Domande del paziente (2565)
sera sono un uomo sposata con figli ho 48 anni e sento il bisogno di fare transizzione come faccio?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è un vissuto importante e delicato, che merita attenzione e rispetto. Il desiderio di intraprendere un percorso di transizione di genere può emergere anche in età adulta, talvolta dopo anni in cui questi sentimenti sono rimasti in secondo piano o non pienamente riconosciuti.
Il primo passo non è “fare subito la transizione”, ma comprendere a fondo ciò che sta provando. È fondamentale distinguere tra curiosità, bisogno di espressione di sé, e una più strutturata esperienza di incongruenza di genere (cioè il sentirsi profondamente non allineati con il genere assegnato alla nascita). Questo processo richiede tempo, ascolto e uno spazio sicuro in cui poter esplorare pensieri ed emozioni senza giudizio.
Un percorso psicologico può aiutarla a:
chiarire la natura e l’intensità di questo bisogno
comprendere come si integra con la sua storia personale, affettiva e familiare
valutare le possibili conseguenze emotive, relazionali e pratiche delle scelte future
accompagnarla, qualora lo desideri, in un eventuale percorso di affermazione di genere (che può includere aspetti sociali, psicologici e medici)
Consideri anche che la presenza di una famiglia e di figli rende ancora più importante procedere con gradualità e consapevolezza, eventualmente prevedendo, in un secondo momento, anche un supporto familiare.
Non esiste un unico modo “giusto” di affrontare questa situazione: ogni percorso è personale e va costruito su misura.
Per questo motivo, le consiglio di approfondire la sua situazione con uno specialista esperto in identità di genere, che possa accompagnarla passo dopo passo in modo competente e rispettoso.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Ho 3 domande in merito alla masturbazione femminile:
1. perché preferisco strusciarmi piuttosto che la penetrazione quando mi masturbo ma durante i rapporti di coppia invece mi piacciono entrambe le cose?
2. Perché quando mi masturbo (sempre strofinandomi) lo faccio per pochi secondi e poi mi fermo? Anche se non mi sento soddisfatta non riesco a capire come il mio corpo vorrebbe che continuassi e desidererei solo avere un rapporto.
3. Non sono sicura di quando raggiungo l'orgasmo, quando lo faccio da sola ci metto tantissimo tempo ad arrivarci e non sono comunque sicura al 100% di esserci arrivata, mentre durante i rapporti non mi rendo nemmeno conto di quando ci sto arrivando e così per capire se l'ho raggiunto o meno, mi baso sull'avere ancora desiderio dopo il rapporto o meno. Mi date un parere? Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
le sue domande sono molto comuni e toccano aspetti importanti della sessualità femminile, che è spesso più complessa e variabile rispetto a quanto si pensi.
Preferenza per lo sfregamento durante la masturbazione
Molte donne trovano più efficace la stimolazione esterna (in particolare clitoridea) rispetto alla penetrazione quando sono da sole. Lo “strusciamento” consente un controllo più preciso dell’intensità, del ritmo e della pressione, elementi fondamentali per il piacere.
Durante il rapporto di coppia, invece, entrano in gioco anche fattori emotivi, relazionali e di eccitazione globale che rendono piacevole anche la penetrazione. Non è affatto una contraddizione: sono semplicemente modalità diverse di vivere il piacere.
Interruzione dopo pochi secondi
Il fatto che lei si fermi rapidamente potrebbe avere diverse spiegazioni. A volte può esserci una difficoltà a “lasciarsi andare” completamente alle sensazioni corporee, oppure una sorta di automatismo appreso nel tempo. In altri casi può esserci una lieve componente di ansia, controllo o fretta di arrivare al risultato.
Il corpo, però, spesso ha bisogno di gradualità: fermarsi continuamente può impedire all’eccitazione di crescere. Potrebbe essere utile provare a rallentare, variare modalità di stimolazione o semplicemente osservare le sensazioni senza l’obiettivo immediato dell’orgasmo.
Difficoltà a riconoscere l’orgasmo
Molte donne riferiscono incertezza su questo punto. L’orgasmo non è sempre un evento “eclatante”: può manifestarsi con contrazioni ritmiche, sensazione di rilascio, piacere diffuso o calo della tensione.
Il fatto che durante i rapporti lei non si accorga del momento preciso è piuttosto frequente, perché si è più coinvolti globalmente. Basarsi solo sul “desiderio dopo” non è sempre un indicatore affidabile, perché il desiderio può rimanere anche dopo un orgasmo, soprattutto nelle donne.
Il tempo più lungo durante la masturbazione può dipendere proprio da una minore eccitazione emotiva o da un eccessivo controllo.
In sintesi, ciò che descrive rientra nella variabilità normale della sessualità femminile, ma evidenzia anche una possibile difficoltà di connessione con le proprie sensazioni corporee e con il lasciarsi andare al piacere.
Per comprendere meglio questi aspetti e vivere la sessualità con maggiore consapevolezza e serenità, è consigliabile approfondire con uno specialista.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e ormai il cibo controlla tutta la mia vita. Vorrei spiegarlo ai miei genitori ma non voglio essere un peso per loro e in più non voglio curarmi: ho raggiunto il peso che mi piace e mi vedo bene, ho ancora energie, sono brava nel mio sport, esco sempre e sono circondata dalle mie amiche. Se spesso sento storie di persone che per il dca hanno smesso di vivere, io invece continuo la mia vita tranquillamente ma vedendomi anche meglio. Vorrei che i miei genitori non mi costringessero a riprendere peso o a mangiare, ma capissero il mio problema anche perché continuare a mentire sul cibo mi fa sentire molto in colpa. Si sono accorti che sono dimagrita tanto ma non immaginano sia per questo, anche perché con loro io mi fingo sempre entusiasta di mangiare. L’unica cosa che mi preoccupa è che non ho il ciclo da 8 mesi e so che non è sano. Da una parte io continuo ad amare il cibo ma un lato di me non vede altro che calorie da bruciare, e se mangio troppo riprenderei tutti i kili. So che ci vogliono 7000kcal per ingrassare, ma essendo in sottopeso (45kg, sono alta 1,65m) invece li riprenderei tutti dal primo all’ultimo e la cosa mi terrorizza. In più mi sento in colpa perché prima amavo mangiare e il cibo, non mi preoccupava l’estetica e anzi, mi vedevo benissimo e magra. So che ero magra, ma non abbastanza. Ora anche non sono magra abbastanza, ma il peso sulla bilancia mi piace di più e sono più felice. Mangio per mantenere quel peso, non voglio dimagrire né ingrassare. Il problema è che ora non riesco più a mangiare che ho tantissimo reflusso e per questa ragione i miei genitori mi hanno accompagnata anche da un medico, ma credo che questo reflusso sia dovuto al mio problema con il cibo. Comunque so che i dca sono malattie che solo un dottore può dirmi di avere dopo analisi ecc, ho scritto così solo perché il nome disturbo alimentare mi sembra esattamente quello che descrive il mio problema. Non ho più fame, posso non mangiare per due giorni interi e non sentire nulla, e questo da un lato mi spaventa. Non capisco vorrei solo che i miei genitori mi lasciassero continuare mangiare così ma so che vorranno che io torni come prima. So che gli altri non mi amano per come sono esteticamente né per quanto peso, ma io mi piaccio più magra e questo è il modo per essere più magra e a me va bene. Come posso spiegare tutto questo si miei genitori senza farli preoccupare?? non voglio essere un peso
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è molto importante e merita di essere preso sul serio. Da una parte senti di “stare funzionando” (hai energie, fai sport, esci, ti piaci di più), dall’altra emergono segnali chiari che qualcosa non è in equilibrio: il pensiero costante sul cibo, il bisogno di controllo, il senso di colpa, la paura intensa di ingrassare, la perdita del ciclo da 8 mesi e anche i disturbi fisici come il reflusso.
Questi elementi sono tipici dei disturbi del comportamento alimentare: non riguardano solo il peso o l’aspetto esteriore, ma soprattutto il rapporto con il cibo, con il corpo e con il controllo. È proprio questo il punto delicato: spesso si può avere la sensazione di “stare bene” e di avere tutto sotto controllo, mentre in realtà il disturbo sta progressivamente prendendo spazio.
Il fatto che tu dica “il cibo controlla tutta la mia vita” è già un indicatore molto significativo.
Capisco molto bene anche la tua ambivalenza:
una parte di te è soddisfatta del peso e non vuole cambiare
un’altra parte è preoccupata (per il ciclo, per il fatto di non sentire più fame, per le bugie, per il rapporto con il cibo)
Questa divisione interna è molto comune nei DCA.
