Buongiorno, sono molto turbato da un'esperienza avuta con uno psicologo di una Asl. Ho prenotato il

25 risposte
Buongiorno, sono molto turbato da un'esperienza avuta con uno psicologo di una Asl.
Ho prenotato il primo colloquio psicologico clinico per impostare un percorso di psicoterapia. Seguo già una psicoterapia con un Privato ma per ridurre i costi volevo valutare il servizio dell'Asl.
A parte la mia impressione iniziale non positiva di questo dottore, ho trovato l'incontro veramente disagiante.
Non mi è stata fatta alcuna domanda per conoscermi;
Mi è stato chiesto con quale diagnosi io mi presentassi lì;
Dopo sommarie spiegazioni in quella che già mi sembrava una perdita di tempo, dopo 10 minuti, il dottore si lancia in una sommaria diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo e mi invita a confrontare i sintomi su google e soprattutto afferma che per risolvere questo problema non serve la psicoterapia per anni ma basta prendere il prozac.
Testuali parole: "Il prozac ti schiarisce la mente e puoi pensare in maniera lineare così da affrontare la vita a spalle aperte piuttosto che con timidezza. Poi quando hai capito come affrontare le cose puoi anche farne a meno. Tanto è un farmaco di uso diffuso, non è niente di chè."
In totale la seduta si è conclusa in 20 minuti al massimo perchè avevo capito di trovarmi di fronte ad una persona che non mi ispirava alcuna fiducia nelle proprie competenze e con lui ancora perplesso come sin dall'inizio.
Ho fatto psicoterapia per anni e ho gli strumenti per riconoscere un professionista ma devo dire che la cosa mi ha turbato.
Vorrei una vostra opinione. Grazie
Dott. Marco Squarcini
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissimo, comprendo il turbamento che descrive. Un primo colloquio, anche in un contesto pubblico, dovrebbe essere uno spazio di ascolto, di inquadramento, di conoscenze non una consultazione rapida con una diagnosi formulata in pochi minuti e un’indicazione farmacologica espressa in modo sbrigativo.
Far riferimento a Google per la presenza o l'assenza di sintomi o presentare un farmaco come soluzione semplicistica, una scorciatoia non è una modalità particolarmente rispettosa della complessità del lavoro psicologico ne in alcun modo della sua soggettività e della sua sensibilità. Inoltre, uno psicologo non può prescrivere farmaci; è di competenza medica (psichiatra o medico di base), e anche in quel caso la decisione dovrebbe nascere da una valutazione approfondita e condivisa.
Come saprà l’alleanza terapeutica è un elemento centrale della relazione terapeutica e senza fiducia difficilmente può nascere un percorso efficace. Inoltre in alcuni casi i farmaci possono essere veramente utili, ma non sostituiscono automaticamente la psicoterapia, non rappresentano una “scorciatoia universale”. La scelta va sempre discussa con attenzione, valutando benefici, limiti, timori e preferenze personali.
Il turbamento che sente è pienamente comprensibile: quando si cerca aiuto e ci si sente liquidati, può riattivarsi un profondo senso di svalutazione, la sensazione di non esser visti come soggetti. Forse portare anche questa esperienza nel suo attuale percorso terapeutico potrebbe aiutarla ad elaborarla e a decidere con più serenità come muoversi per quanto riguarda il futuro della sua terapia.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini

