Domande del paziente (2565)
Buongiorno dott. io soffro di ansia è disturbo ossessivo da ben 15 anni oramai.. infatti sono in cura.. ma ci sono periodi che ho paure strane se sto solo nella stanza mi sento come se prima o poi dovrei vedere qualcuno di allucinazione, oppure tipo ieri sera ho avuto una discussione con la mia ragazza mene sono andato a dormire nel salone da solo dopo 30 minuti nemmeno sono dovuto tornare nella stanza dalla mia ragazza perchè avevo paura come se dovevo avere qualche allucinazione, oppure se la sera passo dal corridoio per andare in bagno di buoi è come se mi mette ansia... adesso vorrei chiedere tutte queste paure che mi faccio che mi vergogno anche dirlo.. può essere un inizio di psicosi o schizofrenia... anche se non ho mai avuto in 34 anni che ho allucinazioni... Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è molto comprensibile per chi soffre da tempo di ansia e disturbo ossessivo. Le “paure strane” che riporta — come il timore di poter vedere qualcosa, l’ansia nel buio o quando è da solo — sono spesso legate a un aumento dell’attivazione ansiosa e a pensieri anticipatori tipici dell’ansia, più che a un reale rischio di allucinazioni.
È importante fare una distinzione:
nelle psicosi (come la schizofrenia) le allucinazioni sono esperienze percepite come reali, non messe in dubbio dalla persona. Nel suo caso, invece, lei parla chiaramente di paura che possa succedere, riconoscendo che si tratta di un timore (“come se dovessi vedere qualcosa”). Questo è un elemento molto significativo, perché indica consapevolezza e senso critico, caratteristiche che generalmente non si perdono nei disturbi psicotici conclamati.
Inoltre, il fatto che in 34 anni non abbia mai avuto vere allucinazioni va nella direzione di escludere un esordio psicotico. Piuttosto, quello che descrive è compatibile con:
aumento dell’ansia
ipervigilanza (soprattutto al buio o da solo)
pensieri ossessivi a contenuto catastrofico (“potrei impazzire”, “potrei vedere qualcosa”)
Queste paure, per quanto molto disturbanti e anche motivo di vergogna, sono in realtà abbastanza frequenti nei disturbi d’ansia e nel DOC. Spesso il tema sottostante è proprio la paura di perdere il controllo o di “impazzire”.
Il comportamento che descrive (tornare nella stanza con la sua ragazza per sentirsi più sicuro) è comprensibile, ma può rinforzare nel tempo il meccanismo ansioso, perché conferma implicitamente al cervello che da solo ci sia un pericolo.
Non c’è quindi, da ciò che racconta, un segnale chiaro di psicosi o schizofrenia. Tuttavia, è evidente che il livello di ansia in questo periodo è aumentato e sta incidendo sulla sua qualità di vita.
Le consiglio di affrontare apertamente questi pensieri con il professionista che la segue: lavorare su queste paure (ad esempio con tecniche cognitive e graduale esposizione) può ridurre molto questo tipo di sintomi.
Per una valutazione accurata e un intervento mirato, è comunque importante approfondire la situazione con uno specialista.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
buonasera, ho un ciclo regalare di circa 27 giorni e al 16esimo giorno ho avuto un rapporto inizialmente protetto ma dopo poco ci siamo accorti che era rotto il preservativo, lui non è venuto ma ho paura ci siano state tracce del liquido pre seminale ( l ultima volta che era venuto era 4 giorni prima ), io quel giorno avevo già perdite dense ma ricordo che i giorni prima avevo il muco fertile, ho paura di essere stata in ovulazione proprio quel giorno e dopo circa 7/8 ore ho preso la pillola ellaOne
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
capisco la preoccupazione, è una situazione che può generare molta ansia.
Da ciò che descrive, il rapporto è avvenuto intorno al 16° giorno di un ciclo di 27 giorni, quindi in un periodo potenzialmente fertile. Tuttavia, ci sono alcuni elementi importanti da considerare:
Il liquido pre-seminale può contenere spermatozoi, ma il rischio è generalmente più basso rispetto a un’eiaculazione completa, soprattutto se l’ultima eiaculazione risale a qualche giorno prima (come nel suo caso, circa 4 giorni).
Le perdite dense che riferisce potrebbero indicare che l’ovulazione era già avvenuta o in fase conclusiva, ma senza monitoraggi precisi non è possibile stabilirlo con certezza.
