Faccio fatica a reggere la depressione del mio ragazzo. Da un anno e mezzo ho una relazione con un
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Faccio fatica a reggere la depressione del mio ragazzo.
Da un anno e mezzo ho una relazione con un ragazzo (io 26 anni, lui 29) che fin da subito si è dimostrato essere molto rispettoso ed educato nei miei confronti e con la quale ho instaurato un rapporto stabile di fiducia e di amore.
Il mio ragazzo coltiva poco le sue relazioni di amicizia, parla molto poco, è tendenzialmente portato alla logica ed esprime poco le sue emozioni. Da aprile sta vivendo un burnout lavorativo che lo rende costantemente insoddisfatto, con me ne parla e mi ripete di essere ko, di arrivare a sera esaurito, dice costantemente di voler andare all'estero, di voler cambiare lavoro o di volersi ritagliare più spazio per se stesso. Sono tutte cose che dice ma che poi puntualmente non fa, seppur io lo abbia più volte supportato e spronato.
E' spesso ripiegato sul passato e tende a rimuginare parecchio sulla sua infanzia e la sua adolescenza. Mi ha detto di sentirsi vuoto e di aver vissuto un'adolescenza molto ritirata, nel quale ha fatto fatica a sciogliersi e sentirsi incluso in un gruppo, stessa cosa il periodo universitario; poi raccontandomi di sè è arrivato alla conclusione di non essersi mai sciolto in vita sua e di non essersi mai divertito, cosa che attribuisce al carattere apprensivo della madre quando era piccolo. Una madre che ad oggi rimane sempre molto presente in ogni sua giornata.
Io purtroppo nei mesi non ho visto diminuire la mia insofferenza verso questo suo lato del carattere così ripiegato su se stesso e questo crogiolo, anche perchè la situazione è peggiorata: fisicamente ha spesso degli acciacchi, a livello sessuale mi dice di avere poca libido e anche nei momenti in cui io stessa sono felice faccio fatica ad includerlo nel mio entusiasmo.
Fino a poco fa ho però pensato che il sentimento e l'amore potessero sostenere questa dinamica. Mi accorgo che però quando sono con le amiche o gli amici io sono vitale, energica, socievole. Quando sono con lui finisco per chiudermi e ripiegarmi su me stessa anche io e la cosa mi provoca fastidio. Il fatto che lui non sia mai entusiasta mi fa stare male e mi faccio condizionare a mia volta.
Nelle ultime settimane la sua psicologa gli ha consigliato di andare da uno psichiatra per assumere una cura farmacologica per una depressione maggiore e io mi sento spaccata: da una parte vorrei cercare di stargli vicino; dall'altra sono veramente stanca. Avete dei suggerimenti?
Da un anno e mezzo ho una relazione con un ragazzo (io 26 anni, lui 29) che fin da subito si è dimostrato essere molto rispettoso ed educato nei miei confronti e con la quale ho instaurato un rapporto stabile di fiducia e di amore.
Il mio ragazzo coltiva poco le sue relazioni di amicizia, parla molto poco, è tendenzialmente portato alla logica ed esprime poco le sue emozioni. Da aprile sta vivendo un burnout lavorativo che lo rende costantemente insoddisfatto, con me ne parla e mi ripete di essere ko, di arrivare a sera esaurito, dice costantemente di voler andare all'estero, di voler cambiare lavoro o di volersi ritagliare più spazio per se stesso. Sono tutte cose che dice ma che poi puntualmente non fa, seppur io lo abbia più volte supportato e spronato.
E' spesso ripiegato sul passato e tende a rimuginare parecchio sulla sua infanzia e la sua adolescenza. Mi ha detto di sentirsi vuoto e di aver vissuto un'adolescenza molto ritirata, nel quale ha fatto fatica a sciogliersi e sentirsi incluso in un gruppo, stessa cosa il periodo universitario; poi raccontandomi di sè è arrivato alla conclusione di non essersi mai sciolto in vita sua e di non essersi mai divertito, cosa che attribuisce al carattere apprensivo della madre quando era piccolo. Una madre che ad oggi rimane sempre molto presente in ogni sua giornata.
Io purtroppo nei mesi non ho visto diminuire la mia insofferenza verso questo suo lato del carattere così ripiegato su se stesso e questo crogiolo, anche perchè la situazione è peggiorata: fisicamente ha spesso degli acciacchi, a livello sessuale mi dice di avere poca libido e anche nei momenti in cui io stessa sono felice faccio fatica ad includerlo nel mio entusiasmo.
Fino a poco fa ho però pensato che il sentimento e l'amore potessero sostenere questa dinamica. Mi accorgo che però quando sono con le amiche o gli amici io sono vitale, energica, socievole. Quando sono con lui finisco per chiudermi e ripiegarmi su me stessa anche io e la cosa mi provoca fastidio. Il fatto che lui non sia mai entusiasta mi fa stare male e mi faccio condizionare a mia volta.
Nelle ultime settimane la sua psicologa gli ha consigliato di andare da uno psichiatra per assumere una cura farmacologica per una depressione maggiore e io mi sento spaccata: da una parte vorrei cercare di stargli vicino; dall'altra sono veramente stanca. Avete dei suggerimenti?
Gentile utente,
da ciò che scrivi sei una ragazza molto giovane e il fatto di amare una persona non implica il doversi annullare per essa. Tu sei coinvolta in una relazione sentimentale con una persona che è complessa e sofferente e che ti sta, suo malgrado, trascinando nella sua sofferenza, costringendoti a spegnere delle parti vitali della tua personalità. Se la psicologa gli ha consigliato un consulto psichiatrico e lui prende effettivamente in mano questa situazione iniziando una terapia antidepressiva, magari puoi restargli accanto per sostenerlo e capire se ci siano dei miglioramenti. Prova a sondare le sue intenzioni concrete su questo e a dirgli che così non si può proseguire. Se serve e ti va, aiutalo a cercare uno specialista e accompagnalo se puoi e te la senti.
Diversamente, per quanto possa essere sicuramente una scelta pesante, forse ti servirebbe allontanarti per non privarti della possibilità di vivere la tua vita come desideri, divertendoti e senza "ripiegarti su te stessa", come dici tu.
In bocca al lupo!
Un caro saluto,
dr.ssa Andreina Piscitelli
da ciò che scrivi sei una ragazza molto giovane e il fatto di amare una persona non implica il doversi annullare per essa. Tu sei coinvolta in una relazione sentimentale con una persona che è complessa e sofferente e che ti sta, suo malgrado, trascinando nella sua sofferenza, costringendoti a spegnere delle parti vitali della tua personalità. Se la psicologa gli ha consigliato un consulto psichiatrico e lui prende effettivamente in mano questa situazione iniziando una terapia antidepressiva, magari puoi restargli accanto per sostenerlo e capire se ci siano dei miglioramenti. Prova a sondare le sue intenzioni concrete su questo e a dirgli che così non si può proseguire. Se serve e ti va, aiutalo a cercare uno specialista e accompagnalo se puoi e te la senti.
