Faccio fatica a reggere la depressione del mio ragazzo. Da un anno e mezzo ho una relazione con un
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Faccio fatica a reggere la depressione del mio ragazzo.
Da un anno e mezzo ho una relazione con un ragazzo (io 26 anni, lui 29) che fin da subito si è dimostrato essere molto rispettoso ed educato nei miei confronti e con la quale ho instaurato un rapporto stabile di fiducia e di amore.
Il mio ragazzo coltiva poco le sue relazioni di amicizia, parla molto poco, è tendenzialmente portato alla logica ed esprime poco le sue emozioni. Da aprile sta vivendo un burnout lavorativo che lo rende costantemente insoddisfatto, con me ne parla e mi ripete di essere ko, di arrivare a sera esaurito, dice costantemente di voler andare all'estero, di voler cambiare lavoro o di volersi ritagliare più spazio per se stesso. Sono tutte cose che dice ma che poi puntualmente non fa, seppur io lo abbia più volte supportato e spronato.
E' spesso ripiegato sul passato e tende a rimuginare parecchio sulla sua infanzia e la sua adolescenza. Mi ha detto di sentirsi vuoto e di aver vissuto un'adolescenza molto ritirata, nel quale ha fatto fatica a sciogliersi e sentirsi incluso in un gruppo, stessa cosa il periodo universitario; poi raccontandomi di sè è arrivato alla conclusione di non essersi mai sciolto in vita sua e di non essersi mai divertito, cosa che attribuisce al carattere apprensivo della madre quando era piccolo. Una madre che ad oggi rimane sempre molto presente in ogni sua giornata.
Io purtroppo nei mesi non ho visto diminuire la mia insofferenza verso questo suo lato del carattere così ripiegato su se stesso e questo crogiolo, anche perchè la situazione è peggiorata: fisicamente ha spesso degli acciacchi, a livello sessuale mi dice di avere poca libido e anche nei momenti in cui io stessa sono felice faccio fatica ad includerlo nel mio entusiasmo.
Fino a poco fa ho però pensato che il sentimento e l'amore potessero sostenere questa dinamica. Mi accorgo che però quando sono con le amiche o gli amici io sono vitale, energica, socievole. Quando sono con lui finisco per chiudermi e ripiegarmi su me stessa anche io e la cosa mi provoca fastidio. Il fatto che lui non sia mai entusiasta mi fa stare male e mi faccio condizionare a mia volta.
Nelle ultime settimane la sua psicologa gli ha consigliato di andare da uno psichiatra per assumere una cura farmacologica per una depressione maggiore e io mi sento spaccata: da una parte vorrei cercare di stargli vicino; dall'altra sono veramente stanca. Avete dei suggerimenti?
Da un anno e mezzo ho una relazione con un ragazzo (io 26 anni, lui 29) che fin da subito si è dimostrato essere molto rispettoso ed educato nei miei confronti e con la quale ho instaurato un rapporto stabile di fiducia e di amore.
Il mio ragazzo coltiva poco le sue relazioni di amicizia, parla molto poco, è tendenzialmente portato alla logica ed esprime poco le sue emozioni. Da aprile sta vivendo un burnout lavorativo che lo rende costantemente insoddisfatto, con me ne parla e mi ripete di essere ko, di arrivare a sera esaurito, dice costantemente di voler andare all'estero, di voler cambiare lavoro o di volersi ritagliare più spazio per se stesso. Sono tutte cose che dice ma che poi puntualmente non fa, seppur io lo abbia più volte supportato e spronato.
E' spesso ripiegato sul passato e tende a rimuginare parecchio sulla sua infanzia e la sua adolescenza. Mi ha detto di sentirsi vuoto e di aver vissuto un'adolescenza molto ritirata, nel quale ha fatto fatica a sciogliersi e sentirsi incluso in un gruppo, stessa cosa il periodo universitario; poi raccontandomi di sè è arrivato alla conclusione di non essersi mai sciolto in vita sua e di non essersi mai divertito, cosa che attribuisce al carattere apprensivo della madre quando era piccolo. Una madre che ad oggi rimane sempre molto presente in ogni sua giornata.
