Come posso aiutare un parente che non vuole farsi aiutare? Anzi, pensa di non avere alcun tipo di pr

24 risposte
Come posso aiutare un parente che non vuole farsi aiutare? Anzi, pensa di non avere alcun tipo di problema.
Soffre di attacchi d'ira e quando glielo faccio notare nega tutto o finge o non si rende conto, è convinto di avere sempre ragione e si arrabbia se lo si contraddice. Arriva ad alzare le mani qualche volta.
Cosa fare?
Dott. Francesco Damiano Logiudice
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve, mi spiace per la situazione ed il disagio espresso. A mio avviso sarebbe essenziale intraprendere un percorso di supporto psicologico che possa identificare e riconoscere cause e fattori di mantenimento dei sintomi tuttavia la motivazione deve partire dalla persona, credo che lei possa limitarsi a esporre sinceramente le sue preoccupazione ed i suoi stati emotivi in merito a ciò che accade.
Cordialmente, dott. FDL

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Dott.ssa Ilaria Rasi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Bologna
Buonasera, a mio parere un buon punto di partenza potrebbe essere quello di comunicare il suo vissuto emotivo rispetto gli scatti di ira del suo parente. Da qui, tentare di esplorare che cosa lui pensi riguardo la possibilità effettiva di ferire chi gli è vicino. Un saluto
Dott. Valeriano Fiori
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Salve, la motivazione intrinseca è molto importante durante la terapia, non si può obbligare una persona a prendere una decisione del genere. Ha provato a consigliargli un consulto psicologico?
Buona serata.
Dott. Fiori
Dott. Gianmarco Simeoni
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Varese
Buonasera, purtroppo la terapia non si può fare a senso unico: è necessario che il paziente voglia farsi aiutare. Forse un modo per potergli "aprire gli occhi" può essere quello di esprimere le sue difficoltà a cuore aperto, senza accuse, solo mettendo in gioco sé stessa e le sue difficoltà in relazione con lui. Se ha paura per la sua incolumità, la invito a rivolgersi agli organi preposti. Buona serata. Dott. Simeoni
Dott. Omar Vitali
Psicologo, Terapeuta, Professional counselor
Dalmine
Buongiorno, sembra una situazione difficile. Anzi la più complicata perché più il legame è intenso più il parente percepisce frustrazione e impotenza quando pensa di non fare troppo o di non poter essere d'aiuto. In certi casi è utile anche per la persona che fa da caregiver avere un supporto psicologico. Uno spazio di pochi incontri che permetta di capire fin dove si può aiutare e come gestire il senso di inadeguatezza quando le attenzioni e le preoccupazioni non passano. E' opportuno sapere che la persona che porta il problema dev'essere la prima a desiderare aiuto, desiderare sostegno. Infatti è centrale la motivazione primaria. Non sempre questo avviene. Tanti auguri, Omar
Dott. Stefano Ventura
Psicologo, Psicoterapeuta
Roma
Gentile utente,

un attacco d'ira come quello che descrive può avere motivazioni profonde: si può reagire così quando sentiamo il nostro valore personale ferito, ci sentiamo umiliati e svalutati. Reagiamo furiosamente per ricostruire ai nostri occhi e agli occhi degli altri il nostro valore. Questo tuttavia non deve farci giustificare queste reazioni: è importante che stabilisca dei confini per la sua sicurezza, fino ad arrivare a chiamare la forza pubblica se si sentisse minacciata. Una tale eventualità potrebbe suonare come il campanello d'allarme che qualcosa non va... so che può essere molto doloroso, ma l'unico modo di aiutare una persona che non vuole farsi aiutare (sarebbe l'ennesima sconfitta...) è metterla di fronte alla gravità delle sue azioni. È FONDAMENTALE CHE PROTEGGA LA SUA SICUREZZA. Con questa rabbia non si scherza, mi raccomando.

