Domande del paziente (121)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Quando si inizia una convivenza è normale accorgersi di differenze nelle abitudini quotidiane, comprese quelle legate all’igiene. Nel suo caso però, sembra che si sia attivata una forte risposta ansiosa,... Altro


    Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Grazie per aver condiviso in maniera così aperta la sua esperienza. Quello che descrive è una situazione emotivamente complessa e, alla luce della storia che ha avuto con questa persona, le reazioni che percepisce sono perfettamente comprensibili. Spesso il nostro corpo e la nostra mente continuano a rispondere a stimoli legati a legami significativi anche molto tempo dopo la conclusione di una relazione, soprattutto quando ci sono vissuti di rifiuto, disagio o aspettative disattese.
    Dal punto di vista psicologico, incontrare il proprio ex in contesti casuali può generare una molteplicità di emozioni: sorpresa, ansia, frustrazione, senso di ingiustizia o sentimenti di minore valorizzazione. La risposta emotiva e corporea che descrive riflette proprio la tensione che il sistema nervoso vive di fronte a stimoli percepiti come stressanti o potenzialmente conflittuali.
    In contesti come uffici o spazi condivisi, può essere utile pianificare mentalmente come affrontare eventuali incontri, definendo piccoli comportamenti neutri senza sentirsi obbligati a interazioni forzate.
    Possono essere utili strategie di regolazione emotiva sul momento, tecniche di respirazione lenta e profonda, esercizi di spostamento dell’attenzione su elementi concreti possono ridurre la tensione corporea e favorire un senso di controllo.
    Evitare di concentrarsi su possibili “dispetti” o atteggiamenti dell’altro e riportare l’attenzione sulle proprie emozioni e bisogni aiuta a limitare l’impatto emotivo della situazione e a rafforzare l’autonomia interna.
    È normale che l’incontro con una persona significativa del passato possa attivare memorie emotive intense: riconoscere questi vissuti come parte del proprio percorso di elaborazione può facilitare un maggiore equilibrio emotivo e ridurre l’impatto dei segnali corporei.
    In sintesi, ciò che descrive è coerente con le normali reazioni emotive a situazioni di confronto involontario con un ex-partner. Conoscere queste dinamiche, accettarle e adottare strategie pratiche di gestione può aumentare la sensazione di sicurezza, ridurre l’ansia e permettere di affrontare gli incontri con maggiore serenità.
    Un caro saluto e tanti auguri!


    Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buonasera,
    comprendo quanto possa essere doloroso e destabilizzante trovarsi nello stesso ambiente di lavoro con una persona con cui si è avuto un legame affettivo importante, soprattutto quando il suo atteggiamento appare freddo, distante o addirittura di totale evitamento. È naturale sentire tristezza, frustrazione o un senso di invisibilità in queste situazioni: non è raro che il rifiuto o l’indifferenza altrui attivino emozioni intense, anche quando ci comportiamo in modo rispettoso e delicato.
    In questi contesti, il primo passo fondamentale è prendersi cura di sé e dei propri confini emotivi. Ripristinare rapporti almeno cordiali non significa forzare il contatto né aspettarsi un cambiamento immediato nell’altro, ma imparare a gestire le proprie emozioni, riconoscere ciò che possiamo controllare e scegliere strategie che ci consentano di sentirci sicuri e sereni. Piccoli gesti di cordialità, come un saluto breve o un atteggiamento rispettoso, possono diventare strumenti potenti per ridurre il disagio senza compromettere la propria autostima.
    Spesso, dietro atteggiamenti di chiusura o evitamento, ci sono dinamiche di orgoglio, paura o difficoltà personali che non hanno nulla a che vedere con noi, anche se possono ferirci profondamente. Riconoscere questo può aiutare a ridurre il senso di colpa o di responsabilità che a volte ci sentiamo addosso.
    Se lo desidera, in un percorso psicologico è possibile lavorare su strategie concrete per gestire queste situazioni sul lavoro, affrontare la tristezza e l’ansia che emergono e imparare a proteggere il proprio benessere emotivo, mantenendo al contempo un atteggiamento rispettoso e sereno verso gli altri.
    Un caro saluto!