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Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, comprendo quanto un’esperienza come quella che descrive possa risultare turbante, soprattutto quando si arriva a un primo colloquio con l’aspettativa di essere ascoltati e accolti in modo attento. Quando si decide di chiedere aiuto si compie spesso un passo delicato e coraggioso, e trovarsi in una situazione percepita come frettolosa o poco sintonizzata può generare disorientamento, delusione e anche dubbi su se stessi. Nel percorso psicologico la qualità della relazione che si crea tra paziente e professionista rappresenta uno degli elementi più importanti. Sentirsi compresi, potersi raccontare con i propri tempi e percepire curiosità e interesse autentico verso la propria storia sono aspetti fondamentali per costruire fiducia. Quando questo non accade è assolutamente legittimo provare disagio o la sensazione che qualcosa non sia andato nel modo giusto. Le sue reazioni appaiono comprensibili e coerenti con ciò che ha vissuto. È importante considerare che il primo colloquio psicologico, di solito, serve soprattutto a conoscere la persona, comprendere la sua richiesta, raccogliere informazioni sulla sua storia e iniziare a costruire una visione condivisa delle difficoltà presenti. Ricevere rapidamente una definizione del problema senza un adeguato spazio di approfondimento può far sentire etichettati o non realmente visti nella propria complessità. Inoltre, il fatto che le sia stato suggerito di cercare informazioni su internet può aumentare confusione e preoccupazione, perché online si trovano spesso spiegazioni generiche o allarmistiche che non tengono conto della singolarità di ogni esperienza. Dal suo racconto emerge anche un elemento importante, ovvero la fiducia che ha maturato nel tempo grazie al percorso già intrapreso. Il fatto che lei sia riuscito a riconoscere un senso di incongruenza e a fermarsi davanti a un’esperienza che non la faceva sentire al sicuro mostra una buona capacità di ascoltare i propri segnali interni. Questa è una risorsa preziosa, perché in ambito psicologico è fondamentale che la persona si senta libera di valutare se un professionista rappresenta o meno un contesto adatto alle proprie esigenze. Può essere utile ricordare che i servizi pubblici e quelli privati possono avere modalità organizzative differenti, talvolta legate ai tempi e alle risorse disponibili, ma questo non significa che l’utente debba rinunciare a sentirsi accolto e rispettato. Ogni persona ha il diritto di cercare il contesto terapeutico in cui si sente maggiormente compresa e sostenuta, senza che questo rappresenti un errore o una mancanza di apertura. Il turbamento che descrive potrebbe essere legato anche alla paura di vedere ridimensionato il percorso fatto finora o alla sensazione che la sua esperienza sia stata semplificata troppo rapidamente. Dare spazio a queste emozioni e provare a riflettere su ciò che per lei rappresenta un aiuto efficace può aiutarla a orientarsi con maggiore serenità nelle scelte future. Continuare un percorso in cui si sente ascoltato e valorizzato rappresenta spesso un fattore protettivo molto importante per il benessere psicologico. Il fatto che abbia deciso di chiedere un confronto su quanto accaduto indica il desiderio di comprendere e prendersi cura di sé, e questo è un segnale significativo di attenzione verso il proprio equilibrio. Quando un incontro lascia un senso di disagio, fermarsi ad ascoltare quella sensazione può essere un modo per proteggere il proprio percorso e mantenere una direzione coerente con i propri bisogni. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dr. Massimo Mestroni
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Trieste
Buongiorno, premesso che in certi casi nel servizio pubblico ho visto operare professioniste e professionisti encomiabili, purtroppo talvolta oberati dal sovraccarico lavorativo, in altri casi invece va tenuto presente che i criteri di selezione dei professionisti non garantiscono del tutto "le capacità" terapeutiche, un po' come accade per gli insegnanti. Infatti, nella mia storia di studente o di genitore di una studentessa, ho incontrato insegnanti con curriculum formativi eccezionali, ma decisamente poco portati per aspetti emotivi, relazionali e comunicativi alla trasmissione del proprio sapere ..ciò, tra i vari fattori possibili, potrebbe spiegare il perché di una piuttosto fiorente attività privata in diverse zone d'Italia nel settore della psicologia clinica e della psicoterapia.
Cordialmente,
M.M.
Dott.ssa Flora Bacchi
Psicologo, Psicologo clinico
Zanica
Capisco il tuo turbamento. Da quello che racconti, il colloquio sembra essere stato molto frettoloso e poco approfondito per formulare una diagnosi così rapida.
In un primo incontro ci si aspetta ascolto, raccolta della storia e costruzione di un minimo di alleanza. Inoltre uno psicologo non può prescrivere farmaci come il Prozac: quello è compito di un medico.
Al di là degli aspetti tecnici, il punto centrale è che non ti sei sentito compreso né in fiducia. E questo, in terapia, è fondamentale. Se puoi, valuta di chiedere un altro professionista nella ASL oppure proseguire con chi già ti segue e con cui ti senti al sicuro.

Se vuoi puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo online e cercheremo insieme di capirci di più.
Un caro saluto
Dott.ssa Bacchi
Dr. Francesco Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
Ozzano dell'Emilia
Salve, purtroppo la psicologia ospedaliera ha ritmi, modalità e deve seguire procedure, in parte stabilite dalla struttura, che sono sicuramente un diverse da quelli che può permettersi un professionista privato; convengo con lei che la necessità di dare risposte in tempi stretti e accorciare le prese in carico per poter provare ad aiutare anche il paziente successivo spesso possa essere percepito come pressapochismo o fretta, purtroppo però anche i professionisti asl fanno ciò che possono con quello che hanno e dovendo render conto di quantità di prestazioni.
Diversamente un professionista privato ha maggior libertà di scelta e di manovra rispetto a tempi, luoghi, modi, ecc...
E' anche vero che i professionisti sono persone, quindi potrebbe aver incontrato la persona sbagliata o nel suo momento sbagliato, pertanto, se il suo obiettivo è di passare al pubblico per risparmiare un pochino, le suggerirei di riprovare e vedere se con altro professionista ha diversa percezione.
Per quanto riguarda l'uso di farmaci invece, per alcuni tipi di problematiche è assolutamente vero che possano essere di grande aiuto nella gestione dei sintomi, per le cause e i funzionamenti derivanti invece la psicoterapia resta fondamentale!
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Dott. Federico Bartoli
Psicologo, Psicologo clinico
Prato
Buongiorno, non è mia abitudine giudicare l'operato dei colleghi ma da quello che ha raccontato penso di capire il disappunto e il turbamento dato da quest'esperienza. Capisco che la risposta che ha ricevuto possa esserle risultata svalutante e spersonalizzante nei confronti del suo vissuto.