Diversamente, per quanto possa essere sicuramente una scelta pesante, forse ti servirebbe allontanarti per non privarti della possibilità di vivere la tua vita come desideri, divertendoti e senza "ripiegarti su te stessa", come dici tu.
In bocca al lupo!
Un caro saluto,
dr.ssa Andreina Piscitelli
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È comprensibile sentirsi divisa: volerlo sostenere ma anche essere stanca. Stare accanto a una persona depressa può essere molto impegnativo.
Il punto chiave è che lei non può curarlo, può solo essergli vicina entro limiti sostenibili per il suo benessere. Il fatto che stia seguendo un percorso e valuti una terapia farmacologica è positivo, ma la responsabilità del cambiamento resta sua.
Proteggere i suoi spazi, le amicizie e ciò che la fa sentire vitale non è egoismo, è equilibrio. Se la fatica è alta, uno spazio psicologico per lei può aiutarla a chiarire cosa è sostenibile e cosa no.
Il punto chiave è che lei non può curarlo, può solo essergli vicina entro limiti sostenibili per il suo benessere. Il fatto che stia seguendo un percorso e valuti una terapia farmacologica è positivo, ma la responsabilità del cambiamento resta sua.
Proteggere i suoi spazi, le amicizie e ciò che la fa sentire vitale non è egoismo, è equilibrio. Se la fatica è alta, uno spazio psicologico per lei può aiutarla a chiarire cosa è sostenibile e cosa no.
Salve, quello che descrive non è egoismo ma una fatica relazionale che sembra distinguersi in almeno in tre punti: il dolore per la sua sofferenza, la frustrazione per l'immobilità del suo fidanzato e la paura di spegnersi accanto a lui.
Il suo fidanzato sembra attraversare un quadro depressivo importante: burnout, ruminazione sul passato, senso di vuoto, calo della libido, affaticamento fisico, difficoltà a provare entusiasmo. Il fatto che la psicologa abbia proposto una valutazione psichiatrica indica che la situazione è clinicamente rilevante.
Credo valga la pena sottolineare questo punto: lei non è la sua terapeuta né la sua salvatrice. Quando dice di averlo spronato, sostenuto, incoraggiato e lui continua a dire ma non fare, sta sperimentando una dinamica tipica: il partner “funzionante” prova a trainare quello depresso.
L’ambivalenza che sente è una diretta conseguenza: la parte che vuole stargli vicino parla del suo affetto mentre la parte stanca parla del suo limite. Entrambe sono legittime. Lei puoi comprendere la sua depressione ma non è obbligata a sacrificare la sua vitalità per sostenerla: anzi, i confini sono preziosi!
Se lui iniziasse una cura e le cose migliorassero lentamente, lei avrebbe ancora desiderio di esserci? Sta restando per amore o per senso di responsabilità?
Stargli accanto deve essere una scelta d’amore, non una rinuncia a sè stessa.
Se desidera possiamo esplorare meglio cosa la tiene ancora lì e cosa invece la sta allontanando. Un saluto
Il suo fidanzato sembra attraversare un quadro depressivo importante: burnout, ruminazione sul passato, senso di vuoto, calo della libido, affaticamento fisico, difficoltà a provare entusiasmo. Il fatto che la psicologa abbia proposto una valutazione psichiatrica indica che la situazione è clinicamente rilevante.
Credo valga la pena sottolineare questo punto: lei non è la sua terapeuta né la sua salvatrice. Quando dice di averlo spronato, sostenuto, incoraggiato e lui continua a dire ma non fare, sta sperimentando una dinamica tipica: il partner “funzionante” prova a trainare quello depresso.
L’ambivalenza che sente è una diretta conseguenza: la parte che vuole stargli vicino parla del suo affetto mentre la parte stanca parla del suo limite. Entrambe sono legittime. Lei puoi comprendere la sua depressione ma non è obbligata a sacrificare la sua vitalità per sostenerla: anzi, i confini sono preziosi!
Se lui iniziasse una cura e le cose migliorassero lentamente, lei avrebbe ancora desiderio di esserci? Sta restando per amore o per senso di responsabilità?
Stargli accanto deve essere una scelta d’amore, non una rinuncia a sè stessa.
Se desidera possiamo esplorare meglio cosa la tiene ancora lì e cosa invece la sta allontanando. Un saluto
Buongiorno,
lei è portatrice di una istanza di coppia ed è in un percorso di coppia che andrebbero affrontate le problematiche qui riportate. Ne parli con il suo ragazzo, sarebbe una occasione evolutiva per entrambi.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
lei è portatrice di una istanza di coppia ed è in un percorso di coppia che andrebbero affrontate le problematiche qui riportate. Ne parli con il suo ragazzo, sarebbe una occasione evolutiva per entrambi.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buonasera, credo che dovrebbe concentrarsi maggiormente su se stessa e non pensare solo alla vita del Suo compagno. Lei lo vorrebbe salvare da se stesso, ma non lo può fare. Credo sia opportuno concentrarsi maggiormente su ciò che Lei vorrebbe realizzare e penso sia opportuno scoprire le Sue emozioni in un percorso di psicoterapia che Le faccia apprezzare di più la Sua indipendenza. Il suo compagno non è solo depresso, ma si lamenta per avere la Sua attenzione e quella di altri. In realtà teme di essere lasciato solo nel Suo malessere! Credo sia opportuno che inizi una cura farmacologica per stare meglio, senza troppo appoggiarsi su di Lei. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Gentile Signora,
quello che descrive è molto comprensibile e umano. Stare accanto a una persona che attraversa una possibile depressione maggiore può essere estremamente faticoso, anche quando il sentimento è sincero.
Dal suo racconto emergono due livelli diversi ma entrambi importanti:
1) Il suo ragazzo, che sembra vivere un quadro di forte esaurimento emotivo, rimuginio sul passato, senso di vuoto, calo della libido, stanchezza persistente — segnali compatibili con una condizione depressiva per la quale la sua psicologa ha ritenuto opportuno un invio allo psichiatra. Questo, va detto, è un passaggio di cura serio e responsabile, non un fallimento.
2) Lei, che progressivamente si sente spegnere, si chiude quando è con lui, fatica a condividere entusiasmo e vitalità, e vive un conflitto interno tra il desiderio di sostenerlo e il bisogno di tutelare la propria energia.
È fondamentale sottolineare un aspetto:
l’amore non è una terapia e un partner non può diventare il regolatore emotivo esclusivo dell’altro. Quando questo accade, anche in modo non intenzionale, il rischio è che la relazione diventi sbilanciata e che chi sostiene inizi a sentirsi svuotato.
Il fatto che lei si senta “spaccata” non significa che sia egoista; significa che sta percependo un sovraccarico. La stanchezza emotiva è un segnale da ascoltare.
Alcuni spunti di riflessione:
- Lei può stargli accanto, ma non può “guarirlo”. Il percorso terapeutico e farmacologico (se confermato dallo psichiatra) è una responsabilità personale di lui.
- È sano che lei mantenga spazi vitali propri, relazioni amicali e momenti in cui si sente energica. Non è tradimento emotivo, è equilibrio.
- Si chieda non solo quanto lo ama, ma come sta lei dentro questa relazione oggi.
