Salve, sono una donna di 33 anni, sono di recente uscita da una relazione di 3 anni, la seconda nell
Salve, sono una donna di 33 anni, sono di recente uscita da una relazione di 3 anni, la seconda nella quale si e' instaurato un attaccamento emotivo di tipo materno da parte del mio compagno nei miei confronti. Ho scoperto questo solo verso la fine della storia quando abbiamo iniziato a fare terapia di coppia come ultimo tentativo per salvare la relazione. Cosa vuol dire? Come puo' un uomo adulto amare la propria compagna e allo stesso tempo vederla come una madre? Puo' essere un amore sano e non tossico un amore del genere? Per i primi 2 anni della relazione c'era desiderio sessuale ed attrazione tra noi sebbene non ci fosse sintonia (preferenze diverse nel vivere il piacere e la sessualita). Tuttavia l'ultimo anno, quando la crisi e' iniziata, i nostri rapporti sono diventati sempre piu infrequenti ma io l'ho attributo alle continue discussioni e distanza crescente tra noi. Come il desiderio sessuale puo' coesistere con l'identificazione inconscia di una figura genitoriale nel proprio partner? Cosa c'e' in me di ambiguo o sbagliato nel modo di amare tale da indurre gli uomini che amo a transitare dal vedermi da partner/amante a genitore? In cosa si distingue un uomo semplicemente insicuro e fragile ma consapevole di dover lavorare su se stesso (come tutti noi del resto) da un bambino non cresciuto intrappolato nel corpo di un uomo adulto?
6 risposte
Mi dispiace per quanto stai attraversando: fa male accorgersi tardi di dinamiche profonde, soprattutto quando ci hai creduto e investito. Provo a darti una cornice chiara, con esempi pratici e segnali da osservare, senza patologizzare te o lui. 1.Cosa significa “attaccamento materno” verso la partner In termini psicologici, parliamo di “parentificazione del partner” o “dinamica madre–figlio”: la compagna viene vissuta come base sicura che accudisce, calma, guida e, a volte, perdona come farebbe una madre. Non è raro né “strano”: in ogni relazione ci sono elementi di accudimento reciproco. Diventa un problema quando è sbilanciato e rigido, cioè quando il bisogno di essere accudito prevale su parità, desiderio e responsabilità adulta. 2. Come può coesistere con l’amore e il desiderio All’inizio può coesistere bene: la parte “figlia” cerca protezione, la parte “partner” prova attrazione; la novità, l’idealizzazione e la chimica reggono l’equilibrio. Col tempo, se la polarità madre–figlio si irrigidisce, spesso la tensione erotica cala. L’erotismo tende a nutrirsi di alterità, gioco, mistero e potere personale; se uno dei due è messo stabilmente nel ruolo di genitore, l’immaginario sessuale fatica. 3. Le discussioni e la distanza che citi possono essere effetto e non solo causa: più ti senti “madre”, più controlli o correggi; più lui si sente “figlio”, più dipende o si ritrae. La spirale riduce il desiderio. 4.È un amore sano o tossico? Può essere sano se: entrambi riconoscete la dinamica, la parlate senza difese, lui sviluppa autonomia concreta (decisioni, gestione emotiva, responsabilità), tu ti riprendi spazio di leggerezza e desiderio, e il gioco di ruoli resta flessibile. Diventa tossico quando: tu diventi la regolatrice emotiva principale, lui evita crescita personale appoggiandosi a te, ti senti sfinita/risentita, c’è colpa al posto del desiderio, e i confini non vengono rispettati. 5. Una riflessione importante Chiederti “cosa c’è di sbagliato in me” è comprensibile ma fuorviante. Le dinamiche di coppia sono incastri: i tuoi punti di forza (cura, affidabilità) possono diventare trappole se non sono bilanciati da confini e da una scelta di partner che vogliono davvero crescere. Spostare il focus da “colpa” a “competenza relazionale” ti restituisce potere. Se vorrai contattarmi, potremmo approfondire tutto questo a livello psicoterapeutico. Nel frattempo ti faccio un grande in bocca al lupo per tutto!
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Gentilissima bisogna chiedersi come mai le capita sempre che i suoi partner cercano in lei più una madre che una partner, alla pari. A lei andrebbe bene una relazione in cui sente che il suo partner è suo figlio? Se ha voglia di approfondire e di cercare risposta a queste domande può prenotare una prima visita online con me.
