Salve, voglio fare una premessa di fondo: se c'è la necessità di uno psichiatra, bisogna rivolgersi

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Salve, voglio fare una premessa di fondo: se c'è la necessità di uno psichiatra, bisogna rivolgersi a quest'ultimo per risolvere la depressione. Prendere pillole senza uno specialista che ti segua e senza sapere cosa si prende, significa andare incontro a una serie di rischi per la propria salute.

Detto questo. Dopo due-tre tentativi andati a vuoto nel fare la prima visita da uno psichiatra, ho fortunatamente trovato uno specialista che lavora in un poliambulatorio. Tuttavia, era uno psichiatra senza avere l'abilitazione alla psicoterapia e non credeva nelle varie metodiche psicologiche. Vabbè, ho trovato sicuramente un certo grado di giovamento, giacché oltre agli antidepressivi mi aveva prescritto anche degli ansiolitici.

Compio un riassunto formato Bignami, altrimenti dovrei scrivere oltre ogni misura.

Il punto di cui si dibatte forse meno nella psichiatria, ma sicuramente nella psicologia, è quello per cui il rapporto psichiatra/psicologo-paziente è intrinsecamente asimmetrico; ciò significa che non può esserci un rapporto alla pari tra i due soggetti, ovviamente perché lo psichiatra/psicologo ha competenze che lo pongono su un piano rialzato rispetto al paziente.

Ora, la questione diventa problematica quando questo piano sfalsato viene percepito come un rapporto di subordinazione rispetto al dottore: ovvero, la persona non si sente partecipe protagonista del percorso terapeutico, bensì solo un "esecutore" materiale di ciò che dice il medico. E purtroppo, dopo aver constatato questa dinamica dove sovente lo psichiatra/psicologo ritiene il paziente una sorta di adolescente — benché io abbia passato i 40 anni — ho lasciato ogni contatto con questi medici ed, avendo impresso bene ciò che mi avevano prescritto, ho iniziato ad autogestirmi (non lo fate, seguite uno psichiatra o psicologo).

Non essendo un masochista, ed avendo tentato più e più volte di rendere la suddetta dinamica trasparente col medico col quale mi relazionavo, ho capito che il rapporto gerarchico non può venir meno; e questo va pure bene: tu sei il medico, colui che ha le competenze, io sono il paziente, colui che non ha competenze.

Tuttavia, quando il medico non accetta di relazionarsi alla pari sul piano emotivo e anche cognitivo col sottoscritto — non sono nato imparato, come si suol dire, ma si impara durante il processo evolutivo — il rapporto diventa un mero rapporto fra "impiegato della salute" e il sottoscritto e/o il paziente. Certe domande e/o tempistiche di interloquire, per cui ci si ritrova in un discorso con una certa cadenza e si passa ad una cadenza veloce per constatare se il sottoscritto riesca a seguire quanto dice il medico, è di una meschinità infantile.

Se lo psichiatra/psicologo vuole fare un test per capire la mia capacità cognitiva senza farmelo capire, il rapporto si chiude la seduta stessa. Se ha questa necessità impellente di capire il grado di ragionamento della persona, piuttosto che camuffarsi dietro a metodiche dispotiche, sarebbe meglio impiegare fin dall'inizio un codice da entrambi accettato, al fine poi di non ritrovarsi in situazioni dove il medico crede di svolgere il suo lavoro con onestà, quando l'onestà è solo la parvenza che vuole restituire al sottoscritto.

Io non ho mai incontrato il professor Vittorino Andreoli, ma ho solo letto alcuni suoi libri e ascoltato alcuni suoi interventi televisivi, e ho potuto constatare che è quello il cui rapporto col paziente sembra essere da persona a persona; ma forse mi sbaglio, ed è solo una mia impressione.

Cordiali saluti.
Dr. Fabio M. P. Tortorelli
Psichiatra, Psicoterapeuta
Roma
Gentile utente,

Ho letto con attenzione la sua riflessione, che tocca uno dei fondamenti assoluti della clinica psichiatrica: l'alleanza terapeutica.

Lei centra perfettamente il punto: la relazione medico-paziente è asimmetrica per quanto riguarda le competenze tecniche, ma deve essere assolutamente simmetrica sul piano umano, emotivo e cognitivo.

