Buongiorno Gentilissimi Dottori, Vorrei chiederVi come superare il senso di vergogna e di inadeguat

25 risposte
Buongiorno Gentilissimi Dottori,
Vorrei chiederVi come superare il senso di vergogna e di inadeguatezza..ho 35 anni e studio ancora all'università..ho lasciato per un periodo gli studi in seguito a dei lutti dei miei nonni e di mia madre e poi per depressione e durante questo periodo la mia famiglia mi fece sentire incapace in quanto mi veniva detto proprio dalla mia stessa famiglia che ormai ero fuori dal giro dell'universita', che vanno avanti nella vita solo quelli laureati a 23- 24 anni perché hanno modo di sperimentare e di fare più cose e poi, pur avendo io buoni voti, mi sono state dette frasi che ritengo cattive "i voti te li tieni per la gloria" "chi ti calcola piu' ormai" "ti prendi la pensione all' università " "dopo i 30 anni non ti prendono a lavorare, non puoi fare neanche i concorsi" "neanche un ragazzo ti può volere perché non sei indipendente".Quando ero in corso un docente mi disse che mi vedeva partecipe a lezione, rispondevo alle domande di lezione, e, nonostante non avessi ancora sostenuto il suo esame, mi chiese di fare la tesi nella sua materia ( anche se io ho pensato di non essere all'altezza, di non essere abbastanza preparata capace per una tesi sperimentale in laboratorio) ma poi dati gli eventi che mi sono successi, sono sparita dall'università..ora, siccome vorrei riseguire il corso di questo docente, provo molto vergogna (penso che sia anche perché sono stata sempre timida, introversa, scarsa autostima nonostante i buoni risultati)in quanto penso che il docente si sia offeso non avendomi più vista per la tesi o temo che vedendomi a lezione possa pensare "questa ancora qua sta"..o che non si ricordi più di me, nemmeno di avermi chiesto la tesi..inoltre temo che quando sosterrò l'esame, chiamando l'appello, dato che sono del vecchio ordinamento, si renda conto della mia vera età e che quindi mi dica che ormai data la mia età non vorrà più che io faccia la tesi con lui e neanche un eventuale dottorato di ricerca (il dottorato credo proprio che sarà impossibile farlo per la mia età ). Vi ringrazio tanto per i vostri consigli e Vi auguro una Buona Giornata.
Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,
la vergogna e il senso di inadeguatezza che descrive non nascono dalla sua età o dal suo percorso, ma dalle ferite lasciate da perdite importanti e da messaggi svalutanti ricevuti nel tempo. Lutti, depressione e interruzioni non sono fallimenti: sono eventi che segnano una vita e che meritano rispetto, non giudizio.
Il percorso universitario non è una gara a tempo. La sua storia, i buoni risultati ottenuti, il riconoscimento ricevuto da un docente parlano di competenze reali, non di incapacità. Molte delle paure che oggi la bloccano (il giudizio del docente, l’età, il “cosa penseranno”) sono comprensibili, ma spesso non corrispondono alla realtà, bensì a un dialogo interno molto severo.
Lavorare sul senso di vergogna, sull’autostima e sul peso delle aspettative familiari può essere fondamentale per permetterle di riappropriarsi del suo percorso e delle sue scelte, senza sentirsi costantemente “in difetto”.
Un percorso di psicoterapia potrebbe aiutarla proprio in questo: ricostruire fiducia in sé, separare la sua identità dai giudizi ricevuti e affrontare le situazioni temute con maggiore serenità.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio

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Dott.ssa Adriana Gaspari
Psicologo clinico, Psicologo
Chieti
Gentilissima comprendo la sua situazione e il suo disagio, ma le consiglio di reagire. L' inadeguatezza va riconosciuta e combattuta giorno per giorno , perche' puo' essere la causa dei fallimenti di una persona . Quindi le consiglio caldamente di seguire i suoi interessi universitari e costruire il suo percorso di laurea . Non stia a far caso alle parole scoraggianti che le possono venir dette da chi le sta intorno ,lei creda in se stessa e affronti le sfide quotidiane .Una laurea non ha scadenza e non ha termini obbligati di compimento , ci sono tante persone che si sono laureate in la' con gli anni ed hanno ottenuto posti di lavoro e superato concorsi.
Se volesse un supporto psicologico( di tanto in tanto) , sarei lieta di seguirla .
Resto a disposizione e la saluto cordialmente
Dott.ssa Adriana Gaspari
Dott. Vito Scavone
Psicologo clinico, Sessuologo, Psicologo
Messina
Grazie per aver raccontato la sua esperienza. La sofferenza che racconta ha delle ragioni comprensibili. I lutti importanti e la depressione possono interrompere il percorso di studi e di vita, senza che questo significhi essere incapaci o inadeguati. Il tempo che lei vive come “ritardo” è in realtà il tempo di una persona che ha dovuto affrontare eventi molto dolorosi.

Le frasi ricevute dalla famiglia hanno probabilmente contribuito a costruire un forte senso di vergogna e una voce interna critica, che oggi la fa sentire fuori posto. Ma il giudizio che teme negli altri spesso nasce da quello che ha interiorizzato su se stessa. Il fatto che un docente abbia riconosciuto le sue capacità e le abbia proposto una tesi è un dato concreto, che parla delle sue risorse, non delle sue mancanze.

L’università e i docenti sono abituati a percorsi non lineari, e l’età anagrafica non cancella il valore, la competenza o la possibilità di portare avanti una tesi. Il punto centrale non è dimostrare qualcosa agli altri, ma recuperare uno sguardo più rispettoso verso di sé.
