Domande del paziente (121)
Salve dottori,ero in una relazione con una ragazza per 4 mesi,dopo di che lei ha deciso di pinto in bianco di lasciarmi senza motivo e senza dirmelo,la incontro per strada il pomeriggio stesso e lei vedendomi cambia strada perché io volevo delucidazioni in merito,lei mi dice che non ho fatto niente di male ma non si trova più bene con me e mi ribadisce di non volere stare più con me.Da allora è iniziato il mio periodo nero ,piangevo di continuo mi mancava il respiro non riuscivo più a dormire oppure se riuscivo mi alzavo molto presto,allora ho fatto una visita psichiatrica e ho preso antidepressivi e antipsicotico e sono stato molto meglio,ora li ho sospesi perché ce la volevo fare da solo senza essere dipendente da quei farmaci ,ma ecco che dopo 6 mesi che non la vedevo la incontro nuovamente per strada e mi rifiuta ancora e ora io sto peggio,mi sento schiacciato non riesco a vivere la mia vita a pieno e la penso sempre e sto male perché non so come faccia a ignorare che io sto male dopo tanto amore che le ho dato perché fa così,sto pensando di riprendere i farmaci o fare di nuovo psicoterapia non so più che fare ditemi voi... inoltre il periodo che ci siamo lasciati quando la incontrarvo per strada inisitevo sempre nel tornare insieme e chiedere spiegazioni tanto che lei dava su tutte le furie e mi urlava tra i passanti di cui alcune persone si sono anche fermate in aiuto pensando chissà cosa volessi farle,io non capisco questo suo atteggiamento di rifiuto e mai lo capirò e fin quando non chiarisco con lei io starò sempre male e con 1000 dubbi,cosa posso fare farmaci e psicoterapia o deve passare da solo?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrivi è una situazione di forte sofferenza legata a una separazione che non è stata vissuta come “chiusa” e comprensibile per te. Quando una relazione finisce in modo improvviso e senza spiegazioni che la mente riesca a ritenere soddisfacenti, è abbastanza comune che restino dubbi, pensieri ricorrenti e un forte attaccamento emotivo alla persona.
Il fatto che rivederla riattivi subito il malessere è coerente con questo tipo di dinamica: non è tanto la persona in sé a “riaprire” tutto, ma il significato emotivo che ha ancora per te quella relazione e quella perdita.
In queste situazioni, spesso succede che la mente cerchi continuamente una spiegazione o un chiarimento definitivo, con l’idea che questo possa far stare meglio. Però non sempre un chiarimento esterno risolve il dolore, e a volte il tentativo di ottenerlo mantiene attivo proprio il legame e la sofferenza.
Per quanto riguarda il percorso che hai già fatto, il miglioramento che hai avuto con la terapia farmacologica indica che in quel periodo il tuo livello di sofferenza era molto alto. La sospensione o la ripresa dei farmaci, però, è qualcosa che andrebbe sempre valutata con uno specialista, soprattutto se i sintomi tendono a ripresentarsi nei momenti di stress.
In generale, in quadri come questo, le strategie più efficaci tendono a essere combinate:
un supporto psicologico per lavorare sull’elaborazione della perdita e sui pensieri ricorrenti, eventualmente un supporto farmacologico nei momenti in cui l’ansia o l’umore diventano troppo pesanti e, soprattutto, la riduzione dei comportamenti che riattivano il legame (come cercare spiegazioni continue o esporsi frequentemente a situazioni che riattivano il dolore)
È importante anche considerare che il tempo da solo non sempre basta se il processo emotivo resta “bloccato” sulla ricerca di risposte. In questi casi, un lavoro terapeutico può aiutare a sciogliere gradualmente il legame mentale e a ridurre l’impatto che la situazione ha sulla tua vita quotidiana.
Se in questo momento ti sembra di non riuscire a reggere bene la situazione, ha senso riprendere un contatto con uno specialista per ricalibrare il percorso, senza viverlo come un passo indietro ma come un modo per affrontare una fase difficile. Un caro saluto
Buongiorno dottori. Vi scrivo per richiedere un parere su un evento che mi ha confusa recentemente. Ho 23 anni, sto passando un periodo in cui mi sto preparando per la laurea e successivamente già per cercare lavoro. Sono una che ha bisogno di farsi piani per ogni minima cosa perché altrimenti sento di non avere controllo. Recentemente, è successa una cosa strana, praticamente vi dico già che io sono attratta sia da ragazzi che da ragazze, lo so da 7 anni e non è assolutamente un problema per me, lo accetto e lo vivo come una verità dentro me, anche se preferirei innamorarmi di un uomo perché vorrei avere dei figli e sinceramente preferirei averli nella situazione più classica possibile. Vi dico questo perché è da mesi che so dell’esistenza di una determinata ragazza di circa la mia età, non ci conosciamo davvero, ma è capitato di guardarla da lontano, vederla interagire con i suoi amici e cose così. Appunto per mesi la mia percezione verso di lei è stata neutro-positiva, la trovo bella, solare e simpatica, e sembra anche genuina. L’altra notte però, mi è capitato a caso di fare un sogno in cui lei mi abbracciava, e io sentivo conforto in quell’abbraccio, e mi sentivo come se fossi cotta di lei, soprattutto perché dopo sempre nel sogno siamo sedute in un tavolo vicine e parliamo, ma poi un ragazzo attira la sua attenzione e inizia a parlare con lei, a quel punto sento una sensazione di gelosia, che ricordo ancora ora, e che quando il sogno è finito ho sentito letteralmente la sua mancanza, mi è dispiaciuto che fosse un sogno, dove forse eravamo amiche o comunque avevamo un legame. Ho continuato la mia vita normalmente, ma da quel giorno ogni volta che la vedo sento un’attrazione travolgente. Dire che mi sento attratta da lei fisicamente sarebbe riduttivo, perché non è che io sento attrazione per lei perché mi piace il suo corpo o la trovo “sexy” seppur sia bella, ma sento una sorta di desiderio verso di lei, in generale. È come se io amassi lei, non il suo corpo, ma lei. Infatti, la cosa che più mi accende è il pensiero di baciarla, e se devo essere sincera la bacerei anche molto appassionatamente, cosa molto strana per me, perché io non sento praticamente mai così tanta attrazione per qualcuno per cui non ho nemmeno sentimenti di cotta come minimo, cosa che quando c’è la sento in modo molto più intenso e euforico di qualsiasi attrazione fisica, cosa che appunto come ho detto con lei tecnicamente non c’è stata. Eppure sento un desiderio per lei così forte e anche di lasciarmi andare e perdere il controllo con lei che onestamente mi confonde, non capisco cosa sia successo, ma è tutto nato da quel sogno. Sottolineo che non ci siamo mai nemmeno sfiorate né guardate. Inoltre, voglio precisare che io sono sempre stata più aperta emotivamente nei confronti delle ragazze non per scelta ma per istinto, perché sono molto intuitiva e sento quasi sempre le intenzioni delle persone, e quando ho rapporti con i ragazzi non sento mai quella sincerità e purezza di intenzioni che io tanto amo e che con le ragazze sento di più. I maschi purtroppo soprattutto alla mia età spesso cercano altro, mentre io cerco una grande integrità, maturità, presenza, passione e connessione, cosa che non riesco mai ad associare ai maschi, anche perché o sono sempre con quel fondo di voglia di competizione e arroganza/ricerca di sesso che si percepisce da miglia, oppure sono troppo remissivi e dolci, cosa che purtroppo se eccessiva non mi accende negli uomini, perché anche se la dolcezza è fondamentale per me, io vorrei una via di mezzo fra ragazzo che sa essere forte e farmi sentire protetta ma allo stesso tempo saper essere dolce senza vergognarsene, con un cuore pieno di valori e un vero rispetto non solo per me ma per tutti. Quindi è una cosa rara, e istintivamente connetto meglio con le ragazze, infatti non ho mai avuto cotte emotive per maschi, se non alle elementari per un compagno, quando però appunto quella purezza di intenzioni era ancora presente e non “inquinata” dal testosterone, che a quanto pare li fa andare fuori di testa non lo so, peccato che il testosterone che molti di loro usano spesso per dominare o sentirsi migliore dovrebbe servire a proteggere e non a schiacciare, ma ci vuole un’alta maturità per integrarlo e lo capisco. Però appunto per questo connetto meglio con le ragazze oggi, e collegandomi con il sogno che ho fatto verso quella ragazza, perché secondo voi è esplosa questa attrazione così forte? Secondo voi cosa dovrei fare? Vi ringrazio per il tempo che mi dedicherete per rispondermi, accetto ogni visione e consiglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
grazie per aver condiviso qualcosa di così personale e delicato.
Quello che descrivi, anche se ti ha sorpresa e un po’ confusa, è in realtà un’esperienza piuttosto umana. A volte può capitare che un sogno, soprattutto se emotivamente intenso, faccia emergere sensazioni che poi continuano anche da svegli. Non significa necessariamente che “sia successo qualcosa di strano”, ma piuttosto che una parte emotiva di te ha trovato un modo per esprimersi con più forza.
Può succedere che una persona che già percepivamo in modo positivo diventi, all’improvviso, più “significativa” dentro di noi. Questo non sempre corrisponde a un vero e proprio innamoramento, ma può essere legato ad un bisogno di connessione, ad un desiderio di vicinanza emotiva oppure semplicemente una fase di maggiore sensibilità.
Da quello che racconti emerge anche quanto tu dia valore a autenticità, profondità e rispetto nelle relazioni. È naturale quindi che tu ti senta più coinvolta quando percepisci queste qualità, indipendentemente dal genere della persona.
Rispetto a ciò che stai provando ora, non è necessario affrettarsi a dare un’etichetta o a prendere decisioni. Puoi concederti di osservare queste emozioni con curiosità, senza giudicare, lasciare che si chiariscano nel tempo e distinguere tra ciò che immagini e ciò che conosci davvero dell’altra persona.
A volte le emozioni intense nascono rapidamente e, così come arrivano, possono anche trasformarsi o ridimensionarsi.
Non c’è nulla che “non va” in quello che stai vivendo. È più utile accoglierlo come un’esperienza emotiva da comprendere, senza sentirti obbligata a definirla subito o a trarne conclusioni.
Se senti che questa confusione persiste o ti crea disagio, parlarne in uno spazio terapeutico può aiutarti a fare maggiore chiarezza, con i tuoi tempi.
