Domande del paziente (6)
Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Carissimo, buona sera,
leggendo la sua richiesta si avverte il senso di soffocamento, che non è solo fisico, ma è l'eco di una situazione di vita diventata pesante da "mandare giù". Prima ancora di essere un paziente con un sintomo, lei è un uomo, un marito e un padre che sta affrontando un carico emotivo immenso, acuito dalla recente e dolorosa diagnosi di sua moglie, all'interno di una cornice relazionale già fragile da tempo.
Vorrei rispondere subito alle sue paure più concrete, per dare un po' di respiro alla sua mente:
- Avendo effettuato una fibroscopia con l'otorinolaringoiatra con esito negativo (se si esclude il reflusso), lei ha la certezza clinica che la sua struttura anatomica della gola è sana e funziona perfettamente. Quel "rantolo", il serrarsi dei muscoli e la sensazione che il cibo vada nel canale sbagliato (fino al naso) non sono il segno di una disfagia meccanica, ma l'effetto della somatizzazione dell'ansia acuta. Quando siamo in iper-attivazione, i muscoli della deglutizione si contraggono involontariamente, creando proprio quel cortocircuito che lei sperimenta. Non sta rischiando la polmonite ab ingestio né il soffocamento; sta assistendo a un "falso allarme" che il suo sistema nervoso, terrorizzato, continua a lanciare.
- La pseudo-acidità è legata sia al reflusso riscontrato, sia al fatto che lo sforzo muscolare della gola e l'ansia alterano la normale chimica gastrica e la motilità esofagea. Non c'è bisogno di esami invasivi come la gastroscopia per l'anginofobia, perché la causa profonda non risiede lì.
Guardiamo ora oltre il sintomo: cosa le sta dicendo la sua gola?
L'anginofobia, specialmente nel suo caso, è una formidabile metafora. La gola è il canale del nutrimento, ma anche del passaggio delle emozioni. Lei si trova a dover "inghiottire" una realtà indigesta: la malattia di sua moglie, la crisi matrimoniale, la solitudine, la responsabilità di una bambina di 7 anni. Quando la mente non riesce a processare, a "masticare" e ad accettare un dolore così grande, il corpo interviene e letteralmente si chiude. Dice: "Non posso sopportare e mandare giù tutto questo".
Il fatto che il disturbo sia peggiorato quando si trova da solo a casa, o che provi vergogna in pubblico, mostra come l'atto del mangiare abbia perso la sua funzione vitale e sia diventato il terreno di una battaglia contro l'impotenza.
Come gestire tutto questo?
Sul piano pratico del pasto, quando mangia da solo, smetta di "lottare" con il cibo rendendolo poltiglia infinita (cosa che aumenta l'attenzione ossessiva sulla gola). Provi a spostare il focus: mangi mentre fa altro (ascoltando musica, guardando qualcosa), ingannando la mente conscia. Se sente la gola serrarsi, si fermi, espiri profondamente dalla bocca e non forzi l'atto dell'ingoiare finché il muscolo non si rilassa spontaneamente. Il corpo sa deglutire.
Sul piano profondo, curare l'anginofobia curando solo la gola è impossibile, perché la gola è solo il portavoce. Lei ha bisogno di uno spazio protetto in cui poter finalmente esprimere la rabbia, la paura dell'abbandono, il dolore per la malattia e il senso di solitudine nel suo matrimonio. Ha bisogno di un luogo dove "mettere in parola" ciò che oggi si è trasformato in un nodo alla gola.
Il quadro è quello di ipocondria di tipo evitante, il che significa che tende a scappare dalle situazioni per paura.
Se vorrà concedersi la possibilità di trasformare questa sofferenza in parole, invece che in nodi muscolari, io sono qui per accompagnarla.
Un cordiale saluto.
Buonasera ho 29 anni non ho mai avuto una ragazza 0 relazioni per non essere più vergine sono andato a escort ma da 1 anno a questa parte, fra rabbia e frustrazione sono diventato un diavolo soprattutto verso me stesso mi trovo così per via delle circostanze principalmente, avendo un attività ho 0 tempo libero quindi ho vado a fare il dipendente per avere più tempo libero oppure ci metto una pietra sopra , il tempo che passa è un veleno perché io faccio distinzione tra non avere relazioni momentanee e non averne mai avute e quindi 0 esperienze è ritardo per questo vado in tilt, penso rimarrò inferiore a vita. Grazie a chiunque mi darà un parere.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Caro buona sera,
le sue parole mi colpiscono per la loro onestà. Si sente tutta la rabbia, la frustrazione e quel senso di "soffocamento" di chi si sente intrappolato in un destino che non ha scelto. Sentirsi un "diavolo verso se stessi" a 29 anni è l'espressione di una sofferenza profonda, che merita di essere ascoltata senza giudizi e senza le solite, banali frasi di circostanza.