Rispetto ai tuoi genitori: il timore di essere “un peso” è comprensibile, ma rischia di farti rimanere sola in una situazione che invece andrebbe condivisa. Chiedere aiuto non significa pesare sugli altri, ma dare loro la possibilità di capirti e supportarti. I genitori, quando non sanno, possono sottovalutare o fraintendere; quando invece comprendono, possono diventare una risorsa importante.
Per parlarne con loro potresti partire in modo semplice e sincero, senza dover spiegare tutto subito. Ad esempio:
dire che stai vivendo un rapporto difficile con il cibo
spiegare che non si tratta solo di “voler essere magra” ma di pensieri e paure che fai fatica a gestire
condividere che ti senti in colpa a mentire e che questo ti pesa
dire che una parte di te è anche preoccupata (per il ciclo, per il corpo)
Non è necessario convincerli a “lasciarti stare”, ma piuttosto aiutarli a capire che stai vivendo qualcosa di complesso.
Un punto importante: il fatto che il ciclo sia assente da 8 mesi è un segnale medico rilevante. Anche se ora ti senti bene, il corpo sta già mostrando che è sotto stress. Nei DCA spesso le conseguenze fisiche arrivano gradualmente, non tutte insieme.
Infine, una cosa da chiarire con delicatezza: l’idea che “mangiare di più significhi riprendere subito tutti i chili” non è corretta dal punto di vista fisiologico. Queste convinzioni fanno parte del funzionamento del disturbo e alimentano la paura.
Hai già fatto un passo fondamentale: riconoscere che qualcosa non torna e parlarne. Questo è un segnale di consapevolezza, non di debolezza.
Proprio per la complessità di quello che stai vivendo, è davvero importante non affrontarlo da sola: sarebbe consigliabile parlarne con i tuoi genitori e approfondire con uno specialista esperto in disturbi del comportamento alimentare, che possa aiutarti a capire cosa sta succedendo e a proteggere sia la tua salute fisica che il tuo benessere psicologico.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, purtroppo quasi 2 mesi fa mia mamma e' morta improvvisamente per un infarto, ero a casa con lei , ad un certo punto si e' accasciata a terra, ho provato a farle il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi, hanno provato a rianimarla in tutti i modi ma invano. E' stato uno shock, ho sempre dei flashback di quella giornataccia, oltre al.dolore e tristezza della perdita di.mia mamma, vivevo ancora con lei. Sento tanto vuoto senza di lei, non ero preparata, si e' svolto tutto in maniera improvvisa, al mattino l' ho vista, mi ha detto che si sentiva stanca e le girava la testa e dopo si e' accasciata, nel giro di poco me la sono ritrovata in una bara. Ho iniziato a seguire una terapia con una psicologa e nelle ultime sedute mi ha consigliato di sentire uno psichiatra per una terapia farmacologica,in quanto per lei ottimizzerebbe la terapia che sto seguendo. Penso sempre a mia mamma e a quei momenti, ho impresso.il rumore di quando e' caduta oltre il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. Ho perso anche mio papa' qualche anno fa ma forse per lui ero psicologicamente piu' preparata essendo malato di tumore ma per mia mamma la rapidita' degli eventi non mi permette di fare i conti con il distacco.Ringrazio in anticio chi mi rispondera'. Cordiali saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
mi dispiace molto per ciò che ha vissuto: la perdita improvvisa di una persona cara, soprattutto in circostanze così traumatiche e con un coinvolgimento diretto come il suo, è un evento che può lasciare segni profondi.
Quello che descrive – i flashback, i ricordi intrusivi della scena, il senso di colpa, il vuoto e la difficoltà ad accettare quanto accaduto – è comprensibile in una situazione di lutto traumatico. Quando la morte avviene in modo improvviso e si è testimoni diretti, la mente fatica a “digerire” l’evento e può rimanere come bloccata su quei momenti, riproponendoli continuamente. Questo non significa che ci sia qualcosa che non va in lei, ma che il suo sistema psicologico sta cercando di elaborare un’esperienza estremamente intensa.
Il senso di colpa che prova è molto frequente in questi casi: si tende a pensare “avrei potuto fare di più”, “se avessi fatto diversamente…”. Tuttavia, è importante ricordare che un infarto improvviso è un evento spesso imprevedibile e che lei ha fatto ciò che era possibile fare in quel momento, attivandosi e tentando di aiutare sua madre.
Il fatto che per suo padre si sia sentita più preparata è coerente: quando c’è una malattia, anche se dolorosa, c’è un tempo psicologico per avvicinarsi alla perdita; nella morte improvvisa questo tempo manca, e l’impatto è molto più brusco.
Sta già facendo un passo molto importante seguendo un percorso psicologico. Il suggerimento della sua terapeuta di affiancare una valutazione psichiatrica non deve essere visto come qualcosa di “grave”, ma come un possibile supporto: in alcune fasi, una terapia farmacologica può aiutare a ridurre l’intensità dei sintomi (come ansia, insonnia, pensieri intrusivi), permettendo di lavorare meglio anche in psicoterapia.
In sintesi, ciò che sta vivendo rientra in una reazione comprensibile a un lutto traumatico, ma merita attenzione e cura. Continuare il percorso intrapreso e valutare anche il supporto psichiatrico può aiutarla a elaborare gradualmente il dolore e a ridurre il peso dei ricordi traumatici.
Le consiglio quindi di proseguire e approfondire con gli specialisti che la stanno seguendo, così da costruire un intervento il più possibile mirato ai suoi bisogni.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è molto intenso e comprensibilmente faticoso da sostenere. Ti trovi in una fase della vita già delicata (studio, ricerca di lavoro, definizione della tua strada), a cui si sommano dinamiche familiari dolorose e dei lutti recenti: è davvero tanto per una sola persona.
Le parole di tuo padre, in particolare, possono avere un impatto molto profondo. Sentirsi giudicati, svalutati o definiti “un fallimento” da una figura genitoriale mina l’autostima e può portare proprio a quelle sensazioni che descrivi: vuoto, impotenza, senso di inutilità. Il confronto con tuo fratello e il sentirti “la pecora nera” rafforzano ulteriormente questa ferita. È importante dirlo chiaramente: il tuo valore come persona non è definito né dai tempi universitari né dalle difficoltà lavorative, e nemmeno dal giudizio di un genitore.
Anche il “silenzio punitivo” è una forma di comunicazione molto dolorosa, perché crea distanza e può farti sentire rifiutata o invisibile. Questo tipo di dinamiche familiari, se protratte, possono contribuire allo sviluppo o al mantenimento di ansia e attacchi di panico.
In più, i lutti ravvicinati che hai vissuto possono aver inciso profondamente sul tuo equilibrio emotivo. Il dolore non elaborato spesso si manifesta proprio con chiusura, ansia, senso di vuoto e difficoltà a gestire le emozioni.
Quello che stai provando (ansia costante, panico, senso di vuoto, blocco) è un segnale importante: il tuo sistema emotivo è sovraccarico e ha bisogno di essere ascoltato e sostenuto, non giudicato.
Alcuni piccoli spunti che possono aiutarti nell’immediato:
prova a distinguere la tua voce interiore da quella critica che hai interiorizzato (spesso simile a quella di tuo padre)
cerca di ritagliarti spazi in cui puoi sentirti al sicuro (anche piccoli momenti solo per te)
quando arriva l’ansia, lavora sul respiro lento e profondo per riportare il corpo a uno stato di calma
non isolarti completamente: anche una sola persona di fiducia può fare la differenza
Detto questo, la complessità e la profondità di ciò che stai vivendo meritano uno spazio protetto in cui poter elaborare tutto questo: il rapporto con tuo padre, i lutti, l’ansia e il senso di vuoto. Un percorso psicologico può aiutarti a ricostruire autostima, trovare strumenti concreti per gestire l’ansia e ridefinire il tuo valore al di là dei giudizi esterni.
Ti consiglierei quindi di approfondire con uno specialista, che possa accompagnarti in questo momento così delicato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Ho bisogno di aiuto, lo so
Ho 48 anni, una famiglia stupenda, nella sua complessità, ma una sorella di quasi tre anni più di me, che ha sempre avuto dei problemi, problemi dai quali mi sono fatta inizialmente peso, fino a farmene schiacciare
Nel tempo, fin da bambina , mi confessava i sui incubi, le sue paure, i suoi pensieri disturbati e io non so perché lo dicesse a me: ero piccola, avevo appena 7 o forse 9 anni e non sapevo cosa fare.
