Domande del paziente (30)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, un vecchio detto dice "Se ti piacciono le farfalle, non perdere tempo a rincorrerle, ma inizia a curare il tuo giardino e le farfalle arriveranno". La morale è che lavorare su se stessi "a... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Daniele, le situazioni che hai vissuto e che stai vivendo sembrano cariche di dolore e sofferenza e può essere difficile gestire tutto questo da soli. Rivolgersi ad uno specialista nella sua... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, per dubbi o domande riguardo ai farmaci e ai suoi effetti collaterali, consulti lo specialista che glie l'ha prescritto e segua le sue indicazioni. Utilizzare o smettere di utilizzare farmaci... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, molto spesso l'ansia e gli attacchi di panico derivano da un'eccessiva preoccupazione per il futuro e una bassa autostima, ma per ognuno è diverso e ogni individuo è a sé. Rivolgersi ad uno... Altro
Io prendo effexor da 180 la sprichiatra del CSM alla prima visita mi a segnato questo anche perché per dormire mi era stato dato 10 anni fa il rinotril 40 gocce prima di andare a dormire e 20 di lormetezapan, (e sono risulta al depakin che mi fa un effetto che no fa aumentare la rabbia e la forza mi fa alzare un frigorifero pieno con due motori e poter rimetterlo apposto mi da una forza sovrumana che con un calcio mi fa scappare una parente con i doppi mettono non mi fa sentire dolore e poi passa la parte fi paranoiai tutto mi spaventa che mi sento inn ierivolo e finché non mi arrabbio di nuovo panni fino al esterno per il terrore e salto al minimo scricchiolio dei mobili o di ciò che sento e piangere ora e poi mi arrangio e divento io pericolosa e forte da stritokare la mano a chi mi saluta o mi si rompono bicchieri in mano quel farmaco che mi ha dato la psichiatra può farmi lo stesso effetto ? Visto che era la prima visita e andava di corsa che da un ora e arrivata in ritardi 30 minuti è doveva vedere un paziente per lei 18 e dei miei problemi non mi ha fatto spiegare cosa mi angoscia
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, credo sia necessario un'ulteriore visita dalla psichiatra con una reale presa in carico. Ritengo sia utile per lei che inizi un percorso adeguato alle sue necessità al fine di valutare meglio le sue reazioni emotive e fisiche per aiutarla ad avere una vita più serena.
Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, ogni nostro sintomo ha una valenza e un'utilità per noi, spesso le nostre difficoltà a superare e cambiare certi atteggiamenti derivano appunto da vantaggi secondari che non siamo disposti a modificare. Le indicazioni del suo terapeuta sono corrette e sono , ma se dopo tutto questo tempo, sente che la terapia è in un momento di stallo, ne parli con il suo terapeuta e valutate insieme possibili soluzioni.
Salve,
scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.
Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.
Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.
C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.
Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.
Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.
Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.
In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.
A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.
Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.
Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.
Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.
Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
sono io il problema?
Sto vedendo una realtà distorta?
Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?
Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
Grazie per l’attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dalla sua storia emergono elementi che evidenziano una relazione disfunzionale con atteggiamenti svalutanti e colpevolizzanti che compromettono la fiducia in sé e negli altri. Certe dinamiche non si creano "a caso", relazioni con componenti manipolatorie a cui lei fa riferimento, inizialmente sono caratterizzate da un'amore ideale e appassionato che illude e crea fiducia, ma che successivamente si trasforma in atteggiamenti svalutanti, colpevolizzanti e manipolativi. Solitamente dinamiche di questo tipo trovano appiglio in persone che presentano già di per sé delle fragilità interne (come bassa autostima, forte senso di responsabilità e colpa, dubbi sul proprio senso di efficacia e senso di sé negativo, ecc..). La cosa migliore da fare è intraprendere un percorso personale per comprendere le proprie fragilità, la propria storia, le proprie responsabilità e anche le proprie risorse interne e il proprio valore personale (che sembra mancare) al fine di conoscere, accettare e validare se stessi e per poter costruire un domani, relazioni stabili caratterizzati dall'amore, dal rispetto e dalla responsabilità reciproca. Un percorso psicoterapico può aiutarla a comprendere meglio quali elementi della sua personalità e della sua storia, possono contribuire ad instaurare e scegliere relazioni di questo tipo; al fine di aiutarla ad avere maggiore fiducia e sicurezza in sé.
