo ha spesso una componente biologica importante che potrebbe giovare di un supporto farmacologico specifico.
Esistono terapie che agiscono sui livelli di serotonina e che potrebbero aiutarla ad abbassare il "volume" di questi pensieri intrusivi e di queste paure, rendendo più gestibile l'ansia quotidiana e permettendole di godersi con maggiore serenità i risultati che sta ottenendo.
Se al momento la psicoterapia non è accessibile, una valutazione psichiatrica mirata potrebbe comunque offrirle un supporto per ridurre l'intensità di questi sintomi e permetterle di riappropriarsi del merito dei suoi successi, che appartengono alla sua volontà e non agli oggetti che possiede.
Resto a disposizione per eventuali necessità, un caro saluto.
ha descritto con grande lucidità e capacità introspettiva un meccanismo che in ambito clinico osserviamo spesso nei quadri ossessivi strutturati.
Quello che lei vive come un delegare agli oggetti la responsabilità del risultato potrebbe essere interpretato come un tentativo della sua mente di rendere "tangibile" e controllabile un'ansia che altrimenti risulterebbe troppo vasta e spaventosa.
La paura del fallimento, sia esso scolastico o legato al peso, verrebbe spostata inconsciamente su un oggetto fisico, trasformando il tapis roulant o il computer in veri e propri amuleti o garanti della sua sicurezza.
È molto positivo che lei riesca razionalmente a distinguere la funzione dell'oggetto dalla sua ansia, perché questa consapevolezza è il primo passo fondamentale per provare a scardinare il circuito ossessivo.
Per iniziare a spezzare questo meccanismo, pur nei limiti di un consulto online, potrebbe provare a effettuare dei piccoli "test di realtà" per sfidare la logica del disturbo.
L'obiettivo non è convincersi che l'oggetto non si romperà mai, ma sperimentare che, anche se dovesse accadere un imprevisto tecnico, il suo percorso non si arresterebbe.
Potrebbe essere utile riflettere sul fatto che il bypass gastrico è una modificazione anatomica e funzionale che lavora indipendentemente dalla presenza del tapis roulant nella sua stanza, così come le nozioni che ha appreso studiando risiedono nella sua memoria e non nel processore del computer.
Capisco le sue difficoltà e le reticenze verso il servizio pubblico derivanti da esperienze passate negative, tuttavia il Disturbo Ossessivo Compulsivo ha spesso una componente biologica importante che potrebbe giovare di un supporto farmacologico specifico.
Esistono terapie che agiscono sui livelli di serotonina e che potrebbero aiutarla ad abbassare il "volume" di questi pensieri intrusivi e di queste paure, rendendo più gestibile l'ansia quotidiana e permettendole di godersi con maggiore serenità i risultati che sta ottenendo.
Se al momento la psicoterapia non è accessibile, una valutazione psichiatrica mirata potrebbe comunque offrirle un supporto per ridurre l'intensità di questi sintomi e permetterle di riappropriarsi del merito dei suoi successi, che appartengono alla sua volontà e non agli oggetti che possiede.
Resto a disposizione per eventuali necessità, un caro saluto.
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Gentile Utente,
grazie per aver condiviso in modo così chiaro e profondo la sua esperienza. Quello che descrive è molto coerente con il funzionamento del disturbo ossessivo-compulsivo, soprattutto nelle sue forme più “sofisticate”, in cui la mente non si ferma al contenuto superficiale dell’ossessione ma costruisce catene di significato sempre più ampie.
Nel suo racconto emerge con forza un punto centrale: gli oggetti non sono il problema, ma diventano dei contenitori simbolici di qualcosa di molto più grande. Il tapis roulant non è “solo” un attrezzo: nella sua mente rappresenta la possibilità di dimagrire, di non tornare indietro, di non perdere il controllo. Il computer non è “solo” uno strumento: rappresenta lo studio, il valore personale, la riuscita, forse anche la paura di fallire nonostante l’impegno.
Il DOC, quando intercetta ambiti identitari e vitali (corpo, successo, autonomia, riconoscimento), tende a chiedere garanzie assolute. E poiché le garanzie interne (fiducia in sé, tolleranza dell’incertezza) sono fragili, la mente le sposta all’esterno, sugli oggetti.
È molto importante sottolineare che lei non è inconsapevole: sa che il bypass ha un funzionamento biologico, vede i risultati concreti (il calo ponderale che ha già ottenuto è significativo), riconosce il suo impegno reale nello studio. Tuttavia il DOC non lavora sulla logica, lavora sull’ansia e sull’urgenza. Per questo “sa” una cosa, ma sente un’altra.
Alcuni spunti pratici per iniziare a spezzare il meccanismo, anche in modo graduale:
Separare lo strumento dalla causa
Quando emerge il pensiero “se si rompe X, io fallisco”, può provare a rispondere (non per convincersi, ma per posizionarsi):
“Questo è uno strumento, non la causa. La causa sono io, il mio corpo, il mio impegno.”
Non serve che l’ansia diminuisca subito: l’obiettivo iniziale è non obbedire al tribunale ossessivo.
Ridurre le micro-protezioni
Il DOC si alimenta attraverso le rassicurazioni e le protezioni (controllare, evitare, preservare). Ogni piccolo gesto di “protezione” comunica al cervello che il pericolo è reale. Anche scegliere una sola protezione in meno (ad esempio non controllare più volte, o tollerare che qualcun altro tocchi l’oggetto) è già un’esposizione.
Riportare il merito all’interno, a posteriori
Quando ottiene un risultato (un esame, un cambiamento nel corpo), provi a fare questo esercizio:
“Se questo oggetto non fosse esistito, cosa di mio avrebbe comunque contribuito?”
È un lavoro di rieducazione cognitiva, non di autosuggestione.
Accettare che il dimagrimento sia una fase, non un’identità
Lei descrive molto bene come, quando il corpo diventa il centro, tutto il resto diventa innesco ossessivo. Questo non significa che stia sbagliando, ma che il DOC sta cercando di colonizzare un cambiamento positivo. Tenere aperti altri fuochi identitari (relazioni, interessi, parti di sé non legate al peso) è già un fattore protettivo.
Rispetto alla psicoterapia: capisco profondamente la sua difficoltà e le esperienze negative che racconta. Purtroppo il DOC, soprattutto quando è presente da molti anni, tende a ripresentarsi proprio nei momenti di crescita, e affrontarlo da soli può diventare molto faticoso. Anche se ora non è possibile un percorso continuativo privato, resta comunque consigliabile approfondire con uno specialista, valutando nel tempo opzioni sostenibili (percorsi a basso costo, servizi dedicati al DOC, o consulti mirati).