Io purtroppo nei mesi non ho visto diminuire la mia insofferenza verso questo suo lato del carattere così ripiegato su se stesso e questo crogiolo, anche perchè la situazione è peggiorata: fisicamente ha spesso degli acciacchi, a livello sessuale mi dice di avere poca libido e anche nei momenti in cui io stessa sono felice faccio fatica ad includerlo nel mio entusiasmo.
Fino a poco fa ho però pensato che il sentimento e l'amore potessero sostenere questa dinamica. Mi accorgo che però quando sono con le amiche o gli amici io sono vitale, energica, socievole. Quando sono con lui finisco per chiudermi e ripiegarmi su me stessa anche io e la cosa mi provoca fastidio. Il fatto che lui non sia mai entusiasta mi fa stare male e mi faccio condizionare a mia volta.
Nelle ultime settimane la sua psicologa gli ha consigliato di andare da uno psichiatra per assumere una cura farmacologica per una depressione maggiore e io mi sento spaccata: da una parte vorrei cercare di stargli vicino; dall'altra sono veramente stanca. Avete dei suggerimenti?
Gentile utente,
da ciò che scrivi sei una ragazza molto giovane e il fatto di amare una persona non implica il doversi annullare per essa. Tu sei coinvolta in una relazione sentimentale con una persona che è complessa e sofferente e che ti sta, suo malgrado, trascinando nella sua sofferenza, costringendoti a spegnere delle parti vitali della tua personalità. Se la psicologa gli ha consigliato un consulto psichiatrico e lui prende effettivamente in mano questa situazione iniziando una terapia antidepressiva, magari puoi restargli accanto per sostenerlo e capire se ci siano dei miglioramenti. Prova a sondare le sue intenzioni concrete su questo e a dirgli che così non si può proseguire. Se serve e ti va, aiutalo a cercare uno specialista e accompagnalo se puoi e te la senti.
Diversamente, per quanto possa essere sicuramente una scelta pesante, forse ti servirebbe allontanarti per non privarti della possibilità di vivere la tua vita come desideri, divertendoti e senza "ripiegarti su te stessa", come dici tu.
In bocca al lupo!
Un caro saluto,
dr.ssa Andreina Piscitelli
da ciò che scrivi sei una ragazza molto giovane e il fatto di amare una persona non implica il doversi annullare per essa. Tu sei coinvolta in una relazione sentimentale con una persona che è complessa e sofferente e che ti sta, suo malgrado, trascinando nella sua sofferenza, costringendoti a spegnere delle parti vitali della tua personalità. Se la psicologa gli ha consigliato un consulto psichiatrico e lui prende effettivamente in mano questa situazione iniziando una terapia antidepressiva, magari puoi restargli accanto per sostenerlo e capire se ci siano dei miglioramenti. Prova a sondare le sue intenzioni concrete su questo e a dirgli che così non si può proseguire. Se serve e ti va, aiutalo a cercare uno specialista e accompagnalo se puoi e te la senti.
Diversamente, per quanto possa essere sicuramente una scelta pesante, forse ti servirebbe allontanarti per non privarti della possibilità di vivere la tua vita come desideri, divertendoti e senza "ripiegarti su te stessa", come dici tu.
In bocca al lupo!
Un caro saluto,
dr.ssa Andreina Piscitelli
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È comprensibile sentirsi divisa: volerlo sostenere ma anche essere stanca. Stare accanto a una persona depressa può essere molto impegnativo.
Il punto chiave è che lei non può curarlo, può solo essergli vicina entro limiti sostenibili per il suo benessere. Il fatto che stia seguendo un percorso e valuti una terapia farmacologica è positivo, ma la responsabilità del cambiamento resta sua.
Proteggere i suoi spazi, le amicizie e ciò che la fa sentire vitale non è egoismo, è equilibrio. Se la fatica è alta, uno spazio psicologico per lei può aiutarla a chiarire cosa è sostenibile e cosa no.