- Potrebbe essere utile anche per lei uno spazio psicologico personale, per chiarire i suoi limiti, i suoi bisogni e capire se sta assumendo un ruolo di “salvatrice” che nel lungo periodo la consuma.
Una relazione può attraversare momenti difficili, ma non dovrebbe farle perdere sistematicamente vitalità e autenticità. La cura dell’altro non può avvenire a scapito della cura di sé.
Il suo dubbio non è una mancanza di amore: è un segnale di consapevolezza.
Prendersi uno spazio per riflettere non significa abbandonare qualcuno, ma scegliere con lucidità.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
quello che descrive è molto comprensibile e umano. Stare accanto a una persona che attraversa una possibile depressione maggiore può essere estremamente faticoso, anche quando il sentimento è sincero.
Dal suo racconto emergono due livelli diversi ma entrambi importanti:
1) Il suo ragazzo, che sembra vivere un quadro di forte esaurimento emotivo, rimuginio sul passato, senso di vuoto, calo della libido, stanchezza persistente — segnali compatibili con una condizione depressiva per la quale la sua psicologa ha ritenuto opportuno un invio allo psichiatra. Questo, va detto, è un passaggio di cura serio e responsabile, non un fallimento.
2) Lei, che progressivamente si sente spegnere, si chiude quando è con lui, fatica a condividere entusiasmo e vitalità, e vive un conflitto interno tra il desiderio di sostenerlo e il bisogno di tutelare la propria energia.
È fondamentale sottolineare un aspetto:
l’amore non è una terapia e un partner non può diventare il regolatore emotivo esclusivo dell’altro. Quando questo accade, anche in modo non intenzionale, il rischio è che la relazione diventi sbilanciata e che chi sostiene inizi a sentirsi svuotato.
Il fatto che lei si senta “spaccata” non significa che sia egoista; significa che sta percependo un sovraccarico. La stanchezza emotiva è un segnale da ascoltare.
Alcuni spunti di riflessione:
- Lei può stargli accanto, ma non può “guarirlo”. Il percorso terapeutico e farmacologico (se confermato dallo psichiatra) è una responsabilità personale di lui.
- È sano che lei mantenga spazi vitali propri, relazioni amicali e momenti in cui si sente energica. Non è tradimento emotivo, è equilibrio.
- Si chieda non solo quanto lo ama, ma come sta lei dentro questa relazione oggi.
- Potrebbe essere utile anche per lei uno spazio psicologico personale, per chiarire i suoi limiti, i suoi bisogni e capire se sta assumendo un ruolo di “salvatrice” che nel lungo periodo la consuma.
Una relazione può attraversare momenti difficili, ma non dovrebbe farle perdere sistematicamente vitalità e autenticità. La cura dell’altro non può avvenire a scapito della cura di sé.
Il suo dubbio non è una mancanza di amore: è un segnale di consapevolezza.
Prendersi uno spazio per riflettere non significa abbandonare qualcuno, ma scegliere con lucidità.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
Buongiorno,
Capisco bene la tua “spaccatura”: da una parte l’amore e la stima per una persona rispettosa, dall’altra la fatica di vivere accanto a qualcuno che da mesi è svuotato, rimugina, non riesce a tradurre in azioni ciò che dice e finisce per trascinarti verso il basso. È una situazione molto comune per chi sta accanto a una persona depressa: non è cattiveria né mancanza di sentimento, è che la depressione è contagiosa sul piano emotivo e relazionale, soprattutto quando l’altro diventa l’unico contenitore.
È importante riconoscere due cose. La prima: il fatto che lui stia valutando una cura farmacologica su indicazione clinica non significa “è finita” o “è grave per forza”, significa che il quadro è tale da richiedere un sostegno più robusto, e può essere un passaggio utile per ridurre il vuoto, l’inerzia, la ruminazione e la perdita di libido. La seconda: tu non puoi “tirarlo fuori” con l’amore o con lo sprone. Quando dici che lui dice cose (cambiare lavoro, estero, ritagliarsi spazio) ma poi non le fa, è molto compatibile con la depressione e con il burnout: la volontà c’è a parole, ma l’energia e l’iniziativa sono bloccate. Continuare a spronare, alla lunga, rischia di metterti nel ruolo di allenatrice/madre e di farvi perdere la dimensione di coppia.
Quello che stai notando in te è un segnale da ascoltare: con amici sei vitale, con lui ti chiudi. Non è “colpa tua” né “colpa sua”: è l’effetto di un clima relazionale in cui manca ossigeno. Se tu ti spegni per adattarti, alla lunga accumuli fastidio e risentimento, e quello logora la relazione quanto la depressione stessa.
In termini pratici, spesso aiuta molto distinguere vicinanza da fusione: stargli vicino non significa assorbire il suo buio. Puoi esserci senza diventare l’unica fonte di energia, e questo passa anche dal preservare i tuoi spazi (amicizie, interessi, leggerezza) senza sentirti in colpa. Paradossalmente, proteggere te stessa è anche un modo di proteggere la coppia, perché evita che tu entri in burnout “di riflesso”.
Un altro punto cruciale è il confine tra supporto e responsabilità: puoi sostenerlo nel prendersi cura di sé (terapia, visita psichiatrica, scelte lavorative), ma non puoi sostituirti a lui. Se ti accorgi che il rapporto sta diventando un luogo in cui tu dai e lui “si appoggia” senza movimento, è legittimo nominare la tua stanchezza e il tuo bisogno di reciprocità, senza colpevolizzarlo. Non come ultimatum, ma come realtà: “ti voglio bene, ma io non riesco a reggere da sola questo peso”.
Infine, vista l’intensità del carico che stai portando, può essere utile anche per te avere uno spazio tuo (qualche colloquio individuale, o un percorso breve) per capire come stare accanto a lui senza annullarti, come comunicare i confini senza sentirti egoista, e come orientarti se la situazione dovesse restare ferma a lungo. A volte anche alcuni colloqui di coppia, in parallelo alle sue cure, aiutano a rimettere al centro la relazione e a ridistribuire i pesi.
In sintesi, è legittimo volergli bene e, insieme, essere stanca. La domanda non è “resto o lo lascio” oggi, ma “come posso restare presente senza spegnermi, e quali condizioni minime mi servono perché questa relazione resti un posto anche per me”.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Capisco bene la tua “spaccatura”: da una parte l’amore e la stima per una persona rispettosa, dall’altra la fatica di vivere accanto a qualcuno che da mesi è svuotato, rimugina, non riesce a tradurre in azioni ciò che dice e finisce per trascinarti verso il basso. È una situazione molto comune per chi sta accanto a una persona depressa: non è cattiveria né mancanza di sentimento, è che la depressione è contagiosa sul piano emotivo e relazionale, soprattutto quando l’altro diventa l’unico contenitore.