Dott.ssa Anna Tosi
Psicologo, Psicologo clinico
Caldiero
Gentilissima, la ringrazio per la sua condivisione. Posso capire che le osservazioni che le sono sempre state rivolte, specialmente dalla famiglia, non l'abbiano fatta sentire supportata e non le siano state d'aiuto per superare un periodo complesso come quello universitario. Il tipo di disagio che sta descrivendo, che si presenta soprattutto rispetto al timore del giudizio degli altri, si può declinare in un'ansia di tipo sociale che facilmente si struttura sopra il nucleo che lei ha saggiamente già individuato, ovvero quello di sentirsi inadeguata, non abbastanza. L'emozione della vergogna spesso è la manifestazione emotiva che più è presente in questo tipo di disagio. Considerato ciò, le sarebbe sicuramente utile un lavoro rispetto a questi suoi temi così delicati, che potrebbe aiutarla nella gestione, non solo delle sfide universitarie, ma in generale in tutte le situazioni di performance sociale e professionale. Un percorso psicologico le fornirebbe grandi benefici per affrontare questi aspetti e proseguire con la sua vita in modo più sicuro. Inoltre, sarebbe importante che lei definisca quali sono i suoi valori e i suoi obiettivi di vita e si ancori ad essi tutte le volte che la vergogna e il senso di inadeguatezza la porteranno a tirarsi indietro. Ricordando che il giudizio dell'altro non lo potrà mai evitare o controllare, quindi è più "facile" accettare il rischio di sottoporci a critiche piuttosto che evitarle in ogni modo. Spero di averle dato degli spunti utili. Resto a disposizione per altri dubbi. Dott.ssa Anna Tosi
Dr. Lorenzo Cella
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
È importante dirlo con chiarezza fin dall’inizio: ciò che lei descrive non è un segno di debolezza o di inadeguatezza, ma l’esito comprensibile di una storia di perdite significative, di un periodo depressivo e di un contesto relazionale che, invece di sostenere, ha finito per ferire profondamente la sua immagine di sé.
I lutti che ha vissuto non sono stati eventi marginali o “interruzioni di percorso” trascurabili. La perdita di figure affettive fondamentali, come i nonni e soprattutto sua madre, ha un impatto profondo sul senso di continuità della propria vita, sulla fiducia nel futuro e sulla percezione delle proprie risorse. In molte persone, in modo del tutto umano, questo porta a una fase di arresto, di ritiro, di disorientamento. Non si tratta di “uscire dal giro”, ma di cercare di sopravvivere emotivamente in un momento in cui le energie psichiche sono impegnate altrove.
La vergogna che oggi prova all’idea di tornare a lezione o di incontrare quel docente sembra nascere proprio da qui. Non tanto da ciò che è accaduto davvero, quanto dalle interpretazioni che la sua mente produce: l’idea di essere giudicata, derisa, dimenticata o ritenuta “fuori tempo massimo”. Questi pensieri hanno una funzione precisa: cercano di proteggerla dal rischio di una nuova ferita, anticipando il peggio. Il problema è che, così facendo, finiscono per bloccarla e per confermare l’immagine di sé come persona “non all’altezza”.
Forse il passaggio più importante, oggi, non è dimostrare qualcosa agli altri, ma iniziare a costruire uno sguardo più giusto e meno punitivo verso se stessa. Lei non è una persona “rimasta indietro”, ma una persona che ha attraversato eventi difficili e che sta cercando, con coraggio, di riprendere in mano il proprio percorso. Tornare a seguire un corso, sostenere un esame, rimettersi in gioco non sono atti di vergogna, ma di forza.
Dott.ssa Giuseppina La Pietra
Psicologo, Psicologo clinico
Sessa Aurunca
Buonasera gentile utente, quello che sta vivendo non è un problema di età o né di università. E' il peso di anni in cui, mentre era fragile per i lutti e la depressione, si è sentita giudicata invece che sostenuta. La vergogna che prova oggi nasce lì. Non dice che lei è inadeguata, ma che ha sofferto senza protezione e supporto. Tornare all'università le fa paura perché teme lo sguardo altrui, ma in realtà è lo sguardo che lei ha interiorizzato su di sé a farle più male. I docenti, nella maggioranza dei casi, non leggono le storie come lei teme: vedono una studentessa che c'è, punto. E il fatto che un professore le abbia proposto una tesi parla di capacità reali, non di illusione.
Lei non deve dimostrare niente, né recuperare il tempo, né decidere ora tutto il futuro.
Le chiederei solo una cosa: non abbandonarsi di nuovo per paura. Andare ad una lezione, anche con un pò di vergona addosso, è già un atto di rispetto verso se stessa.
Dovrebbe iniziare a guardarsi con più gentilezza e comprensione.
