Buonasera! Avrei bisogno di un consulto circa un dubbio che ho da anni ossia quello di vivere all'

Buonasera! Avrei bisogno di un consulto circa un dubbio che ho da anni ossia quello di vivere all' interno di una famiglia disfunzionale..mi spiego meglio: ho 33 anni non ho avuto un' infanzia serena ed ero sempre in mezzo a liti ,discussioni tra genitori e famigliari tanto e ' vero che metà infanzia l' ho passata da una nonna . Mia madre ha sempre sottolineato che io non ero voluta non dovevo nascere a differenza di mio fratello e ciò lo ha sempre detto anche davanti amici o parenti ...qualsiasi cosa che succedeva era colpa mia ,mi ha fatto iscrivere al liceo sotto sua pressione e se prendevo un 8 e mezzo era una tragedia iniziavano subito da parte sua e di mio padre i confronti con chi prendeva voti più alti ..presa la maturità non ho avuto nessuna soddisfazione solo un : ora datti una mossa e trovati un lavoro. Ho trovato perlopiu lavori sottopagati,senza contratti e sporadici ma ho sempre accettato nonostante ciò se le cose andavano male era colpa mia,se non si arrivava a fine mese era colpa mia ,andavo a mangiare una pizza con amiche me la rinfacciavano per giorni . Ho avuto ragazzi con i quali si parlava di convivenza ma mia madre se ne usciva con : e poi chi mi dà una mano a pulire casa ? Tuo fratello studia e lavora merita di riposarsi tu no . A fine agosto ho trovato lavoro come insegnante ed entrambi mi hanno detto che non è un lavoro che invero lavori consistono nello spaccarsi la schiena e che non sono degna dello stipendio che prendo. La cosa assurda e' che se mio fratello combina qualche guaio magicamente divento la più brava ,buona ,ubbidiente .. si risolve con mio fratello torno a essere la "fallita ,idiota " come ogni tanto vengo definita . All' ennesimo litigio dove mi si attribuisce anche l' appellativo di sfigata che vive tra i libri ho reagito ma nulla da fare ..mi chiedo quindi se tutto questo può essere definito contesto disfunzionale e cosa posso fare. Grazie.

6 risposte


Buongiorno, ha raccontato di una storia relazionale dolorosa, in cui lei si è trovata ripetutamente esposta a svalutazioni, colpevolizzazioni e confronti che potrebbero aver inciso sul modo in cui oggi percepisce sé stessa e il proprio valore. Più che cercare un’etichetta per definire il suo contesto familiare, credo possa essere importante approfondire come queste esperienze l’abbiano segnata e che spazio abbiano avuto i suoi bisogni e vissuti all’interno di queste relazioni, in un contesto protetto in cui poterli esplorare senza ulteriori giudizi o semplificazioni. Un caro saluto, dott.ssa Sara Gerbi

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Grazie per aver condiviso con tanta sincerità un vissuto così doloroso. Da quello che racconta, sì: crescere in un ambiente in cui si è esposti a continue liti, in cui si viene svalutati, confrontati con un fratello, colpevolizzati per ogni cosa e in cui perfino il proprio diritto di esistere viene messo in discussione, può essere descritto come un contesto familiare disfunzionale e fortemente invalidante. Non si tratta di una sua esagerazione né di una sua mancanza: sono dinamiche che lasciano un segno profondo sull’immagine di sé e sull’autostima, anche a distanza di anni. Il fatto che oggi si interroghi su tutto questo e che abbia reagito dopo l’ennesimo litigio è già un segnale importante di consapevolezza e di forza. Un percorso psicologico può aiutarla a dare un nome a ciò che ha vissuto, a ridimensionare quella voce critica che ha interiorizzato e a costruire confini più sani con la sua famiglia. Se sente di volerlo fare, se vuole sono disponibile. Un caro saluto


Buongiorno cara paziente anonima. Il contesto disfunzionale non lo è oggettivamente, ma soggettivamente sulla base di quella che è la propria percezione. In psicoterapia, esiste la verità del paziente ed è quella la valida per il terapeuta. Da quanto racconti, hai sempre vissuto con tanto dolore questi continui giudizi e il confronto con tuo fratello, quindi credo che questo possa definirsi un contesto disfunzionale, in quanto ti ha provocato tante sofferenze. Credo che la principale difficoltà sia nel distinguere ciò che la tua famiglia pensa di te da ciò che tu pensi di te stessa, acquisire autostima e iniziare a vivere una vita di livello, così come meriti. Ti auguro di iniziare un buon percorso di psicoterapia e di riuscire a farlo adesso. Un grande in bocca al lupo.


