Domande del paziente (121)

    Salve. Io e il mio ragazzo stiamo insieme da due anni e mezzo, ma ora per la seconda volta ha provato a chiudere la nostra relazione. Questo è avvenuto entrambe le volte dopo un momento di incomprensione in cui diceva di sentirsi giudicato. Il fatto è che non sa darmi motivazioni “concrete” e molte cose che dice appaiono discordanti (“dobbiamo pensare al futuro perché è ora..”, “non so cosa voglio dal futuro”, poi mi parla di figli). Ha preso una settimana di tempo per riflettere su di noi, tempo che forse sta giovando più a me che a lui nonostante mi pesi non sentirlo. Mi sento positiva e sento che mi ama, magari meno di prima ma, attenendomi ai fatti più che alle sue parole (e paure), non vedo un vero distacco. Forse mi sto sbagliando.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve, comprendo quanto questa situazione possa farla sentire sospesa, confusa e allo stesso tempo ancora agganciata alla speranza che il rapporto possa continuare. Quando una persona prova a chiudere una relazione senza riuscire a dare motivazioni chiare, o esprime pensieri apparentemente contraddittori, è naturale cercare di “leggere” i fatti, i segnali, i comportamenti, nel tentativo di capire cosa stia davvero provando.
    È possibile che il suo ragazzo stia vivendo una fase di confusione, paura del futuro, difficoltà a sentirsi compreso o timore di essere giudicato. Tuttavia, al di là delle sue motivazioni, è importante che anche lei possa interrogarsi su come sta dentro questa relazione e dentro questa attesa. Una settimana di distanza può essere utile se diventa uno spazio reale di riflessione, non solo un tempo in cui lei resta in sospeso ad aspettare una decisione dell’altro.
    Il punto centrale non è solo capire se lui la ami ancora, ma anche comprendere se entrambi siete disposti a comunicare in modo più chiaro, ad affrontare le incomprensioni senza arrivare ogni volta alla possibilità di chiudere, e a costruire una relazione in cui ci sia sicurezza emotiva, ascolto e responsabilità reciproca.
    Le suggerirei, al termine di questa settimana, di cercare un confronto il più possibile calmo e concreto: non solo “stiamo insieme o ci lasciamo?”, ma anche “cosa ci sta succedendo?”, “cosa ti fa sentire giudicato?”, “cosa ti spaventa del futuro?”, “cosa desideriamo davvero costruire insieme?”. Allo stesso tempo, provi ad ascoltare anche i suoi bisogni: di chiarezza, stabilità, reciprocità e rispetto dei suoi tempi emotivi.
    Se questa dinamica dovesse ripetersi o generare molta sofferenza, potrebbe essere utile valutare un supporto psicologico individuale o, se entrambi disponibili, un percorso di coppia, per comprendere meglio i meccanismi comunicativi e affettivi che si attivano tra voi.
    Un caro saluto.


    Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salvs, la sua domanda è molto sensata. Uno psicologo specializzando in psicoterapia può certamente essere una figura utile, soprattutto se lavora sotto supervisione, come previsto nei percorsi di formazione. Tuttavia, è importante chiarire un punto: uno psicologo non ancora specializzato non è ancora psicoterapeuta a tutti gli effetti, quindi la scelta può dipendere anche dal tipo di difficoltà che desidera affrontare, dalla complessità della situazione e dal tipo di percorso di cui sente il bisogno.
    Il mio consiglio è di non basarsi solo sulle recensioni, ma di concedersi eventualmente un primo colloquio conoscitivo: spesso è proprio lì che si può capire se ci si sente accolti, compresi e se il professionista può essere adatto alle proprie esigenze. Può anche chiedere direttamente quale sia il suo approccio, se è supervisionato e che tipo di esperienza ha rispetto alla problematica che porta.
    In generale, non è detto che uno specializzando non possa esserle d’aiuto, così come non è detto che un professionista già formato sia automaticamente quello più adatto. La cosa fondamentale è che il percorso sia serio, chiaro, rispettoso dei suoi bisogni e condotto nei limiti delle competenze del professionista.
    Lavoro anche online e sono una psicoterapeuta cognitivo comportamentale, quindi qualora avesse difficoltà a trovare un professionista nella sua zona o preferisse una modalità più flessibile, può valutare anche questa possibilità.
    Un caro saluto.


    Non so più cosa fare....
    Sono una donna di 30 anni e sono stanca....
    Voi penserete che mi stia riferendo ad un determinato periodo della mia vita, ebbene qui si parla di anni. Dall'età di 14 anni soffro d'ansia che si manifesta nel corpo con sudorazioni fredde, nausea, borborigmi, meteorismo, tremori e forte senso di vergogna. Nel corso del tempo ho fatto 4 anni di psicoterapia di tipo psicodinamico, 2 anni di psicoterapia sistemico-relazionale, 3 anni di psicoterapia della gestalt, 1 anno di psicoterapia cognitivo comportamentale. Ho provato la mindfullness, ho provato a scrivere un diario, ho provato infiniti psicofarmaci (si, di mia spontanea volontà mi sono rivolta ad uno psichiatra), ho provato a stare a contatto con le mie paure ma sono finita per ammalarmi ancora di più. Sono seguiti pensieri suicidi (da quando avevo 14 anni), nel 2025 ingerisco un bel po di pillole, volevo solo spegnere il cervello, al mio risveglio sento scosse in tutto il corpo e spasmi muscolari, lo riferisco a mia madre, la corsa in ospedale e il primo ricovero (in sicilia), il secondo a distanza di qualche mese (Milano). Infinite diagnosi ricevute ed io che ho sempre più voglia di sparire, mollare tutto e stare da sola.
    Il mio corpo e la mia mente si rifiutano di sopportare altro dolore, sono satura, avete presente quando si fa un trapianto e il corpo lo rigetta?
    Ecco, io credo di essere diventata intollerante e allergica ad ogni forma di dolore, la solitudine è il mio rifugio ma anche la mia condanna.
    Credevo che l'amore potesse curarmi ma mi sbagliavo, da mesi ho intrapreso una relazione con il ragazzo più buono di questo mondo ma ho commesso un grosso errore, per la prima volta mi sono lasciata andare all'amore e adesso ne pago le conseguenze......
    Non ho i soldi a sufficienza per permettermi un altro percorso di psicoterapia, ma devo assolutamente andare dallo psichiatra e aiutarmi con i farmaci, l'unica mia vera salvezza, lo so che è triste dirlo, ma solo così riconosco di poter andare avanti.
    Vi chiederete come mai tutti questi anni di psicoterapia non hanno sortito alcun effetto positivo su di me? Ho preso consapevolezza che io non voglio cambiare (mi è stato detto più volte in terapia), è questa trappola mentale che mi porta ad avere pensieri suicidi: Non vuoi cambiare, ti piace soffrire, tanto vale morire e cancellare tutto, porre fine a tutto questo schifo.