Dott.ssa Giuseppina La Pietra
Dott. Alessandro Rigutti
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissima, le domande che pone sono sicuramente ampie e complesse. Posso soltanto immaginare quanto sia stato difficile per lei superare gli eventi traumatici che ha subito vivendo, inoltre, in un clima di così tale sfiducia. Prima di tutto le vorrei rimandare che è del tutto comprensibile che abbia sentito il bisogno di lasciare gli studi per un certo periodo, ha vissuto eventi traumatici che avrebbero messo in seria difficoltà tutti noi ed è giusto che uno si prenda tutto il tempo di cui ha bisogno per ritrovare il proprio equilibrio. La depressione di cui parla, comparsa immagino in seguito ai lutti, è l'esempio di come la mente le ha fatto comprendere che aveva bisogno di fermarsi ed elaborare tutte le cose che le sono capitate. Il fatto che, ad oggi, abbia ancora voglia di riprovarci credo, inoltre, racconti molto bene quanto nonostante tutto sia determinata e poco arrendevole, aspetti sicuramente non comuni. Per altro, il tutto in un clima di sfiducia familiare che immagino non l'abbia molto aiutata nel ritrovarsi dopo tutte queste difficoltà. La vergogna e l'inadeguatezza di cui parla credo che in parte possano provenire da quanto ha sempre dovuto ascoltare dal pensiero della sua famiglia e, probabilmente, anche dalla frustrazione che anche lei può avere avuto nell'immaginarsi come sarebbero potute andre le cose. Il fatto è che lei ha davvero vissuto dei traumi molto complessi, e di questo bisogna avere molta cura. Credo che un percorso di psicoterapia potrebbe essere lo spazio più utile e funzionale per portare fuori ciò che ha vissuto ed elaborare la vergogna e l'inadeguatezza di cui parla, all'interno di un ambiente sicuro e non giudicante, in cui potrà sentirsi accolta ed ascoltata. Un caro saluto. Dott. Alessandro Rigutti
Dott.ssa Margherita Atzori
Psicologo, Psicologo clinico
Aprilia
Buon pomeriggio, dal tuo racconto emergono vissuti profondi di vergogna, inadeguatezza e autosvalutazione che non nascono dal tuo percorso universitario in sé, ma dal contesto emotivo e relazionale in cui questo percorso si è sviluppato.
Hai attraversato lutti importanti e un periodo depressivo, eventi che incidono in modo significativo sul funzionamento personale, sulla continuità degli studi e sull’immagine che una persona costruisce di sé. Forse non ne sei pienamente consapevole, ma fermarsi o rallentare in condizioni simili non è segno di incapacità: è spesso un atto di cura verso sé stessi, una scelta necessaria per potersi ricostruire e riprendere il cammino con maggiore solidità.
La vergogna che oggi provi nel tornare a lezione o nel rivedere quel docente sembra essere più legata allo sguardo che tu rivolgi a te stessa che a come potresti essere realmente vista. Accade frequentemente di attribuire agli altri giudizi molto duri che, in realtà, sono già stati interiorizzati.
È importante ricordare che in ambito universitario i percorsi non lineari sono molto più comuni di quanto si immagini e che l’età anagrafica non definisce né il valore di una persona né la sua capacità di apprendere, fare ricerca o costruire un progetto professionale. Proseguire nel tuo percorso senza lasciarti bloccare dalla paura può aiutarti a renderti conto, passo dopo passo, che molte delle convinzioni iniziali che oggi ti preoccupano non trovano reale conferma.
Riguardo ai tuoi timori sul futuro, inclusi quelli legati alla tesi o al dottorato?
Anche in questo caso può essere utile restare ancorata al presente. Anticipare rifiuti o giudizi prima che avvengano rischia di alimentare l’ansia e di rafforzare una visione di te stessa già molto severa, purtroppo costruita nel tempo. In questo senso, un percorso psicologico potrebbe accompagnarti nell’elaborazione dei lutti, della depressione e delle ferite legate alle svalutazioni ricevute, aiutandoti a rafforzare l’autostima e a riavvicinarti ai tuoi obiettivi con maggiore serenità e fiducia.
Ti auguro di poter guardare alla tua storia con più comprensione e di concederti la possibilità di riprendere il tuo cammino senza lasciare che la vergogna continui a definirti. Un caro saluto
Dott.ssa Laura Elsa Varone
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente,
grazie per aver condiviso con tanta sincerità un pezzo così delicato della sua storia. Le esperienze che descrive – i lutti, la depressione, i commenti svalutanti ricevuti in famiglia – sono eventi che possono segnare profondamente la percezione di sé e il proprio percorso di studi. Non c’è nulla di “strano” né di “sbagliato” nel fatto che il suo cammino universitario abbia avuto delle pause: è umano che la vita, a volte, chieda di fermarsi; i professionisti affermati che non hanno seguito il lineare processo di studi, mi creda, sono tanti.
Il senso di vergogna e di inadeguatezza che sente oggi non nasce da un suo reale limite, ma da anni di messaggi svalutanti che l’hanno portata a dubitare del suo valore. Le frasi che riporta non descrivono chi è lei, ma il modo in cui altri hanno interpretato – in modo poco empatico e poco realistico – la sua situazione. È comprensibile che quelle parole abbiano lasciato un segno, ma non rappresentano la verità sul suo futuro né sulle sue capacità.
Il fatto che un docente l’abbia notata, apprezzata e le abbia proposto una tesi è un indicatore molto chiaro: lei ha mostrato competenze, partecipazione e potenzialità. I docenti sono abituati a vedere studenti con percorsi non lineari, con pause, cambiamenti, difficoltà personali. Non è affatto raro che uno studente ritorni dopo un periodo complesso, e generalmente questo non viene giudicato negativamente. Anzi, spesso viene letto come un segno di determinazione.
La vergogna che prova nel tornare a lezione è comprensibile, ma è una vergogna che parla più delle sue paure che della realtà. Non possiamo sapere cosa penserà il docente, ma è molto probabile che non si sia “offeso” né che giudichi la sua età. All’università l’età non è un criterio di valore, e non preclude né la possibilità di fare una tesi né, in molti casi, quella di proseguire con percorsi più avanzati.