Sono sempre stata, tuttavia, conscia nonostante la mia età delle gravi difficoltà della mia famiglia ( ho un fratello con una lieve forma di autismo), in tutto siamo 5 figli, di cui io la quarta e la piccolina è nata 12 anni dopo di me ( una gioia e una svolta positiva nella mia famiglia)
Insomma, sono sempre stata molto pensierosa, seppure aperta e spigliata, mentre mia sorella, in apparenza ribelle, era sempre triste e in allarme,
Mi raccontava i suoi incubi ... ma nella quotidianità abbiamo vissuto un'infanzia molto allegra e felice, sempre legati tra do noi, complici mamma ( lei di più) e papà che comunque ha sempre avuto un pessimo carattere ( urlava spesso in casa, ogno occasione era buona, ma con noi era premuroso e affettuoros, fose una figure genotoriale un po debole
Vivendo in un paesino ci conoscevamo tutti: io andavo sempre dal dottore perché avevo sempre mal di pancia e lui diventò il mio confidente...gli chiedevo perché si hanno incubi e lui mi rispondeva con gioco, come si fa con i bambini
Mi voleva molto bene
Crescendo sono cresciuti i problemi di Nina: oramai andavamo alle suoeriori e prendevamo il bus, spesso lei marinava la scuola, ma qundo non rivava amici, mi obbligava a farle compagnia, fino a che non arrivava il suo ragazzo e mi lasciava sola.
MI obbligava a pagarla per uscire con le sue amiche, ma poi dopo il ricatto, mi lasciava a casa
Inizialmente stava diventando per me irraggiungibile e una sorta di figura dalla quale chiedevo attenzione e crescendo ho iniziato a sentirmi sua complice, ma spesso ne soffrivo e la notte sognavo una vita diversa e mi immaginavo grande , bella, libera, perché io non mi sentivo me, ma in funzione altrui
C'era anche mio fratello che aveva tante crisi e io non riuscivo a dormire...
la sera fino a che tutti non erano a letto, sereni, io non chiudevo occhio.
Quando Nina faceva il 5 anno del liceo, pretendeva di andare in gita, ma mio padre non era d'accordo e dopo infinite lotte, mi disse ' se non mi manda mi prendo i tranquillanti di Luigi ( mio fratello)
Lo fece davvero
Mi sentii colpevole quando la mattina faticava a svegliarsi e quando venne il 'mio ' dottore disse, ma che ha... io confessai la sua confidenza, ma MAI avrei pensato dicesse sul serio
Da quel giorno ho iniziato ad odiarla per ciò che aveva fatto e a sentirmi sua custode, a temere che lo rifacesse e quindi la adulavo in tutto e mi poteva chieder tutto io lo avrei fatto
QUando va all'università cade nell'anoressia: non si sapeva bene ai tempi consa fosse, comprai un libricino per capire a capii, andai dal mio medico, ma lui disse di stare tranquilla.. Nei finse settimana tornava sempre piu magra, tutti lo vedevamo, ma nessuno parlava. MI ha resa comlice chiedendomi di dire che aveva mangiato poco prima e che stava bene
Lunedì ripartiva e io ero felice, quando tornava stavo male. Dopo due anni toccò a me la scelta Università e i miei tacitamente mi hanno mandata li. da lei ( sarebbe sttao più facile) io sapevo che stavo andando al patibolo con i mei piedi,. HO SMESSO DI VIVERE- io magrissima sono diventata enorme, mangiavo al posto suo, la coprivo, poi la facevo uscire,,, insomma quando ho avuto la lucidità di cose facesse la invogliavo a reagire, che non lo avrei detto a nessuno, ma lei mi diceva che non potevo lasciarla sola e mi offre un patto ' se resti a casa tutto il giorno io mangoo, puoi uscire SOLO 2 ore senza di me- se vai all'università , dai collegi o dal tuo fidanzato ( ne avevo uno) fai tu, ma SOLO 2 ore o non mangio ( per me non mangio era muoio)- Lo feci
La mia prigionia
Alla fine lasciai anche quel ragazzo
Scrivevo, non studiavo più, mi odiavo
Un giorno trova una mia lettera e mi dice ' oddio ti senti in prigione.. basta sei libera'- Io mi sentii debitrice, ma anche in colpa e inizia a parlare del sui problema con alcuni amici... iniziamo a fare volantinaggio, invece di studiare, la porto da uno psicanalista... tutto stava migliorando... pensavo... ce la fa
Invece poi scopro l'inganno.. non andava.. e si teneva i soldi che io guadagnavo cpn il volantinaggio ( che facevo anche per permetterle le sedute)- poi conobbe un tizio che si drogava e la sera spero la trovavo così---- ho iniziato a ragionare e a capire cosa fare: all'ennesima crisi chiamo l'ambulanza , chiamo i miei genitori ' venite a prendervi vostra figlia io non ce la faccio più' - Vidi per la prima volta mio padre piangere
Me ne andai enegli anni non mi sembrava vero ERO FINALMENTE LIBERA! come avevo sempre sognato
Lei la fece curare mia mamma in una clinica, con anni di terapia insieme- LA MAMMA
Per un po la dimenticai... non ricordo bene quegli anni se non con me stessa e la mia nuova vita, che piano piano è iniziata a Roma, ma nel tempo la situazione si à ricreata, ogni due anni circa mi chiama ( che ora) , matrimonio, divorzio, attacchi di panico, lavoro, vaccini figlio, solitudine, rapimenti... cambiati gli attori resta lei e io: ogni chiamata io in panico a rivivere quegli anni, ma corro la salvo, ogni volta e ristabiliti gli equilibri, torno a roma ( mio unico luogo e rifugio)
Ogni due anni le frasi ' mi hai abbandonata, tu sei felice, io sono sola' ricorrono
Oggi vive a Mantova, ha un figlio, divorziata, sola per scelta- da un anno suo figlio è scoppiato. non va piu a scuola e lei è segregata in casa con lui
A Mantova ci stanno i miei fratelli con bambini, ma le non li vuole, chiama me, esige da me, altera silenzi punitivi a richieste ' tipo trasferisciti qua'
Nel tempo ho scelto di darmi dei limiti, nonostante momenti simbiotici, attacchi di ansia, sostituzione
Ho fatto il possibile e lucidamente le ho proposto strutture adeguate ( oltre ai servizi che la seguono ahimè e per fortuna) , psicoterapia e di più per lei, pagando tutto io. trascorro molto tempo con mio nipote, ma a lei non basta, si richiude e se non faccio come dice lei mi taglia fuori
( la mia famiglia c'è , il neuropsichiatra per lei e il bimbo c'é, tutto fatto e attivato)
ma io mi sento in colpa, non vivo da quanto è arrivato tutto ciiò, se vado li parlo e risolvo, se resto.a acasa mia e passeggio e lavoro e sono serena, mi sento in colpa
Io sono single, non ho figli per scelta, ho deciso di affrontare il problema di essere sempre e solo per gli altri- per me non sono stata mai, se non quando il mio ex è andato via perché la madre di suo figlio e suo figlio passavano ciò che ho descritto.
ora lo capisco
non aveva scampo
io sono lui e mia sorelle è la sua ex
Ora mi chiedo ' quanto le mie preoccupazioni sono frutto di realtà o le ingiganstico? Forse lei sa fare e fa e se non me lo racconta non significa nulla. A volte mi chiedo se è lei ad essere richiestiva o se sono io che ormai mi do un senso solo da sorella sua e non da Chiara e basta
DOve sono io?
Chiara
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Chiara,
la sua storia è molto intensa e, soprattutto, molto chiara nel mostrare un filo conduttore che attraversa tutta la sua vita: fin da bambina si è trovata a occupare un ruolo che non era il suo, quello di “contenitore” delle difficoltà altrui, in particolare di sua sorella. Questo tipo di dinamica viene spesso definito parentificazione: un bambino che, invece di essere accudito, diventa lui stesso una figura di riferimento emotivo.
Lei non ha scelto quel ruolo, ma ci è entrata molto presto, senza strumenti per difendersi. E da allora si è strutturato un meccanismo profondo: sentirsi responsabile del benessere dell’altro, fino a mettere in secondo piano (o annullare) i propri bisogni.
Alcuni aspetti che emergono con forza dal suo racconto:
Senso di responsabilità eccessivo: vive le difficoltà di sua sorella come se dipendessero da lei o come se fosse suo compito risolverle.
Senso di colpa quando si prende spazio per sé: anche nei momenti in cui sta bene, compare l’idea di “non meritarlo” o di stare trascurando qualcuno.
Dinamica relazionale ripetitiva: sua sorella continua a coinvolgerla in un rapporto fatto di richieste, colpevolizzazioni e alternanza tra vicinanza e ritiro, e lei si sente richiamata dentro questo schema.