    Buongiorno, sto vivendo una situazione molto dolorosa , dalla quale non vedo uscita. Mia figlia , 32 anni, sposata e con un bimbo di due , si vuole separare . Non l ha detto direttamente, ma vedendola diversa, ho provato a chiederle se ci fosse qualcosa che non andava e alla fine è uscito questo.
    Praticamente le ho anche spianato la strada nel dirmelo. Non ne aveva parlato neanche con il marito. Solo con un' amica e un cugino. Vivono in un appartamento sopra al nostro, che le ho donato parecchi anni fa. Dice che con lui non ha più dialogo, non sa più guardarla negli occhi ecc. Lui è impegnato molto con il lavoro, ma quando è a casa prepara il bimbo, gli fa il bagnetto, cucina, avvia lavatrice, pulisce casa, prepara pranzo e cena per tutti. Lei mi dice che anche fra noi , madre e figlia non c è stato dialogo, che si è sempre sentita giudicata e controllata, e non l ho lasciata sbagliare. Io le ho lasciato fare le sue scelte, tipo di scuola, sede più lontana con costi di appartamento e trasporto, ho accolto i suoi fidanzati con apertura, ammetto che cercavo che studiasse con buoni risultati e le chiedevo della sua vita .ora dice che vuole fare le sue scelte , andare via col bambino, ma non dice dove, le ho chiesto se ha un altro, lei nega, ma passa giornate fuori, o ritarda di molte ore a rientrare dai turni di lavoro. Di mattina il bimbo è al nido, pomeriggio con noi. Frequenta una palestra , body buildyng, all inizio era saltuario, fino a diventare ogni giorno. Mangia in modo ristretto, solo certi alimenti, ed è dimagrita, molto.
    Sicuramente io e il padre l avremo iperprotetta ,abbiamo cercato di evitarle errori, controllandola, ma abbiamo anche sempre cercato di parlare, anche se non era facile visto il suo temperamento. Non ci informa nemmeno dei suoi orari, tanto noi siamo a disposizione, sa che noi amiamo tanto il bimbo. Sembra abbia un' insoddisfazione cronica , dice che lei è giovane, vuole fare due anni di specializzazione, vuole viaggiare, da notare che hanno girato mezzo mondo. La vita ora le sta stretta. Dice che devo lasciarle vivere la sua vita , ma non informa nessuno circa le sue intenzioni come sarebbe giusto, visto la presenza di un figlio .Quando si cerca di parlare, di capire , si finisce sempre per discutere, sembra voglia nascondere qualcosa, anche al marito. Noi siamo preoccupati oltre che per il bimbo, anche per lei, perché non sappiamo quando e dove finirà la sua ricerca di quello che magari è solo nella sua mente. È già successo con il precedente fidanzato con cui è stata per 5 anni. Non sappiamo più come approcciarsi e siamo nella più totale sofferenza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno, la situazione che descrive è profondamente dolorosa e complessa, e si percepisce con chiarezza quanto lei sia coinvolta sia come madre sia come nonna, con un forte senso di responsabilità e preoccupazione.
    Da quello che emerge, sua figlia sembra trovarsi in una fase di profonda ricerca personale e ridefinizione della propria identità. In alcuni momenti della vita adulta soprattutto quando coesistono più ruoli (donna, madre, partner) può accadere che si attivi un senso di insoddisfazione o di “costrizione”, che porta a mettere in discussione scelte importanti, anche in modo improvviso o difficile da comprendere per chi è vicino.
    Allo stesso tempo, è significativo ciò che lei riporta rispetto alla percezione di sua figlia di sentirsi giudicata o controllata nel rapporto con voi. Questo non significa necessariamente che le sue intenzioni siano state sbagliate, ma che lei può aver vissuto alcune dinamiche come limitanti per il suo bisogno di autonomia. Spesso, in questi casi, il tentativo di capire, aiutare o “mettere ordine” può essere percepito dall’altra persona come un’ulteriore pressione, aumentando chiusura e distanza.
    Un elemento importante è distinguere ciò che è sotto il suo controllo da ciò che non lo è:
    Non è possibile decidere al posto di sua figlia, né obbligarla a condividere tempi e scelte se non è pronta a farlo.
    È invece possibile lavorare sulla modalità di relazione, cercando di passare da una posizione (comprensibilmente) preoccupata e interrogativa a una più accogliente e non giudicante.
    Potrebbe essere utile, ad esempio comunicarle la sua disponibilità ad ascoltarla senza fare domande pressanti o interpretazioni così come riconoscere il suo bisogno di autonomia. Utile anche evitare di focalizzarsi su ipotesi (come la presenza di un’altra persona), che rischiano di aumentare la chiusura e mantenere un ruolo affettivo stabile per il nipotino, che rappresenta un punto di continuità importante.
    Rispetto ai cambiamenti che descrive (allenamento intenso, alimentazione restrittiva, dimagrimento, maggiore distanza), possono essere segnali di un momento di forte attivazione personale, ma è importante evitare conclusioni affrettate.
    Quindi più che cercare risposte immediate su ciò che sta accadendo, può essere utile puntare a preservare il legame, creando le condizioni perché sua figlia possa, nel tempo, tornare a condividere.
    Un cordiale saluto


    Buongiorno, sono una ragazza di 20 anni e ho sempre sofferto di un sonno disturbato a causa dell’ansia. 2/3 mesi fa ho attraversato una sorta di crisi di ansia a seguito della quale ho sentito il medico che mi ha dato circadin (1 volta prima di dormire) e lexotan (anche 3 volte al giorno per 5 gocce). Ho superato questa crisi ma continuo ad avere problemi.
    il mio sonno è disturbatissimo, faccio sogni strani e disturbanti, ne faccio anche molteplici a notte e quando mi sveglio spesso mi sento turbata e insoddisfatta del sonno, che non è quasi mai ristoratore. Mi capita anche di risvegliarmi brevemente e poi cadere nel sonno di nuovo, il che è molto fastidioso perché è un risveglio “scomodo”, accompagnato da una sensazione sgradevole. Volevo chiedervi come potrei intervenire a riguardo, perché non so più cosa fare. Vorrei dormire anche solo una notte senza sogni, in un sonno profondo.

    Ps. Alcune volte vedendo che non riuscivo a dormire ho preso altre 5 gocce, sommandole quindi a quelle prese precedentemente per prepararmi a dormire.

    Grazie per le eventuali risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno,da ciò che descrive emerge una difficoltà del sonno molto frequentemente associata a periodi di ansia, anche quando la fase più acuta sembra essere superata.
    In questi casi il sonno può rimanere “leggero” e disturbato: è comune sperimentare sogni intensi o frequenti, risvegli notturni e una sensazione di scarso ristoro al risveglio. Si tratta spesso di una condizione legata a una attivazione persistente del sistema nervoso, che rende più difficile raggiungere e mantenere un sonno profondo e continuo.
    È importante sapere che i sogni, anche se vividi o disturbanti, fanno parte del normale funzionamento del sonno ei risvegli brevi durante la notte sono fisiologici, ma diventano più percepiti quando c’è ansia. La sensazione di “non aver dormito bene” non sempre corrisponde alla reale quantità di sonno.
    Per quanto riguarda la terapia farmacologica, è sempre fondamentale attenersi alle indicazioni del medico, evitando modifiche autonome del dosaggio. In generale, quando il sonno resta disturbato dopo un periodo di ansia, è utile non intervenire solo sul sintomo, ma considerare un lavoro più ampio sulla regolazione dell’ansia e sulle abitudini legate al sonno. Approcci psicologici strutturati possono essere particolarmente efficaci nel migliorare sia la qualità del sonno sia il benessere generale. Se il problema persiste, può essere indicato un approfondimento con un professionista, così da individuare le strategie più adatte alla sua situazione.
    Un caro saluto.


    Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
    Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
    Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
    Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
    Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
    Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
    Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
    Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
    Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    La ringrazio per aver condiviso un’esperienza così articolata e significativa. Dal suo racconto emerge chiaramente un percorso importante: partire da una condizione di forte limitazione e arrivare a un funzionamento più ampio è già indicativo di un cambiamento reale. Allo stesso tempo, è assolutamente comprensibile il desiderio di ottenere un miglioramento più concreto, soprattutto sul piano della serenità e della qualità delle relazioni.
    La “rigidità” che descrive non è un elemento unico, ma un insieme di processi: bisogno di controllo, difficoltà a tollerare l’incertezza, attenzione costante ai propri stati interni (pensieri e sensazioni corporee) e una quota residua di rimuginio. In questi casi, il “lasciar andare” non è un atto immediato di volontà, ma una competenza che si costruisce progressivamente.
    Il punto che le è stato restituito rispetto al “modellare” la rigidità è clinicamente fondato: alcune caratteristiche, come la precisione, la costanza e l’organizzazione, possono rappresentare risorse importanti. L’obiettivo non è eliminarle, ma renderle più flessibili, in modo che non diventino l’unica modalità possibile di funzionamento.
    Allo stesso tempo, è del tutto legittimo il suo bisogno di strumenti pratici. Il lavoro sulla flessibilità, infatti, può essere accompagnato anche da interventi concreti tra una seduta e l’altra, come ad esempio: introdurre piccole e graduali variazioni nella routine quotidiana, allenare la tolleranza a minimi margini di incertezza o imperfezione, lavorare sul corpo per ridurre l’ipercontrollo,utilizzare strategie mirate per gestire il rimuginio
    Nel caso che riporta (l’uscita serale), non si tratta necessariamente di “omologarsi” o stravolgere i propri ritmi, ma di ampliare gradualmente il proprio margine di flessibilità in modo sostenibile e coerente con il proprio equilibrio.
    Portare in seduta il bisogno di maggiore concretezza e di esercizi pratici può essere un passaggio utile per rendere il lavoro ancora più aderente alle sue esigenze attuali, integrando la riflessione con l’esperienza diretta.
    Il cambiamento che sta cercando non implica diventare una persona diversa, ma sviluppare una maggiore flessibilità mantenendo le proprie risorse. Si tratta di un processo possibile, che può essere costruito nel tempo anche attraverso piccoli passi concreti.
    Cordiali Saluti


    Salve , mia figlia 7 anni mangia solo pasta bianca, carne e pollo.niente frutta niente verdure niente legumi. Ho provato in tutti i modi niente non assaggia se insisto vomita. Come posso approcciarmi a lei per stimolarla ad assaggiare qualcosa? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno, quello che descrive è una situazione più frequente di quanto si pensi e merita un approccio paziente e graduale, senza forzature.
    Quando un bambino rifiuta in modo così rigido alcuni alimenti e arriva fino al vomito se viene spinto ad assaggiare, il punto centrale non è “convincerla a mangiare”, ma ridurre l’attivazione emotiva legata al cibo nuovo. In questi casi, insistere o obbligare tende purtroppo ad aumentare il rifiuto.
    Può essere utile invece normalizzare la presenza dei nuovi alimenti a tavola, senza richiesta di assaggio, favorire un’esposizione graduale e non invasiva (prima guardare, poi toccare, poi avvicinare, senza obbligo di mangiare), coinvolgerla nella preparazione del cibo, in un contesto di gioco e curiosità.
    L’obiettivo iniziale non è l’assaggio, ma la costruzione di una relazione più serena con il cibo.
    Considerando l’intensità della reazione (fino al vomito), può essere utile un confronto con un professionista esperto in alimentazione pediatrica o neuropsichiatria infantile, per inquadrare meglio la componente di ansia/ipersensibilità sensoriale e impostare un percorso mirato.
    Un cordiale saluto.


    Domande su psicoterapia

    Buongiorno,
    sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Mi dispiace per il dolore che sta vivendo.
    Ha commesso un errore, ma questo non definisce il suo valore come persona. La colpa può essere utile se porta a comprendere e a crescere; diventa disfunzionale quando si trasforma in auto-condanna.
    Lei non può controllare la reazione dell’altra persona né riparare completamente ciò che è accaduto. Può però assumersi la responsabilità, rispettare i suoi tempi e lavorare sui fattori che hanno contribuito a quel comportamento. Se ha necessità di intraprendere un percorso di psicoterapia resto a disposizione.
    Dott.ssa Sara Sanna


    Salve,
    scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.

    Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.

    Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.

    C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.

    Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.

    Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.

    Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.

    In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.

    A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.

    Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.

    Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.

    Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.

    Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
    sono io il problema?
    Sto vedendo una realtà distorta?
    Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?

    Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
    Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
    Grazie per l’attenzione.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve, mi dispiace per la sofferenza e la confusione che sta vivendo.
    Da ciò che descrive, sembra essere stata coinvolta in una dinamica relazionale in cui si è progressivamente spostato su di lei il peso della responsabilità, mentre i suoi vissuti venivano messi in dubbio o svalutati. In questi contesti è frequente arrivare a non fidarsi più della propria percezione e a sentirsi costantemente “nel torto”.
    Il fatto che lei si sia messa in discussione è un segnale di consapevolezza, ma quando manca reciprocità questo può trasformarsi in un eccesso di colpa. Anche i comportamenti che oggi non riconosce vanno letti come tentativi di gestire un forte senso di insicurezza e confusione.
    Il dubbio che porta (“sono io il problema?”) è molto comune in queste situazioni: spesso esistono aspetti personali su cui lavorare, ma anche dinamiche relazionali che contribuiscono a generare disorientamento.
    Un percorso terapeutico può aiutarla a distinguere questi piani e a recuperare fiducia in se stessa.
    Rimango a disposizione
    Un caro saluto.