Lei non è fragile perché ha bisogno di oggetti: sta cercando sicurezza mentre sta cambiando pelle. Il lavoro sarà spostare, poco alla volta, quella sicurezza dall’esterno all’interno.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa – Psicoterapeuta – Sessuologa
grazie per aver condiviso in modo così chiaro e profondo la sua esperienza. Quello che descrive è molto coerente con il funzionamento del disturbo ossessivo-compulsivo, soprattutto nelle sue forme più “sofisticate”, in cui la mente non si ferma al contenuto superficiale dell’ossessione ma costruisce catene di significato sempre più ampie.
Nel suo racconto emerge con forza un punto centrale: gli oggetti non sono il problema, ma diventano dei contenitori simbolici di qualcosa di molto più grande. Il tapis roulant non è “solo” un attrezzo: nella sua mente rappresenta la possibilità di dimagrire, di non tornare indietro, di non perdere il controllo. Il computer non è “solo” uno strumento: rappresenta lo studio, il valore personale, la riuscita, forse anche la paura di fallire nonostante l’impegno.
Il DOC, quando intercetta ambiti identitari e vitali (corpo, successo, autonomia, riconoscimento), tende a chiedere garanzie assolute. E poiché le garanzie interne (fiducia in sé, tolleranza dell’incertezza) sono fragili, la mente le sposta all’esterno, sugli oggetti.
È molto importante sottolineare che lei non è inconsapevole: sa che il bypass ha un funzionamento biologico, vede i risultati concreti (il calo ponderale che ha già ottenuto è significativo), riconosce il suo impegno reale nello studio. Tuttavia il DOC non lavora sulla logica, lavora sull’ansia e sull’urgenza. Per questo “sa” una cosa, ma sente un’altra.
Alcuni spunti pratici per iniziare a spezzare il meccanismo, anche in modo graduale:
Separare lo strumento dalla causa
Quando emerge il pensiero “se si rompe X, io fallisco”, può provare a rispondere (non per convincersi, ma per posizionarsi):
“Questo è uno strumento, non la causa. La causa sono io, il mio corpo, il mio impegno.”
Non serve che l’ansia diminuisca subito: l’obiettivo iniziale è non obbedire al tribunale ossessivo.
Ridurre le micro-protezioni
Il DOC si alimenta attraverso le rassicurazioni e le protezioni (controllare, evitare, preservare). Ogni piccolo gesto di “protezione” comunica al cervello che il pericolo è reale. Anche scegliere una sola protezione in meno (ad esempio non controllare più volte, o tollerare che qualcun altro tocchi l’oggetto) è già un’esposizione.
Riportare il merito all’interno, a posteriori
Quando ottiene un risultato (un esame, un cambiamento nel corpo), provi a fare questo esercizio:
“Se questo oggetto non fosse esistito, cosa di mio avrebbe comunque contribuito?”
È un lavoro di rieducazione cognitiva, non di autosuggestione.
Accettare che il dimagrimento sia una fase, non un’identità
Lei descrive molto bene come, quando il corpo diventa il centro, tutto il resto diventa innesco ossessivo. Questo non significa che stia sbagliando, ma che il DOC sta cercando di colonizzare un cambiamento positivo. Tenere aperti altri fuochi identitari (relazioni, interessi, parti di sé non legate al peso) è già un fattore protettivo.
Rispetto alla psicoterapia: capisco profondamente la sua difficoltà e le esperienze negative che racconta. Purtroppo il DOC, soprattutto quando è presente da molti anni, tende a ripresentarsi proprio nei momenti di crescita, e affrontarlo da soli può diventare molto faticoso. Anche se ora non è possibile un percorso continuativo privato, resta comunque consigliabile approfondire con uno specialista, valutando nel tempo opzioni sostenibili (percorsi a basso costo, servizi dedicati al DOC, o consulti mirati).
Lei non è fragile perché ha bisogno di oggetti: sta cercando sicurezza mentre sta cambiando pelle. Il lavoro sarà spostare, poco alla volta, quella sicurezza dall’esterno all’interno.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa – Psicoterapeuta – Sessuologa
Buongiorno, leggendo la sua domanda mi è sembrato di entrare nella sua testa e di essere trasportata in giro dal vortice dei suoi pensieri. Si sente anche lei così? Come si fa a scendere? Può cominciare con un percorso di consapevolezza Mindfulness (ci sono tanti libri e risorse online, anche gratuite). Non possiamo spegnere la nostra mente e smettere di pensare, ma possiamo uscire dal vortice, osservarlo da una certa distanza senza sentirci condizionati dalle regole mentali "se...allora..." create dalla nostra mente stessa. Mi scriva pure se desidera qualche dritta per cominciare a praticare la Mindfulness. Buona giornata!
Buongiorno,
grazie per aver condiviso in modo così chiaro e profondo la sua esperienza. Dal suo racconto emerge una grande capacità di auto-osservazione e una consapevolezza che, nel DOC, non è affatto scontata.
Quello che descrive è un meccanismo molto tipico del disturbo ossessivo-compulsivo: la mente cerca sicurezza assoluta e, non riuscendo a trovarla dentro, la sposta fuori, “ancorandola” a oggetti, strumenti o condizioni specifiche. In questo senso, il tapis roulant e il computer non sono il problema, ma diventano dei contenitori simbolici di qualcosa di molto più profondo:
la paura di perdere il controllo, di fallire, di non farcela.
È importante sottolineare un punto: il fatto che lei riconosca che queste paure sono irrazionali non significa che possa semplicemente spegnerle. Nel DOC, il problema non è la logica, ma il bisogno di certezza. Più un obiettivo è importante (dimagrimento, studio, futuro), più la mente ossessiva tenta di “proteggerlo” irrigidendosi.
Alcuni spunti pratici, anche piccoli, da cui può iniziare:
Separare lo strumento dalla causa
Provi, anche solo mentalmente, a riformulare così:
“Il tapis roulant è uno strumento, non la causa del mio dimagrimento.”
“Il computer è un mezzo, non la ragione dei miei risultati.”
Non serve che ci creda al 100%: basta allenare questa distinzione, anche se l’ansia resta.
Esporsi gradualmente all’incertezza
Ad esempio, tollerare piccoli “rischi controllati”: lasciare che qualcuno passi vicino all’oggetto, usarlo meno “perfettamente”, accettare che non sia sempre sotto controllo. L’obiettivo non è sentirsi tranquilla subito, ma scoprire che l’ansia può esserci senza che accada la catastrofe.
Riportare il merito a sé, per iscritto
Quando ottiene un risultato (peso, studio, esami), provi a scrivere nero su bianco:
“Questo risultato è legato a cosa ho fatto io (costanza, impegno, scelte), non solo agli strumenti.”
All’inizio la mente protesterà, ma è un modo concreto per spostare il baricentro dall’esterno all’interno.
Ridurre il “tribunale mentale”
Quando nota che una minuzia diventa un processo infinito (“se succede X allora fallisco”), può dirsi:
“Questo è il DOC che chiede garanzie, non una previsione reale.”