Resto a disposizione

Dott. Federico Bartoli
Dott.ssa Isabella Maria Burinato
Psicologo, Professional counselor, Psicologo clinico
Desio
Buonasera,
effettivamente concordo con il suo disagio, questo tipo di visita è più calzante ad uno Psichiatra che ad uno Psicologo che, oltretutto, non può prescrivere farmaci. E' sicuro che anzichè ad uno psicologo non sia stato inviato ad un medico psichiatra?
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologo, Psicologo clinico
Pisa
Gentile utente,

comprendo perfettamente il suo turbamento. Quello che lei descrive evidenzia diverse criticità, sia sul piano del metodo che su quello dell'etica professionale, che giustificano pienamente la sua sensazione di disagio.

Ecco alcuni punti fondamentali per inquadrare l'accaduto:

Il senso del primo colloquio: Chiedere a un paziente "con quale diagnosi si presenta" ribalta il senso della consulenza. La diagnosi dovrebbe essere il punto di arrivo di un ascolto attento, non un prerequisito che il paziente deve fornire al professionista.

La fretta diagnostica: Formulare un'ipotesi clinica in dieci minuti, invitando poi a consultare Google, svilisce la complessità della sofferenza umana. La diagnosi non è un'etichetta da cercare online, ma un processo di comprensione profonda che richiede tempo e relazione.

La questione farmacologica: Suggerire l'assunzione di uno psicofarmaco come soluzione sbrigativa ("non è niente di che") è un’invasione di campo metodologica. La valutazione di una terapia farmacologica spetta esclusivamente allo psichiatra o al medico, e non può mai sostituire o banalizzare il lavoro psicoterapeutico sulla comprensione delle proprie dinamiche interne.

L'importanza dell'intuizione: La sua reazione di chiusura e la diffidenza che ha provato sono segnali preziosi. In terapia, la fiducia e il sentirsi "visti" sono la base di ogni possibile guarigione; quando questi mancano dopo pochi minuti, è sano tutelarsi come lei ha fatto.

Non lasci che questa esperienza negativa infici la sua fiducia nel valore della cura. Ha dimostrato un’ottima capacità di discernimento nel riconoscere un approccio che non onora la dignità del paziente.

Un cordiale saluto,

Dott.ssa Maria Pandolfo
Dott. Mauro De Luca
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Taranto
Buongiorno,

capisco molto bene il suo turbamento. Quello che descrive non è solo “una seduta che non mi è piaciuta”, ma un’esperienza che ha toccato la fiducia, il senso di essere ascoltato e il rispetto del percorso che lei ha già fatto.

Provo a risponderle con equilibrio.



1⃣ Quello che è accaduto è clinicamente anomalo?

Ci sono alcuni elementi oggettivamente critici:
• 20 minuti per un primo colloquio clinico sono molto pochi.
• Formulare una diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo senza un’esplorazione strutturata è metodologicamente fragile.
• Invitare il paziente a “cercare su Google i sintomi” non è una buona prassi clinica.
• Ridurre la complessità a “basta il Prozac” è una semplificazione eccessiva.

Un primo colloquio serio dovrebbe includere:
• raccolta anamnestica
• storia dei sintomi
• funzionamento attuale
• eventuale valutazione strutturata
• restituzione prudente, non affrettata

Una diagnosi non si “lancia”, si costruisce.



2⃣ Sul farmaco: una precisazione tecnica

Il Prozac (fluoxetina) è un SSRI utilizzato anche nel DOC.
È vero che può:
• ridurre l’ansia ossessiva
• diminuire l’intensità delle compulsioni
• migliorare la flessibilità cognitiva

Ma non “schiarisce la mente” nel senso magico descritto.
E soprattutto: nel DOC la terapia di prima linea è spesso farmaco + psicoterapia cognitivo-comportamentale con esposizione e prevenzione della risposta.

Dire che “non serve psicoterapia per anni, basta il Prozac” è una semplificazione non supportata dalle linee guida.



3⃣ Il punto centrale non è solo tecnico

Il nodo vero è questo:
Lei non si è sentito visto.

Quando una persona arriva per impostare un percorso psicoterapeutico e viene:
• poco ascoltata,
• rapidamente etichettata,
• indirizzata quasi esclusivamente al farmaco,

può sentirsi ridotta a un sintomo.

E questo è destabilizzante, soprattutto per chi ha già fatto anni di terapia e ha strumenti di consapevolezza.



4⃣ È possibile che lei abbia reagito per pregiudizio?

Lei stesso scrive:

“A parte la mia impressione iniziale non positiva…”

È sempre utile interrogarsi su questo.
Ma anche se ci fosse stata una diffidenza iniziale, ciò non giustifica un’impostazione così frettolosa.

Un buon clinico sa che la fiducia si costruisce, non si pretende.



5⃣ Il servizio pubblico: realtà e limiti

Le ASL spesso lavorano con:
• tempi contingentati
• carichi elevati
• protocolli più medicalizzati

Questo può portare ad approcci più orientati al sintomo e al farmaco.

Ma il contesto non giustifica la mancanza di ascolto.



6⃣ Il suo turbamento è comprensibile

Non perché “il collega sia incompetente” (non possiamo dirlo),
ma perché l’esperienza è stata:
• rapida
• poco approfondita
• poco contenitiva
• sbilanciata verso la farmacologia

E quando si parla di salute mentale, la relazione è parte della cura.