    Buon pomeriggio
    Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna.
    Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza.
    I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava.
    Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza.
    Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto.
    Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo).
    Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole.
    Come dovrei comportarmi?
    Cosa devo pensare?
    Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buon pomeriggio,la situazione che descrive può comprensibilmente generare confusione, delusione e anche una certa quota di rabbia, soprattutto perché il rapporto tra voi sembrava caratterizzato da vicinanza e fiducia.
    È importante distinguere due piani: il comportamento dell’altra persona e il significato che lei attribuisce a questo comportamento.
    La menzogna può avere molteplici speigazioni, tuttavia ciò che appare rilevante è la mancanza di comunicazione dopo che lei ha espresso ciò che ha scoperto, elemento che può indicare difficoltà nel prendersi responsabilità o nel gestire il confronto diretto.
    Dal suo punto di vista, può essere utile chiedersi: Di cosa ho bisogno ora per sentirmi rispettato e tutelato?Quale tipo di relazione desidero con questa persona?Questo comportamento è coerente con ciò che cerco in un rapporto (sia personale che lavorativo)?
    Rimanga ancorata a ciò che osserva e a ciò che è importante per lei, evitando di trarre conclusioni affrettate ma anche senza ignorare segnali che possono essere significativi.
    Un caro saluto


    Salve, sono una ragazza di meno di trent'anni e sto facendo un percorso di psicoterapia da molti anni ormai.
    Soffro di ansia, DOC e ipocondria.
    Sono in un periodo in cui nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie. Mi viene istintivo chiedere rassicurazioni mediche perché ho troppa paura di morire o di poter far male agli altri senza volerlo.
    Queste paranoie mi stanno cambiando la vita e non so come affrontarle. Avete dei consigli da darmi? So che non è facile con un consulto a distanza, ma qualsiasi spunto potrebbe essermi utile.
    Come posso fare per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni mediche? Questa è la cosa che mi sta dando più problemi in assoluto. Spesso penso che delle abitudini normali che ho o cose che ho fatto in passato possano mettere a rischio la mia salute attuale (ad esempio aver usato prodotti chimici anni fa senza protezioni, oppure la muffa in casa), solo che il pensiero non si risolve rassicurandomi con l'assenza di sintomi, ho sempre bisogno di cercare spiegazioni sempre più cavillose per potermi preoccupare di qualcosa che in quel momento fa più presa su di me. Quando analizzo un pensiero ossessivo e mi tranquillizzo questo passa, ma poi me ne viene un altro poco dopo. Non sono mai veramente tranquilla e ho paura che questo possa davvero farmi ammalare.
    Avreste dei consigli da darmi? Io davvero non so più cosa fare. Le persone intorno a me cercano di rassicurarmi ma ovviamente non basta, non basta nemmeno farmi esami e vedere che non ho nulla di evidente perché ho paura di qualcosa di nascosto. Secondo voi ha senso ricercare danni nascosti in assenza di sintomi o è del tutto inutile? Una delle cose che più mi terrorizzano sono i danni silenti a lungo termine.
    Scusate se posso sembrare paranoica ma spero di aver reso l'idea di quale sia la mia situazione psicologica. Aggiungo che non sono in terapia farmacologica.
    Grazie per il vostro tempo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve,da quello che descrive si percepisce quanto sia faticoso vivere con questo continuo stato di allerta. La cosa importante è che ha già una buona consapevolezza dei meccanismi che si attivano perchè questo è un punto di partenza prezioso.
    Il nodo centrale però, non è il contenuto dei pensieri (malattie, danni passati, rischi), ma il modo in cui si sente “costretta” a rispondere cercando rassicurazioni. Purtroppo, anche se nell’immediato calmano, le rassicurazioni (mediche o da parte degli altri) nel tempo mantengono il problema, perché insegnano al cervello che senza controllo non si può stare tranquilli.
    Per questo motivo, la ricerca di “danni nascosti” in assenza di sintomi non è una strada utile: non porta a una vera soluzione, ma alimenta il dubbio.
    Un piccolo passo concreto che può iniziare a fare è questo: quando sente il bisogno di rassicurarsi, provi a rimandarlo di qualche minuto, osservando cosa succede all’ansia. Non per eliminarla subito, ma per iniziare a sperimentare che può ridursi anche senza risposta.
    Il lavoro terapeutico, infatti, non è arrivare a una certezza assoluta (che non esiste), ma imparare a tollerare il dubbio senza entrare nel circolo delle verifiche.
    Le suggerisco di condividere apertamente questo aspetto con il/la suo/a terapeuta, così da lavorarci in modo mirato. È una difficoltà molto comune nei disturbi ossessivi, ma anche trattabile con gli strumenti giusti.
    Un caro saluto


    Buongiorno,

    ho 38 anni, donna, e sette mesi fa mi è stata diagnosticata positività a hpv18. Ho avviato tutto l'iter di vaccini, colposcopie, pap test, fermenti e chi più ne ha. Il problema adesso resta relazionale. Ho 38 anni e sono single. Mi chiedevo come si comunica una cosa del genere (perché si deve comunicare e siamo d'accordo su questo) a un'eventuale conoscenza, sapendo che al 99 percento quella persona si rifiuterà di avere una qualsivoglia relazione sessuale e quindi relazionale, dal momento che l'hpv si trasmette anche con preservativo? Devo smettere di conoscere gente finché non mi negativizzo? La gente oggi come oggi, durante gli incontri sparisce per molto molto meno. Grazie a chiunque mi risponderà

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Cara utente,la sua preoccupazione è assolutamente comprensibile, soprattutto perché tocca un aspetto delicato come quello relazionale.
    Non è necessario rinunciare a conoscere persone fino alla negativizzazione. Piuttosto, è importante trovare un modo di comunicare che sia rispettoso sia di sé che dell’altro. In genere, non serve dirlo subito, ma nel momento in cui si intravede una possibile intimità.
    Il preservativo in ogni caso riduce il rischio.
    La paura del rifiuto è comprensibile, ma non è scontato che l’altro reagisca allontanandosi perchè spesso una comunicazione chiara e serena favorisce risposte più mature di quanto si immagini.
    Se questa situazione sta incidendo molto sul suo modo di vivere le relazioni, può essere utile avere uno spazio per elaborare queste paure e non lasciare che siano loro a guidare le scelte.
    Un caro saluto


    Buonasera, dopo quanto si può fare diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo? Posso fidarmi di una specialista che dopo solo una seduta ha già diagnosticato e detto apertamente che soffro di DOC?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buonasera,
    la diagnosi di Disturbo Ossessivo-Compulsivo richiede generalmente una valutazione clinica accurata, che tenga conto della storia della persona, della presenza e della frequenza di pensieri ossessivi e comportamenti compulsivi, nonché dell’impatto sulla vita quotidiana.