    La cosa che più di tutte mi fa male è che in 30 anni di vita non sono mai riuscita a fidarmi davvero di nessuno, e non lo dico tanto per ma è la verità.
    Non ce la faccio a ri-raccontarmi da capo, fa troppo male.....per questo non ce la faccio più ad andare avanti.
    Sono davvero stanca.....non ce la faccio....è tutto così pesante e difficile nella mia testa. Non me la sento di continuare ad andare avanti, io non riesco a reagire, ad essere costante, ad avere forza di volontà, quello in cui sono brava è riuscire ad annientarmi, a fare la vittima come tutti mi hanno sempre detto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno, mi dispiace molto leggere quanta sofferenza si porta dietro da così tanti anni. Dalle sue parole arriva una stanchezza profonda, non “pigrizia”, non mancanza di volontà, non desiderio di fare la vittima: arriva il peso di una persona che ha provato tanto, che si è esposta a molte cure, che ha cercato aiuto più volte e che ora si sente esausta.
    Vorrei dirle una cosa importante: il fatto che alcuni percorsi non abbiano portato il sollievo sperato non significa che lei “non voglia cambiare” o che “le piaccia soffrire”. A volte significa che il dolore è stato troppo intenso, troppo antico, troppo stratificato, oppure che non si è ancora trovata la combinazione di cura più adatta in quel momento della vita. E quando ci sono pensieri suicidari o tentativi pregressi, la priorità non è “reagire” o “avere forza di volontà”, ma essere protetta e accompagnata in modo adeguato.
    Mi sembra molto importante che lei si rivolga quanto prima a uno psichiatra. Non è triste pensare ai farmaci come a un aiuto: in alcuni momenti possono essere fondamentali per abbassare l’intensità della sofferenza, ridurre l’impulsività, stabilizzare il sonno, l’ansia e il tono dell’umore. Questo non significa arrendersi, significa curarsi.
    Dato che scrive di non farcela più e di non sentirsi in grado di continuare, le chiedo però di non rimanere sola con questi pensieri. Se in questo momento sente il rischio concreto di farsi del male, contatti subito il 112/118 o si rechi al Pronto Soccorso più vicino. Se può, avvisi immediatamente sua madre, il suo compagno o una persona fidata e chieda loro di restare con lei. In queste fasi non bisogna “resistere da soli”.
    Se al momento non può permettersi un percorso privato, può rivolgersi al CSM della sua zona tramite ASL/medico di base, oppure al servizio psichiatrico territoriale. Non deve necessariamente ricominciare raccontando tutta la sua storia da capo: può partire da ciò che è urgente adesso, cioè la sua sicurezza, la sofferenza attuale e la necessità di un supporto farmacologico e clinico.
    La sua stanchezza merita di essere presa sul serio. Non è sbagliata, non è irrecuperabile, non è “condannata” a stare così. In questo momento il primo passo non è cambiare tutta la sua vita, ma non restare sola e chiedere un aiuto immediato e concreto. Un caro saluto


    Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
    Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
    io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
    a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
    nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.

    Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
    circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato

    2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia

    ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi

    sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno. Da ciò che racconta emerge chiaramente che questo possibile trasferimento non rappresenta soltanto un cambiamento lavorativo o geografico, ma tocca corde molto profonde della sua storia personale. Il paese d’origine, o comunque il ritorno “giù”, sembra essere associato non solo a luoghi, persone e opportunità, ma anche a vissuti dolorosi: la depressione vissuta in passato, il rapporto complesso con la sua famiglia, il bisogno che ha avuto allora di allontanarsi per poter stare meglio.
    È comprensibile, quindi, che oggi una parte di lei desideri tornare perché vede una possibilità concreta di vita più vicina ai suoi desideri, alla famiglia, al mare, agli affetti, a una quotidianità forse più piena; e un’altra parte, invece, si attivi con ansia e paura, come se dicesse: “E se tornando lì stessi di nuovo male?”. Non è una contraddizione: è un’ambivalenza molto comprensibile.
    Un punto importante è che oggi lei non è più la persona di 21 anni fa. Ha fatto un percorso, è cresciuta, ha costruito una famiglia, una stabilità, competenze personali e lavorative. Tuttavia, il fatto di essere cambiata non significa che certe ferite non possano riattivarsi davanti a una scelta così significativa. L’ansia che sta provando potrebbe non essere necessariamente un segnale che il trasferimento sia sbagliato, ma un segnale che questa decisione va accompagnata, pensata e preparata con cura.
    Le suggerirei di non leggere questa ansia come una risposta definitiva del tipo “allora non devo farlo”, ma come un’informazione importante: c’è una parte di lei che ha bisogno di sentirsi al sicuro prima di affrontare questo passaggio.
    Potrebbe esserle utile lavorare su alcune domande:
    “Cosa temo concretamente che possa accadere se torno?”
    “Sto temendo il luogo attuale o sto temendo di ritrovare la me stessa di allora?”
    “Quali risorse ho oggi che 21 anni fa non avevo?”
    “Quali condizioni dovrebbero esserci perché questo rientro sia sostenibile per me?”
    “Che confini dovrei mettere con la mia famiglia d’origine per proteggermi?”
    “Esiste un piano B realistico, anche solo emotivo o organizzativo, che mi faccia sentire meno intrappolata?”

    Mi sembra molto importante anche distinguere tra “tornare al Sud” e “tornare dentro le dinamiche familiari di un tempo”. Sono due cose diverse. Si può tornare fisicamente in un luogo, ma con confini nuovi, ruoli nuovi, maggiore consapevolezza e una rete diversa.
    Vista la storia di episodi depressivi importanti collegati proprio a questi passaggi decisionali, le consiglierei di non affrontare questa fase da sola. Sarebbe opportuno riprendere un supporto psicoterapeutico, anche solo per accompagnare questo momento di scelta, e confrontarsi eventualmente anche con lo psichiatra di riferimento se dovessero aumentare insonnia, ansia intensa o segnali depressivi. Non perché lei non possa farcela, ma perché merita di affrontare una scelta così importante con strumenti e protezione adeguati.
    Il colloquio, inoltre, non equivale ancora a una decisione definitiva. Può concedersi di andare, raccogliere informazioni, osservare cosa sente, valutare concretamente lavoro, città, spostamenti, scuole dei figli, confini familiari e qualità della vita. A volte l’ansia aumenta quando la mente cerca di decidere tutto subito, mentre può essere più utile procedere per passaggi.

    Lqsua paura è comprensibile e va ascoltata, ma non necessariamente deve guidare da sola la scelta. La decisione migliore non sarà quella priva di ansia, ma quella costruita tenendo insieme desideri, bisogni, protezione personale e realtà concreta.
    Un caro saluto.


    Ho 26 anni, ho già fatto visite cardiologiche (anche in Germania) che sono risultate negative. Però sto malissimo: sento morsa al petto, scosse, peso allo stomaco e ho il terrore costante di morire. Non dormo bene e cerco un aiuto per gestire questi attacchi di panico e tornare a vivere tranquillo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Ciao, mi dispiace molto che tu stia vivendo tutto questo. I sintomi che descrivi possono essere davvero spaventosi: sentire una morsa al petto, scosse, peso allo stomaco e avere la paura costante di morire può farti sentire in allarme continuo e toglierti serenità anche nel sonno.
    Il fatto che tu abbia già fatto visite cardiologiche con esito negativo è sicuramente un elemento importante, ma capisco che questo non sempre basti a tranquillizzarti quando i sintomi arrivano e sembrano così reali e intensi.
    Spesso, negli attacchi di panico, il corpo entra in una sorta di stato di allarme: le sensazioni fisiche aumentano, la mente le interpreta come pericolose e la paura cresce ancora di più. Questo può creare un circolo molto faticoso, ma è possibile imparare a riconoscerlo e gestirlo.
    Un percorso psicologico può aiutarti proprio a capire cosa succede durante questi momenti, a ridurre la paura delle sensazioni corporee e a ritrovare gradualmente fiducia nel tuo corpo e nella tua quotidianità.
    Non devi affrontare tutto questo da solo: con il giusto supporto si può lavorare per tornare a sentirti più tranquillo e libero nella tua vita. Resto a disposizione, un caro saluto!


