Domande del paziente (121)

    Buongiorno, sono turbata da una situazione che si è venuta a creare in casa. Mio figlio di 19 anni e suo padre hanno avuto una litigata tremenda. E' partita da una sciocchezza per la quale mio marito si è rivolto in tono sgradevole ai nostri figli. Mia figlia ha ignorato, mio figlio ha avuto uno scatto di rabbia sproporzionata e preteso scuse. Mio marito si è irrigidito e ha cominciato con attacchi personali molto cattivi nei confronti di mio figlio. Io cercavo di calmare entrambi senza riuscirci. E' intervenuta anche mia figlia per aiutarmi. Siamo riuscite a riportare mio figlio alla calma ma mio marito rilanciava di continuo, fino a quando mio figlio ha accettato che la sorella lo portasse fuori dalla stanza. Da allora sono passate 3 settimane e non si parlano più. Quando si trovano insieme si ignorano, fanno come se l'altro non fosse presente in stanza. Mio figlio è ancora pieno di rabbia e mio marito non vuole fare aperture, sembra preferire tagliare i ponti. Non so come aiutare alla ripresa del dialogo per ripartire e riparare il rapporto. Sarei grata se mi poteste dare suggerimenti in merito. vi ringrazio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno,le situazioni di conflitto intenso all’interno della famiglia, soprattutto tra genitori e figli ormai giovani adulti, possono facilmente sfuggire di mano e lasciare strascichi emotivi importanti. Anche quando tutto nasce da un episodio apparentemente banale, ciò che mantiene la distanza nel tempo sono spesso i vissuti di rabbia, ferita e orgoglio che si attivano in entrambi.
    In questi casi è utile ricordare che il silenzio e l’evitamento, pur riducendo lo scontro diretto, non favoriscono una reale elaborazione di quanto accaduto. Allo stesso tempo, però, un riavvicinamento forzato rischia di essere controproducente se le emozioni sono ancora molto accese.
    Può essere più funzionale procedere per gradi: creare occasioni in cui ciascuno si senta ascoltato senza giudizio, favorire una comunicazione più rispettosa e, quando possibile, riaprire il dialogo partendo non da “chi ha ragione”, ma da come ognuno si è sentito nella situazione. Spesso, il primo passo verso la riparazione non è l’accordo, ma il riconoscimento reciproco.
    Quando la distanza persiste o la comunicazione risulta bloccata, può essere utile anche il supporto di un professionista, che aiuti a facilitare il confronto in un contesto più protetto.
    Un cordiale saluto.


    Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare nella mia vita, fino a dicembre andava tutto bene e mi sembrava di aver fatto progressi, ma da febbraio dopo ogni seduta non mi sento meglio.... anzi mi sento più confusa e persa e in agitazione,
    in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare.
    Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno)
    inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione
    per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto
    ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito
    l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame
    e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio
    spero di essermi spiegata,
    cosa dovrei fare?
    Vi ringrazio

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno,da quello che descrivi si percepisce chiaramente quanto questo passaggio del tuo percorso ti stia mettendo in difficoltà. È comprensibile sentirsi confusa, agitata e anche ferita quando, in uno spazio che dovrebbe essere percepito come sicuro, inizi a vivere sensazioni di pressione, giudizio o messa in discussione.
    Ci sono alcuni elementi importanti in ciò che racconti.Da una parte, può succedere che in terapia ci siano momenti in cui il terapeuta prova a “smuovere” il paziente, soprattutto quando percepisce una fase di stallo. Tuttavia, questo tipo di intervento dovrebbe sempre essere calibrato sullo stato emotivo della persona: se ti trovavi in un periodo di forte stanchezza e fatica, è possibile che quella modalità sia risultata per te troppo intensa o poco sintonizzata. Il fatto che tu ti sia sentita attaccata, più che sostenuta, è un segnale da non trascurare.
    Dall’altra parte, è molto significativo che tu abbia provato a esprimere come ti sei sentita. Questo è un passaggio centrale in terapia. La relazione terapeutica si costruisce anche attraverso questi momenti di “rottura” e riparazione. Tuttavia, se dopo aver condiviso il tuo vissuto continui a sentirti non compresa, in dubbio su te stessa e addirittura inibita nel parlare, è importante fermarsi a riflettere su questo.
    Una terapia efficace non è necessariamente sempre “confortevole”, ma dovrebbe mantenere una base di sicurezza, fiducia e libertà di espressione. Il fatto che tu inizi a sentirti “sotto esame” o che l’idea di andare in seduta ti generi agitazione è un aspetto clinicamente rilevante.
    Rispetto alla tua domanda “cosa dovrei fare?”, ci sono due possibili direzioni, entrambe valide:
    Potresti provare a portare ancora una volta in seduta, in modo molto esplicito, tutto ciò che hai scritto qui: non solo i contenuti, ma proprio il vissuto (sentirsi giudicata, sotto pressione, poco libera). Questo permetterebbe di verificare se c’è spazio per una reale comprensione e un aggiustamento del lavoro.
    Allo stesso tempo, il fatto che il solo pensiero di cambiare terapeuta ti faccia sentire meglio è un’informazione importante. Non va ignorata né interpretata come “fallimento”: a volte semplicemente si crea una mancata sintonizzazione tra terapeuta e paziente, oppure il percorso ha bisogno di una modalità diversa.

    Non esiste una scelta “giusta in assoluto”, ma esiste quella che, in questo momento, ti permette di sentirti più al sicuro e più libera di lavorare su di te.
    Prenderei molto sul serio ciò che provi, senza minimizzarlo. La terapia è uno spazio per costruire fiducia, non per sentirsi costantemente inadeguati o sotto pressione.
    Un caro saluto


