Buongiorno Gentilissimi Dottori, Vorrei chiederVi come superare il senso di vergogna e di inadeguat
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Buongiorno Gentilissimi Dottori,
Vorrei chiederVi come superare il senso di vergogna e di inadeguatezza..ho 35 anni e studio ancora all'università..ho lasciato per un periodo gli studi in seguito a dei lutti dei miei nonni e di mia madre e poi per depressione e durante questo periodo la mia famiglia mi fece sentire incapace in quanto mi veniva detto proprio dalla mia stessa famiglia che ormai ero fuori dal giro dell'universita', che vanno avanti nella vita solo quelli laureati a 23- 24 anni perché hanno modo di sperimentare e di fare più cose e poi, pur avendo io buoni voti, mi sono state dette frasi che ritengo cattive "i voti te li tieni per la gloria" "chi ti calcola piu' ormai" "ti prendi la pensione all' università " "dopo i 30 anni non ti prendono a lavorare, non puoi fare neanche i concorsi" "neanche un ragazzo ti può volere perché non sei indipendente".Quando ero in corso un docente mi disse che mi vedeva partecipe a lezione, rispondevo alle domande di lezione, e, nonostante non avessi ancora sostenuto il suo esame, mi chiese di fare la tesi nella sua materia ( anche se io ho pensato di non essere all'altezza, di non essere abbastanza preparata capace per una tesi sperimentale in laboratorio) ma poi dati gli eventi che mi sono successi, sono sparita dall'università..ora, siccome vorrei riseguire il corso di questo docente, provo molto vergogna (penso che sia anche perché sono stata sempre timida, introversa, scarsa autostima nonostante i buoni risultati)in quanto penso che il docente si sia offeso non avendomi più vista per la tesi o temo che vedendomi a lezione possa pensare "questa ancora qua sta"..o che non si ricordi più di me, nemmeno di avermi chiesto la tesi..inoltre temo che quando sosterrò l'esame, chiamando l'appello, dato che sono del vecchio ordinamento, si renda conto della mia vera età e che quindi mi dica che ormai data la mia età non vorrà più che io faccia la tesi con lui e neanche un eventuale dottorato di ricerca (il dottorato credo proprio che sarà impossibile farlo per la mia età ). Vi ringrazio tanto per i vostri consigli e Vi auguro una Buona Giornata.
Vorrei chiederVi come superare il senso di vergogna e di inadeguatezza..ho 35 anni e studio ancora all'università..ho lasciato per un periodo gli studi in seguito a dei lutti dei miei nonni e di mia madre e poi per depressione e durante questo periodo la mia famiglia mi fece sentire incapace in quanto mi veniva detto proprio dalla mia stessa famiglia che ormai ero fuori dal giro dell'universita', che vanno avanti nella vita solo quelli laureati a 23- 24 anni perché hanno modo di sperimentare e di fare più cose e poi, pur avendo io buoni voti, mi sono state dette frasi che ritengo cattive "i voti te li tieni per la gloria" "chi ti calcola piu' ormai" "ti prendi la pensione all' università " "dopo i 30 anni non ti prendono a lavorare, non puoi fare neanche i concorsi" "neanche un ragazzo ti può volere perché non sei indipendente".Quando ero in corso un docente mi disse che mi vedeva partecipe a lezione, rispondevo alle domande di lezione, e, nonostante non avessi ancora sostenuto il suo esame, mi chiese di fare la tesi nella sua materia ( anche se io ho pensato di non essere all'altezza, di non essere abbastanza preparata capace per una tesi sperimentale in laboratorio) ma poi dati gli eventi che mi sono successi, sono sparita dall'università..ora, siccome vorrei riseguire il corso di questo docente, provo molto vergogna (penso che sia anche perché sono stata sempre timida, introversa, scarsa autostima nonostante i buoni risultati)in quanto penso che il docente si sia offeso non avendomi più vista per la tesi o temo che vedendomi a lezione possa pensare "questa ancora qua sta"..o che non si ricordi più di me, nemmeno di avermi chiesto la tesi..inoltre temo che quando sosterrò l'esame, chiamando l'appello, dato che sono del vecchio ordinamento, si renda conto della mia vera età e che quindi mi dica che ormai data la mia età non vorrà più che io faccia la tesi con lui e neanche un eventuale dottorato di ricerca (il dottorato credo proprio che sarà impossibile farlo per la mia età ). Vi ringrazio tanto per i vostri consigli e Vi auguro una Buona Giornata.