Resto a disposizione se vuoi approfondire.
Un caro saluto
Buongiorno, vorrei un parere.
Mio figlio ha 7 anni e da circa due settimane presenta un comportamento che mi sta preoccupando.
Prima delle vacanze di Pasqua entrava a scuola tranquillamente: lo accompagnavo fino alla classe, ci salutavamo con un abbraccio e un bacio, e poi entrava senza problemi. Sorridente e contento di andarci. (fa la prima elementare).
Dopo le vacanze (quindi inizio aprile), al rientro il primo giorno mi ha detto di non stare bene e l’ho tenuto a casa. Nei giorni successivi ho capito che probabilmente non era un malessere reale, quindi ho ripreso a portarlo regolarmente a scuola.
Da quel momento, ogni mattina davanti alla porta della classe inizia a piangere in modo intenso, dicendo che vuole stare con me. Le maestre devono intervenire per prenderlo e portarlo dentro, mentre io vado via. Questo momento è emotivamente molto forte, anche se so di star facendo la cosa giusta.
Tuttavia, dopo circa 20–30 minuti le insegnanti mi confermano sempre che si è calmato, è sereno, lavora normalmente ed è tranquillo durante tutta la mattinata.
Invece, in occasioni diverse (ad esempio una gita) è stato capace di salutarmi senza problemi e andare verso i compagni.
Quando gli chiedo il motivo del pianto, risponde semplicemente “non lo so”.
Le insegnanti mi riferiscono inoltre che questo comportamento si verifica solo quando lo accompagno io, mentre con la madre non succede. (Siamo una coppia separata e nostro figlio è prevalente a me).
Non presenta febbre, dolori o altri sintomi fisici evidenti, se non occasionali lamentele al mattino che però non sembrano avere una base reale.
Il tragitto verso la scuola è calmo, ascoltiamo la musica, parliamo di giochi e di vita quotidiana. La salita delle scale è tranquilla, ma come arriva davanti la porta della classe scatta questo meccanismo.
Vorrei capire se questo comportamento può avere una componente legata all’ansia o al distacco e se è qualcosa di fisiologico oppure se è il caso di approfondire con uno specialista.
Grazie mille.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,da quanto descrive, il comportamento di suo figlio sembra riconducibile a una difficoltà nel momento del distacco, abbastanza frequente nei bambini della sua età, soprattutto dopo interruzioni della routine come le vacanze.
Il fatto che il pianto sia circoscritto all’ingresso a scuola e che si risolva in tempi brevi, con una buona partecipazione durante la mattinata, è un elemento rassicurante. Indica che il disagio è legato più alla separazione che al contesto scolastico in sé.
In generale, queste manifestazioni possono avere un andamento transitorio e tendono a ridursi gradualmente con il ripristino della routine e con una gestione coerente e rassicurante da parte degli adulti.
Può essere utile mantenere modalità di accompagnamento stabili, con un saluto breve e chiaro, trasmettendo sicurezza e fiducia nel fatto che riuscirà a stare bene a scuola.
Un approfondimento con uno specialista può essere preso in considerazione qualora il comportamento dovesse persistere nel tempo, intensificarsi o associarsi ad altri segnali di disagio.
Resto a disposizione. Cordiali Saluti
Buongiorno, sono una ragazza di 27 anni e sono fidanzata con un ragazzo di 25 anni da ormai quasi 3 anni.
Vi scrivo in seguito a un episodio avvenuto ieri sera che mi ha mandata abbastanza in crisi.
Eravamo a letto, io ero buttata sopra di lui e stavo guardando il cellulare, ho fatto una battuta davvero di cattivo gusto sul fatto di andare a letto con un altro ragazzo, me ne stavo pentendo già mentre la facevo ma non so spiegarvi perchè ma mi piace stuzzicarlo e infastidirlo per ottenere attenzioni (questo da sempre).
Lui, che era sotto di me sul letto, ha reagito dandomi uno schiaffetto sul viso in segno di rimprovero. Non era forte però l'ho sentito e il gesto in se mi ha fatta infuriare.
So per certo che non era sua intenzione farmi del male, quando litighiamo non ha mai nemmeno accennato a segni di violenza anzi, solitamente sono io quella che sbrocca di più (mai fisicamente).
Però lui ha sempre avuto questo vizio di dare queste schiaffette sul viso per rimprovero, non lo fa sempre ma ogni tanto capita.
Mi sento ancora più stupida perchè sono io la prima a farlo.. nel senso che anch'io per scherzo o per rimprovero a volte gli do questi buffetti sul viso.
Però ieri, siccome l'ho sentito, mi sono preoccupata.
E' secondo voi un campanello allarmante?
Quando gli ho fatto notare che non mi piace, per l'ennesima volta, che mi aveva fatto male e dicendogli più volte che è scemo, lui ha detto che io sono scema a fare battute del genere, che gli schiaffetti li do anch'io e che era uno schiaffetto e non uno schiaffo.
Ho tenuto il muso per tutta le sera e tutta la notte, lui è molto affettuoso e ha cercato più volte le coccole che io non gli ho fatto.
Questa mattina gli ho detto che avrebbe dovuto chiedermi scusa e lui l'ha fatto ma ha ribadito nuovamente che non era uno schiaffo e mi ha chiesto di chiedergli scusa per la battuta che ho fatto.
Scusatemi se mi sono dilungata ma ci penso da tutto il giorno e non so come analizzare la situazione.
Sto esagerando io?
Grazie mille sin da ora
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso una situazione che, comprensibilmente, può generare confusione e disagio.
Quando all’interno di una relazione si verificano episodi come quello che descrivi, è importante non fermarsi solo al singolo gesto, ma osservare il contesto più ampio: il tipo di comunicazione tra voi, le modalità con cui gestite il conflitto e il rispetto dei confini reciproci.
Da ciò che racconti emergono due aspetti rilevanti. Da una parte, l’utilizzo di provocazioni o battute per ottenere attenzione, che può indicare un bisogno relazionale non espresso in modo diretto. Dall’altra, una modalità fisica di “rimprovero” che, anche se percepita come scherzosa o abituale da entrambi, può risultare spiacevole o invasiva quando supera la soglia di tolleranza di uno dei due.
Non è tanto una questione di “avere ragione o torto”, ma di riconoscere che in una relazione sana entrambi i partner dovrebbero sentirsi rispettati, anche nei piccoli gesti. Se qualcosa viene percepito come fastidioso o doloroso, è importante che venga accolto e preso sul serio, senza minimizzare.
Più che un singolo campanello d’allarme, può essere utile considerarlo come un segnale su cui lavorare: chiarire insieme quali comportamenti non sono graditi, trovare modalità più dirette e rispettose per chiedere attenzione e migliorare la comunicazione emotiva.
Se episodi simili dovessero ripetersi o generare un malessere crescente, potrebbe essere utile confrontarti con un professionista per comprendere meglio le dinamiche della relazione e trovare strategie più funzionali. Resto a disposizione nel caso in cui volesse iniziare un percorso.
Un caro saluto.
Buonasera, da 25 anni soffro di Sindrome di Menière in modo importante, dopo 3 anni ho dovuto fare un'intervento di infiltrazione di gentamicina per annullare la funzione del labirinto sx, nel corso degli anni la situazione si è stabilizzata ma il filo conduttore è l'incertezza perché ogni santo giorno mi alzo e verifico se sto in piedi oppure no, ma nonostante questa situazione ho sempre cercato di vivere abbastanza nella normalità. Da alcuni anni mi succede che ho paura ad allontanarmi da casa per serate con amici o simili, negli ultimi mesi si è accentuata in modo significativo e il solo pensiero mi crea disturbi intestinali, palpitazioni, febbre, credo che questi siano gli effetti e non la causa, penso che 26 anni di insicurezza quotidiana a causa della Menière, da 5 anni una bruttissima psoriasi e da alcuni mesi anche un'angina possano "giustificare" il fatto che si sia creata questa mancanza di coraggio per uscire... grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente, quello che descrive è comprensibile se letto alla luce della sua storia clinica complessa e prolungata. Vivere per molti anni con una condizione come la Sindrome di Ménière, caratterizzata da imprevedibilità e sensazione di instabilità, può portare il sistema nervoso a sviluppare una forma di “ipervigilanza” rispetto al corpo e alla sicurezza dell’equilibrio. In altre parole, il controllo quotidiano del proprio stato fisico diventa una strategia di adattamento che, nel tempo, può però estendersi anche a situazioni non direttamente legate alla malattia.
Quando questa incertezza si prolunga per anni, è possibile che il cervello associ progressivamente l’allontanamento da casa o le situazioni sociali a una condizione di “mancanza di sicurezza”, attivando risposte ansiose anche intense (come sintomi gastrointestinali, palpitazioni o sensazioni simil-febbrili). Questi sintomi sono tipici dell’attivazione ansiosa e non indicano per forza un peggioramento fisico, ma una risposta del sistema di allarme corporeo.
Non si tratta di “mancanza di coraggio”, ma piuttosto di un meccanismo di protezione che si è progressivamente generalizzato nel tempo, probabilmente anche in relazione alla storia di malattia, allo stress cumulativo e alle recenti ulteriori condizioni fisiche che lei riferisce.
In questi casi può essere utile un lavoro psicoterapeutico mirato ridurre l’ipercontrollo corporeo e l’attenzione costante ai segnali fisic; rielaborare la percezione di sicurezza nelle situazioni esterne; lavorare gradualmente sull’esposizione alle situazioni evitate, in modo sostenibile; intervenire sui pensieri anticipatori che alimentano l’attivazione ansiosa.
Il fatto che per molti anni sia riuscito a mantenere una vita sostanzialmente attiva è un elemento importante di risorsa, su cui è possibile lavorare.
Se la difficoltà si è intensificata negli ultimi mesi, può essere utile affrontarla in modo strutturato, per evitare che il circolo ansia–evitamento si consolidi ulteriormente.
Resto a disposizione per un eventuale approfondimento.