Buonasera mia figlia di 13 anni soffre di autolesionismo.adesso è la terza volta che vedo sulle braccia dei piccoli graffi ,ho sempre chiesto spiegazioni e lei mi dice che lo fa solo quando litiga con il suo fidanzatino.Ho paura di parlarne con il padre perché non capirebbe e la potrebbe rinchiudere in casa e togliere completamente in cell.Ho paura di come si possa evolvere questa situazione e non so come gestirla.E’ una ragazza bellissima ,ha amici,esce e sempre ben vestita non le facciamo mancare niente ma evidentemente le manca qualcosa.sSpero di avere una risposta grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, Queste sono situazioni molto delicate ed è importante parlarne con un professionista. Le consiglio di prendere un appuntamento con un psicoterapeuta al più presto e fare un incontro conoscitivo per descrivere la situazione e insieme valutare quali strategie siano più opportune da intraprendere sia per comunicare la situazione a suo marito e sia per prendere in carico vostra figlia. Può essere utile anche una terapia di coppia per la genitorialità al fine di aiutarvi a comprendere meglio la situazione che si è andata a creare e come potervi interfacciare in modo proficuo anche con vostra figlia.
Scusate il post lungo. Ho 27 anni e non ho mai avuto una relazione.
L'unica volta in cui ho baciato una ragazza è stata quando avevo 14 anni, provando una forte eccitazione tanto che mi vergognavo pure ad uscire dalla stanza perché avevo il pene in erezione.
A lungo andare ho scoperto - qui sorge il dubbio - di rimanere attratto da tutti i bei ragazzi: ogni qualvolta ne resto attratto sento un magone sul petto, una sorta di calore, ansia, batticuore e mi dico "ma che succede? perché con le ragazze non mi succede? Sono gay!".
Mi è capitato all'università di infatuarmi di due ragazze però non sentivo l'esigenza di fidanzarmi né avere un rapporto sessuale (in generale non la sento mai con nessuna persona) però mi è capitato anche di provare forti erezioni accanto ad una qualche amica dopo aver stretto forte confidenza oppure cercarne il contatto fisico, la vicinanza.
Ora sono nella situazione in cui penso che queste reazioni siano false e che sia un gay represso. Una volta ad un matrimonio di un mio amico - complice un bicchiere di troppo - corsi verso una 35enne che si stava strusciando con un un tipo e iniziai a ballare anch'io con lei con conseguente mia reazione/erezione. Dovetti però andare via perché scoprii che c'era il suo fidanzato.
Però ripeto, pur vedendo bellissime ragazze, non sento quell'attenzione estetica/fisica che sento quando vedo un bel ragazzo.
Una cosa che invece mi ricordo dall'adolescenza, quando avevo 12 anni, è che rimasi quasi incantato dalle gambe in collant della mia professoressa di italiano 40enne dell'epoca. Collego quella scoperta poi allo sviluppo del mio feticismo verso i collant.
Infatti amo molto massaggiare e se una ragazza mi chiede un massaggio ai piedi glielo faccio ma dovrei controllarmi perché il rischio di eccitarmi sarebbe molto alto.
Lato masturbazione ho provato qualsiasi cosa senza problemi. Se immagino un rapporto sessuale con un uomo però non provo alcun tipo di reazione, mentre con una donna qualcosina cambia.
Mi è capitata una cosa strana recentemente ad una festa: a primo impatto non ho provato attrazione verso ragazze, ma ho trovato belli e attraenti alcuni ragazzi. Durante la festa una mia amica mi ha presentato una sua amica più grande di me e non so come, data la mia timidezza, le ho proposto di andare a ballare verso il centro della pista. Durante, è come se ho avvertito una sorta di erezione lì sotto e non me l'aspettavo.
L'altra notte, pensando ad una scena dove io che massaggio i piedi in collant di una ragazza, mi sono eccitato tantissimo e questa cosa mi è capitata anche dal vivo tanto che poi mi masturbai in bagno.