con i migliori auguri
dr. Ventura
Dr. Daniele Vitale
Psicologo, Sessuologo, Psicologo clinico
Roma
Caro/a utente,
mi spiace molto per la situazione in famiglia. Da esperto in violenza domestica e di genere, le dico che in questi casi è sempre difficile convincere chi crede di non avere problemi, ma farlglielo notare in una modalità che potrebbe risuonargli come un attacco, un'accusa o un "tu sei malato e hai bisogno di aiuto" rischia di essere controproducente, aumentando la negazione e, di riflesso, anche l'aggressività. Il primo passo è provare, in maniera assertiva, a fargli rendere conto di quanto certi comportamenti possano essere pericolosi e facciano male non solo agli altri membri della famiglia, ma anche a sè stesso. Attenzione però a sottovalutare certe reazioni aggressive che potrebbero sfociare in comportamenti violenti con conseguenze gravi per chi gli sta incontro. In questo caso è PRIORITARIO proteggere la vostra incolumità fisica e psicologica, onde evitare brutti epiloghi. Se non potete aiutare lui, aiutate voi stessi perchè non bisogna mai sottovalutare chi ostenta aggressività arrivando anche ad utilizzare violenza fisica. Contattare uno psicologo potrà aiutarvi a trovare la strada giusta. Se avete bisogno potete contattarmi in privato.
Un abbraccio e un caro saluto
Dott.ssa Alessia Rita Candiloro
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Professional counselor
Napoli
Salve, comprendo il disagio che descrive. Potrebbe partire dal comunicare al suo parente la sua preoccupazione e cosa prova a vederlo così. Potrebbe funzionare e se non funziona, forse dovrà accettare che non tutti vogliono cambiare e stare bene. Saluti.
Dott. Massimiliano Trossello
Psicologo, Terapeuta, Psicologo clinico
Leinì
Buongiorno. Sono d'accordo con i colleghi nel ritenere fondamentale la motivazione al trattamento per la persona coinvolta. Provi a sensibilizzare senza forzare troppo la mano.

Cordialità

MT
Dott.ssa Rebecca Silvia Rossi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Usmate Velate
Buonasera, la motivazione è il punto principale per intraprendere un percorso di aiuto e/o cura. Dal momento che il suo parente non pare averne e, anzi, si sente attaccato quando gli si mostra il problema, le consiglio di ribaltare la situazione ed esplicitare la sua difficoltà in tali situazioni. Può anche valutare di chiedere lei un supporto psicologico per gestire la sua ira e gli scontri che ne derivano. Un caro saluto
Dott.ssa Lina Isardi
Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo
Firenze
Se la persona non si vuol far aiutare da uno psicologo o psichiatra, forse è bene che vada lei a fare una psicoterapia per rinforzarsi e vedere fino a che punto deve mettere a rischio se stessa dal punto di vista fisico o psicologico con la vicinanza di una persona anche violenta. Non ci si deve sentire in colpa se si prendono anche le distanze da persone violente. Magari può parlarne al medico di base della persona con questi problemi. Se poi non ci sono possibilità di aiutare e la persona è violenta con lei o altri familiari è bene anche denunciare i fatti.Cordiali saluti
Dott.ssa Valentina Antoci
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Gentile Utente, se la persona che vive il disagio non ha consapevolezza è improbabile che riconosca e accetti il suggerimento di farsi aiutare da uno specialista. Lei però può spiegargli come si sente tutte le volte che subisce la sua aggressività, potrebbe anche chiedere che cosa attiva o mantiene quel tipo di comportamento, ovviamente in un momento neutro. Oppure se per lei è faticoso gestire queste situazioni a causa della sofferenza che ne segue, potrebbe chiedere una consulenza psicologica per comprendere insieme ad uno specialista quali potrebbero essere i fattori scatenanti e di mantenimento e come imparare a proteggersi.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Chiara Ripa
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Gentilissimo, il disagio che lei esprime è assolutamente comprensibile. Purtroppo quando non c'è una motivazione intrinseca è difficile coinvolgere qualcuno in un percorso. L'obiettivo quindi a questo punto è proprio lavorare sulla consapevolezza di questa persona per accendere in lui una spinta motivazionale alla risoluzione del problema: prima però è importante che lui VEDA che ci sia il problema. Provi a far presente a questa persona come si sente quando lui ha questi scatti d'ira.