L’assunzione di ellaOne entro 7–8 ore dal rapporto è un fattore molto rilevante: è un contraccettivo d’emergenza efficace proprio perché agisce ritardando o bloccando l’ovulazione, soprattutto se non è ancora avvenuta.
Nel complesso, quindi, il rischio di gravidanza non è nullo ma appare ridotto, grazie soprattutto alla tempestività con cui ha assunto la pillola.
Per maggiore sicurezza, le consiglio di:
attendere il prossimo ciclo (potrebbe arrivare leggermente in anticipo o ritardo a causa della pillola);
eseguire un test di gravidanza circa 2–3 settimane dopo il rapporto a rischio, oppure dopo un eventuale ritardo mestruale.
Comprendo che l’ansia in questi casi possa essere forte: se dovesse sentirsi molto in apprensione o se situazioni simili si ripetono, può essere utile anche affrontare questi aspetti emotivi oltre che pratici.
È comunque consigliabile approfondire con uno specialista (ginecologo o consultorio), per valutare anche un metodo contraccettivo più sicuro e adatto alle sue esigenze.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.
Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
Ne parlammo già io e il terapeuta.
Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
Grazie per le risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco la sua confusione, ed è una domanda molto sensata.
Provo a chiarire un punto centrale: il suo terapeuta probabilmente non sta lavorando sull’orario in sé, ma su ciò che quell’orario rappresenta. Restare fuori più a lungo, nel suo caso, sembra essere legato alla difficoltà a tollerare alcune sensazioni (stanchezza, disagio, perdita di controllo, rigidità nelle abitudini) e alla tendenza a “ritirarsi” quando queste aumentano.
Quindi l’obiettivo non è “farla andare a letto tardi perché fa bene”, ma aiutarla ad aumentare la flessibilità psicologica e la capacità di stare nelle situazioni sociali anche quando non sono perfettamente confortevoli.
Detto questo, c’è un aspetto importante da non trascurare: il suo corpo le sta dando segnali molto chiari. La privazione di sonno, per lei, ha effetti marcati (stanchezza intensa, difficoltà cognitive, irritabilità, calo dell’energia e anche effetti sulla sfera sessuale). Questo è coerente con ciò che sappiamo: il sonno è un bisogno fisiologico fondamentale, e non tutte le persone tollerano allo stesso modo la riduzione delle ore di riposo.
Il punto quindi non è scegliere tra “rigidità” e “benessere fisico”, ma trovare un equilibrio tra questi due aspetti.
Le faccio notare alcune possibili chiavi di lettura:
La rigidità non riguarda solo l’orario, ma il fatto che esista una regola interna molto forte (“devo andare a letto entro le 23 altrimenti sto male”) che non ammette eccezioni.
Il lavoro terapeutico potrebbe mirare a rendere questa regola più flessibile, non a eliminarla del tutto.
Tuttavia, esporsi in modo troppo intenso (fare le 1:30 quando già alle 23:40 è in difficoltà) potrebbe essere controproducente, perché la mette in una condizione di sofferenza troppo elevata.
In una terapia efficace, di solito, si lavora per gradi: piccole variazioni sostenibili, non cambiamenti drastici che portano a “crolli” come quello che descrive.
Per quanto riguarda il confronto che lei fa (“ci sono persone che vanno a letto presto e stanno bene senza terapia”), è corretto: non è l’orario in sé il problema. La differenza è che, in quelle persone, l’orario è una scelta flessibile, non una regola rigida che limita la vita sociale o genera ansia.
Infine, sui fastidi sensoriali (come quello alle orecchie con le cuffie): anche questi possono rientrare in una sensibilità aumentata o in una difficoltà a tollerare certe sensazioni corporee. Anche qui, il lavoro non è “forzarsi a sopportare tutto”, ma modulare gradualmente la risposta.
In sintesi: la direzione del lavoro terapeutico (aumentare la flessibilità) è comprensibile, ma è importante che sia calibrata sui suoi limiti fisiologici reali. Potrebbe essere utile riportare al terapeuta, in modo molto diretto, proprio ciò che ha scritto qui: non solo che “non riesce”, ma quanto è alto il costo fisico e mentale di questi tentativi.
Se sente che questo punto non viene compreso fino in fondo, può essere utile un confronto più approfondito o anche un secondo parere, per ritarare il percorso sulle sue esigenze specifiche.
Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da trovare un equilibrio più sostenibile tra benessere fisico e cambiamento psicologico.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Sono una ragazza di 28 anni e sto attraversando un periodo difficile. Di recente ho chiuso una frequentazione, ormai circa due mesi fa, anche se l’ultimo contatto è avvenuto circa un mese fa e sto ancora molto male, ho paura di non riuscire a superarla.
La frequentazione è durata circa 3 mesi e mezzo, anche se gli ultimi due mesi è stata una frequentazione a distanza, per dei miei motivi personali.
Il motivo del mio malessere deriva dal fatto che a me lui piaceva molto e mi ero molto affezionata. Lui via messaggio era sempre presente, ci sentivamo ogni giorno e mi ascoltava anche quando parlavo di momenti stressanti. Di presenza siamo usciti circa dieci volte, durante il mese di frequentazione di presenza. A me sembrava davvero un bel rapporto, ci sentivamo ogni giorno e lui mi dava attenzioni, dimostrava molto interesse nel conoscermi.
Il fatto è che mentre io avevo chiarito che volevo che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione, lui probabilmente non ha mai voluto una relazione, ma solo una frequentazione così, senza nessun impegno. Mi fa rabbia il fatto che parlandone lui mi aveva detto che anche lui voleva che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione.
Alla fine è stato lui ad allontanarsi, proprio quando dopo due mesi era arrivato il momento di rivedersi. Ha accampato scuse, dicendo che aveva bisogno di più tempo per capire, di non essere affidabile emotivamente, di non riuscire a lasciarsi andare (non gli piaceva sbilanciarsi) ma non prendendo mai realmente le distanze, dicendo di non volersi allontanare, ma di volerla vivere con leggerezza, senza farsi troppi problemi al momento. Ha preso come scusa anche il fatto di essersi lasciato non molto tempo fa. Quindi alla fine l’ho chiusa io, perché non volevo starci di nuovo male e avevo paura che lui effettivamente non stesse prendendo le cose seriamente.
Lui ha provato a ricontattarmi via messaggio, ma io sono stata molto fredda.
Il problema è che tutt’ora non riesco a superarla. Non riesco a superarla perché mi sembrava che potesse nascerne davvero un bel rapporto. Non capisco se il problema fosse il fatto che non gli piacevo abbastanza, anche se tra noi c’era molta chimica, o se effettivamente lui aveva bisogno di più tempo per via della precedente relazione. O se effettivamente non volesse impegnarsi.
Ho paura di non incontrare mai nessuno che mi ami, perché lui è stata la mia prima “relazione” e nonostante io non mi consideri brutta credo di non piacere in fondo a nessuno, perché non ricevo molta considerazione maschile, o comunque non da qualcuno che mi interessi. Sono sempre stata un po’ introversa, ma non credo sia questo il problema. Non so come superare questa fase. Vorrei conoscere nuove persone ma ho paura di rimanere di nuovo delusa.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è un vissuto molto comune, ma non per questo meno doloroso. Anche se la frequentazione è durata pochi mesi, il coinvolgimento emotivo che si crea quando c’è continuità, attenzione e condivisione quotidiana può essere molto intenso. Non stai “esagerando”: stai elaborando una delusione affettiva significativa.
Ci sono alcuni punti importanti da considerare.
Il primo riguarda il tipo di legame che si era creato. Il fatto che vi sentiste ogni giorno, che lui fosse presente e attento, ha favorito un attaccamento emotivo forte, anche più di quanto il tempo “oggettivo” della relazione farebbe pensare. Quando questo tipo di connessione si interrompe, è normale provare una sorta di vuoto e fatica a lasciar andare.
Il secondo punto è la discrepanza tra ciò che lui diceva e ciò che faceva. Da una parte parlava di un possibile futuro insieme, dall’altra si mostrava incerto, evitante, poco disposto a esporsi davvero. Questo crea molta confusione e spesso porta a interrogarsi su di sé (“non gli piacevo abbastanza?”), ma in realtà parla soprattutto delle sue difficoltà emotive e della sua ambivalenza. Le frasi che riporti (“non sono affidabile emotivamente”, “ho bisogno di tempo”, “viviamola senza problemi”) sono segnali piuttosto chiari di una persona non pronta a una relazione.
Il fatto che tu abbia deciso di chiudere, nonostante il coinvolgimento, è un elemento molto importante: indica che sei stata capace di proteggerti e di riconoscere ciò che non ti faceva stare bene.