L'unica cosa è che se immagino una scena di sesso tra me e un ragazzo che mi ha colpito non riesco mai ad eccitarmi, ma nemmeno un accenno di erezione manco a guardare un porno gay con due bei ragazzi.
Onestamente non so più cosa pensare, non è questione di etichette, solo per capire. Mi piacerebbe ricevere da voi un parere.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, i suoi dubbi e le sue perplessità evidenziano un bisogno di comprendere meglio se stessi e la propria sessualità. Un percorso psicologico e psicoterapico può aiutarla a sciogliere le sue perplessità e trovare delle risposte alle sue domande.
Ho 18 anni, sono completamente perso, a livello lavorativo, relazionare, familiare, insomma diciamo tutto.
Però è da un po’ di tempo che ho un peso dentro che non so come risolvere e cioè che non so cosa fare della mia vita, so che se trovassi la mia passione farei di tutto per eccellere però purtroppo tutto mi annoia, mi sembra brutto, inutile, limitante, privo di possibilità di crescita.
Cerco questa scintilla per dare un senso alla mia vita, per trasformarla in una attività, che è una cosa che sogno da parecchio tempo, ma comunque niente da fare.
Ora sono in una fase molto brutta anche con il mio attuale lavoro, c’è un bruttissimo rapporto tra me, i colleghi e il capo. Non so veramente cosa fare, sembra un periodo infinito e dove non ho scelta, anche per le strette opportunità che ho date dal fatto che non ho conseguito il diploma ma bensì ho una qualifica professionale.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che scrive immagino sia un periodo piuttosto difficile e confuso per lei, un lavoro che non la soddisfa, rapporti relazionali e familiari poco proficui e un senso generale di tristezza e rassegnazione sembrano caratterizzare le sue parole. In queste situazioni può essere utile intraprendere un percorso terapeutico per comprendere meglio le cause di questa tristezza e ampliare la conoscenza sulle proprie risorse interne e sulle sue possibilità d'azione. Un percorso terapeutico può aiutarla a fare chiarezza e ampliare i suoi gradi di libertà aprendosi a nuove possibilità.
Salve ho iniziato da poco una terapia di tipo schema therapy con l'obiettivo di uscire dai miei schemi psicologici radicali dopo aver affrontato CCT, soffro di umore tendente al basso con stati depressivi ed ansia generalizzata, difficolta a socializzare,autostima bassa, mancanza di motivazione, procrastinazione, ecc. Vorrei però provare ad iniziare un percorso
parallelo di trattamento di adhd con un altro/a terapeuta, perchè la mancanza di motivazione mi sta creando gravi ripercussioni. La mia attuale terapeuta non si occupa di adhd. Ma non so neanche, se i miei gravi problemi motivazionali siano legati al disturbo adhd o come conseguenza di anni ed anni di montagne russe di stati emotivi. Ho effettuato già in passato un test adhd, ma non ho potuto avere la conferma di disturbo, perché né io né i miei parenti hanno ricordi precisi sulla mia prima infanzia, perciò il test(ufficiale) è risultato poter corrispondere alla diagnosi di adhd senza però conferma definitiva. Non mi interessa nenache avere conferma, ma curare il sintomo, vorrei che qualcuno mi aiutasse a migliorare la motivazione e intraprendere un percorso di costanza. È possibile che il disturbo motivazionale sia solo conseguenza di stati depressivi e quindi riuscirei ad uscirne anche solo con la schema therapy oppure avrei bisogno di un trattamento specifico? E se si, al trattamento di adhd specifico, potrei fare due psicoterapie contemporaneamente e che tipo di psicoterapia per adhd? Grazie per la vostra risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, Le consiglio di dedicarsi completamente ad una terapia per volta comprendendo a pieno quali siano i suoi meccanismi interni con pazienza e costanza. Non ci sono terapie miracolose che risolvono il problema in due sedute e molto dipenderà dal suo impegno e dalla sua motivazione perciò si concentri su una terapia alla volta. Le consiglio di fissare una visita psichiatrica per comprendere quanto l'ADHD e l'umore basso influiscano sulla sua quotidianità e come poter fare per stabilizzare il suo umore e la sua concentrazione. Ripeto che non ci sono farmaci miracolosi né terapie miracolose che funzionano senza il suo impegno, pertanto se dopo diverse sedute non vede nessun risultato, provi a capire quali sono le resistenze e cos'è che non sta funzionando per lei nella terapia intrapresa parlandone con il suo medico e ragionando insieme sulle possibilità future.