Non per convincersi, ma per dare un nome a ciò che sta accadendo.
Infine, una cosa importante: il percorso che sta facendo dopo l’intervento è reale, concreto e già in atto. Il dimagrimento che sta ottenendo non è teorico, è nei numeri e nella sua esperienza di vita. Il DOC tende a oscurare questo dato, ma non lo annulla.
Se in futuro le sarà possibile, un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla molto. Nel frattempo, il lavoro che sta già facendo sulla consapevolezza è un primo, significativo passo.
Le auguro di continuare questo percorso con maggiore gentilezza verso se stessa.
Un caro saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
grazie per aver condiviso in modo così chiaro e profondo la sua esperienza. Dal suo racconto emerge una grande capacità di auto-osservazione e una consapevolezza che, nel DOC, non è affatto scontata.
Quello che descrive è un meccanismo molto tipico del disturbo ossessivo-compulsivo: la mente cerca sicurezza assoluta e, non riuscendo a trovarla dentro, la sposta fuori, “ancorandola” a oggetti, strumenti o condizioni specifiche. In questo senso, il tapis roulant e il computer non sono il problema, ma diventano dei contenitori simbolici di qualcosa di molto più profondo:
la paura di perdere il controllo, di fallire, di non farcela.
È importante sottolineare un punto: il fatto che lei riconosca che queste paure sono irrazionali non significa che possa semplicemente spegnerle. Nel DOC, il problema non è la logica, ma il bisogno di certezza. Più un obiettivo è importante (dimagrimento, studio, futuro), più la mente ossessiva tenta di “proteggerlo” irrigidendosi.
Alcuni spunti pratici, anche piccoli, da cui può iniziare:
Separare lo strumento dalla causa
Provi, anche solo mentalmente, a riformulare così:
“Il tapis roulant è uno strumento, non la causa del mio dimagrimento.”
“Il computer è un mezzo, non la ragione dei miei risultati.”
Non serve che ci creda al 100%: basta allenare questa distinzione, anche se l’ansia resta.
Esporsi gradualmente all’incertezza
Ad esempio, tollerare piccoli “rischi controllati”: lasciare che qualcuno passi vicino all’oggetto, usarlo meno “perfettamente”, accettare che non sia sempre sotto controllo. L’obiettivo non è sentirsi tranquilla subito, ma scoprire che l’ansia può esserci senza che accada la catastrofe.
Riportare il merito a sé, per iscritto
Quando ottiene un risultato (peso, studio, esami), provi a scrivere nero su bianco:
“Questo risultato è legato a cosa ho fatto io (costanza, impegno, scelte), non solo agli strumenti.”
All’inizio la mente protesterà, ma è un modo concreto per spostare il baricentro dall’esterno all’interno.
Ridurre il “tribunale mentale”
Quando nota che una minuzia diventa un processo infinito (“se succede X allora fallisco”), può dirsi:
“Questo è il DOC che chiede garanzie, non una previsione reale.”
Non per convincersi, ma per dare un nome a ciò che sta accadendo.
Infine, una cosa importante: il percorso che sta facendo dopo l’intervento è reale, concreto e già in atto. Il dimagrimento che sta ottenendo non è teorico, è nei numeri e nella sua esperienza di vita. Il DOC tende a oscurare questo dato, ma non lo annulla.
Se in futuro le sarà possibile, un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla molto. Nel frattempo, il lavoro che sta già facendo sulla consapevolezza è un primo, significativo passo.
Le auguro di continuare questo percorso con maggiore gentilezza verso se stessa.
Un caro saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
OTTIMA LA CONSAPEVOLEZZA DELL'OGGETTIVAZIONE! Cambiare prospettiva dall'oggetto al soggetto non è semplice, bisognerebbe concentrarsi sul proprio bisogno e chiedersi : chi desidera la "cosa" ? io in quanto essere vivente, pensante, emozionale, o la proiezione del mio io "vestita dall'oggetto che la rappresenta " SOLO metaforicamente? la fine, il mezzo. La distinzione è questa. Esistono molti mezzi per raggiungere un obiettivo, giusti o sbagliati si capisce durante un percorso di autoconsapevolezza, ma il fine, se realmente desiderato, è il nostro io che lo decide !(diventa ciò che sei). Vedrà che quando raggiungerà il primo target desiderato sarà in grado di essere più obiettiva rispetto a questo, continui così.
Spero che se anche in modo sintetico , possa averle dato uno spunto di riflessione.
Spero che se anche in modo sintetico , possa averle dato uno spunto di riflessione.
Buongiorno,
un semplice suggerimento non potrebbe mai interrompere un circolo vizioso di un sintomo ben strutturato come il suo. La psicoterapia insieme ad un adeguato trattamento farmacologico potrebbero aiutarla con il tempo ad uscire dalla morsa dei suoi pensieri intrusivi. Valuti la possibilità di affidarsi a degli specialisti quanto prima.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
un semplice suggerimento non potrebbe mai interrompere un circolo vizioso di un sintomo ben strutturato come il suo. La psicoterapia insieme ad un adeguato trattamento farmacologico potrebbero aiutarla con il tempo ad uscire dalla morsa dei suoi pensieri intrusivi. Valuti la possibilità di affidarsi a degli specialisti quanto prima.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Buongiorno, anzitutto complimenti per il dimagrimento ottenuto. Non è semplice perdere 25kg; è un percorso che richiede grande motivazione, costanza, impegno e forza di volontà. Da ciò che scrive, sembra che i risultati siano stati ottenuti solo grazie agli strumenti, e non all'impegno da lei profuso in quella direzione. Penso possa esserle utile cominciare a vedere questi progressi, potrebbe aiutare a costruire fiducia in lei e riconoscere delle qualità personali che possono aiutarla e supportarla in questo processo. In altre parole, spostare l'attenzione dall'esterno (gli oggetti) all'interno (le sue risorse e qualità personali).
Cordialmente,
Dott. Davide Lanfranchi
Cordialmente,
Dott. Davide Lanfranchi
Gentile Utente
comprendo profondamente la sua sofferenza e la lucidità con cui la descrive, e proprio per questo è importante essere chiari: nelle problematiche che lei descrive l’unico aiuto concreto, efficace e professionalmente fondato è un percorso di psicoterapia con un eventaule percorso farmacologico. Sono certa che l'aspetto economico sia effettivamente una limitazione per lei: a volte, però, non si tratta solo un ostacolo concreto ma anche una resistenza del disturbo a essere messo davvero in discussione. Auguri!
comprendo profondamente la sua sofferenza e la lucidità con cui la descrive, e proprio per questo è importante essere chiari: nelle problematiche che lei descrive l’unico aiuto concreto, efficace e professionalmente fondato è un percorso di psicoterapia con un eventaule percorso farmacologico. Sono certa che l'aspetto economico sia effettivamente una limitazione per lei: a volte, però, non si tratta solo un ostacolo concreto ma anche una resistenza del disturbo a essere messo davvero in discussione. Auguri!