Il suo desiderio di riprendere gli studi, nonostante tutto ciò che ha attraversato, è un segnale di grande forza. Le suggerirei di procedere un passo alla volta: tornare a lezione, ascoltare, riabituarsi all’ambiente. Se e quando si sentirà pronta, potrà anche parlare con il docente in modo semplice e sincero, spiegando che ha attraversato un periodo difficile e che ora desidera riprendere il percorso. Molti insegnanti accolgono con rispetto storie come la sua. qualche caso eccezionale a parte, come ad esempio bandi nelle forze dell'ordine, non mi risulta che il criterio dell'età sia vincolante per la maggiorparte dei bandi pubblici.
Infine, le ricordo una cosa importante: non esiste un’età “giusta” per studiare, laurearsi o costruire la propria strada. Esiste il suo tempo, che merita rispetto.
Le auguro di ritrovare fiducia nei suoi passi e di riconoscere il valore che già possiede.
Un caro saluto.

Dott.ssa Arianna Amatruda
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Nocera Inferiore
Capisco quanto tutto questo possa farti sentire esposta. I lutti e la depressione hanno interrotto un percorso, non cancellato le tue competenze né il tuo diritto di riprenderlo. Nell’università l’età non è un criterio di giudizio e riprendere ora gli studi è un atto di coraggio, non di fallimento. Un percorso terapeutico può aiutarti a dare dignità alla tua storia e a ricostruire uno sguardo più gentile verso te stessa.
Dott.ssa Donatella Costanzo
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno,
dal suo racconto emergono vissuti di vergogna, inadeguatezza e paura del giudizio, che sembrano essersi strutturati nel tempo a partire da eventi molto dolorosi come i lutti e un periodo depressivo, ma anche da messaggi fortemente svalutanti ricevuti in ambito familiare. Quando queste frasi provengono da figure significative, possono essere interiorizzate e trasformarsi in una voce critica interna che oggi la porta a dubitare del proprio valore, nonostante le evidenze oggettive delle sue capacità e dei suoi risultati.

È importante sottolineare come il percorso universitario non sia uguale per tutti e come interruzioni legate a eventi di vita complessi non siano indice di incapacità, bensì di reazioni umane a situazioni emotivamente impegnative. La vergogna che prova oggi, anche nel rapporto con il docente, sembra più legata a ciò che lei teme di rappresentare agli occhi degli altri che a ciò che effettivamente è o ha fatto.
Il timore di essere giudicata per l’età o per il percorso “non lineare” è comprensibile, ma può diventare un ostacolo se non viene esplorato. Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a distinguere ciò che appartiene alla realtà da ciò che deriva da convinzioni interiorizzate nel tempo, lavorando su autostima, senso di valore personale e sul diritto di costruire il proprio percorso secondo i propri tempi (può anche rivolgersi ai consultori che hanno sportelli d'ascolto gratuiti o a servizi territoriali che hanno tariffe calmierate qualora economicamente non riesca a sostenere la spesa per un supporto psicologico)
Prendersi cura di sé e del proprio benessere emotivo è spesso il primo passo per poter riprendere un progetto di vita e di studio con maggiore serenità.
Un caro saluto.
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso una parte così delicata e dolorosa della sua storia. Dal modo in cui scrive emerge una grande sensibilità, una profonda capacità riflessiva e, nonostante tutto ciò che ha attraversato, una motivazione autentica a riprendere in mano il proprio percorso. Questo è già un elemento di grande valore.
Il senso di vergogna e di inadeguatezza che descrive non nasce “dal nulla”: sembra il risultato di lutti importanti, di un periodo depressivo e soprattutto di messaggi svalutanti ricevuti da figure significative, che nel tempo possono diventare una voce interna molto critica. Quando queste frasi vengono ripetute a lungo, finiscono per essere interiorizzate e per farci guardare noi stessi con gli occhi del giudizio, più che con quelli della realtà.
Dal punto di vista sistemico-relazionale, è importante distinguere chi lei è da ciò che le è stato detto. Le parole della sua famiglia parlano delle loro paure, dei loro valori e dei loro limiti, non del suo valore personale né delle sue reali capacità. I fatti, invece, raccontano una storia diversa: buoni voti, partecipazione attiva, un docente che ha riconosciuto in lei potenzialità tali da proporle una tesi. Questi non sono dettagli, ma indicatori concreti.
Per quanto riguarda il docente, spesso la vergogna ci porta a immaginare giudizi severi che, nella realtà accademica, raramente esistono. I docenti sono abituati a percorsi non lineari e, nella maggior parte dei casi, valutano l’interesse, la motivazione e la competenza, non l’età anagrafica. Il timore di essere vista come “quella ancora qui” è una lettura che nasce più dalla sua autocritica che da elementi oggettivi. Anche l’eventuale “sparizione” può essere riletta come una pausa legata a eventi di vita importanti, non come una mancanza o un’offesa.
Rispetto all’età e al futuro (tesi, lavoro, dottorato), è comprensibile che oggi questi pensieri appaiano come muri invalicabili. Tuttavia, la ricerca, l’università e il mondo professionale sono molto più eterogenei di quanto spesso si creda. Non esiste un’unica traiettoria “giusta”, e l’età non è di per sé un criterio di esclusione, soprattutto quando sono presenti motivazione e competenze.