7⃣ Cosa può fare ora?

Ha diverse possibilità:
1. Continuare con il suo terapeuta privato, se si sente al sicuro lì.
2. Chiedere un secondo parere in ASL con un altro professionista.
3. Valutare un consulto psichiatrico indipendente se vuole approfondire l’ipotesi farmacologica.
4. Scrivere una segnalazione (non punitiva ma descrittiva) se ritiene che il colloquio sia stato sotto standard.



8⃣ Una riflessione più profonda

Forse ciò che l’ha colpita di più non è stata la proposta del Prozac, ma il messaggio implicito:

“Il suo lavoro psicologico non è necessario.”

E questo può far sentire invalidati.

Ma la verità clinica è che:
• ci sono situazioni dove il farmaco è utile,
• ma non sostituisce la comprensione della persona.



In sintesi
• Il suo disagio è comprensibile.
• L’impostazione descritta appare affrettata.
• La proposta farmacologica non è di per sé sbagliata, ma è stata presentata in modo semplicistico.
• Lei ha tutto il diritto di scegliere un professionista che le ispiri fiducia.

La psicoterapia è anche un’esperienza relazionale.
Se la relazione non parte bene, è legittimo fermarsi.

Se vuole, può dirmi:
• Il suo terapeuta privato ha mai ipotizzato un DOC?
• Lei si riconosce in quella diagnosi?

Così possiamo ragionare in modo più mirato.