Buongiorno, da quello che descrive, mi sembra di leggere un problema di fiducia. Non posso entrare in merito in questo contesto (e non sarei in grado di farlo con gli elementi a disposizione) alle ragioni per le quali questa fiducia di base sia fragile, da spingerla a dare tanto peso a degli oggetti concreti più che agli oggetti affettivi. L'effetto di questo è che tutto risulta molto rallentato e faticoso. E', però, vero che questi oggetti hanno un significato molto importante per lei, non soltanto una funzione concreta! Le indicano quali sono le cose a cui tiene autenticamente. Cerchi di avere fiducia in questo. Buon lavoro! Un saluto, Ilaria Innocenti
Da quanto dici sembra come se non riconosca a te stessa dei meriti, delle responsabilità e delle qualità degne di essere riconosciute. Se dimagrisci è merito del bypass, se vai bene negli studi è grazie al computer ecc. La mente del DOC tende ad avere sì credenze disfunzionali associate però con sfiducia in se stessi e le proprie capacità. La psicoterapia dovrebbe aiutarti a ritrovare la tua autostima, educarti ad una sana cura verso te stessa, che significa essere gentili verso di sè. Inoltre per quanto riguarda i pensieri intrusivi un percorso basato sulla mindfulness ti aiuterebbe a stare di più nel memento presente (anche per sentirti più al sicuro) e meno nelle preoccupazioni per il futuro oppure sui problemi del passato.
Buongiorno,
la ringrazio davvero per come ha scritto: con lucidità, profondità e anche con molta onestà verso se stessa. Non è affatto scontato riuscire a vedere così chiaramente il proprio funzionamento, soprattutto quando si convive con un DOC da così tanti anni.
Parto da una cosa fondamentale, che vorrei fosse molto chiara: lei non è “attaccata agli oggetti” perché è immatura o fragile. Quello che descrive è un meccanismo tipico del disturbo ossessivo, che diventa ancora più potente quando entra in gioco qualcosa di identitario, come il corpo, il valore personale, il riscatto, la rinascita dopo un intervento così importante.
Lei lo ha colto perfettamente:
il tapis roulant non è un tapis roulant,
il computer non è un computer.
Nella sua mente quegli oggetti sono diventati:
sicurezza,
garanzia,
prova che “questa volta ce la farò”.
Il DOC fa esattamente questo: prende qualcosa di concreto e lo trasforma in un talismano caricato di responsabilità enorme. Non perché lei ci creda davvero, ma perché la mente ossessiva non tollera l’idea che il risultato dipenda da un processo complesso, fatto di alti e bassi, corpo, tempo, impegno, imprevisti. Vuole una scorciatoia: “Se proteggo X, allora sono al sicuro”.
Il punto chiave, che lei ha già centrato, è questo:
non è l’oggetto a fare il risultato,
ma il DOC ha bisogno di spostare il controllo fuori da lei.
E questo accade soprattutto nei momenti in cui:
il corpo torna al centro,
l’immagine di sé cambia,
cresce la paura (spesso inconscia) di perdere ciò che sta conquistando.
Dimagrire, per lei, non è solo dimagrire. È rinascere, sentirsi vista, desiderabile, libera. Ed è normale che il DOC, sentendo che “c’è molto da perdere”, alzi il volume.
Ora vengo alla parte pratica, come mi ha chiesto, con indicazioni piccole ma realistiche, non teoriche.
1. Iniziare a smontare il “se X allora fallisco”
Non provi a convincersi che il pensiero è falso. Lo sa già.
Il DOC non si combatte con la logica, ma con lo spostamento di responsabilità.
Quando compare il pensiero:
“Se si rompe il tapis roulant, non dimagrirò”
provi a rispondere (mentalmente o anche a voce):
“Il tapis roulant è uno strumento, non il responsabile.
Il responsabile sono io, il mio corpo, il bypass, il tempo.”
Non per tranquillizzarsi, ma per riattribuire il ruolo.
2. Ridurre la “sacralizzazione” dell’oggetto
Senza forzature, scelga piccoli gesti di desacralizzazione:
permettere che qualcuno entri nella stanza,
non controllarlo,
non proteggerlo in modo eccessivo.
Anche solo tollerare l’ansia senza agire è già un passo enorme.
L’obiettivo non è sentirsi tranquilla, ma restare lì anche se l’ansia c’è.
3. Spostare il focus dal mezzo al processo
Ogni giorno provi a scrivere (anche solo mentalmente):
“Oggi ho fatto qualcosa per il mio percorso?”
Non “ho usato il tapis roulant”, ma:
ho rispettato i pasti,
ho ascoltato il mio corpo,
ho studiato anche senza essere perfetta.
Questo serve a riappropriarsi del merito, che il DOC le ruba continuamente.
4. Accettare che il dimagrimento attiva il DOC (non viceversa)
Non è che “il DOC rovina il dimagrimento”.
È il cambiamento che lo spaventa.
Il fatto che lei stia:
perdendo peso,
piacendosi di più,
vivendo più libertà
è una minaccia per una mente che per anni ha vissuto nella paura. Questo non significa tornare indietro, ma andare avanti con maggiore consapevolezza.
5. Sul tema della terapia
Capisco molto bene il suo vissuto con l’ASL. Sentirsi giudicata o rimproverata, soprattutto con una storia di rapporto difficile con il cibo, è devastante.
Anche se ora non può permettersi una terapia privata, tenga a mente questo: lei non è “non adatta” alla terapia. Ha solo bisogno di un contesto che non rinforzi la colpa e la vergogna, che nel DOC sono benzina sul fuoco.
Nel frattempo, il lavoro che sta facendo di consapevolezza è già terapeutico.
Una cosa molto importante per chiudere
Lei sta dimagrendo.
Sta studiando.
Sta cambiando.
E il DOC, come spesso accade, sta urlando perché non è più lui a guidare tutto.
Il suo obiettivo ora non è eliminare i pensieri, ma non obbedire.
Lasciarli passare, anche se fanno rumore.
Lei non è il tapis roulant.
Non è il computer.
Non è il numero sulla bilancia.
È una persona che sta facendo un percorso difficile e coraggioso, e che merita di riconoscersi il merito, anche quando la mente prova a toglierglielo.
La ringrazio per aver scritto.
E continui, passo dopo passo, a riportare il controllo dentro di sé, non negli oggetti.
la ringrazio davvero per come ha scritto: con lucidità, profondità e anche con molta onestà verso se stessa. Non è affatto scontato riuscire a vedere così chiaramente il proprio funzionamento, soprattutto quando si convive con un DOC da così tanti anni.