Difficoltà a riconoscere i propri confini: sa razionalmente di aver fatto moltissimo (anche più del dovuto), ma emotivamente fatica a legittimarsi nel dire “basta così”.
La domanda che lei si pone è molto importante:
“Sono io che ingigantisco o è lei che chiede troppo?”
La risposta più utile non è scegliere una delle due, ma integrare:
sua sorella ha sicuramente fragilità importanti e modalità relazionali molto richiedenti, ma il punto centrale è che lei ha imparato a rispondere a queste richieste andando oltre i suoi limiti, fino a perdere il contatto con sé stessa.
Quando chiede: “Dove sono io?”, sta toccando il cuore del problema.
Lei c’è, ma è rimasta a lungo in secondo piano. Ogni volta che prova a riemergere (quando lavora, passeggia, sta bene), viene subito “richiamata” dal senso di colpa, che è il vero meccanismo da comprendere e trasformare.
Un passaggio fondamentale è questo:
prendersi cura di sé non significa abbandonare sua sorella.
Significa uscire da una posizione che, tra l’altro, non aiuta davvero neanche lei, perché la mantiene in una dipendenza relazionale.
Lei ha già fatto molto: ha attivato servizi, ha proposto percorsi, ha sostenuto economicamente e affettivamente. Questo è ciò che spetta a una sorella. Il resto — cioè “salvarla”, sostituirsi, sacrificarsi — non le compete.
Imparare a mettere dei confini più stabili le permetterà, paradossalmente, di avere una relazione più sana anche con lei.
Il senso di colpa che prova quando sta bene non è un segnale che sta sbagliando, ma un’abitudine emotiva costruita negli anni, che può essere compresa e modificata.
Per questo motivo, il suo è un percorso che merita uno spazio tutto suo, in cui poter lavorare su:
identità personale (“Chiara e basta”, come scrive lei)
confini relazionali
senso di colpa e responsabilità
dinamiche affettive apprese nell’infanzia
Le suggerisco davvero di approfondire questi aspetti con uno specialista, perché ha già fatto un grande lavoro di consapevolezza, ma ora serve uno spazio protetto in cui trasformarlo.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, sono un uomo di 41 anni e da 13 anni sto con una donna di 10 anni più piccola. Abbiamo litigato di rado e per anni tutto è andato bene, ma negli ultimi 4 anni tra di noi è cambiato molto il rapporto, cosa che lei non pensa sia avvenuta. Ogni mia proposta di fare qualcosa insieme è sistematicamente rifiutata, lei esce poco di casa, non si cura come prima, e non ha obiettivi nella vita. Avevano deciso di andare a vivere insieme, ma sua mamma ha accusato un malore, e da quel giorno tutto si è fermato. Io sto male, oltretutto la vita sessuale da 4 anni è quasi assente, mi sento inutile e parlare con lei non serve a nulla. Non chiedo che cambi completamente, ma talvolta un compromesso non farebbe male. Sto pensando di lasciarla ma ho paura di un futuro da solo, non so più che fare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, da quello che racconta emerge una situazione che, nel tempo, è diventata per lei molto faticosa e dolorosa. È comprensibile sentirsi confusi e bloccati quando un rapporto che per anni è stato soddisfacente cambia così profondamente, soprattutto se dall’altra parte non c’è la stessa percezione del cambiamento.
Ci sono alcuni aspetti importanti da considerare. Il primo riguarda la sua compagna: i cambiamenti che descrive (ritiro sociale, minore cura di sé, mancanza di obiettivi, calo del desiderio) potrebbero essere segnali di un disagio emotivo o psicologico, magari legato anche all’evento che cita (il malore della madre), che sembra aver rappresentato uno spartiacque. Tuttavia, se lei non riconosce il problema, diventa difficile costruire insieme un cambiamento.
Il secondo aspetto riguarda lei: il sentirsi “inutile”, non visto e non ascoltato nella relazione è un segnale importante. Una relazione sana si basa su reciprocità, condivisione e disponibilità al dialogo. Se ogni suo tentativo di proporre attività o di confrontarsi viene rifiutato, è naturale che si generino frustrazione, solitudine e anche dubbi sul futuro.
Rispetto al dubbio se lasciare o meno la relazione, è importante distinguere tra la paura della solitudine e il reale desiderio di continuare questo rapporto. Restare solo per paura spesso porta a prolungare una situazione che non fa stare bene. Allo stesso tempo, una decisione così importante merita di essere presa con consapevolezza, non sull’onda della sofferenza del momento.
Potrebbe essere utile provare un ultimo tentativo di comunicazione, esprimendo in modo chiaro e diretto come si sente e quali sono i suoi bisogni, magari proponendo anche un percorso di coppia. Se però l’altra persona non è disponibile ad aprirsi o a mettersi in discussione, è importante che lei inizi a chiedersi cosa è disposto ad accettare e cosa no in una relazione.
In ogni caso, la difficoltà che sta vivendo merita uno spazio di ascolto e di riflessione più approfondito, che possa aiutarla a chiarire i suoi bisogni e a prendere una decisione più serena e consapevole. Per questo motivo, le consiglierei di approfondire con uno specialista.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è un quadro abbastanza frequente in adolescenza, soprattutto quando un ragazzo ha una forte sensibilità al giudizio dei pari e costruisce parte della propria identità sul “ruolo” che sente di dover ricoprire nel gruppo.
Da ciò che racconta emergono alcuni elementi importanti: Diego è un ragazzo con buone risorse personali (dolcezza, gentilezza, capacità relazionali), ma in questo momento sembra aver sviluppato una convinzione interna del tipo “valgo se faccio ridere / se intrattengo gli altri”. Quando questa strategia non funziona o non viene riconosciuta dal gruppo, può sentirsi escluso e reagire aumentando le “performance”, fino anche a comportamenti impulsivi o fuori contesto (come la nota disciplinare).
In questi casi non è tanto il “fare il clown” il problema in sé, quanto il significato che il ragazzo attribuisce a quel comportamento: la sua autostima sembra diventare dipendente dall’approvazione esterna. Questo, nel tempo, può effettivamente esporlo a insicurezza, ansia sociale o difficoltà nel costruire un senso di valore stabile.
Il fatto che in passato siano stati esclusi quadri come l’ADHD e che a scuola primaria la situazione fosse più serena, suggerisce che oggi il tema sia più legato alla dimensione relazionale e adolescenziale (appartenenza al gruppo, dinamiche tra pari, identità), piuttosto che a un disturbo di base dell’attenzione o del comportamento.
Cosa può essere utile fare:
continuare a mantenere uno spazio di dialogo aperto, come già state facendo, ma senza “correggere subito” il suo bisogno di essere accettato; piuttosto aiutarlo a riconoscerlo e nominarlo;
rinforzare attivamente il suo valore “non performativo” (cioè chi è, non cosa fa per piacere agli altri);
aiutarlo a distinguere tra essere accettato ed essere sempre approvato, che non coincidono;
osservare se ci sono contesti alternativi (sport, attività, gruppi diversi) in cui possa sentirsi riconosciuto senza dover assumere il ruolo del “simpatico a tutti i costi”;
evitare, per quanto possibile, che il comportamento venga rinforzato solo quando “fa ridere”, perché questo rischia di consolidare il meccanismo.
Detto questo, quando un ragazzo mostra una forte dipendenza dal riconoscimento esterno e una sofferenza legata all’appartenenza al gruppo, può essere molto utile un approfondimento con uno psicologo dell’età evolutiva o uno psicoterapeuta dell’adolescenza. Un percorso mirato può aiutarlo a costruire un’identità più solida e a sviluppare strategie relazionali più flessibili e meno faticose.
È quindi consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, così da offrire a Diego uno spazio dedicato in cui poter elaborare queste dinamiche in modo più strutturato e protetto.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge un rapporto con il cibo che non riguarda soltanto l’alimentazione in sé, ma soprattutto la funzione emotiva che il cibo ha assunto nel tempo.
Il fatto che fin da bambina viva un’alternanza tra desiderio e repulsione, e che le diete abbiano funzionato solo nel breve periodo per poi essere “vanificate” una volta terminata la restrizione, è un elemento molto comune in chi sviluppa un rapporto conflittuale con il cibo. In questi casi, il problema non è la mancanza di volontà o di conoscenze pratiche, ma un meccanismo più profondo: il cibo diventa una forma di regolazione emotiva. Può assumere il ruolo di conforto, controllo, compensazione o scarico di tensioni interne.