Il punto chiave è che lei non può curarlo, può solo essergli vicina entro limiti sostenibili per il suo benessere. Il fatto che stia seguendo un percorso e valuti una terapia farmacologica è positivo, ma la responsabilità del cambiamento resta sua.
Proteggere i suoi spazi, le amicizie e ciò che la fa sentire vitale non è egoismo, è equilibrio. Se la fatica è alta, uno spazio psicologico per lei può aiutarla a chiarire cosa è sostenibile e cosa no.
Salve, quello che descrive non è egoismo ma una fatica relazionale che sembra distinguersi in almeno in tre punti: il dolore per la sua sofferenza, la frustrazione per l'immobilità del suo fidanzato e la paura di spegnersi accanto a lui.
Il suo fidanzato sembra attraversare un quadro depressivo importante: burnout, ruminazione sul passato, senso di vuoto, calo della libido, affaticamento fisico, difficoltà a provare entusiasmo. Il fatto che la psicologa abbia proposto una valutazione psichiatrica indica che la situazione è clinicamente rilevante.
Credo valga la pena sottolineare questo punto: lei non è la sua terapeuta né la sua salvatrice. Quando dice di averlo spronato, sostenuto, incoraggiato e lui continua a dire ma non fare, sta sperimentando una dinamica tipica: il partner “funzionante” prova a trainare quello depresso.
L’ambivalenza che sente è una diretta conseguenza: la parte che vuole stargli vicino parla del suo affetto mentre la parte stanca parla del suo limite. Entrambe sono legittime. Lei puoi comprendere la sua depressione ma non è obbligata a sacrificare la sua vitalità per sostenerla: anzi, i confini sono preziosi!
Se lui iniziasse una cura e le cose migliorassero lentamente, lei avrebbe ancora desiderio di esserci? Sta restando per amore o per senso di responsabilità?
Stargli accanto deve essere una scelta d’amore, non una rinuncia a sè stessa.
Se desidera possiamo esplorare meglio cosa la tiene ancora lì e cosa invece la sta allontanando. Un saluto
Il suo fidanzato sembra attraversare un quadro depressivo importante: burnout, ruminazione sul passato, senso di vuoto, calo della libido, affaticamento fisico, difficoltà a provare entusiasmo. Il fatto che la psicologa abbia proposto una valutazione psichiatrica indica che la situazione è clinicamente rilevante.
Credo valga la pena sottolineare questo punto: lei non è la sua terapeuta né la sua salvatrice. Quando dice di averlo spronato, sostenuto, incoraggiato e lui continua a dire ma non fare, sta sperimentando una dinamica tipica: il partner “funzionante” prova a trainare quello depresso.
L’ambivalenza che sente è una diretta conseguenza: la parte che vuole stargli vicino parla del suo affetto mentre la parte stanca parla del suo limite. Entrambe sono legittime. Lei puoi comprendere la sua depressione ma non è obbligata a sacrificare la sua vitalità per sostenerla: anzi, i confini sono preziosi!
Se lui iniziasse una cura e le cose migliorassero lentamente, lei avrebbe ancora desiderio di esserci? Sta restando per amore o per senso di responsabilità?
Stargli accanto deve essere una scelta d’amore, non una rinuncia a sè stessa.
Se desidera possiamo esplorare meglio cosa la tiene ancora lì e cosa invece la sta allontanando. Un saluto
Buongiorno,
lei è portatrice di una istanza di coppia ed è in un percorso di coppia che andrebbero affrontate le problematiche qui riportate. Ne parli con il suo ragazzo, sarebbe una occasione evolutiva per entrambi.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
lei è portatrice di una istanza di coppia ed è in un percorso di coppia che andrebbero affrontate le problematiche qui riportate. Ne parli con il suo ragazzo, sarebbe una occasione evolutiva per entrambi.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buonasera, credo che dovrebbe concentrarsi maggiormente su se stessa e non pensare solo alla vita del Suo compagno. Lei lo vorrebbe salvare da se stesso, ma non lo può fare. Credo sia opportuno concentrarsi maggiormente su ciò che Lei vorrebbe realizzare e penso sia opportuno scoprire le Sue emozioni in un percorso di psicoterapia che Le faccia apprezzare di più la Sua indipendenza. Il suo compagno non è solo depresso, ma si lamenta per avere la Sua attenzione e quella di altri. In realtà teme di essere lasciato solo nel Suo malessere! Credo sia opportuno che inizi una cura farmacologica per stare meglio, senza troppo appoggiarsi su di Lei. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Gentile Signora,
quello che descrive è molto comprensibile e umano. Stare accanto a una persona che attraversa una possibile depressione maggiore può essere estremamente faticoso, anche quando il sentimento è sincero.