Parto da una cosa fondamentale, che vorrei fosse molto chiara: lei non è “attaccata agli oggetti” perché è immatura o fragile. Quello che descrive è un meccanismo tipico del disturbo ossessivo, che diventa ancora più potente quando entra in gioco qualcosa di identitario, come il corpo, il valore personale, il riscatto, la rinascita dopo un intervento così importante.
Lei lo ha colto perfettamente:
il tapis roulant non è un tapis roulant,
il computer non è un computer.
Nella sua mente quegli oggetti sono diventati:
sicurezza,
garanzia,
prova che “questa volta ce la farò”.
Il DOC fa esattamente questo: prende qualcosa di concreto e lo trasforma in un talismano caricato di responsabilità enorme. Non perché lei ci creda davvero, ma perché la mente ossessiva non tollera l’idea che il risultato dipenda da un processo complesso, fatto di alti e bassi, corpo, tempo, impegno, imprevisti. Vuole una scorciatoia: “Se proteggo X, allora sono al sicuro”.
Il punto chiave, che lei ha già centrato, è questo:
non è l’oggetto a fare il risultato,
ma il DOC ha bisogno di spostare il controllo fuori da lei.
E questo accade soprattutto nei momenti in cui:
il corpo torna al centro,
l’immagine di sé cambia,
cresce la paura (spesso inconscia) di perdere ciò che sta conquistando.
Dimagrire, per lei, non è solo dimagrire. È rinascere, sentirsi vista, desiderabile, libera. Ed è normale che il DOC, sentendo che “c’è molto da perdere”, alzi il volume.
Ora vengo alla parte pratica, come mi ha chiesto, con indicazioni piccole ma realistiche, non teoriche.
1. Iniziare a smontare il “se X allora fallisco”
Non provi a convincersi che il pensiero è falso. Lo sa già.
Il DOC non si combatte con la logica, ma con lo spostamento di responsabilità.
Quando compare il pensiero:
“Se si rompe il tapis roulant, non dimagrirò”
provi a rispondere (mentalmente o anche a voce):
“Il tapis roulant è uno strumento, non il responsabile.
Il responsabile sono io, il mio corpo, il bypass, il tempo.”
Non per tranquillizzarsi, ma per riattribuire il ruolo.
2. Ridurre la “sacralizzazione” dell’oggetto
Senza forzature, scelga piccoli gesti di desacralizzazione:
permettere che qualcuno entri nella stanza,
non controllarlo,
non proteggerlo in modo eccessivo.
Anche solo tollerare l’ansia senza agire è già un passo enorme.
L’obiettivo non è sentirsi tranquilla, ma restare lì anche se l’ansia c’è.
3. Spostare il focus dal mezzo al processo
Ogni giorno provi a scrivere (anche solo mentalmente):
“Oggi ho fatto qualcosa per il mio percorso?”
Non “ho usato il tapis roulant”, ma:
ho rispettato i pasti,
ho ascoltato il mio corpo,
ho studiato anche senza essere perfetta.
Questo serve a riappropriarsi del merito, che il DOC le ruba continuamente.
4. Accettare che il dimagrimento attiva il DOC (non viceversa)
Non è che “il DOC rovina il dimagrimento”.
È il cambiamento che lo spaventa.
Il fatto che lei stia:
perdendo peso,
piacendosi di più,
vivendo più libertà
è una minaccia per una mente che per anni ha vissuto nella paura. Questo non significa tornare indietro, ma andare avanti con maggiore consapevolezza.
5. Sul tema della terapia
Capisco molto bene il suo vissuto con l’ASL. Sentirsi giudicata o rimproverata, soprattutto con una storia di rapporto difficile con il cibo, è devastante.
Anche se ora non può permettersi una terapia privata, tenga a mente questo: lei non è “non adatta” alla terapia. Ha solo bisogno di un contesto che non rinforzi la colpa e la vergogna, che nel DOC sono benzina sul fuoco.
Nel frattempo, il lavoro che sta facendo di consapevolezza è già terapeutico.
Una cosa molto importante per chiudere
Lei sta dimagrendo.
Sta studiando.
Sta cambiando.
E il DOC, come spesso accade, sta urlando perché non è più lui a guidare tutto.
Il suo obiettivo ora non è eliminare i pensieri, ma non obbedire.
Lasciarli passare, anche se fanno rumore.
Lei non è il tapis roulant.
Non è il computer.
Non è il numero sulla bilancia.
È una persona che sta facendo un percorso difficile e coraggioso, e che merita di riconoscersi il merito, anche quando la mente prova a toglierglielo.
La ringrazio per aver scritto.
E continui, passo dopo passo, a riportare il controllo dentro di sé, non negli oggetti.
Gentile utente,
quanto descrive è molto coerente con il funzionamento del disturbo ossessivo-compulsivo e mostra una notevole capacità di osservazione e consapevolezza. Il punto centrale che lei stessa coglie è fondamentale: non sono gli oggetti in sé a creare sofferenza, ma il significato che la mente attribuisce loro e il ruolo di “garanzia” che finiscono per assumere rispetto a obiettivi vissuti come cruciali, come il dimagrimento o lo studio.
Ciò che emerge con chiarezza dal suo racconto è che la sofferenza non nasce dal tapis roulant o dal computer, ma dal modo in cui la responsabilità del risultato viene spostata fuori di sé, come se il successo o il fallimento dipendessero da fattori esterni da proteggere e sorvegliare. Questo rimanda a temi profondi che riguardano il controllo, l’autoefficacia e il valore personale, e che non possono essere affrontati in modo efficace senza uno spazio terapeutico adeguato, in cui possano essere esplorati con continuità, senza giudizio e senza semplificazioni.
Nel DOC, quando un’area della vita diventa fortemente carica sul piano emotivo e identitario, la mente tende a cercare certezze esterne per contenere l’angoscia. In questo modo strumenti utili diventano simboli di sicurezza, e la minaccia all’oggetto viene vissuta come una minaccia all’intero percorso personale, anche quando sul piano razionale si è consapevoli dell’irrazionalità di tali paure.
La difficoltà che riferisce rispetto ai precedenti percorsi è un elemento rilevante e merita attenzione a sua volta: sentirsi giudicata o rimproverata può riattivare dinamiche di vergogna e di autosvalutazione che, come lei stessa osserva, tendono poi a esprimersi attraverso il corpo e il rapporto con il cibo. Questo non è un fallimento personale, ma parte del quadro di sofferenza che andrebbe accolto e compreso.
È importante precisare che non è possibile fornire indicazioni pratiche o interventi specifici online e senza una conoscenza diretta del caso, poiché rischierebbero di rinforzare il funzionamento ossessivo invece di ridurlo. Se lo desidera, resto disponibile per valutare insieme l’avvio di un percorso psicoterapeutico che possa offrirle uno spazio sicuro e strutturato in cui lavorare su questi aspetti in modo mirato.
un caro saluto
quanto descrive è molto coerente con il funzionamento del disturbo ossessivo-compulsivo e mostra una notevole capacità di osservazione e consapevolezza. Il punto centrale che lei stessa coglie è fondamentale: non sono gli oggetti in sé a creare sofferenza, ma il significato che la mente attribuisce loro e il ruolo di “garanzia” che finiscono per assumere rispetto a obiettivi vissuti come cruciali, come il dimagrimento o lo studio.