Gentile utente,
la vergogna e il senso di inadeguatezza che descrive non nascono dalla sua età o dal suo percorso, ma dalle ferite lasciate da perdite importanti e da messaggi svalutanti ricevuti nel tempo. Lutti, depressione e interruzioni non sono fallimenti: sono eventi che segnano una vita e che meritano rispetto, non giudizio.
Il percorso universitario non è una gara a tempo. La sua storia, i buoni risultati ottenuti, il riconoscimento ricevuto da un docente parlano di competenze reali, non di incapacità. Molte delle paure che oggi la bloccano (il giudizio del docente, l’età, il “cosa penseranno”) sono comprensibili, ma spesso non corrispondono alla realtà, bensì a un dialogo interno molto severo.
Lavorare sul senso di vergogna, sull’autostima e sul peso delle aspettative familiari può essere fondamentale per permetterle di riappropriarsi del suo percorso e delle sue scelte, senza sentirsi costantemente “in difetto”.
Un percorso di psicoterapia potrebbe aiutarla proprio in questo: ricostruire fiducia in sé, separare la sua identità dai giudizi ricevuti e affrontare le situazioni temute con maggiore serenità.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
la vergogna e il senso di inadeguatezza che descrive non nascono dalla sua età o dal suo percorso, ma dalle ferite lasciate da perdite importanti e da messaggi svalutanti ricevuti nel tempo. Lutti, depressione e interruzioni non sono fallimenti: sono eventi che segnano una vita e che meritano rispetto, non giudizio.
Il percorso universitario non è una gara a tempo. La sua storia, i buoni risultati ottenuti, il riconoscimento ricevuto da un docente parlano di competenze reali, non di incapacità. Molte delle paure che oggi la bloccano (il giudizio del docente, l’età, il “cosa penseranno”) sono comprensibili, ma spesso non corrispondono alla realtà, bensì a un dialogo interno molto severo.
Lavorare sul senso di vergogna, sull’autostima e sul peso delle aspettative familiari può essere fondamentale per permetterle di riappropriarsi del suo percorso e delle sue scelte, senza sentirsi costantemente “in difetto”.
Un percorso di psicoterapia potrebbe aiutarla proprio in questo: ricostruire fiducia in sé, separare la sua identità dai giudizi ricevuti e affrontare le situazioni temute con maggiore serenità.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
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Gentilissima comprendo la sua situazione e il suo disagio, ma le consiglio di reagire. L' inadeguatezza va riconosciuta e combattuta giorno per giorno , perche' puo' essere la causa dei fallimenti di una persona . Quindi le consiglio caldamente di seguire i suoi interessi universitari e costruire il suo percorso di laurea . Non stia a far caso alle parole scoraggianti che le possono venir dette da chi le sta intorno ,lei creda in se stessa e affronti le sfide quotidiane .Una laurea non ha scadenza e non ha termini obbligati di compimento , ci sono tante persone che si sono laureate in la' con gli anni ed hanno ottenuto posti di lavoro e superato concorsi.
Se volesse un supporto psicologico( di tanto in tanto) , sarei lieta di seguirla .
Resto a disposizione e la saluto cordialmente
Dott.ssa Adriana Gaspari
Se volesse un supporto psicologico( di tanto in tanto) , sarei lieta di seguirla .
Resto a disposizione e la saluto cordialmente
Dott.ssa Adriana Gaspari
Grazie per aver raccontato la sua esperienza. La sofferenza che racconta ha delle ragioni comprensibili. I lutti importanti e la depressione possono interrompere il percorso di studi e di vita, senza che questo significhi essere incapaci o inadeguati. Il tempo che lei vive come “ritardo” è in realtà il tempo di una persona che ha dovuto affrontare eventi molto dolorosi.
Le frasi ricevute dalla famiglia hanno probabilmente contribuito a costruire un forte senso di vergogna e una voce interna critica, che oggi la fa sentire fuori posto. Ma il giudizio che teme negli altri spesso nasce da quello che ha interiorizzato su se stessa. Il fatto che un docente abbia riconosciuto le sue capacità e le abbia proposto una tesi è un dato concreto, che parla delle sue risorse, non delle sue mancanze.
L’università e i docenti sono abituati a percorsi non lineari, e l’età anagrafica non cancella il valore, la competenza o la possibilità di portare avanti una tesi. Il punto centrale non è dimostrare qualcosa agli altri, ma recuperare uno sguardo più rispettoso verso di sé.
