Mi trovo sotto uno stato di delirio psicologico in questo momento, sto piangendo ma rido, non lo so
Mi trovo sotto uno stato di delirio psicologico in questo momento, sto piangendo ma rido, non lo so non mi conosco ma so che questo è il momento giusto per sfogarmi. Quando sono con le persone la mia testa inizia a parlare, dicendomi come devo comportarmi per fare una certa figura; a volte devo autoripetermi di essere sarcastico, altre di fregarmene di quello che la mia testa dice, altre volte cerco di mantenere un' espressione facciale che mi faccia ricollegare ad uno stato psicofisico che mi da autostima, a volte continuo a ripetermi nella mente "PARLA, PARLA, PARLA" quando mi capita che qualcuno mi fa una domanda ma comunque non riesco a parlare, rimango fisso a guardare il vuoto e a pensare a quello che devo pensare invece di rispondere alla domanda. Ogni circa 2 giorni il mio cervello se ne esce con una affermazione, una formula, che mi illude di aver trovato una soluzione al problema e che quindi mi fa essere felicissimo. Ma ovviamente è solo un illusione il giorno dopo mi sveglio pensando: "perchè ieri ero cosi contento? A cosa stavo pensando per avere quel comportamento?" e passo le giornate a ricordare il motivo per cui mi comportavo in quel modo fino a quando il mio cervello se ne esce con un'altra affermazione tipo "SII PIU' MENEFREGHISTA; PARLA PIU' LENTAMENTE, SCANDISCI LE PAROLE, RESPIRA PIU' LENTAMENTE, ecc" formule che ovviamente mi fanno sentire sicuro solo per poco tempo, facendomi cadere in un loop che è durato per 5 anni. Cambio personalità in base alle parole o "formule" che mi assegno. Se mi ripeto di essere una persona sarcastica, io lo divento per un periodo di tempo limitato, se mi ripeto di essere menefreghista lo divento, estroverso , lo divento ecc.. e quando non ho nessuna parola in mente io divento nessuno: silenzioso, senza voglia di parlare, rispondo a malapena alle domande degli altri, sono sempre stanco ed ho voglia di stare da solo. Ultimamente sto riscontrando un problema, ovvero quello di non riuscire più a comprendere il significato Delle parole che mi assegno. Questo perché noto che il loro effetto è solo un illusione che mi fa credere di stare bene per un tot di tempo. Ognuno di loro perde significato dopo quel tot perché smette di funzionare. Ed in 5 anni credo di essere a corto di formule. sono stanco di vivere in questo modo. Cosa mi consigliate?
25 risposte
Buongiorno, da quello che scrive si può ipotizzare che ha instaurato delle forme di pensiero ritualizzate. La miglior cosa per lei sarebbe iniziare un percorso per interrompere questa modalità di pensiero, perciò, rimango a disposizione. Cordialmente, dott. Carella
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Salve, mi spiace molto per la situazione ed il disagio espresso e comprendo quanto possa essere difficile per lei convivere con questa situazione riportata. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente. Credo che un consulto con un terapeuta possa aiutarla ad identificare pensieri rigidi e disfunzionali che impediscono il cambiamento desiderato e mantengono la sofferenza in atto. Resto a disposizione, anche online. Cordialmente, dott FDL
Carissimo, grazie della sua condivisione. Emerge il disagio che sta vivendo nel barcamenarsi tra questi pensieri e gli stati emotivi che ne derivano. E' chiaro anche come al momento sia stanco di questa situazione. Ritengo pertanto che possa essere utile valutare la possibilità di incontrare un professionista per una consulenza psicologica, in modo da aiutarla a chiarirsi e comprendere come mai questi pensieri che racconta sono cosi persistenti per lei. Ci dice che sono 5 anni che ci prova, forse è arrivato il momento di chiedere aiuto. Un caro saluto
Gentilissimo, dalle sue parole si manifesta molto chiaramente il disagio che sta sperimentando. Lo spazio qua dedicato è purtroppo limitato e la situazione avrebbe sicuramente bisogno di un approfondimento. Io le consiglierei, oltre all'inizio di un percorso di psicoterapia, una visita con un medico Psichiatra. E' molto tempo che lei convive con questo disagio e dalla sua descrizione credo possa esserle molto utile un approccio interdisciplinare che coinvolga le due figure professionali. Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti.