Quando si entra in questo tipo di circolo vizioso, più si tenta di controllare rigidamente l’alimentazione, più aumenta la pressione interna e, di conseguenza, il rischio di perdita di controllo successiva. È proprio questo alternarsi tra restrizione e “compensazione” che mantiene il problema attivo.
Il punto centrale che lei coglie molto bene è importante: non è sufficiente lavorare solo sul piano “pratico” (diete, schemi alimentari), ma è necessario intervenire sul piano emotivo e relazionale con il cibo. Questo significa esplorare:
quali emozioni si attivano prima degli episodi di perdita di controllo o di restrizione
quale funzione ha il cibo (regolazione emotiva, sicurezza, gratificazione, anestesia emotiva)
quali schemi interni di autocritica, controllo o privazione si attivano nel tempo
come costruire strategie alternative di gestione emotiva più stabili e sostenibili
In un percorso psicologico mirato, si lavora proprio per interrompere questo automatismo tra emozione e comportamento alimentare, aiutando la persona a recuperare una maggiore consapevolezza dei propri stati interni e a sviluppare modalità di autoregolazione più efficaci e meno punitive.
In questi casi può essere utile un intervento psicoterapeutico orientato ai disturbi del comportamento alimentare o alla regolazione emotiva, eventualmente integrato con un supporto nutrizionale non restrittivo, in modo da evitare il rischio del “ciclo dieta–ricaduta”.
È importante sottolineare che non si tratta di eliminare il cibo come fonte di piacere in modo rigido, ma di trasformare progressivamente il rapporto con esso, affinché non sia più l’unico strumento disponibile per gestire le emozioni.
Vista la complessità e la persistenza della difficoltà descritta, è consigliabile approfondire con uno specialista che possa accompagnarla in un lavoro strutturato e personalizzato.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno. A ottobre 2025 sono stato sottoposto a trattamento rezum, fortemente caldeggiato dagli urologi, con la promessa che non avrei avuto conseguenze sull'eiaculazione. Invece ho totale assenza eiaculatoria. LA cosa, che è costantemente sottovalutata, crea una immensa sofferenza psicologica, addirittura identitaria, in quanto io sono io e non voglio diventare un altro. Quindi rifiuto ogni consiglio su come fare a rassegnarmi alla nuova condizione, assolutamente insoddisfacente. Mi chiedo francamente, perchè la sofferenza maschile sia sempre banalizzata. Se si facesse qualcosa di simile alle donne, per prolasso, per endometriosi o altro, ci sarebbe -giustamente- un esercito di femministe pronto a scendere sul piede di guerra. Ma vabbè. Piuttosto vorrei sapere se ci sono sistemi per evitare il tormento post orgasmico da eiaculazione retrograda, come il nervoso fortissimo che prende, al posto del senso di pace (viene voglia di rompere qualcosa) e lo stimolo imperioso a urinare. Doversi alzare, incavolato nero, per giunta per urinare due o tre volte, è davvero un tormento. Grazie. Per favore, questa volta senza frottole. Gli urologi me ne hanno raccontate abbastanza!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive merita di essere preso sul serio e non banalizzato. La perdita dell’eiaculazione dopo un intervento come il Rezum può avere un impatto psicologico molto profondo, non solo sulla sessualità ma anche sul senso di identità, continuità personale e percezione di sé come uomo. Per molte persone non si tratta affatto di un “dettaglio tecnico”, ma di una modifica vissuta come invasiva e dolorosa. È comprensibile quindi che lei provi rabbia, frustrazione, senso di tradimento e anche rifiuto verso l’idea di “doversi semplicemente abituare”.
Dal punto di vista fisiologico, i sintomi che descrive — nervosismo intenso post-orgasmico, irritabilità marcata, sensazione di mancato appagamento e bisogno urgente di urinare — possono comparire quando l’orgasmo non è accompagnato dalla normale emissione del liquido seminale o quando è presente eiaculazione retrograda. Alcuni uomini riferiscono proprio una sensazione di “circuito interrotto”: il corpo arriva all’orgasmo ma manca quella componente di scarica e rilassamento che prima produceva benessere e distensione.
Il bisogno di urinare dopo l’orgasmo, in questi casi, è spesso legato al fatto che il liquido seminale viene convogliato in vescica; inoltre la contrazione muscolare pelvica e l’attivazione neurovegetativa possono lasciare una sensazione di tensione invece che di rilascio. Non è “nella sua testa”, né un capriccio.
Purtroppo non esiste una soluzione universale, ma ci sono alcuni aspetti che possono essere valutati:
verificare con un andrologo/urologo esperto in sessualità maschile se si tratti di assenza eiaculatoria completa o di eiaculazione retrograda;
valutare eventuali terapie farmacologiche che, in alcuni casi selezionati, possono migliorare la chiusura del collo vescicale;
lavorare sulla componente neurovegetativa e tensiva che accompagna l’orgasmo, perché il sistema nervoso può “associarsi” nel tempo a frustrazione, rabbia e iperattivazione;
affrontare anche il vissuto traumatico legato all’intervento e alla percezione di non essere stati adeguatamente informati. Questo aspetto spesso viene trascurato, ma può amplificare enormemente la sofferenza post-orgasmica.
È importante però chiarire una cosa: elaborare psicologicamente ciò che è accaduto non significa “rassegnarsi” o negare il danno percepito. Significa piuttosto dare uno spazio serio e competente a una sofferenza che sta incidendo sulla qualità della vita, sul corpo e sull’identità.
Le consiglierei quindi di approfondire sia con un andrologo esperto in sessuologia maschile sia con uno psicoterapeuta/sessuologo che abbia esperienza nel lavoro con le conseguenze psicologiche dei cambiamenti corporei e sessuali post-intervento.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da circa qualche mese, abbiamo 22 anni di differenza, stavamo insieme da 3 anni circa, diciamo che da circa inizio anno ho iniziato a risentire un mio amico con cui mi frequentavo a distanza diciamo circa prima del mio ex, con lui mi sono sempre sfogata, sentita capita e forse questo, che non trovavo nel mio ex, mi ha fatto avvicinare a lui, e tutt'ora ho un non so quale sentimento nei suoi confronti, con lui oltretutto ci dobbiamo rivedere in questi giorni, dopo esserci visto un mese fa già, in amicizia anche se c'è stato qualche bacio. Inoltre però col mio ex ci continuavamo a vedere perché io non riuscivo a distaccarmi, a lasciarlo andare, nonostante continuassi a non vedere cambiamenti da parte sua, nonostante continuassimo a discutere, a vedere cose che non mi stavano bene..con questo amico ora mi devo rivedere ma ho paura, perché in questo periodo ho di nuovo riprovato qualcosa per lui, ma è come se andassi a periodi, non so come sentirmi, come riconoscere ciò che provo..mi piace ma allo stesso tempo voglio essere libera o comunque ho paura che poi ci sono atteggiamenti o comportamenti anche banali che non mi piacciono..quindi ritorno sui miei passi e non mi piace più, ma è ovvio che se lo vedo magari vorrei baciarlo, parlare, stare insieme ecc..mi spaventa questo perché non so come riconoscere il tutto, cosa fare, lasciare che le cose vadano da se e vedere come va oppure cosa? non riesco a dare un nome a tutto ciò, a come mi sento...a cosa provo, ho paura di non so neanche cosa, di vederlo e non sapere cosa fare per paura..non lo so
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che descrivi è una situazione emotivamente molto comune dopo una relazione importante e lunga, soprattutto quando c’è ancora un legame “attivo” con l’ex e contemporaneamente si riattiva un’altra persona significativa del passato.
Da ciò che racconti emergono alcuni elementi chiave:
1. Ambivalenza emotiva
È come se tu oscillassi tra più poli: desiderio di vicinanza, attrazione, bisogno di contatto e, allo stesso tempo, paura, dubbio e necessità di libertà. Questa alternanza non significa “non sapere cosa vuoi”, ma spesso indica che dentro di te convivono bisogni diversi non ancora integrati.
2. Legame non chiuso con l’ex
Il fatto che continuiate a vedervi nonostante le difficoltà e la mancanza di cambiamenti può rendere più difficile elaborare la separazione. Quando una relazione non è davvero conclusa emotivamente, lo spazio interno per qualcosa di nuovo resta “instabile”.
3. Il ruolo dell’amico
Questa persona sembra rappresentare per te soprattutto ascolto, comprensione e validazione emotiva. Elementi che, a quanto dici, ti sono mancati nella relazione precedente. È importante però distinguere tra:
il bisogno di essere capita e accolta
il sentimento reale verso la persona
A volte, in fasi di transizione, l’attrazione si mescola al bisogno di sicurezza emotiva.