Le frasi ricevute dalla famiglia hanno probabilmente contribuito a costruire un forte senso di vergogna e una voce interna critica, che oggi la fa sentire fuori posto. Ma il giudizio che teme negli altri spesso nasce da quello che ha interiorizzato su se stessa. Il fatto che un docente abbia riconosciuto le sue capacità e le abbia proposto una tesi è un dato concreto, che parla delle sue risorse, non delle sue mancanze.
L’università e i docenti sono abituati a percorsi non lineari, e l’età anagrafica non cancella il valore, la competenza o la possibilità di portare avanti una tesi. Il punto centrale non è dimostrare qualcosa agli altri, ma recuperare uno sguardo più rispettoso verso di sé.
Gentilissima, la ringrazio per la sua condivisione. Posso capire che le osservazioni che le sono sempre state rivolte, specialmente dalla famiglia, non l'abbiano fatta sentire supportata e non le siano state d'aiuto per superare un periodo complesso come quello universitario. Il tipo di disagio che sta descrivendo, che si presenta soprattutto rispetto al timore del giudizio degli altri, si può declinare in un'ansia di tipo sociale che facilmente si struttura sopra il nucleo che lei ha saggiamente già individuato, ovvero quello di sentirsi inadeguata, non abbastanza. L'emozione della vergogna spesso è la manifestazione emotiva che più è presente in questo tipo di disagio. Considerato ciò, le sarebbe sicuramente utile un lavoro rispetto a questi suoi temi così delicati, che potrebbe aiutarla nella gestione, non solo delle sfide universitarie, ma in generale in tutte le situazioni di performance sociale e professionale. Un percorso psicologico le fornirebbe grandi benefici per affrontare questi aspetti e proseguire con la sua vita in modo più sicuro. Inoltre, sarebbe importante che lei definisca quali sono i suoi valori e i suoi obiettivi di vita e si ancori ad essi tutte le volte che la vergogna e il senso di inadeguatezza la porteranno a tirarsi indietro. Ricordando che il giudizio dell'altro non lo potrà mai evitare o controllare, quindi è più "facile" accettare il rischio di sottoporci a critiche piuttosto che evitarle in ogni modo. Spero di averle dato degli spunti utili. Resto a disposizione per altri dubbi. Dott.ssa Anna Tosi
È importante dirlo con chiarezza fin dall’inizio: ciò che lei descrive non è un segno di debolezza o di inadeguatezza, ma l’esito comprensibile di una storia di perdite significative, di un periodo depressivo e di un contesto relazionale che, invece di sostenere, ha finito per ferire profondamente la sua immagine di sé.
I lutti che ha vissuto non sono stati eventi marginali o “interruzioni di percorso” trascurabili. La perdita di figure affettive fondamentali, come i nonni e soprattutto sua madre, ha un impatto profondo sul senso di continuità della propria vita, sulla fiducia nel futuro e sulla percezione delle proprie risorse. In molte persone, in modo del tutto umano, questo porta a una fase di arresto, di ritiro, di disorientamento. Non si tratta di “uscire dal giro”, ma di cercare di sopravvivere emotivamente in un momento in cui le energie psichiche sono impegnate altrove.
La vergogna che oggi prova all’idea di tornare a lezione o di incontrare quel docente sembra nascere proprio da qui. Non tanto da ciò che è accaduto davvero, quanto dalle interpretazioni che la sua mente produce: l’idea di essere giudicata, derisa, dimenticata o ritenuta “fuori tempo massimo”. Questi pensieri hanno una funzione precisa: cercano di proteggerla dal rischio di una nuova ferita, anticipando il peggio. Il problema è che, così facendo, finiscono per bloccarla e per confermare l’immagine di sé come persona “non all’altezza”.
Forse il passaggio più importante, oggi, non è dimostrare qualcosa agli altri, ma iniziare a costruire uno sguardo più giusto e meno punitivo verso se stessa. Lei non è una persona “rimasta indietro”, ma una persona che ha attraversato eventi difficili e che sta cercando, con coraggio, di riprendere in mano il proprio percorso. Tornare a seguire un corso, sostenere un esame, rimettersi in gioco non sono atti di vergogna, ma di forza.
I lutti che ha vissuto non sono stati eventi marginali o “interruzioni di percorso” trascurabili. La perdita di figure affettive fondamentali, come i nonni e soprattutto sua madre, ha un impatto profondo sul senso di continuità della propria vita, sulla fiducia nel futuro e sulla percezione delle proprie risorse. In molte persone, in modo del tutto umano, questo porta a una fase di arresto, di ritiro, di disorientamento. Non si tratta di “uscire dal giro”, ma di cercare di sopravvivere emotivamente in un momento in cui le energie psichiche sono impegnate altrove.