Dott.ssa Chiara Ripa
Dr. Davide De Rosa Saccone
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Riccione
Buongiorno, i meccanismi che identifica nel suo parente sono alcuni processi cognitivi messi in atto in presenza di comportamenti particolarmente rabbiosi o violenti: si attribuisce all'altro la colpa e si nega qualsiasi responsabilità. Questo per non etichettarsi come "violento" o "con un problema nella gestione della rabbia". Purtroppo la motivazione al trattamento non può essere "forzata" nelle persone. Quello che si può fare è comunicare senza utilizzare a nostra volta la rabbia, mettendo in luce piuttosto le emozioni che ci suscita assistere a queste esplosioni d'ira (paura, ansia e così via).
A seconda della sua provincia di residenza possono essere presenti centri specifici di accompagnamento al cambiamento per uomini violenti (ad esempio in Emilia Romagna sono presenti i centri LDV sulle province).
D'altra parte, se questi comportamenti non cessano e se la comunicazione non trova terreno fertile, potrebbe essere auspicabile contattare i Centri Antiviolenza attivi sul suo territorio: sono specializzati nella gestione di questi casi e spesso offrono servizi di consulenza multidisciplinari.
Non abbia paura a contattarli qualora la situazione non migliori; purtroppo spesso la violenza viene manifestata in cicli continui.
dott. De Rosa Saccone
Buongiorno, purtroppo non è facile convincere una persona ad iniziare un percorso di supporto. La decisione è personale e deve nascere dal riconoscimento di un bisogno. Tuttavia, chi è intorno ad una persona così arrabbiata deve far notare gli effetti di questa rabbia, può esprimere il suo disappunto ma soprattutto può comunicare come la fa sentire quando le mostra aggressività. Fatto questo, si protegga come può, dalla negatività di una persona aggressiva. Saluti,
Elena Bonciarelli
Dott.ssa Maura Falocco
Psicologo, Professional counselor
Grottaferrata
Buonasera,
è difficile convincere qualcuno di intraprendere un percorso che si rifiuta di iniziare. In questi casi può essere utile che la persona che soffre di più della vicinanza con questo parente aggressivo, si attivi per capire meglio come rapportarsi con lui. Un cordiale saluto
Dott.ssa Adriana Fabiani Tijero
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Cuasso al Monte
gentile,
La domanda "cosa fare?"
è una domanda troppo aperta .
Non é lo stesso se il parente
é un genitore, un figlio/a, la sorella, il fratello o il congiunge ...
Dato che Lei ha una sua domanda/preoccupazione, provi a chiedere al medico di famiglia e forse, può aiutarla e orientarla nello specifico.
un cordiale saluto.
A.F.
Dr. Manuel Marco Mancini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve, utilizzando il giusto tatto dovrebbe provare a parlare alla persona interessata, rendendola partecipe del suo vissuto e delle sue frustrazioni, consigliando l'aiuto di un professionista.
MMM
Dott.ssa Franca Vocaturi
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno, è molto difficile aiutare chi non è consapevole di avere un problema. Ma lei come vive questa situazione? Se la preoccupa tanto è probabile che si tratti di un parente vicino. La rabbia incontrollata suscita spavento. Ha già provato a parlarne, quando la situazione è tranquilla? In questi casi ciò che può aiutare è non accusare l'altro ma racconttargli come ci si sente di fronte ai suoi attacchi. Mi chiedo anche se ci sono altre persone presenti, che possano aiutarla. Se lo ritiene utile, può anche pensare ad un supporto psicologico per sè. Dott.ssa Franca Vocaturi
Dott. Alessandro D'Agostini
Psicologo, Psicoterapeuta
Roma
Buonasera, penso che al momento attuale, rivolgersi ad uno psicologo potrebbe esserle di aiuto per fare chiarezza e avere maggiore comprensione del periodo e della difficoltà che sta vivendo. Un saluto, Dott. Alessandro D'Agostini
Dr. Matteo Selva
Psicologo, Psicologo clinico
Montecatini-Terme
Buongiorno,
nessuno può essere costretto ad un intervento di natura psicologica che, per definizione, deve essere volontario e sotto consenso ( a meno che non ci siano alcune condizioni che richiedono un TSO).
Provi a chiedersi come lei può stare all'interno di tale relazione in modo diverso che è, invece, la variabile su cui può agire.