È importante riconoscere due cose. La prima: il fatto che lui stia valutando una cura farmacologica su indicazione clinica non significa “è finita” o “è grave per forza”, significa che il quadro è tale da richiedere un sostegno più robusto, e può essere un passaggio utile per ridurre il vuoto, l’inerzia, la ruminazione e la perdita di libido. La seconda: tu non puoi “tirarlo fuori” con l’amore o con lo sprone. Quando dici che lui dice cose (cambiare lavoro, estero, ritagliarsi spazio) ma poi non le fa, è molto compatibile con la depressione e con il burnout: la volontà c’è a parole, ma l’energia e l’iniziativa sono bloccate. Continuare a spronare, alla lunga, rischia di metterti nel ruolo di allenatrice/madre e di farvi perdere la dimensione di coppia.
Quello che stai notando in te è un segnale da ascoltare: con amici sei vitale, con lui ti chiudi. Non è “colpa tua” né “colpa sua”: è l’effetto di un clima relazionale in cui manca ossigeno. Se tu ti spegni per adattarti, alla lunga accumuli fastidio e risentimento, e quello logora la relazione quanto la depressione stessa.
In termini pratici, spesso aiuta molto distinguere vicinanza da fusione: stargli vicino non significa assorbire il suo buio. Puoi esserci senza diventare l’unica fonte di energia, e questo passa anche dal preservare i tuoi spazi (amicizie, interessi, leggerezza) senza sentirti in colpa. Paradossalmente, proteggere te stessa è anche un modo di proteggere la coppia, perché evita che tu entri in burnout “di riflesso”.
Un altro punto cruciale è il confine tra supporto e responsabilità: puoi sostenerlo nel prendersi cura di sé (terapia, visita psichiatrica, scelte lavorative), ma non puoi sostituirti a lui. Se ti accorgi che il rapporto sta diventando un luogo in cui tu dai e lui “si appoggia” senza movimento, è legittimo nominare la tua stanchezza e il tuo bisogno di reciprocità, senza colpevolizzarlo. Non come ultimatum, ma come realtà: “ti voglio bene, ma io non riesco a reggere da sola questo peso”.
Infine, vista l’intensità del carico che stai portando, può essere utile anche per te avere uno spazio tuo (qualche colloquio individuale, o un percorso breve) per capire come stare accanto a lui senza annullarti, come comunicare i confini senza sentirti egoista, e come orientarti se la situazione dovesse restare ferma a lungo. A volte anche alcuni colloqui di coppia, in parallelo alle sue cure, aiutano a rimettere al centro la relazione e a ridistribuire i pesi.
In sintesi, è legittimo volergli bene e, insieme, essere stanca. La domanda non è “resto o lo lascio” oggi, ma “come posso restare presente senza spegnermi, e quali condizioni minime mi servono perché questa relazione resti un posto anche per me”.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Non deve essere semplice sostenere il carico di un ruolo terapeutico che non le spetta, cosi come non deve essere semplice "lasciar andare". Perche non si concede un aiuto anche lei all'interno di uno spazio di ascolto psicologico? Possiamo fissare un primo colloquio conoscitivo online e capire meglio insieme. Lo spazio per lei c'è e deve esserci.
Gentile utente,
da ciò che racconta emerge una situazione emotivamente molto impegnativa. Stare accanto a una persona che attraversa una possibile depressione può, nel tempo, generare stanchezza, frustrazione e senso di impotenza. Non è mancanza di amore: è una reazione comprensibile quando la relazione diventa sbilanciata sul piano dell’energia e della vitalità.
Il suo compagno sembra vivere una reale difficoltà e il fatto che la psicologa abbia suggerito una valutazione psichiatrica rappresenta un passaggio importante. Tuttavia, per quanto lei possa sostenerlo, non può essere lei a “tirarlo fuori” dalla sua sofferenza. La cura, se necessaria, è un percorso che riguarda lui in prima persona.
Un aspetto molto significativo del suo racconto riguarda ciò che accade a lei nella relazione: descrive che con amici si sente vitale ed energica, mentre con lui tende a chiudersi e a perdere entusiasmo. Questo è un segnale prezioso. In alcune relazioni, quando uno dei partner è molto ripiegato o depresso, l’altro finisce gradualmente per adattarsi a quel tono emotivo, rischiando di mettere in secondo piano i propri bisogni affettivi, emotivi e anche sessuali.
Forse la domanda non è solo se restare o meno, ma se riesce a restare senza sacrificare parti importanti di sé. Può esserle utile chiedersi con sincerità: se questa situazione rimanesse così ancora a lungo, come mi sentirei? Sto restando per scelta o per senso di responsabilità?
Non esiste una risposta giusta valida per tutti, ma è importante che la decisione tenga conto anche della sua salute emotiva. Se sente di essere “spaccata”, uno spazio personale di confronto potrebbe aiutarla a fare maggiore chiarezza, al di là del senso di colpa o della paura di ferire l’altro.
Resto a disposizione qualora desiderasse approfondire.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
da ciò che racconta emerge una situazione emotivamente molto impegnativa. Stare accanto a una persona che attraversa una possibile depressione può, nel tempo, generare stanchezza, frustrazione e senso di impotenza. Non è mancanza di amore: è una reazione comprensibile quando la relazione diventa sbilanciata sul piano dell’energia e della vitalità.
Il suo compagno sembra vivere una reale difficoltà e il fatto che la psicologa abbia suggerito una valutazione psichiatrica rappresenta un passaggio importante. Tuttavia, per quanto lei possa sostenerlo, non può essere lei a “tirarlo fuori” dalla sua sofferenza. La cura, se necessaria, è un percorso che riguarda lui in prima persona.
Un aspetto molto significativo del suo racconto riguarda ciò che accade a lei nella relazione: descrive che con amici si sente vitale ed energica, mentre con lui tende a chiudersi e a perdere entusiasmo. Questo è un segnale prezioso. In alcune relazioni, quando uno dei partner è molto ripiegato o depresso, l’altro finisce gradualmente per adattarsi a quel tono emotivo, rischiando di mettere in secondo piano i propri bisogni affettivi, emotivi e anche sessuali.
Forse la domanda non è solo se restare o meno, ma se riesce a restare senza sacrificare parti importanti di sé. Può esserle utile chiedersi con sincerità: se questa situazione rimanesse così ancora a lungo, come mi sentirei? Sto restando per scelta o per senso di responsabilità?
Non esiste una risposta giusta valida per tutti, ma è importante che la decisione tenga conto anche della sua salute emotiva. Se sente di essere “spaccata”, uno spazio personale di confronto potrebbe aiutarla a fare maggiore chiarezza, al di là del senso di colpa o della paura di ferire l’altro.
Resto a disposizione qualora desiderasse approfondire.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Leggo nelle sue parole un groviglio di emozioni molto profondo: c’è l’amore e la lealtà verso un compagno che stima, ma c’è anche un grido di sopravvivenza che proviene dalla sua parte più vitale. La sensazione di "ripiegarsi su se stessa" quando è con lui, in contrasto con l’energia che ritrova con gli amici, è un segnale clinico molto preciso: descrive un fenomeno di induzione emotiva, in cui la nebbia della depressione dell’altro finisce per avvolgere anche chi gli sta accanto.
Ecco alcune riflessioni che spero possano aiutarla a fare chiarezza in questo momento di frattura interiore.