    Gentili dottori, mi trovo in una situazione difficile da cui non riesco ad uscirne.
    Ho 29 anni, sono laureato in Beni Culturali e attualmente studio archeologia alla magistrale.
    Nel mio palazzo c'è uno studio dentistico, il dottore lo conosco da molti anni.
    Un giorno mi fermo' e mi chiese se qualche volta, la mattina potevo scendere per aiutarlo al computer con l'hard disk. Da lì è iniziata questa situazione. Piano piano sono passato ad aprire la porta, rispondere al telefono, fare servizi sino a diventare un dentista a tutti gli effetti. Adesso sto alla poltrona, aspiro il sangue, con lo specchietto e cose così.
    Ovviamente mi dà una ricompensa ma io ho comunque il mio percorso e le mie attività. Nonostante ciò mi ha preso anche la divisa e vuole farmi scendere anche il pomeriggio.
    La cosa che mi dà fastidio è che prima di tutto io non sono un dentista, sono un archeologo. Seconda cosa il dottore non recepisce.
    Sia io sia mio padre gli diciamo che ho l'università che devo continuare, fare esami e attività, nonostante questo mi fa andare continuamente.
    Una volta dice siamo da soli fai uno sforzo scendi, l'altra volta mi ha detto non puoi fare un'eccezione?
    Non è perché io non voglio lavorare ma ho il mio percorso, la mia vita, la devo interrompere per fare il dentista?
    Che cosa c'entra un Archeologo in uno studio dentistico?
    Come faccio ad uscire da questa situazione?
    Anche mio padre ha parlato con lui dicendo che ho l'università, devo seguire i corsi, ma il dottore non recepisce nonostante questo mi fa venire. Se io dico allora domani inizio l'università e lui mi risponde ah domani? Ci metti in difficoltà, non puoi fare un'eccezione?
    Vi sembra normale?
    Posso mai dire no non mi va più?
    Se io sapevo dall'inizio tutto questo non avrei accettato, ma è partita semplicemente come un aiuto al computer.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buonanasera, comprendo il disagio che descrive. Lei ha pieno diritto di dire “no”. Dire di no non significa essere scortesi, ingrati o poco disponibili; significa riconoscere i propri limiti, proteggere il proprio tempo e rispettare le proprie priorità. In questo momento la sua priorità è l’università, la sua formazione e il progetto di vita che sta costruendo.
    Inoltre, da ciò che racconta, sembra che i suoi confini siano stati superati gradualmente: prima un aiuto al computer, poi il telefono, poi l’accoglienza, fino ad arrivare ad attività che non appartengono alla sua formazione e che la mettono comprensibilmente a disagio. Quando una persona continua a chiedere “eccezioni”, nonostante lei abbia già spiegato le sue difficoltà, può diventare necessario passare da spiegazioni lunghe a una comunicazione più ferma.
    È utile evitare di giustificarsi troppo, perché più spiegazioni dà, più l’altra persona potrebbe cercare di trovare una “soluzione” o una nuova eccezione. Una frase chiara, ripetuta con calma, può essere sufficiente: “Mi dispiace, ma non posso più continuare.”
    Se teme di sentirsi in colpa, provi a ricordare che non è lei a mettere in difficoltà lo studio: è responsabilità del professionista organizzare il proprio lavoro con personale adeguato. Lei può essere stata disponibile, ma non è obbligato a sacrificare il suo percorso universitario o il suo benessere.
    In questi casi può essere utile lavorare anche sul tema dell’assertività: imparare a riconoscere i propri bisogni, comunicarli con fermezza e tollerare il disagio iniziale che spesso nasce quando si deludono le aspettative degli altri.
    Un caro saluto.


    buongiorno, MI STO SEPARANDO DAL MIO COMPAGNO. aBBIAMO UNA CONVIVENZA DI FATTO DALLA QUALE è NATOUN BAMBINO CHE PGG HA QUASI 4 ANNI. IL MIO EX COMPAGNO ANCORA NON VA VIA DA CASA MIA, SOSTIENE DI AVERE UNA SITUAZIONE PRECARIA E NON RIUSCIRE A TROVARE SOLUZIONI IN AFFITTO.
    iO MI SENTO AVVILITA PERCHè NON SO COME GESTIRE LA SITUAZIONE SENZA CREARE DANNI ULTERIORI A MIO FIGLIO E ASENZA DOVER RICORRERE AD AVVOCATI E TRIBUNALI. ABBIAMO CONTATTATO GIà UN MEDIATORE PER CERCARE DI STABILIRE ACCORDI CHIARI ALMENO PER IL BAMBINO. SIAMO IN ATTESA CHE ARRIVI L'ACCORDO SCRITTO.
    D'ALTRO CANTO LA MIA FAMIGLIA DI ORIGINE NON HA DI BUON OCCHIO IL MIO EX COMPAGNO E STO SUBENDO PRESSIONI AFFINCHè ESCA DALLA MIA CASA ANCHE CON GUERRE INFINITE E SOPRATUTTO MI SENTO COSTANTEMENTE CONTROLLATA DA MIA MADRE CHE NON ACCETTA COME MI STO MUOVENDO PER CERCARE DI LIMITARE I DANNI.
    MI SENTO SOPRAFFATTA DA TUTTA QUESTA SITUAZIONE, NELLA QUALE TUTTI SONO VITTIME TRANNE IO E MIO FIGLIO.
    NON RIESCO ATROVARE ACCORDI RAGIONEVOLI CHE NESSUNO DEI DUE.
    cOSA DEVO FARE?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno,mi dispiace molto per la situazione che sta vivendo.
    In una separazione con un bambino piccolo è comprensibile desiderare di evitare conflitti, avvocati o tribunali, soprattutto quando l’obiettivo è proteggere il più possibile il figlio. Allo stesso tempo, però, è importante che lei non resti sola a sostenere tutto il peso della situazione. Il fatto che abbiate già contattato un mediatore familiare è un passaggio molto utile, perché può aiutare a definire accordi chiari, concreti e condivisi, soprattutto rispetto alla gestione del bambino.
    Un punto importante potrebbe essere distinguere i diversi piani: da una parte il rapporto genitoriale, che continuerà e va tutelato; dall’altra la fine della relazione di coppia e la necessità di definire confini chiari nella convivenza e negli spazi personali. Anche se l’altro attraversa una situazione difficile, questo non significa che lei debba rinunciare indefinitamente ai suoi bisogni o vivere in uno stato di continua pressione.
    Rispetto alla sua famiglia d’origine, comprendo che possano essere preoccupati per lei, ma le pressioni e il controllo rischiano di aumentare il suo senso di sopraffazione. Potrebbe essere utile comunicare loro che sta cercando di gestire la situazione nel modo più tutelante possibile per sé e per suo figlio, e che ha bisogno di sostegno, non di ulteriori pressioni.
    In questo momento potrebbe esserle utile un supporto psicologico per aiutarla a fare chiarezza, contenere l’ansia e il senso di colpa, rafforzare i confini e prendere decisioni più lucide senza sentirsi schiacciata dalle richieste degli altri. Se la mediazione non dovesse bastare o se la situazione restasse bloccata, valutare anche un confronto legale non significa necessariamente “fare guerra”, ma può servire a conoscere i propri diritti e muoversi in modo più protetto.
    La priorità non è scegliere tra “subire” o “combattere”, ma costruire gradualmente una cornice chiara, stabile e sicura per lei e per suo figlio.
    Un caro saluto.


    Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Ciao, capisco il tuo imbarazzo, parlare di intimità in famiglia può non essere semplice, soprattutto se in casa questi argomenti sono sempre stati un po’ tabù. Allo stesso tempo, il fatto che tu voglia informarti sulla contraccezione è un segnale di responsabilità, non qualcosa di cui vergognarti.
    Potresti provare a parlarne con tua mamma senza entrare troppo nei dettagli della tua vita privata.
    Può essere utile ricordarti che non sei obbligata a raccontare tutto. Puoi condividere la tua scelta, ma mantenere dei confini sulla tua intimità. Se senti che parlarne con tua mamma è troppo difficile, puoi comunque rivolgerti a una ginecologa o a un consultorio: chiedere informazioni non significa dover decidere subito, ma prendersi cura di sé in modo più sereno e consapevole. Un caro saluto


    Buonasera,
    Sono fidanzata da quasi 8 anni ed Ho scoperto sulla cronologia del suo telefono siti pornografici e di escort locali aperti… quando ho provato ad affrontarlo lui mi ha detto che era stato un suo amico ad aprire ed a contattare escort, e che lo aveva fatto con il telefono del mio ragazzo per paura che la moglie lo scoprisse. Ho insistito per farmi dire la verità ma alla fine si è concentrato sul fatto che io non credendoci non mi fido di lui… io in realtà adesso verso di lui ho mancanza di fiducia.. che devo fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buonasera,capisco che questa scoperta possa aver generato in lei confusione, dolore e una forte mancanza di fiducia. Quando in una relazione emergono elementi ambigui o difficili da spiegare, è naturale sentire il bisogno di chiarezza e rassicurazione.
    In questo momento il punto centrale non è solo “che cosa sia successo davvero”, ma anche come questa situazione è stata affrontata tra voi. Il fatto che lui abbia spostato l’attenzione sul tema “non ti fidi di me”, invece di accogliere pienamente il suo turbamento, può averla fatta sentire ancora più sola e non compresa.
    La fiducia non si recupera semplicemente chiedendo all’altro di “credere e basta” ma si ricostruisce attraverso trasparenza, coerenza, disponibilità al confronto e responsabilità emotiva. Può essere utile provare a parlargli in un momento calmo, spiegando non solo il dubbio, ma l’effetto che questa situazione ha avuto su di lei.
    Le suggerirei di osservare non solo le sue spiegazioni, ma anche il suo atteggiamento: è disponibile ad ascoltarla? Cerca di rassicurarla in modo concreto? Si assume una parte di responsabilità nel ricostruire la fiducia? Oppure evita il confronto e la fa sentire in colpa?
    In una relazione sana, i dubbi possono essere affrontati insieme, senza accuse ma anche senza minimizzare. Se sente che questa situazione continua a farla stare male, potrebbe essere utile parlarne con un professionista, individualmente o eventualmente in coppia, per capire cosa prova davvero, quali confini desidera mettere e se ci sono le condizioni per ricostruire fiducia. Un cordiale saluto


    Salve, volevo chiedere cosa ne pensate del Doc da relazione, esiste? ultimamente vivo un loop in cui ogni giorno sono tormentata costantemente da dubbi riguardanti il mio fidanzato, dubbi nati un po’ a caso che mi tartassano tutto il giorno e mi provocano una forte ansia e angoscia incontrollabile perché non voglio sia così e non riesco più a capire se siano veri o meno..continuo ad analizzarmi a controllare cosa sento ogni piccolo dettaglio lo prendo come un potenziale dubbio e non sto più vivendo bene, non riesco a controllare questi pensieri giorno e notte devo pensarli per forza..il mio ragazzo è bravissimo mi tratta benissimo e gli ho parlato di questi dubbi tanto mi sentivo in colpa a provarli…non so cosa pensare preciso sia la mia prima relazione seria. Grazie a chi mi darà un parere.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno ,mi dispiace molto per il disagio che sta vivendo. Quando si entra in questo meccanismo, anche un pensiero nato all’improvviso può diventare molto ingombrante e sembrare più importante di quanto sia.
    È normale, soprattutto in una prima relazione seria, porsi delle domande e attraversare momenti di insicurezza. Tuttavia, quando i dubbi diventano continui, occupano gran parte della giornata e portano a controllare costantemente emozioni, sensazioni e pensieri, può essere utile fermarsi e chiedere un aiuto professionale.
    Il cosiddetto “DOC da relazione” è un’espressione spesso usata per descrivere dubbi ossessivi legati al rapporto di coppia, ma al di là dell’etichetta diagnostica, ciò che conta davvero è la sofferenza che sta provando. Non significa necessariamente che la relazione sia sbagliata o che debba prendere decisioni immediate, a volte l’ansia può far percepire come urgenti e minacciosi pensieri che, in realtà, avrebbero bisogno di essere accolti e compresi con calma.
    Le suggerirei di non affrontare tutto questo da sola e di rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Un percorso può aiutarla a comprendere meglio questi dubbi, a ridurre il bisogno di controllare continuamente ciò che sente e a ritrovare maggiore serenità, sia con sé stessa sia nella relazione.
    Non si colpevolizzi per quello che sta vivendo: avere pensieri indesiderati o dubbi non significa essere una cattiva partner. Significa che sta attraversando un momento di forte ansia e merita di essere aiutata a stare meglio. Un caro saluto


    Buonasera dottori, volevo chiedervi un parere/consiglio. Secondo voi è utile fare sedute di psicoterapia con uno psicologo che sta terminando la scuola di specializzazione oppure è meglio rivolgersi a professionisti la cui formazione è già completa?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno, la sua domanda è molto comprensibile.
    Uno psicologo che sta terminando la scuola di specializzazione può certamente svolgere un lavoro clinico utile e serio, soprattutto se opera all’interno di un percorso formativo riconosciuto e con supervisione. La formazione in psicoterapia, infatti, prevede anche una parte pratica e clinica, durante la quale il professionista acquisisce esperienza diretta, confrontandosi con supervisori e colleghi.
    Detto questo, non è tanto “meglio” o “peggio” in assoluto: ciò che conta è che il professionista sia chiaro rispetto alla propria formazione, ai limiti del proprio ruolo e al tipo di percorso che può proporre. È importante anche che lei si senta accolta, compresa e al sicuro nella relazione terapeutica.
    Può essere utile chiedere apertamente al professionista quale sia il suo percorso formativo, se lavora in supervisione, quale approccio utilizza e come imposta il trattamento. Un buon professionista non dovrebbe vivere queste domande come una critica, ma come parte di una scelta consapevole da parte del paziente.
    La cosa più importante è valutare anche come lei si sente nel percorso: la fiducia, l’alleanza terapeutica e la chiarezza sono elementi fondamentali! Cordiali saluti