Un caro saluto,
Mauro De Luca
Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale
Dott. Francesco Maria Frattolillo
Psicologo, Psicologo clinico
Benevento
Capisco molto bene il suo turbamento: quando una persona decide di rivolgersi a un servizio psicologico, si mette in gioco in una condizione di particolare vulnerabilità, e trovarsi in un contesto che viene percepito come frettoloso, poco accogliente o riduttivo rispetto alla propria storia può lasciare una sensazione di disagio profondo e di sfiducia. Dal suo racconto emerge che lei si è sentito poco visto e poco ascoltato: riferisce che non le sono state poste domande per conoscerla, che le è stato chiesto di presentarsi con una diagnosi già definita, che in tempi molto rapidi è stata formulata un’ipotesi di disturbo ossessivo-compulsivo e che la proposta principale è stata l’assunzione di un farmaco, con il suggerimento di “confrontare i sintomi su Google” e con una descrizione della terapia farmacologica piuttosto sbrigativa. Al di là delle intenzioni del collega, che naturalmente non posso conoscere, è importante dare piena dignità al suo vissuto soggettivo: lei ha percepito una mancanza di attenzione alla sua storia personale, una riduzione della complessità del suo percorso a un’etichetta diagnostica e una proposta di cura centrata quasi esclusivamente sul farmaco, senza un reale spazio di dialogo rispetto al lavoro psicologico che lei già sta facendo e rispetto ai suoi bisogni. In un primo colloquio psicologico o psicoterapeutico è ragionevole aspettarsi almeno una minima raccolta della storia di vita e della sofferenza, un ascolto del motivo della richiesta, una esplorazione delle aspettative e, solo successivamente, una ipotesi di inquadramento condivisa e spiegata con calma, insieme a una presentazione chiara delle possibili opzioni di trattamento; è vero che nei servizi pubblici i tempi sono spesso stretti e condizionati dall’organizzazione, tuttavia questo non annulla il diritto della persona a sentirsi accolta e a comprendere il senso di ciò che le viene proposto. Per quanto riguarda la diagnosi e il farmaco, è bene ricordare che nessuna diagnosi solida si esaurisce in pochi minuti, soprattutto quando si tratta di disturbi che coinvolgono ansia, ossessioni, storia personale e funzionamento relazionale; i farmaci possono essere strumenti utili in molti casi, ma richiedono sempre una valutazione medica attenta, una spiegazione accurata di benefici e possibili effetti collaterali, e non sostituiscono automaticamente la necessità di un percorso psicologico, soprattutto quando la sofferenza ha radici profonde e si intreccia con la storia di vita. Il modo in cui le sono state presentate le cose, da quanto lei riporta, può apparire comprensibilmente riduttivo rispetto alla sua esperienza e alla complessità della psicoterapia che sta seguendo da anni. Un elemento importante che vorrei sottolineare è che lei mostra di avere sviluppato, proprio grazie al lavoro psicologico svolto finora, una buona capacità di riconoscere i propri segnali interni: ha avvertito fin dall’inizio che qualcosa “non tornava”, ha percepito una mancanza di fiducia e di sintonia, e ha scelto di interrompere un incontro che non sentiva come adeguato per sé. Questo non è un fallimento, ma un segnale di tutela di sé e di rispetto per il proprio percorso. Le suggerirei di portare questa esperienza all’interno della psicoterapia che sta già svolgendo: può essere molto utile esplorare insieme al suo terapeuta quali emozioni ha attivato (delusione, rabbia, sfiducia, forse anche paura di essere ridotto a un’etichetta), quali aspettative aveva nei confronti del servizio pubblico e come questa esperienza si collega alla sua storia di rapporto con le figure di cura e di autorità. Se desidera ancora valutare una presa in carico in ambito pubblico, può anche informarsi sulla possibilità di richiedere un cambio di operatore, spiegando in modo sobrio che non si è sentito a proprio agio in quel primo incontro; è legittimo cercare un contesto in cui si senta maggiormente ascoltato e rispettato. Allo stesso tempo è importante non generalizzare un singolo episodio all’intero sistema, ma nemmeno minimizzare ciò che ha provato: le due cose possono coesistere. Se sente il bisogno di rielaborare con maggior calma questa esperienza, chiarire i suoi dubbi rispetto a diagnosi, farmaci e ruolo della psicoterapia nel suo caso specifico, e orientarsi su quale tipo di percorso possa essere più adatto alla sua situazione, può essere molto utile dedicare uno spazio di colloquio mirato proprio a questi aspetti. In un incontro online potremmo ricostruire con ordine la sua storia di sofferenza e gli interventi già svolti, comprendere meglio il significato che ha avuto per lei questo colloquio in Asl e perché l’ha turbata così tanto, distinguere ciò che eventualmente può richiedere una valutazione medica specifica da ciò che necessita di un lavoro psicologico più approfondito, e valutare insieme la possibilità di strutturare un percorso quanto più possibile mirato e “risolutivo” rispetto ai suoi bisogni attuali, rispettando i suoi tempi, le sue risorse e i suoi limiti. Se lo desidera, possiamo fissare un primo colloquio online conoscitivo, in cui lei possa sentirsi ascoltato senza fretta, fare tutte le domande che ritiene necessarie e uscire con una visione più chiara delle opzioni concrete per proseguire il suo cammino di cura.
Dott.ssa Martina Amato
Psicologo clinico
Gragnano
Gentile, mi dispiace molto che la sua esperienza che la abbia arrecato disagio. Nella presa in carico psicologica è centrale che la persona si senta ascoltata, compresa e valutata adeguatamente. Se un incontro non produce tale esito è del tutto legittimo riconoscere il proprio disagio e orientarsi verso altro professionista o un servizio percepito come più adeguato. Al di là del fatto che diagnosi e trattamenti farmacologici richiedono sempre una valutazione più approfondita e specifiche competenze mediche, mi sento anche di dirle che in qualsiasi lavoro, sopratutto noi, professionisti sanitari, dovremmo avere un credo importante che è l’empatia, ma non sempre è così per tutti.
Mi dispiace per l'esperienza avuta. Posso solo dire che chi pratica psicoterapia non può prescrivere o raccomandare farmaci, ma solo lo psichiatra. Se vuole può liberamente rivolgersi all'Albo degli Psicologi per discutere dell'esperienza con quel dottore.
Dott.ssa Gabriella Elmo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Certamente il professionista della ASL non mi sembra adeguato al Suo problema, ma a parte questo credo che la psicoterapia sarebbe utile per chiarire i Suoi conflitti e per porre ordine nella Sua vita. Non mi sembra che Lei però abbia fiducia nl Suo terapeuta e forse anche questo andrebbe chiarito meglio per comprendere le Sue dinamiche interne e le aspettative che ripone nel Suo analista. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Dott.ssa Laura Elsa Varone
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Comprendo perfettamente il senso di sconcerto per l'esperienza che descrive. Da un punto di vista clinico e deontologico, quanto accaduto presenta diverse criticità procedurali che giustificano la sua perdita di fiducia. Un primo colloquio dovrebbe essere lo spazio sacro dell'accoglienza e dell'assessment, un momento in cui il professionista raccoglie dati anamnestici e clinici attraverso l'ascolto attivo, non una sede per somministrare etichette diagnostiche sbrigative in dieci minuti. Chiedere a un paziente di auto-diagnosticarsi o di "presentarsi con una diagnosi" ribalta paradossalmente i ruoli terapeutici, mentre suggerire di consultare Google per confrontare i sintomi è l'esatto opposto della psicoeducazione corretta, che dovrebbe invece fornire chiarezza e ridurre l'incertezza.
​Ancora più problematica è la banalizzazione della terapia farmacologica, aggravata da un'invasione di campo professionale: la prescrizione e il consiglio specifico sui farmaci sono di esclusiva competenza medica e psichiatrica. Uno psicologo può certamente ravvisare l'opportunità di un supporto farmacologico, ma il suo ruolo deve limitarsi a suggerire un consulto con uno psichiatra per una valutazione specialistica, senza mai sostituirsi a esso né minimizzare la portata di una terapia. Affermare che un farmaco complesso come la fluoxetina serva semplicemente a "schiarire la mente" o a dare "spalle aperte" è un approccio riduzionista che ignora la complessità del funzionamento psicologico. Sebbene il supporto farmacologico possa essere un alleato prezioso, esso va inserito in un progetto terapeutico strutturato e non può essere presentato come una scorciatoia magica che esime dal lavoro su di sé. Il fatto che lei abbia avvertito questo disagio e sia stato in grado di riconoscere una mancanza di accuratezza professionale è un segnale di salute: indica che possiede strumenti critici solidi e una buona consapevolezza dei suoi bisogni. In un contesto clinico, l'alleanza e la stima reciproca sono i primi predittori di efficacia; senza di essi, qualsiasi intervento perde di valore. Quanto accaduto sembra purtroppo una triste deviazione dagli standard di cura previsti, e la sua reazione di perplessità non è solo legittima, ma è la risposta più coerente a un incontro che è venuto meno ai principi base della clinica.
In ultimo ci tengo a dirle che questo e una mancanza che riguarda il singolo professionista, non il servizio pubblico a cui si e rivolto.
Rimango a disposizione,
Saluti
Dott.ssa Martina Veracini
Psicologo, Psicologo clinico
Empoli
Gentile Utente, la ringrazio per la sua condivisione.
Quello che descrive merita di essere preso sul serio, perché non riguarda solo un’esperienza “non riuscita”, ma il modo in cui si è sentito incontrato o, meglio, non incontrato, come persona e come paziente.