È importante distinguere tra il suo ragazzo (la persona rispettosa e colta che ha conosciuto) e la Depressione Maggiore che sta attraversando. La depressione non è solo tristezza; è un "vuoto" che assorbe tutto ciò che ha intorno: entusiasmo, libido, progettualità e persino la capacità di agire concretamente per cambiare lavoro o vita.
Quello che lei prova — l'insofferenza, la stanchezza, il fastidio — non la rende una persona "cattiva" o poco empatica. È la naturale reazione di un organismo sano che cerca di non farsi trascinare in quel vuoto.
Lei ha provato a supportarlo e spronarlo, ma la depressione maggiore ha dinamiche che sfuggono alla logica del buon senso o dell'incoraggiamento affettivo. Spesso, più il partner cerca di essere "vitale" per compensare il vuoto dell'altro, più l'altro si sente inadeguato, innescando un circolo vizioso di sensi di colpa e ritiro.
La diagnosi della psicologa e l'invio allo psichiatra confermano che si tratta di una patologia che richiede interventi clinici (farmacologici e psicoterapici) che esulano dalle sue possibilità e responsabilità di compagna.
Il racconto che lui fa della sua infanzia e la presenza costante della figura materna suggeriscono un'identità che non si è mai del tutto "svincolata". Questo "non essersi mai sciolto" di cui lui parla è un peso che lui porta da molto prima di conoscerla. Lei non può "scioglierlo" al posto suo, né può sostituirsi al lavoro analitico che lui deve fare sui suoi legami primari.
L'aspetto più preoccupante che lei riferisce è la sua perdita di vitalità quando è con lui.
Provi a domandarsi quanto della mia rinuncia a essere felice serve davvero a lui? E quanto invece sta solo spegnendo me?
La verità è che la sua sofferenza non allevia quella di lui. Anzi, se lei si spegne, la coppia perde l'unico polo di luce rimasto.
Il mio consiglio non riguarda cosa "fare" per lui (per quello ci sono ora lo psichiatra e la psicologa), ma cosa fare per Lei.
È fondamentale che lei recuperi uno spazio di parola per sé. Sentirsi "stanca" è un diritto. Sentirsi "spaccata" è una richiesta d'aiuto del suo Sé che non vuole rinunciare alla vita a 26 anni.
Accompagnare qualcuno nella malattia non significa annullarsi con lui. La cura farmacologica di lui potrebbe essere un punto di svolta, ma potrebbe richiedere tempo.
Le chiedo: in questo momento, chi si sta prendendo cura dei bisogni della ragazza di 26 anni che ha ancora voglia di ridere e di essere guardata con desiderio e vitalità?
Sarebbe prezioso per lei esplorare questi vissuti di stanchezza e fastidio in un percorso individuale. Non per decidere necessariamente se lasciarlo o restare, ma per tornare a sentire che la sua vita ha il diritto di muoversi, anche se quella di chi le sta accanto è momentaneamente ferma.
Se le va, potremmo iniziare a lavorare proprio su quel "senso di colpa" che le impedisce di godersi la sua energia senza sentirsi in debito verso di lui.
Ecco alcune riflessioni che spero possano aiutarla a fare chiarezza in questo momento di frattura interiore.
È importante distinguere tra il suo ragazzo (la persona rispettosa e colta che ha conosciuto) e la Depressione Maggiore che sta attraversando. La depressione non è solo tristezza; è un "vuoto" che assorbe tutto ciò che ha intorno: entusiasmo, libido, progettualità e persino la capacità di agire concretamente per cambiare lavoro o vita.
Quello che lei prova — l'insofferenza, la stanchezza, il fastidio — non la rende una persona "cattiva" o poco empatica. È la naturale reazione di un organismo sano che cerca di non farsi trascinare in quel vuoto.
Lei ha provato a supportarlo e spronarlo, ma la depressione maggiore ha dinamiche che sfuggono alla logica del buon senso o dell'incoraggiamento affettivo. Spesso, più il partner cerca di essere "vitale" per compensare il vuoto dell'altro, più l'altro si sente inadeguato, innescando un circolo vizioso di sensi di colpa e ritiro.
La diagnosi della psicologa e l'invio allo psichiatra confermano che si tratta di una patologia che richiede interventi clinici (farmacologici e psicoterapici) che esulano dalle sue possibilità e responsabilità di compagna.
Il racconto che lui fa della sua infanzia e la presenza costante della figura materna suggeriscono un'identità che non si è mai del tutto "svincolata". Questo "non essersi mai sciolto" di cui lui parla è un peso che lui porta da molto prima di conoscerla. Lei non può "scioglierlo" al posto suo, né può sostituirsi al lavoro analitico che lui deve fare sui suoi legami primari.
L'aspetto più preoccupante che lei riferisce è la sua perdita di vitalità quando è con lui.
Provi a domandarsi quanto della mia rinuncia a essere felice serve davvero a lui? E quanto invece sta solo spegnendo me?
La verità è che la sua sofferenza non allevia quella di lui. Anzi, se lei si spegne, la coppia perde l'unico polo di luce rimasto.
Il mio consiglio non riguarda cosa "fare" per lui (per quello ci sono ora lo psichiatra e la psicologa), ma cosa fare per Lei.
È fondamentale che lei recuperi uno spazio di parola per sé. Sentirsi "stanca" è un diritto. Sentirsi "spaccata" è una richiesta d'aiuto del suo Sé che non vuole rinunciare alla vita a 26 anni.
Accompagnare qualcuno nella malattia non significa annullarsi con lui. La cura farmacologica di lui potrebbe essere un punto di svolta, ma potrebbe richiedere tempo.
Le chiedo: in questo momento, chi si sta prendendo cura dei bisogni della ragazza di 26 anni che ha ancora voglia di ridere e di essere guardata con desiderio e vitalità?
Sarebbe prezioso per lei esplorare questi vissuti di stanchezza e fastidio in un percorso individuale. Non per decidere necessariamente se lasciarlo o restare, ma per tornare a sentire che la sua vita ha il diritto di muoversi, anche se quella di chi le sta accanto è momentaneamente ferma.
Se le va, potremmo iniziare a lavorare proprio su quel "senso di colpa" che le impedisce di godersi la sua energia senza sentirsi in debito verso di lui.
Gentile utente, comprendo pienamente quanto possa essere faticoso stare accanto a una persona depressa: più che comprendere a fondo la storia del suo ragazzo è però, a mio parere, importante ascoltare ciò che sta succedendo a lei. Se nella relazione si sente spegnere, chiudere e perdere la sua vitalità, questo merita attenzione e cura. La terapia (ed eventualmente la cura farmacologica) sono un percorso che riguarda lui ed il suo spazio terapeutico; lei invece ha la possibilità (e la responsabilità) di tutelare il suo proprio benessere emotivo e capire quali confini le permettano di restare in questa relazione senza smarrirsi. Suggerisco a lei un confronto con un professionista psicoterapeuta. Tanti Auguri!