    Vorrei provare la strada della psicoterapia online ma ho tanta paura di scegliere nuovamente il terapeuta non adatto a me, ecco perchè prima voglio che sappiate alcune cose su di me.
    Sono una donna di 30 anni.
    Ho infiniti problemi, tanto da non riuscire più a capire niente.
    Vorrei poter raccontare la mia storia online nella speranza di trovare la persona più adatta a me.
    In passato ho fatto molte psicoterapie, cbt (1 anno), psicodinamica (4 anni), gestalt (2 anni), sistemico-relazionale (6 mesi).
    Si, per mia scelta prendo anche dei psicofarmaci.
    I miei problemi sono cresciuti con me.
    Ho sofferto di paure e ansie sin dai tempi dell'asilo.
    Timidezza la chiamavano tutti.
    Ad oggi non c'è un nome, e forse non m'interessa neanche più, sicuramente c'è una profonda depressione, e forte somatizzazione dell'ansia, oltre ad una montagna di confusione e solitudine.
    Il mio è un grido d'aiuto perchè mi sto avvicinando di nuovo nell'abisso della disperazione, della morte interiore.
    Non so più cosa fare, come continuare a sopravvivere alla vita.
    Cosa molto importante che dovete sapere: non ho tolleranza contro dolore, sofferenza e paure, il mio corpo e la mia mente si rifiutano di rivivere di nuovo questo inferno e voglio delle garanzie su questo sennò non posso continuare avanti con la mia vita.
    I terapeuti precedenti mi hanno detto che io non ho voglia di cambiare, che loro (voi) non avete la bacchetta magica, che a me piace fare solo la vittima.
    Vi dico queste cose perchè mi sono state dette così tante volte e da persone che rivestivano un ruolo importante che adesso ci credo anch'io.
    Altra cosa importante: sono "allergica" ai giudizi negativi da sempre.
    Nel 2025 ho avuto due ricoveri uno in sicilia, l'altro in lombardia.
    Dall'età di 14 anni ho pensieri intrusivi e autolesionisti.
    Penso di essere un peso per le persone che mi stanno accanto.
    Mi sento un caso perso.
    Non so più a chi, come e dove chiedere aiuto e se quell'aiuto che ricevo mi basta e mi è davvero d'aiuto.
    Più passa il tempo e più la speranza si spegne.
    Sono stanca, credetemi.
    Mentre ero ricoverata ho scritto 21 pagine di quella che chiamo "la mia autobiografia", volevo che la psicologa che mi seguiva potesse capirmi meglio e di conseguenza aiutarmi meglio, ma non sono state lette nemmeno la metà.
    Io non ho più le forze di raccontarmi da capo in un percorso di psicoterapia, ecco perchè tengo ancora conservati questo scritto. Se qualcuno lì fuori vuole leggerlo per capire come sono fatta e di conseguenza come potermi aiutare meglio, sono disponibile ad inviare tramite email in formato pdf la mia storia.
    Non so più come fare...le ho provate tutte.
    Sono davvero stanca.
    La mia paura più grande attualmente è quella di rivivere per l'ennesima volta una psicoterapia iatrogena, di trovare una psicoterapeuta per poi sentirmi sola, abbandonata, incompresa, ho paura di rivivere dei traumi già vissuti e rivissuti.
    Ho paura di chiedere aiuto alla persona che non è adatta a me.
    Non ce la faccio più a rivivere di nuovo l'inferno. Vi chiedo aiuto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buongiorno, da ciò che scrive emerge chiaramente quanta fatica, solitudine e stanchezza stia vivendo, ma anche quanto sia importante per lei trovare finalmente uno spazio in cui sentirsi compresa, accolta e non giudicata.
    Comprendo bene la sua paura di iniziare un nuovo percorso e di rivivere esperienze terapeutiche percepite come dolorose, invalidanti o non adeguate. Dopo diversi tentativi, è naturale che ci sia timore, sfiducia e bisogno di capire prima se la persona che ha davanti possa essere adatta a lei.
    Non posso prometterle “garanzie” rispetto all’assenza totale di dolore o sofferenza, perché un percorso psicologico può talvolta toccare parti sensibili; posso però garantirle un approccio rispettoso dei suoi tempi, dei suoi limiti e della sua storia, senza forzature e senza giudizio. Il primo obiettivo non sarebbe “farla cambiare a tutti i costi”, ma costruire insieme uno spazio sufficientemente sicuro in cui poter comprendere cosa le accade, di cosa ha bisogno e quale tipo di aiuto possa essere davvero sostenibile per lei.
    Il primo colloquio potrebbe essere proprio un momento conoscitivo, senza alcun obbligo di proseguire, in cui valutare insieme se posso esserle utile e se il mio modo di lavorare può essere compatibile con i suoi bisogni. Potrà portare anche il materiale autobiografico che ha scritto: potremo capire insieme come utilizzarlo nel percorso, rispettando il fatto che per lei raccontarsi nuovamente da capo possa essere molto faticoso.
    Considerata la presenza di pensieri autolesionistici e la sofferenza intensa che descrive, è importante anche che lei abbia dei riferimenti di supporto immediato nei momenti di crisi: se dovesse sentire di non essere al sicuro o di poter farsi del male, la invito a contattare subito il 112/118, il Pronto Soccorso più vicino o i servizi di salute mentale del territorio.
    Se desidera, possiamo fissare un primo colloquio online per conoscerci, comprendere meglio la situazione e valutare insieme il modo più adeguato, graduale e rispettoso per procedere.
    Resto a disposizione.
    Un caro saluto


    Buonasera, avevo già scritto in passato. Spiego brevemente la situazione. Ho 27 anni sono fidanzato da circa 6 anni con una ragazza mia coetanea, ma da circa 3 anni la nostra relazione è in stallo a causa della scoperta da parte sua di alcune chat avvenute tra me ed una collega universitaria per un progetto durato un mese. Nonostante abbia interrotto i rapporti e la relazione è andata avanti con il tentativo da parte mia di essere più aperto nei suoi confronti, sembra che la nostra vita sia ferma a quell'episodio, non facciamo altro che parlarne e rileggere quelle conversazioni. La mia ragazza dice che l'unico modo per andare avanti sarebbe quello di leggere quelle chat con l'aiuto di un professionista e capire realmente il significato dietro quei messaggi. Mi chiedo se questa cosa è plausibile e se c'è qualcuno/na che possa aiutarci, magari leggendo quelle chat anche durante le sedute terapeutiche. Purtroppo abbiamo fatti già diversi tentativi anche di terapia che sono stati vani

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buonasera,la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata.
    In alcuni percorsi terapeutici può essere utile portare in seduta materiali concreti, come messaggi o chat, non con l’obiettivo di stabilire una “verità assoluta” ma per comprendere insieme che significato quell’episodio ha assunto nella coppia: quali ferite ha attivato, quali emozioni mantiene vive, quali bisogni di rassicurazione, fiducia o riparazione sono rimasti irrisolti.
    Allo stesso tempo, rileggere ripetutamente le chat può diventare un circolo vizioso: sul momento può sembrare un modo per cercare chiarezza, ma a lungo andare rischia di mantenere il dubbio, la sfiducia e la sofferenza. In terapia sarebbe quindi importante lavorare non solo sul contenuto dei messaggi, ma soprattutto su come la coppia sta cercando di affrontare l’evento, su cosa impedisce di andare avanti e su quali condizioni realistiche possano permettere una ricostruzione della fiducia.
    È plausibile affrontare questo tema con un professionista, anche valutando insieme se e come utilizzare quelle chat durante le sedute. Il lavoro dovrebbe però essere orientato alla comprensione, alla regolazione emotiva e alla comunicazione di coppia, non alla ricerca infinita di conferme.
    Resto disponibile per un primo colloquio, così da comprendere meglio la situazione e valutare quale percorso possa essere più adatto. Un cordiale saluto


    Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve, mi dispiace molto per ciò che sta vivendo. Dal suo racconto emerge una condizione di forte sofferenza emotiva, con segnali importanti di stress: insonnia, nausea, pianto, ansia intensa, senso di esclusione e paura del rientro. Quando un ambiente lavorativo arriva a generare un livello di malessere tale da far pensare a “gesti estremi” pur di non tornarci, è fondamentale non minimizzare e mettere al primo posto la tutela della propria salute.
    In questo momento le suggerirei di non affrontare tutto da sola e di procedere su più livelli. Prima di tutto continui a confrontarsi con il medico che l’ha visitata, soprattutto se i sintomi persistono, e valuti anche un supporto psicologico/psicoterapeutico per aiutarla a contenere l’ansia, recuperare lucidità e prendere decisioni senza sentirsi schiacciata dal panico o dal senso di colpa.
    Sul piano pratico, prima di prendere decisioni definitive, potrebbe esserle utile confrontarsi con una figura competente in ambito lavorativo, ad esempio un consulente del lavoro, un sindacato o un legale, anche solo per capire quali possibilità ha senza necessariamente avviare una denuncia. Informarsi non significa per forza esporsi o fare una battaglia: significa recuperare margine di scelta.
    Rispetto al lavoro, la domanda centrale non è solo “ho sbagliato o no?”, ma: “questo ambiente è ancora sostenibile per la mia salute?”. Da ciò che descrive, sembra che il problema non riguardi un singolo episodio, ma un clima relazionale che nel tempo è diventato molto pesante. In questi casi può essere utile distinguere tra ciò che dipende da lei — proteggersi, chiedere supporto, valutare alternative, porre limiti — e ciò che non dipende da lei, cioè il comportamento degli altri o la disponibilità dell’azienda a creare un ambiente più sano.
    Le consiglierei di usare il periodo di malattia non per colpevolizzarsi, ma per recuperare energie e valutare con calma i prossimi passi.
    Andare via non sarebbe necessariamente una sconfitta: a volte è una scelta di tutela. Ma prima di decidere, si dia il diritto di essere accompagnata, sia dal punto di vista psicologico sia da quello lavorativo/legale, così da scegliere non sotto pressione, ma con maggiore chiarezza e protezione. Un caro saluto!


    Salve dottori sono appena diventato padre da qualche giorno sono molto sereno anche se ho un dubbio che mi assale , qualche giorno fa mi sono venuti alla mente della parole di un counseling filosofico che avevo guardato qualche video dicendo che senza un percorso di liberazione e di risveglio non saremo capaci di amare i nostri figli e che inconsapevolmente gli facciamo anche del male, io adesso non mi interessa minimamente fare un percorso del genere quindi vuol dire anche io che farò del male a mia figlia ? Quindi dovrei risvegliarmi ? Dovrei seguire il percorso del counseling? E eventualmente anche meditazione?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Salve, innanzitutto auguri per la nascita di sua figlia.
    Quello che descrive sembra più un pensiero che l’ha colpita e che, in un momento emotivamente molto intenso come la nascita di un figlio, ha assunto un significato minaccioso: “se non faccio quel percorso, allora farò del male a mia figlia”. È importante distinguere un’affermazione ascoltata in un video da una verità assoluta.
    Essere genitori non richiede di essere perfetti. Nessun genitore è esente da errori, stanchezza, paure o momenti di difficoltà. Ciò che conta davvero è la disponibilità a essere presenti, affettuosi, attenti ai bisogni del bambino e capaci, nel tempo, di mettersi in discussione quando serve.
    Un percorso personale, la meditazione o altre pratiche possono essere utili se sentite come qualcosa di autenticamente scelto, non se vissute come un obbligo dettato dalla paura. Non fare quel tipo di percorso non significa automaticamente danneggiare sua figlia.
    Le suggerirei piuttosto di osservare questo dubbio per ciò che potrebbe essere: un pensiero ansioso legato alla grande responsabilità della paternità. Se dovesse diventare ricorrente, invadente o fonte di forte angoscia, potrebbe essere utile confrontarsi con uno psicologo per comprendere meglio il meccanismo e ritrovare serenità.
    Il fatto che lei si ponga questa domanda mostra già attenzione, sensibilità e desiderio di essere un buon padre. Questo è un punto di partenza molto importante. Cordiali saluti


    Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.

    Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.

    Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.

    Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.

    Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.

    La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.

    Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.

    Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.

    Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.

    Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.

    L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.

    Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.

    Vorrei capire:

    - Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
    - Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.

    Grazie a chi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Gentile utente,
    la sua difficoltà è comprensibile: non sta valutando solo una casa, ma ciò che questa casa potrebbe rappresentare per lei, cioè sicurezza da una parte e possibile perdita di libertà dall’altra.
    Ricevere un aiuto importante non significa dover rinunciare ai propri bisogni. Può essere grata a suo padre e, allo stesso tempo, sentire la necessità di avere confini chiari e libertà di scelta futura. Il desiderio di autonomia non è egoismo.
    I sintomi che descrive — nausea, pianto, senso di soffocamento, pensieri catastrofici — sembrano indicare che questa situazione attiva una forte pressione emotiva e un senso di colpa familiare. In questi casi è utile distinguere i fatti dalle aspettative: per gli aspetti legali può confrontarsi con un notaio, mentre sul piano emotivo può chiedersi: “Sto scegliendo perché lo desidero o perché ho paura di deludere gli altri?”
    Un punto importante è questo: non è responsabile della felicità emotiva della sua famiglia. Può ascoltare gli altri, ma la sua vita resta sua.
    Le suggerirei di non decidere sotto ansia o senso di colpa, ma di prendersi tempo per chiarire bisogni, limiti e possibilità concrete, magari con il supporto di un percorso psicologico. Un caro saluto


    Io e il mio ragazzo (entrambi 33anni) abbiamo una relazione a distanza da tre mesi.
    Io vivo all’estero e lui viene da un altro paese in Europa.
    È venuto a trovarmi e l'altro giorno stavamo camminando mano nella mano. Era un po' alticcio, mentre camminavamo ho visto un tipo che vedo spesso in centro a chiedere insistentemente soldi. Mi sono allontanata con il mio ragazzo, ma lui era incuriosito e continuava a fissarlo. Gli ho chiesto perché lo avesse fatto e ha iniziato a dire un sacco di cose senza senso, tipo "volevo dargli false speranze", "ero curioso di vedere cosa avesse in mano perché le muoveva", "volevo dargli dei soldi ma tu mi hai portato via", "non so se avresti pensato male di me se non gli avessi dato i soldi", per poi cambiare idea e dire "non gli avrei dato i soldi perché sembrava ben curato e aveva dei bei vestiti".