Il lavoro più importante, in questo momento, sembra essere quello di trasformare la vergogna in comprensione: riconoscere che il suo percorso è stato interrotto non per incapacità, ma per dolore. E che riprendere oggi non è un fallimento tardivo, ma un atto di cura verso di sé.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a:
• elaborare i lutti e il periodo depressivo che hanno segnato la sua storia,
• ridimensionare la voce critica interiorizzata,
• rafforzare un senso di valore personale svincolato dal confronto e dalle aspettative altrui,
• riappropriarsi della fiducia nelle sue risorse.
Lei non è “in ritardo”: ha attraversato molto e sta trovando il modo di rimettersi in cammino. Questo richiede coraggio, non vergogna.
Le auguro di poter guardare al suo percorso con maggiore gentilezza e resto fiduciosa che, passo dopo passo, potrà ritrovare uno spazio in cui sentirsi legittimata, competente e degna di riconoscimento.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Dott.ssa Elena Dati
Psicologo, Psicologo clinico
Crema
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza. Il senso di vergogna e di inadeguatezza che descrive è comprensibile alla luce delle perdite importanti che ha vissuto e dei messaggi svalutanti ricevuti nel tempo. Eventi così dolorosi possono rallentare un percorso senza definirne il valore né le capacità di una persona.
Dalle sue parole emerge però anche altro: buoni risultati, partecipazione attiva, il riconoscimento di un docente. Questi elementi parlano di risorse reali, anche se oggi fa fatica a riconoscerle. La vergogna che sente sembra più legata al timore del giudizio e a un confronto rigido con l’età “giusta” per fare le cose, che a limiti concreti.
Riprendere gli studi non è una colpa né un fallimento, ma un modo per prendersi cura di sé e dei propri desideri, rispettando i propri tempi. Essere gentile con se stessa e dare spazio a una lettura più comprensiva della sua storia può aiutarla ad alleggerire questo vissuto.
Resto a disposizione.
Un caro saluto,
Dott.ssa Elena Dati
Dott. Stefano Recchia
Psicologo, Psicologo clinico, Professional counselor
Roma
Gentile utente, grazie per aver condiviso la tua situazione. Quello che emerge con grande chiarezza dal tuo racconto non è l’inadeguatezza, ma una persona che ha attraversato lutti importanti, una depressione, e che nonostante questo è ancora lì, con il desiderio di riprendere il proprio percorso. Il senso di vergogna che descrivi non nasce dall’università né dall’età, ma dal tuo vissuto (lutti, depressione, messaggi svalutanti ripetuti dalla tua famiglia, in un momento in cui eri particolarmente vulnerabile).
Frasi come quelle che riporti (“chi ti calcola più”, “ti prendi la pensione all’università”, “nessuno ti può volere”) sono frasi umilianti. Queste voci esterne, con il tempo, diventano voci interne e oggi è come se tu guardassi te stessa con quello stesso sguardo giudicante. La vergogna, in questo senso, non dice chi sei, ma racconta cosa ti è stato fatto interiorizzare. L’età e l’università sono un mito crudele (e falso). All’università ci sono studenti di 30, 40, 50 anni. I docenti non associano il valore di uno studente all’età, ma all’interesse, alla serietà, alla partecipazione. Essere “fuori corso” o del vecchio ordinamento non è un’eccezione. Inoltre molti percorsi accademici importanti nascono dopo interruzioni, crisi, cambi di vita. Non è un’anomalia: è umano.
Riguardo al pensiero sul docente, nella realtà accademica i docenti sono abituati alle sparizioni (molto più di quanto immagini), raramente se le vivono sul piano personale e spesso non ricordano i dettagli (e questo non è una colpa, è carico mentale).
È molto probabile che, rivedendoti, non faccia collegamenti drammatici e ti riconosca come “una studentessa motivata” e basta.
Un punto centrale: tu non sei “in ritardo”, sei stata ferma per sopravvivere. Non hai perso tempo: hai attraversato qualcosa di molto difficile. La vergogna ti fa credere che la tua presenza sia di troppo. La realtà è che tu hai diritto di essere dove sei, di studiare, di riprendere, di desiderare.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarti moltissimo per accompagnarti a separare chi sei dalle frasi che ti sono state dette.
Spero di esserti stato d'aiuto. Resto a disposizione. Un caro saluto.
Dott. Stefano Recchia
Dott.ssa Roberta Evangelista
Psicologo, Psicologo clinico
Albignasego
Carissima, da quelle poche righe che scrivi mi arriva tutta la tua fatica nell'andare avanti verso quelli che sono i tuoi obiettivi. Hai avuto tanti ostacoli e tanti traumi che non hanno facilitato il tuo percorso, che però, con la tua determinazione, sei riuscita a portare avanti. Il senso di vergogna è probabilmente dovuto alle affermazioni che ti sono state dette e le hai introiettate facendole tue. Quella vocina che ti dice "non ce la fai" probabilmente continuerai a sentirla in sottofondo, ma puoi imparare ad affievolirla, a dialogare con lei, a non avere timore dei giudizi, specialmente da te stessa. Ti consiglio comunque, in base alle tue risorse, di farti aiutare in questo processo. Ti auguro il meglio, rimango a disposizione, anche online. Un caro saluto, Dott.ssa Roberta Evangelista
Dott.ssa Manuela Valentini
Psicologo, Psicologo clinico
Melfi
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso questa sua esperienza qui in piattaforma.