Se un paziente adulto e lucido si sente trattato da "esecutore" passivo o percepisce di essere sottoposto a valutazioni non dichiarate, significa che lo spazio terapeutico è venuto meno.

Il fatto che il collega non avesse una formazione psicoterapeutica e fosse scettico verso tali metodiche spiega, in gran parte, questo approccio rigidamente prescrittivo e gerarchico da lei descritto.

Comprendo quindi la frustrazione che l'ha spinta ad allontanarsi e a gestire in autonomia la terapia prescritta in passato; venendo all'aspetto prettamente clinico e farmacologico, devo restituirle la realtà dei fatti con totale oggettività: l'autogestione psicofarmacologica a lungo termine perde fisiologicamente di efficacia.

La psichiatria non si basa sull'assunzione statica di una molecola, ma il nostro sistema nervoso centrale si adatta: nel tempo subentrano fenomeni di assuefazione e tolleranza (specialmente con gli ansiolitici) e variazioni neurochimiche che richiedono un monitoraggio e una ricalibrazione periodica dei dosaggi.

Proseguire con una prescrizione "congelata" nel tempo significa limitarsi a tamponare, esponendosi al rischio di ricadute o di assunzioni inefficaci.

Il professor Andreoli, che lei cita, rappresenta un approccio in cui il focus è sulla persona prima ancora che sul sintomo o sul recettore.

Le assicuro che esistono molti professionisti con questa impostazione, che integrano la tecnica farmacologica con l'ascolto attivo.

Il mio consiglio clinico è di non rinunciare a curarsi in modo ottimale a causa di un'esperienza relazionale disfunzionale.

Le suggerisco di cercare un nuovo specialista, che sia sia psichiatra che psicoterapeuta, con cui poter costruire fin dall'inizio un codice condiviso.

La invito a fare questa ricerca per intraprendere un percorso rigorosamente in presenza, che a mio parere è quasi sempre l'unico vero setting dove si può instaurare un'alleanza clinica autentica, guardandosi negli occhi e collaborando attivamente alla pari.

Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.

Un caro saluto.

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Capisco bene il punto che solleva. Il rapporto terapeutico è inevitabilmente asimmetrico sul piano delle competenze, ma non dovrebbe mai diventare gerarchico o svalutante sul piano umano. Nella pratica clinica più aggiornata si parla di alleanza terapeutica: il medico ha le competenze, ma il paziente è parte attiva, con diritto di comprendere, chiedere, dissentire.

Quando questo non accade, è normale sentirsi ridotti a “esecutori”. Non è un buon segnale di funzionamento della relazione di cura.

Alcuni punti utili, molto concreti:

È legittimo aspettarsi spiegazioni chiare su diagnosi, obiettivi e scelte terapeutiche.
È legittimo chiedere: “Quali alternative ho?”, “Perché questa terapia?”, “Cosa dobbiamo aspettarci e in quanto tempo?”.
È legittimo esprimere: “Così mi sento poco coinvolto, ho bisogno di essere più parte del percorso”.
Se la risposta è chiusura o atteggiamento difensivo, spesso il problema non è “lei paziente”, ma un mismatch relazionale.

Sul tema dei “test impliciti” o delle modalità comunicative poco trasparenti: esistono tecniche cliniche di osservazione, ma non dovrebbero mai essere percepite come manipolative o umilianti. Se generano questa sensazione, la relazione si incrina.

Un punto però è importante dirlo con chiarezza:
l’autogestione farmacologica, anche se comprensibile dopo esperienze negative, espone a rischi e spesso mantiene il problema. La soluzione non è rinunciare ai curanti, ma trovarne uno con cui si crei un’alleanza reale.

In sintesi:

l’asimmetria è inevitabile;
la relazione alla pari sul piano umano è necessaria;
se manca, è corretto cambiare professionista;
ma senza rinunciare a una presa in carico strutturata.

Il modello che descrive (più dialogico, più “da persona a persona”) non è un’eccezione ideale: è esattamente quello verso cui la psichiatria e la psicoterapia dovrebbero tendere.

Un cordiale saluto.

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