Cordiali saluti
Buonasera Cari Dottori, Vi scrivo per chiederVi pareri..sto seguendo un corso per la seconda volta perché non mi sentivo pronta per l'esame..ma il professore quando fa domande riguardanti gli argomenti di lezione, le mie risposte seppur giuste è come se non andassero mai bene perché il professore dice "non sei stata precisa" oppure "non devi essere troppo precisa", altra volta "ho capito, ma quale è il perché?" . Ieri, ho sbagliato una risposta e lui ha detto"non dovete rispondere a caso " "voi non vi chiarite i dubbi"in realtà mi sono sentita offesa anche se ha parlato al plurale.. quando rispondo è perché ho delle conoscenze di altri esami , non parlo per aprire bocca ma non ho potuto difendermi, replicare, fargli capire che non è come pensa lui..non mi ha mai detto brava come mi è stato detto da alcuni altri docenti eppure l'anno scorso ad un convegno mi ha salutata dicendomi che avevo fatto bene a partecipare ..non capisco questo cambiamento di comportamento..mi sento svalutata..già di mio ho una bassa autostima, sono sensibile, introversa, timida ed il fatto di rispondere alle lezioni mi ha sempre aiutato, mi dà più forza, stimolo anche se prima di rispondere sento il cuore che batte, a volte tremo, imbarazzo..però con questo professore mi sembra di non essere compresa, a volte è come se io dicessi "A" e lui "B".. Grazie per i vostri consigli. Buona Serata.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che descrivi emergono diversi livelli di esperienza che è importante distinguere, perché ognuno merita uno sguardo specifico.
Da un lato c’è il comportamento del professore, che appare poco prevedibile nel tipo di feedback, a volte ti viene richiesto di essere più precisa, altre meno, altre ancora di esplicitare il “perché”. Questo tipo di comunicazione può risultare confondente e generare un senso di inadeguatezza anche quando le risposte sono corrette. Non è necessariamente un cambiamento nei tuoi confronti, alcuni docenti utilizzano uno stile didattico più “sfidante”, volto a stimolare il ragionamento piuttosto che confermare la correttezza formale della risposta. Tuttavia, questo non toglie che il modo in cui viene comunicato possa avere un impatto emotivo significativo.
Dall’altro lato c’è la tua esperienza interna, che è molto chiara: ti esponi nonostante ansia, attivazione fisiologica (cuore che batte, tremore), e questo è già un comportamento di grande valore. Il fatto che questa esposizione sia stata finora rinforzata positivamente da altri docenti ha contribuito a sostenere la tua autostima. Incontrare invece un contesto meno validante può riattivare vissuti di svalutazione e dubbi su di te.
È comprensibile che tu ti sia sentita offesa anche se il commento era al plurale perchè quando abbiamo una sensibilità al giudizio e una base di autostima più fragile, tendiamo a personalizzare maggiormente i feedback negativi.
Ti suggerirei di provare a leggere il feedback non come un giudizio globale su di te, ma come un’indicazione su come il docente si aspetta le risposte.
Se senti che il contesto lo permette, potresti chiedere in modo assertivo: “Professore potrebbe indicarmi se preferisce una risposta più sintetica o più argomentata?”. Questo ti aiuterebbe a uscire dall’ambiguità.
Inoltre osserva cosa ti dici dopo questi episodi (es. “non vado mai bene”, “non sono capace”). Questi pensieri, più che il feedback in sé, tendono ad amplificare il vissuto di svalutazione.
Poi, il fatto che lo stesso professore in un altro contesto ti abbia dato un riscontro positivo suggerisce che la sua percezione di te non è rigidamente negativa. È più probabile che ciò che cambia sia il contesto (lezione vs convegno) e il suo stile comunicativo in aula.
Se questa situazione dovesse continuare a incidere sul tuo benessere o sulla tua partecipazione, potrebbe essere utile portarla anche in uno spazio di elaborazione personale, per lavorare in modo più approfondito sui temi dell’autostima e della gestione del giudizio.
Resto a disposizione.
Un caro saluto
Una persona stupida o più precisamente scema, può rendersi conto di esserlo? Può capire di essere una persona di intelligenza limitata, attraverso il modo in cui viene trattata dal prossimo, come viene considerata da chi la circonda, nell'avere difficoltà a capire o risolvere cose che generalmente vengono ritenute semplici e dal mancato raggiungimento dei propri obiettivi?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, termini come “stupido” o “intelligenza limitata” non sono categorie cliniche e rischiano di semplificare eccessivamente il funzionamento cognitivo. Le difficoltà che descrive (nel comprendere, risolvere problemi o raggiungere obiettivi) non sono automaticamente indice di un livello intellettivo basso.
Spesso queste percezioni sono influenzate da fattori diversi, come ansia, autostima, esperienze di insuccesso o contesti poco facilitanti, più che da una reale riduzione delle capacità cognitive globali.
Può essere più utile, in questi casi, comprendere in quali situazioni emergono queste difficoltà e quale significato personale viene attribuito ad esse. Un cordiale saluto
Salve a tutti, sono una ragazza di 21 anni, da circa luglio 2025 ho iniziato a sviluppare un'ansia incontrollabile. E' iniziato tutto da una semplice settimana a casa da sola in quanto i miei in vacanza, dove avevo la costante paura che dei ladri potessero entrarmi in casa, e da lì per una settimana andavo a dormire alle 6 di mattina per accertarmi che durante la notte nessuno cercasse di entrare in casa, a termine di questa settimana mi viene un forte dolore al braccio, vado in ps e mi dicono semplicemente di calmarmi, facendomi un’elettriocardiogramma in cui era tutto ok. Passa l’estate, torno nella mia città dove vivo da fuorisede, e resto sola di nuovo per due settimane, in cui di nuovo vivo con angoscia la cosa, avendo mille paure, nonostante non fosse la prima volta che fossi sola. A termine di queste sue settimane di nuovo mi viene dolore la braccio sinistro per giorni, sono molto preoccupata, vado in ps ed è tutto ok, analisi ed elettrocardiogramma. Da quel momento in poi inizio a sviluppare continua ansia per ogni sensazione del mio corpo, più mi informo e più sto male, ho paura di qualsiasi cosa, questo va a peggiorare anche il mio rapporto sentimentale. A febbraio litigo pesantemente con il mio ragazzo, finendo per avere un attacco di panico con tremore, conati di vomito, dolore braccio sinistro e confusione, vado in ps, tutto okay come al solito e mi danno semplicemente un tranquillante. Un mese dopo torno al ps per emorroidi, le quali non avendole mai avute e avendo una certa perdita di sangue mi hanno fatto preoccupare. Tralasciando queste varie esperienze in questi mesi ho fatto vari elettrocardiogrammi, ecografie, hotler, analisi del sangue, tutto ok, ma ho sempre ansia. Ieri ho litigato di nuovo col mio ragazzo e di nuovo stessi sintomi di attacchi di panico, sto male, è difficile riprendersi. Io non so più cosa fare, non so se può essere correlato ma ho un ritardo del ciclo di 10 gg (uso precauzioni) e al posto del ciclo ho perdite marroni, non vorrei fosse collegato allo stess, non so cosa fare e non riesco nemmeno a parlarne con i miei, il mio ragazzo soffre anche lui per tutte le mie ansie e attacchi di panico, avrei bisogno di un consiglio, grazie in anticipo
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,ti ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza quello che stai vivendo, perché si percepisce quanto per te sia diventato faticoso e spaventante.
Dal tuo racconto emerge un quadro molto coerente con un’attivazione ansiosa importante, che nel tempo si è trasformata in un circolo che si autoalimenta. L’episodio iniziale (restare da sola con la paura dei ladri) ha probabilmente “attivato” il tuo sistema di allarme, che da quel momento è rimasto particolarmente sensibile.
Quando il corpo è in questo stato di iperattivazione, può manifestare sintomi fisici intensi come dolore al braccio, tremori, nausea, confusione, fino ad arrivare agli attacchi di panico. Sono sintomi reali, ma non indicano un problema organico.
Il fatto che tu abbia effettuato numerosi controlli medici (elettrocardiogrammi, analisi, ecografie) con esiti nella norma è un elemento molto importante: orienta verso una natura ansiosa dei sintomi, più che fisica.
Inoltre, è comprensibile che eventi emotivamente intensi, come le liti con il tuo ragazzo, possano fungere da “innesco”, amplificando la risposta del corpo.
Si crea così un circolo tipico:sensazione fisica → interpretazione preoccupante → aumento dell’ansia → intensificazione dei sintomi → ulteriore paura e bisogno di controllo.
Anche il ritardo del ciclo e le perdite che descrivi possono essere compatibili con un periodo di stress significativo, che può influenzare il sistema ormonale.
Ti segnalo però un passaggio importante: la continua ricerca di rassicurazioni (controlli medici, monitoraggio del corpo, informazioni online) può dare sollievo nel breve termine, ma nel tempo tende a mantenere e rinforzare il problema.
La buona notizia è che questo tipo di difficoltà è molto trattabile. Un percorso psicologico, in particolare ad orientamento cognitivo-comportamentale, può aiutarti a:comprendere e interrompere il circolo dell’ansia,gestire gli attacchi di panico,ridurre la paura legata ai sintomi corporei,recuperare un senso di sicurezza e stabilità.
Il consiglio che mi sento di darti è di non affrontare tutto questo da sola: dopo mesi così intensi, chiedere un supporto strutturato può fare davvero la differenza.
Resto a disposizione se hai bisogno di un confronto attraverso un percorso psicologico. Un caro saluto
Salve sono la nonna paterna di una bimba di 30 mesi che da sempre mi adora e profondamente amo!, al punto che quando insieme preferisce un rapporto esclusivo con me preferendomi in quei momenti ai genitori e questo provoca gelosie da perte di mio figlio , la cosa mi mette profondamente a disagio poiché’ mi fa sentire di troppo ! Questo di contro non avviene con la nonna materna con la quale è costretta a stare dopo l’asilo nido . Ultimamente a scuola presenta un po’ di aggressività’ , potrebbe esserci correlazione con il tipo di rapporti con i nonni , premesso che ha ottimi rapporti genitoriali ed e’ figlia unica come mio figlio d’altronde.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,da quello che descrive si percepisce chiaramente quanto sia forte e affettuoso il legame che ha costruito con sua nipote. Questo è un elemento prezioso nella crescita di una bambina così piccola, e non rappresenta di per sé qualcosa di problematico.
A 30 mesi è del tutto normale che i bambini attraversino fasi in cui mostrano preferenze molto marcate per una figura significativa. Non si tratta di un rifiuto dei genitori, ma piuttosto di un bisogno di sicurezza e di relazione esclusiva che, in alcuni momenti, viene soddisfatto più facilmente con una persona specifica. Il fatto che sua nipote la cerchi così intensamente parla della qualità della relazione che avete costruito.