    In alcuni casi, uno specialista esperto può formulare già nelle prime sedute un’ipotesi diagnostica, soprattutto quando i sintomi risultano chiari e caratteristici. È buona prassi però confermare la diagnosi nel corso di più incontri, anche attraverso strumenti di valutazione specifici.
    Se ha dei dubbi, può essere utile confrontarsi apertamente con la professionista, chiedendo quali elementi l’hanno portata a questa conclusione e come intende procedere nel percorso terapeutico. Sentirsi compresi e avere fiducia nel terapeuta è un aspetto fondamentale del lavoro clinico.
    Cordiali saluti


    Domande su consulenza psicologica

    Salve,
    scrivo per chiedere un consiglio su una situazione che sto vivendo da circa due settimane.

    Sono stata per sei anni in una relazione importante: convivevamo, avevamo progetti comuni e anche un cane. Tuttavia, nel tempo ci sono stati molti litigi. Ho scoperto che durante la relazione lui utilizzava Tinder quando era in trasferta e usciva con altre donne. Inoltre, ho scoperto che si era risentito con la sua ex e aveva persino progettato di tornare con lei, facendole credere che tra noi fosse finita, cosa non vera. Successivamente ha interrotto anche quella relazione, dicendo di amarmi.
    Dopo anni segnati da tradimenti e conflitti, a gennaio ha deciso di lasciarmi, sostenendo di non riuscire più a sostenere le continue discussioni. Questo è avvenuto poco dopo aver acquistato una casa, anche in prospettiva di costruire una famiglia insieme.
    Nei tre mesi successivi ho cercato in tutti i modi di recuperare il rapporto, ma lui è sempre stato fermo nella sua decisione. Poi, improvvisamente, è tornato da me chiedendomi di ricominciare. Ho accettato, ma con molta esitazione, soprattutto per il cambiamento improvviso e apparentemente immotivato.
    Da due settimane si comporta come una persona estremamente innamorata e presente. Tuttavia, non riesco a comprendere questa trasformazione così repentina. Gli ho chiesto sincerità e trasparenza, e mi ha promesso che non mi mentirà più. Nonostante ciò, continuo a provare un forte senso di dubbio e la sensazione che ci sia qualcosa di poco chiaro.
    Non so se i miei dubbi siano autosabotaggio o un segnale sano di protezione.
    Mi chiedo se dovrei lavorare sulla fiducia oppure ascoltare questo disagio come un campanello d’allarme, considerando ciò che è successo tra noi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve, la situazione che descrive merita di essere letta con molta lucidità: i suoi dubbi, per come emergono dal racconto, non sembrano un “autosabotaggio”, ma una reazione comprensibile alla storia relazionale che ha vissuto.In una relazione in cui si sono verificati tradimenti, ambivalenze e rotture importanti, la fiducia non si ricostruisce sulla base di dichiarazioni o cambiamenti improvvisi, ma attraverso coerenza e continuità nel tempo. Un cambiamento repentino, per quanto desiderabile, può legittimamente generare incertezza, soprattutto se non è accompagnato da una reale assunzione di responsabilità rispetto a quanto accaduto in passato.
    Il suo disagio, quindi, può essere letto come un segnale protettivo: una parte di lei sta cercando di integrare ciò che è stato con ciò che sta accadendo ora. Più che “lavorare sulla fiducia” in senso unilaterale, potrebbe essere utile osservare se nel tempo il comportamento del suo partner sarà stabile, trasparente e coerente, e se ci sarà spazio per un confronto autentico su quanto è successo, senza minimizzazioni.
    Allo stesso tempo, può essere importante riportare l’attenzione su di sé: chiedersi quali sono oggi i suoi bisogni, i suoi limiti e ciò che considera accettabile in una relazione. La fiducia, in questi casi, non è un atto di volontà, ma il risultato di esperienze ripetute di sicurezza.
    Se il dubbio persiste o diventa fonte di sofferenza, un percorso di supporto psicologico può aiutarla a distinguere meglio tra timore legato alle esperienze passate e segnali attuali, accompagnandola in una scelta più consapevole e centrata su di sé. Un cordiale saluto


    Ciao sono una ragazza di quai17 anni, sono cambiata totalmente qualche anno fa', quando è venuta a mancare mia nonna, da li sono iniziati i miei primi attacchi di ansia, mi venivano ogni notte, al talpunto di dormire pochissime ore, da li non riesco a superare la paura della morte, e la morte di mia nonna, che da quasi 4 anni a questa parte non sono riuscita a parlarne con nessuno, oltre a questo è peggiorato il rapporto con i miei genitori, mia madre non è più la stessa, non credo che mi abbia mai capita, è un continuo litigare, quando sbaglia lei non chiede mai scusa, ma trova delle giustificazioni, e alla fine faccio finta di niente come se non fosse successo nulla, e questo mi crea tanto stress e mi dispiace tanto perché non ritrovo più la mamma di quando ero piccola. Sono sempre stata una ragazza molto scherzosa, ironica e quella che fa ridere gli altri, ma al contrario di quando ero una bambina sono diventata una persona molto sensibile, piango appena litigo con i miei genitori, appena mio padre mi alza la voce su determinati argomenti (ma non capita solo con mio padre),questo mio aspetto non l'ho mai mostrato a nessuno, come se io fossi una persona quasi insensibile e quasi menefreghista(perché tendo a nascondere questa mia fragilità) inoltre tendo a provare molta timidezza con persone con cui non ho confidenza e ciò non mi fa stare male, perché tendo a mascherare tutto il mio carattere e il mio modo di fare. Oltre a questo ho sempre avuto grandi problemi di fiducia, da quando ero piccola, non mi sono mai fidata di nessuno, non riesco a vedere fiducia negli altri, a parte una persona al quale riesco a confidarmi, ma anche con lei ho sempre la paura di non potermi fidare al 100%, in compenso oltre a essere una persona scherzosa, so ascoltare e aiutare le mie amiche in momenti meno belli e sono molto empatica. Sto passando un periodo difficile, come per es. a scuola ho degli argomenti da recuperare, oppure nuovi argomenti da studiare, e quando sono a scuola sento la voglia di fare, di dire "arrivo a casa e mi metto a studiare", ma una volta tornata a casa non riesco a sedermi nella scrivania, mi sento demoralizzata e tendo a dormire tutta la sera oppure a usare il telefono, come se fossi sempre stanca, scrivo ciò per una risposta a tutto questo, e perché non so se è il caso di rivolgermi a una/o piscologa/o in quanto io sia ancora "piccola" e magari è solo una fase adolescenziale. Grazie mille per l'attenzione.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Ciao, grazie per aver condiviso qualcosa di così delicato.
    Quello che descrivi non è “solo una fase” da minimizzare. La perdita di tua nonna sembra aver rappresentato un momento molto significativo, e il fatto che da allora siano comparsi ansia notturna, paura della morte e difficoltà a parlarne indica che probabilmente quel dolore è rimasto in parte “bloccato”, senza avere uno spazio sicuro in cui essere elaborato.
    Anche le difficoltà con i tuoi genitori, la sensazione di non sentirti compresa, il trattenere le emozioni e il mostrarti “forte” fuori mentre dentro sei molto sensibile, sono aspetti che possono aumentare lo stress e la fatica emotiva che senti. Il fatto che tu riesca comunque a essere empatica e di supporto per le altre persone è una tua grande risorsa, ma non significa che tu debba gestire tutto da sola.
    La stanchezza, la difficoltà a studiare nonostante la motivazione, e il rifugiarti nel sonno o nel telefono non sono segni di pigrizia, ma spesso sono modalità con cui la mente cerca di “staccare” quando è sovraccarica.
    Rispetto alla tua domanda: sì, avrebbe assolutamente senso rivolgerti a uno/a psicologo/a. Chiedere aiuto in questa fase è un modo importante per prenderti cura di te stessa e prevenire che queste difficoltà si consolidino nel tempo. Uno spazio psicologico potrebbe aiutarti a elaborare il lutto per tua nonna, comprendere e gestire l’ansia e la paura della morte, esprimere le emozioni che oggi tendi a trattenere, trovare strategie concrete per lo studio e la motivazione
    e lavorare sul tema della fiducia e delle relazioni.
    Se ti è possibile, potresti parlarne con un adulto di riferimento per essere supportata in questo passo.
    Hai già fatto qualcosa di importante scrivendo qui, significa che una parte di te sta cercando di stare meglio, e vale la pena ascoltarla.
    Ti auguro di trovare presto uno spazio in cui poterti sentire ascoltata. Un caro saluto.