Vorrei dirle che la distinzione che lei fa è estremamente lucida e corretta: c'è una differenza tra il non avere relazioni al momento e il sentire di non averle mai avute. Questa seconda condizione crea un senso di vuoto, una sensazione di "mancanza di basi".
Proviamo però a guardare questo "diavolo" che sente dentro da un'angolazione differente.
La rabbia che sta provando non è il segno che lei è sbagliato o inferiore. La rabbia è la parte più vitale di lei che si sta ribellando. È la sua psiche che le sta dicendo, in modo violento perché non trova altre strade, che la vita che sta conducendo adesso è diventata troppo stretta. Lei ha investito tutte le sue energie nell'attività lavorativa, costruendo un'identità solida come lavoratore, ma lasciando digiuno l'uomo che ha bisogno di calore, di intimità, di condivisione autentica.
L'andare a escort è stato un tentativo di risolvere un problema "tecnico" (la verginità), ma l'intimità è una questione di legame. Ed è per questo che, dopo, la frustrazione è aumentata: il corpo ha avuto una risposta, ma il suo bisogno profondo di essere visto, accolto e amato è rimasto a bocca asciutta.
Lei oggi si trova davanti a un bivio radicale: "O vado a fare il dipendente per avere tempo libero, o ci metto una pietra sopra". Questa rigidità è tipica di quando si è in tilt. Ma ci dice che lei è pronto a cambiare pelle.
Vediamo da dove si può partire.
Innanzitutto, non è mai troppo tardi per iniziare a vivere la dimensione affettiva. Non esiste un "manuale delle relazioni" in cui se non si fanno certe esperienze a vent'anni si è squalificati a vita.
Prima ancora di cercare una ragazza, il passo fondamentale è fare spazio nella sua vita reale. Se l'attività le assorbe il 100% del tempo, non sta lasciando al destino e agli incontri nemmeno una fessura per entrare. Cambiare lavoro o ristrutturare la sua attività attuale non significa "fallire" o "arrendersi", ma rimettere se stesso e la propria felicità al centro.
Questa rabbia che sente è energia pura, la usi come carburante per cambiare ciò che non funziona più nelle sue giornate.
Affrontare questo sblocco da soli può essere spaventoso, perché significa ridisegnare la propria identità. Un percorso terapeutico non le servirebbe per "imparare a rimorchiare", ma per capire come fare spazio all'uomo affettivo che sta dentro di lei, aiutandola a guardarsi con il rispetto che merita.
Se vorrà, io sono qui per ascoltarla.
Un saluto.
Come fare a dire a una figlia che soffre di disturbo borderline, che si deve curare.?Ho già provato su consiglio di una psicologa da cui vado, ma mi sono sentita rispondere che ho bisogno io di curarmi. Mia figlia ha una bimba di due anni e sono molto preoccupata!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Carissima,
nella sua richiesta si avverte un’urgenza dolorosa e profondamente comprensibile: la preoccupazione per sua figlia si unisce al terrore per il benessere di una nipotina di appena due anni. Sentirsi rispondere "devi curarti tu" dopo aver cercato, con amore e su consiglio professionale, di tenderle una mano, è uno schiaffo che lascia impotenti.
Vorrei offrirle una chiave di lettura diversa per comprendere la reazione di sua figlia, non per giustificarla, ma per aiutarla a trovare una strada che non sia un vicolo cieco.
Nel mondo interiore di chi soffre di un disturbo borderline, la proposta di "andarsi a curare" non viene percepita come un gesto di aiuto. Viene vissuta come una sentenza di squalifica, un rifiuto totale o un tentativo di etichettarla come "quella sbagliata". La sua reazione rabbiosa è un muro di difesa automatico contro una paura profonda: quella di essere abbandonata e giudicata difettosa.
Quando sua figlia le ha detto "hai bisogno tu di curarti", ha usato una difesa speculare. Ma in quel paradosso c'è una grande verità psicologica: in questo momento, l'unica persona su cui lei ha potere di intervento è proprio se stessa.
Ecco come possiamo provare a ribaltare la situazione:
- Togliere la diagnosi dal tavolo: continuerà a essere quasi impossibile convincerla che "è malata". Molto più efficace è smettere di parlare della sua salute mentale in generale e iniziare a specchiare solo frammenti di realtà specifici, senza giudizio. Ad esempio, non dirle "fatti curare perché sei instabile", ma "vedo che sei stanchissima e che questa situazione con la bimba ti sta esaurendo, se vuoi ti aiuto a trovare un supporto per la fatica di tutti i giorni".