Salve, sono un ragazzo di 27 anni che circa un anno fa gli hanno diagnosticato "una possibile ADHD prevalentemente sulla sfera attentiva". Il centro è nella lista consigliati dall'AIFA quindi sono piuttosto certo che sia un buon centro. Il fatto è che la mia storia clinica è molto complessa e quindi credo che non se la sono sentiti di sbilanciarsi troppo. Ho rifiutato la terapia medica perchè per la mia situazione clinica complessa gli effetti collaterali del farmaco potrebbero portare a problemi grossi. Il mio grosso problema da anni è che non riesco ad essere costante nello studio per l'università. A Settembre 2025 ho rinunciato agli studi ma ho intenzione di riprenderli. Negli anni ho provato tantissimi approcci psicoterapeutici diversi come cognitivo comportamentale, strategica integrata, breve strategica, post razionalista, cognitivo costruttivista, breve focale integrata senza grossi risultati per il problema citato in precedenza. Sono una persona molto consapevole di come funziono grazie anche a tutte le terapie provate negli anni ma gli insight non sono bastati per portare un vero e proprio cambiamento in me. Il problema credo che sia stratificato su più livelli:
1) ADHD
2) l'attrito dell'iniziare l'attività dello studiare è veramente grosso
3) se nella cosa che sto studiando non ci trovo una utilità subito il mio cervello inizia a fumare
4) Spesso provo tanta frustrazione mentre studio e per non provare più questa sensazione smetto di studiare
5) ho sviluppato negli anni meccanismi di difesa molto raffinati
6) Essere costante nello studio e cioè studiare con una certa continuità è molto difficile per me
Ho bisogno del vostro aiuto per capire quale possa essere il miglior percorso per me per risolvere questo problema che sento perchè sono molto in difficoltà.
grazie
G.T.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da quanto scritto sembra che l'ADHD sia uno dei tanti problemi legati allo studio. Sembra che manchi di motivazione, la costanza e una strategia di studio che possa realmente aiutarla, su questo forse il centro clinico consigliatogli può essere d'aiuto, ma molto dipende da lei. Come mai ha scelto quell'università? Su quali e quanti esami presenta difficoltà? Cosa hanno portato le varie terapie svolte? cos'è che invece non è cambiato? Da come scrive sembra che sia avvezzo a gettare la spugna con facilità giustificando il suo comportamento, nella vita facciamo spesso attività che non sono apparentemente "utili" o interessanti, bisogna imparare a convivere anche con questo e domandarsi: i problemi che manifesta sono legati solo all'ambito universitario?
Buongiorno, vorrei un parere.
Mio figlio ha 7 anni e da circa due settimane presenta un comportamento che mi sta preoccupando.
Prima delle vacanze di Pasqua entrava a scuola tranquillamente: lo accompagnavo fino alla classe, ci salutavamo con un abbraccio e un bacio, e poi entrava senza problemi. Sorridente e contento di andarci. (fa la prima elementare).
Dopo le vacanze (quindi inizio aprile), al rientro il primo giorno mi ha detto di non stare bene e l’ho tenuto a casa. Nei giorni successivi ho capito che probabilmente non era un malessere reale, quindi ho ripreso a portarlo regolarmente a scuola.
Da quel momento, ogni mattina davanti alla porta della classe inizia a piangere in modo intenso, dicendo che vuole stare con me. Le maestre devono intervenire per prenderlo e portarlo dentro, mentre io vado via. Questo momento è emotivamente molto forte, anche se so di star facendo la cosa giusta.
Tuttavia, dopo circa 20–30 minuti le insegnanti mi confermano sempre che si è calmato, è sereno, lavora normalmente ed è tranquillo durante tutta la mattinata.