    La frase "volevo dargli false speranze" mi ha fatto infuriare più di ogni altra cosa e ne abbiamo parlato a lungo.
    Gli ho riparlato di questo episodio quando ci siamo calmati entrambi e mi ha detto che aveva detto tutte quelle cose perché era in preda al panico e non sapeva cosa dire.
    Gli ho fatto notare che quella frase in particolare era estremamente disgustosa e crudele, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere gli uscisse di bocca (perché, anche se lo conosco da poco tempo, mi ha dato l'impressione di essere una persona gentile, aveva dato il giorno stesso dei soldi ad un ragazzo che aveva chiesto dei soldi per il biglietto del treno e la volta prima che ci siamo incontrati aveva dato dei soldi ad un signore per strada che aveva un cagnolino) e lui se n'è reso conto e ha detto che normalmente non direbbe mai una cosa del genere. Ha detto che stava scherzando, ma che era uno scherzo di pessimo gusto.
    Ha inoltre aggiunto che dove vive lui ci sono queste persone che lui ha chiamato “gang”, si dividono le zone della città, che chiedono soldi per strada ma in realtà vivono grazie agli aiuti dello Stato e che lui non vuole dare soldi a questo tipo di persone.

    Non so cosa pensare o cosa fare.
    Mi tratta benissimo, ma non voglio stare con qualcuno che tratta male gli altri o dice cose così cattive.
    È giusto condannarlo per questo episodio o dovrei aspettare e vedere come si comporterà in futuro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buonasera, capisco perché questo episodio l’abbia colpita: quando una frase ci appare crudele o molto distante dai nostri valori, è naturale chiedersi se riveli qualcosa di importante sulla persona che abbiamo accanto.
    Allo stesso tempo, credo sia utile distinguere tra un episodio isolato, avvenuto in un contesto di alcol, confusione e tensione, e un modello stabile di comportamento. Una frase infelice, anche molto spiacevole, non definisce necessariamente l’intera persona; diventa però un segnale da osservare se si ripete, se viene minimizzata, giustificata con arroganza o accompagnata da atteggiamenti svalutanti verso persone fragili.
    Da ciò che racconta, lui sembra aver riconosciuto che quella frase fosse fuori luogo e di cattivo gusto. Questo è un elemento importante, perché la capacità di rivedere il proprio comportamento, provare dispiacere e assumersi una responsabilità dice molto più di una semplice frase detta male. Naturalmente, sarà altrettanto importante osservare nel tempo se questo riconoscimento si traduce in coerenza.
    Più che chiedersi “devo condannarlo o perdonarlo?”, potrebbe essere utile chiedersi:
    questo episodio è coerente o incoerente con il modo in cui lui si comporta di solito?
    Quando gli faccio notare qualcosa che mi ferisce, si mette in discussione o si difende attaccando?
    Il suo modo di guardare gli altri è generalmente rispettoso o tende al disprezzo?
    Io riesco a sentirmi al sicuro nel dirgli che qualcosa per me è inaccettabile?

    In una relazione iniziata da poco, soprattutto a distanza, è normale essere in una fase di conoscenza in cui alcuni aspetti dell’altro emergono gradualmente. Non è necessario prendere una decisione definitiva sulla base di un singolo episodio, ma può essere utile considerarlo come un’informazione da integrare con il resto: il modo in cui lui si comporta, il modo in cui ripara dopo un errore e la sua capacità di rispettare i suoi valori.
    Le suggerirei quindi di non ignorare il suo disagio, ma nemmeno di trasformare subito questo episodio in una sentenza definitiva. Può osservarlo nel tempo, mantenendo chiaro dentro di sé un confine: per lei il rispetto verso gli altri, soprattutto verso persone in difficoltà, è un valore importante. Se in futuro dovessero emergere altri segnali simili, allora sarebbe opportuno prenderli maggiormente in considerazione. Cordiali saluti


    Gentili Dottori,
    Da febbraio ho accumulato stress da sovraccarico lavorativo fino a peggiorare nei giorni scorsi e avere sensazione di cervello 'bruciato' e saturo, senza distinguere un pensiero dall'altro, nn sopportavo più neanche i singoli rumori leggeri e irritabilità a mille. Ho avuto dal medico dei giorni di malattia fino a venerdì prossimo, ma il pensiero di questo lavoro mi toglie il respiro e la gioia di vivere, frustrazione e rabbia. Ho il fatidico posto fisso statale ma io mi sto spegnendo gradualmente abdicando a me stessa. Mi sento in prigione, la mia indole è creativa ed empatica, nn rigida e burocratica...sento la mia vita scivolarmi dalle mani e nn appartenenti più. Ne vale davvero la pena? Mi chiedo.
    Grazie a chi vorrà rispondere

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Gentile utente,quello che descrive sembra un momento di forte sovraccarico psicofisico, in cui la mente e il corpo stanno comunicando un limite raggiunto. La sensazione di “cervello bruciato”, l’ipersensibilità ai rumori, l’irritabilità, il senso di prigionia e la perdita di piacere possono comparire quando lo stress lavorativo diventa cronico e non viene più compensato dal recupero.
    È importante non leggere questa fase come “debolezza” o come incapacità di reggere, ma come un segnale da ascoltare con attenzione. Il fatto che un lavoro sia stabile o socialmente desiderabile non significa automaticamente che sia sostenibile per quella persona, in quel momento di vita e con quei bisogni profondi.
    Prima di prendere decisioni definitive, però, sarebbe utile distinguere due piani: da una parte l’urgenza emotiva del momento, che può far percepire tutto come insopportabile; dall’altra una riflessione più lucida su cosa la sta spegnendo, quali aspetti del lavoro sono modificabili, quali no, e quali valori personali sente oggi sacrificati.
    Le consiglierei di usare questi giorni non solo per “staccare”, ma anche per chiedere un supporto psicologico, così da comprendere meglio cosa sta accadendo e costruire una scelta che non nasca solo dalla rabbia o dalla saturazione, ma da una maggiore consapevolezza. In alcuni casi può essere utile anche confrontarsi nuovamente con il medico, soprattutto se compaiono insonnia importante, ansia intensa, senso di disperazione o pensieri molto negativi.
    La domanda “ne vale davvero la pena?” merita spazio, ascolto e rispetto. Non va liquidata, ma esplorata con cura: a volte non significa necessariamente “devo lasciare tutto”, ma “devo tornare a sentire che la mia vita mi appartiene”.
    Un caro saluto.