Per quanto riguarda il pensiero “non incontrerò mai qualcuno che mi ami”, è comprensibile che emerga in questo momento, ma è una generalizzazione legata al dolore attuale, non un dato di realtà. Questa è stata la tua prima esperienza significativa, quindi è anche la prima volta che ti confronti con una delusione di questo tipo: è normale che scuota le tue sicurezze.
Allo stesso modo, il dubbio sul tuo valore (“forse non piaccio abbastanza”) tende a nascere quando qualcuno a cui teniamo non ci sceglie fino in fondo. Ma il comportamento di questa persona non definisce il tuo valore né la tua “desiderabilità”: indica piuttosto una non compatibilità nei bisogni e nei tempi emotivi.
Per superare questa fase può aiutarti:
accettare che il dolore ha bisogno di tempo, senza forzarti a “stare bene subito”
interrompere o limitare i contatti (anche mentali, come il rimuginare sul perché) per permettere un vero distacco
distinguere tra ciò che è reale (come si è comportato) e ciò che immagini (quello che “sarebbe potuto essere”)
riavvicinarti gradualmente agli altri, senza pretendere subito coinvolgimenti profondi
La paura di rimanere delusa è comprensibile, ma evitare del tutto le relazioni per proteggersi dal dolore rischia di rinforzare l’insicurezza. Si può invece procedere con più consapevolezza, imparando anche da questa esperienza.
Se senti che questo vissuto continua a occupare molto spazio o a influenzare la tua autostima e le tue relazioni future, può essere davvero utile approfondirlo in un percorso psicologico, per comprendere meglio i tuoi bisogni affettivi e rafforzare la sicurezza nelle relazioni.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è purtroppo una situazione abbastanza frequente nei disturbi legati all’uso di sostanze, soprattutto quando c’è stato un evento emotivamente molto forte come un lutto.
Un aumento così significativo dei consumi (da un uso sporadico a quantità elevate e frequenti) indica verosimilmente lo sviluppo di una dipendenza, o quantomeno di un uso problematico importante. In questi casi, smettere “di colpo” è possibile, ma non è la situazione più comune, soprattutto senza un supporto strutturato (medico, psicologico o comunitario). Le ricadute sono frequenti e il percorso di uscita tende ad essere graduale, non lineare.
È anche vero che alcune persone, di fronte a una crisi importante (come la separazione o la paura di perdere tutto), possono fare un tentativo di interruzione improvvisa. Tuttavia, senza un cambiamento stabile del contesto e senza aiuto, mantenere l’astinenza nel tempo è difficile.
Rispetto al tema della sincerità: chi ha una dipendenza può arrivare a minimizzare, negare o mentire, non tanto per cattiva volontà, ma perché la sostanza diventa centrale e altera il modo di pensare e di gestire la realtà. Questo però non significa che stia necessariamente mentendo: significa che è importante mantenere uno sguardo realistico e prudente, basato più sui comportamenti concreti nel tempo che sulle sole parole.
Un altro elemento importante che lei cita sono i debiti: spesso accompagnano le situazioni di abuso e rappresentano un ulteriore fattore di rischio e di stress.
In questo momento, più che cercare di capire se credergli o meno, può essere utile chiedersi:
ci sono segnali concreti di cambiamento stabile nel tempo?
si è rivolto a qualcuno per farsi aiutare?
io come posso tutelare me stessa emotivamente e praticamente?
Sono aspetti fondamentali per non rimanere intrappolata in una dinamica di incertezza e preoccupazione continua.
Data la complessità della situazione, è consigliabile approfondire con uno specialista, sia per lui (nell’ottica di un eventuale trattamento per la dipendenza) sia per lei, per avere uno spazio di supporto e orientamento.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, io e il mio ragazzo stiamo insieme da 2 anni ( non viviamo insieme) e circa un anno fa, quando sul suo telefono ho visto del materiale pornografico, mi sono sentita tradita e non abbastanza, continuando a paragonarmi alle ragazze che aveva cercato e gle ne ho parlato subito.
Gli ho spiegato il mio fastidio nei confronti di questa cosa, lui mi ha detto che avrebbe smesso e che per lui è una cosa normale tutti lo fanno e che lo ha sempre fatto, dopo qualche ora di lite siamo arrivati alla conclusione che per il bene della coppia avrebbe diminuito fino a smettere.