Buongiorno. Potremmo fare l'ipotesi il suo compagno, inconsapevolmente, abbia vissuto lei più come una figura di sicurezza e cura, simile a una madre, piuttosto che come un partner completamente pari; in questi casi, col tempo, il desiderio tende a diminuire perché la compagna viene percepita principalmente come chi lo protegge e lo regola, e non come un’altra persona con cui condividere erotismo e progetti. Il desiderio sessuale può coesistere con l’identificazione genitoriale solo nelle fasi iniziali, quando la figura materna è ancora “in ombra”: quando diventa dominante, spesso l’erotismo si allontana, perché confusione tra affetto di cura e desiderio sessuale, e possibili conflitti interiori bloccano la componenti erotica. Non è necessariamente un segno che ci sia qualcosa di sbagliato in lei: spesso persone empatiche e accoglienti vengono scelte da chi ha bisogno di essere molto sostenuto emotivamente. Nella sua esperienza, potrebbe essersi creata una dinamica in cui lei ha accettato (spesso con buona volontà) di fare molto da “madre”, e lui, da adulto fragile, non è riuscito a vivere la relazione in modo equilibrato. In questi casi, la terapia individuale può essere molto utile per comprendere il proprio stile di attaccamento, riconoscere come si è lasciata entrare in questo ruolo e scegliere future relazioni in cui si senta soprattutto amata e valorizzata come partner, senza dover diventare la cura principale di qualcuno.
Gentile utente, quello che descrive merita una riflessione articolata, ma è importante ricordare che definizioni come "attaccamento materno" assumono significato solo all'interno del percorso terapeutico e della storia specifica della coppia. Non indicano necessariamente che il partner la vedesse davvero come una madre, ma possono descrivere un modo di vivere la relazione, cercando nell'altra persona protezione, rassicurazione o regolazione emotiva. Questa dinamica può coesistere, soprattutto nelle fasi iniziali, con attrazione e desiderio sessuale. Le relazioni sono complesse e le diverse dimensioni del legame non sempre evolvono nello stesso modo. Quando però il rapporto diventa sempre più sbilanciato verso bisogni di accudimento e sicurezza, può accadere che la componente erotica perda spazio, specialmente se si aggiungono conflitti e distanza emotiva. Mi soffermerei anche sulla domanda che rivolge a se stessa: "Cosa c'è in me di sbagliato?". Più che cercare un difetto personale, potrebbe essere utile chiedersi quale ruolo tende ad assumere nelle relazioni, cosa la porta a rispondere ai bisogni dell'altro e quali caratteristiche accomunavano i partner che ha scelto. Le dinamiche di coppia si costruiscono sempre nell'incontro tra due storie, non sono il risultato delle caratteristiche di una sola persona. Infine, distinguere una persona emotivamente fragile da una che fatica ad assumersi responsabilità nelle relazioni non dipende tanto dall'insicurezza in sé, quanto dalla capacità di riconoscere i propri bisogni, affrontare i conflitti, tollerare la frustrazione e lavorare concretamente per costruire un rapporto più equilibrato. La fragilità non impedisce una relazione sana; ciò che fa la differenza è il modo in cui viene affrontata. Un caro saluto.