La saluto ed in bocca al lupo!
Dott. Marco Lenzi
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno,
Darò una risposta inattesa alla sua domanda.
Non può aiutare qualcuno che non intende cercare un supporto, a maggior ragione se questa persona ritiene di stare bene e non si rende conto di vivere in una condizione di difficoltà. Anche insistendo, troverà un muro davanti a sé e una resistenza al trattamento. Non possiamo aiutare chi non vuole essere aiutato.
La persona in oggetto non ha la minima consapevolezza di stare soffrendo e di come questo genera dolore negli altri intorno a lui.
Tuttavia, c'è un'azione che può mettere in campo: può prendere le distanze da questa persona e, se ciò la fa soffrire, può affrontare lei questo problema con un percorso terapeutico. In terapia avrà modo di esporre la sua difficoltà ad un professionista che la sosterrà emotivamente, la ascolterà in modo autentico e sincero e la accoglierà in modo empatico e senza giudizio. Insieme, potrete andare alle radici della problematica e capire come affrontarla in modo funzionale.
La terapia la aiuterà a scoprirsi e ad individuare le risorse che la aiuteranno a vivere con maggiore serenità la situazione.
Resto a disposizione per ulteriori informazioni e domande nell'eventualità di un colloquio psicologico di approfondimento.
Cordiali saluti
Dott.ssa Erika Messinese
Psicologo clinico, Psicologo
Torino
Gentile, la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata. Il suo racconto descrive un quadro di sofferenza che investe l'intero nucleo familiare. Il fatto che il suo parente reagisca con rabbia se contraddetto e arrivi a "alzare le mani" indica una marcata rigidità e una pericolosa difficoltà nel gestire la frustrazione.
Dal punto di vista psicologico, la mancanza di consapevolezza e il bisogno di controllo sono spesso meccanismi di difesa eretti per proteggere una fragilità interna molto profonda. Tuttavia, quando la negazione si accompagna a episodi di violenza fisica, la priorità deve necessariamente spostarsi sulla tutela e sulla sicurezza dei coinvolti. In questi casi, il tentativo di convincere l'altro attraverso la logica spesso alimenta ulteriormente il conflitto e il senso di persecuzione del soggetto, rendendo vano ogni sforzo di dialogo diretto. Non suggerirei quindi di cercare di cambiare la visione del suo parente attraverso la logica, poiché la sua resistenza sembra al momento troppo elevata. È fondamentale invece che lei, e gli altri familiari coinvolti, possiate consultare uno specialista per definire una strategia di gestione della crisi che non vi esponga a rischi. Quando la comunicazione verbale fallisce e subentra la violenza, è necessario attivare reti di supporto esterne (centri antiviolenza o servizi territoriali) per valutare la pericolosità della situazione. Non resti sola in questo tentativo di "aiutare chi non vuole essere aiutato": a volte l'unico modo per smuovere un sistema bloccato è prendersi cura di chi, in quel sistema, subisce il danno.
Sperando di aver dato qualche spunto utile, sono disponibile per un ulteriore ascolto. Un caro saluto, Dott.ssa Erika Messinese
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, la situazione che descrive è molto delicata e comprensibilmente difficile da gestire, soprattutto perché coinvolge una persona a cui tiene e che, allo stesso tempo, non riconosce alcuna difficoltà. Questo spesso lascia chi sta accanto in una posizione di grande frustrazione e impotenza, perché si ha la sensazione di vedere qualcosa che l’altro non vede e di non avere strumenti per intervenire. Quando una persona reagisce con attacchi d’ira, tende a negare e a difendersi con forza da qualsiasi osservazione, è frequente che si attivi un meccanismo interno di protezione. In altre parole, riconoscere di avere un problema potrebbe essere percepito come troppo minaccioso, e quindi viene evitato o negato. Questo non significa che non ci sia consapevolezza in assoluto, ma che, in quel momento, la persona non è in grado o non è disposta a mettersi in discussione. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è utile considerare che il comportamento dell’altro non dipende solo da ciò che lei dice o fa. Questo è un passaggio importante, perché spesso si tende a pensare che, trovando le parole giuste o insistendo abbastanza, si possa far cambiare prospettiva all’altra persona. In realtà, il cambiamento avviene quando c’è una minima apertura interna, che in questo momento sembra non esserci. Allo stesso tempo, però, c’è un altro aspetto fondamentale che riguarda lei e il suo ruolo nella relazione. Quando si è a contatto con comportamenti aggressivi, soprattutto se arrivano fino ad alzare le mani, non si tratta più solo di un problema dell’altro, ma anche di una questione di tutela personale. È importante che lei possa riconoscere quali sono i suoi limiti e cosa è disposto a tollerare e cosa no. Questo non è un atto egoistico, ma una forma di protezione necessaria. Spesso, in situazioni come questa, si crea una dinamica in cui si prova a far ragionare l’altro nei momenti di tensione, ma questo tende a peggiorare le cose, perché la persona si sente attaccata e reagisce con ancora più rabbia. Può essere più utile, quando possibile, scegliere momenti di calma per esprimere come si sente, parlando in prima persona e senza entrare in uno scontro diretto su chi ha ragione o torto. Anche in questi casi, però, è importante tenere presente che il suo obiettivo non è convincere l’altro a tutti i costi, ma comunicare il proprio vissuto. Un punto molto delicato riguarda il fatto che ci siano episodi in cui la rabbia sfocia in comportamenti fisici. Questo è un segnale da non sottovalutare. In queste situazioni, la priorità diventa la sicurezza, più che il tentativo di “aiutare” l’altro. A volte l’aiuto più concreto che si può dare è proprio quello di non alimentare dinamiche che permettono a questi comportamenti di continuare indisturbati, mantenendo dei confini chiari e coerenti. Capisco il desiderio di voler aiutare questa persona, ma è importante anche riconoscere che non si può aiutare qualcuno contro la sua volontà. Si può però lavorare su come stare dentro questa relazione in modo meno logorante e più protettivo per sé. Questo è un passaggio spesso difficile, perché può comportare il ridimensionare il proprio ruolo o accettare dei limiti che non si vorrebbero. Un percorso di supporto potrebbe esserle utile proprio per questo, non tanto per cambiare l’altra persona, ma per comprendere meglio le dinamiche in cui si trova coinvolto, riconoscere gli schemi che si attivano nelle interazioni e trovare modalità più efficaci per tutelarsi e gestire queste situazioni. Avere uno spazio in cui poter elaborare ciò che sta vivendo può aiutarla a sentirsi meno solo e più orientato nelle scelte. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero

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