    Salve ho 50 anni e premetto che sono sempre stato ipocondriaco e ansioso, da qualche tempo ho paura di strozzarmi deglutendo il cibo, ho una sensazione di avere tra gola e palato un bolo, a tavola mangio poco o quasi nulla per paura di soffocarmi. Ma la cosa che mi preoccupa è che da quando ho avuto il problema di aver paura di soffocare, ho perso qualche chilo per me di troppo, sono alto 196 e attualmente peso intorno agli 80 chili.. Sto mangiando molto meno rispetto a prima solo pasta e frutta a pranzo e poco a cena. Ho paura di andare sottopeso o che non riesca a recuperare. Ho paura di avere qualche patologia, mi misuro spesso pressione, ho fatto recenti analisi sangue che sono risultate regolari. Ho paura di non riuscere a superare questo problema.Attendo un vostro gradito consiglio.. Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno, capisco la sua preoccupazione: ciò che descrive è molto frequente nelle persone con una storia di ansia e ipocondria, e può diventare particolarmente invalidante perché coinvolge un atto automatico e quotidiano come il mangiare.
    La sensazione di “bolo in gola” e la paura di soffocare durante la deglutizione sono spesso legate a uno stato di attivazione ansiosa. Quando l’attenzione si concentra molto sul corpo e sulla deglutizione, quest’ultima perde la sua naturale automaticità e può diventare rigida, aumentando proprio la sensazione di difficoltà o blocco. Questo crea un circolo vizioso: più controllo → più tensione → più difficoltà percepita → più paura.
    Il fatto che gli esami del sangue siano nella norma è un dato rassicurante. La perdita di peso che riferisce sembra coerente con la riduzione dell’alimentazione dovuta alla paura, più che indicativa di una patologia organica. Tuttavia, è sempre utile, se non lo ha già fatto, confrontarsi anche con il medico curante per escludere definitivamente cause mediche (ad esempio legate alla deglutizione).
    Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale può aiutarla a:ridurre la paura legata alla deglutizione,interrompere il circolo vizioso tra attenzione e sintomi fisici,lavorare sui pensieri catastrofici (“potrei soffocare”, “non riuscirò a mangiare”),reintrodurre gradualmente e in sicurezza gli alimenti evitati e recuperare un rapporto più sereno con il cibo.
    Nel frattempo, può essere utile iniziare con piccoli accorgimenti pratici: mangiare lentamente, in un contesto tranquillo, preferire inizialmente cibi morbidi ma variati (non solo pasta e frutta), e fare piccoli pasti frequenti piuttosto che forzarsi con porzioni abbondanti.
    Il fatto che lei chieda aiuto è già un passo importante: questo tipo di problema, per quanto spaventoso, è mantenuto da meccanismi ben conosciuti e trattabili. Con il giusto supporto, è possibile recuperare sia serenità che peso corporeo.
    Resto a disposizione
    Cordiali saluti


    Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
    Cordialmente,

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buonasera,la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza. Un episodio di ansia intensa, anche se protratto per alcuni mesi, difficilmente determina danni permanenti alle capacità cognitive o alla memoria.
    È però possibile che stati ansiosi significativi, soprattutto se associati a pensieri ossessivi e preoccupazioni ricorrenti, possano incidere su attenzione, concentrazione e senso di efficacia nello studio, anche a distanza di tempo. Questo può dare la sensazione di “non riuscire più come prima”, pur in assenza di un reale danno strutturale.
    Inoltre, il timore che qualcosa si sia “rovinato” può a sua volta mantenere e amplificare la difficoltà, creando un circolo che influisce sulla performance.
    Per questo motivo potrebbe essere utile approfondire la situazione attuale, valutando sia gli aspetti cognitivi sia quelli emotivi, così da individuare strategie mirate per il recupero delle sue capacità.
    Resto a disposizione qualora desiderasse un confronto più approfondito.
    Un cordiale saluto.


    Salve, la mia figlia, una ragazza normale ,semplice carina con uno sviluppo e una crescita adatta per ogni fase di età, senza tanti cambiamenti fino ad arrivare all età di 20 -21 anni. Nel periodo di adolescenza 14-15 anni innamoratissima di un ragazzo, poi a 18 -19 ha conosciuto un'altra ragazzo. Improvvisamente a 21 anni si è sentita attratta emotivamente da una sua amica. Sempre in quel periodo ha fatto erasmus all estero dove ha avuto un atto sessuale con una ragazza...La mie domande sono:Può essere omosessuale o bisessuale? Il cambiamento è dovuto a qualcosa? Quale è la spiegazione a tutto ciò? Ringrazio anticipatamente....Scusate un ultima cosa. Lei non mi ha parlato apertamente di tutto, sono venuta a sapere assistendo a una conversazione con la sua amica da qui ho capito che c era qualcosa. A quel punto me l ha detto. L ho ascoltata poi le ho detto intanto di vivere quello che sente poi in futuro si vedrà cosa sarà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Gentile Signora,la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata e importante per lei come madre. È comprensibile che possa avere dubbi e bisogno di dare un significato a ciò che sta osservando.
    Da quello che descrive, sua figlia sta vivendo un’esperienza che rientra nel normale percorso di esplorazione affettiva e identitaria tipico della giovane età adulta. L’orientamento sessuale non è sempre qualcosa di definito fin dall’inizio in modo rigido: per alcune persone può emergere in modo più graduale, anche attraverso esperienze diverse nel tempo. Questo non implica che ci sia stato un “cambiamento improvviso” causato da qualcosa di specifico, ma piuttosto una maggiore consapevolezza di ciò che sente.
    Sua figlia potrebbe essere eterosessuale, bisessuale o omosessuale, ma non è necessario darle subito un’etichetta: ciò che conta è che possa comprendere e vivere serenamente i propri vissuti.
    È molto significativo il modo in cui lei ha reagito: averla ascoltata senza giudizio e averle dato il permesso di vivere ciò che sente è un fattore protettivo molto importante per il suo benessere psicologico e per la vostra relazione. Sentirsi accettati in famiglia riduce notevolmente il disagio e favorisce uno sviluppo più sereno.
    Se sente il bisogno di approfondire o di avere uno spazio di confronto, può essere utile anche per lei ritagliarsi un momento di supporto, per elaborare eventuali dubbi o emozioni che questa situazione può attivare.
    Resto a disposizione,un caro saluto.


    Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
    Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
    Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Gentile utente,mi dispiace molto per la sofferenza che sta vivendo. Dalle sue parole emerge un momento particolarmente faticoso, in cui si stanno intrecciando più aspetti delicati: le difficoltà nel rapporto con suo padre, i vissuti di giudizio e svalutazione, il confronto con suo fratello, l’incertezza rispetto al percorso universitario e lavorativo, oltre ai lutti recenti che possono aver accentuato il senso di chiusura e di vuoto.
    Le frasi che ha ricevuto sono molto dure e possono ferire profondamente, soprattutto quando arrivano da una figura significativa. È comprensibile che questo abbia inciso sul modo in cui oggi percepisce se stessa, alimentando sentimenti di inadeguatezza, impotenza e smarrimento. Anche il silenzio punitivo può essere vissuto come molto doloroso e destabilizzante.
    L’ansia, il panico e il senso di vuoto che descrive non sono segnali di debolezza, ma espressione di un carico emotivo importante che merita ascolto e cura.
    In una situazione come questa, un percorso psicologico può offrirle uno spazio sicuro in cui dare senso a ciò che sta vivendo, elaborare i lutti, lavorare sui pensieri di autosvalutazione e costruire gradualmente un senso di sé più stabile e autentico.
    Non è sola in quello che prova e, anche se ora può sembrare difficile, è possibile trovare un modo per stare meglio.
    Un caro saluto