Invece, in occasioni diverse (ad esempio una gita) è stato capace di salutarmi senza problemi e andare verso i compagni.
Quando gli chiedo il motivo del pianto, risponde semplicemente “non lo so”.
Le insegnanti mi riferiscono inoltre che questo comportamento si verifica solo quando lo accompagno io, mentre con la madre non succede. (Siamo una coppia separata e nostro figlio è prevalente a me).
Non presenta febbre, dolori o altri sintomi fisici evidenti, se non occasionali lamentele al mattino che però non sembrano avere una base reale.
Il tragitto verso la scuola è calmo, ascoltiamo la musica, parliamo di giochi e di vita quotidiana. La salita delle scale è tranquilla, ma come arriva davanti la porta della classe scatta questo meccanismo.
Vorrei capire se questo comportamento può avere una componente legata all’ansia o al distacco e se è qualcosa di fisiologico oppure se è il caso di approfondire con uno specialista.
Grazie mille.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, i fattori possono essere diversi e può essere legato sia ad una situazione che sta vivendo in classe, sia al distacco da lei. Provare a parlare con il minore è utile a capire come sta vivendo la situazione attuale in entrambi i contesti per valutare se ci siano preoccupazioni sottostanti che rendono difficile il distacco (i bambini possono maturare convinzioni irrealistiche anche a partire da pochi elementi..). Prima di rivolgersi ad uno specialista, provi a capire come sta vivendo il bambino in questo momento e si confronti con la madre e con gli insegnanti, per comprendere se ci siano elementi che emergono in loro presenza e che possano aiutare a comprendere la situazione. se il comportamento persiste può essere utile rivolgersi ad uno specialista.
Buonasera dottore, le scrivo perché vorrei parlarle di una situazione che mi sta creando molta ansia. Da mesi sto cercando di convincere mia madre a farmi studiare scienze umane, ma lei è contraria perché ritiene il percorso troppo difficile per me e che non sarei in grado di affrontarlo. Questa situazione mi sta pesando molto, soprattutto perché ora sono iscritta a un indirizzo che non mi interessa minimamente e nemmeno la classe mi piace. Mi sento bloccata e non so come andare avanti. Nonostante la mia psicologa ne ha parlato già con mia madre, ma lei non vuole sentire ragioni. Ho paura per il mio futuro, di non trovare lavoro e di rimanere senza soldi. Il mio sogno è diventare psicologa e acculturarmi, e questa situazione mi deprime tantissimo. Sono sicura che verrò bocciata, e mia madre continua a ripetermi che mi boccerebbero anche a scienze umane. Inoltre, quando sono triste ho pensieri negativi come: pensieri di suicidio o farmi del male.
Come posso affrontare questa situazione? Quali alternative ho per il mio futuro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la situazione sembra emotivamente molto difficile ma si ricordi che in questo non è da sola! Parlare con i genitori può essere complesso e farsi ascoltare a volte è davvero difficile, ma attorno a sè ha persone adulte che possono aiutarla a parlare con sua madre: la psicologa e anche gli insegnanti possono essere una risorsa. Inoltre, si ricordi che indipendentemente da ciò che studia alle superiori, può accedere ad ogni università che desidera in futuro. Dimostri a sua madre che è una persona affidabile e studiosa che ha vagliato con attenzione ciò che sono i suoi interessi e acceda a tutte le risorse possibili per portare a termine il suo obiettivo.