Salve, credo che sia opportuno per lei intraprendere al più presto un percorso psicologico per interrompere questa catena di pensieri. Buona giornata. Dott. Fiori
Salve, questo modo ridondante di “riflessione” sui contenuti dei propri pensieri merita un approfondimento Ovviamente nella sua descrizione mancano dato ammetato o che Andrebbero indagati . Le consiglio una visita psichiatrica è una valutazione da psicoterapeuta Esperto in disturbo dell’umore. Da quello che racconta potrebbe esserci una accelerazione del Pensiero che va io indagata. Ovviamente senza corretta valutaZione attraverso anamnesi completa , attraverso colloquio Questo non è possibile Cordialmente
Salve. Si conceda di prendersi cura di sé intraprendendo un percorso psicoterapeutico che la faccia uscire dalla modalità giudicante che le "assegna i compiti". Nella mia esperienza, è importante comprendere a cosa serve il giudice interiore, quanto può essere importante per lei avere dei punti di riferimento che non riesce ad avere diversamente, quanto può essere presente la vergogna, ecc. Riportare alle sensazioni, alle emozioni, alle reazioni fisiche che si attivano, integrando i vissuti psicocorporei, può stimolare la fiducia in sé che fa emergere le fragilità che sembravano inaccettabili, rendendosi conto che possono diventare punti di forza. Distinti saluti
Salve, Le consiglio di richiedere una consulenza psicologica in modo da mettere a fuoco la sua richiesta e capire come proseguire. Rimango a disposizione. Bicchi
Buongiorno, da quello che scrive si percepisce il suo profondo disagio e stato di confusione che tutto ciò le sta provocando. Come hanno già accennato i miei colleghi, una diagnosi psicologica seguita da un percorso terapeutico potrebbe esserle utile nell'approfondire la sua situazione e trovare la possibilità di raggiungere un maggior stato di benessere. Le auguro di ritrovare un po' di serenità al più presto, un caro saluto.
Gentile utente di mio dottore, sarebbe opportuno che iniziasse un percorso di psicoterapia al fine di poter meglio comprendere le funzioni relazionali del sintomo e dei suoi pensieri. Con un percorso psicoterapico potrebbe ricostruire la sua storia guardandola con occhi differenti riuscendo cosi a capire la genesi di questi pensieri ed il loro significato più profondo. Non perda altro tempo, e si affidi quanto prima ad uno specialista della sua zona. Cordiali Saluti Dott. Diego Ferrara
Buongiorno, la situazione che vive richiede una grande sforzo e consuma molte energie mentali. Ritengo che alleggerirsi e trovare una soluzione sia una forma di rispetto verso se stesso, per cui le consiglio di prenotare una visita con uno psicoterapeuta e valutare il da farsi. Cordiali saluti Dott.ssa Valeria Randisi
Buongiorno, hai bisogno di aiuto per guardare più da vicino il modo in cui ti parli e fare chiarezza n tuo dialogo interno. Ti invito ad iniziare un percorso di psicoterapia che ti aiuterà a comprenderti meglio. Buon lavoro. Cordiali saluti dottoressa Adriana Casile
Buongiorno, potrebbe essere una forma di disturbo del pensiero e potrebbe necessitare di un supporto farmacologico, le consiglierei un parere di uno psichiatra che ne possa valutare l'entità e poi un supporto psicologico per la gestione di tutto il resto. Non è necessario rivolgersi ad un privato, può farsi fare un'impegnativa dal suo medico di base
Salve, credo che a fronte della complessità del disagio che sta sperimentando le potrebbe essere di grande aiuto rivolgersi ad un professionista della salute mentale. Cordiali saluti