Il primo colloquio clinico, sia in ambito pubblico sia privato, dovrebbe avere come funzione principale l’ascolto della domanda, la comprensione del funzionamento della persona e del momento di vita che sta attraversando. Una diagnosi formulata in modo rapido, senza un’adeguata esplorazione, e presentata come qualcosa di immediatamente risolvibile con un farmaco, rischia di ridurre una sofferenza complessa a un’etichetta ed è comprensibile che questo la abbia lasciato turbato.

Al di là del singolo professionista, è utile tenere presente che nei servizi ASL convivono modelli di intervento molto diversi, alcuni più orientati alla valutazione rapida e alla gestione farmacologica del sintomo, altri più attenti alla dimensione psicoterapeutica. Questo può creare un forte scarto tra le aspettative di chi cerca uno spazio di pensiero e ciò che effettivamente viene offerto in quel contesto.

La sua reazione (il senso di disagio, la perdita di fiducia, il bisogno di interrompere l’incontro) non va letta come eccessiva ma come un segnale di quanto per lei sia centrale che la cura non sia solo efficace sul piano tecnico, ma anche rispettosa del suo percorso. Dopo anni di psicoterapia, è naturale aver sviluppato un’attenzione elevata alla qualità dell’ascolto e alla profondità del lavoro.

Può essere utile riflettere su questo episodio non solo in termini di “errore” del professionista, ma anche come chiarificazione della sua domanda: che tipo di aiuto sta cercando oggi? Una riduzione del sintomo, un contenimento farmacologico, oppure uno spazio in cui continuare a dare senso alla sua esperienza? Non sempre il servizio pubblico riesce a rispondere a tutte queste dimensioni nello stesso modo.

Se sente che l’attuale percorso, pur con i suoi limiti, è più coerente con i suoi bisogni profondi, questa esperienza può aiutarla a riconfermare una scelta, piuttosto che a metterla in dubbio. In alternativa, potrebbe valutare all’interno della ASL la possibilità di un altro invio o di un altro tipo di presa in carico, chiarendo fin da subito la sua richiesta.

Il turbamento che riporta non è un ostacolo al lavoro terapeutico, ma materiale prezioso di riflessione.
Resto disponibile per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Dr. Massimo Montanaro
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Crema
Buongiorno, credo nell'efficacia della psicoterapia come opportunità di comprendere meglio le dinamiche in grado di produrre i sintomi che a volte fanno stare male le persone; può accadere, in qualche situazione ma non necessariamente, che una terapia farmacologica possa essere associata al percorso laddove i sintomi, per intensità e caratteristiche, si rivelano altamente disfunzionali. Credo lei sia stato un pò sfortunato nell'incontro con questo operatore; non demorda tuttavia! Cordiali saluti, dottor Massimo Montanaro.
Dott.ssa Pinella Chionna
Psicologo clinico, Psicologo, Professional counselor
Mesagne
Buongiorno,
dal suo racconto emerge chiaramente quanto questo incontro l’abbia lasciata turbata e disorientata. Quando si intraprende o si valuta un percorso psicologico, è fondamentale sentirsi ascoltati, accolti e compresi: se questo non accade, è naturale provare disagio e sfiducia.
Un primo colloquio clinico dovrebbe generalmente avere come obiettivo la conoscenza della persona, della sua storia e della sua domanda di aiuto. Una formulazione diagnostica richiede tempo, approfondimento e un’adeguata raccolta di informazioni. Ricevere un’ipotesi così rapida può certamente risultare spiazzante, soprattutto se non accompagnata da un’esplorazione condivisa.
Per quanto riguarda l’aspetto farmacologico, è importante ricordare che l’eventuale prescrizione di farmaci antidepressivi (come la fluoxetina) è competenza medica e può rappresentare, in alcuni casi, uno strumento utile. Tuttavia, la scelta di intraprendere una terapia farmacologica dovrebbe essere frutto di una valutazione accurata, spiegata in modo chiaro e condivisa con il paziente, che deve sentirsi informato e libero di decidere.
Il punto centrale, però, è un altro: la relazione terapeutica è uno degli elementi più importanti di qualsiasi percorso psicologico. Se lei non ha percepito fiducia, ascolto o sintonia, è comprensibile che abbia scelto di interrompere. Non tutti i professionisti sono adatti a tutte le persone, e questo non significa necessariamente che uno dei due “sbagli”.
Il fatto che lei abbia anni di esperienza in psicoterapia le dà strumenti per percepire quando un contesto non le appare adeguato. Le suggerirei, se desidera valutare il servizio pubblico, di chiedere eventualmente un altro nominativo oppure di confrontarsi con il suo terapeuta attuale per riflettere insieme su quanto accaduto.
Il suo turbamento merita attenzione: non tanto per stabilire chi abbia ragione, ma per comprendere cosa questa esperienza ha mosso dentro di lei.
Dott.ssa Martina Marrone
Psicologo, Psicologo clinico
Piacenza
Salve, ne ha parlato anche con la sua terapeuta? Magari può consigliarle delle modalità per ridurre i costi o altri servizi, in base alla zona in cui si trova. Leggendo mi sembrava di capire che è ancora seguito nel privato; in ogni caso certo una situazione del genere può turbare molto. Mi auguro che lei riesca trovare un modo di poter continuare il suo percorso con qualcuno con cui si sente a proprio agio. Cari saluti.
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Gentile utente di mio dottore,