Ha attraversato eventi molto dolorosi e parole familiari che l’hanno fatta sentire svalutata proprio in un momento di fragilità. È comprensibile che oggi provi vergogna o timore nel riprendere il percorso universitario. Vorrei rassicurarla su un punto importante, l’età non definisce il valore di una persona né le sue possibilità. Il fatto che, nonostante tutto, desideri rimettersi in gioco dimostra una grande determinazione nel portare a termini il percorso iniziato tempo fa. Questo merita rispetto e supporto a partire da se stessa e non giudizio. Per quanto riguarda il docente, è molto improbabile che abbia vissuto la sua assenza come qualcosa di personale. I docenti universitari in particolare, incontrano spesso studenti che attraversano periodi complessi e, in genere, accolgono con naturalezza chi decide di tornare. Sono tante le persone non giovanissime che tornano ad essere studenti e spesso sono ancora più motivati e consapevoli. Ripresentarsi a lezione o all’esame non significa essere giudicati, ma semplicemente riprendere un percorso che per lei è ancora importante. Potrebbe, se ritenesse opportuno con semplicità, scrivere o parlare con il professore senza entrare nei dettagli personali, ma spiegando il suo volere, quello di tornare sul quel percorso a cui tiene ancora moltissimo.
La aiuterebbe nel fare la stessa scelta su quel docente o se diversamente, oggi, fosse il caso di proseguire con un altro Prof., senza prenderla sul personale.
Tuttavia il senso di inadeguatezza che sente oggi non parla delle sue reali capacità, o dei ricordi di frasi insulse ed inappropriate, ma delle ferite lasciate da ciò che ha vissuto. Un percorso psicologico può aiutarla a ritrovare fiducia, a riconoscere il suo valore e a guardarsi con maggiore gentilezza.
Resto a disposizione se desidera approfondire o capire come affrontare con più serenità questo momento.
NB
Capisco il timore di tornare a studiare dopo un periodo di pausa. Molte persone, anche professionisti già formati, riprendono gli studi in momenti diversi della vita. Non è un limite, né un ostacolo al proprio percorso. Ne conosco diversi che oggi sono anche più in gamba di ieri.
Un saluto
Dr.ssa Manuela Valentini
Dott.ssa Maria Teresa Romeo
Psicologo clinico, Psicologo
Cagliari
Buongiorno, grazie per aver condiviso una storia così delicata. Il senso di vergogna e di inadeguatezza che descrivi non nasce dal tuo valore, ma dalle ferite lasciate da lutti importanti e da messaggi svalutanti ricevuti nel tempo, soprattutto da chi avrebbe dovuto sostenerti. Quando queste frasi vengono interiorizzate, è facile iniziare a guardarsi con gli stessi occhi giudicanti.

Riprendere l’università dopo una pausa non è un fallimento, ma un atto di forza. I docenti sono abituati a percorsi non lineari e, molto spesso, contano più la motivazione, la partecipazione e le capacità dimostrate che l’età anagrafica. La vergogna che senti parla della tua storia e della tua sensibilità, non di un limite reale.

Può essere utile lavorare, magari con un supporto psicologico, proprio su queste convinzioni profonde di non essere “abbastanza”. Perché dai fatti che racconti emerge una persona competente, capace e resiliente, anche se oggi fatica a riconoscerlo. Ti auguro di poter tornare a vivere questo percorso con più gentilezza verso te stessa. Un caro saluto.
Dott.ssa Nicoleta Baetu
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile Paziente,
Dalle sue parole emerge una sofferenza profonda, legata non solo alle difficoltà oggettive del suo percorso, ma soprattutto ai messaggi svalutanti che ha ricevuto nei momenti più fragili della sua vita. I lutti e la depressione che ha attraversato sono eventi che possono interrompere qualsiasi percorso, senza che questo dica nulla sul valore o sulle capacità di una persona.
Il senso di vergogna e di inadeguatezza che prova oggi sembra nascere proprio dall’interiorizzazione di quelle frasi dure che le sono state rivolte. Col tempo, queste voci esterne diventano una voce interna che giudica e anticipa il rifiuto degli altri. È comprensibile, quindi, che Lei tema lo sguardo del docente o che immagini pensieri critici su di sé. Tuttavia, i fatti che racconta parlano di altro: un docente che l’ha vista attenta, partecipe e meritevole di una proposta di tesi. Questo riconoscimento non viene annullato dal tempo o dall’età.
Rispetto alla paura di essere giudicata “in ritardo”, è importante ricordare che il suo percorso non è stato lineare perché la vita l’ha messa di fronte a perdite e a una malattia, non per mancanza di impegno o capacità. Spesso, per proteggersi dal dolore, si tende ad autoescludersi prima ancora di verificare la realtà, ma così si rinuncia a possibilità che potrebbero ancora esserci.
Superare la vergogna non significa forzarsi a non provarla, ma iniziare a guardare la propria storia con maggiore comprensione e meno durezza. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a sciogliere il peso dei giudizi interiorizzati e a ricostruire un senso di valore che non dipenda solo dall’età o dai tempi universitari.
Lei non è definita dal tempo impiegato per laurearsi. È una persona che ha attraversato molto e che, nonostante tutto, desidera ancora riprendere il proprio cammino. Questo, di per sé, è un segno di forza.
La saluto cordialmente:
Dott. Omar Saggioro
Psicologo, Psicologo clinico
Boschi Sant'Anna
Gentile utente Buongiorno, da quanto emerge sembra che il senso di vergogna e inadeguatezza e incapacità ti sia stato "buttato adosso" dalla tua famiglia, purtroppo in questi casi capita che a volte la persona che subisce questo tipo di comportamenti e parole, creda sia vero ciò che gli viene detto, e questo influenza vari aspetti della vita di quella persona. In questi casi è bene intraprendere un percorso psicologico che vada a sganciare queste frasi giudicanti che probabilmente hai introiettato dentro di te finendo magari per credere che quelle affermazioni fossero vere, per condurre una vita che sia più libera, e acquisire quella fiducia in te per compiere i passi che tu vuoi fare sia a livello universitario che relazionale che lavorativo.