    Buongiorno a tutti, ringrazio anticipatamente chi vorrà aiutarmi sto letteralmente impazzendo,mi presento mi chiamo Alessandro e ho 49 anni,ho 3 figli una bella famiglia ma purtroppo da quando è nata la mia seconda figlia io non dormo più xchè da piccolissima stava per morire ed è rimasta in ospedale tanto tempo,da quel giorno riuscivo a dormire ma come sentivo un piccolo rumore,rantolo o qualcosa mi svegliavo subito per paura che succedesse qualcosa alla piccolina, in quel periodo ho conosciuto l' ansia e il batticuore, dopo aver fatto circa 10 sedute dallo psicologo andava un pochino meglio poi sono passato dallo psichiatra e mi ha prescritto il Tavor al momento e l' efexor una pastiglia al giorno,c'è.voluta qualche settimana però mi sentivo meglio,ora il problema è che da una pastiglia al bisogno ora ne prendo di più di Tavor e un efexor però son 24 anni che va avanti questa storia e non mi fa più effetto nulla,ho provato anche a mischiare nell' alcol delle gocce che prendeva mia moglie molto raramente a lei bastavano poche e dopo 10 minuti stava bene,a me nonostante tutte ste pastiglie non riesco a dormire e in più ho sempre ansia e battiti accelerati anche se a volte sono effettivamente un po' altini altre volte invece pressione e battiti sono perfetti ma cmq sento come se qualcuno mi stringesse leggermente il cuore con una mano e li l' ansia aumenta poi quando mangio anche pochissimo tutti i sintomi che ho aumentano,anche se mangio una caramella e x questo sto mangiando sempre meno, nonostante abbia fatto le analisi del sangue anche specifiche per vedere se avevo un micro infarto in corso e niente,tutto nella norma,visita cardiologica tutto ok, l' ECG è risultato tutto bene,ho fatto anche la visita cardiologica sotto sforzo e li non sono riuscito ad arrivare fino alla fine,non ce la facevo proprio con le gambe e il cuore mi stava uscendo dal petto,non faccio sport da una vita,fra lavoro figli è sempre un. corri corri,ma io mi domando come faccio a rimanere sveglio da una vita ormai e il corpo ancora non mi cede ? ( Fortunatamente) Mia moglie se fa una notte sveglia sta esaurita e si addormenta ovunque,anche alle 6 di sera,quelle poche volte che non ha dormito xchè è stata con me o con la figlia in ospedale tutta la notte il giorno dopo ha dormito tutto il giorno s'è alzata ha mangiato e s'è rimessa a dormire, cioè una cosa incredibile,non so quanto pagherei x dormire come una volta non dico le 8 /10 ore come quando ero giovane ma almeno 6,sto arrivando a un punto di non ritorno, l' anno scorso in ospedale non ho chiuso proprio occhio per 3 giorni e avevo allucinazioni uditive e visive,stavo uscendo pazzo,xchè abituato la notte a non dormire,o meglio solo due ore di solito dalle undici all'una o dall' una alle 3 circa è possibile che il mio corpo si sia abituato a dormire così poco ? Quando mi sveglio mi sento carico xò è notte e passando la notte sveglio sto tutto confuso la Mattina,io non so più che fare, dallo psichiatra non ci posso andare xchè viviamo con 1400 € al mese e darne 160 a un dottore che mi parla per dieci minuti xchè sa la mia storia e dirmi cambia farmaco xchè ormai al mio corpo questi qui non vanno più bene, aiutatemi voi vi prego sto impazzendo. Grazie e scusatemi se ho fatto un papiro. Un in bocca al lupo a chi sta passando un periodaccio come me,ce la faremo,ce la dobbiamo fare per i nostri figli mogli mariti,insomma tutti i nostri cari.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Gentile Alessandro,la ringrazio per aver condiviso in modo così sincero una sofferenza che sembra andare avanti da molti anni e che comprensibilmente la sta portando a sentirsi esausto, spaventato e senza più risorse.
    Da ciò che racconta, il problema non riguarda solo il sonno, ma un insieme di sintomi importanti: ansia intensa, tachicardia percepita, sensazioni corporee che la spaventano, paura di non reggere più, difficoltà ad alimentarsi serenamente e un uso prolungato di farmaci ansiolitici. È molto significativo anche l’evento da cui tutto sembra essere iniziato: la paura vissuta quando sua figlia è stata male. In alcuni casi esperienze di questo tipo possono lasciare il sistema nervoso in uno stato di “allarme” costante, come se il corpo continuasse a controllare che non accada nulla di pericoloso, anche molti anni dopo.
    È importante però dirle con molta chiarezza una cosa: non aumenti né modifichi i farmaci da solo e soprattutto non li associ all’alcol o ad altri farmaci non prescritti per lei. Questa combinazione può essere rischiosa e va assolutamente evitata. Capisco che lo faccia nel tentativo disperato di dormire, ma proprio perché la situazione dura da tanto tempo è necessario un aiuto medico strutturato, non tentativi autonomi.
    Il fatto che gli accertamenti cardiologici siano risultati nella norma è rassicurante, ma non significa che il suo disagio sia “immaginario”: l’ansia può produrre sintomi fisici molto intensi e reali. Allo stesso tempo, l’insonnia cronica e l’uso prolungato di benzodiazepine possono mantenere o peggiorare il problema nel tempo, motivo per cui sarebbe opportuno rivolgersi nuovamente a uno specialista, anche tramite il servizio pubblico: medico di base, Centro di Salute Mentale, ambulatorio del sonno. Capisco la difficoltà economica, ma non è una situazione da gestire da soli.
    Le suggerirei anche un percorso psicoterapeutico mirato, non necessariamente solo “per parlare”, ma per lavorare su più livelli: ansia, ipervigilanza notturna, paura dei sintomi corporei, gestione del trauma legato alla malattia di sua figlia e ricostruzione graduale di un rapporto più sicuro con il sonno.
    Se dovesse sentire di essere davvero “al punto di non ritorno”, se dovessero tornare allucinazioni, pensieri di farsi del male, confusione importante o uso incontrollato di farmaci/alcol, è fondamentale rivolgersi subito al pronto soccorso o chiamare il 112/118.
    Non è debolezza: è un sistema nervoso che da troppo tempo vive in allarme. Con un aiuto adeguato e coordinato, però, si può intervenire. La priorità ora è non restare solo e non continuare ad aumentare i farmaci senza supervisione. Resto a disposizione, un caro saluto!


    sono bloccato in domande autoreferenziali e ho paura di non riuscire più a concentrarmi e di essere dentro a loop mentali:

    ho bisogno di sapere se può andare il mio atto di etichettare queste domande ed etichettare anche l'atto stesso di etichettare (autoetichettatura) dicendo appunto "questo" (inteso come l'atto stesso di etichettare) e "quello" (inteso come l'atto precedente riflessivo) sono due atti, così facendo libero energia e disinnesco i due atti così da poter liberare il campo per innescare X (o lasciare avvenire altro

    l'atto lo faccio col corpo e non col pensiero

    Può andare per uscire dal loop o devo fare altro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Sara Sanna

    Buonasera, da ciò che descrive sembra che si sia attivato un meccanismo di pensieri ripetitivi in cui anche il tentativo di “risolvere” o controllare il pensiero può diventare parte del loop stesso.
    L’atto di etichettare può essere utile, purché venga utilizzato in modo semplice e breve, non come ulteriore analisi mentale. Ad esempio, può essere sufficiente riconoscere: “sto notando un pensiero”, “sto notando un loop”, oppure “la mia mente sta cercando di controllare”. Dopo questo passaggio, è importante riportare l’attenzione a qualcosa di concreto: il respiro, il corpo, ciò che sta facendo in quel momento o una piccola azione pratica.
    L’obiettivo non è eliminare immediatamente il pensiero o verificare se la strategia è stata fatta “nel modo giusto”, ma ridurre il coinvolgimento nel ragionamento e tornare gradualmente all’esperienza presente. Se questi loop diventano frequenti, molto disturbanti o interferiscono con concentrazione e attività quotidiane, può essere utile approfondirli in un percorso psicologico, così da comprendere meglio il meccanismo e individuare strategie personalizzate. Un cordiale saluto


Autore

psicologo, psicologo clinico, psicoterapeuta

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