4. La paura che descrivi
Non è tanto paura “di lui”, ma paura di:
sbagliare scelta
perdere controllo sulle emozioni
soffrire o ripetere dinamiche già vissute
Quando c’è questa attivazione emotiva, è facile passare da “mi piace” a “non sono sicura” in modo rapido.
Cosa può aiutarti concretamente
Non forzare una definizione immediata di ciò che provi. Le emozioni, in questa fase, possono essere fluide e contraddittorie.
Separare i piani: chiederti non solo “cosa provo?”, ma anche “come sto quando sono con lui?”, “mi sento libera o in ansia?”, “mi sento coerente con me stessa?”
Andare con gradualità nei comportamenti: rivederlo non implica dover decidere subito una direzione o vivere subito una relazione.
Osservare i tuoi schemi: quando ti avvicini e poi ti allontani, cosa si attiva dentro di te? paura, delusione, aspettative?
Darti tempo senza pressioni decisionali immediate.
In sintesi, non è necessario “dare un nome preciso” subito a ciò che provi: spesso le emozioni si chiariscono solo nel tempo e attraverso l’esperienza, soprattutto quando si esce da una relazione importante e ancora non completamente elaborata.
Per la complessità del vissuto emotivo e relazionale che descrivi, è comunque consigliabile approfondire con uno specialista, così da poter dare ordine ai vissuti e comprendere meglio i tuoi bisogni affettivi e i tuoi schemi relazionali.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
È un periodo che mi masturbo almeno una volta al giorno. Spero sia normale poiché da poco mi sono separato dalla mia compagna. Non mi era mai capitato una frequenza così . Spero sia normale
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive può rientrare in una reazione del tutto comprensibile dopo una separazione affettiva. La masturbazione, infatti, non è legata solo al desiderio sessuale, ma può avere anche una funzione di regolazione emotiva: può aiutare a scaricare tensione, stress, solitudine, tristezza o bisogno di conforto in un momento delicato della vita.
La frequenza, di per sé, non definisce un problema. Masturbarsi una volta al giorno non è automaticamente eccessivo né patologico, soprattutto se questo comportamento non interferisce con il lavoro, le relazioni sociali, il sonno o il benessere psicologico generale. Dopo una separazione è abbastanza comune osservare cambiamenti temporanei nella sessualità, sia in aumento sia in diminuzione.
Diventa importante prestare attenzione soprattutto a come lei vive questa esperienza:
sente che è una scelta libera oppure un impulso difficile da controllare?
le procura sollievo momentaneo o successivamente senso di colpa, disagio o frustrazione?
sta diventando l’unico modo per gestire emozioni difficili?
Se il comportamento dovesse aumentare ulteriormente, diventare compulsivo o creare sofferenza, potrebbe essere utile approfondire il significato emotivo di ciò che sta vivendo, anche perché la separazione rappresenta spesso un evento emotivamente intenso che può influire sull’equilibrio personale e relazionale.
Per questo motivo, se il dubbio o il disagio dovessero persistere, è consigliabile confrontarsi con uno specialista per approfondire la situazione in modo sereno e senza giudizio.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno. La mia ragazza ha sognato di fare del sesso o di strusciarsi (lei dice che era strusciarsi) con un altro ragazzo (è capitato mentre dormiva accanto a me nella realtà, viviamo insieme) il ragazzo del sogno era un ragazzo che ha sempre reputato bello è una cosa normale secondo te? , poi al risveglio lo ha confessato. E si è svegliata perché aveva un capello davanti agli occhi. Me ne sono accorto perché muoveva il bacino velocemente e aveva un respiro accelerato.
Cosa vuol dire tutto ciò? Che desidera lui? Che lo farebbe o vorrebbe farlo con lui?
Vi ringrazio in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione che, comprensibilmente, può generare dubbi e insicurezza, ma che nella maggior parte dei casi ha spiegazioni molto meno “letterali” di quanto possa sembrare.
Innanzitutto, i sogni a contenuto sessuale sono estremamente comuni e non vanno interpretati in modo diretto come desideri reali o intenzioni consapevoli. Durante il sonno, soprattutto nella fase REM, il cervello rielabora immagini, emozioni, ricordi e stimoli anche casuali. Il fatto che nel sogno fosse presente una persona che la sua ragazza considera semplicemente attraente rientra nella normale attività mentale: riconosciamo inconsciamente la “bellezza” o alcune caratteristiche delle persone senza che questo implichi un desiderio di agire nella realtà.
Inoltre, i movimenti corporei e il respiro accelerato che lei ha notato possono rientrare in fenomeni fisiologici del sonno REM, dove il corpo può reagire agli stimoli del sogno. Non è raro che ci siano piccoli movimenti, cambiamenti del respiro o espressioni corporee coerenti con ciò che si sta sognando.
È importante sottolineare che un sogno non è una prova di desiderio né di intenzione. Non significa automaticamente che la persona “voglia farlo” o che abbia un interesse reale verso quel ragazzo. Il mondo onirico è spesso simbolico, casuale e non sempre coerente con la vita affettiva e relazionale reale.
Più delicato, invece, è l’aspetto emotivo della situazione: il fatto che lei si sia sentito turbato o in allerta è comprensibile, ma può essere utile non trasformare questo episodio in una lettura “definitiva” della relazione o della fedeltà.
Quando episodi di questo tipo generano dubbi, gelosia o pensieri ricorrenti, può essere utile esplorarli più a fondo, soprattutto per comprendere cosa attivano emotivamente nella coppia e a livello personale.
Per questo motivo, se la situazione continua a creare disagio o interrogativi, è consigliabile approfondire con uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, non so se questo sia il luogo giusto per avere una risposta, intanto ringrazio per la disponibilità.
Un anno fa sono stata operata di tumore alla gamba, al momento porto un tutore poiché ho perso la sensibilità al piede.
Mio marito ha alternato momenti un cui mi è stato vicino a momenti di freddezza e nervosismo, anche quando sono tornata a casa dopo 2 mesi di ospedale.
Non abbiamo rapporti completi da quasi 2 anni e lui mi ripete che non se la sente per ora per la mia gamba e perché dice di non essere in forma.
A me sembra strano tutto ciò, nel senso cbe potevo capire un anno fa ma ora non capisco perché non cerchi un momento per noi.
Avrei bisogno di un vostro parere grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per aver condiviso una situazione così delicata.
Quello che descrive è comprensibilmente fonte di sofferenza e confusione. Dopo un evento importante come un intervento oncologico, non sono solo il corpo ma anche gli equilibri emotivi e relazionali della coppia a subire un forte impatto. È possibile che suo marito abbia vissuto (e stia ancora vivendo) la malattia con paura, difficoltà a gestire le emozioni o anche un senso di impotenza, che talvolta possono manifestarsi con distanza, freddezza o evitamento, anche sul piano dell’intimità.
D’altra parte, il suo bisogno di vicinanza, di sentirsi desiderata e di ritrovare uno spazio di coppia è assolutamente legittimo. Il fatto che siano passati due anni senza rapporti completi e che lui continui a rimandare può indicare che ci sia qualcosa di più profondo da comprendere: potrebbe trattarsi di un disagio personale di suo marito (anche legato alla sua percezione del corpo, alla sessualità o a eventuali difficoltà personali), oppure di una difficoltà comunicativa tra voi che si è instaurata nel tempo.
In questi casi è importante evitare di rimanere nel dubbio o nelle interpretazioni solitarie. Un confronto aperto, in un momento tranquillo, può essere un primo passo utile per esprimere i suoi bisogni e ascoltare davvero i vissuti di suo marito, senza giudizio reciproco. Tuttavia, quando il dialogo risulta difficile o non porta a cambiamenti, può essere molto utile un supporto esterno.
Un percorso psicologico o di coppia può aiutarvi a comprendere meglio cosa sta accadendo tra voi, a rielaborare l’esperienza della malattia e a ritrovare una dimensione di intimità più serena e condivisa.
Le consiglierei quindi di approfondire la situazione con uno specialista, eventualmente anche insieme a suo marito.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.
Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.
Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.
Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.
La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
(scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive è un legame che, al di là delle etichette, aveva assunto caratteristiche molto profonde: quotidianità, condivisione emotiva, sostegno reciproco, desiderio, progettualità implicita. Non stupisce quindi che oggi lei viva questa chiusura come un vero e proprio lutto relazionale, perché non sta perdendo solo una componente romantica o sessuale, ma anche una figura di riferimento emotivo e una connessione che le dava senso, vicinanza e riconoscimento.