    Salve, sono un uomo di 41 anni e da 13 anni sto con una donna di 10 anni più piccola. Abbiamo litigato di rado e per anni tutto è andato bene, ma negli ultimi 4 anni tra di noi è cambiato molto il rapporto, cosa che lei non pensa sia avvenuta. Ogni mia proposta di fare qualcosa insieme è sistematicamente rifiutata, lei esce poco di casa, non si cura come prima, e non ha obiettivi nella vita. Avevano deciso di andare a vivere insieme, ma sua mamma ha accusato un malore, e da quel giorno tutto si è fermato. Io sto male, oltretutto la vita sessuale da 4 anni è quasi assente, mi sento inutile e parlare con lei non serve a nulla. Non chiedo che cambi completamente, ma talvolta un compromesso non farebbe male. Sto pensando di lasciarla ma ho paura di un futuro da solo, non so più che fare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve, la situazione che descrive appare caratterizzata da un progressivo cambiamento della relazione, che nel tempo ha assunto connotati di distanza emotiva, riduzione della progettualità condivisa e difficoltà nella comunicazione e nell’intimità.
    È comprensibile che lei si senta disorientato e in sofferenza, soprattutto considerando la discrepanza tra la sua percezione del cambiamento e quella della sua partner, che invece sembra non riconoscere la stessa evoluzione del rapporto. Questo tipo di asimmetria percettiva può rendere particolarmente complesso il dialogo e il tentativo di trovare un punto d’incontro.
    Inoltre, elementi come il ritiro sociale della partner, la riduzione della cura di sé e la perdita di progettualità possono contribuire a un vissuto di solitudine anche all’interno della relazione, generando frustrazione e senso di impotenza.
    È importante riconoscere che il bisogno di vicinanza, condivisione e reciprocità è legittimo, così come lo è il desiderio di un confronto costruttivo e di compromessi. Allo stesso tempo, quando la comunicazione diretta non sembra più efficace, può essere utile valutare uno spazio terzo (ad esempio un percorso di coppia) che permetta di facilitare l’espressione reciproca dei bisogni e delle difficoltà.
    La paura della solitudine che lei esprime è altrettanto significativa e merita attenzione, perché spesso può influenzare le scelte e mantenere situazioni di sofferenza prolungata.
    In ogni caso, prima di prendere decisioni definitive, può essere utile prendersi uno spazio di riflessione più ampio, in cui chiarire cosa per lei è realmente indispensabile in una relazione e cosa invece è disposto a negoziare. Cordiali saluti


    Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve, dalle sue parole emerge chiaramente un ragazzo sensibile, affettuoso, vivace, con un forte bisogno di sentirsi visto, accolto e riconosciuto. Emerge anche una mamma molto attenta, che si interroga non solo sul comportamento del figlio, ma soprattutto su ciò che quel comportamento può significare.
    Il punto centrale, da come lo descrive, non sembra essere semplicemente il “far ridere” o l’essere infantile, ma il significato che Diego attribuisce a quel ruolo: “se non faccio ridere, non valgo”. Questa frase è molto importante, perché racconta un vissuto più profondo: il timore di non essere abbastanza, di non essere scelto, di non avere un posto nel gruppo se non attraverso una prestazione.A quasi 14 anni, il gruppo dei pari diventa uno specchio potentissimo. Sentirsi esclusi, anche solo parzialmente, può generare molta sofferenza. Alcuni ragazzi reagiscono chiudendosi, altri diventando oppositivi, altri ancora — come sembra fare Diego — cercando di conquistare attenzione attraverso la simpatia, l’esagerazione, l’intrattenimento. Non è “capriccio”: spesso è un tentativo, ancora immaturo, di proteggersi dal dolore del sentirsi ai margini.
    È molto bello che in casa ne parliate e che cerchiate di trasmettergli il messaggio che non deve performare per avere valore. Tuttavia, a volte, quando un ragazzo ha interiorizzato l’idea di dover “fare qualcosa” per essere accettato, le parole da sole non bastano. Serve aiutarlo piano piano a fare esperienza concreta del fatto che può essere apprezzato anche quando è tranquillo, serio, vulnerabile, non brillante.
    Può essere utile, ad esempio, spostare il dialogo dal “non devi fare così” al “cosa senti in quel momento?”. Domande come:“Cosa temi che succeda se resti in silenzio?”“Quando fai ridere gli altri, cosa provi subito dopo?”“Ti senti davvero più vicino a loro o solo più visibile?”“Con chi riesci a essere te stesso senza dover esagerare?”
    Queste domande possono aiutarlo a riconoscere il bisogno sottostante: appartenenza, accettazione, sicurezza, valore personale.
    Allo stesso tempo, è importante non patologizzare Diego. La sua vivacità, la sua energia e anche il suo desiderio di relazione non sono aspetti da spegnere. Vanno piuttosto aiutati a trovare una forma più regolata, più autentica, meno dipendente dall’approvazione del gruppo.
    Il lavoro più importante potrebbe essere proprio questo: aiutarlo a costruire un senso di valore che non dipenda solo dalla reazione degli altri. Valorizzarlo quando mostra sensibilità, responsabilità, pensiero, gentilezza; non solo quando è simpatico o brillante. Restituirgli spesso immagini di sé più ampie: “Tu non sei solo quello che fa ridere. Sei anche un ragazzo attento, profondo, capace di voler bene, capace di riflettere”.
    Se questa sofferenza rispetto al gruppo è presente da tempo, se lo porta ad agire in modo impulsivo o a sentirsi molto inadeguato, potrebbe essere utile anche un breve percorso psicologico per lui, non perché ci sia necessariamente “qualcosa che non va”, ma per offrirgli uno spazio neutro in cui comprendere meglio sé stesso, il suo modo di stare con gli altri e il suo bisogno di approvazione.
    Da genitori, il compito non è impedirgli ogni insicurezza — perché a quest’età è normale attraversarla — ma aiutarlo a non identificarsi con essa. Diego non deve diventare “meno vivace”: deve poter scoprire che può essere amato, scelto e rispettato anche quando non intrattiene nessuno.
    Mi sembra che abbiate già colto un aspetto molto importante. Continuate a stargli accanto con ascolto, fermezza e delicatezza, aiutandolo a distinguere tra il desiderio sano di piacere agli altri e il bisogno doloroso di dover meritare il proprio posto. Un caro saluto


    Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Gentile utente,dalle sue parole emerge chiaramente che il rapporto con il cibo non riguarda soltanto il peso, la dieta o la forza di volontà, ma coinvolge aspetti emotivi, affettivi e probabilmente anche esperienze passate.
    Il fatto che lei sia riuscita più volte a portare a termine delle diete dimostra che possiede determinazione e capacità di impegno. Tuttavia, se ogni percorso viene vissuto come privazione, controllo o rinuncia a qualcosa percepito come “necessario”, è comprensibile che, una volta terminata la dieta, il bisogno emotivo sottostante torni a prendere spazio. In questi casi il cibo può diventare una forma di regolazione emotiva: consola, calma, riempie, anestetizza o dà sollievo, anche se poi può lasciare senso di colpa, frustrazione o perdita di controllo. Più che “eliminare” la dipendenza dal cibo, forse l’obiettivo terapeutico potrebbe essere quello di comprendere quale funzione ha avuto e ha tuttora il cibo nella sua vita. Il cibo non è solo nutrimento biologico: per molte persone diventa anche un modo per gestire ansia, vuoto, rabbia, tristezza, solitudine, tensione o bisogno di gratificazione. Lavorare solo sul comportamento alimentare, senza esplorare questi significati, rischia di produrre cambiamenti temporanei ma non realmente stabili.
    Un percorso psicologico mirato potrebbe aiutarla a interrompere il circolo vizioso tra emozione, impulso, comportamento alimentare e senso di colpa. Sarebbe importante lavorare sulla consapevolezza emotiva, sui pensieri automatici legati al cibo e al corpo, sulla gestione degli impulsi, sull’autocritica e sul modo in cui lei ha imparato, fin da bambina, a vivere il desiderio e la repulsione verso il cibo. Le suggerirei quindi di rivolgersi a uno psicoterapeuta che abbia esperienza nei disturbi del comportamento alimentare o nel rapporto emotivo con il cibo. Non perché lei debba necessariamente “etichettarsi” con una diagnosi, ma perché merita uno spazio in cui il sintomo venga compreso nella sua complessità, senza ridurlo semplicemente a dieta, controllo o volontà.
    Il punto di partenza non è giudicarsi per non essere riuscita a uscirne da sola, ma riconoscere che quel comportamento probabilmente ha avuto una funzione per molto tempo. Solo comprendendola, sarà possibile costruire modalità alternative più sane e meno dolorose per rispondere ai suoi bisogni emotivi.
    Un caro saluto.


    Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da circa qualche mese, abbiamo 22 anni di differenza, stavamo insieme da 3 anni circa, diciamo che da circa inizio anno ho iniziato a risentire un mio amico con cui mi frequentavo a distanza diciamo circa prima del mio ex, con lui mi sono sempre sfogata, sentita capita e forse questo, che non trovavo nel mio ex, mi ha fatto avvicinare a lui, e tutt'ora ho un non so quale sentimento nei suoi confronti, con lui oltretutto ci dobbiamo rivedere in questi giorni, dopo esserci visto un mese fa già, in amicizia anche se c'è stato qualche bacio. Inoltre però col mio ex ci continuavamo a vedere perché io non riuscivo a distaccarmi, a lasciarlo andare, nonostante continuassi a non vedere cambiamenti da parte sua, nonostante continuassimo a discutere, a vedere cose che non mi stavano bene..con questo amico ora mi devo rivedere ma ho paura, perché in questo periodo ho di nuovo riprovato qualcosa per lui, ma è come se andassi a periodi, non so come sentirmi, come riconoscere ciò che provo..mi piace ma allo stesso tempo voglio essere libera o comunque ho paura che poi ci sono atteggiamenti o comportamenti anche banali che non mi piacciono..quindi ritorno sui miei passi e non mi piace più, ma è ovvio che se lo vedo magari vorrei baciarlo, parlare, stare insieme ecc..mi spaventa questo perché non so come riconoscere il tutto, cosa fare, lasciare che le cose vadano da se e vedere come va oppure cosa? non riesco a dare un nome a tutto ciò, a come mi sento...a cosa provo, ho paura di non so neanche cosa, di vederlo e non sapere cosa fare per paura..non lo so

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Gentile utente,la ringrazio per aver condiviso con sincerità ciò che sta vivendo. Da quello che racconta emerge una situazione emotivamente complessa, in cui sembrano intrecciarsi più aspetti: la fine di una relazione importante, la difficoltà a separarsi davvero dal suo ex, il riavvicinamento a una persona con cui si è sentita capita e accolta, e allo stesso tempo il bisogno di libertà e di non sentirsi nuovamente coinvolta in qualcosa che potrebbe farla stare male.
    È comprensibile che in questo momento faccia fatica a “dare un nome” a ciò che prova. Dopo una relazione lunga e significativa, soprattutto se il distacco non è stato netto, i sentimenti possono essere molto altalenanti: un giorno può prevalere la nostalgia, un altro il desiderio di leggerezza, un altro ancora la curiosità o l’attrazione verso una nuova persona. Questa oscillazione non significa necessariamente che lei stia sbagliando o che non sappia cosa vuole; potrebbe indicare che è ancora in una fase di elaborazione e di riassestamento emotivo.
    Rispetto a questo amico, forse più che chiedersi subito “mi piace davvero o no?”, potrebbe essere utile chiedersi: “come mi sento quando sono con lui?”, “mi sento libera di essere me stessa?”, “mi avvicino a lui per desiderio o per colmare un vuoto?”, “sto cercando una relazione o ho bisogno di tempo per capire me stessa?”. A volte il problema non è tanto scegliere immediatamente, ma concedersi il diritto di procedere con calma, senza forzarsi a definire tutto subito.
    Allo stesso tempo, è importante ascoltare anche le sue paure e i suoi segnali interni. Se alcuni comportamenti la fanno arretrare o la mettono in allarme, non vanno ignorati, ma osservati con attenzione: possono essere paure legate a esperienze precedenti, oppure segnali di bisogni reali che meritano rispetto.
    Il mio suggerimento è di non sentirsi obbligata a prendere una decisione definitiva adesso. Può incontrarlo, se lo desidera, mantenendo però un ritmo che la faccia sentire al sicuro e libera. Potrebbe anche comunicargli con semplicità che sta vivendo un momento di confusione e che ha bisogno di tempo, senza sentirsi in dovere di trasformare subito questo legame in qualcosa di definito.
    Se questa confusione dovesse diventare molto pesante o ripetersi nelle relazioni, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio i suoi bisogni affettivi, le sue paure, il modo in cui vive il distacco e il coinvolgimento emotivo. Non per darle una risposta “giusta” dall’esterno, ma per aiutarla a riconoscere con più chiarezza ciò che sente e ciò che desidera davvero.
    Un caro saluto.