Capisco quanto possa essere faticoso stare accanto a una persona che vive una sofferenza depressiva: è normale sentirsi divisa tra il desiderio di sostenerlo e la stanchezza emotiva che descrivi. Quello che racconti – ritiro sociale, senso di vuoto, rimuginio sul passato, burnout lavorativo, calo della libido, acciacchi fisici – è coerente con un quadro di depressione maggiore, che può spegnere energia ed entusiasmo e “contagiare” emotivamente chi sta vicino.
Alcuni punti chiave per orientarti:
Non sei responsabile della sua guarigione. Puoi essere di supporto, ma il cambiamento (terapia, scelte lavorative, cura) dipende da lui.
È legittimo tutelare il tuo benessere. Se ti accorgi che la relazione ti spegne e ti fa rinunciare a parti vitali di te, è un segnale da prendere sul serio.
La cura farmacologica, se indicata dallo specialista, non è una sconfitta. In certi casi aiuta a ridurre i sintomi e a rendere la psicoterapia più efficace.
Chiarezza e confini aiutano entrambi. Puoi dirgli con gentilezza cosa ti pesa (es. il rimuginio costante, l’immobilità nelle decisioni) e cosa ti serve per stare bene nella relazione.
Evita di fare “la terapeuta”. Sostegno sì; caricarti del ruolo di cura no. Mantieni i tuoi spazi, amici, interessi: proteggono la tua energia.
Se lo desideri, può essere utile anche un confronto per te con un professionista per capire fino a che punto questa relazione è sostenibile per te in questo momento della tua vita e come comunicare i tuoi bisogni senza sentirti in colpa.
Vista la complessità della situazione, è consigliabile approfondire con uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Alcuni punti chiave per orientarti:
Non sei responsabile della sua guarigione. Puoi essere di supporto, ma il cambiamento (terapia, scelte lavorative, cura) dipende da lui.
È legittimo tutelare il tuo benessere. Se ti accorgi che la relazione ti spegne e ti fa rinunciare a parti vitali di te, è un segnale da prendere sul serio.
La cura farmacologica, se indicata dallo specialista, non è una sconfitta. In certi casi aiuta a ridurre i sintomi e a rendere la psicoterapia più efficace.
Chiarezza e confini aiutano entrambi. Puoi dirgli con gentilezza cosa ti pesa (es. il rimuginio costante, l’immobilità nelle decisioni) e cosa ti serve per stare bene nella relazione.
Evita di fare “la terapeuta”. Sostegno sì; caricarti del ruolo di cura no. Mantieni i tuoi spazi, amici, interessi: proteggono la tua energia.
Se lo desideri, può essere utile anche un confronto per te con un professionista per capire fino a che punto questa relazione è sostenibile per te in questo momento della tua vita e come comunicare i tuoi bisogni senza sentirti in colpa.
Vista la complessità della situazione, è consigliabile approfondire con uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, ho letto le sue parole e mi dispiace per la sua situazione. Capisco le difficoltà che sta affrontando e di come si senta tirata fra 2 parti. Quel che posso consigliarle è magari di chiedere per lei ora un sostegno psicologico per districare questa matassa e sentire quale è la sua posizione per il suo miglior benessere. Rimetta lei al centro della sua vita e scelga la sua strada per se stessa. Se desidera sono disponibile per un colloquio. Cordialità. Dott.ssa Alessandra Domigno
Cara ragazza buongiorno, mi dispiace molto per quello che stai vivendo. Prima di tutto, voglio sottolineare che quello che stai sentendo è legittimo. La fatica che senti è comprensibile, e il fatto che tu ti stia chiedendo come andare avanti è un segno di grande consapevolezza. Quando siamo coinvolti emotivamente in una relazione, e il nostro partner sta attraversando un momento difficile come la depressione, è naturale che ci sentiamo a volte sopraffatti, confusi, o persino in colpa per non riuscire a gestire tutto al meglio.
Mi sembra che tu stia cercando di essere di supporto per lui, ma anche tu hai bisogno di sentirti viva, di nutrire la tua energia e la tua felicità.
Mi viene da chiederti: cosa ti aveva fatto innamorare di lui all’inizio? Cos’è che ti ha attratta in lui e nel vostro rapporto? Quella stessa scintilla è ancora presente? O ti sembra che la relazione si sia trasformata, con il tempo, in qualcosa che ora ti fa sentire più esaurita che soddisfatta? Queste sono domande importanti per riflettere su come ti senti oggi e su cosa, davvero, ti fa stare bene nella relazione.
Se guardi a ciò che è stato, cosa ti ha fatto scegliere di essere al suo fianco? E oggi, in che modo quella stessa connessione si manifesta o si è trasformata?
Forse la risposta che cerchi risiede proprio nel capire se le motivazioni che ti avevano spinta ad innamorarti sono ancora vive, o se forse è il caso di rivedere la natura della relazione, in modo che tu possa anche prenderti cura di te stessa e del tuo benessere.
È un momento delicato e capisco che le riflessioni che ne seguono siano altrettanto delicate. Se lo desideri, possiamo approfondirle insieme nello spazio sicuro di una relazione terapeutica. Per questo motivo, sentiti libera di contattarmi quando vuoi.
Un abbraccio, se ti fa piacere, e ti auguro una serena domenica. Dott.ssa Arianna Broglia
Mi sembra che tu stia cercando di essere di supporto per lui, ma anche tu hai bisogno di sentirti viva, di nutrire la tua energia e la tua felicità.
Mi viene da chiederti: cosa ti aveva fatto innamorare di lui all’inizio? Cos’è che ti ha attratta in lui e nel vostro rapporto? Quella stessa scintilla è ancora presente? O ti sembra che la relazione si sia trasformata, con il tempo, in qualcosa che ora ti fa sentire più esaurita che soddisfatta? Queste sono domande importanti per riflettere su come ti senti oggi e su cosa, davvero, ti fa stare bene nella relazione.
Se guardi a ciò che è stato, cosa ti ha fatto scegliere di essere al suo fianco? E oggi, in che modo quella stessa connessione si manifesta o si è trasformata?
Forse la risposta che cerchi risiede proprio nel capire se le motivazioni che ti avevano spinta ad innamorarti sono ancora vive, o se forse è il caso di rivedere la natura della relazione, in modo che tu possa anche prenderti cura di te stessa e del tuo benessere.
È un momento delicato e capisco che le riflessioni che ne seguono siano altrettanto delicate. Se lo desideri, possiamo approfondirle insieme nello spazio sicuro di una relazione terapeutica. Per questo motivo, sentiti libera di contattarmi quando vuoi.
Un abbraccio, se ti fa piacere, e ti auguro una serena domenica. Dott.ssa Arianna Broglia
Buonasera,
comprendo quanto possa essere faticoso e doloroso trovarsi accanto a una persona che sta vivendo una sofferenza profonda, soprattutto quando questo inizia a incidere anche sul proprio benessere emotivo e sulla relazione. I suoi vissuti di stanchezza, ambivalenza e insofferenza sono comprensibili e meritano ascolto tanto quanto la difficoltà del suo partner.