Buonasera, da ciò che riporta sembrano esserci pensieri intrusivi e ritualizzati. Sarebbe però necessario conoscere informazioni maggiori per poter porre una corretta anamnesi. Dice che sono 5 anni che si trova in questa situazione, la quale certamente le reca dispendio di energia e tempo. Potrebbe riflettere se sia giunto il momento di farsi aiutare con un percorso psicologico, per riuscire a bloccare questo fluire di pensieri. Lavorare su di sé, sui suoi vissuti potrà giovarle nel ritrovare il giusto modo di vivere se stesso e le situazioni. Resto a disposizione per qualunque chiarimento un caro saluto dottoressa Paola De Martino
Buongiorno, prenda in considerazione un percorso dove poter far emergere cause e potenziali occasioni in cui poterle affrontarle. Saluti MT
Buona sera, mi spiace molto per il disagio che sta provando, anzi, penso più ad un senso di smarrimento. Dal racconto si potrebbe ipotizzare l'instaurarsi di forme ritualizzate che per tanto, troppo tempo le hanno permesso di andare avanti senza interferire troppo nella sua vita quotidiana, nascondendo forse dell'altro e soprattutto cronicizzandosi. Credo fortemente che un approccio duale di psichiatria e psicologia potrebbe, in questo delicato momento, aiutarla. saluti dott.ssa Giovannina Marasco
Gentilissimo, leggendo le sue riflessioni emerge chiaramente una percezione alterata della sua identità sociale, probabilmente tale alterazione è da ricercare negli schemi di apprendimento primario che lei ha maturato nei rapporti materni e paterni. Dare consigli su un quadro clinico così complesso risulta difficile. Certamente sarà da monitorare quali siano stati i fattori che la portano a crearsi sovrastrutture "giudicanti". Se ritiene sono a disposizione per primo contatto on line previo appuntamento in piattaforma
Gentile utente, la situazione che descrive sembra riflettere un conflitto interno tra il Suo vero sé e le diverse "maschere" che si sente costretto a indossare in presenza degli altri. Questo processo può portare a una sensazione di smarrimento e al sentirsi intrappolati in cicli di pensieri che sembrano fornire sollievo solo momentaneo. È come se cercasse di adattarsi e cercare una formula magica per sentirsi a proprio agio, ma ogni volta l'illusione svanisce, lasciandola di nuovo insoddisfatta. È comprensibile che questo ciclo possa essere estenuante e destabilizzante. Potrebbe esserle utile iniziare un percorso che la guidi nella comprensione delle vere radici di queste dinamiche, esplorando ciò che cerca di esprimere attraverso queste formule e quale parte di sé sente di dover nascondere o proteggere. Consideri di intraprendere un percorso di supporto psicologico, dove possa trovare uno spazio sicuro per esprimere liberamente queste emozioni e riflettere sulle esperienze che contribuiscono a questo stato d'animo. Questo tipo di lavoro può aiutarla a integrare le diverse parti del Suo essere in modo più coerente e soddisfacente. La invito a contattarmi per esplorare insieme queste dinamiche e per lavorare verso una maggiore comprensione e integrazione personale. Cordialmente, Dottoressa Laura Lanocita
Grazie per aver condiviso ciò che sta vivendo. Quello che descrive sembra essere un'esperienza molto intensa e faticosa, con un forte senso di frammentazione dell'identità e un continuo tentativo di trovare strategie per sentirsi a proprio agio. È comprensibile che dopo cinque anni si senta esausto e senza risposte. Ha mai avuto modo di confrontarsi con un professionista della salute mentale su questi vissuti? Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio questi schemi di pensiero e trovare strategie più efficaci e durature per stare meglio. Non deve affrontare tutto questo da solo.
Gentilissimo, le consiglierei di partire da un consulto con uno psichiatra che la possa ascoltare con pazienza e interesse. Dopodichè, sono questioni che si possono affrontare in terapia ad esempio interrogandosi su cosa accade anche all'esterno della sua testa: che vita fa, chi incontra, cosa pensa del mondo circostante.