Buona sera vi scrivo per un aiuto spesso mi si rialza l'ansia e mi fa stare male non controllare i miei pensieri. Mi sembra di andare in disperazione e nessuno psicologo o psicoterapeuta che prenda per le corna il mio malessere. Sono un'assistente domiciliare e oggi ho fatto un'affiancamento insieme a all'altra operatrice per andare da 2 sorelle autistiche a casa. Mentre l'operatrice mi diceva tutte le cose io avevo dentro una voce, qualcosa che mi porta alla passività a pensare che non fa per me, l'altra operatrice era carina con me mentre io avevo paura di vederla sospettosa (come se poi mi autosaboto e faccio accadere quello che io penso) l'altro mi vede strana nel comportamento. In quel momento mi irrigidisco riesco ad essere poco spontanea. Devo poi faricare con il pensiero per ritornare in uno stato di calma apparente. La conseguenza è che ho poi pensieri di svalutazione di angoscia e accusa verso di me. Mi butto giù e mi cade l'autostima troppo facilmente da farmi paura. Proietto sull'altro tutto questo non so perché e del fatto che poi mi metto in un atteggiamento di dipendere come di paura a fare le cose spontanee. Mi congelo e si vede dal mio comportamento. Mi sento una sempre sotto giudizio anche quando non ce ne è bisogno. Io ci convivo da tanto tempo e si accentua in situazioni nuove credo. Quando mi viene questo malessere io vorrei sparire, mi vergogno a non avere una solida stima di me. Cosa mi scatena questo. Perchè io faccio così e non trovo la forza di non dare retta a questi pensieri? Ho paura di dipendere e divento una banderuola che non ha carattere e poi non riesco a fare le cose con serenità e spensieratezza. Vi chiedo che meccsnismo è come faccio a spezzarlo si può guarire? Mi ossessiona tanto. Grazie mille
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dai sintomi che scrive sia una situazione molto difficile e che procede da diverso tempo creandole molta preoccupazione e angoscia. Basandosi su un racconto in chat non è possibile né tantomeno utile, dedurne i meccanismi sottostanti, risulta quindi prezioso l'aiuto di uno specialista che possa sostenerla nel comprendere meglio sé stessa e i suoi meccanismi interni vagliando alternative più funzionali alla sua vita. Consiglio di iniziare un percorso psicoterapeutico con pazienza e costanza e di fissare una visita con lo psichiatra per valutare eventualmente un aiuto farmacologico in caso di pensieri persistenti quali di proiezione sull'altro, giudizio costante e rigidità a cui fa riferimento.
ho perso 40 kg con il by pass gastrico fatto il 14 ottobre 2025 .
però ovviamente ci tengo a sottolineare che a livello gastrico la fame è contenuta perchè la capienza di cibo nello stomaco è decisamente minore rispetto a prima .
sono molto felice di aver perso peso ok.. ma comunque la fame emotiva è ancora viva e le emozioni sono ancora intense talmente tanto che delle volte mangio un pochettino in più , non come prima ma ci sono ovviamente quei momenti .
allora io oggi scrivo qui 1 perchè penso che tutto si può risolvere nella vita . Questi disturbi purtroppo sono dei disturbi dell animo più che della mente .. dell animo perchè dal mio punto di vista chi mangia tanto , chi si abbuffa nasconde dentro di sè un mondo molto caotico , pieno di incomprensioni , a volte a mio parere anche strano perchè non viene capito da nessuno .
pensate che io che per anni ho combattuto contro il mostro dell obesità , io che per tanto tempo mi sono odiata allo specchio e disprezzata ... mi sento certe volte ancora quella di prima .
ho una famiglia molto malsana che nonostante ciò mi vuole bene ok ma è letteralmente malsana e disfunzionale .
mia mamma non accetta il mio cambiamento fisico , a primo impatto penso che sia gelosa .
ATTENZIONE , NON DICO CHE È GELOSA PERCHÈ È CATTIVA .. CI MANCHEREBBE , È MIA MADRE , ma secondo me dato che è stata per molto tempo abituata a vedermi in un certo modo con una coperta di grasso metaforicamente parlando che nascondeva la mia vera personalità , ora mi vede diversa , solare , energica , positiva etc... e quindi lei riflettendoci bene non è che non mi accetta ma ancora non deve abituarsi a questa nuova immagine di me cambiata , diversa ma non del tutto perchè nonostante il mio dimagrimento io sono sempre silvana .. silvana che ha delle passioni , silvana che ha degli interessi , degli obiettivi di vita importanti che vuole raggiungere .