Ciò che emerge con chiarezza dal suo racconto è che la sofferenza non nasce dal tapis roulant o dal computer, ma dal modo in cui la responsabilità del risultato viene spostata fuori di sé, come se il successo o il fallimento dipendessero da fattori esterni da proteggere e sorvegliare. Questo rimanda a temi profondi che riguardano il controllo, l’autoefficacia e il valore personale, e che non possono essere affrontati in modo efficace senza uno spazio terapeutico adeguato, in cui possano essere esplorati con continuità, senza giudizio e senza semplificazioni.
Nel DOC, quando un’area della vita diventa fortemente carica sul piano emotivo e identitario, la mente tende a cercare certezze esterne per contenere l’angoscia. In questo modo strumenti utili diventano simboli di sicurezza, e la minaccia all’oggetto viene vissuta come una minaccia all’intero percorso personale, anche quando sul piano razionale si è consapevoli dell’irrazionalità di tali paure.
La difficoltà che riferisce rispetto ai precedenti percorsi è un elemento rilevante e merita attenzione a sua volta: sentirsi giudicata o rimproverata può riattivare dinamiche di vergogna e di autosvalutazione che, come lei stessa osserva, tendono poi a esprimersi attraverso il corpo e il rapporto con il cibo. Questo non è un fallimento personale, ma parte del quadro di sofferenza che andrebbe accolto e compreso.
È importante precisare che non è possibile fornire indicazioni pratiche o interventi specifici online e senza una conoscenza diretta del caso, poiché rischierebbero di rinforzare il funzionamento ossessivo invece di ridurlo. Se lo desidera, resto disponibile per valutare insieme l’avvio di un percorso psicoterapeutico che possa offrirle uno spazio sicuro e strutturato in cui lavorare su questi aspetti in modo mirato.
un caro saluto
Buonasera il tapin roulant funge da "oggetto sé" per raggiungere il Suo scopo di dimagrire, ma penso che sia utile nel tempo affrontare una psicoterapia che Le consenta di centrare meglio la Sua personalità in modo da renderLa piu' indipendente e consapevole. Cordiali salui
dott.ssa G.Elmo
dott.ssa G.Elmo
E’ sempre difficile dare risposte, suggerimenti a quesiti che esprimono ‘vuoti…mancanze…sentimenti di inadeguatezze… sfiducia verso se stessi e negli altri.’ Se il suo investimento emotivo è prevalentemente sugli oggetti che sono strumenti utilizzati per la risoluzione dei problemi, rischiando anche di perdere l’esame di realtà, questo denota un IO fragile, non costruito saldamente, con un forte bisogno di riconoscimento, carenze di relazioni familiari e sociali, sentimenti di tipo depressivo, un vivere al minimo delle proprie capacità.
Lei ha fatto dei tentativi per aiutarsi ma non sono stati risolutivi verso un cambiamento per si rende necessario chiedere un aiuto psicologico e iniziare un percorso di psicoterapia con la psicologa, per capire il significato delle sue difficoltà, quali lifevents hanno inciso, elaborarli e recuperare fiducia in se stessa e negli altri.
Lei ha fatto dei tentativi per aiutarsi ma non sono stati risolutivi verso un cambiamento per si rende necessario chiedere un aiuto psicologico e iniziare un percorso di psicoterapia con la psicologa, per capire il significato delle sue difficoltà, quali lifevents hanno inciso, elaborarli e recuperare fiducia in se stessa e negli altri.
Il meccanismo che descrive, in cui gli oggetti assumono un significato simbolico e diventano centrali per il raggiungimento dei suoi obiettivi, è una dinamica che può essere osservata nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Come ha già intuito, il problema non risiede negli oggetti in sé, ma nel significato che la mente attribuisce loro, legandoli a paure profonde di fallimento o perdita di controllo.
Questa tendenza a delegare agli oggetti la responsabilità del risultato può essere legata al bisogno di trovare una forma di sicurezza o controllo in situazioni che percepisce come incerte o difficili. È comuqnue importante riconoscere il valore e il merito del suo percorso.
Per quanto riguarda il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, è comprensibile che possa sentirsi sopraffatta da pensieri intrusivi e compulsioni legate ai suoi obiettivi. Questi pensieri possono amplificarsi in momenti in cui il corpo o il dimagrimento diventano il centro della sua attenzione, come ha descritto. È naturale che, in un periodo di cambiamento significativo come quello che sta vivendo, la mente cerchi punti di riferimento esterni per sentirsi più stabile.
Riguardo alla psicoterapia, comprendo le difficoltà che ha incontrato in passato. È importante che si senta accolta e compresa in un percorso terapeutico, e non giudicata. Anche se al momento non può intraprendere un percorso privato, potrebbe essere utile continuare a esplorare le opzioni disponibili, tenendo presente che ogni esperienza terapeutica è diversa.
Dott. Massimo Martucci, Psicologo Psicoterapeuta a Milano, valutazioni ADHD e neurodivergenze, persone altamente sensibili, EMDR, ansia e traumi.
Questa tendenza a delegare agli oggetti la responsabilità del risultato può essere legata al bisogno di trovare una forma di sicurezza o controllo in situazioni che percepisce come incerte o difficili. È comuqnue importante riconoscere il valore e il merito del suo percorso.
Per quanto riguarda il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, è comprensibile che possa sentirsi sopraffatta da pensieri intrusivi e compulsioni legate ai suoi obiettivi. Questi pensieri possono amplificarsi in momenti in cui il corpo o il dimagrimento diventano il centro della sua attenzione, come ha descritto. È naturale che, in un periodo di cambiamento significativo come quello che sta vivendo, la mente cerchi punti di riferimento esterni per sentirsi più stabile.
Riguardo alla psicoterapia, comprendo le difficoltà che ha incontrato in passato. È importante che si senta accolta e compresa in un percorso terapeutico, e non giudicata. Anche se al momento non può intraprendere un percorso privato, potrebbe essere utile continuare a esplorare le opzioni disponibili, tenendo presente che ogni esperienza terapeutica è diversa.
Dott. Massimo Martucci, Psicologo Psicoterapeuta a Milano, valutazioni ADHD e neurodivergenze, persone altamente sensibili, EMDR, ansia e traumi.