Buongiorno, in poche righe pone tantissime domande profonde e complesse. Ognuna di queste domande meriterebbe di essere approfondita e trattata con il giusto tempo e la giusta cura, inoltre sono interrogativi a cui non è possibile dare una risposta univoca e valida per tutti.. anzi direi proprio il contrario e cioè che bisognerebbe capire come le sue caratteristiche e i suoi modi di relazionarsi si intersecano con quelli specifici del partner. Sicuramente se nota un certo "pattern" relazionale che si ripete, ha senso domandarsi - come del resto fa - quali sono i suoi aspetti che contribuiscono a determinare questo tipo di legame. Mi rendo conto che non le sto rispondendo, ma solo avvallando il valore del porsi questo genere di interrogativi i quali, ripeto, necessiterebbero di un lavoro approfondito. Se ne ha il desiderio non si precluda la possibilità di lavorarci in una psicoterapia. Cordialmente, dott.ssa Bonomi
Buongiorno, la sua lettera contiene domande molto profonde e comprensibili, ma credo sia importante fare una premessa: nessuno può spiegare il funzionamento psicologico di una relazione o di una persona partendo da poche informazioni, nemmeno se alcuni concetti sono emersi durante una terapia di coppia. Mi colpisce, però, un aspetto. Lei sembra essere alla ricerca di una spiegazione che renda finalmente comprensibile ciò che è accaduto, quasi come se trovare il "nome giusto" al problema potesse darle anche una risposta definitiva sul perché la relazione sia finita. L'espressione "attaccamento materno" può descrivere dinamiche molto diverse tra loro e non significa necessariamente che un uomo "veda davvero" la propria compagna come sua madre. Più spesso indica che, nella relazione, il partner finisce inconsapevolmente per cercare nell'altro funzioni tipicamente genitoriali: essere rassicurato, contenuto, guidato, accudito, protetto. Sono bisogni che possono appartenere a molti adulti, soprattutto quando emergono fragilità profonde o modelli di attaccamento costruiti nella storia personale. Questo, però, non esaurisce la complessità di una coppia. Nella sua lettera, infatti, emerge una domanda che mi sembra ancora più significativa: *"Cosa c'è in me di ambiguo o sbagliato?"* È una domanda che molte persone si pongono dopo la fine di una relazione, soprattutto quando riconoscono uno schema che sembra ripetersi. Ma è anche una domanda che rischia di trasformarsi in un processo a se stessi. Il fatto che due partner abbiano sviluppato con lei una dinamica simile non autorizza a concludere che ci sia qualcosa di "sbagliato" nel suo modo di amare. Potrebbe esserci uno stile relazionale che, inconsapevolmente, la porta ad assumere un ruolo di grande responsabilità emotiva all'interno della coppia. Oppure potrebbe trattarsi di una coincidenza tra il suo modo di stare nelle relazioni e il funzionamento psicologico di uomini che tende a scegliere. Oppure ancora potrebbero coesistere entrambe le cose. Comprendere quale sia la risposta richiede un lavoro molto più approfondito di quello che una lettera può consentire. Mi sembra importante sottolineare anche un altro elemento. Lei si interroga quasi esclusivamente sul funzionamento dei suoi ex partner: come possono desiderare una donna e contemporaneamente viverla come una figura materna? Come distinguere un uomo fragile da un "bambino mai cresciuto"? Sono domande legittime, ma rischiano di spostare l'attenzione soprattutto sull'altro. In psicoterapia, invece, spesso il punto di svolta arriva quando il focus cambia. Non tanto per capire perché l'altro abbia funzionato in un certo modo, ma per esplorare cosa succede dentro di sé quando si entra in quel tipo di dinamica: quali bisogni vengono soddisfatti, quali ruoli si assumono spontaneamente, quali segnali vengono colti o trascurati, cosa rende familiare un certo tipo di relazione. Anche il tema della sessualità merita prudenza. Il desiderio può convivere per molto tempo con dinamiche di dipendenza emotiva o di accudimento reciproco. Le relazioni non sono statiche: possono trasformarsi nel tempo e ciò che inizialmente alimenta l'attrazione può, in una fase successiva, contribuire a spegnerla. Non esiste una regola universale, ma un equilibrio molto delicato tra vicinanza, autonomia, bisogno e desiderio. Infine, mi colpisce il fatto che lei utilizzi parole come "ambiguo", "sbagliato", "tossico". Sono termini molto presenti nel linguaggio contemporaneo e sui social, ma spesso rischiano di semplificare eccessivamente fenomeni relazionali che sono molto più sfumati. Le persone raramente sono semplicemente "adulte" o "bambini intrappolati nel corpo di un adulto". Ognuno porta nella relazione parti mature e parti più vulnerabili. La differenza, semmai, riguarda quanto queste parti siano riconosciute, assunte come proprie e rese oggetto di un lavoro personale, oppure agite inconsapevolmente nella coppia. Se sente che questa esperienza le ha lasciato molte domande e, soprattutto, il timore di ritrovarsi ancora una volta nello stesso copione relazionale, potrebbe essere prezioso intraprendere un percorso psicoterapeutico individuale. Non tanto per trovare un'etichetta da attribuire ai suoi ex partner, quanto per comprendere più a fondo il suo modo di vivere l'intimità, le aspettative che porta nelle relazioni e le dinamiche che tendono a ripetersi. Spesso il cambiamento più significativo non nasce dal capire perché l'altro ci abbia amati in un certo modo, ma dal riconoscere con maggiore chiarezza come scegliamo, costruiamo e abitiamo le nostre relazioni. In bocca al lupo!
Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.