Dal suo racconto emergono due livelli diversi ma entrambi importanti:
1) Il suo ragazzo, che sembra vivere un quadro di forte esaurimento emotivo, rimuginio sul passato, senso di vuoto, calo della libido, stanchezza persistente — segnali compatibili con una condizione depressiva per la quale la sua psicologa ha ritenuto opportuno un invio allo psichiatra. Questo, va detto, è un passaggio di cura serio e responsabile, non un fallimento.
2) Lei, che progressivamente si sente spegnere, si chiude quando è con lui, fatica a condividere entusiasmo e vitalità, e vive un conflitto interno tra il desiderio di sostenerlo e il bisogno di tutelare la propria energia.
È fondamentale sottolineare un aspetto:
l’amore non è una terapia e un partner non può diventare il regolatore emotivo esclusivo dell’altro. Quando questo accade, anche in modo non intenzionale, il rischio è che la relazione diventi sbilanciata e che chi sostiene inizi a sentirsi svuotato.
Il fatto che lei si senta “spaccata” non significa che sia egoista; significa che sta percependo un sovraccarico. La stanchezza emotiva è un segnale da ascoltare.
Alcuni spunti di riflessione:
- Lei può stargli accanto, ma non può “guarirlo”. Il percorso terapeutico e farmacologico (se confermato dallo psichiatra) è una responsabilità personale di lui.
- È sano che lei mantenga spazi vitali propri, relazioni amicali e momenti in cui si sente energica. Non è tradimento emotivo, è equilibrio.
- Si chieda non solo quanto lo ama, ma come sta lei dentro questa relazione oggi.
- Potrebbe essere utile anche per lei uno spazio psicologico personale, per chiarire i suoi limiti, i suoi bisogni e capire se sta assumendo un ruolo di “salvatrice” che nel lungo periodo la consuma.
Una relazione può attraversare momenti difficili, ma non dovrebbe farle perdere sistematicamente vitalità e autenticità. La cura dell’altro non può avvenire a scapito della cura di sé.
Il suo dubbio non è una mancanza di amore: è un segnale di consapevolezza.
Prendersi uno spazio per riflettere non significa abbandonare qualcuno, ma scegliere con lucidità.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
quello che descrive è molto comprensibile e umano. Stare accanto a una persona che attraversa una possibile depressione maggiore può essere estremamente faticoso, anche quando il sentimento è sincero.
Dal suo racconto emergono due livelli diversi ma entrambi importanti:
1) Il suo ragazzo, che sembra vivere un quadro di forte esaurimento emotivo, rimuginio sul passato, senso di vuoto, calo della libido, stanchezza persistente — segnali compatibili con una condizione depressiva per la quale la sua psicologa ha ritenuto opportuno un invio allo psichiatra. Questo, va detto, è un passaggio di cura serio e responsabile, non un fallimento.
2) Lei, che progressivamente si sente spegnere, si chiude quando è con lui, fatica a condividere entusiasmo e vitalità, e vive un conflitto interno tra il desiderio di sostenerlo e il bisogno di tutelare la propria energia.
È fondamentale sottolineare un aspetto:
l’amore non è una terapia e un partner non può diventare il regolatore emotivo esclusivo dell’altro. Quando questo accade, anche in modo non intenzionale, il rischio è che la relazione diventi sbilanciata e che chi sostiene inizi a sentirsi svuotato.
Il fatto che lei si senta “spaccata” non significa che sia egoista; significa che sta percependo un sovraccarico. La stanchezza emotiva è un segnale da ascoltare.