Da ciò che racconta, il rapporto appare autentico da entrambe le parti. Lui probabilmente non ha mentito quando le diceva di sentirsi molto legato a lei. Tuttavia, autenticità del sentimento e capacità di trasformarlo in una scelta concreta non sempre coincidono. Alcune persone riescono a vivere intensamente una relazione parallela sul piano emotivo, ma poi si fermano davanti alle implicazioni reali di un cambiamento di vita: separarsi, ridefinire la propria identità, affrontare il giudizio sociale, assumersi il rischio del futuro.
Le motivazioni che le ha dato sembrano contenere elementi sia affettivi sia difensivi. Quando dice di sentirsi “deluso da se stesso”, probabilmente emerge un conflitto interno importante: il desiderio di stare con lei da una parte e il bisogno di rimanere coerente con la propria vita attuale dall’altra. Anche il tema dell’età potrebbe essere reale, ma può anche rappresentare un modo per razionalizzare una paura più profonda: quella di non sentirsi pronto a rompere equilibri consolidati.
Lei, invece, mi sembra abbia vissuto questa relazione con una notevole lucidità emotiva. È significativo che non gli abbia chiesto di lasciare la compagna, ma che desiderasse semplicemente una situazione più libera e paritaria. Questo racconta un investimento affettivo maturo, non impulsivo o idealizzato. Allo stesso tempo, però, è importante riconoscere che in questi rapporti “sospesi” spesso si crea una forte intensità proprio perché manca una vera quotidianità condivisa. L’attesa, la mancanza, gli spazi ritagliati, le telefonate serali: tutto questo può amplificare il senso di unicità del legame.
Il dolore che sente ora è comprensibile anche perché la chiusura è stata improvvisa e non realmente desiderata da lei. Quando una relazione finisce senza che vi sia stato un graduale distacco emotivo, la mente tende a restare piena di domande: “E se avessimo avuto più tempo?”, “E se fosse stato libero?”, “E se avesse avuto più coraggio?”. Sono interrogativi umani, ma spesso senza risposta certa.
In questo momento credo sia importante non svalutare ciò che ha vissuto né svalutare se stessa pensando di essere stata “solo una parentesi”. Un rapporto può essere vero anche se non arriva a diventare una relazione ufficiale o stabile. La verità emotiva di ciò che avete condiviso non viene cancellata dalla scelta finale di lui.
Allo stesso tempo, però, può essere utile chiedersi anche cosa desidera davvero per sé nel lungo periodo: un rapporto possibile fino in fondo, libero, reciproco e presente nella quotidianità, oppure una relazione inevitabilmente limitata dalle ambivalenze dell’altro. A volte il dolore nasce anche dal confronto tra ciò che una relazione è stata e ciò che avrebbe potuto essere.
Si conceda tempo per attraversare questa perdita senza forzarsi a “razionalizzare tutto subito”. Il fatto che lei si senta spaesata non significa che abbia sbagliato a vivere questo legame; significa semplicemente che si era coinvolta profondamente.
Potrebbe esserle utile approfondire queste emozioni e le dinamiche vissute con uno specialista, soprattutto per comprendere meglio cosa questa relazione abbia rappresentato per lei e come trasformare questa esperienza in qualcosa di evolutivo per il suo futuro affettivo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile ragazza,
dal suo racconto emerge una grande sofferenza, ma anche una notevole capacità di osservare sé stessa e i propri vissuti. Questo è già un elemento molto importante nel percorso di comprensione e cura.
Quello che descrive non sembra semplicemente “non amare abbastanza” il suo partner, ma piuttosto un funzionamento relazionale molto complesso, in cui ansia, paura dell’intimità, bisogno di approvazione, vergogna e pensieri ossessivi sembrano intrecciarsi profondamente.
Nella sua storia colpiscono alcuni aspetti ricorrenti:
il forte timore del giudizio degli altri;
la difficoltà a lasciarsi andare quando qualcuno la ricambia realmente;
la tendenza a idealizzare persone poco accessibili o non disponibili;
la comparsa di pensieri intrusivi e repulsione proprio quando la relazione diventa concreta e coinvolgente;
il continuo alternarsi tra attrazione intensa e desiderio di fuga.
È possibile che nelle relazioni si attivi in lei un conflitto profondo tra il desiderio di vicinanza affettiva e la paura dell’esposizione emotiva e dell’intimità. In molte persone con una storia familiare caratterizzata da ansia, controllo, instabilità affettiva o carenza emotiva, il legame amoroso può diventare terreno di forte ambivalenza: si desidera l’amore ma, quando arriva davvero, genera allarme, dubbio e ipercontrollo.
I pensieri sul corpo, sull’aspetto fisico, sull’odore, sulla pulizia o sull’intelligenza del partner potrebbero non rappresentare necessariamente “la verità” sul rapporto, ma assumere una funzione ansiogena e ossessiva. In alcuni casi questi meccanismi possono ricordare dinamiche tipiche del DOC relazionale (ROCD), dove la mente ricerca continuamente difetti, segnali o “prove” per capire se il partner sia davvero quello giusto o se il sentimento sia autentico. Più si cerca una certezza assoluta, più l’ansia aumenta.
Anche il fatto che i sintomi siano peggiorati dopo l’interruzione della paroxetina è un elemento importante da considerare insieme ai professionisti che la seguono, senza interpretarlo automaticamente come la prova che la relazione sia sbagliata.
Un altro aspetto significativo è che lei sembra attribuire molto valore allo sguardo esterno: sentirsi orgogliosa o vergognarsi del partner a seconda di come pensa possa essere percepito dagli altri. Questo può essere collegato a un’autostima fragile e a un bisogno profondo di validazione.
È importante sottolineare che il fatto di provare dubbi, repulsione momentanea o pensieri intrusivi non significa automaticamente “non amare” una persona. Le emozioni umane non sono lineari, soprattutto quando entrano in gioco ansia, ossessioni e ferite relazionali profonde.
Ha fatto molto bene a iniziare un nuovo percorso psicoterapeutico. Il suo timore di “scoprire che non lo ama davvero” è comprensibile, ma la psicoterapia non serve a darle una sentenza sulla relazione: serve piuttosto a comprendere meglio sé stessa, i propri meccanismi emotivi, i modelli di attaccamento e il significato di queste reazioni. Solo lavorando su questo potrà distinguere più chiaramente ciò che appartiene all’ansia e ciò che invece riguarda autenticamente il rapporto.
Le consiglierei quindi di proseguire il percorso con continuità e, se necessario, confrontarsi anche con uno specialista psichiatra rispetto alla sospensione farmacologica e all’aumento dei sintomi.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è una situazione molto carica, sia dal punto di vista emotivo che pratico: un trasferimento recente, la perdita di uno stage significativo per te, l’urgenza economica e, in parallelo, la pressione interna a “dover riuscire subito”. È comprensibile che tutto questo stia alimentando ansia, blocco e senso di fallimento, ma non significa affatto che tu stia davvero fallendo.
Provo a restituirti alcuni punti chiave.
1. Quello che stai vivendo è ansia anticipatoria, non incapacità
Le paure che racconti (“non sarò capace”, “troverò persone tossiche”, “andrò male”) sono tipiche di una mente sotto stress che prova a proteggerti anticipando scenari negativi. Il problema è che, così facendo, ti fa sentire già sconfitta prima ancora di iniziare.
Questo non descrive le tue reali competenze, ma il tuo livello di attivazione emotiva in questo momento.
2. Lo stage negativo ha avuto un impatto più grande del necessario
Essere stata svalutata o umiliata in un contesto lavorativo può lasciare un segno forte, soprattutto quando si è già in una fase di costruzione identitaria e professionale. È normale che il tuo cervello stia generalizzando: “se è successo lì, potrebbe succedere ovunque”.
Ma un’esperienza tossica non è la regola: è un contesto specifico, non una previsione del futuro.
3. Confronto con gli altri e senso di ritardo
Il paragone con le tue amiche aumenta il senso di pressione e di “essere indietro”. Ma i percorsi non sono sincronizzati: alcuni costruiscono stabilità prima, altri attraversano fasi di sperimentazione più lunghe. Questo non dice nulla sul valore personale o sulla riuscita futura.
4. Sul “restare qui o tornare indietro”
In questo momento la domanda “quanto tempo posso darmi?” rischia di diventare un’ulteriore fonte di ansia. Più utile è sostituirla con:
“Qual è il prossimo passo concreto sostenibile nelle prossime 1-2 settimane?”
Quando si è in una fase di stress, il cervello ha bisogno di obiettivi brevi e realistici, non di scenari definitivi.