Comprendo però il disagio che prova quando questo genera tensioni con suo figlio. In queste situazioni è importante tenere presente che, per i genitori, può essere emotivamente delicato percepire di “passare in secondo piano”, anche se temporaneamente. Questo non significa che lei stia facendo qualcosa di sbagliato, ma che si è creata una dinamica relazionale che merita di essere gestita con equilibrio.
Può essere utile, quando siete insieme, favorire momenti di condivisione anche con i genitori, evitando (per quanto possibile) l’esclusività. Ad esempio, coinvolgerli attivamente nel gioco o nella cura, in modo che la bambina possa vivere la relazione come complementare e non competitiva.
Per quanto riguarda i comportamenti aggressivi al nido, a questa età possono comparire abbastanza frequentemente e sono spesso legati a difficoltà nella regolazione emotiva, alla stanchezza o ai cambiamenti nei contesti quotidiani. Non è possibile stabilire una correlazione diretta con il rapporto con i nonni, soprattutto se, come dice, il contesto familiare è sereno. Tuttavia, le dinamiche relazionali multiple (nonni, genitori, nido) possono contribuire a un carico emotivo che la bambina sta ancora imparando a gestire.
In sintesi, non emerge qualcosa di allarmante, ma piuttosto una situazione evolutiva delicata, in cui può fare la differenza: mantenere un atteggiamento accogliente ma non esclusivo; sostenere il ruolo genitoriale davanti alla bambina e, se possibile, condividere con suo figlio le sue intenzioni, rassicurandolo sul fatto che non desidera sostituirsi a lui. Se i comportamenti aggressivi dovessero aumentare o diventare più strutturati, potrebbe essere utile confrontarsi con le educatrici o valutare un breve colloquio con un professionista dell’età evolutiva.
Resto a disposizione se desidera approfondire o strutturare meglio alcune strategie concrete.
Cordiali saluti
Ciao, sono un ragazzo di 21 anni. Ultimamente stavo cercando amicizie e nuove conoscenze in generale e ho scoperto che una ragazza di 17 anni che ha tante passioni in comune con me. Sembra che però entrambi cerchiamo una relazione seria, però lei ha 17 anni (non 17 e mezzo ma proprio 17) e io 21 e mezzo. Potrebbe essere problematica questa differenza di età, quindi per le relazioni serie o rapporti sessuali sono più sul no che sul sì. Per quanto riguarda l'amicizia penso (poi se posso sapere anche da voi sarebbe top) che non ci sia nulla di sbagliato nel fare amicizia con lei. Anzi, ultimamente ho rifiutato di fare amicizia con un altra ragazza proprio per l'età e mi sento in colpa, perché per il resto aveva tante cose positive. Però con quest'altra ragazza nuova che sto conoscendo abbiamo talmente tante cose in comune e esteticamente la trovo talmente carina che sto mettendo in dubbio se il poterci avere una relazione seria sia giusto o sbagliato e soprattutto non so se è giusto avere rapporti sessuali con lei. Inoltre lei è molto affettuosa, cosa che io adoro. Però nell'andare oltre l'amicizia avrei paura, non tanto da un punto di vista legale perché è legale. Avrei un po' più paura per tutto il resto. Cosa dovrei fare per voi? Sarebbe giusto avere una relazione seria (e di conseguenza anche rapporti sessuali) con questa ragazza? O dovrei evitare o aspettare la sua maggiore età? E soprattutto, cosa dovrei fare per assicurarmi che magari lei sa quello che fa? Insomma, fatemi sapere. Vi ringrazio in anticipo per il vostro meraviglioso lavoro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco il tuo dubbio, ed è positivo che tu ti stia ponendo queste domande prima di fare una scelta.
Dal punto di vista legale, in Italia una relazione con una ragazza di 17 anni non è automaticamente illecita, ma questo non è l’unico aspetto da considerare. La differenza di età che descrivi (21 e mezzo e 17) è relativamente contenuta, ma riguarda comunque due fasi di vita diverse: tu sei già nella prima età adulta, mentre lei è ancora minorenne e in una fase evolutiva importante.
Per questo, più che chiederti “è legale o no?”, può esserti utile riflettere su alcuni aspetti: il livello di maturità emotiva di entrambi,le aspettative sulla relazione (quanto sono davvero allineate),il rischio di uno squilibrio nel modo di vivere il legame, anche senza che tu lo voglia.
Il fatto che tu senta una certa prudenza, soprattutto rispetto a una relazione seria o alla dimensione sessuale, è un segnale da ascoltare. Non è tanto una questione di giusto o sbagliato in senso assoluto, ma di responsabilità e consapevolezza.
Per quanto riguarda l’amicizia, non c’è nulla di problematico nel conoscerla e frequentarla in modo rispettoso e graduale. Questo può anche aiutarti a capire meglio chi è lei, come vive le relazioni e quanto sia realmente pronta per qualcosa di più.
Se invece pensi a una relazione, potrebbe essere più tutelante per entrambi:procedere con molta calma, evitare di accelerare verso una dimensione intima, valutare l’idea di aspettare la maggiore età, così da ridurre eventuali complessità e vivere il rapporto con maggiore serenità
Infine, rispetto alla tua domanda “come faccio a essere sicuro che lei sappia quello che fa?”, purtroppo non esiste una garanzia totale. Puoi però osservare quanto è consapevole delle sue scelte, se sa esprimere limiti e desideri in modo chiaro, se c’è reciprocità e non solo entusiasmo o idealizzazione
Quindi non c’è qualcosa di “sbagliato” in assoluto, ma la tua cautela è appropriata. Prenditi il tempo per conoscere la situazione senza forzare, e se senti che c’è anche solo una parte di te in dubbio, darle spazio è già una forma di rispetto verso entrambi. Un caro saluto
Ho 29 anni e mi sento una fallita. Nessun aspetto della mia vita sta andando come speravo. Non sono riuscita ancora a laurearmi perché ogni qualvolta io debba preparare un esame e mi trovi a dover approcciare lo studio vengo letteralmente assalita da un'ansia micidiale e inarrestabile. Avrei dovuto avere il coraggio di rinunciare agli studi già da qualche anno ma al tempo stesso, se avessi preso questa decisione, avrei pensato di aver perso sia tempo che soldi e la paura di deludere i miei genitori è stata più forte, anche se per loro non avrebbe importato niente, solo la mia felicità. Non ho ancora un lavoro stabile perché da una parte ho procrastinato a causa dello studio e poi perché ho paura di dovermi accontentare di un lavoro che non mi appaghi o che non mi faccia sentire all’altezza e, ciliegina sulla torta, il mio ragazzo mi ha lasciata dopo 10 anni perché già da qualche anno sarebbe voluto andare a convivere per “scappare” da una situazione familiare complicata (premetto che lui sarebbe potuto andare intanto a vivere da solo avendo un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito) ma non lavorando non avrei potuto ancora assecondarlo in questo passo e sostiene che non abbia fatto abbastanza per cambiare questa situazione e in qualche modo a “salvarlo” facendomi sentire sbagliata e la causa della nostra rottura, anche se gli ho espresso più volte che anch’io sentivo questo desiderio, tanto che stavo mandando curriculum su curriculum per trovare un qualsiasi lavoro… forse avrei dovuto farlo prima per fargli capire che era davvero la persona con cui immaginavo il mio futuro, ma avrei voluto da parte sua un po’ più di comprensione e di sostenimento. Non ho mai avuto un briciolo di autostima, anzi, ho sempre denigrato me stessa e le mie capacità, e mi sento costantemente inadeguata e frustrata, non riesco a capire cosa fare per prendere davvero in mano la mia vita. Sono davvero stanca di tutto questo perché, non avendo mai avuto il coraggio di andare da un* psicolog*, non so cosa mi stia succedendo, qualcuno potrebbe aiutarmi a vederci più chiaro? Grazie mille!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco quanto possa essere faticoso trovarsi in una situazione come quella che descrivi: quando più aree della vita sembrano “bloccate”, è facile arrivare a sentirsi sopraffatti e a trarre conclusioni molto dure su se stessi.
Da ciò che racconti, però, emergono alcuni elementi importanti che meritano attenzione. L’ansia intensa che si attiva nello studio non è mancanza di volontà o di capacità, ma sembra piuttosto un meccanismo che ti paralizza e ti porta a evitare, alimentando poi frustrazione e senso di fallimento. Questo circolo è molto comune e può essere compreso e trattato efficacemente.
Anche sul piano lavorativo e relazionale si nota un filo conduttore: il timore di non essere all’altezza, di deludere, di fare scelte “sbagliate”. Sono pensieri che, nel tempo, possono ridurre la fiducia in sé e bloccare il passaggio all’azione, non perché tu non abbia risorse, ma perché queste faticano a emergere sotto il peso dell’ansia e dell’autocritica.
Per quanto riguarda la relazione, è comprensibile che tu ti senta ferita e responsabilizzata. Tuttavia, una relazione è sempre il risultato di dinamiche reciproche: attribuire a te stessa l’intera causa della rottura rischia di essere una lettura parziale e, soprattutto, molto penalizzante nei tuoi confronti.
Il fatto che tu riesca a descrivere con lucidità ciò che stai vivendo è già un segnale di consapevolezza importante. Allo stesso tempo, la sofferenza che esprimi merita uno spazio adeguato di ascolto e di lavoro.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarti a comprendere meglio l’origine e il funzionamento della tua ansia;lavorare sull’autostima e sul dialogo interno, spesso molto critico;sbloccare gradualmente l’azione (studio, lavoro) senza sentirti sopraffatta;rimettere ordine nelle priorità, senza basarti solo sulla paura o sul senso di dovere.
Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un primo passo concreto per iniziare a prenderti cura di te in modo diverso. Potrebbe essere utile considerare un confronto con un professionista, anche solo per iniziare a fare chiarezza e capire da dove partire.