Alcuni spunti di riflessione:
- Lei può stargli accanto, ma non può “guarirlo”. Il percorso terapeutico e farmacologico (se confermato dallo psichiatra) è una responsabilità personale di lui.
- È sano che lei mantenga spazi vitali propri, relazioni amicali e momenti in cui si sente energica. Non è tradimento emotivo, è equilibrio.
- Si chieda non solo quanto lo ama, ma come sta lei dentro questa relazione oggi.
- Potrebbe essere utile anche per lei uno spazio psicologico personale, per chiarire i suoi limiti, i suoi bisogni e capire se sta assumendo un ruolo di “salvatrice” che nel lungo periodo la consuma.
Una relazione può attraversare momenti difficili, ma non dovrebbe farle perdere sistematicamente vitalità e autenticità. La cura dell’altro non può avvenire a scapito della cura di sé.
Il suo dubbio non è una mancanza di amore: è un segnale di consapevolezza.
Prendersi uno spazio per riflettere non significa abbandonare qualcuno, ma scegliere con lucidità.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
Buongiorno,
Capisco bene la tua “spaccatura”: da una parte l’amore e la stima per una persona rispettosa, dall’altra la fatica di vivere accanto a qualcuno che da mesi è svuotato, rimugina, non riesce a tradurre in azioni ciò che dice e finisce per trascinarti verso il basso. È una situazione molto comune per chi sta accanto a una persona depressa: non è cattiveria né mancanza di sentimento, è che la depressione è contagiosa sul piano emotivo e relazionale, soprattutto quando l’altro diventa l’unico contenitore.
È importante riconoscere due cose. La prima: il fatto che lui stia valutando una cura farmacologica su indicazione clinica non significa “è finita” o “è grave per forza”, significa che il quadro è tale da richiedere un sostegno più robusto, e può essere un passaggio utile per ridurre il vuoto, l’inerzia, la ruminazione e la perdita di libido. La seconda: tu non puoi “tirarlo fuori” con l’amore o con lo sprone. Quando dici che lui dice cose (cambiare lavoro, estero, ritagliarsi spazio) ma poi non le fa, è molto compatibile con la depressione e con il burnout: la volontà c’è a parole, ma l’energia e l’iniziativa sono bloccate. Continuare a spronare, alla lunga, rischia di metterti nel ruolo di allenatrice/madre e di farvi perdere la dimensione di coppia.
Quello che stai notando in te è un segnale da ascoltare: con amici sei vitale, con lui ti chiudi. Non è “colpa tua” né “colpa sua”: è l’effetto di un clima relazionale in cui manca ossigeno. Se tu ti spegni per adattarti, alla lunga accumuli fastidio e risentimento, e quello logora la relazione quanto la depressione stessa.
In termini pratici, spesso aiuta molto distinguere vicinanza da fusione: stargli vicino non significa assorbire il suo buio. Puoi esserci senza diventare l’unica fonte di energia, e questo passa anche dal preservare i tuoi spazi (amicizie, interessi, leggerezza) senza sentirti in colpa. Paradossalmente, proteggere te stessa è anche un modo di proteggere la coppia, perché evita che tu entri in burnout “di riflesso”.
Un altro punto cruciale è il confine tra supporto e responsabilità: puoi sostenerlo nel prendersi cura di sé (terapia, visita psichiatrica, scelte lavorative), ma non puoi sostituirti a lui. Se ti accorgi che il rapporto sta diventando un luogo in cui tu dai e lui “si appoggia” senza movimento, è legittimo nominare la tua stanchezza e il tuo bisogno di reciprocità, senza colpevolizzarlo. Non come ultimatum, ma come realtà: “ti voglio bene, ma io non riesco a reggere da sola questo peso”.
Infine, vista l’intensità del carico che stai portando, può essere utile anche per te avere uno spazio tuo (qualche colloquio individuale, o un percorso breve) per capire come stare accanto a lui senza annullarti, come comunicare i confini senza sentirti egoista, e come orientarti se la situazione dovesse restare ferma a lungo. A volte anche alcuni colloqui di coppia, in parallelo alle sue cure, aiutano a rimettere al centro la relazione e a ridistribuire i pesi.