Dopo questo aneddoto l'autoerotismo è diventato argomento taboo, a volte in modo sarcastico ne parlavo ma non ho mai avuto più riscontri quindi non ho mai saputo ciò che faceva nel suo privato.
Però l’altro giorno ho scoperto che la settimana scorsa ha cercato video pornografici.
Quindi mi sono freddata nei suoi confronti mi sono sentita mancata di rispetto per l'ennesima volta, solo che sta volta l'ha fatto consapevole che non era una scelta approvata da me
Anzi era un limite proprio che ho imposto nella coppia.
Il che mi fa pensare che possa averlo fatto per molto tempo e di conseguenza mi sento un po’ presa in giro.
Ho sempre saputo che guardare i porno è normalizzato da tutti ma per me se stai in una relazione sana non ricerchi stimoli esterni.
Stai letteralmente guardando altre donne nude, poi sono la tipa che mi da fastidio se passando per strada guarda altre, figurati se guarda scene del genere..
Per me poi il materiale pornografico porta inevitabilmente a stancarti della persona che hai accanto e ad avere standard anche a letto irrealistici, infatti quando lo facciamo spesso capita che si ferma perché gli si ammoscia. Ad oggi lo colloco a questa cosa.
Mi sento come se non gli bastassi e non fossi abbastanza attraente per lui, il che mi sta facendo iniziare ad apprezzarmi sempre meno; forse sono io quella esagerata, però veramente non riesco più a stare bene e i miei pensieri quotidiani ruotano tutti intorno a questa situazione
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che descrive è un vissuto molto intenso e comprensibile, che merita di essere ascoltato senza banalizzazioni.
Ci sono diversi livelli nella sua esperienza. Da una parte c’è il tema della pornografia e dell’autoerotismo, che per molte persone è effettivamente qualcosa di diffuso e non necessariamente legato a una mancanza nella relazione. Dall’altra, però, c’è il suo vissuto soggettivo: per lei questo comportamento è collegato a sentimenti di tradimento, di non essere abbastanza e di perdita di esclusività. Ed è proprio questo aspetto emotivo che va preso sul serio.
Il punto centrale non è stabilire chi abbia “ragione” in assoluto, ma riconoscere che nella coppia esistono valori, limiti e bisogni diversi. Lei ha espresso chiaramente un limite, e il fatto che il suo partner abbia detto di accettarlo per poi non rispettarlo ha incrinato la fiducia. Più che il comportamento in sé, sembra essere questa incoerenza a farla sentire presa in giro e non rispettata.
Allo stesso tempo, è importante fare una riflessione: chiedere all’altro di eliminare completamente un comportamento personale e intimo come l’autoerotismo può risultare difficile da sostenere nel tempo, soprattutto se per lui è sempre stato qualcosa di “normale”. Questo non giustifica il non aver mantenuto l’accordo, ma aiuta a capire che forse l’intesa costruita allora non era davvero condivisa fino in fondo.
Rispetto ai pensieri su di sé (“non sono abbastanza”, “non gli basto”), questi rischiano di diventare molto dannosi per la sua autostima. Il comportamento del partner non è automaticamente una misura del suo valore o della sua attrattività. Quando però si attivano queste insicurezze, è facile che tutta la percezione della relazione venga filtrata da lì, fino a diventare un pensiero fisso, come sta accadendo a lei.
Anche la difficoltà sessuale che descrive (l’erezione che viene meno) può avere molte cause, non necessariamente legate alla pornografia: ansia da prestazione, tensione nella relazione, paura del giudizio… Attribuirla solo a questo rischio di rafforzare ulteriormente le sue paure senza avere una reale conferma.
In questo momento sembra esserci:
una ferita di fiducia,
una differenza di bisogni e valori,
e un impatto importante sulla sua autostima e serenità quotidiana.
Questi sono temi delicati che difficilmente si risolvono da soli o con un confronto “a caldo”. Può essere molto utile lavorarci in modo più approfondito, sia per capire meglio i suoi bisogni emotivi e i suoi limiti, sia per trovare un modo più efficace di comunicarli e negoziarli nella relazione, oppure per valutare cosa è sostenibile per lei nel lungo periodo.
Per questo le consiglierei di approfondire con uno specialista, così da avere uno spazio sicuro in cui esplorare questi vissuti e trovare maggiore chiarezza.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buon pomeriggio
Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna.
Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza.
I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava.
Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza.
Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto.
Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo).
Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole.
Come dovrei comportarmi?
Cosa devo pensare?
Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buon pomeriggio,
la situazione che descrive può essere vissuta come confusa e anche un po’ dolorosa, soprattutto perché tra voi c’era una certa vicinanza, anche fisica ed emotiva.
Provo a darle qualche chiave di lettura.
Il punto centrale non è tanto l’uscita in sé, quanto la menzogna e il successivo silenzio. Le possibili spiegazioni possono essere diverse:
potrebbe aver mentito per evitare giudizi o domande, soprattutto se percepiva una certa “implicazione” emotiva tra voi;
potrebbe aver voluto mantenere una distanza, non definendo la relazione in modo più coinvolgente;
il fatto che ora non risponda e mantenga il silenzio potrebbe indicare imbarazzo, difficoltà ad affrontare il confronto o evitamento.
Questo però non significa automaticamente che “non ha interesse”, ma piuttosto che il suo modo di gestire la situazione è poco chiaro e poco responsabile nei suoi confronti.
Dal suo lato, è comprensibile che si senta:
deluso per la bugia
infastidito (anche per il contagio)
confuso rispetto al significato del vostro rapporto
Come comportarsi ora?
Le suggerirei di mantenere una posizione semplice e diretta:
evitare inseguimenti o richieste insistenti
se lo ritiene importante, può esprimere con calma che più della situazione in sé l’ha colpita la mancanza di sincerità
osservare come lei reagisce: questo le darà informazioni molto più affidabili delle supposizioni
È importante anche chiedersi: che tipo di relazione desidera lei?
Perché al di là dell’interesse dell’altra persona, conta capire se questo tipo di comportamento è compatibile con ciò che cerca.
In sintesi, più che cercare di interpretare ogni suo gesto, può essere utile guardare ai fatti: una comunicazione poco trasparente e un evitamento del confronto. Questo è già un elemento su cui riflettere per tutelarsi.
Se questa situazione le genera dubbi o coinvolgimento emotivo più profondo, può essere utile approfondirla con uno specialista, per comprendere meglio le sue dinamiche relazionali e orientarsi con maggiore chiarezza.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Il mio ragazzo fuma e lo facevamo anche insieme e io sono incinta di 26 settimane quindi dalla scoperta cambio vita lui diceva di volere il bambino e che era contento ma poi ha cominciato a vivere per strada e io sono stata con lui a causa di vari litigi con nostre famiglie fin che ho potuto poi sono tornata da mio padre e mi ha accusata di averlo lasciato solo e che se non fossi andata con lui mi avrebbe lasciata.. non si fa sentire per settimane e mi ha contattata dopo 15 giorni per chiedere della gravidanza alla mia risposta "stiamo bene" non ha risposto ed è scomparso di nuovo.. senza lui soffro ma dovrà capire in qualche modo gli errori che sta commettendo è che è lui a lasciarmi sola e a non aiutarmi su nulla.. l' unica cosa che ha fatto mi ha accompagnato una volta a una visita e poi si è messo anche ad urlare per poi andare via però poi dice che non vede l'ora di vedere il figlio e che ci ama e poi di nuovo scappa..mi confonde
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive è una situazione molto difficile e comprensibilmente confondente, soprattutto in un momento delicato come una gravidanza.
Il comportamento del suo compagno appare ambivalente: da una parte esprime affetto e il desiderio di essere presente (“non vede l’ora di vedere il figlio”), dall’altra mette in atto condotte di allontanamento, assenza e anche reazioni impulsive come l’urlare o il “sparire” per settimane. Questo tipo di alternanza può generare molta sofferenza emotiva, perché crea aspettative che poi vengono disattese.
È importante però fare una distinzione chiara: le sue azioni concrete (assenza, mancanza di supporto, instabilità) hanno un peso maggiore rispetto alle parole. In questo momento lei ha bisogno di stabilità, sicurezza e sostegno, sia per sé stessa sia per il bambino. Il fatto che lui la faccia sentire “colpevole” per essersi allontanata da una situazione difficile (come vivere per strada) è un segnale da non sottovalutare, perché rischia di farle mettere in secondo piano i suoi bisogni fondamentali.