Quando una persona attraversa una depressione o un forte esaurimento psicofisico, può manifestare chiusura, mancanza di energia, difficoltà nel cambiamento e riduzione del desiderio, aspetti che non dipendono dalla volontà né dall’impegno del partner. È importante ricordare che lei può offrire vicinanza e sostegno, ma non può farsi carico della responsabilità del suo cambiamento o della sua cura.
Il suggerimento della psicologa di intraprendere anche una valutazione psichiatrica rappresenta un possibile passo di aiuto per il suo compagno. Parallelamente, può essere utile che anche lei si conceda uno spazio di riflessione personale — eventualmente con un professionista — per comprendere meglio i propri bisogni, i propri limiti e cosa desidera per il suo benessere e per la relazione.
Una relazione sana prevede attenzione reciproca: prendersi cura dell’altro non dovrebbe significare trascurare se stessi. Trovare un equilibrio tra vicinanza e tutela del proprio spazio emotivo è fondamentale.
Resto dell’idea che un confronto diretto con un professionista possa aiutarla a orientarsi con maggiore chiarezza in questa situazione delicata.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
comprendo quanto possa essere faticoso e doloroso trovarsi accanto a una persona che sta vivendo una sofferenza profonda, soprattutto quando questo inizia a incidere anche sul proprio benessere emotivo e sulla relazione. I suoi vissuti di stanchezza, ambivalenza e insofferenza sono comprensibili e meritano ascolto tanto quanto la difficoltà del suo partner.
Quando una persona attraversa una depressione o un forte esaurimento psicofisico, può manifestare chiusura, mancanza di energia, difficoltà nel cambiamento e riduzione del desiderio, aspetti che non dipendono dalla volontà né dall’impegno del partner. È importante ricordare che lei può offrire vicinanza e sostegno, ma non può farsi carico della responsabilità del suo cambiamento o della sua cura.
Il suggerimento della psicologa di intraprendere anche una valutazione psichiatrica rappresenta un possibile passo di aiuto per il suo compagno. Parallelamente, può essere utile che anche lei si conceda uno spazio di riflessione personale — eventualmente con un professionista — per comprendere meglio i propri bisogni, i propri limiti e cosa desidera per il suo benessere e per la relazione.
Una relazione sana prevede attenzione reciproca: prendersi cura dell’altro non dovrebbe significare trascurare se stessi. Trovare un equilibrio tra vicinanza e tutela del proprio spazio emotivo è fondamentale.
Resto dell’idea che un confronto diretto con un professionista possa aiutarla a orientarsi con maggiore chiarezza in questa situazione delicata.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Salve,
provo a risponderti in modo molto diretto e umano.
Quello che descrivi non è “un ragazzo un po’ giù”: è verosimilmente una depressione strutturata, tanto che la sua psicologa ha suggerito un consulto psichiatrico. Questo è un passaggio serio, non leggero. E qui ci sono due verità che possono coesistere:
Lui sta soffrendo davvero.
Tu stai pagando un costo emotivo reale.
Non sei cattiva perché sei stanca. La depressione è contagiosa sul piano relazionale: abbassa l’energia della coppia, riduce la sessualità, spegne l’entusiasmo condiviso, crea una polarizzazione in cui uno diventa “quello che regge” e l’altro “quello che crolla”.
Il punto critico che emerge dal tuo racconto è questo:
quando sei con lui ti spegni.
Questa è un’informazione fondamentale. Non riguarda lui, riguarda il tuo sistema nervoso. Se la tua vitalità si contrae stabilmente nella relazione, non è un dettaglio: è un segnale.
Alcune riflessioni importanti: non puoi “spronarlo” fuori da una depressione. La volontà non basta. Se non agisce sui cambiamenti che dice di volere, non è perché non capisce: è perché non ha energia psichica per farlo.
Tu non sei la sua terapeuta, né la sua salvezza.
L’amore non cura la depressione maggiore. Può sostenere, ma non sostituire un trattamento.
La tua frattura interna (“voglio stargli vicino” vs “sono stanca”) è sana. Significa che stai ascoltando sia la tua empatia sia il tuo limite.
Ti propongo alcune domande molto concrete:
Se lui iniziasse una cura e migliorasse lentamente, saresti disposta ad attraversare mesi di fatica?
Se invece restasse così per altri due anni, che effetto avrebbe su di te?
Ti senti sua compagna o ti senti progressivamente nella posizione di chi deve reggere l’equilibrio? Una relazione con una persona depressa può funzionare, ma solo se: la persona si assume la responsabilità della cura; tu mantieni spazi vitali tuoi; non ti sacrifichi nel ruolo di “regolatore emotivo”.
Se resti, deve essere una scelta lucida, non un atto di salvataggio.
E una cosa molto importante:
la tua vitalità non è superficialità. È un valore. Non sei obbligata a spegnerla per amare qualcuno.
Se vuoi, possiamo capire insieme dove finisce la sua depressione e dove inizia il tuo senso di responsabilità eccessivo.
provo a risponderti in modo molto diretto e umano.
Quello che descrivi non è “un ragazzo un po’ giù”: è verosimilmente una depressione strutturata, tanto che la sua psicologa ha suggerito un consulto psichiatrico. Questo è un passaggio serio, non leggero. E qui ci sono due verità che possono coesistere:
Lui sta soffrendo davvero.
Tu stai pagando un costo emotivo reale.
Non sei cattiva perché sei stanca. La depressione è contagiosa sul piano relazionale: abbassa l’energia della coppia, riduce la sessualità, spegne l’entusiasmo condiviso, crea una polarizzazione in cui uno diventa “quello che regge” e l’altro “quello che crolla”.
Il punto critico che emerge dal tuo racconto è questo:
quando sei con lui ti spegni.
Questa è un’informazione fondamentale. Non riguarda lui, riguarda il tuo sistema nervoso. Se la tua vitalità si contrae stabilmente nella relazione, non è un dettaglio: è un segnale.
Alcune riflessioni importanti: non puoi “spronarlo” fuori da una depressione. La volontà non basta. Se non agisce sui cambiamenti che dice di volere, non è perché non capisce: è perché non ha energia psichica per farlo.
Tu non sei la sua terapeuta, né la sua salvezza.
L’amore non cura la depressione maggiore. Può sostenere, ma non sostituire un trattamento.
La tua frattura interna (“voglio stargli vicino” vs “sono stanca”) è sana. Significa che stai ascoltando sia la tua empatia sia il tuo limite.
Ti propongo alcune domande molto concrete:
Se lui iniziasse una cura e migliorasse lentamente, saresti disposta ad attraversare mesi di fatica?
Se invece restasse così per altri due anni, che effetto avrebbe su di te?
Ti senti sua compagna o ti senti progressivamente nella posizione di chi deve reggere l’equilibrio? Una relazione con una persona depressa può funzionare, ma solo se: la persona si assume la responsabilità della cura; tu mantieni spazi vitali tuoi; non ti sacrifichi nel ruolo di “regolatore emotivo”.
Se resti, deve essere una scelta lucida, non un atto di salvataggio.
E una cosa molto importante:
la tua vitalità non è superficialità. È un valore. Non sei obbligata a spegnerla per amare qualcuno.