    Buongiorno da 9 mesi vivo lo stato di ansia di mio marito.
    In seguito ad un lutto e altro problemi ha incominciato ad avere forte ansia al mattino che gli provoca mancanza d'aria. E' in cura con xanax gocce al bisogno, non vuole fare un percorso psicologico e 5 mesi di escitalopram non hanno portato beneficio ma lo hanno solo fatto dormire ore ed ore di fila.
    Quindi io mi sono accorta che ogni giorno da mesi vivo la mia giornata in funzione a se lui respira, se sta benino, se sta male quindi se è in down io passo la giornata preoccupata con il magone e lo sconforto. In questi mesi ho perso anche 4 kg pur mangiando. Ho fatto collquio con psicologa ma approccio a lungo termine non va bene per me, non ho bisogno di parlare del passato. Il mio problema è la gestione del presente ed è incentrata sul fatto che non riesco a fregarmene di come lui possa stare e questo mi sta esaurendo. chiedo consigli su terapie veloci tipo tcc tbs. grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Gentile Signora,
    quello che descrive è una situazione molto impegnativa: quando una persona cara soffre di ansia, è facile ritrovarsi progressivamente coinvolti fino a vivere in uno stato di allerta costante. Il fatto che lei si accorga di stare orientando le sue giornate in funzione di come sta suo marito è già un passaggio di grande consapevolezza.
    Questa modalità, però, nel tempo può diventare faticosa e contribuire al suo stesso malessere (come dimostrano la perdita di peso e il senso di esaurimento che riferisce). Non si tratta di “fregarsene”, ma di trovare un equilibrio che le permetta di essere presente senza annullarsi.
    Se sente il bisogno di un intervento concreto e focalizzato sul presente, può essere utile orientarsi verso approcci brevi e pratici, come la terapia cognitivo-comportamentale, che lavorano su: gestione dell’ansia nel momento in cui si attiva, riduzione dei comportamenti di controllo e sviluppo di strategie per mantenere un proprio equilibrio emotivo.
    Anche tecniche di regolazione immediata possono dare un sollievo già nel breve termine.
    L’obiettivo non è distaccarsi affettivamente, ma imparare a prendersi cura di sé pur restando accanto all’altro.
    Se ha necessità di iniziare un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale non esiti a contattarmi.
    Un caro saluto
    Dott.ssa Sara Sanna


    Vorrei sapere che tipo di persona è una che scrive: " se vuoi fare... allora salgo"....ovviamente è un ragazzo e si riferisce al sesso...perché uno si dovrebbe porre in questo modo...?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve, una frase di questo tipo non permette di definire “che tipo di persona” sia qualcuno, ma può essere letta come uno stile comunicativo piuttosto indiretto nell’esprimere il proprio interesse.
    In alcuni casi può riflettere difficoltà nel verbalizzare in modo chiaro desideri e intenzioni, oppure un modo poco esplicito di sondare la disponibilità dell’altro. Tuttavia, il punto centrale non è tanto la persona, quanto la qualità della comunicazione.
    In ambito relazionale e sessuale, infatti, è fondamentale che il consenso e il desiderio vengano espressi in modo chiaro, reciproco e rispettoso, così da evitare ambiguità o possibili pressioni implicite.
    Più che soffermarsi su un giudizio, può essere utile osservare come ci si sente rispetto a questo tipo di comunicazione e se risulta coerente con i propri confini e bisogni.
    Cordiali saluti