Il rapporto tra me e mia madre non è mai stato dei migliori , tra me e lei è stato presente sempre un grande conflitto . Ricordo ancora che quando ero molto piccola lei mi diceva di non mangiare troppo , di stare attenta alla linea , parlava sempre del fisico magro e asciutto perchè anche lei è stata sempre fissata con la linea ... sempre .
mio padre è diversi da mamma , è più positivo , prende la vita più con il sorriso ma secondo me si lascia influenzare parecchio dalla negatività di mamma ...
mamma purtroppo non cambierà mai , questo lo devo accettare .
però quello che voglio dire è che non posso cambiare io chi non vuole cambiare , ognuno deve assumersi la propria responsabilità al cambiamento ma prima ancora deve avere consapevolezza di avere un Problema e mia mamma non ha questa consapevolezza e a me non frega perchè io voglio godermi la mia rinascita e pensare a me stessa , alla mia vita e ai miei obiettivi
via le persone negative ....
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, come descrive molto bene, l'obesità che l'ha accompagnata per molto tempo aveva origine da uno stato di sofferenza caratterizzato da emozioni negative su di sé. Il by pass però non cambia le sue dinamiche familiari né le modalità comportamentali che utilizza per gestire il senso di vergogna, frustrazione e sofferenza. Le consiglio una Psicoterapia per comprendere le sue sofferenze e trovare modi alternativi per gestire le sue emozioni.
Buon pomeriggio, sono una mamma di due bambine la più grande a tre anni e mezzo e la più piccola sette mesi, veniamo da una situazione un po’ complessa dopo un anno e un mese dove vedo Mamma e il Papà ogni due settimane solo il weekend perché per motivi lavorativi si è trasferito all’estero, adesso in maniera definitiva ci siamo trasferiti da lui alla Grande è molto contenta di essersi avvicinato a lui, perché in questo anno lo ha cercato tanto giustamente, ma con Mio Marito abbiamo notato che nonostante durante l’arco della giornata gli facciamo fare molte attività tra parco ciò che a casa non giocare con la sorellina oppure portare fuori il cane ci rendiamo conto che non è mai contento nel senso che ha sempre atteggiamenti molto irrequieti, cosa che prima non aveva. Molto spesso urla cerco principalmente io di cercare di capire quale sia il problema di chiedergli come si sente come sta se le piace stare qui o se le manca qualcuno o qualcosa, ma la sua risposta è sempre quella che lei è contenta di essere qui con il papà e che vuole il papà sicuramente incide molto il fatto che a cui non conosce nessuno a parte quattro bambini, ma che andando a scuola li vede molto raramente quando incontra qualche bimbo al parco si vergogna e non vuole parlargli dovuto alla lingua e quindi è molto trattenuta. Durante la notte, nonostante avesse iniziato a dormire nella sua stanza, è molto contenta di dormirci da una settimana a questa parte ha iniziato a dormire nel lettone e quando do il latte alla piccola. Lei interviene sempre dicendo che vuole le coccole e inizia a lagnarsi . In certi momenti mi dispiace perché immagino anche per lei sia un grande cambiamento però allo stesso tempo non gli manca nulla perché è super coccolata e sempre fuori a giocare e fare 1000 attività, quindi non capisco come sia possibile che lei faccia ancora capricci e che si attacchi anche alla minima sciocchezza. Cosa posso fare? Avete qualche consiglio?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, i cambiamenti possono essere sconvolgenti e mettere molto in difficoltà i bambini. Sembra che sua figlia stia vivendo questo periodo con emozioni molto forti e contrastanti che possono farla regredire in atteggiamenti capricciosi, anche l'arrivo della sorella può essere vista come una rottura dell'equilibrio interno al vostro rapporto e può causare ansia a sua figlia. Consiglio di passare del tempo con lei singolarmente, cercare di farle capire che ci siete e che le volete bene; consiglio attività lente come il fare un gioco insieme o anche solo coccolarla, sua figlia ha perso dei punti di riferimento importanti e ha bisogno di ricostruirli insieme a voi genitori, con pazienza e costanza.
Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare nella mia vita, fino a dicembre andava tutto bene e mi sembrava di aver fatto progressi, ma da febbraio dopo ogni seduta non mi sento meglio.... anzi mi sento più confusa e persa e in agitazione,
in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare.
Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno)
inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione
per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto
ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito
l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame
e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio
spero di essermi spiegata,
cosa dovrei fare?