La tua descrizione è molto chiara e coerente con il funzionamento del disturbo ossessivo-compulsivo. In questi casi il problema non è l’oggetto in sé, ma il significato che la mente ossessiva gli attribuisce. Il DOC tende a trasformare alcuni oggetti in “garanzie”: se funzionano tutto è salvo, se si rompono il fallimento diventa inevitabile. Il tapis roulant, nella tua mente, non è solo un attrezzo, ma diventa sinonimo di dimagrimento; il computer non è solo uno strumento di studio, ma la condizione necessaria per riuscire all’università.
In questo modo la responsabilità del risultato viene spostata dall’impegno personale agli oggetti. Il DOC funziona proprio così: prende qualcosa di concreto e lo carica di un significato sproporzionato, alimentando catene di pensiero del tipo “se succede X, allora fallisco”. È importante notare, però, che i fatti raccontano una storia diversa: stai dimagrendo, stai studiando, stai ottenendo risultati. Questo significa che il cambiamento dipende da un processo e dal tuo impegno, non da un singolo oggetto.
Alcuni primi passi pratici possono essere lavorare sulla distinzione tra strumento e risultato, ridurre le rassicurazioni e i controlli sugli oggetti e imparare a tollerare gradualmente l’incertezza senza intervenire subito per calmare l’ansia. L’obiettivo non è eliminare l’ansia, ma fare esperienza del fatto che può diminuire anche senza controlli o protezioni. Riportare il focus su di sé, ripetendo mentalmente che sei tu a guidare il percorso e che gli oggetti sono solo supporti, può aiutare a indebolire questo meccanismo.
È comprensibile che in una fase di grande cambiamento corporeo e identitario il DOC si intensifichi: quando qualcosa è molto importante per noi, il DOC tende a usarlo come bersaglio. Anche piccoli interventi mirati, come la psicoeducazione e la riduzione delle rassicurazioni, possono iniziare a spezzare il circolo vizioso, in attesa di un supporto terapeutico più strutturato.
In questo modo la responsabilità del risultato viene spostata dall’impegno personale agli oggetti. Il DOC funziona proprio così: prende qualcosa di concreto e lo carica di un significato sproporzionato, alimentando catene di pensiero del tipo “se succede X, allora fallisco”. È importante notare, però, che i fatti raccontano una storia diversa: stai dimagrendo, stai studiando, stai ottenendo risultati. Questo significa che il cambiamento dipende da un processo e dal tuo impegno, non da un singolo oggetto.
Alcuni primi passi pratici possono essere lavorare sulla distinzione tra strumento e risultato, ridurre le rassicurazioni e i controlli sugli oggetti e imparare a tollerare gradualmente l’incertezza senza intervenire subito per calmare l’ansia. L’obiettivo non è eliminare l’ansia, ma fare esperienza del fatto che può diminuire anche senza controlli o protezioni. Riportare il focus su di sé, ripetendo mentalmente che sei tu a guidare il percorso e che gli oggetti sono solo supporti, può aiutare a indebolire questo meccanismo.
È comprensibile che in una fase di grande cambiamento corporeo e identitario il DOC si intensifichi: quando qualcosa è molto importante per noi, il DOC tende a usarlo come bersaglio. Anche piccoli interventi mirati, come la psicoeducazione e la riduzione delle rassicurazioni, possono iniziare a spezzare il circolo vizioso, in attesa di un supporto terapeutico più strutturato.
Gentile utente, la ringrazio per aver condiviso un vissuto così ricco e consapevole. Dalle sue parole emerge chiaramente come il DOC tenda ad agganciarsi a temi per lei centrali, trasformando strumenti utili in punti di riferimento rigidi e caricandoli di una responsabilità che in realtà appartiene al suo impegno e alle sue capacità. Questa consapevolezza è già un primo passo importante. Proprio perché questi meccanismi sono radicati e tendono a ripresentarsi, il suggerimento è quello di valutare un percorso psicoterapeutico continuativo, che le permetta di lavorare in modo approfondito sul bisogno di controllo, sulla delega agli oggetti e sulla paura di fallire, all’interno di una relazione stabile e non giudicante. Un percorso strutturato può aiutarla a ridimensionare il peso attribuito agli oggetti e a rafforzare un senso di fiducia più interno e personale. Anche se in passato ha avuto esperienze difficili, questo non significa che un nuovo percorso non possa essere diverso e più adatto a lei. Informarsi su servizi territoriali, consultori o professionisti che offrano tariffe accessibili potrebbe rappresentare un primo passo concreto per non affrontare tutto da sola. Un caro saluto
Gentile paziente, il suo è un classico esempio di "Controllo che fa perdere il controllo". Lei ha delegato il suo valore e il suo successo a oggetti esterni per paura che la sua sola volontà non basti.
In ottica Strategica, ecco come iniziare a scardinare questo meccanismo:
Il tapis roulant e il computer non sono i suoi "amici", sono i suoi servitori. Se lei li trasforma in divinità da proteggere, diventa loro schiava. Ricordi: è lei che cammina, non il rullo; è lei che pensa, non il processore.
Per spezzare la paura che si rompano, deve smettere di proteggerli ossessivamente. Provi a lasciare che sua madre pulisca il tapis roulant o lasci il computer fuori dalla custodia per un'ora. Scopra, attraverso piccoli esperimenti, che la realtà resiste anche senza la sua vigilanza.
Lei sta dimagrendo perché ha deciso di farlo, non perché gli oggetti funzionano. Inizi a trattare questi strumenti come semplici "martelli" per costruire la sua casa: se un martello si rompe, se ne compra un altro, ma il costruttore resta lei.
Cosa succederebbe se, per un solo giorno, decidesse di agire "come se" il computer fosse solo un pezzo di plastica e metallo al suo servizio?
A disposizione, saluti
In ottica Strategica, ecco come iniziare a scardinare questo meccanismo:
Il tapis roulant e il computer non sono i suoi "amici", sono i suoi servitori. Se lei li trasforma in divinità da proteggere, diventa loro schiava. Ricordi: è lei che cammina, non il rullo; è lei che pensa, non il processore.
Per spezzare la paura che si rompano, deve smettere di proteggerli ossessivamente. Provi a lasciare che sua madre pulisca il tapis roulant o lasci il computer fuori dalla custodia per un'ora. Scopra, attraverso piccoli esperimenti, che la realtà resiste anche senza la sua vigilanza.
Lei sta dimagrendo perché ha deciso di farlo, non perché gli oggetti funzionano. Inizi a trattare questi strumenti come semplici "martelli" per costruire la sua casa: se un martello si rompe, se ne compra un altro, ma il costruttore resta lei.
Cosa succederebbe se, per un solo giorno, decidesse di agire "come se" il computer fosse solo un pezzo di plastica e metallo al suo servizio?
A disposizione, saluti
Buongiorno. Innanzitutto, complimenti per il traguardo raggiunto: passare da 118 a 93 kg dimostra una forza di volontà enorme che va ben oltre l'intervento chirurgico.