continui la terapia iniziata nel contesto privato, affidarsi ad un altro specialista dopo diverso tempo può esser solo deleterio. Nella speranza possa portare a termine il suo percorso nel migliore dei modi.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Isabella Macchia
Psicologo, Psicologo clinico
Pescara
Salve, quando una persona arriva a chiedere un primo colloquio psicologico porta con sé non solo dei sintomi, ma una storia, delle aspettative, spesso anche una certa dose di vulnerabilità. Per questo il primo incontro dovrebbe essere, prima di tutto, uno spazio di ascolto: un tempo dedicato a comprendere chi abbiamo davanti, come vive la propria sofferenza e quale domanda sta realmente ponendo.
Ricevere invece poche domande, una diagnosi formulata molto rapidamente e un’indicazione farmacologica presentata come soluzione quasi semplice può risultare spiazzante. Non tanto (o non solo) per il contenuto clinico in sé — perché, ad esempio, nel disturbo ossessivo-compulsivo la letteratura scientifica riconosce l’utilità sia della psicoterapia sia, in alcuni casi, di farmaci come il Prozac — ma per il modo e i tempi con cui tutto questo viene proposto.
Una diagnosi è un processo, non un’etichetta da assegnare in pochi minuti. Richiede esplorazione, approfondimento, confronto. E soprattutto richiede alleanza. Senza una minima costruzione di fiducia, anche un’indicazione clinicamente corretta può essere vissuta come riduttiva o invalidante.
È comprensibile sentirsi turbati quando non ci si percepisce riconosciuti nella propria complessità. La relazione terapeutica non è un dettaglio accessorio: è uno degli strumenti di cura principali. Se manca quella sensazione di essere ascoltati e compresi, è legittimo interrogarsi sulla possibilità di proseguire.
Un singolo incontro non definisce l’intero servizio pubblico né la totalità dei professionisti che vi lavorano, ma ogni persona ha il diritto di cercare un contesto in cui sentirsi rispettata, accolta e coinvolta nelle decisioni sul proprio percorso di cura ed è ciò che le auguro. Buona serata :)
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, continui a rivolgersi allo psicologo che la segue e che quindi la conosce. Cordiali saluti.
Dott.ssa Elena Dati
Psicologo, Psicologo clinico
Crema
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso quanto accaduto.
È comprensibile che un’esperienza di questo tipo possa lasciare turbamento, soprattutto quando ci si presenta a un primo colloquio con l’aspettativa di essere ascoltati e conosciuti prima di ricevere qualsiasi ipotesi diagnostica o indicazione terapeutica.
In un primo incontro è generalmente importante raccogliere informazioni, comprendere la storia della persona e costruire un minimo di alleanza.
Se lei ha percepito fretta o indicazioni fornite senza un adeguato approfondimento, è naturale che la fiducia sia venuta meno.
Anche rispetto alla proposta farmacologica, è legittimo aspettarsi che venga inserita all’interno di una valutazione accurata e condivisa.
Non è semplice valutare un cambiamento di professionista quando si è già inseriti in un percorso. Se lo ritiene possibile, potrebbe essere utile chiedersi se abbia avuto modo di esprimere direttamente al professionista dell’ASL le sue perplessità o il senso di spiazzamento provato: a volte un confronto chiarificatore può offrire ulteriori elementi di valutazione.
Resta in ogni caso importante che lei si senta in uno spazio in cui possa affidarsi con fiducia.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Buongiorno,
capisco il turbamento che descrive. Quando si decide di affidarsi a un professionista, soprattutto in un momento delicato, si cerca ascolto, tempo e un minimo di esplorazione prima di ricevere etichette o indicazioni terapeutiche. Se l’incontro è stato percepito come frettoloso, poco approfondito e con una diagnosi formulata in modo rapido, è comprensibile sentirsi disorientati e delusi.
Una valutazione clinica seria richiede tempo. Prima di parlare di disturbo ossessivo compulsivo o proporre un trattamento farmacologico, è buona prassi raccogliere informazioni sulla storia personale, sui sintomi, sul funzionamento quotidiano e sugli obiettivi della persona. Inoltre, la prescrizione di farmaci come la fluoxetina è competenza medica e andrebbe inserita in un percorso condiviso, spiegando benefici, limiti e alternative, non presentata come soluzione semplice e universale.
Detto questo, è importante distinguere tra il suo diritto a non sentirsi a proprio agio con quel professionista e il valore dei servizi pubblici in generale. Può accadere che non si crei un’alleanza terapeutica, e questo non significa che lei stia sbagliando o che non possa trovare, anche in ambito Asl, un professionista più in linea con le sue esigenze.
La fiducia e la qualità della relazione terapeutica sono centrali nel percorso di cura. Se lei ha già esperienza di psicoterapia e ha percepito una mancanza di ascolto o superficialità, è legittimo fermarsi e scegliere diversamente. La sensazione di non essere stato realmente compreso è un segnale da prendere sul serio.
Un confronto psicologico può aiutarla anche a rielaborare questa esperienza, a chiarire i suoi bisogni attuali e a valutare con maggiore serenità come proseguire il suo percorso, senza che questo episodio incrini la fiducia nel lavoro terapeutico in generale.