Resto a disposizione nel caso in cui decidessi di intraprendere un percorso. Un caro saluto
Salve ,scrivo in breve la mia storia perchè vorrei capire se la persona con cui ho intrapreso una relazione quatto anni fa circa potrebbe essere un narcisista patologico Malvagio.Sono una insegnante di 63 anni benestante ,stimata come professionista e considerata di bella presenza.Sono sposata ma mio marito è affetto da una malattia neuridegenerativa e sette anni fa ha subito danni cognitivi,Così che quattro anni fa mentre ero in un momento molto difficicile ,mi sentivo molto sola ho intrapreso una relazione con un uomo che oggi ha 69 anni .Quest'uomo lo conosco da circa 27 anni ed in passato lo avevo incontrato qualche volta in un momento di crisi profonda della relazione con mio marito.In questo tempo a cicli si era sempre presentato ma io no lo avevo più considerato.quando ho deciso di intraprendere la re relazione con lui l'ho fatto anche perchè mi sono fatta convincere dal fatto che lui mi aveva raccontato di essere rimasto vedovo ( sua moglie era morta a causa di un cancro ) e che la sua compagna aveva un mieloma al terzo stadio .all'inizio sembrava andare bene ,ma il suo comportamento era molto strano,mi invia centinaia di messaggi ,banali e pieni di emoji e quando io chiedevo chiarimenti lui spariva ..Nelle varie sparizioni chredendo di essere io la persona sbagliata l'ho cercato cosi la relazine è andata avanti dal 2022 al 2024. In giugno del 2024 dice di avere una depressione e sparisce.Nel luglio del 2025 a causa di una circostanza si ripresenta e mi convince nuovamente a riprendere la relazione nel frattempo io ero venuta a conoscenza (voci di popolo) che lui aveva manipolato più persone sole ,sopratutto done approfittandone per appropriarsi dei loro risparmi , era un bancario ,e per questa ragione era stato sospeso dal suo lavoro ,anche se non si era riuscito a dimostrare nulla .Inoltre che aveva sempre intessuto più relazioni in contemporanea .Ma io che sono una persona buona nonostante i vari dubbi ho deciso di ridargli fiducia .Sembrava che le cose andassero bene lui mi dedicava ,tempo ed attenzioni, fino a quando in gennaio lui sbaglia ad inviare un messaggio ed intuisco che c'era una quarta persona ,chiedo spiegazioni , ma lui sparisce.
Ora mi chiedo potrà ricomparire ancora ? E' un narcisista patologico maligno?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, capisco il bisogno di dare un senso a un’esperienza così confusa e logorante, soprattutto considerando il momento di vulnerabilità in cui si è trovata quando questa relazione è iniziata.
Dal punto di vista clinico, è importante fare una distinzione: definizioni come “narcisista patologico” o “narcisista maligno” non possono essere formulate con certezza senza una valutazione diretta e approfondita della persona. Tuttavia, al di là dell’etichetta diagnostica, ciò che emerge dal suo racconto è un pattern relazionale caratterizzato da comportamenti discontinui (avvicinamenti intensi seguiti da improvvise sparizioni), comunicazione ambigua, possibile doppia o multipla vita affettiva e, secondo quanto riferito, anche condotte manipolatorie con altre persone.
Questi elementi sono spesso presenti in dinamiche relazionali disfunzionali, in cui una delle due parti può alternare coinvolgimento e distanza, generando nell’altra confusione, dubbio e un progressivo investimento emotivo nel tentativo di “ricostruire” il legame. Il fatto che lei si sia più volte sentita portata a cercarlo, nonostante le sue sparizioni, è coerente con questo tipo di dinamica.
Rispetto alla sua domanda: è possibile che questa persona si ripresenti nuovamente, proprio perché il comportamento ciclico che descrive (allontanamenti e ritorni) sembra essere una modalità già consolidata nel tempo. Tuttavia, la questione centrale non è tanto prevedere le sue mosse, quanto chiedersi che tipo di impatto ha avuto e continua ad avere questa relazione su di lei.
Alla luce di quanto vissuto, potrebbe essere utile spostare il focus dal tentativo di comprendere “chi è lui” al comprendere “cosa è successo a lei dentro questa relazione”: i bisogni emotivi attivati, il senso di solitudine, il desiderio di vicinanza e le eventuali difficoltà nel porre dei limiti protettivi.
Un supporto psicologico potrebbe aiutarla a rielaborare questa esperienza, a tutelarsi maggiormente e a riconoscere più precocemente dinamiche relazionali poco sane, senza mettere in discussione il suo valore personale o la sua capacità di giudizio.
Resto a disposizione.
Un cordiale saluto
Buongiorno per ansia e attacchi di panico la terapia cognitivo comportamentale va bene?
E in cosa consiste,il metodo?
Grazie Cordiali Saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,la terapia cognitivo-comportamentale è considerata uno degli approcci più efficaci per il trattamento dell’ansia e degli attacchi di panico, supportata da numerose evidenze scientifiche.
Si tratta di un percorso strutturato e orientato agli obiettivi, che aiuta la persona a comprendere il legame tra pensieri, emozioni e comportamenti. In particolare, nel caso dell’ansia e del panico, si lavora su:
- Psicoeducazione, per comprendere cosa accade nel corpo e nella mente durante l’ansia e gli attacchi di panico
- Individuazione e modifica dei pensieri disfunzionali, spesso catastrofici o anticipatori
- Tecniche di gestione dei sintomi fisici, come respirazione e rilassamento
- Esposizione graduale, per ridurre l’evitamento e affrontare le situazioni temute in modo progressivo
- Sviluppo di strategie di coping, per aumentare il senso di efficacia personale
Come terapeuta cognitivo-comportamentale, lavoro proprio su questi aspetti, adattando il percorso alle caratteristiche e ai bisogni specifici della persona, con l’obiettivo di fornire strumenti concreti e duraturi per la gestione dell’ansia.
Resto a disposizione per eventuali chiarimenti o se volesse intraprendere un percorso.
Cordiali saluti
Buon pomeriggio, sono una ragazza di 24 anni che a periodi alterni si sente sola e nell'abitudine di provare questo sentimento a volte "respinge" situazioni sociali. Cinque anni fa, per motivi di studio, sono trasferita in un'altra città. Mio padre lavorava qui da un pò di anni e l'ho raggiunto. Ciò che mi ha spinta a fare questo grande passo - e allontanarmi dal mio contesto sociale, amici, famiglia, abitudini - è stata sia la voglia di provare qualcosa di nuovo in una nuova città, ma anche la solitudine che mi ha sempre accompagnata silenziosamente sin da piccola. Nel mio paese di origine non mi sono mai sentita parte di una "comunità" o contesto sociale. Provo a spiegarmi meglio: abitavo nella periferia di un paesino piccolo in cui non c'era la possibilità di uscire a piedi, fare una passeggiata, andare da un'amica a prendere un caffè ... e in più la mia vita sociale e scolastica avveniva in un paese limitrofo a 10 min di macchina dal mio (i miei genitori preferirono mandarmi a scuola in un altro paese). Per questo motivo non mi sono mai sentita parte di un mondo, quel piccolo microcosmo fatto di "5 min e ti passo a prendere" o di "vieni con me al supermercato un attimo?". Spesso le mie amiche, nonostante avessi un bel gruppo di amiche (con cui con alcune ancora ho rapporti ben stretti), non mi invitavano per le cose banali come le piccole cose che si fanno quotidianamente all'interno di un paese, questo perché ero "lontana" e per fare queste piccole cose non aveva senso spostarmi. Nei weekend o per feste e compleanni invece partecipavo spesso, anzi, mi manca la mia compagnia. Il luogo fisico in cui avveniva la mia vita sociale non era quindi lo stesso in cui abitavo. Spesso per sentirmi "inclusa" nelle dinamiche sociali mi adattavo anche a situazioni che non facevano parte di me, anche solo per un'approvazione nei miei confronti e per non sentirmi diversa o quella che "veniva da lontano". Oggi però a distanza di cinque anni mi ritrovo in una nuova città (in cui si sono trasferiti anche poi mia madre e mio fratello), ho conosciuto persone nuove ma paradossalmente la situazione si è ribaltata, se prima ero lontana dal paese e vivevo in "solitudine" quotidianamente, ora abito in città ho tutto quello che desideravo, posso uscire a piedi e vivere la vita all'interno della città, ho dei vicini di casa ... ma le amiche che ho qui abitano invece fuori città e in più hanno già un loro gruppo di amici. Mi sembra un circolo vizioso. Inoltre nella città a nord Italia in cui mi trovo è raro trovare studenti fuori sede (meta poco ambita), quindi i miei colleghi universitari non sono nella mia stessa condizione da "fuori sede", ma vengono all'università con la consapevolezza di tornare a casa dalla loro cerchia di amici. in più in questo contesto fatico a sentirmi me stessa, ho partecipato spesso alla vita sociale anche di uno dei miei colleghi e dei loro amici, ma mi sento sempre fuori posto, quel fuori posto che sento provenire dal passato ... io che non faccio parte di nessun mondo. Io che non facevo parte né del paesino in cui abitavo, né di quello che frequentavo e né nella città in cui mi trovo ora. C'è da dire che sono però una persona solare e aperta a nuovi contesti sociali, ma la sensazione che sento ora è di sforzarmi continuamente e mai di essere me stessa. Ho molta confusione in testa. Da poco ho finito l'università e frequento un master in un'altra città durante i weekend ... questo mi sta aiutando molto ma quando torno il pattern quotidiano è sempre lo stesso: faccio ripetizioni, mi alleno, vado al master. La mia vita sociale da quando mi sono trasferita è un pò povera e sto iniziando a pensare che ormai mi ci sono anche abituata a stare sola e ho paura di non riuscire a togliere quest'abitudine. Il mio sentirmi fuori posto potrebbe derivare anche dal fatto che non sono mai stata fidanzata e soprattutto dalle costanti paranoie che penso nei confronti delle persone che mi stanno vicino. Credo che loro si accorgano della mia solitudine, anche se io cerco di mascherarla il più possibile e tenermi occupata spesso durante le giornate. poi quando sono sola a casa piango e mi sfogo. Mi è capitato anche di sfogarmi con mamma, papà e mio fratello ma a distanza di giorni le mie paranoie tornano. Ho anche pensato di andare in terapia per cercare un modo per vivere meglio questa situazione. Probabilmente ciò che ho scritto sarò molto confuso, ma è stato come un flusso di pensieri. Grazie a chi ha letto fin qui.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, grazie per aver condiviso qualcosa di così personale e profondo. Da quello che racconti emerge una sensazione di “non appartenenza” che sembra accompagnarti da tempo, quasi come un filo invisibile che collega le diverse fasi della tua vita. Non è solo una questione di città o di contesti: è più un modo in cui ti senti dentro alle relazioni.
Si percepisce anche però un’altra parte di te: una ragazza aperta, capace di creare legami, che si è messa in gioco trasferendosi, studiando, entrando in nuovi ambienti. Questo è un elemento importante, perché indica che non sei “incapace” di costruire relazioni, ma che probabilmente vivi le situazioni sociali con una forte attivazione interna fatta di pensieri, dubbi e timore di non essere davvero accolta.