Mi dispiace per quello che ha vissuto e per il fatto che, ancora oggi, continui a sentirsi svalutata proprio dalle persone da cui avrebbe avuto bisogno di sostegno. Da quello che racconta, sì: ci sono dinamiche familiari che possono essere definite disfunzionali, soprattutto per la presenza di svalutazione costante, confronti, colpevolizzazione, messaggi contraddittori e differenze marcate nel modo in cui viene trattata rispetto a suo fratello. Sentirsi dire per anni di non essere stata voluta, essere chiamata “fallita” o “idiota” e vedere ogni scelta reinterpretata come un errore può incidere profondamente sull’autostima e sul modo in cui una persona impara a percepire sé stessa. Il punto però non è soltanto dare un nome alla famiglia, ma capire quanto queste dinamiche continuino oggi a condizionare le sue scelte, il senso di colpa e la possibilità di costruirsi una vita adulta più autonoma. Un supporto psicologico può aiutarla a lavorare su confini, autostima, bisogno di approvazione e separazione emotiva da giudizi che ha interiorizzato per anni. Se vuole approfondire questa situazione, può contattarmi per una consulenza online o in presenza e consultare la mia agenda per le disponibilità. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli


Buonasera, da quello che racconta emerge una storia familiare segnata da molti conflitti, critiche, confronti e frasi svalutanti rivolte a lei nel corso degli anni. Da un messaggio non sarebbe prudente definire in modo preciso l’intera famiglia o stabilire una diagnosi sul suo funzionamento, ma è ragionevole dire che alcune delle esperienze che descrive possono essere state molto dolorose e che oggi meritano attenzione. Più che concentrarsi sull’etichetta “famiglia disfunzionale”, potrebbe essere utile osservare quali situazioni continuano a farla stare male nel presente: i giudizi sul lavoro, gli insulti, i confronti con suo fratello, il senso di colpa quando fa qualcosa per sé o la difficoltà a sentirsi libera nelle proprie scelte. Da lì si può iniziare a capire quali limiti desidera mettere nelle conversazioni e quali aspetti della sua vita vuole proteggere maggiormente. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare proprio su questo, senza dover per forza arrivare subito a una definizione della sua famiglia. Una domanda concreta da cui partire potrebbe essere: quali sono oggi i comportamenti o le frasi dei suoi familiari che la fanno stare peggio e su cui sente più urgente mettere un confine?


Salve, la ringrazio per aver condiviso una parte così delicata della sua storia. Da ciò che racconta, sembra che lei sia cresciuta in un contesto caratterizzato da conflittualità, aspettative molto elevate, confronti continui e svalutazioni, con la sensazione di essere spesso ritenuta responsabile di ciò che accadeva in famiglia. Sentirsi ripetere di non essere stata desiderata, essere definita con appellativi offensivi o vedere sminuiti i propri risultati può incidere profondamente sull'autostima e sul senso di valore personale. Sì, gli elementi che descrive possono essere ricondotti a dinamiche familiari disfunzionali, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, il riconoscimento dei bisogni individuali e il rispetto reciproco. Naturalmente, per comprendere più a fondo la situazione sarebbe necessario approfondire la sua storia e il modo in cui queste esperienze hanno influenzato il suo vissuto. Vorrei sottolineare un aspetto importante: il valore di una persona non dipende dai risultati che ottiene, dal lavoro che svolge o dalle aspettative dei propri familiari. Aver trovato un lavoro come insegnante rappresenta un traguardo che merita di essere riconosciuto, indipendentemente dai giudizi ricevuti. Allo stesso modo, il desiderio di costruire una propria vita, coltivare amicizie o intraprendere una relazione non è egoismo né una mancanza di riconoscenza verso la famiglia. A 33 anni, può essere importante iniziare a interrogarsi su quali confini desideri stabilire nelle relazioni familiari, su come proteggersi dalle comunicazioni svalutanti e su quali spazi di autonomia costruire, rispettando i suoi tempi e le sue possibilità concrete. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare le esperienze vissute, riconoscere eventuali convinzioni negative su di sé maturate nel tempo e sviluppare modalità più tutelanti per affrontare le relazioni familiari. Non è necessario arrivare a una rottura con la propria famiglia per iniziare a stare meglio: il primo passo può essere quello di riconoscere la propria sofferenza e comprendere che cosa le occorre per vivere con maggiore serenità. Un caro saluto. Dott.ssa Grandi Chiara

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