Se lo desidera, può prenotare una visita per approfondire la situazione e fare chiarezza su come procedere.
Sono la Dott.ssa Alina Mustatea, psicologa clinica, giuridica, psicodiagnosta e coordinatore genitoriale.
Un caro saluto
Dott.ssa Giulia Burgalassi
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Cara paziente,
Mi spiace per il suo turbamento.
Immagino però che sia davvero difficile per noi terapeuti esprimere in questo spazio un'opinione circa quanto ha riferito in queste righe.
Se la sentirebbe di raccontare questa storia al suo terapeuta, per avere la sua opinione?
Un caro saluto,
Dott.ssa Giulia Burgalassi
Dott.ssa Iolanda Mastromonaco
Psicologo, Psicologo clinico, Sessuologo
Morrone del Sannio
Gentile utente,

comprendo il turbamento che descrive. Quando si entra in uno spazio che dovrebbe essere di ascolto e valutazione, e ci si sente invece poco considerati o “incasellati” rapidamente in una diagnosi, l’esperienza può risultare destabilizzante.

Un primo colloquio clinico, soprattutto in ambito pubblico, può avere tempi e modalità differenti rispetto alla psicoterapia privata: talvolta è orientato a una valutazione preliminare e all’eventuale invio a servizi specifici. Tuttavia, anche in un contesto valutativo, alcuni elementi dovrebbero essere presenti: raccolta della storia clinica, esplorazione dei sintomi, chiarimento della domanda, spazio per le sue aspettative e per eventuali dubbi.

Una diagnosi formulata in pochi minuti, senza un’anamnesi strutturata, può legittimamente lasciare perplessi. Allo stesso modo, suggerire un farmaco come soluzione principale senza una valutazione approfondita — e senza una visita psichiatrica — può risultare riduttivo. La prescrizione di fluoxetina (Prozac) compete comunque allo psichiatra o al medico, non allo psicologo.

Detto questo, è anche possibile che il collega abbia ipotizzato una componente ossessiva sulla base di elementi che lei ha riportato, ma il modo in cui questo viene comunicato è fondamentale. In ambito clinico non conta solo “cosa” si dice, ma “come” e “quando”.

Il punto centrale qui è un altro: la relazione terapeutica si fonda sulla fiducia. Se già nel primo incontro lei ha percepito distanza, fretta o mancanza di ascolto, è legittimo interrogarsi sulla compatibilità. Anche nel servizio pubblico è possibile chiedere un secondo parere o valutare un cambio di professionista, se previsto dall’organizzazione della struttura.

Il fatto che lei abbia fatto psicoterapia per anni e abbia sviluppato strumenti di consapevolezza è una risorsa, non un ostacolo. La sensazione di disagio che ha provato non va liquidata come semplice impressione: spesso il nostro “senso clinico interno” coglie aspetti relazionali importanti.

Una valutazione farmacologica, quando indicata, può essere utile in alcuni quadri (incluso il disturbo ossessivo-compulsivo), ma raramente è l’unico intervento consigliato. Le linee guida, in genere, prevedono un’integrazione tra psicoterapia e trattamento farmacologico nei casi moderati o severi.

Dentro di noi possono convivere bisogni opposti: ridurre i costi e al tempo stesso sentirsi al sicuro nel percorso. È comprensibile che questa esperienza abbia riattivato dubbi.

Se lo desidera, potrebbe:

confrontarsi con il suo terapeuta attuale su quanto accaduto

chiedere chiarimenti direttamente al servizio ASL

richiedere una valutazione psichiatrica separata, se vuole approfondire l’aspetto farmacologico

La fiducia nel professionista è una condizione essenziale, non un dettaglio secondario.

Resto a disposizione.

Dott.ssa Iolanda Mastromonaco
Psicologa – Sessuologa
Mi occupo di ansia, dinamiche relazionali e difficoltà emotive.
Comprendere il significato di ciò che proviamo è il primo passo per non esserne più sopraffatti.

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