- Curare il "campo relazionale": lei sta già andando da una psicologa, e questo è preziosissimo. Continui questo percorso non con l'obiettivo di trovare la "frase magica" per cambiare sua figlia, ma per trasformare se stessa nel contenitore stabile di questa tempesta. Quando noi cambiamo il nostro modo di reagire, di mettere confini e di porci di fronte al caos dell'altro, l'intero sistema familiare è costretto a muoversi.
- Proteggere la nipotina senza espropriare la madre: la presenza della bimba di due anni è ciò che la preoccupa di più. Il modo migliore per tutelarla non è porsi in contrapposizione con sua figlia (alimentando la sua paranoia di essere una cattiva madre), ma offrirsi come presenza calda, costante e non giudicante per entrambe. Più sua figlia la sentirà come un'alleata sicura e meno come un giudice, più le lascerà spazio per stare con la bambina.
Se in questo percorso sentirà il bisogno di uno spazio terapeutico orientato a decodificare questi nodi, sappia che sono a sua disposizione.
Le mando un forte abbraccio di sostegno.
Buonasera dottori, volevo chiedervi un parere/consiglio. Secondo voi è utile fare sedute di psicoterapia con uno psicologo che sta terminando la scuola di specializzazione oppure è meglio rivolgersi a professionisti la cui formazione è già completa?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
la sua è una domanda legittima e molto intelligente, che chiunque si trovi a investire tempo e denaro nella propria salute mentale ha il diritto di porsi. La risposta più onesta che posso darle è: dipende da cosa sta cercando, ma un professionista in formazione può rivelarsi una risorsa talvolta superiore a un collega con anni di esperienza.
Vorrei spiegarle il perché, svelandole "i retroscena" di come funziona la nostra professione, per aiutarla a scegliere con serenità.
Un medico psicologo che sta terminando la scuola di specializzazione (parliamo di un percorso di ulteriori 4 anni dopo la laurea e l'abilitazione) possiede tre caratteristiche che spesso si affievoliscono nel corso di una lunga carriera:
- un terapeuta senior ha l'esperienza, ma rischia a volte la routine o l'automatismo. Un terapeuta in formazione ha una "fame" clinica e una freschezza che lo portano a investire molto su ogni singolo paziente.
- La supervisione costante: questo è il punto più importante. Per legge e per etica, i terapeuti in formazione supervisionano i loro casi con docenti e analisti senior di grande esperienza. Significa che quando lei si siede davanti a un terapeuta specializzando, dietro di lui c'è la mente di un supervisore esperto che analizza il caso, corregge il tiro e guida il percorso.
- Inoltre, chi frequenta la scuola è immerso quotidianamente nello studio delle ultime ricerche, delle tecniche più recenti e del dibattito scientifico attuale.
Quando è meglio un professionista già specializzato?
Ci sono situazioni di estrema gravità psichiatrica, disturbi di personalità complessi o traumi acuti molto severi in cui l'esperienza sul campo del terapeuta "navigato" può fare la differenza nel gestire le crisi.
Ma nella maggioranza dei percorsi – dove si lavora su ansia, depressione, crisi evolutive, dinamiche relazionali o blocchi di vita – ciò che cura non è il "titolo", ma la qualità della relazione terapeutica.
Il mio consiglio dunque è quello di fare un primo colloquio: senta come risuona la voce di quel professionista dentro di lei, guardi se si sente accolt* e ascoltat*. Lalleanza terapeutica è la prima cosa che cura.
Un cordiale saluto.
Buonasera, 40 enne, Avvocato di Rovigo , sposato con prole, mi sono innamorato di una collega più giovane di quasi 10 anni, appena lasciata dal Suo fidanzato.
Una volta confessato il mio sentimento, nonostante una scarsa frequentazione precedente, lei ha sminuito tutto, con la classica crisi coniugale, confessando un flirt attuale (non veritiero?).
Abbiamo deciso però di continuare a frequentarci lavorativamente, siamo andati a cena assieme, ma ogni volta che io mi avvicino a Lei, preoccupandomi di Lei, lei mi allontana o ignora.
Io cerco di non chiamarla o messeggiarla per vicende personali, per non essere pesante o petulante, però causa lavoro sono piacevolmente contento di condividere del tempo con Lei.
Alterno poche ore di gioia passate con Lei a giorni che sto male, rimedio, cerco di fare attività fisica, cerco di non seguire i suoi social, di non pensarci, di pensare ai Suoi difetti, alternandolo con sedute Psicologiche, ma niente, e la cosa peggiore è che dall'altra parte ho una famiglia che mi sta perdendo, ed a me la cosa mi pesa, ma non come l'amore non ricambiato.
Quanto è brutto innamorarsi a 40 anni !
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Caro,
l'innamoramento a 40 anni non è solo "brutto" quando non è ricambiato; è spesso devastante, perché arriva come un terremoto che minaccia di radere al suolo tutto ciò che ha edificato con fatica.