Il fatto che tu parli di sforzo nel “partecipare” e della difficoltà a sentirti spontanea è molto significativo. Spesso, quando c’è una paura profonda di non appartenere o di essere “fuori posto”, si tende ad adattarsi, controllarsi, cercare di essere come si pensa gli altri si aspettino. Questo però, nel tempo, può far aumentare proprio quella sensazione di distanza dagli altri e da se stessi.
Anche l’abitudine alla solitudine che descrivi merita attenzione: non perché stare soli sia di per sé negativo, ma perché nel tuo caso sembra essere diventata una sorta di zona conosciuta, che protegge dal rischio di sentirti nuovamente esclusa, ma allo stesso tempo alimenta il senso di isolamento.
Il fatto che tu stia pensando alla terapia è un segnale molto importante. Uno spazio terapeutico potrebbe aiutarti a comprendere meglio da dove nasce questo vissuto di “non appartenenza”, lavorare sui pensieri che emergono nelle relazioni e costruire un modo più autentico e meno faticoso di stare con gli altri.
Non c’è qualcosa di “sbagliato” in te: c’è una storia relazionale che merita di essere capita e trasformata.
Se senti che questa situazione ti pesa e tende a ripresentarsi nel tempo, chiedere un supporto può essere davvero un passo utile e resto a disposizione se deciderai di intraprendere un percorso
Un caro saluto
Figlia quasi 16 enne, mai avuto dubbi sul suo orientamento sessuale, almeno così sembrava. Ha sempre avuto interesse per i maschi, coetanei. Da un po' di tempo è "attaccata" ad un'amica, a cui anche io voglio bene, che è lesbica. Mia figlia dice di essere innamorata di lei. La cosa mi ha spiazzato. Parto dal presupposto che non giudico e sono favorevole a tutte le forme di amore, ma dico che mi ha spiazzato perché non avrei mai sospettato una cosa del genere non avendo mai visto atteggiamenti che potessero farlo pensare. Secondo voi, è possibile che sia infatuazione? Non so come spiegarmi meglio. Le ragazze stanno sempre insieme, ogni cosa che fanno se lo comunicano telefonicamente. Ho il sospetto che mia figlia sia confusa tra affetto amichevole e amore. La mia è una ragazza che, se vuole bene a qualcuno, si focalizza solo su quella persona. Faccio una domanda che può sembrare cattiva e cruda, ma non lo è.
L'essere lesbica, le è scaturita stando sempre a contatto con l'amica? Perché so che i gay, comunque, sanno già da sempre dentro di sé cosa gli piace e cosa no. Ho parlato con lei a cuore aperto dicendo che a me importa solo della sua felicità. Non la giudico e sa che da parte mia c'è sempre il massimo sostegno.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,comprendo bene il suo “spiazzamento”: è una reazione molto frequente nei genitori quando qualcosa nel percorso affettivo dei figli non corrisponde alle aspettative che si erano costruiti nel tempo.
Provo a darle alcuni riferimenti chiari, dal punto di vista psicologico.
In adolescenza è assolutamente normale vivere fasi di esplorazione dell’identità, anche sul piano affettivo e sessuale. L’innamoramento verso una persona dello stesso sesso può avere significati diversi: può essere un orientamento che si sta definendo, ma può anche rappresentare un’esperienza affettiva intensa legata a un legame profondo, alla vicinanza emotiva o al bisogno di sentirsi compresi. Non è possibile stabilirlo a priori, né è necessario farlo subito.
Rispetto alla sua domanda più diretta: no, l’orientamento sessuale non “si sviluppa” per influenza di un’amica o per frequentazione. Non si diventa lesbiche “per contatto”. Piuttosto, avere accanto una persona che vive apertamente il proprio orientamento può facilitare il riconoscimento o l’espressione di aspetti di sé che magari erano già presenti, anche in modo non consapevole.
È anche vero, però, che alcune ragazze (e ragazzi) in questa fase possono vivere relazioni molto intense e totalizzanti, in cui il confine tra amicizia profonda e sentimento amoroso può risultare poco chiaro. Questo non significa necessariamente “confusione patologica”, ma piuttosto un passaggio evolutivo, in cui si sperimentano emozioni forti e nuove.
Un elemento importante che lei stessa ha colto è la modalità relazionale di sua figlia: il fatto che tenda a focalizzarsi molto su una persona significativa. Questo può amplificare il coinvolgimento emotivo, indipendentemente dal genere dell’altra persona.
Il punto centrale, più che “capire subito cosa sia”, è mantenere uno spazio di dialogo aperto e non giudicante, come sta già facendo. Il messaggio più utile per sua figlia è: “puoi prenderti il tempo di capire cosa provi, senza doverti definire per forza adesso”.
Sta già facendo qualcosa di molto importante: esserci con apertura e rispetto. Questo è il fattore più protettivo per il benessere di sua figlia, qualunque sarà il suo percorso.
Se dovesse sentire il bisogno di un confronto più approfondito, anche solo per lei come genitore, un supporto psicologico può essere uno spazio utile per elaborare dubbi e vissuti. Resto a disposizione
Un caro saluto.
ho perso 40 kg con il by pass gastrico fatto il 14 ottobre 2025 .
però ovviamente ci tengo a sottolineare che a livello gastrico la fame è contenuta perchè la capienza di cibo nello stomaco è decisamente minore rispetto a prima .
sono molto felice di aver perso peso ok.. ma comunque la fame emotiva è ancora viva e le emozioni sono ancora intense talmente tanto che delle volte mangio un pochettino in più , non come prima ma ci sono ovviamente quei momenti .
allora io oggi scrivo qui 1 perchè penso che tutto si può risolvere nella vita . Questi disturbi purtroppo sono dei disturbi dell animo più che della mente .. dell animo perchè dal mio punto di vista chi mangia tanto , chi si abbuffa nasconde dentro di sè un mondo molto caotico , pieno di incomprensioni , a volte a mio parere anche strano perchè non viene capito da nessuno .
pensate che io che per anni ho combattuto contro il mostro dell obesità , io che per tanto tempo mi sono odiata allo specchio e disprezzata ... mi sento certe volte ancora quella di prima .
ho una famiglia molto malsana che nonostante ciò mi vuole bene ok ma è letteralmente malsana e disfunzionale .
mia mamma non accetta il mio cambiamento fisico , a primo impatto penso che sia gelosa .
ATTENZIONE , NON DICO CHE È GELOSA PERCHÈ È CATTIVA .. CI MANCHEREBBE , È MIA MADRE , ma secondo me dato che è stata per molto tempo abituata a vedermi in un certo modo con una coperta di grasso metaforicamente parlando che nascondeva la mia vera personalità , ora mi vede diversa , solare , energica , positiva etc... e quindi lei riflettendoci bene non è che non mi accetta ma ancora non deve abituarsi a questa nuova immagine di me cambiata , diversa ma non del tutto perchè nonostante il mio dimagrimento io sono sempre silvana .. silvana che ha delle passioni , silvana che ha degli interessi , degli obiettivi di vita importanti che vuole raggiungere .
Il rapporto tra me e mia madre non è mai stato dei migliori , tra me e lei è stato presente sempre un grande conflitto . Ricordo ancora che quando ero molto piccola lei mi diceva di non mangiare troppo , di stare attenta alla linea , parlava sempre del fisico magro e asciutto perchè anche lei è stata sempre fissata con la linea ... sempre .
mio padre è diversi da mamma , è più positivo , prende la vita più con il sorriso ma secondo me si lascia influenzare parecchio dalla negatività di mamma ...
mamma purtroppo non cambierà mai , questo lo devo accettare .
però quello che voglio dire è che non posso cambiare io chi non vuole cambiare , ognuno deve assumersi la propria responsabilità al cambiamento ma prima ancora deve avere consapevolezza di avere un Problema e mia mamma non ha questa consapevolezza e a me non frega perchè io voglio godermi la mia rinascita e pensare a me stessa , alla mia vita e ai miei obiettivi
via le persone negative ....
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la sua testimonianza è molto intensa e merita di essere accolta con rispetto e attenzione. Ha affrontato un percorso importante e impegnativo, come quello del bypass gastrico, ottenendo un risultato significativo. Tuttavia, come lei stessa coglie con grande lucidità, il cambiamento fisico non coincide automaticamente con un cambiamento emotivo profondo.
La “fame emotiva” di cui parla è un’esperienza molto comune: il corpo può essere contenuto, ma il mondo interno – fatto di emozioni, vissuti e bisogni – continua a cercare uno spazio di espressione. Il cibo, in questi casi, diventa uno strumento per regolare stati emotivi intensi, più che una risposta alla fame fisiologica.
È molto significativo che lei riconosca questo aspetto e che lo colleghi alla sua storia personale e familiare. Crescere in un contesto in cui il corpo, l’alimentazione e l’immagine sono stati temi centrali può lasciare tracce profonde nella costruzione dell’autostima e del rapporto con sé stessi. Il fatto che, nonostante il cambiamento, a volte si senta ancora “come prima” è comprensibile: l’immagine di sé interna ha tempi diversi rispetto a quella esterna.
Anche il rapporto con sua madre sembra avere un ruolo importante. La sua riflessione è molto matura: comprendere che l’altro può avere difficoltà ad adattarsi al cambiamento, senza per questo doverlo “aggiustare”, è un passaggio fondamentale. Allo stesso tempo, è altrettanto importante che lei possa costruire uno spazio personale in cui sentirsi riconosciuta, legittimata e libera di essere nella sua nuova fase di vita.
Il desiderio che esprime, "godermi la mia rinascita e pensare a me stessa” è un obiettivo prezioso. Per sostenerlo, potrebbe esserle utile intraprendere (se non lo ha già fatto) un percorso psicologico che la aiuti a lavorare sulla regolazione delle emozioni senza ricorrere al cibo,integrare la nuova immagine corporea con quella interna, rafforzare l’autostima e il senso di identità, ridefinire i confini relazionali, soprattutto in ambito familiare.
Non si tratta di “eliminare” la fame emotiva, ma di imparare a comprenderla e a darle voce in modi più funzionali e rispettosi dei suoi bisogni profondi.
Ha già fatto un grande passo: quello della consapevolezza. Da qui può costruire un cambiamento ancora più autentico e duraturo.