Il suo vissuto è assolutamente legittimo: è possibile provare amore e mancanza verso una persona, ma allo stesso tempo riconoscere che i suoi comportamenti non sono adeguati o protettivi. Non è una contraddizione, è una realtà emotiva complessa.
Inoltre, in gravidanza è fondamentale circondarsi di un ambiente il più possibile stabile e supportivo. Il fatto che lei sia tornata da suo padre può essere letto come una scelta di tutela, non come un abbandono.
Più che cercare di far “capire” a lui i suoi errori (cosa che purtroppo non dipende da lei), può essere utile concentrarsi su ciò che è sotto il suo controllo: proteggere sé stessa, il suo benessere emotivo e quello del bambino, e valutare realisticamente quanto questa relazione, così com’è ora, possa offrirle sicurezza.
La confusione che sente nasce proprio da questa incoerenza tra parole e comportamenti: è una reazione comprensibile.
Vista la complessità della situazione e il momento di vita che sta attraversando, è consigliabile approfondire con uno specialista, che possa aiutarla a fare chiarezza, sostenere le sue risorse e accompagnarla nelle scelte più tutelanti per lei e per il bambino.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, quando passo davanti a un parco dove mi portavano da piccolo, mi viene a volte una stretta al petto o nella zona fra il petto e il diaframma. A volte è un po' più forte, però non mi viene da scappare, cioè c'è e mi viene anche il respiro un po più lungo però non mi viene da andarmene ma anzi di rimanerci. Che cosa vuol dire? Sono sintomi di un luogo che è stato positivo per me oppure no?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che descrive è un’esperienza piuttosto comune e, nella maggior parte dei casi, legata al modo in cui la nostra mente e il nostro corpo reagiscono ai ricordi.
I luoghi significativi dell’infanzia, come quel parco, possono attivare memorie emotive profonde. Non si tratta solo di ricordi “mentali”, ma anche corporei: il corpo può reagire con sensazioni fisiche come la stretta al petto o una variazione del respiro. Questo accade perché le emozioni vissute in passato vengono “riattivate” quando ci troviamo in contesti simili.
La sensazione che descrive non indica necessariamente qualcosa di negativo. Anzi, il fatto che non senta il bisogno di allontanarsi, ma piuttosto di restare, suggerisce che quell’esperienza potrebbe avere anche una componente positiva o significativa per lei. Potrebbe trattarsi, ad esempio, di una forma di nostalgia, di attivazione emotiva o di un ricordo carico di significato affettivo. A volte emozioni diverse (piacevoli e meno piacevoli) possono mescolarsi, dando origine proprio a quella “stretta” che fatica a essere definita in modo chiaro.
Il respiro più profondo può essere una risposta naturale del corpo a questa attivazione emotiva, una sorta di tentativo di regolare ciò che sta emergendo.
Per comprendere meglio il significato personale di queste sensazioni, sarebbe utile esplorare più a fondo i ricordi legati a quel luogo, le emozioni associate e ciò che rappresenta oggi per lei.
Se queste sensazioni dovessero intensificarsi, creare disagio o se desidera comprenderle più a fondo, è consigliabile approfondire con uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Sono al primo anno fuori corso di giurisprudenza. Ho sempre fatto tutti gli esami in regola ma da un anno quasi studio con difficoltà e lentezza. Amo la mia facoltà e non vedo l’ora di iniziare a lavorare, ma mi sento bloccata. Come posso risolvere questa situazione?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è una situazione piuttosto comune tra studenti universitari, soprattutto nei momenti in cui il percorso si avvicina alla fine e aumenta la pressione legata al “dover concludere”.
Il fatto che tu abbia sempre sostenuto gli esami in regola e che tu continui ad amare la tua facoltà è un elemento molto importante: indica che la difficoltà non riguarda la motivazione generale o le capacità, ma probabilmente un blocco più specifico e recente.
Quando si passa da un andamento fluido a uno caratterizzato da lentezza, fatica nello studio e sensazione di blocco, spesso entrano in gioco alcuni fattori psicologici possibili, tra cui:
ansia da prestazione o da conclusione del percorso
sovraccarico mentale e stanchezza accumulata
calo della concentrazione legato allo stress
paura inconsapevole del “dopo”, cioè del passaggio al mondo del lavoro
perfezionismo che rallenta l’avvio e il completamento dello studio
In questi casi, forzarsi a “studiare di più” non sempre funziona, perché il problema non è solo quantitativo ma anche emotivo e cognitivo. Può essere utile invece:
ridurre l’obiettivo allo “studio sostenibile” (piccoli blocchi, realistici)
lavorare sulla gestione dell’ansia e del senso di pressione
recuperare una routine regolare senza aspettare la motivazione
osservare cosa accade internamente quando ti siedi a studiare (pensieri, emozioni, blocchi)
Se questa situazione si sta protraendo da un anno, merita attenzione, perché rischia di consolidarsi e aumentare frustrazione e senso di inefficacia, anche se le capacità sono intatte.