Se sei interessata a questo tipo di percorso che ti possa sganciare da queste dinamiche, mi tengo a tua disposizione.
Ti auguro di andare verso scelte che possano portare valori sani nella tua vita e che tu possa realizzare i sogni che vuoi per te, un caro abbraccio.
Gentili saluti Dr. Omar Saggioro
Dott.ssa Fabiola Russo
Psicologo clinico, Psicologo
Casavatore
Buonasera, capisco il senso di vergogna e inadeguatezza di cui parla e mi dispiace per gli eventi dolorosi che ha dovuto attraversare. Leggendo le sue parole, ciò che mi salta all’occhio è la costante paura di ciò che non è ancora successo, ciò che risiede nel futuro, di conseguenza ciò che non può essere controllato o predetto, quello che può fare è agire nel presente in modo da potersi aspettare determinate cose nel futuro. Mo spiego meglio. La sua paura è buona e adatta, non è una situazione semplice o ordinaria lo capisco, ma utilizzarla per creare scenari catastrofici non farà altro che bloccarla e portarla a scappare di fronte ai problemi. Un modo funzionale di utilizzarla sarebbe trovare strategie per metterla a frutto; esempio: ho paura che il prof si sia offeso/non si ricordi di me/abbia una cattiva idea di me->organizzare un colloquio per poter confrontarsi col docente e, a seconda del responso, decidere cosa è opportuno fare o questi pensieri diventeranno dei mostri insormontabili ancor prima di sapere se sono reali o no. Se avesse bisogno di una mano per affrontare ciò potrebbe pensare di chiedere la mano di un professionista che la accompagni. Io resto a disposizione per ulteriori chiarimenti e mi auguro che riesca ad uscirne.
Dr.ssa Fabiola Russo
Dott.ssa Mabel Morales
Psicologo, Psicologo clinico
Seveso
Gentile utente,
la ringrazio per la fiducia. Il suo racconto mette in luce un dolore profondo: quello di chi cerca di rinascere dopo gravi perdite, ma si scontra con uno "specchio familiare" che rimanda solo immagini di inadeguatezza e fallimento.
Il suo blocco non è un’incapacità personale, ma il risultato di un incastro doloroso. Lei ha vissuto traumi reali, ma invece di trovare sostegno, è stata circondata da "sentenze" che hanno trasformato il suo dolore in vergogna. Le frasi che riporta non sono verità oggettive, ma dinamiche familiari che tendono a bloccare il cambiamento invece di favorirlo.
La vergogna che prova verso il docente è l'eco di queste voci critiche. Tuttavia, i fatti dicono altro: quel professore non vide in lei l'età o i tempi, ma il talento e la partecipazione, tanto da chiederle una tesi sperimentale. Spesso temiamo il giudizio altrui perché proiettiamo sugli altri la svalutazione che abbiamo subito in altri contesti, quale ed esempio la famiglia.
Riprendere gli studi non è "recuperare tempo", ma un atto di autonomia. Significa distinguere chi è lei veramente da chi la sua famiglia dice che lei sia. Il suo valore non è una data di scadenza: la passione che mostrava a lezione è ancora lì, sepolta sotto giudizi che non le appartengono.
Un percorso terapeutico potrebbe aiutarla a "mettere i confini" a queste voci familiari, permettendole di tornare in quell'aula non come una studentessa "in ritardo", ma come una donna che ha attraversato il dolore e ha scelto di riprendersi il proprio futuro.
Le auguro di tornare a occupare il suo posto.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Mabel Morales
Dott.ssa Lucia Mattia
Psicologo, Psicologo clinico
Potenza
Salve, il suo senso di inadeguatezza andrebbe esplorato in un percorso psicologico per consentirle di rimettersi in gioco serenamente nei suoi studi universitari. Ne ha tutto il diritto e non è affatto tardi!
Saluti
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, leggendo le sue parole si avverte con molta chiarezza quanta sofferenza, quanta fatica e quanta solitudine lei abbia attraversato in questi anni. I lutti importanti, la depressione, le frasi ricevute dalle persone che avrebbero dovuto sostenerla hanno lasciato un segno profondo, e il senso di vergogna e di inadeguatezza che oggi prova non nasce dal nulla, ma da un accumulo di esperienze dolorose che hanno minato lentamente la fiducia in sé. È importante dirle una cosa con molta chiarezza: il fatto che lei abbia 35 anni e stia ancora studiando non dice nulla sul suo valore, sulla sua intelligenza, sulle sue capacità o sulla sua dignità come persona. Dice solo che il suo percorso di vita è stato più complesso, più accidentato, più carico di perdite rispetto a quello di altri. E quando una persona affronta lutti significativi e una depressione, fermarsi non è un fallimento, è una risposta umana a eventi che tolgono il terreno sotto i piedi. Le frasi che le sono state dette in famiglia non sono verità oggettive, ma giudizi duri, generalizzazioni e profezie negative che, ripetute nel tempo, possono diventare una voce interna molto severa. È comprensibile che oggi quella voce si attivi soprattutto nel contesto universitario, che per lei è diventato il luogo simbolo del sentirsi indietro, osservata, giudicata, “fuori tempo massimo”. La vergogna, in questo senso, non parla di ciò che lei è, ma di quanto si sia sentita svalutata. Rispetto al docente, quello che emerge con forza è il timore di essere vista, non tanto per ciò che fa oggi, ma per ciò che pensa di rappresentare. La mente, quando è ferita nell’autostima, tende a riempire i vuoti con interpretazioni molto dure: “si sarà offeso”, “penserà che non valgo”, “si accorgerà della mia età e mi escluderà”. Questi pensieri sono comprensibili, ma restano ipotesi, non fatti. È significativo che quel docente, in passato, abbia visto in lei partecipazione, interesse e capacità al punto da proporle una tesi. Quell’esperienza non viene cancellata dal fatto che lei sia scomparsa a causa di eventi di vita così importanti. Gli insegnanti universitari incontrano spesso studenti che si fermano, si perdono e poi tornano, e nella grande maggioranza dei casi non lo vivono come un affronto personale. La paura che lui non si ricordi di lei o che la giudichi per l’età è una paura che parla soprattutto del suo sguardo su se stessa oggi. Quando dentro ci si sente “sbagliati”, si tende a immaginare che anche gli altri vedano quello stesso difetto. Ma il suo percorso accademico, i buoni voti, il riconoscimento ricevuto in passato raccontano una storia diversa da quella che la vergogna cerca di imporle. Anche il timore legato alla tesi o al dottorato sembra radicato più nell’idea di “non essere all’altezza” che in una reale valutazione delle sue competenze. È come se la sua mente avesse interiorizzato l’idea che ci sia un’età giusta per essere validi e che superata quella soglia tutto diventi precluso. Questo modo di pensare è molto comune quando si è stati a lungo confrontati con messaggi svalutanti, ma non tiene conto della realtà delle persone, che non crescono tutte allo stesso ritmo e non partono tutte dalle stesse condizioni. Superare il senso di vergogna non significa non provarlo più, ma imparare a riconoscerlo come un’emozione legata alla sua storia, non come una prova che lei sia davvero inadeguata. Ogni volta che torna all’università, che pensa di seguire un corso, che immagina di sostenere un esame, lei non sta dimostrando debolezza, ma coraggio. Sta scegliendo di non lasciare che il dolore e i giudizi del passato decidano definitivamente per lei. Lei non è “ancora qua”, come teme di essere vista. Lei è una persona che, nonostante tutto, sta provando a rimettere insieme i pezzi e a riprendere un cammino interrotto. E questo, anche se oggi fatica a sentirlo, è qualcosa di profondamente rispettabile. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Aurora Quaranta
Psicologo, Psicoterapeuta
Vimodrone
Quello che provi è comprensibile: la vergogna che senti non nasce da un tuo limite reale, ma da ferite profonde lasciate dai lutti e da messaggi svalutanti ricevuti proprio da chi avrebbe dovuto sostenerti. Quando il dolore non è stato elaborato, spesso si trasforma in auto-critica e paura dello sguardo degli altri.

La realtà è che il tuo percorso parla di resilienza, non di fallimento: hai buoni risultati, un docente ha visto valore in te, e l’età non cancella competenze né motivazione. Molti timori che descrivi sono anticipazioni della mente ansiosa, non fatti.

Prova a fare un passo alla volta, senza giudicarti: tornare a lezione è un atto di cura verso te stessa, non qualcosa di cui vergognarti. E, se puoi, affronta tutto questo con un supporto psicologico: sciogliere la vergogna significa restituirti dignità e diritto di esistere nel tuo tempo. Non sei in ritardo: sei sopravvissuta, e questo conta.
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Buongiorno,quello che descrive è una sofferenza reale e comprensibile. Ha attraversato lutti importanti e un periodo depressivo, eventi che inevitabilmente possono interrompere un percorso di studi e incidere profondamente sull’autostima. Questo non è segno di incapacità, ma di umanità.Le frasi che ha ricevuto dalla famiglia sono state svalutanti e dolorose. Col tempo, però, spesso queste voci esterne diventano una voce interna che continua a giudicare e a far vergognare, anche quando la realtà racconta altro. La realtà è che lei ha buoni risultati, è stata vista come una studentessa valida da un docente e ha dimostrato interesse e partecipazione. Questi sono dati concreti, non impressioni.
Per quanto riguarda il docente, è molto improbabile che interpreti la sua assenza come un affronto personale. Nell’università gli studenti spariscono e riappaiono continuamente per motivi molto diversi. Tornare a seguire un corso non è fuori luogo né motivo di giudizio. La vergogna che prova parla più della sua storia di timidezza e di ferite relazionali che di come verrà realmente percepita.
Sull’età è importante essere chiari. I docenti valutano la motivazione, la preparazione e la serietà, non l’anagrafe. Esistono studenti che iniziano tesi e percorsi di ricerca ben oltre i 30 anni. Il dottorato può avere dei limiti pratici e competitivi, ma non è qualcosa che oggi deve usare per giudicare il suo valore o per anticipare un rifiuto che non è ancora avvenuto.
Il lavoro più importante, in questo momento, non è dimostrare qualcosa agli altri ma iniziare a separare chi lei è da ciò che le è stato detto. Non è in ritardo nella vita, è una persona che ha attraversato eventi difficili e sta provando a rimettersi in cammino. Questo richiede coraggio, non vergogna.
Se sente che queste paure la bloccano molto, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare proprio su vergogna, autosvalutazione e paura del giudizio, così da poter tornare all’università con uno sguardo più gentile verso se stessa.
Le auguro davvero di potersi dare il permesso di riprendere il suo posto senza chiedere scusa per la sua storia.
Dott.ssa A.Mustatea

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