Gentile utente, quello che descrive è un vissuto di profonda confusione interiore e stanchezza mentale, che merita tutta la sua attenzione e la presa in carico adeguata. Le parole con cui racconta il suo stato sono estremamente lucide e rivelano che lei è consapevole di ciò che le accade, anche se a volte ha la sensazione di “perdersi”. Le strategie che mette in atto — le “formule”, i tentativi di controllare i pensieri, il comportamento o l’immagine di sé — sembrano il modo con cui la sua mente cerca da tempo di ricostruire un senso di coerenza e controllo, ma finiscono per intrappolarla in un circolo di sollievo temporaneo e ricaduta. Questo meccanismo è comune nei disturbi d’ansia e nelle forme ossessive più rigide, ma può anche essere espressione di un funzionamento più complesso in cui il sé oscilla tra stati diversi, lasciandola senza una percezione stabile di chi è davvero. La cosa più importante, ora, è che non resti solo in questo tentativo di comprendersi: la sofferenza che descrive non può essere gestita solo con la forza di volontà. Le suggerisco di: Contattare al più presto uno psichiatra, spiegando in modo diretto tutto ciò che ha scritto qui. Non è un passo estremo, ma il modo più rapido per ricevere una valutazione clinica accurata e capire se vi sia una base ansiosa, depressiva o dissociativa che richiede un trattamento mirato. Affiancare una psicoterapia continuativa (non solo di sostegno, ma orientata alla comprensione profonda dei meccanismi di controllo e frammentazione del sé). Un terapeuta potrà aiutarla a ricostruire un senso di identità più stabile e autentico, lavorando sulla parte di sé che oggi cerca sollievo attraverso le “formule”. Non colpevolizzarsi per il fatto di cambiare stato o atteggiamento. Non significa che lei “non sa chi è”, ma che la mente, per anni, ha imparato a funzionare in modalità di sopravvivenza — adattandosi di continuo. Con l’aiuto giusto, potrà lentamente ritrovare una forma più stabile e naturale di sé. La stanchezza e il senso di svuotamento che prova sono il segnale che ha davvero bisogno di cura, non di ulteriore sforzo di controllo. Esiste un modo per stare meglio, ma richiede di affidarsi a un professionista che possa accompagnarla passo dopo passo fuori da questo meccanismo. Il fatto che abbia deciso di scrivere e chiedere aiuto è, di per sé, un atto di forza e consapevolezza: il primo passo per tornare a sentirsi intero e libero da questo “loop” mentale che la intrappola. Dott.ssa Sara Petroni
Buonasera, sono la dottoressa Nunzia Sasso, psicologa. Ti ringrazio per aver condiviso questo sfogo così intimo e profondo. Sento tutta la tua stanchezza: vivere per cinque anni in un loop dove la propria identità dipende da una "formula" mentale è un compito estenuante. Quello che descrivi è un meccanismo di iper-controllo cognitivo molto strutturato, un tentativo della tua mente di proteggerti da un vuoto o da un’ansia sociale che percepisci come una minaccia alla tua integrità. In psicologia, questo cambio di personalità basato su istruzioni (come essere sarcastico o menefreghista) può essere interpretato come la costruzione di un Falso Sé. Queste formule non sono vere soluzioni, ma stampelle: ti servono per gestire l'interazione con l'altro, che altrimenti risulterebbe imprevedibile e terrorizzante. L'euforia che provi quando ne trovi una nuova è l'illusione di aver finalmente ottenuto il "manuale d'istruzioni" per stare al mondo, ma è una sensazione fragile perché non nasce da un'emozione reale, ma da una regola logica. Il fatto che tu stia "finendo le parole" e che esse perdano di significato è, paradossalmente, un segnale importante. Significa che il tuo sistema difensivo sta crollando perché non regge più la finzione. La stanchezza e il sentirsi "nessuno" quando non hai formule indicano che il tuo Io autentico è rimasto in ombra per troppo tempo, schiacciato dal dovere di controllare ogni muscolo facciale e ogni parola per corrispondere a un'immagine precisa. Quando rimani fisso a guardare il vuoto mentre ti gridi mentalmente "PARLA", entri in uno stato di congelamento (freezing). La tua energia mentale è totalmente assorbita dal monitoraggio interno e non ne resta per la comunicazione spontanea. Non sei tu a essere incapace, è la tua "centrale di controllo" che è andata in sovraccarico. Vivere in questo modo per cinque anni ha logorato le tue risorse. Il mio consiglio è di smettere di cercare la "parola magica" del giorno e accettare, anche se fa paura, quel senso di vuoto che provi quando sei in silenzio: è proprio lì, sotto quelle maschere stanche, che si trova la tua vera essenza che chiede di essere ascoltata senza filtri. Ti suggerisco vivamente di intraprendere un percorso psicoterapeutico. Hai bisogno di uno spazio protetto dove il "fare una certa figura" non sia richiesto, per capire cosa temi che accadrebbe se smettessi di recitare. Se questo stato di confusione tra riso e pianto dovesse farsi troppo intenso, considera anche un breve supporto medico per abbassare la quota d'ansia e permetterti di respirare. Non sei una scatola vuota; sei una persona che ha usato una strategia incredibilmente complessa per proteggersi, ma ora quella strategia è diventata la tua prigione. È possibile uscirne. Ti andrebbe di dirmi se avevi già pensato di parlarne con qualcuno dal vivo o se questo è il tuo primo vero sfogo dopo tanto tempo?