La vergogna che oggi prova all’idea di tornare a lezione o di incontrare quel docente sembra nascere proprio da qui. Non tanto da ciò che è accaduto davvero, quanto dalle interpretazioni che la sua mente produce: l’idea di essere giudicata, derisa, dimenticata o ritenuta “fuori tempo massimo”. Questi pensieri hanno una funzione precisa: cercano di proteggerla dal rischio di una nuova ferita, anticipando il peggio. Il problema è che, così facendo, finiscono per bloccarla e per confermare l’immagine di sé come persona “non all’altezza”.
Forse il passaggio più importante, oggi, non è dimostrare qualcosa agli altri, ma iniziare a costruire uno sguardo più giusto e meno punitivo verso se stessa. Lei non è una persona “rimasta indietro”, ma una persona che ha attraversato eventi difficili e che sta cercando, con coraggio, di riprendere in mano il proprio percorso. Tornare a seguire un corso, sostenere un esame, rimettersi in gioco non sono atti di vergogna, ma di forza.
Buonasera gentile utente, quello che sta vivendo non è un problema di età o né di università. E' il peso di anni in cui, mentre era fragile per i lutti e la depressione, si è sentita giudicata invece che sostenuta. La vergogna che prova oggi nasce lì. Non dice che lei è inadeguata, ma che ha sofferto senza protezione e supporto. Tornare all'università le fa paura perché teme lo sguardo altrui, ma in realtà è lo sguardo che lei ha interiorizzato su di sé a farle più male. I docenti, nella maggioranza dei casi, non leggono le storie come lei teme: vedono una studentessa che c'è, punto. E il fatto che un professore le abbia proposto una tesi parla di capacità reali, non di illusione.
Lei non deve dimostrare niente, né recuperare il tempo, né decidere ora tutto il futuro.
Le chiederei solo una cosa: non abbandonarsi di nuovo per paura. Andare ad una lezione, anche con un pò di vergona addosso, è già un atto di rispetto verso se stessa.
Dovrebbe iniziare a guardarsi con più gentilezza e comprensione.
Dott.ssa Giuseppina La Pietra
Lei non deve dimostrare niente, né recuperare il tempo, né decidere ora tutto il futuro.
Le chiederei solo una cosa: non abbandonarsi di nuovo per paura. Andare ad una lezione, anche con un pò di vergona addosso, è già un atto di rispetto verso se stessa.
Dovrebbe iniziare a guardarsi con più gentilezza e comprensione.
Dott.ssa Giuseppina La Pietra
Gentilissima, le domande che pone sono sicuramente ampie e complesse. Posso soltanto immaginare quanto sia stato difficile per lei superare gli eventi traumatici che ha subito vivendo, inoltre, in un clima di così tale sfiducia. Prima di tutto le vorrei rimandare che è del tutto comprensibile che abbia sentito il bisogno di lasciare gli studi per un certo periodo, ha vissuto eventi traumatici che avrebbero messo in seria difficoltà tutti noi ed è giusto che uno si prenda tutto il tempo di cui ha bisogno per ritrovare il proprio equilibrio. La depressione di cui parla, comparsa immagino in seguito ai lutti, è l'esempio di come la mente le ha fatto comprendere che aveva bisogno di fermarsi ed elaborare tutte le cose che le sono capitate. Il fatto che, ad oggi, abbia ancora voglia di riprovarci credo, inoltre, racconti molto bene quanto nonostante tutto sia determinata e poco arrendevole, aspetti sicuramente non comuni. Per altro, il tutto in un clima di sfiducia familiare che immagino non l'abbia molto aiutata nel ritrovarsi dopo tutte queste difficoltà. La vergogna e l'inadeguatezza di cui parla credo che in parte possano provenire da quanto ha sempre dovuto ascoltare dal pensiero della sua famiglia e, probabilmente, anche dalla frustrazione che anche lei può avere avuto nell'immaginarsi come sarebbero potute andre le cose. Il fatto è che lei ha davvero vissuto dei traumi molto complessi, e di questo bisogna avere molta cura. Credo che un percorso di psicoterapia potrebbe essere lo spazio più utile e funzionale per portare fuori ciò che ha vissuto ed elaborare la vergogna e l'inadeguatezza di cui parla, all'interno di un ambiente sicuro e non giudicante, in cui potrà sentirsi accolta ed ascoltata. Un caro saluto. Dott. Alessandro Rigutti
Buon pomeriggio, dal tuo racconto emergono vissuti profondi di vergogna, inadeguatezza e autosvalutazione che non nascono dal tuo percorso universitario in sé, ma dal contesto emotivo e relazionale in cui questo percorso si è sviluppato.