    Domande su psicoterapia

    Buongiorno, non so se questo sia il luogo giusto per avere una risposta, intanto ringrazio per la disponibilità.
    Un anno fa sono stata operata di tumore alla gamba, al momento porto un tutore poiché ho perso la sensibilità al piede.
    Mio marito ha alternato momenti un cui mi è stato vicino a momenti di freddezza e nervosismo, anche quando sono tornata a casa dopo 2 mesi di ospedale.
    Non abbiamo rapporti completi da quasi 2 anni e lui mi ripete che non se la sente per ora per la mia gamba e perché dice di non essere in forma.
    A me sembra strano tutto ciò, nel senso cbe potevo capire un anno fa ma ora non capisco perché non cerchi un momento per noi.
    Avrei bisogno di un vostro parere grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve,la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata e personale.
    Quello che descrive riguarda un periodo molto impegnativo della sua vita, segnato non solo dalla malattia e dal percorso di cura, ma anche da un cambiamento importante nella relazione con suo marito. È comprensibile che questo possa generare dolore, confusione e anche domande a cui è difficile dare una risposta chiara.
    Dalle sue parole emerge il bisogno di sentirsi ancora vista, desiderata e accolta nella relazione, nonostante i cambiamenti che la malattia ha portato nel suo corpo e nella quotidianità. Allo stesso tempo, sembra che suo marito stia vivendo una difficoltà sua, che però oggi si esprime con distanza e chiusura, e questo naturalmente può farla sentire sola o non compresa.

    In queste situazioni non è raro che entrino in gioco paure, fragilità emotive e difficoltà a rielaborare i cambiamenti, sia da una parte che dall’altra, ma ciò non toglie che il suo vissuto di dolore e mancanza sia assolutamente legittimo.
    Potrebbe essere importante, se possibile, trovare uno spazio di dialogo tra voi in cui non si parli solo della parte “fisica” o pratica, ma anche di come vi sentite entrambi in questo momento, magari anche con un supporto esterno che vi aiuti a farlo in modo più sicuro e guidato.
    Resto a disposizione e le auguro di trovare uno spazio di maggiore comprensione e vicinanza in questa fase così complessa. Un caro saluto


    Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.

    Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.

    Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.

    Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.

    La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
    E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
    Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
    (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso con tanta autenticità una parte così delicata della sua esperienza. Da ciò che racconta emerge un legame molto intenso, nato inizialmente come amicizia profonda e poi evoluto anche sul piano affettivo e fisico. È comprensibile che oggi lei si senta spaesata: non sta vivendo soltanto la fine di una relazione “non ufficiale”, ma anche la perdita di una presenza quotidiana, di un punto di riferimento emotivo, di una persona con cui si era sentita vista, ascoltata e riconosciuta.
    Quando un rapporto nasce in una condizione di non parità — in questo caso perché l’altra persona è già impegnata — può diventare molto complesso distinguere tra ciò che è reale, ciò che è possibile e ciò che resta sospeso. Il fatto che lei non gli abbia chiesto di lasciare la compagna mostra lucidità e rispetto, ma questo non rende meno doloroso il vissuto di perdita. Anche i legami “non definiti” possono lasciare un vuoto molto profondo, proprio perché spesso restano pieni di domande, possibilità immaginate e scenari mai verificati.
    Mi colpisce il suo bisogno di dare valore a ciò che c’è stato, senza banalizzarlo. È importante farlo: il dolore che prova non dipende necessariamente dall’aver “idealizzato” o dall’essere stata poco equilibrata. Può dipendere dal fatto che quel rapporto ha toccato bisogni emotivi significativi: sentirsi scelta, compresa, desiderata, riconosciuta nella propria unicità. Quando questi bisogni vengono attivati in modo così intenso e poi il legame si interrompe bruscamente, è normale sentirsi confusi, feriti e pieni di interrogativi.
    Allo stesso tempo, può essere utile proteggersi dal rischio di restare intrappolata nel “se fossimo stati entrambi liberi…”. È una domanda comprensibile, ma rischia di tenerla ancorata a una possibilità che, almeno al momento, lui ha scelto di non trasformare in realtà. Per quanto doloroso, ciò che oggi conta non è solo ciò che lui ha provato, ma anche ciò che è stato in grado — o non è stato in grado — di scegliere.
    Le suggerirei di concedersi il diritto di vivere questo dolore senza giudicarsi, ma anche di riportare gradualmente il focus su di sé: cosa ha scoperto di importante su ciò che desidera in una relazione? Quali bisogni sono emersi con forza? Quali confini vuole tutelare in futuro, affinché un legame possa farla sentire amata ma anche libera, scelta e al sicuro?
    Se sente che questa esperienza continua a generare sofferenza, confusione o difficoltà a lasciar andare, un percorso psicologico potrebbe aiutarla non tanto a “dimenticare” questa persona, ma a comprendere cosa questo legame ha significato per lei, a elaborare la perdita e a trasformare questa esperienza in una maggiore consapevolezza di sé e dei suoi bisogni affettivi.
    Un caro saluto.


    Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno,grazie per aver condiviso con tanta sincerità una storia così complessa e dolorosa. Da quello che descrive emerge una sofferenza importante, che non riguarda semplicemente “capire se ama o non ama” il suo ragazzo, ma un intreccio più profondo tra ansia, paura dell’intimità, vergogna, bisogno di conferme, esperienze relazionali ferenti e pensieri intrusivi molto invalidanti.
    Mi sembra importante dirle una cosa: il fatto che lei abbia pensieri di repulsione, dubbi continui, oscillazioni tra attrazione e rifiuto, paura di “stare con la persona sbagliata” o di “non amare davvero”, non significa automaticamente che quei pensieri siano la verità. Quando l’ansia entra nella sfera affettiva, può trasformare ogni dettaglio dell’altro — aspetto fisico, odore, pulizia, modo di parlare, intelligenza, gesti quotidiani — in una “prova” da analizzare. Più si cerca una certezza assoluta, più la mente produce nuovi dubbi.
    Nel suo racconto ci sono anche eventi che possono aver lasciato un segno: l’episodio del bigliettino vissuto come umiliazione, l’esperienza a 16 anni in cui i suoi confini non sono stati rispettati, la paura del giudizio degli altri, la vergogna dell’esposizione sociale, la storia familiare con figure poco rassicuranti o poco contenitive. Tutto questo può aver contribuito a rendere l’intimità qualcosa di desiderato ma anche molto minaccioso.
    È molto positivo che abbia iniziato un percorso di psicoterapia. Le suggerirei di portare in seduta proprio questo materiale, senza censurarlo: non solo la domanda “devo lasciarlo o no?”, ma soprattutto “cosa succede dentro di me quando l’altro si avvicina?”, “perché il difetto dell’altro diventa intollerabile?”, “quanto pesa il giudizio esterno?”, “cosa temo di perdere se resto e cosa temo di perdere se vado via?”.
    Potrebbe essere utile lavorare su più livelli: ansia sociale, pensieri ossessivi nella relazione, paura dell’intimità, vissuti traumatici/umilianti, autostima e separazione dalla famiglia d’origine. Considerando che riferisce un peggioramento dopo la sospensione della paroxetina, sarebbe opportuno confrontarsi anche con lo psichiatra che la segue o con uno specialista, senza modificare farmaci autonomamente.
    In questo momento eviterei di prendere decisioni definitive guidate dall’urgenza dell’ansia o della repulsione. Prima proverei a comprendere il funzionamento di questi pensieri e il loro significato nella sua storia. La questione non è convincersi a restare a tutti i costi, ma distinguere con calma ciò che appartiene alla relazione da ciò che appartiene alla paura, all’ansia e alle ferite pregresse.
    Se dovessero ripresentarsi pensieri suicidari attuali o il timore di poterle mettere in atto, è importante chiedere aiuto subito: contattare il 112/118, recarsi al Pronto Soccorso o rivolgersi immediatamente a una persona di fiducia.
    Un caro saluto.


    Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve, da quello che racconta, non si tratta semplicemente di cercare lavoro, ma di trovarsi in un momento di passaggio molto delicato: nuova città, distanza da casa, aspettative su di sé, bisogno di autonomia, pressione economica, paura di fallire e una recente esperienza lavorativa che l’ha ferita profondamente.
    È comprensibile che, dopo essersi sentita umiliata e non accolta, l’idea di ricominciare in un nuovo ambiente le generi ansia. Quando viviamo un’esperienza negativa, la mente tende a generalizzare: “se è andata male lì, andrà male anche altrove”, “non sono capace”, “troverò di nuovo persone tossiche”. Ma questi pensieri, per quanto comprensibili, non sono necessariamente la realtà: sono il segno di una ferita ancora attiva e di una forte ansia anticipatoria.
    Vorrei sottolineare una cosa importante: il fatto che quello stage non sia proseguito non significa che lei abbia fallito. Significa che quell’ambiente, per come si è strutturato, non era adatto o sostenibile per lei in quel momento. Decidere di non restare in un contesto che la faceva stare male non è necessariamente una fuga: può essere anche un atto di tutela.
    Rispetto al “quanto tempo darmi”, più che stabilire un limite rigido, potrebbe essere utile costruire un piano concreto e graduale: ad esempio definire un periodo di alcune settimane in cui dedicarsi alla ricerca in modo organizzato, valutando anche lavori temporanei o non perfettamente in linea con il suo campo, se possono aiutarla economicamente a rimanere lì mentre continua a cercare qualcosa di più coerente con i suoi obiettivi. A volte l’autonomia si costruisce anche con passaggi intermedi, non per forza con la soluzione perfetta subito.
    Le consiglierei di lavorare su tre livelli:
    1. Piano pratico: aggiornare CV, candidarsi ogni giorno a un numero realistico di posizioni, valutare agenzie interinali, contatti locali, lavori ponte, eventuali corsi brevi o supervisioni nel suo ambito.
    2. Piano emotivo: non interpretare ogni mancata risposta come conferma del proprio valore personale. La ricerca del lavoro spesso è lenta e frustrante, ma non dice chi lei è.
    3. Piano psicologico: continuare, per quanto possibile, il percorso con la psicologa, magari concordando una frequenza sostenibile o sedute più distanziate, ma mantenendo uno spazio stabile. In questa fase potrebbe essere molto utile lavorare su autostima, paura del giudizio, ansia anticipatoria e pensiero catastrofico.
    Il confronto con le amiche che “vanno avanti” rischia di aumentare molto il senso di inadeguatezza. Ma ognuno ha tempi, risorse e percorsi diversi. Lei non è “indietro”: è in una fase complessa di costruzione della propria autonomia. E costruire una vita adulta non significa non avere paura, ma imparare a muoversi anche mentre la paura c’è.
    Provi a non chiedersi solo “e se fallisco?”, ma anche: “qual è il prossimo piccolo passo concreto che posso fare oggi per avvicinarmi alla vita che desidero?”. In questo momento non deve risolvere tutta la sua vita insieme, deve costruire un passo alla volta una base più stabile.
    Un caro saluto.


    Salve vorrei avere un vostro consiglio.
    Ho in mente di iniziare un percorso terapeutico , fare seduti in un pisocolog*. Ho scoperto avere tanti disturbi come la DOC.
    Soltanto che ho tanta paura e timore nel parlare dei miei problemi e paure.
    Non vorrei andare fisicamente ma tipo online però ho il timore della videochiamata, io avevo pensato tipo all'inizio o se sia possibile un colloquio Soltanto scrivendo e poi se riesco anche con videochiamata.
    Diciamo che una volta siamo andati da una psicologa per trattare una questione ed eravamo in famiglia, questa vostra collega tratto male mia madre , alzo la voce e disse che lei era esagerata e ci consigliò di dare delle medicine tranquillanti.
    Appena mamma fu sgridata uscì dallo stupido e la trovammo che piangeva.
    Per questo ho timore.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso un vissuto così delicato. È comprensibile che l’idea di iniziare un percorso psicologico possa generare paura, soprattutto se in passato lei o la sua famiglia avete avuto un’esperienza negativa con una professionista. Un incontro in cui ci si è sentiti giudicati, rimproverati o non accolti può lasciare timore e sfiducia, ed è importante riconoscerlo senza minimizzarlo.
    Allo stesso tempo, quell’esperienza non rappresenta necessariamente ciò che accade in un percorso terapeutico. Uno spazio psicologico dovrebbe essere prima di tutto un luogo sicuro, rispettoso e non giudicante, in cui la persona possa sentirsi libera di parlare con i propri tempi, senza forzature.
    Se sente di avere molte paure, pensieri intrusivi o difficoltà riconducibili al DOC, iniziare un percorso potrebbe esserle davvero utile. Non è necessario raccontare tutto subito: le prime sedute servono anche a conoscersi, capire se si sente a suo agio con il professionista e costruire gradualmente un clima di fiducia.
    Rispetto alla modalità online, può certamente valutare questa possibilità. Alcuni professionisti, compresa me, offrono colloqui online e, in alcuni casi, possono concordare modalità iniziali più graduali. Può provare a scrivere al professionista spiegando apertamente che ha timore della videochiamata e che le piacerebbe iniziare con un primo contatto scritto o comunque con una modalità che la faccia sentire meno esposta. Sarà poi il professionista a dirle cosa è possibile fare nel rispetto del setting terapeutico.
    La cosa importante è non rinunciare a chiedere aiuto solo per paura. Può scegliere con calma, informarsi, fare un primo contatto e valutare come si sente. Se percepisce accoglienza, rispetto e delicatezza, potrà procedere un passo alla volta. Se invece non dovesse sentirsi a suo agio, ha sempre il diritto di cercare un altro professionista.
    Iniziare una terapia non significa essere obbligati a raccontare tutto immediatamente, ma concedersi uno spazio in cui poter essere ascoltati con rispetto. Già il fatto che lei stia pensando di chiedere aiuto è un primo passo importante. Un caro saluto


    Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.

    Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.

    Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.

    Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.

    Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.

    A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.

    Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.

    Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.

    In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.

    È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.

    Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.

    Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.

    Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.

    Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.

    Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.

    Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Ciao, grazie per aver condiviso una storia così personale e complessa. Da ciò che racconti emerge molta sofferenza, ma anche una grande consapevolezza: ti stai interrogando non solo sulla relazione attuale, ma anche su un modo di stare nelle relazioni che sembra ripetersi.
    Mi colpisce un aspetto centrale: nelle tue relazioni sembri assumere spesso il ruolo di chi “regge tutto”, si occupa di tutto, dà molto, si adatta, cerca di essere all’altezza, quasi come se l’amore dovesse essere meritato attraverso prestazioni, sacrifici, disponibilità economica, attenzioni e cambiamenti personali. Questo, nel tempo, può creare uno squilibrio molto doloroso: da una parte dai moltissimo, dall’altra inizi a sentirti svuotato, poco visto, poco ascoltato e non riconosciuto.
    Non credo che la domanda sia semplicemente “devo lasciarla o restare?”, ma forse: perché faccio così tanta fatica a scegliere me stesso quando sento di non stare bene?
    Il fatto che tu non riesca ad andare fino in fondo quando lei piange o promette di cambiare può indicare un forte senso di colpa, paura di ferire, paura di perdere, ma anche il timore di restare solo o di non meritare qualcosa di meglio. Sono temi importanti, che meritano di essere esplorati con delicatezza.
    Anche il confronto con il passato della tua compagna, i suoi ex, il sentirti “non abbastanza” fisicamente o come immagine, sembrano parlare di una ferita più profonda legata al valore personale. È come se una parte di te cercasse continue conferme dall’esterno, ma nessuna conferma bastasse davvero a farti sentire al sicuro.
    Il punto non è stabilire chi abbia torto o ragione, né colpevolizzare te o lei. Il punto è comprendere il funzionamento che si è creato: tu dai molto, chiedi poco o chiedi quando sei già saturo, poi ti senti non considerato; lei forse si appoggia a questa tua disponibilità e il rapporto perde equilibrio. Se si parla già di figli e “per sempre”, è fondamentale fermarsi prima e chiedersi se oggi questa relazione è davvero paritaria, sostenibile e rispettosa dei bisogni di entrambi.
    Ti suggerirei di riprendere un percorso psicologico, magari cercando un professionista con cui lavorare in modo più specifico su autostima, dipendenza affettiva, senso di colpa, confini personali e schemi relazionali. Se con la precedente psicologa non ti sei sentito aiutato, non significa che la terapia non possa funzionare: a volte è necessario trovare un approccio e un terapeuta più adatti al proprio momento.
    Hai bisogno di uno spazio in cui non dover “reggere tutto”, ma poter finalmente capire cosa vuoi tu, cosa senti tu e quali sono i tuoi limiti. Perché una relazione sana non dovrebbe richiederti di annullarti per sentirti amato. Un caro saluto


    Salve,
    sono un ragazzo di 18 anni, soffro di un'acuta forma di DOC da ben 8 mesi. Sto seguendo la psicoterapia cognitivo-comportamentale da uno psicoterapeuta da 7 mesi e in più prendo farmaci anti-ossessivi prescritti dallo psichiatra. Sebbene sia in terapia da ormai un bel po' di tempo, le compulsioni sono sempre più frequenti; soffro di DOC da controllo e sono costretto a controllare le luci di casa più di 60 volte al giorno. Non riesco a smettere per alcun motivo. Sto ore e ore in giro per la casa a controllare i lampadari e smetto solo quando vado a letto. In più ho DOC di contaminazione, mi lavo quasi sempre le mani con acqua e sapone. Non so perché ma non miglioro affatto. Sto perdendo peso perché sono sempre in giro per la casa a controllare, a malapena pranzo e ceno. A studiare ho difficoltà. Ho la maturità e non so come fare. In cosa sto sbagliando? Vi chiedo aiuto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno, capisco quanto possa essere faticoso e spaventante vivere una situazione così intensa, soprattutto mentre stai già seguendo una psicoterapia e una terapia farmacologica.
    Da ciò che descrivi, il DOC sta occupando molto spazio nella tua giornata e sta interferendo con studio, alimentazione e vita quotidiana. Non significa che tu stia sbagliando: spesso nel DOC le compulsioni danno un sollievo momentaneo, ma poi rinforzano il dubbio e il bisogno di controllare o lavarsi di nuovo.
    Ti suggerisco di parlarne al più presto sia con il tuo psicoterapeuta sia con lo psichiatra, spiegando chiaramente che i sintomi stanno aumentando, che stai perdendo peso e che fai fatica a studiare. Potrebbe essere necessario rivedere il piano terapeutico, intensificare il supporto o valutare eventuali modifiche alla terapia farmacologica, sempre e solo con lo psichiatra.
    Per la maturità, prova a non restare solo: coinvolgi i tuoi genitori, i curanti e, se possibile, anche la scuola, così da costruire un piano realistico per affrontare questo periodo.
    Non leggere questa fase come un fallimento personale: il DOC può essere molto tenace, ma con un trattamento adeguato e ben ricalibrato si può lavorare per migliorare. In bocca al lupo per tutto!

    Un caro saluto.


    Buongiorno, sono una ragazza di quasi 18 anni e scrivo perché vivo una situazione che non riesco a controllare. Premessa: il tutto è iniziato a 12 anni, poi a dai 14/15 ai 16 sembrava essere migliorata la situazione, ma adesso è peggio di prima.
    A 12 anni ho iniziato ad avere l'impulso di strapparmi ciglia e sopracciglia, mentre adesso si sono aggiunti anche i capelli e il gesto è diventato molto più frequente e sistematico.
    Inoltre, è dai 12 anni che penso di non avere un rapporto sano con il cibo: i primi anni era stata una cosa anche più o meno sopportabile, che si è risolta da sola (periodi di restrizione col cibo), invece nell'ultimo anno non fa che peggiorare (per farla breve abbuffate/restrizioni).
    Non voglio dire che i due problemi siano collegati l'uno con l'altro perchè sono la prima che non riesce a darsi una risposta o controllarsi da sola, il che mi fa sentire come se non fossi cresciuta affatto, anzi avevo più autocontrollo a 12 anni.