Vi ringrazio
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, sembra che in quella seduta di febbraio si sia rotto l'equilibrio della vostra relazione e che adesso vi sia una certa difficoltà a ricostruire questo equilibrio. Parlarne insieme e piegare quello che sente può essere d'aiuto a darle la possibilità di chiarire i suoi dubbi, e però la tensione continua e l'agitazione che sente persiste, potreste prendere in considerazione di cambiare terapeuta.
Solitudine a 29 anni
Buongiorno dottori, o 29 anni e sono un impiegato. Scrivo perchè vivo una situazione molto dolorosa che non mi fa sta facendo vivere. È da qualche mese che mi sento solo, ho qualche amico sparso, cerco di inserirmi in gruppi, partecipare ad associazioni, corsi, insomma ci metto tutta la forza di volontà ma nonostante questo non riesco a creare dei legami che siano veri e duraturi. A volte mi viene voglia di mollare. Mi guardo intorno e sui social e vedo solo persone con grandi gruppi di amici che si divertono sempre e io invece qui da soli. Eppure sono una persona che davvero avrebbe molto da offrire, sono empatico e sensibile e ascolto volentieri le persone. Mi chiedo come è possibile che io sia cosi solo. Sto insieme ad un ragazzo ma penso che la nostra storia sia finita e questo mi genera ancora piu malessere. Intanto il tempo passa, ho 29 anni, tra 10 anni ne avrò 40 e muoio con questa ansia del tempo che corre troppo veloce, sto bruciando gli anni migliori della mia vita stando in solitudine quando dovrei essere fuori a divertirmi a bere con grandi compagnie o comunque un gruppetto di amici che mi capiscono. Per me una sera dopo lavoro passata senza amici o con legami/relazioni è una sera persa. Ho il terrore che arrivi il weekend e non sapere cosa fare sapendo che tutti sono fuori da qualche parte. Lo so che ci vuole tempo per costruire relazioni durature e per inserirsi nei gruppi, ci sto mettendo tutta la mia forza di volontà. Non ho aggiunto che io convivo con il mio compagno da poco e peggiore decisione non potevo prendere visto che la nostra storia sta finendo. Se vivessi in centro città sarebbe migliore perché cosi potrei essere comodo per conoscere molte piu persone. Mi sembra come se poche persone sappiano quello che sono e quello che ho da offrire e questo è tremendo, soffro molto.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, la solitudine che descrive può essere molto difficile da affrontare e tollerare. Alle volte la percezione di solitudine ci fa sentire solo anche quando non è così e il mondo ci appare più cupo e vuoto. Non si faccia forviare dalle foto sui socia, quella non è la realtà e per ognuno la vita è diversa. Dalle sue parole deduco che stia vivendo un momento di grande tristezza, un percorso psicoterapeutico la può aiutare a mettere ordine nella sua vita ed aprirsi a nuove consapevolezze, insieme potreste trovare i suoi punti di forza e ampliare i suoi gradi di libertà.
Salve. Io e il mio ragazzo stiamo insieme da due anni e mezzo, ma ora per la seconda volta ha provato a chiudere la nostra relazione. Questo è avvenuto entrambe le volte dopo un momento di incomprensione in cui diceva di sentirsi giudicato. Il fatto è che non sa darmi motivazioni “concrete” e molte cose che dice appaiono discordanti (“dobbiamo pensare al futuro perché è ora..”, “non so cosa voglio dal futuro”, poi mi parla di figli). Ha preso una settimana di tempo per riflettere su di noi, tempo che forse sta giovando più a me che a lui nonostante mi pesi non sentirlo. Mi sento positiva e sento che mi ama, magari meno di prima ma, attenendomi ai fatti più che alle sue parole (e paure), non vedo un vero distacco. Forse mi sto sbagliando.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dai fatti descritti, sembra che il suo ragazzo possa essere confuso riguardo al futuro della vostra relazione e stia provando a chiuderla. Sebbene i fatti non sempre corrispondano alle parole, mostrano un bisogno di allontanamento. Utilizzi il tempo di questa pausa per pensare al suo futuro e alle sue necessità. Cosa desidera per il suo futuro? Come le piacerebbe essere amata? Questa modalità di "tira e molla" riflette i suoi desideri?
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…