Vorrei invitarla a fare un passo indietro rispetto al dolore del rifiuto, per guardare cosa sta accadendo davvero dentro di lei.
Lei è un avvocato, un uomo abituato alle regole, alla razionalità, ai doveri quotidiani del matrimonio e della paternità. Quando la vita si canalizza così tanto nel "dovere", la parte più vitale, istintiva e irrazionale di noi finisce per essere confinata nell'ombra. E cosa fa la psiche per salvarsi? Prende tutta quella fame di vita, di leggerezza e di passione, e la proietta sul primo gancio disponibile all'esterno. Nel suo caso, una collega più giovane, per giunta in un momento di vulnerabilità.
La verità che può renderla libero è che lei non è innamorato della persona reale di questa collega (di cui infatti tenta di vedere i difetti senza successo) ma è innamorato di ciò che questa ragazza rappresenta per lei: una porta d'accesso a una parte di se stesso che sentiva morire. Lei cerca la sua stessa vitalità perduta.
La reazione di questa donna – che la allontana ogni volta che lei si fa vicino – è un atto di realismo. Lei avverte il peso di questa proiezione.
Il fatto che lei alterni ore di gioia a giorni di profonda sofferenza, e che il dolore per l'amore non ricambiato pesi più del pensiero di perdere la sua famiglia, dimostra quanto questa "fame" sia profonda. Ma accanirsi nel tentativo di conquistare la collega non placherà questa fame, perché l'origine del vuoto è interna, non esterna.
Come uscirne?
Lei sta già facendo un ottimo lavoro cercando di arginare il sintomo (lo sport, il distacco dai social) e frequentando uno spazio psicologico. Continui quel percorso, ma provi a cambiare la domanda. Non si chieda più "Come faccio a farmi amare da lei?" o "Come faccio a dimenticarla?", ma si chieda: "Quale parte della mia vita è diventata così arida da costringermi a cercare la vita fuori da me?".
Questo innamoramento, per quanto doloroso, è un potente campanello d'allarme della sua parte inconscia. Le sta dicendo che a 40 anni la sua vita ha bisogno di un nuovo significato, di più spazio per la sua espressione personale, per il piacere e per la vitalità, a partire (perché no?) dal provare a rimettere in discussione e rifondare il legame con sua moglie.
Le auguro di ritrovare presto il suo centro.
Salve dottori mi chiedo se il Buddha o altri maestri avessero ragione che l unica strada per la serenità sia la via spirituale , anche se personalmente io mi sento sereno anche se da qualche giorno vedendo alcuni video sto mettendo un po in dubbio la mia situazione, mi chiedo allora chi come me non fa questi tipi di percorsi non può essere felice ? Non può essere una brava persona ? E se anche voi psicologi in futuro vi rendete conto che l unica strada è la spiritualità e tutto il resto è fuffa
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Carissimo,
è interessante notare come dei video riescano ad incrinare una serenità che, fino a pochi giorni fa, lei sentiva come autentica. Questo non significa che la sua felicità precedente fosse "falsa", ma ci dice che dentro di lei si è svegliata una domanda profonda che ha scelto di bussare alla sua porta.
Vorrei rassicurarla subito su un punto fondamentale: certo che si può essere una brava persona e darsi la possibilità di essere felici senza seguire un percorso spirituale codificato.
Il Buddha, così come molti altri grandi maestri della storia, non ha inventato una "guida per la felicità" esclusiva. I maestri spirituali hanno semplicemente descritto, ognuno con le parole e i simboli del proprio tempo, un meccanismo che appartiene a tutti gli esseri umani: la necessità di trovare un'armonia tra il nostro mondo interno e il mondo esterno.
Dal punto di vista della psicologia più profonda, la spiritualità non coincide necessariamente con il meditare su una montagna, recitare mantra o seguire una dottrina. La spiritualità è, prima di tutto, un'attitudine della mente. È la capacità di ascoltare la propria bussola interiore, di accettare i limiti della vita e di dare un senso a ciò che ci accade.
Ci sono persone che non hanno mai letto un testo sacro, ma che vivono una vita profondamente "spirituale" semplicemente essendo connesse alla natura, amando la propria famiglia, facendo bene il proprio lavoro... Questa è spiritualità incarnata nella vita di tutti i giorni.
E per quanto riguarda noi psicologi, la mia personale risposta è no, per un motivo molto semplice: la parola "psicologia" deriva dal greco psyché, che significa Anima. Dunque, la vera psicologia non è l'opposto della spiritualità, ma è lo studio scientifico e umano dell'anima e dei suoi movimenti.
Se la sua serenità vacilla sotto questi dubbi, non si spaventi. Consideri questo momento come un invito a esplorare la sua interiorità.
La saluto.
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