    Non so bene quale sia il mio obiettivo scrivendo tutto questo e non vorrei nemmeno essermi esposta troppo, ma lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno,quello che descrivi merita attenzione e il fatto che tu sia riuscita a scriverlo non è “esporsi troppo”, ma un passo importante di consapevolezza.
    L’impulso di strappare ciglia, sopracciglia e capelli può rientrare in una difficoltà legata al controllo degli impulsi e alla regolazione dell’ansia o della tensione interna, ma naturalmente serve una valutazione accurata per capire bene cosa stia accadendo. Anche il rapporto con il cibo che alterna restrizioni e abbuffate non va sottovalutato, soprattutto se nell’ultimo anno senti che sta peggiorando.
    Non significa che tu sia “immatura” o che non abbia autocontrollo. Spesso questi comportamenti non dipendono dalla forza di volontà, ma diventano modalità automatiche con cui la mente e il corpo cercano di gestire emozioni, stress, vuoto, tensione o senso di perdita di controllo.
    Ti consiglierei di parlarne con un professionista, possibilmente uno psicologo/psicoterapeuta che abbia esperienza con disturbi del comportamento alimentare, ansia, compulsioni o comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo, come lo strappamento di peli/capelli. Vista la tua età, potrebbe essere utile coinvolgere anche un genitore o un adulto di fiducia, non per “drammatizzare”, ma per non restare sola in questa cosa.
    Hai già fatto qualcosa di molto importante: hai dato un nome a ciò che ti sta succedendo e hai chiesto aiuto. Ora il passo successivo è portare questa sofferenza in uno spazio sicuro, con una persona competente, dove non sarai giudicata e dove potrete capire insieme cosa mantiene questi comportamenti e come iniziare a ridurli. Resto a disposizione nel caso in cui decidessi di intraprendere un percorso a distanza. Un caro saluto


    Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno,la ringrazio per aver condiviso qualcosa di così personale e doloroso. Da ciò che scrive emerge una sofferenza profonda, che non riguarda “semplicemente” il non aver avuto una relazione, ma il sentirsi non scelto, non abbastanza, quasi escluso da una possibilità che per lei è molto importante: amare ed essere amato.
    Quello che descrive — il blocco nell’approccio, la difficoltà a sostenere una conversazione o il contatto visivo, la tendenza a evitare di affezionarsi perché “tanto finirà male” — può diventare un circolo molto faticoso: più teme il rifiuto, più tende a proteggersi evitando; ma più evita, più cresce la convinzione di non essere capace, di essere noioso o di essere “il problema”.
    È importante dirle che il suo bisogno di relazione non è banale. Sentirsi amati, desiderati e scelti è un bisogno umano profondo. Allo stesso tempo, però, quando questa mancanza inizia a definire il proprio valore personale, può diventare molto dolorosa e condizionare il modo in cui ci si vede e ci si relaziona agli altri.
    Non credo che il punto sia stabilire “quanto siano lunghi i suoi tempi”, ma comprendere cosa accade dentro di lei quando si avvicina a una possibile relazione: quali pensieri compaiono, quali emozioni, quali paure, quali aspettative di rifiuto o fallimento. Questo è un aspetto su cui si può lavorare, non perché lei sia “sbagliato”, ma perché forse ha costruito nel tempo una visione di sé molto severa e sfiduciata.
    Le suggerirei di valutare un percorso psicologico, soprattutto se questa sensazione di grigiore, esclusione e rassegnazione la accompagna da tempo. Non per “imparare a conquistare qualcuno”, ma per tornare prima di tutto a sentirsi una persona degna di valore, presenza e amore, anche quando una relazione ancora non c’è.
    In bocca al lupo e un caro saluto.


    Salve, mia moglie dopo 17 anni di matrimonio ha deciso di lasciarmi. Mi ha detto che ho commesso troppi sbagli, si sente triste con me, nn si sentiva amata abbastanza e le interazioni negative dei miei genitori la hanno soffocata. Andrà a stare in una nuova casa in affitto, e in attesa della sistemazione della nuova casa, resterà ancora con me per almeno un'altro mese. Io l'amo ancora perdutamente ma nn ha voluto sentire ragioni, e mi tratta giustamente con freddezza e distacco. Rispetto cmq la sua decisione e sto limitando il piu possibile i rapporti con lei ( come anche da suggerimenti altrui). Giorno dopo giorno sto cercando ad imparare, gestire e nascondere le mie emozioni tenendomi impegnato con la gestione della casa e tutto il resto, ora ricaduto quasi interamente su di me. Mi è vi chiedo, in speranza di una riappacificazione futura, ma lo stare forzatamente assieme tutto questo mese, in uno stato ibrido di distacco, fatto per lo più di abitudinaria tristezza ed indifferenza( tranne i momenti dedicati alla bimba) non rischia di danneggiare ulteriormente il nostro rapporto? Potrebbe confermarle e darle la convinzione ulteriore di essere triste quando ė con me? Sarebbe il caso che andassi via io in questo mese? Come posso sfruttare questi pochi giorni che staremo ancora assieme in modo produttivo alla relazione ( esempio dimostrando impegno e propensione al cambiamento di alcuni miei comportamenti sbagliati? ) o devo attendere passivamente tutto questo sino a che nn andrà via? Grazie di cuore

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve, comprendo quanto questo momento sia doloroso e quanto sia naturale cercare “la mossa giusta” per non perdere definitivamente sua moglie. Tuttavia, in una fase così delicata, il rischio maggiore è trasformare ogni gesto in un tentativo di convincerla, e questo potrebbe farla sentire ancora più sotto pressione.
    La convivenza di questo mese non deve necessariamente danneggiare ulteriormente il rapporto, a patto che venga vissuta con rispetto, misura e chiarezza. Non serve nascondere del tutto le emozioni, ma è importante non riversarle su di lei chiedendo continue rassicurazioni, spiegazioni o ripensamenti. Può essere utile dirle, una sola volta e con calma, che rispetta la sua decisione, che sta riflettendo seriamente sui suoi errori e che desidera lavorare su di sé, indipendentemente dall’esito della relazione.
    Andare via lei o lei andare via non è una scelta da prendere solo per “strategia”. Va valutato in base al clima in casa, alla serenità della bambina e alla possibilità concreta di convivere senza tensioni continue. Se la convivenza diventa emotivamente troppo pesante, una distanza temporanea può essere protettiva; se invece riuscite a mantenere un clima rispettoso, può essere un’occasione per mostrarle, senza forzature, un atteggiamento diverso.
    In questo mese può essere “produttivo” non cercando di riconquistarla, ma mostrando coerenza: occuparsi della casa e della bambina, evitare accuse, non coinvolgere i genitori, rispettare i suoi confini, ascoltare senza difendersi quando parla del suo dolore. Il cambiamento vero non si dimostra in pochi giorni, ma si vede nella continuità.
    Le suggerirei anche un percorso psicologico individuale, non solo per recuperare il matrimonio, ma per comprendere i comportamenti che sua moglie le rimprovera, il ruolo della famiglia d’origine e il modo in cui gestisce perdita, rabbia e paura. Solo partendo da un cambiamento autentico, e non dalla paura dell’abbandono, potrà eventualmente riaprire uno spazio di dialogo più sano.
    In questo momento il gesto più amorevole potrebbe essere proprio questo: rispettarla, non inseguirla, ma iniziare seriamente a lavorare su di sé. Cordiali saluti


Autore

psicologo, psicologo clinico, psicoterapeuta

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