Se vuoi, possiamo capire insieme dove finisce la sua depressione e dove inizia il tuo senso di responsabilità eccessivo.
Buongiorno, scegliere di stare accanto ad una persona con una depressione (come altri disturbi psicologici-psichiatrici) può essere molto difficile sotto molti aspetti, tanto che spesso anche i caregiver e le famiglie in generale si avvalgono di supporto psicologico. La decisione giusta lei può trovarla solo dentro di sé, sotto a tutti i pensieri che ora le passano per la testa, i "dovrei", le convinzioni, ecc. Per fare la scelta giusta io trovo molto utile la pratica della meditazione Mindfulness, che ci aiuta a sollevare tutti questi strati di pensiero e vedere nel profondo. Solo due considerazioni, che spero abbia già fatto: non possiamo aiutare nessuno che non voglia essere aiutato e il primo obbligo lo abbiamo nei confronti di noi stessi e del nostro benessere (anche perché se no, non abbiamo niente da dare agli altri). In bocca al lupo!
Gentile utente,
vivere da vicino la sofferenza di una persona cara è molto impegnativo psicologicamente e fisicamente. Per questo mi sento di consigliarle di ritagliarsi un "posto" per sè, in cui ricevere ascolto e comprensione rispetto alle sue fatiche, che sono più che lecite. Può chiedere aiuto anche lei a uno psicologo per gestire e dare un significato a ciò che sta vivendo.
Rimango a disposizione se dovesse avere necessità,
Dott.ssa Valeria Filippi
vivere da vicino la sofferenza di una persona cara è molto impegnativo psicologicamente e fisicamente. Per questo mi sento di consigliarle di ritagliarsi un "posto" per sè, in cui ricevere ascolto e comprensione rispetto alle sue fatiche, che sono più che lecite. Può chiedere aiuto anche lei a uno psicologo per gestire e dare un significato a ciò che sta vivendo.
Rimango a disposizione se dovesse avere necessità,
Dott.ssa Valeria Filippi
Buongiorno, è normale aspettarsi vitalità, gioia e condivisione dalla relazione affettiva, comprendo il suo affaticamento e le sue perplessità, dopo che da tempo non vede realizzarsi queste aspettative. Non è facile sostenere un compagno di vita con problematiche riconducibili a una depressione maggiore, il rischio - come lei descrive - è quello di esaurirsi emotivamente, fino a sentirsi prosciugate. E' una condizione molto rischiosa. Quello che posso consigliarle è di chiedere una consulenza a un/una psicoterapeuta esperto/a in depressione, che possa aiutarla a comprendere lo stato in cui si trova e a prendere le sue decisioni. Dott.ssa Roberta Portelli
Capisco bene quanto possa essere pesante: quando si ama qualcuno che sta male, si rischia di diventare senza volerlo il suo contenitore emotivo, e alla lunga ci si svuota. Il fatto che tu ti senta stanca non ti rende egoista, ti rende umana.
Una cosa importante è distinguere vicinanza da “salvataggio”. Puoi stargli accanto, ma non puoi trascinarlo fuori tu, né sostituirti ai percorsi di cura. Se la psicologa gli ha suggerito una valutazione psichiatrica, è un passo di responsabilità, non una sconfitta. E tu puoi sostenere questo passo senza caricarti addosso l’intero peso della sua ripresa.
Nella pratica può aiutare mettere alcuni confini chiari, per proteggere la relazione e te stessa. Per esempio: scegliere momenti precisi in cui parlare dei suoi pensieri e del lavoro, e altri momenti in cui provate a fare qualcosa di semplice e concreto insieme, anche se l’entusiasmo non c’è. Piccole attività, poca pressione, continuità. E quando lui entra nel rimuginio, puoi restare empatica ma non agganciarti, con frasi tipo: “Capisco che stai male, e ci sono. Però non voglio che la nostra serata diventi solo questo. Possiamo riprenderne domani e intanto fare una cosa leggera?”
Tu hai anche il diritto di mantenere le tue energie: vedere amici, fare sport, coltivare spazi tuoi senza sensi di colpa. Non è abbandono, è ossigeno. Spesso è proprio questo che permette di restare in relazione senza spegnersi.
Infine, prova a chiederti con sincerità di cosa hai bisogno per restare. Non “se lo ami”, ma quali condizioni minime ti servono: che lui si attivi davvero sul lavoro e sulla cura, che ci sia un minimo di progettualità, che la vostra intimità venga affrontata con delicatezza e senza evitamento. Può essere utile dirglielo in modo diretto e non accusatorio: “Io ti voglio bene, ma mi sto consumando. Ho bisogno che tu ti faccia aiutare e che ci lavoriamo entrambi, altrimenti rischio di spegnermi.”
Se senti che questa situazione ti sta cambiando troppo e ti sta portando giù, può essere molto utile anche per te avere uno spazio di supporto, individuale o di coppia, per orientarti senza colpe e senza fretta.
Se ti va, dai un’occhiata al mio profilo: trovi come lavoro con queste dinamiche di coppia e puoi valutare se fissare un confronto
Una cosa importante è distinguere vicinanza da “salvataggio”. Puoi stargli accanto, ma non puoi trascinarlo fuori tu, né sostituirti ai percorsi di cura. Se la psicologa gli ha suggerito una valutazione psichiatrica, è un passo di responsabilità, non una sconfitta. E tu puoi sostenere questo passo senza caricarti addosso l’intero peso della sua ripresa.
Nella pratica può aiutare mettere alcuni confini chiari, per proteggere la relazione e te stessa. Per esempio: scegliere momenti precisi in cui parlare dei suoi pensieri e del lavoro, e altri momenti in cui provate a fare qualcosa di semplice e concreto insieme, anche se l’entusiasmo non c’è. Piccole attività, poca pressione, continuità. E quando lui entra nel rimuginio, puoi restare empatica ma non agganciarti, con frasi tipo: “Capisco che stai male, e ci sono. Però non voglio che la nostra serata diventi solo questo. Possiamo riprenderne domani e intanto fare una cosa leggera?”
Tu hai anche il diritto di mantenere le tue energie: vedere amici, fare sport, coltivare spazi tuoi senza sensi di colpa. Non è abbandono, è ossigeno. Spesso è proprio questo che permette di restare in relazione senza spegnersi.
Infine, prova a chiederti con sincerità di cosa hai bisogno per restare. Non “se lo ami”, ma quali condizioni minime ti servono: che lui si attivi davvero sul lavoro e sulla cura, che ci sia un minimo di progettualità, che la vostra intimità venga affrontata con delicatezza e senza evitamento. Può essere utile dirglielo in modo diretto e non accusatorio: “Io ti voglio bene, ma mi sto consumando. Ho bisogno che tu ti faccia aiutare e che ci lavoriamo entrambi, altrimenti rischio di spegnermi.”
Se senti che questa situazione ti sta cambiando troppo e ti sta portando giù, può essere molto utile anche per te avere uno spazio di supporto, individuale o di coppia, per orientarti senza colpe e senza fretta.
Se ti va, dai un’occhiata al mio profilo: trovi come lavoro con queste dinamiche di coppia e puoi valutare se fissare un confronto
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