    Buongiorno Dottori, racconto brevemente la mia ultima esperienza con una persona conosciuta da poco. Ci incontriamo, ci piacciamo, decidiamo che la nostra relazione debba essere solo di natura fisica. Ci vediamo, proviamo ad avere un rapporto ma durante quest'ultimo mi rendo conto di avere molto dolore ( è un qualcosa che mi capita quando mi sento tesa ma poi si risolve) per cui gli chiedo di fermarsi. Lui lo fa ma la reazione che ne segue è del tutto inaspettata: Si innervosisce, si arrabbia, mi dice che l'ho messo in una situazione di disagio e imbarazzo che non sa come gestire perchè essendo il nostro rapporto di natura sessuale,non avrebbe saputo cosa fare con una donna in casa tutta la serata ( cito testualmente). Inoltre mi dice che sono stata egoista e scorretta a non dichiarare prima di avere talvolta dei dolori nei rapporti, perche sapendolo, lui avrebbe potuto decidere se fosse il caso di vedersi o meno.. Decisamente agghiacciata, chiamo un taxi per andar via e nel mentre lui stava gia organizzando il resto della serata con un amico..mi chiede quando ci vuole perche il taxi arrivi, gli dico una decina di minuti.. mi chiede di dargli il telefono cosi che lui potesse controllare in quanto sarebbe arrivato. Ovviamente glielo nego e lui mi dice " me lo neghi perche secondo me non hai mai chiamato il taxi"... Vado via.. non mi sono mai sentita cosi umiliata, in imbarazzo e in preda alla vergogna in tutta la mia vita. Cosa può spingere una persona a comportarsi in questo modo? Grazie per i vostri pareri.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno,
    da quello che racconti è comprensibile che tu ti sia sentita umiliata e a disagio: quando una persona chiede di interrompere un rapporto perché prova dolore, questo dovrebbe essere accolto con rispetto e attenzione, non con rabbia o colpevolizzazione.
    Il fatto che tu abbia chiesto di fermarti è un segnale di ascolto di te stessa e del tuo corpo, ed è del tutto legittimo. La reazione che descrivi da parte sua – irritazione, accuse, svalutazione e sospetto nei tuoi confronti – non riguarda tanto ciò che hai fatto tu, quanto piuttosto le sue difficoltà nel gestire la frustrazione, l’imprevisto e il rispetto dei confini dell’altro.
    In alcuni casi, comportamenti di questo tipo possono essere legati a scarsa maturità emotiva, aspettative rigide sulla sessualità “a prestazione” o difficoltà nel riconoscere che l’altro non è a disposizione dei propri bisogni. Tuttavia, al di là delle motivazioni, resta un punto centrale: il rispetto del consenso e del benessere dell’altra persona è imprescindibile.
    È comprensibile che l’esperienza ti abbia lasciata con sensazioni intense di vergogna o confusione, ma ciò che hai fatto – fermarti e prenderti cura di te – è un comportamento sano. La modalità con cui lui ha reagito non rappresenta una tua responsabilità.
    Se dovesse capitarti di nuovo di sentirti in situazioni in cui il tuo limite non viene rispettato o viene messo in discussione, può essere utile prestare attenzione proprio a questi segnali precoci nella relazione, perché sono indicativi di come l’altro gestisce il rispetto reciproco. Un caro saluto


    Salve , ho un grosso problema (per me ovviamente). Da qualche giorno a questa parte all’improvviso sento di provare qualcosa in più per il mio migliore amico, siamo amici da quasi 10 anni circa, appena conosciuto lo vedevo in maniera diversa, forse mi piaceva ma poi questa cosa subito è cambiata perché lui si era lasciato da poco dopo una lunga storia io anche in quel momento ho avuto dei problemi abbastanza seri con il ragazzo con cui stavo a quel tempo e quindi siamo diventati molto amici lui mi è sempre stato vicino. Lui ha iniziato a divertirsi e andare a letto con tante ragazze perché voleva dimenticare la sua storia e stare bene, nel frattempo io mi sono fidanzata , lui ha iniziato una frequentazione con una ragazza che tutt’oggi sta con lui. Lui è sempre stato presente nella mia vita, magari capitava che non lo sentivo per settimane e poi stavamo ore al telefono per parlare oppure passava a trovarmi a lavoro ,fatto sta che non ci siamo mai staccati . Poi io mi sono lasciata dopo 3 anni e lui mi é stato vicinissimo , ci sentivamo tutti i giorni . É capitato in questi anni che ci siamo baciati e siamo andati a letto insieme , l’anno scorso é venuto a dormire a casa mia perché i miei non c’erano e mi ha tenuta stretta tutta la notte, nonostante ci fosse sempre questa sua fidanzata ma che lui in realtà ha voluto tenere solo perché dopo anni che andavano a letto insieme era arrivato il momento di fare un passo in più ma che non avrebbe dovuto fare a mio parere perché comunque lui l’ha tradita sia con me e anche in altre situazioni. Ad oggi la situazione è questa: lui convive con questa ragazza ma vuole andare via da quella casa ma non ha il coraggio di chiudere quella porta e farla soffrire ma lui sa che è l’unica cosa giusta da fare. Io ultimamente ho smesso di prendere un contraccettivo e avevo gli ormoni a palla allora mi è venuta di fare l’amore con lui e gliel’ho fatto capire, lui ovviamente ha detto subito vediamoci ma poi tra una cosa e l’altra non siamo riusciti e al momento non ne abbiamo più parlato, però in tutto ciò in questi anni lui mi ha sempre chiamata tutti giorni , appena esce da lavoro lui mi chiama , non credo sia normale avendo una fidanzata lui vuole sempre sapere tutto di me. Però io da qualche giorno a questa parte mi sento strana ed è come se mi stessi svegliando da un sonno, forse provo qualcosa per lui, ma poi penso che per come è fatto non potrei mai stare con lui, c’è chi pensa che lui sia innamorato di me ma che non ha il coraggio di dirlo, io quando sento questa cosa rido perché penso a tutte le cavolate che mi racconta e che fa con altre ragazze quindi penso che sia impossibile che sia innamorato di me. Ora io spero che sia solo un momento questo per me e che mi passi , anche perché non voglio perderlo, però mi chiedo come può essere che da un momento all’altro mi sta succedendo questa cosa??? Io ero convinta che lui non piacesse come fidanzato. C’è una mia amica che mi dice sempre fatela finita e sposatevi e basta perché è evidente che lui sia innamorato di te e anche gli estranei spesso mi hanno chiesto perché evidentemente hanno notato dall’esterno qualcosa di più ma io ci ho sempre riso su perché per me era impensabile dicevo con affetto ovviamente ma che è uno particolare figurati, ma lui obiettivamente è una presenza costante nella mia vita sempre . Che faccio ? Che mi succede?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno, quello che descrivi è una situazione molto complessa, ma anche abbastanza comprensibile dal punto di vista emotivo.
    Non è “strano” che dopo tanti anni un’amicizia così intensa, fatta di presenza costante, confidenze, supporto reciproco e anche momenti di intimità fisica, possa trasformarsi o riattivare un sentimento diverso. Le emozioni non si accendono sempre in modo lineare: a volte cambiano quando cambiano le condizioni interne (stress, ormoni, solitudine, vulnerabilità, cambiamenti di vita) o quando si abbassano alcune “difese emotive” che nel tempo avevano mantenuto chiara la distinzione tra amicizia e attrazione.
    Nel tuo racconto emergono alcuni elementi importanti: un legame molto lungo e stabile, quindi non neutro ma emotivamente significativo;momenti di intimità fisica già avvenuti tra voi; una forte presenza reciproca nei momenti difficili; una dinamica un po’ ambigua (lui è in una relazione ma allo stesso tempo molto coinvolto con te); un cambiamento recente tuo (anche fisico/ormonale e di fase di vita).
    Tutto questo può creare quello che spesso viene chiamato “confusione affettiva”: non nasce per forza un sentimento nuovo dal nulla, ma può emergere qualcosa che era già presente in forma latente oppure che si è costruito nel tempo attraverso la vicinanza e l’intimità.
    Un punto importante però è questo: più che chiederti subito “lo amo o no?”, può essere utile chiederti che tipo di relazione sta prendendo forma tra voi due. Perché al momento non sembra una situazione chiaramente definita (né amicizia pura, né coppia, ma una zona intermedia molto carica emotivamente).
    E questa zona grigia, nel tempo, tende a creare proprio ciò che stai vivendo: dubbi, oscillazioni, confusione, e la sensazione che “da un giorno all’altro” qualcosa sia cambiato.
    Rispetto alla paura che “ti passi o non ti passi”: non è tanto una questione di bloccare o aspettare che scompaia, quanto di capire cosa sta succedendo dentro di te senza agire solo sull’onda dell’emozione del momento. Le emozioni vanno ascoltate, ma anche contestualizzate.
    Infine, una cosa delicata ma centrale: la sua situazione sentimentale attuale rende tutto più complesso e potenzialmente doloroso. Finché lui resta in una relazione mentre mantiene con te un legame così stretto e anche fisico, è difficile che tu possa avere chiarezza emotiva completa.
    Non sembra che “ti stia succedendo qualcosa di improvviso e inspiegabile”, ma piuttosto che stia emergendo una dinamica affettiva che si è costruita nel tempo e che ora, per vari fattori, stai iniziando a percepire in modo più chiaro.
    Cordiali saluti