Un caro saluto.
Buongiorno avrei bisogno di un supporto, ormai da circa 20 anni soffro di una forma "strana" di ansia. Faccio un esempio così si capisce meglio. Se qualcuno mi dice guarda che tra una settimana andiamo al mare 2/3 giorni io inizio a spegnermi e ad avere un solo pensiero tutto il giorno ovvero: "devo andare là" e mi si chiude lo stomaco e non riesco a pensare ad altro anche se magari sto guardando un film non riesco a concentrarmi ma penso solo al giorno in cui devo andare e la maggior parte delle volte rinuncio e mi riprendo, questo succede anche se mi devo spostare un po' lontano per lavoro e non riesco proprio a pensare ad altro. Un esempio contrario è stato quando la mia compagna mi ha svegliato alla mattina e mi ha detto alzati che andiamo a Roma (io abito a Mantova) lì per iì cercavo un po' di scuse per non andarci ma non avevo tempo così sono partito per questi due giorni e sono stati dei giorni bellissimi senza pensieri. Se mi dicono il giorno prima o al massimo due giorni prima che devo partire ci vado perché è come se la mia testa non ha il tempo necessario per elaborare il "lutto emotivo" altrimenti se sono più giorni mi spengo emotivamente come se diventassi un'ameba. Sono stato da tre psicologi diversi e anche sotto ipnosi un po' di miglioramento c'è stato ma ancora le trasferte dette con troppo anticipo mi bloccano. Premetto che in età giovanile (ora ho 42 anni) ho sempre girato anche fuori dall'Europa insieme ai miei genitori ma durante l'esame di maturità è come se si fosse bloccato qualcosa e da lì non sono più riuscito a spostarmi dal paese con largo anticipo. Ho letto che potrebbe essere anedonia ma non saprei cosa fare. Spero di essere stato chiaro e ringrazio anticipatamente coloro che mi risponderanno.
Grazie e saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quello che descrive il suo vissuto è molto chiaro e anche più comune di quanto possa sembrare, sebbene si presenti in modo molto specifico nel suo caso.
Quello che emerge non sembra tanto una “anedonia” (cioè una difficoltà generale a provare piacere), quanto piuttosto una forma di ansia anticipatoria: il problema non è l’evento in sé (infatti quando parte all’improvviso riesce anche a stare bene), ma il tempo che precede l’evento, che viene riempito da un pensiero fisso e da una sensazione di “chiusura” emotiva e corporea.
È come se la sua mente, quando ha troppo tempo per “prepararsi”, entrasse in una modalità di allerta e iniziasse a vivere quell’impegno come qualcosa di inevitabile e “ingombrante”, fino a saturare completamente lo spazio mentale. Il fatto che lei parli di “lutto emotivo” è molto interessante: può indicare una difficoltà nel gestire il passaggio da uno stato attuale a uno futuro percepito come vincolante o poco controllabile.
Il momento dell’esame di maturità che cita potrebbe aver rappresentato una fase in cui si è strutturata questa modalità, ma oggi il meccanismo sembra mantenuto soprattutto da:pensieri anticipatori ripetitivi (“devo andare là”),focalizzazione costante sull’evento futuro e sollievo immediato quando evita (rinuncia), che però rinforza il problema nel tempo
Il fatto che, senza preavviso, lei riesca a partire e a stare bene è un elemento molto positivo: ci dice che non è l’esperienza reale a essere problematica, ma il processo mentale che la precede.
Un percorso miratopotrebbe aiutarla a lavorare sulla gestione dei pensieri anticipatori (non eliminarli, ma cambiare il rapporto con essi), sull' esposizione graduale ai programmi pianificati, sulla tolleranza dell’incertezza e del “dover fare”. È importante anche apprendere tecniche per interrompere la ruminazione e recuperare presenza nel qui e ora.
Avendo già fatto dei percorsi, potrebbe essere utile riprendere il lavoro in modo più focalizzato proprio su questo specifico funzionamento, perché è molto circoscritto e quindi anche trattabile.
Potrebbe essere utile approfondire quanto tempo prima, di solito, inizia questo “spegnimento” e cosa succede esattamente nei primi momenti in cui compare il pensiero?
Resto a disposizione nel caso in cui volesse intraprendere un percorso di psicoterapia. Cordiali saluti
Buon pomeriggio, sono una mamma di due bambine la più grande a tre anni e mezzo e la più piccola sette mesi, veniamo da una situazione un po’ complessa dopo un anno e un mese dove vedo Mamma e il Papà ogni due settimane solo il weekend perché per motivi lavorativi si è trasferito all’estero, adesso in maniera definitiva ci siamo trasferiti da lui alla Grande è molto contenta di essersi avvicinato a lui, perché in questo anno lo ha cercato tanto giustamente, ma con Mio Marito abbiamo notato che nonostante durante l’arco della giornata gli facciamo fare molte attività tra parco ciò che a casa non giocare con la sorellina oppure portare fuori il cane ci rendiamo conto che non è mai contento nel senso che ha sempre atteggiamenti molto irrequieti, cosa che prima non aveva. Molto spesso urla cerco principalmente io di cercare di capire quale sia il problema di chiedergli come si sente come sta se le piace stare qui o se le manca qualcuno o qualcosa, ma la sua risposta è sempre quella che lei è contenta di essere qui con il papà e che vuole il papà sicuramente incide molto il fatto che a cui non conosce nessuno a parte quattro bambini, ma che andando a scuola li vede molto raramente quando incontra qualche bimbo al parco si vergogna e non vuole parlargli dovuto alla lingua e quindi è molto trattenuta. Durante la notte, nonostante avesse iniziato a dormire nella sua stanza, è molto contenta di dormirci da una settimana a questa parte ha iniziato a dormire nel lettone e quando do il latte alla piccola. Lei interviene sempre dicendo che vuole le coccole e inizia a lagnarsi . In certi momenti mi dispiace perché immagino anche per lei sia un grande cambiamento però allo stesso tempo non gli manca nulla perché è super coccolata e sempre fuori a giocare e fare 1000 attività, quindi non capisco come sia possibile che lei faccia ancora capricci e che si attacchi anche alla minima sciocchezza. Cosa posso fare? Avete qualche consiglio?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buon pomeriggio,la situazione che descrive è molto comprensibile e, per quanto faticosa, rientra spesso nelle reazioni dei bambini a cambiamenti importanti.
Sua figlia, in poco tempo, ha vissuto diversi passaggi significativi: la distanza dal papà per lungo periodo, il ricongiungimento, un trasferimento in un ambiente nuovo (lingua, abitudini, relazioni), e la presenza di una sorellina ancora molto piccola che richiede molte attenzioni. Anche se razionalmente dice di essere contenta, e probabilmente lo è davvero, a livello emotivo può sentirsi disorientata, insicura o “divisa”.
Nei bambini di questa età, queste emozioni non sempre vengono espresse con parole, ma attraverso comportamenti: irrequietezza, capricci, richiesta aumentata di contatto (come il voler dormire nel lettone o cercare coccole durante l’allattamento), difficoltà nelle interazioni sociali. Non è tanto un segnale che “non le manca nulla”, ma che sta cercando un nuovo equilibrio.
Alcuni spunti che possono aiutarvi: quando si agita o si lamenta, più che cercare subito il motivo (“cosa c’è che non va?”), può essere utile rispecchiare l’emozione:
“Forse oggi è una giornata difficile”, “Mi sembri un po’ nervosa/triste”. Questo la aiuta a sentirsi compresa anche senza dover spiegare.
Anche brevi momenti solo per lei, senza la sorellina, possono ridurre molto il bisogno di richiamare attenzione nei momenti “competitivi” (come durante il latte alla piccola).
Poi in una fase di cambiamento, sapere cosa succede (orari, rituali della sera, momenti fissi con mamma e papà) aiuta a sentirsi più sicura.
Il fatto che voglia tornare nel lettone o cerchi più coccole non è un passo indietro “preoccupante”, ma un modo per rassicurarsi. Con il tempo, se si sentirà più stabile, tenderà spontaneamente a riacquisire autonomia.
La difficoltà con i coetanei, soprattutto per la lingua, è del tutto normale. Meglio non forzarla, ma favorire incontri ripetuti con pochi bambini, così da costruire familiarità. A volte tante attività non compensano il bisogno emotivo. Più che “fare tanto”, in questa fase è più importante “stare insieme” in modo tranquillo.
Quindi, non si tratta di capricci “immotivati”, ma di segnali di adattamento a un cambiamento grande. Sta cercando sicurezza, e il fatto che la cerchi proprio in voi è un buon segno.
Se nel tempo doveste notare un aumento marcato delle difficoltà o una sofferenza più intensa, potrebbe essere utile un confronto diretto con un professionista, ma per ora quello che descrive appare coerente con la fase che sta vivendo.
Resto a disposizione se desidera approfondire. Un caro saluto.
Save sono una ragazza di 23 anni che lavorava in un supermercato ho iniziato a soffrire di vertigini da stress ansia forte e attacchi di panico fino a non uscire piu di casa ma passare le giornate a casa piangendo.. ho iniziato a prendere zoloft adesso da cinquantaquattro giorni ho aumentato a zoloft + levopraid + xanax pomeriggio e mirtazapina la sera e sembra che piano piano stavo recuperando adesso da due giorni sto risentendo un po d ansia e vuoti di testa improvvisi ebato avemdo un po paura è una cosa normale che ci vigliono piu giorni o sto tornando indietro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,da ciò che descrive, il percorso che sta facendo è coerente con un quadro di ansia intensa e attacchi di panico, e il fatto che abbia iniziato a percepire un miglioramento è un segnale positivo e importante.
È altrettanto normale, però, che durante le prime settimane o anche nei primi mesi di trattamento farmacologico possano esserci delle oscillazioni dei sintomi, con momenti di maggiore stabilità alternati a giornate in cui l’ansia o sensazioni come “vuoti di testa” possono ripresentarsi. Questo non indica necessariamente una regressione o che la terapia non stia funzionando, ma rientra spesso nel processo di adattamento dell’organismo e di stabilizzazione del quadro clinico.
I farmaci che sta assumendo richiedono tempi variabili per raggiungere un effetto pieno e stabile, e anche piccoli riacutizzarsi dei sintomi possono comparire, soprattutto in presenza di stress o stanchezza.
Il consiglio è di continuare a monitorare l’andamento e confrontarsi con il medico curante o lo specialista che la segue, soprattutto se questi episodi dovessero aumentare in intensità o frequenza. Parallelamente, un supporto psicologico può essere molto utile per lavorare sugli aspetti legati alla gestione dell’ansia e delle sensazioni corporee.
Rimango a disposizione. Un caro saluto
Salve, scrivo per cercare di capire come vede, dall’esterno, la mia situazione un professionista.
Premetto che sono single, sono un ragazzo, ho 25 anni, esattamente come la ragazza di cui parlerò.
Un paio di mesi fa incontrai questa ragazza in una discoteca fuori dalla mia città, dove io lavoro. Era lì con dei suoi amici per puro caso.
Durante la serata non ci siamo mai parlati nonostante sapevamo entrambi chi eravamo, ovvero che ci vedevamo tantissime volte in altri locali della nostra città ma non ci siamo mai parlati.
Io l’ho sempre conosciuta, per le voci che giravano, come una alla ricerca costante di lusso, hype social e soldi. Come una che era uscita da 2 anni da una relazione di 5vanni tossica, con il suo ex che la comandava, manipolava, ricattava ecc. (lei stessa mi racconterà tutto ciò in seguito)
Dopo la serata lei inizia a seguirmi su qualsiasi social e mi scrive; curioso che mi scrisse inizialmente per risolvere un problema sentimentale che aveva con un suo amico e mi volesse parlare come se ci conoscessimo da sempre.
La aiutai, in quanto il suo amico era anche mio, ma nei giorni successivi lei tornò molto insistente nel cercarmi.
Per farla breve, nel giro di una settimana inizia una frequentazione importante. Ci scriviamo dal buongiorno alla buonanotte ogni giorno. Complimenti su complimenti, parole dolci, chiamate infinite per farci compagnia di notte ecc. Tutto perfetto e magico.
Dopo 2 settimane cosi, si fida anche di salire in auto con me (e dico “si fida” perchè non sale mai con nessun ragazzo per paura di eventuali “secondi fini”) per andare a ballare insieme. È una passione che abbiamo entrambi, ci piace e abbiamo le rispettive compagnie di amici che condividono con noi tutto questo. Ci andiamo 4 volte a settimana, giusto per far capire la frequenza.
Continua tutto così per circa 1 mese. Sembra tutto perfetto, ripeto, lei mi sta vicina, si affida totalmente a me, comincio ad andare in casa sua, usciamo anche da soli svariate volte, ci scriviamo sempre h24, ci baciamo appassionatamente e dopo una serata abbiamo pure avuto un rapporto sessuale che si è poi ripetuto in altre svariate occasioni durante il giorno normalmente.
Un sera, di punto in bianco, andiamo in un evento da soli e comincia a ignorarmi parecchio; flirta con svariati ragazzi, si lascia spalpazzare, sparisce lasciandomi da solo per poi riapparire dopo un po’ di tempo con un ragazzo a mano, parla e balla poco con me.
La cosa si ripete per le successive serate (almeno 4/5) finchè io le comincio a chiedere spiegazioni a riguardo, del tipo: spiegami perchè mi dici che sono “la tua luce”, “il ragazzo che non ha mai avuto” e poi quando entriamo in un locale ultimamente cerchi altri e mi ignori, mi sento leggermente sfruttato e non un amico.
Da quella mia richiesta di spiegazioni, ha iniziato a vedere tutto quello che le dicessi come un attacco ed una privazione della sua libertà. Ha cominciato a dirmi di non comportarmi cosi perchè le stavo facendo rivivere l’incubo dell’ex.
Siamo solo amici, è vero, ma il fatto che ci stiamo sentendo e che ti porti io in un locale presuppone che tu voglia stare con me; non che io ti porti e poi tu faccia quello che vuoi, parere mio eh.
Le incomprensioni continuano praticamente ad ogni serata perchè le ho dato spesso dell’incoerente e della persona poco rispettosa; finchè lei arriva al punto di dirmi: “senti io sono fatta cosi; quando andiamo a ballare un po’ mi annoio e ricerco dell’adrenalina, io ferma a ballare non ci sto. Ho bisogno di attenzioni, di essere sempre al centro e di sentirmi adorata. Per questo vado anche da altri ragazzi a fare magari dei complimenti o a mostrarmi, solamente perchè ho bisogno di farmi vedere e di validazione”.
Comprendo la cosa e inizio un po’ a confrontarmi con i miei amici, mossa maledetta perchè lei ha cominciato a ribaltarmi l’accusa di incoerenza contro di me, per il fatto che giro con amici a loro volta incoerenti, sfruttatori ecc ecc.
Va avanti in qualche modo tutto cosi, fino all’altro ieri: dopo una settimana di litigi (sempre riguardanti il fatto che lei si sente oppressa, limitata da me e in dovere di spiegare ogni suo comportamento), mi scrive: “senti, vieni alla serata di stasera? Ho bisogno assoluto della tua presenza. Senza di te non vado. A me di ignorarti a tratti, come abbiamo fatto questa settimana passata, non piace. Quindi vieni che andiamo insieme se vuoi, ti aspetto”.
Decido di andare.
Completamente a caso, a metà serata comincia a isolarsi e a schifarmi in tutto quello che io faccia o dica; non c’era nessun motivo, eravamo molto tranquilli e felici, secondo me. arriva, proprio vicino a dove eravamo, un ragazzo con la quale lei si sente e conosce da anni; immediatamente cominciano a limonare e stare vicinissimi e abbracciati. E lei stava lì con lui abbracciata (guardandomi) proprio mentre io ero rimasto a qualche metro da loro, con un amico incontrato lì. Non tornerà mai più con me, continueranno a baciarsi per tutta la sera e alla fine andrà a casa con lui mano nella mano, SENZA NEMMENO SALUTARMI (ma incrociando gli sguardi mi ha detto “cosa vuoi?” in modo un po’ arrogante). E sottolineo che è quest’ultima parte ad avermi infastidito parecchio, non il fatto che si sia baciata quell’altro (è single e lo può fare).
Ora è proprio da 3 giorni che sembra sparita totalmente. Non mi scrive. Non mi risponde a messaggi (normalissimi che ci mandavamo sempre). Non mi risponde alle chiamate. Non risponde ai miei amici. Però le storie instagram me le guarda e continua a pubblicare regolarmente anche lei. Quindi che devo fare ora? Le ho scritto proprio il giorno dopo: “ciao, come stai? Perchè non mi hai salutata ieri sera? È successo qualcosa?”.
Che devo fare? Devo insistere? io ho bisogno di spiegazioni. Sto piangendo da giorni e ho perso pure l’appetito dimagrendo 5kg.
Molti mi suggeriscono il silenzio ma non ci riesco. Devo sentire la sua voce, i suoi pensieri, cosa effettivamente è successo. Perchè giuro non riesco a comprendere.
Odio il ghosting. Lei l’ha messo in pratica varie volte dopo i litigi con me ed io con lei 1 volta. Ma dopo 1 giorno ci chiarivamo ed era tutto ok. Ora il fatto che siano già 3 giorni di no contact mi preoccupa parecchio. io non voglio e non la devo perdere così; se lei mi spiegasse e volesse allontanarsi almeno lo saprei e se ne potrebbe parlare. Ma volatilizzarsi cosi dal nulla pur mantenendo una presenza social costante, mi fa male malissimo.
Chiudo dicendo che non ho mai avuto l’intenzione di volerla come fidanzata eh; questo gliel’ho sempre detto e pure lei nei miei confronti. Semplicemente un’amicizia profondissima e anche un po’ intima quasi da fratello e sorella capito?
Lei mi ha sempre detto “quello che siamo noi, lo sappiamo solo noi”.
Questo deve essere chiaro ed è fondamentale secondo me.
In attesa di una risposta, grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, grazie per aver condiviso una situazione così intensa e complessa. Provo a offrirti una lettura “dall’esterno”, come hai richiesto.
Da ciò che descrivi emergono alcuni elementi abbastanza chiari: nella fase iniziale c’è stata una forte intensità emotiva (contatto continuo, parole molto coinvolgenti, vicinanza fisica), seguita però da comportamenti incoerenti e altalenanti da parte di lei, soprattutto nei contesti sociali. Questo tipo di dinamica – grande vicinanza seguita da distanza o svalutazione – può generare molta confusione e aggancio emotivo, ed è comprensibile che tu oggi ti senta così coinvolto e disorientato.
Lei stessa ti ha esplicitato un bisogno importante di validazione e di attenzione, anche attraverso altri ragazzi. Questo non è “sbagliato” in assoluto, ma diventa problematico quando entra in contrasto con il tipo di legame che si costruisce con una persona. In quello che racconti, i vostri accordi impliciti sembrano diversi: tu vivi questa relazione come qualcosa di esclusivo sul piano emotivo, mentre lei sembra mantenere una modalità più libera e centrata sui propri bisogni del momento.
Un punto importante: il fatto che non voleste definirla una relazione “di coppia” non annulla il bisogno di rispetto reciproco. Il comportamento che descrivi (ignorarti, baciarsi con un altro davanti a te, non salutarti e poi sparire) è oggettivamente difficile da elaborare e può risultare doloroso, indipendentemente dall’etichetta del rapporto.
Rispetto alla tua domanda “cosa devo fare?”: capisco molto il bisogno di spiegazioni, è umano. Tuttavia, quando una persona sceglie di non rispondere, insistere spesso non porta chiarezza ma aumenta la sofferenza. In questo momento il suo comportamento è già, di fatto, una comunicazione: distanza, chiusura e assenza di disponibilità al confronto.
So che il silenzio è difficile, ma può essere uno strumento per proteggerti. Più che cercare risposte da lei (che al momento non arrivano), potrebbe essere utile riportare l’attenzione su di te: su cosa hai provato, su cosa ti ha fatto stare male, su quali limiti avresti voluto mettere e non sei riuscito a mantenere.
Il fatto che tu stia così male (pianto, perdita di appetito, calo di peso) è un segnale importante: questa situazione ti ha toccato in profondità e merita uno spazio di ascolto e comprensione, magari anche in un percorso personale.
Se dovesse ricontattarti, potrai valutare con più lucidità come rispondere e che tipo di relazione vuoi davvero costruire. Ma oggi, più che “non perderla”, la domanda forse più utile è: questa modalità relazionale è qualcosa che ti fa stare bene?
Resto a disposizione se vuoi approfondire meglio questi aspetti.
Un caro saluto.
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