Quello che lei descrive è un meccanismo tipico del DOC: la mente, per gestire l'ansia del cambiamento e la paura di fallire, sposta il controllo su oggetti esterni. Il tapis roulant e il computer diventano "talismani" perché il merito del successo le sembra troppo grande o fragile per essere attribuito solo a se stessa. È come se cercasse di mettere la sua felicità al sicuro dentro una macchina per timore di perderla.
Un piccolo consiglio pratico: provi a fare dei micro-esperimenti di "tolleranza dell'incertezza". Ad esempio, accetti che sua madre pulisca l'attrezzo o si conceda di studiare una sola ora senza il suo computer, magari su un libro cartaceo. Questo serve a dimostrare alla sua mente che il risultato (il dimagrimento o il buon voto) dipende dalle sue azioni e non dall'integrità dell'oggetto. Lei non è "rotta" e non ha bisogno di macchine perfette per funzionare: il motore del cambiamento è già dentro di lei, come dimostrano i fatti.
Non smetta di cercare un supporto specialistico, magari orientato alla terapia cognitivo-comportamentale, perché merita di godersi la sua rinascita senza questo peso costante. Un caro saluto.
Quello che lei descrive è un meccanismo tipico del DOC: la mente, per gestire l'ansia del cambiamento e la paura di fallire, sposta il controllo su oggetti esterni. Il tapis roulant e il computer diventano "talismani" perché il merito del successo le sembra troppo grande o fragile per essere attribuito solo a se stessa. È come se cercasse di mettere la sua felicità al sicuro dentro una macchina per timore di perderla.
Un piccolo consiglio pratico: provi a fare dei micro-esperimenti di "tolleranza dell'incertezza". Ad esempio, accetti che sua madre pulisca l'attrezzo o si conceda di studiare una sola ora senza il suo computer, magari su un libro cartaceo. Questo serve a dimostrare alla sua mente che il risultato (il dimagrimento o il buon voto) dipende dalle sue azioni e non dall'integrità dell'oggetto. Lei non è "rotta" e non ha bisogno di macchine perfette per funzionare: il motore del cambiamento è già dentro di lei, come dimostrano i fatti.
Non smetta di cercare un supporto specialistico, magari orientato alla terapia cognitivo-comportamentale, perché merita di godersi la sua rinascita senza questo peso costante. Un caro saluto.
Salve, la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza con tanta chiarezza. Dalle sue parole emerge una grande capacità di riflessione su ciò che accade nella sua mente, e questo è già un elemento molto importante.
Il meccanismo che descrive – cioè il fatto che alcuni oggetti diventino “centrali” e assumano nella sua mente un significato molto più grande della loro funzione reale – è qualcosa che può comparire nel disturbo ossessivo-compulsivo. Spesso il DOC porta la persona a creare collegamenti molto rigidi tra un evento e una conseguenza temuta: ad esempio “se si rompe il tapis roulant non riuscirò più a dimagrire” oppure “se succede qualcosa al computer non riuscirò più a studiare bene”. In realtà questi oggetti sono strumenti utili, ma non sono la vera causa dei risultati che sta ottenendo.
Ed è importante sottolinearlo: i progressi che racconta – il dimagrimento importante che ha già raggiunto e l’impegno nello studio – sono soprattutto il risultato della sua costanza, delle sue scelte e del percorso che sta portando avanti. Gli strumenti possono aiutare, ma non determinano da soli l’esito del percorso.
Un piccolo esercizio che potrebbe provare a fare quando emergono questi pensieri è chiedersi: “Quali sono tutti gli altri fattori che contribuiscono a questo risultato?”. Nel suo caso, ad esempio, il dimagrimento dipende dall’intervento, dalle abitudini alimentari, dal movimento, dalla motivazione e dal tempo; allo stesso modo, lo studio dipende dalle sue capacità e dal suo impegno. In questo modo si può iniziare, poco alla volta, a ridimensionare il “potere” che la mente attribuisce agli oggetti.
Ha colto inoltre un punto molto significativo: quando il dimagrimento diventa il centro di tutto, anche piccoli elementi quotidiani possono trasformarsi in inneschi per il pensiero ossessivo. Riconoscere questo meccanismo è già un primo passo importante per iniziare a interromperlo.
Comprendo anche le difficoltà che racconta rispetto ai percorsi terapeutici passati. Tuttavia, quando possibile, un percorso psicologico specifico per il disturbo ossessivo-compulsivo può essere molto utile per lavorare proprio su questi schemi di pensiero. Nel frattempo, la consapevolezza che sta dimostrando rispetto al funzionamento della sua mente rappresenta già una base preziosa da cui partire.
Le auguro di poter continuare questo percorso di cambiamento, che dalle sue parole appare già molto significativo.
Il meccanismo che descrive – cioè il fatto che alcuni oggetti diventino “centrali” e assumano nella sua mente un significato molto più grande della loro funzione reale – è qualcosa che può comparire nel disturbo ossessivo-compulsivo. Spesso il DOC porta la persona a creare collegamenti molto rigidi tra un evento e una conseguenza temuta: ad esempio “se si rompe il tapis roulant non riuscirò più a dimagrire” oppure “se succede qualcosa al computer non riuscirò più a studiare bene”. In realtà questi oggetti sono strumenti utili, ma non sono la vera causa dei risultati che sta ottenendo.
Ed è importante sottolinearlo: i progressi che racconta – il dimagrimento importante che ha già raggiunto e l’impegno nello studio – sono soprattutto il risultato della sua costanza, delle sue scelte e del percorso che sta portando avanti. Gli strumenti possono aiutare, ma non determinano da soli l’esito del percorso.
Un piccolo esercizio che potrebbe provare a fare quando emergono questi pensieri è chiedersi: “Quali sono tutti gli altri fattori che contribuiscono a questo risultato?”. Nel suo caso, ad esempio, il dimagrimento dipende dall’intervento, dalle abitudini alimentari, dal movimento, dalla motivazione e dal tempo; allo stesso modo, lo studio dipende dalle sue capacità e dal suo impegno. In questo modo si può iniziare, poco alla volta, a ridimensionare il “potere” che la mente attribuisce agli oggetti.
Ha colto inoltre un punto molto significativo: quando il dimagrimento diventa il centro di tutto, anche piccoli elementi quotidiani possono trasformarsi in inneschi per il pensiero ossessivo. Riconoscere questo meccanismo è già un primo passo importante per iniziare a interromperlo.
Comprendo anche le difficoltà che racconta rispetto ai percorsi terapeutici passati. Tuttavia, quando possibile, un percorso psicologico specifico per il disturbo ossessivo-compulsivo può essere molto utile per lavorare proprio su questi schemi di pensiero. Nel frattempo, la consapevolezza che sta dimostrando rispetto al funzionamento della sua mente rappresenta già una base preziosa da cui partire.
Le auguro di poter continuare questo percorso di cambiamento, che dalle sue parole appare già molto significativo.
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