    Salve, sono un ragazzo di 27 anni che circa un anno fa gli hanno diagnosticato "una possibile ADHD prevalentemente sulla sfera attentiva". Il centro è nella lista consigliati dall'AIFA quindi sono piuttosto certo che sia un buon centro. Il fatto è che la mia storia clinica è molto complessa e quindi credo che non se la sono sentiti di sbilanciarsi troppo. Ho rifiutato la terapia medica perchè per la mia situazione clinica complessa gli effetti collaterali del farmaco potrebbero portare a problemi grossi. Il mio grosso problema da anni è che non riesco ad essere costante nello studio per l'università. A Settembre 2025 ho rinunciato agli studi ma ho intenzione di riprenderli. Negli anni ho provato tantissimi approcci psicoterapeutici diversi come cognitivo comportamentale, strategica integrata, breve strategica, post razionalista, cognitivo costruttivista, breve focale integrata senza grossi risultati per il problema citato in precedenza. Sono una persona molto consapevole di come funziono grazie anche a tutte le terapie provate negli anni ma gli insight non sono bastati per portare un vero e proprio cambiamento in me. Il problema credo che sia stratificato su più livelli:
    1) ADHD
    2) l'attrito dell'iniziare l'attività dello studiare è veramente grosso
    3) se nella cosa che sto studiando non ci trovo una utilità subito il mio cervello inizia a fumare
    4) Spesso provo tanta frustrazione mentre studio e per non provare più questa sensazione smetto di studiare
    5) ho sviluppato negli anni meccanismi di difesa molto raffinati
    6) Essere costante nello studio e cioè studiare con una certa continuità è molto difficile per me

    Ho bisogno del vostro aiuto per capire quale possa essere il miglior percorso per me per risolvere questo problema che sento perchè sono molto in difficoltà.

    grazie

    G.T.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno,
    la situazione che descrivi è comprensibile e, da quanto riporti, appare piuttosto complessa e multifattoriale.
    Il quadro che emerge non sembra riconducibile a un singolo aspetto, ma a una combinazione di elementi che possono includere difficoltà attentive ed esecutive, una certa sensibilità al carico cognitivo e alla frustrazione, oltre a strategie di evitamento che nel tempo possono essersi strutturate e consolidate.
    In questi casi, anche quando c’è una buona consapevolezza di sé e del proprio funzionamento (come nel tuo caso), non sempre questo è sufficiente a determinare un cambiamento stabile, soprattutto se il problema riguarda la continuità dei comportamenti e l’organizzazione quotidiana.
    Rispetto alla possibile diagnosi di ADHD, quando questa viene posta come “probabile” in contesti clinici qualificati ma non completamente definita, è utile considerarla come un elemento del quadro complessivo piuttosto che come unica chiave di lettura.
    In generale, più che interventi centrati esclusivamente sull’analisi del funzionamento, possono risultare utili percorsi che integrino aspetti più pratici e strutturati, orientati alla gestione delle funzioni esecutive, alla costruzione di routine sostenibili e alla riduzione progressiva dell’attrito nell’avvio delle attività.
    Ti consiglierei, in ogni caso, di confrontarti con un professionista che possa aiutarti a riorganizzare il quadro in modo integrato e costruire un percorso personalizzato, tenendo conto sia degli aspetti attentivi sia di quelli emotivo-motivazionali e comportamentali.
    Resto a disposizione nel caso in cui volessi iniziare un percorso di psicoterapia.
    Un caro saluto


Autore

psicologo, psicologo clinico, psicoterapeuta

Domande più frequenti

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