Buongiorno, dal modo in cui descrive ciò che sta vivendo emerge una sofferenza molto intensa, ma anche una grande lucidità nell’osservarsi. E questo è un aspetto importante. Lei non sta semplicemente raccontando di sentirsi “timido” o “insicuro”: sta descrivendo una condizione mentale in cui sembra esserci una continua lotta interna tra ciò che sente spontaneamente e ciò che pensa di dover essere per riuscire a stare con gli altri, sentirsi adeguato o avere valore. Colpisce molto questa sensazione di dover continuamente costruire una versione di sé attraverso formule, parole, atteggiamenti, quasi come se la sua mente cercasse disperatamente una “chiave definitiva” per riuscire finalmente a funzionare bene nelle relazioni e sentirsi stabile. Per un momento trova una regola che sembra darle sicurezza, energia, identità. Poi però quella regola perde forza, smette di funzionare, e il vuoto torna. E allora la mente riparte subito alla ricerca della formula successiva. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, questo meccanismo può diventare estremamente faticoso perché la persona finisce per vivere costantemente monitorando sé stessa. Invece di stare davvero nella relazione con l’altro, l’attenzione si sposta continuamente all’interno: “Come sto parlando?”, “Che impressione do?”, “Sto risultando interessante?”, “Sto interpretando bene il personaggio che devo essere?”. A quel punto anche una semplice conversazione può trasformarsi in uno sforzo mentale enorme. Quando scrive che la sua testa continua a darle istruzioni, quasi come un regista interno che controlla ogni gesto, ogni tono, ogni espressione, sta descrivendo qualcosa che spesso porta la persona a sentirsi scollegata dalla spontaneità. Non si vive più il momento, ma si tenta continuamente di gestirlo mentalmente. E più si cerca di controllarsi, più il comportamento naturale rischia di bloccarsi. Per questo a volte resta in silenzio pur ripetendosi mentalmente “parla”: perché una parte della mente sta cercando di forzare qualcosa che dovrebbe invece fluire in modo più spontaneo. È comprensibile che dopo anni così si senta stanco. Vivere costantemente cercando di “diventare qualcuno” attraverso strategie mentali può dare inizialmente una sensazione di controllo o potenza, ma nel lungo periodo rischia di svuotare profondamente. E infatti la frase forse più significativa del suo messaggio è quando dice: “quando non ho nessuna parola in mente io divento nessuno”. Qui sembra esserci un nodo molto importante: come se senza una formula da seguire facesse fatica a percepire un’identità stabile, autentica, sufficiente. Spesso chi vive queste dinamiche sviluppa l’idea implicita che il proprio modo spontaneo di essere non basti, non sia interessante, forte o accettabile. Così nasce il bisogno continuo di correggersi, reinventarsi, modellarsi. Ma il problema è che la mente non si ferma mai, perché ogni nuova “versione di sé” porta un sollievo temporaneo, non una stabilità reale. Mi sembra importante anche dirle una cosa con delicatezza ma chiarezza: il fatto che lei riesca a descrivere così bene questi processi non significa che debba affrontarli da solo continuando ad analizzarsi all’infinito. Anzi, a volte le persone molto autoanalitiche rischiano di restare intrappolate proprio nel tentativo continuo di capirsi mentalmente senza riuscire davvero a uscire dal loop. Credo che un percorso psicologico potrebbe esserle molto utile proprio per questo motivo. Non tanto per trovare “la formula giusta”, ma per interrompere gradualmente il bisogno stesso di vivere attraverso formule. Un lavoro cognitivo comportamentale, in questi casi, spesso aiuta a comprendere i meccanismi di autosservazione continua, il rapporto con il giudizio degli altri, la costruzione dell’autostima e il motivo per cui il cervello sente il bisogno di creare continuamente personaggi o modalità da interpretare. E soprattutto potrebbe aiutarla a fare un passaggio molto importante: smettere gradualmente di chiedersi “chi devo essere per andare bene?” e iniziare a capire chi è quando non sta combattendo continuamente con sé stesso. Il fatto che oggi senta di essere arrivato a un limite, per quanto doloroso, potrebbe anche rappresentare un momento importante. Perché spesso è proprio quando le vecchie strategie smettono di funzionare che diventa possibile iniziare a costruire qualcosa di più autentico e stabile. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.