Hai attraversato lutti importanti e un periodo depressivo, eventi che incidono in modo significativo sul funzionamento personale, sulla continuità degli studi e sull’immagine che una persona costruisce di sé. Forse non ne sei pienamente consapevole, ma fermarsi o rallentare in condizioni simili non è segno di incapacità: è spesso un atto di cura verso sé stessi, una scelta necessaria per potersi ricostruire e riprendere il cammino con maggiore solidità.
La vergogna che oggi provi nel tornare a lezione o nel rivedere quel docente sembra essere più legata allo sguardo che tu rivolgi a te stessa che a come potresti essere realmente vista. Accade frequentemente di attribuire agli altri giudizi molto duri che, in realtà, sono già stati interiorizzati.
È importante ricordare che in ambito universitario i percorsi non lineari sono molto più comuni di quanto si immagini e che l’età anagrafica non definisce né il valore di una persona né la sua capacità di apprendere, fare ricerca o costruire un progetto professionale. Proseguire nel tuo percorso senza lasciarti bloccare dalla paura può aiutarti a renderti conto, passo dopo passo, che molte delle convinzioni iniziali che oggi ti preoccupano non trovano reale conferma.
Riguardo ai tuoi timori sul futuro, inclusi quelli legati alla tesi o al dottorato?
Anche in questo caso può essere utile restare ancorata al presente. Anticipare rifiuti o giudizi prima che avvengano rischia di alimentare l’ansia e di rafforzare una visione di te stessa già molto severa, purtroppo costruita nel tempo. In questo senso, un percorso psicologico potrebbe accompagnarti nell’elaborazione dei lutti, della depressione e delle ferite legate alle svalutazioni ricevute, aiutandoti a rafforzare l’autostima e a riavvicinarti ai tuoi obiettivi con maggiore serenità e fiducia.
Ti auguro di poter guardare alla tua storia con più comprensione e di concederti la possibilità di riprendere il tuo cammino senza lasciare che la vergogna continui a definirti. Un caro saluto
Hai attraversato lutti importanti e un periodo depressivo, eventi che incidono in modo significativo sul funzionamento personale, sulla continuità degli studi e sull’immagine che una persona costruisce di sé. Forse non ne sei pienamente consapevole, ma fermarsi o rallentare in condizioni simili non è segno di incapacità: è spesso un atto di cura verso sé stessi, una scelta necessaria per potersi ricostruire e riprendere il cammino con maggiore solidità.
La vergogna che oggi provi nel tornare a lezione o nel rivedere quel docente sembra essere più legata allo sguardo che tu rivolgi a te stessa che a come potresti essere realmente vista. Accade frequentemente di attribuire agli altri giudizi molto duri che, in realtà, sono già stati interiorizzati.
È importante ricordare che in ambito universitario i percorsi non lineari sono molto più comuni di quanto si immagini e che l’età anagrafica non definisce né il valore di una persona né la sua capacità di apprendere, fare ricerca o costruire un progetto professionale. Proseguire nel tuo percorso senza lasciarti bloccare dalla paura può aiutarti a renderti conto, passo dopo passo, che molte delle convinzioni iniziali che oggi ti preoccupano non trovano reale conferma.
Riguardo ai tuoi timori sul futuro, inclusi quelli legati alla tesi o al dottorato?
Anche in questo caso può essere utile restare ancorata al presente. Anticipare rifiuti o giudizi prima che avvengano rischia di alimentare l’ansia e di rafforzare una visione di te stessa già molto severa, purtroppo costruita nel tempo. In questo senso, un percorso psicologico potrebbe accompagnarti nell’elaborazione dei lutti, della depressione e delle ferite legate alle svalutazioni ricevute, aiutandoti a rafforzare l’autostima e a riavvicinarti ai tuoi obiettivi con maggiore serenità e fiducia.
Ti auguro di poter guardare alla tua storia con più comprensione e di concederti la possibilità di riprendere il tuo cammino senza lasciare che la vergogna continui a definirti. Un caro saluto
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