5. Parte pratica: cosa può aiutarti subito
Senza stravolgerti, alcuni passaggi concreti possono ridurre il senso di caos:
Impostare una routine minima quotidiana (anche semplice: ricerca lavoro 2-3 ore al giorno, pausa, attività fisica leggera)
Non puntare solo al “lavoro ideale”, ma anche a ruoli ponte temporanei per stabilità economica
Lavorare sul CV e su una versione adattata per diversi settori (non uno solo)
Cercare attivamente feedback o supporto da qualcuno del tuo ambito
Considerare anche colloqui informativi, non solo candidature formali
Il punto non è “trovare subito il lavoro giusto”, ma riattivare il senso di direzione.
6. La parte emotiva non è secondaria
L’idea di non poter continuare la psicoterapia per motivi economici è importante: proprio in questa fase sarebbe invece un supporto utile per:
gestire l’ansia anticipatoria
lavorare sull’autostima
ridurre il pensiero catastrofico
sostenere le decisioni pratiche
Se possibile, valuta con la tua psicologa una frequenza ridotta ma stabile, oppure percorsi a tariffa modulata: interrompere completamente ora potrebbe rendere tutto più faticoso.
7. Un punto fondamentale
Non sei “indietro”. Sei in una fase di transizione complessa, dove stai cercando di costruire autonomia in un contesto nuovo, dopo un’esperienza lavorativa difficile. Questa è fatica di costruzione, non fallimento.
In sintesi
Il tuo stato attuale sembra una combinazione di stress da cambiamento, ansia anticipatoria e pressione economico-sociale. È una condizione che può migliorare molto con un lavoro mirato sia sul piano pratico che psicologico, ma da sola tende a diventare più pesante.
Per questo è consigliabile approfondire la situazione in modo più strutturato con uno specialista, così da lavorare sia sulle paure che sulle strategie concrete di adattamento e ricerca lavorativa.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve vorrei avere un vostro consiglio.
Ho in mente di iniziare un percorso terapeutico , fare seduti in un pisocolog*. Ho scoperto avere tanti disturbi come la DOC.
Soltanto che ho tanta paura e timore nel parlare dei miei problemi e paure.
Non vorrei andare fisicamente ma tipo online però ho il timore della videochiamata, io avevo pensato tipo all'inizio o se sia possibile un colloquio Soltanto scrivendo e poi se riesco anche con videochiamata.
Diciamo che una volta siamo andati da una psicologa per trattare una questione ed eravamo in famiglia, questa vostra collega tratto male mia madre , alzo la voce e disse che lei era esagerata e ci consigliò di dare delle medicine tranquillanti.
Appena mamma fu sgridata uscì dallo stupido e la trovammo che piangeva.
Per questo ho timore.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, grazie per aver condiviso in modo così sincero la tua esperienza e i tuoi timori.
Quello che descrivi è molto comprensibile: da un lato il desiderio di iniziare un percorso per stare meglio (anche rispetto a sintomi compatibili con un DOC), dall’altro la paura di esporsi, soprattutto dopo un’esperienza precedente vissuta come negativa e dolorosa per la tua famiglia. È normale che questo possa aver generato diffidenza e timore verso la figura dello psicologo.
Per quanto riguarda la modalità di colloquio, oggi esistono diverse possibilità: incontri in presenza, videochiamate e, in alcuni casi, anche percorsi iniziali più graduali. Tuttavia, è importante sapere che la forma “solo scritta” non è generalmente la modalità principale della psicoterapia, perché la relazione terapeutica si basa molto anche su aspetti emotivi e comunicativi che emergono nel dialogo diretto. Detto questo, alcuni professionisti possono concordare modalità più graduali di ingresso, proprio per venire incontro a persone molto in ansia o diffidenti.
È anche importante sottolineare che una buona alleanza terapeutica si costruisce con il tempo: non dovresti sentirti forzato a raccontare tutto subito. Puoi iniziare portando solo ciò che ti senti di dire, anche in modo frammentario. Un terapeuta preparato rispetta i tempi della persona, senza giudizio e senza pressioni.
Rispetto alla tua esperienza passata, mi dispiace molto per quanto accaduto. Non tutti i professionisti hanno lo stesso modo di porsi: uno stile poco empatico o giudicante non rappresenta la psicoterapia nel suo insieme. Proprio per questo può essere importante non fermarsi a quell’episodio, ma dare spazio alla possibilità di incontrare un professionista diverso, con un approccio più accogliente e rispettoso.
Il consiglio è di iniziare con un primo colloquio conoscitivo (anche online, se preferisci), in cui poter esprimere apertamente anche le tue paure rispetto alla terapia stessa: questo è già un primo passo terapeutico molto significativo.
Vista la presenza di sintomi che tu stesso riconosci come difficili da gestire, sarebbe opportuno non rimandare troppo e valutare un approfondimento con uno specialista, che possa aiutarti a inquadrare meglio la situazione e costruire un percorso adatto ai tuoi tempi e bisogni.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve dottori a volte porgo domande su curiosità e dubbi in forum del genere cerco appunto dei forum di professionisti mi chiedevo quando basti scrivere su forum del genere oppure quando c’è bisogno di un incontro reale ? Spesso dove aver ricevuto risposte alle mie domande comunque mi risolvono il dubbio , ma quando è attendibile ? Grazie per una vostra risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
i forum gestiti da professionisti possono essere molto utili per chiarire dubbi generali, ricevere informazioni corrette e orientarsi meglio rispetto a un problema o a una curiosità. Possono aiutare soprattutto quando la domanda è circoscritta, informativa o riguarda situazioni comuni e non particolarmente complesse.
Tuttavia, le risposte online hanno inevitabilmente dei limiti: chi risponde non conosce la storia personale, il contesto emotivo, le esperienze pregresse o le eventuali difficoltà specifiche della persona che scrive. Per questo motivo una risposta può essere attendibile sul piano generale, ma non necessariamente sufficiente o adeguata al singolo caso.
Di solito è utile un confronto diretto con uno specialista quando:
il dubbio continua a tornare nonostante le risposte ricevute;
si avverte sofferenza, ansia, disagio o confusione persistente;
il problema influisce sulla vita quotidiana, sulle relazioni o sul benessere personale;
si sente il bisogno di essere ascoltati in modo più approfondito e personalizzato;
si cercano rassicurazioni frequenti senza riuscire a sentirsi davvero tranquilli.
Un incontro reale (o anche online in videochiamata) permette infatti una valutazione più completa, empatica e personalizzata, cosa che un forum non può offrire.
Quindi i forum possono essere un buon primo orientamento, ma non sostituiscono un percorso professionale quando il bisogno diventa più profondo o continuativo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
sono un uomo e vorrei diventare donna vorrei cambiare sesso, qual è il percorso da seguire? Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive merita di essere accolto con attenzione e senza giudizio. Il desiderio di intraprendere un percorso di affermazione di genere può nascere da una consapevolezza profonda e spesso richiede tempo, ascolto di sé e un adeguato supporto specialistico.
In Italia il percorso generalmente prevede diversi passaggi, che possono variare in base alla situazione personale e ai bisogni individuali:
Valutazione psicologica/psicoterapeutica: è utile iniziare con uno psicologo o psicoterapeuta esperto in identità di genere, per approfondire la propria esperienza, il vissuto emotivo e comprendere meglio desideri, aspettative ed eventuali difficoltà collegate. Non si tratta di “essere giudicati”, ma di avere uno spazio protetto di ascolto e accompagnamento.
Valutazione specialistica multidisciplinare: spesso il percorso coinvolge anche medici endocrinologi e, in alcuni casi, psichiatri, all’interno di centri specializzati nelle incongruenze/disforie di genere.
Eventuale terapia ormonale: se desiderata e indicata, può essere avviata sotto controllo endocrinologico, dopo le valutazioni necessarie. Gli ormoni permettono gradualmente lo sviluppo di caratteristiche fisiche femminili.
Percorso legale e anagrafico: in Italia il cambio di nome e genere sui documenti può richiedere un iter legale, supportato da documentazione clinica specialistica.
Eventuali interventi chirurgici: non tutte le persone transgender desiderano la chirurgia. Qualora venga scelta, è prevista una valutazione medica e psicologica specifica.
Ogni percorso è personale: alcune persone sentono il bisogno di procedere gradualmente, altre hanno idee più definite fin dall’inizio. L’aspetto più importante è potersi confrontare con professionisti competenti che aiutino a comprendere ciò che la fa stare bene e a costruire un percorso rispettoso della sua identità e del suo benessere psicologico.
Per questo motivo le consiglierei di approfondire la situazione con uno specialista esperto in identità di genere, così da ricevere un supporto adeguato e informazioni personalizzate.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa…