Domande del paziente (12)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Buongiorno.Comprendo profondamente la sua preoccupazione. È molto comune che l'ADHD nelle donne venga scambiato per ansia, depressione o distimia, poiché si manifesta spesso con disordine esecutivo (difficoltà... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    A 17 anni, suo figlio è in una fase cruciale per la scuola e il passaggio all'età adulta.

    Punto di partenza: Contatti il suo Pediatra o Medico di base. È necessario richiedere un'impegnativa per una "Valutazione... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Le porgo le mie più sentite condoglianze per questa perdita incommensurabile. Un mese è un tempo brevissimo per un dolore così profondo; è normale non riuscire a vedere una prospettiva. Il mio consiglio:... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Buongiorno,
    capisco la preoccupazione che può creare sentirsi “strana”, stanca e senza emozioni.
    Ti rispondo in modo diretto: queste sensazioni, per quanto intense, non indicano automaticamente “qualcosa... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Buongiorno,
    ti ringrazio per aver descritto con chiarezza quello che stai vivendo.
    Provo a risponderti in modo diretto: non è utile pensare in termini di “cosa non va in me”, ma capire come funzionano... Altro


    Buongiorno,
    sono una ragazza di 20 anni e scrivo perché vorrei intraprendere un percorso di valutazione approfondita per ADHD e disturbo dello spettro autistico in età adulta.
    Si tratta di un’ipotesi che considero da anni e che recentemente ho approfondito in modo più strutturato, informandomi anche su fonti ufficiali (ad esempio il DSM-5). Non è quindi una richiesta impulsiva o superficiale, ma il risultato di un lungo processo di riflessione e analisi personale. Il mio obiettivo non è necessariamente ottenere una diagnosi, ma poter valutare seriamente questa possibilità oppure escluderla in modo fondato.

    Finora ho provato a confrontarmi con alcuni specialisti, ma purtroppo mi sono sentita sminuita: le mie difficoltà sono state liquidate in pochi minuti con motivazioni come “sei troppo intelligente”, “hai preso 30 e lode” oppure “se un libro ti piace lo riesci a leggere”.
    Nel frattempo mi è stata prescritta una terapia farmacologica antidepressiva (Prozac e successivamente Daparox), ma le difficoltà principali che sto cercando di comprendere - in particolare legate alla concentrazione, alla gestione dello studio, alla regolazione dell’attenzione e alla sostenibilità delle interazioni sociali - sono rimaste invariate.

    Non sapendo bene come orientarmi, speravo di poter ricevere qualche consiglio su come cercare una professionista con esperienza specifica nella valutazione di ADHD e disturbo dello spettro autistico negli adulti, idealmente con attenzione anche alle presentazioni meno evidenti. Mi sarebbe inoltre utile avere indicazioni su come orientarmi verso un percorso diagnostico adeguato.

    Vi ringrazio molto per l’attenzione.
    Cordiali saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Buongiorno,
    ti ringrazio per aver condiviso in modo così chiaro il tuo percorso e i tuoi dubbi.
    Da una prospettiva cognitivo-comportamentale, il punto centrale non è tanto “avere o non avere un’etichetta”, ma capire in modo concreto come funzionano attenzione, organizzazione, gestione dello sforzo e interazioni sociali nella tua vita quotidiana, e quanto queste difficoltà siano stabili, pervasive e impattanti.
    Il fatto che tu abbia buone capacità cognitive o un buon rendimento accademico non esclude la presenza di ADHD o di caratteristiche dello spettro autistico: queste condizioni possono presentarsi anche in forme meno evidenti, soprattutto negli adulti.
    Per orientarti in modo efficace, può essere utile:
    rivolgerti a una professionista con esperienza nella valutazione di ADHD e autismo in età adulta;
    verificare che il percorso includa più fasi (colloqui clinici approfonditi, raccolta della storia evolutiva, questionari standardizzati e, se possibile, strumenti diagnostici specifici);
    portare esempi concreti delle difficoltà attuali e passate, osservando quando compaiono, in quali contesti e con quali conseguenze.
    Parallelamente, indipendentemente dalla diagnosi, possiamo lavorare insieme su strategie pratiche per:
    migliorare la gestione dell’attenzione e dello studio;
    ridurre il sovraccarico cognitivo;
    rendere le interazioni sociali più sostenibili.
    L’obiettivo è aumentare il tuo funzionamento e il tuo benessere, a prescindere dall’esito diagnostico.
    Se vuoi, possiamo vederci anche online per definire insieme i prossimi passi in modo più concreto.
    Un caro saluto.


    Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
    Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
    Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
    Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
    Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
    Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
    Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
    Grazie per le vostre eventuali risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Ecco alcuni passi per smontare l'ansia e riprendere il controllo:

    Pianificazione delle attività (Behavioral Activation): Non aspettare che "succeda qualcosa" per sentirti attiva. Inizia a programmare piccoli impegni individuali o con tua mamma che abbiano un valore per te (una mostra, un corso in palestra, un trekking). L'obiettivo è toglierti dal divano e dal pensiero rimuginante.

    Ristrutturazione del pensiero: Quando arriva il pensiero "sono sfigata", sostituiscilo con un dato di realtà: "In questo momento della mia vita ho una transizione lavorativa e un partner con orari difficili. È un periodo piatto, non una condanna definitiva".

    L'azione precede la motivazione: Se aspetti che l'ansia passi per uscire, non uscirai mai. Prova a contattare uno di quei "pochi amici ma buoni" proponendo tu un'attività infrasettimanale o una domenica pomeriggio, senza aspettare che siano loro a includerti nei loro gruppi già formati. È molto probabile che, come ipotizzi, l'inizio di un lavoro o di un nuovo percorso di studi cambierà tutto: nuovi stimoli, nuovi contatti e meno tempo per rimuginare. Quello che senti ora è un "fermo biologico", non un fallimento esistenziale.


    Salve, quando passo davanti a un parco dove mi portavano da piccolo, mi viene a volte una stretta al petto o nella zona fra il petto e il diaframma. A volte è un po' più forte, però non mi viene da scappare, cioè c'è e mi viene anche il respiro un po più lungo però non mi viene da andarmene ma anzi di rimanerci. Che cosa vuol dire? Sono sintomi di un luogo che è stato positivo per me oppure no?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Non significa che tu stia male o che il luogo sia "negativo". Significa che quel posto ha un significato emotivo potente per te. La reazione fisica è semplicemente il "volume" del ricordo che si alza. La prossima volta che accade, prova a fare un esercizio di Mindfulness: invece di chiederti se sia positivo o negativo, resta in ascolto di quella stretta. Prova a dare un nome all'emozione pura che l'accompagna (affetto? malinconia? gratitudine?). Se senti il desiderio di restare, significa che, nonostante la pressione fisica, quel luogo nutre ancora una parte di te.


    Buongiorno,
    devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.

    Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.

    Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.

    Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.

    Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
    Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.

    Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.

    Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.

    Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Capisco bene la sua diffidenza: spesso il linguaggio della psicologia sembra più basato su "credo" soggettivi che su prove concrete. Ha ragione a non voler scegliere a caso.
    Dal punto di vista della terapia cognitivo-comportamentale, si mira a creare un percorso con obiettivi chiari. Non interpretiamo il passato all'infinito, ma guardiamo a come i vostri pensieri e comportamenti di oggi creano il conflitto, cercando strategie pratiche per cambiare rotta. Il terapeuta di coppia non deve dare ragione a nessuno, ma aiutare la "relazione". Non è uno che vi dice ciò che volete sentire, ma uno specchio che vi aiuta a vedervi meglio.
    Se ha piacere di uscire da questa confusione con un confronto diretto, sono disponibile per un primo colloquio conoscitivo (anche online). Potrebbe essere l'occasione giusta per farmi tutte le domande e capire se il mio modo di lavorare vi trasmette quella fiducia e quella chiarezza che state cercando, senza alcun impegno a proseguire. Buona giornata.


    Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
    Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
    Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
    Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Guarda, non sei affatto esagerata: in una relazione è normale che il benessere di uno non debba dipendere dal "chiudere un occhio" su un comportamento rischioso o disturbante dell'altro.

    Dal punto di vista psicologico, il problema non è la frequenza (una volta al mese), ma il significato che date all'alcol: per lui è uno sfogo necessario, per te è una minaccia alla sicurezza e ai tuoi valori di persona astemia. Inoltre, la promessa di "non guidare" è fragile, perché l'alcol altera proprio la capacità di giudizio.
    Non si tratta di "concedere permessi", ma di capire se lui è disposto a rispettare il tuo bisogno di serenità senza sentire che il suo divertimento debba per forza passare per l'eccesso. È una questione di confini e rispetto, non di esagerazione. Se ne hai bisogno ne possiamo parlare. Buona giornata.


    Buongiorno, sono una ragazza di quasi 18 anni e scrivo perché vivo una situazione che non riesco a controllare. Premessa: il tutto è iniziato a 12 anni, poi a dai 14/15 ai 16 sembrava essere migliorata la situazione, ma adesso è peggio di prima.
    A 12 anni ho iniziato ad avere l'impulso di strapparmi ciglia e sopracciglia, mentre adesso si sono aggiunti anche i capelli e il gesto è diventato molto più frequente e sistematico.
    Inoltre, è dai 12 anni che penso di non avere un rapporto sano con il cibo: i primi anni era stata una cosa anche più o meno sopportabile, che si è risolta da sola (periodi di restrizione col cibo), invece nell'ultimo anno non fa che peggiorare (per farla breve abbuffate/restrizioni).
    Non voglio dire che i due problemi siano collegati l'uno con l'altro perchè sono la prima che non riesce a darsi una risposta o controllarsi da sola, il che mi fa sentire come se non fossi cresciuta affatto, anzi avevo più autocontrollo a 12 anni.

    Non so bene quale sia il mio obiettivo scrivendo tutto questo e non vorrei nemmeno essermi esposta troppo, ma lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Buongiorno. Ti ringrazio per aver condiviso la tua esperienza con tanta sincerità. Riconoscere di trovarsi in una situazione difficile e scegliere di parlarne, anche se attraverso questo mezzo, è un passo fondamentale e tutt'altro che scontato. Molto spesso, i comportamenti che descrivi — sia l'impulso di strappare peli e capelli, sia le dinamiche alterate con il cibo — non sono una questione di forza di volontà, ma segnali di un disagio profondo che merita di essere ascoltato e accolto con cura. Poiché queste dinamiche tendono a influenzare molto la qualità della vita e il rapporto con se stessi, è importante non affrontarle in solitudine. Un professionista può aiutarti a dare un nome e un senso a questi impulsi, esplorando le radici del tuo malessere in un ambiente protetto e senza giudizio. Ti incoraggio vivamente a trasformare questo "passo avanti" che hai fatto oggi in un impegno concreto per il tuo benessere, rivolgendoti a uno psicologo o a uno psicoterapeuta. Meriti di ricevere il supporto necessario per ritrovare la serenità che cerchi.


    Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Roberta Buono

    Buongiorno. È molto positivo che tu stia dedicando tempo e attenzione alla scelta del professionista a cui affidarti; informarsi preventivamente è un segno di grande responsabilità verso il proprio benessere.
    Il dubbio che esponi riguardo alla figura dello psicologo in formazione psicoterapeutica è legittimo, ma è importante fare una distinzione tecnica che possa rassicurarti nella scelta. Uno "psicologo in formazione" è un dottore che ha già concluso il percorso universitario, ha superato l'Esame di Stato ed è regolarmente iscritto all'Ordine professionale. Questo significa che possiede già le abilitazioni necessarie per fornire supporto psicologico e consulenza.

    La specializzazione in psicoterapia è un percorso di approfondimento ulteriore che dura diversi anni. Scegliere un professionista in questa fase non significa affidarsi a qualcuno di impreparato. Ogni psicologo, indipendentemente dagli anni di esperienza, ha il dovere deontologico di valutare se le proprie competenze siano adeguate al caso specifico che ha di fronte.
    Qualora un professionista (anche se già specializzato) dovesse rendersi conto che la tua situazione richiede un approccio diverso o una competenza ancora più specifica, sarà sua cura e responsabilità indirizzarti verso il collega o la struttura più idonea. Questo processo di invio è parte integrante di un lavoro serio e professionale e garantisce che tu riceva sempre il miglior supporto possibile.


Domande più frequenti

Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.