In sintesi, è legittimo volergli bene e, insieme, essere stanca. La domanda non è “resto o lo lascio” oggi, ma “come posso restare presente senza spegnermi, e quali condizioni minime mi servono perché questa relazione resti un posto anche per me”.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Capisco bene la tua “spaccatura”: da una parte l’amore e la stima per una persona rispettosa, dall’altra la fatica di vivere accanto a qualcuno che da mesi è svuotato, rimugina, non riesce a tradurre in azioni ciò che dice e finisce per trascinarti verso il basso. È una situazione molto comune per chi sta accanto a una persona depressa: non è cattiveria né mancanza di sentimento, è che la depressione è contagiosa sul piano emotivo e relazionale, soprattutto quando l’altro diventa l’unico contenitore.
È importante riconoscere due cose. La prima: il fatto che lui stia valutando una cura farmacologica su indicazione clinica non significa “è finita” o “è grave per forza”, significa che il quadro è tale da richiedere un sostegno più robusto, e può essere un passaggio utile per ridurre il vuoto, l’inerzia, la ruminazione e la perdita di libido. La seconda: tu non puoi “tirarlo fuori” con l’amore o con lo sprone. Quando dici che lui dice cose (cambiare lavoro, estero, ritagliarsi spazio) ma poi non le fa, è molto compatibile con la depressione e con il burnout: la volontà c’è a parole, ma l’energia e l’iniziativa sono bloccate. Continuare a spronare, alla lunga, rischia di metterti nel ruolo di allenatrice/madre e di farvi perdere la dimensione di coppia.
Quello che stai notando in te è un segnale da ascoltare: con amici sei vitale, con lui ti chiudi. Non è “colpa tua” né “colpa sua”: è l’effetto di un clima relazionale in cui manca ossigeno. Se tu ti spegni per adattarti, alla lunga accumuli fastidio e risentimento, e quello logora la relazione quanto la depressione stessa.
In termini pratici, spesso aiuta molto distinguere vicinanza da fusione: stargli vicino non significa assorbire il suo buio. Puoi esserci senza diventare l’unica fonte di energia, e questo passa anche dal preservare i tuoi spazi (amicizie, interessi, leggerezza) senza sentirti in colpa. Paradossalmente, proteggere te stessa è anche un modo di proteggere la coppia, perché evita che tu entri in burnout “di riflesso”.
Un altro punto cruciale è il confine tra supporto e responsabilità: puoi sostenerlo nel prendersi cura di sé (terapia, visita psichiatrica, scelte lavorative), ma non puoi sostituirti a lui. Se ti accorgi che il rapporto sta diventando un luogo in cui tu dai e lui “si appoggia” senza movimento, è legittimo nominare la tua stanchezza e il tuo bisogno di reciprocità, senza colpevolizzarlo. Non come ultimatum, ma come realtà: “ti voglio bene, ma io non riesco a reggere da sola questo peso”.
Infine, vista l’intensità del carico che stai portando, può essere utile anche per te avere uno spazio tuo (qualche colloquio individuale, o un percorso breve) per capire come stare accanto a lui senza annullarti, come comunicare i confini senza sentirti egoista, e come orientarti se la situazione dovesse restare ferma a lungo. A volte anche alcuni colloqui di coppia, in parallelo alle sue cure, aiutano a rimettere al centro la relazione e a ridistribuire i pesi.
In sintesi, è legittimo volergli bene e, insieme, essere stanca. La domanda non è “resto o lo lascio” oggi, ma “come posso restare presente senza spegnermi, e quali condizioni minime mi servono perché questa relazione resti un posto anche per me”.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Non deve essere semplice sostenere il carico di un ruolo terapeutico che non le spetta, cosi come non deve essere semplice "lasciar andare". Perche non si concede un aiuto anche lei all'interno di uno spazio di ascolto psicologico? Possiamo fissare un primo colloquio conoscitivo online e capire meglio insieme. Lo spazio per lei c'è e deve esserci.
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