Per questo motivo può essere molto utile approfondire il vissuto personale e le dinamiche emotive che stanno mantenendo questo blocco, attraverso un percorso con uno specialista, così da individuare strategie mirate e adatte alla tua situazione specifica.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, sono una ragazza di meno di trent'anni e sto facendo un percorso di psicoterapia da molti anni ormai.
Soffro di ansia, DOC e ipocondria.
Sono in un periodo in cui nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie. Mi viene istintivo chiedere rassicurazioni mediche perché ho troppa paura di morire o di poter far male agli altri senza volerlo.
Queste paranoie mi stanno cambiando la vita e non so come affrontarle. Avete dei consigli da darmi? So che non è facile con un consulto a distanza, ma qualsiasi spunto potrebbe essermi utile.
Come posso fare per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni mediche? Questa è la cosa che mi sta dando più problemi in assoluto. Spesso penso che delle abitudini normali che ho o cose che ho fatto in passato possano mettere a rischio la mia salute attuale (ad esempio aver usato prodotti chimici anni fa senza protezioni, oppure la muffa in casa), solo che il pensiero non si risolve rassicurandomi con l'assenza di sintomi, ho sempre bisogno di cercare spiegazioni sempre più cavillose per potermi preoccupare di qualcosa che in quel momento fa più presa su di me. Quando analizzo un pensiero ossessivo e mi tranquillizzo questo passa, ma poi me ne viene un altro poco dopo. Non sono mai veramente tranquilla e ho paura che questo possa davvero farmi ammalare.
Avreste dei consigli da darmi? Io davvero non so più cosa fare. Le persone intorno a me cercano di rassicurarmi ma ovviamente non basta, non basta nemmeno farmi esami e vedere che non ho nulla di evidente perché ho paura di qualcosa di nascosto. Secondo voi ha senso ricercare danni nascosti in assenza di sintomi o è del tutto inutile? Una delle cose che più mi terrorizzano sono i danni silenti a lungo termine.
Scusate se posso sembrare paranoica ma spero di aver reso l'idea di quale sia la mia situazione psicologica. Aggiungo che non sono in terapia farmacologica.
Grazie per il vostro tempo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge un quadro molto coerente con un funzionamento ansioso di tipo ossessivo, in cui il bisogno di controllo e certezza assoluta sulla salute porta a un circolo vizioso difficile da interrompere.
Il punto centrale è questo: la richiesta continua di rassicurazioni (mediche, su internet, alle persone vicine) dà un sollievo temporaneo, ma nel medio-lungo termine alimenta il problema. Più cerca conferme, più il suo cervello “impara” che quel dubbio è pericoloso e va controllato ancora. È proprio questo meccanismo che mantiene attivi ansia, DOC e ipocondria.
Rispondo alla sua domanda in modo diretto:
ricercare “danni nascosti” in assenza di sintomi è, nella maggior parte dei casi, inutile dal punto di vista medico, ma soprattutto dannoso dal punto di vista psicologico, perché rinforza l’idea che debba sempre esserci qualcosa da scoprire o prevenire. Il problema non è il rischio reale, ma l’intolleranza all’incertezza.
Alcuni spunti pratici che possono aiutarla:
Riconoscere il meccanismo: il pensiero (“potrei avere un danno”) non è il problema in sé; il problema è cosa fa dopo (ricerche, controlli, rassicurazioni).
Ridurre gradualmente le rassicurazioni: non eliminarle di colpo, ma iniziare a rimandarle (es. “aspetto 30 minuti prima di cercare o chiedere”). Questo allena la mente a tollerare il dubbio.
Accettare una quota di incertezza: nessuno può avere certezza assoluta sulla propria salute. L’obiettivo non è eliminare il dubbio, ma imparare a conviverci senza reagire compulsivamente.
Non “risolvere” ogni pensiero: il tentativo di analizzare e chiudere ogni dubbio è ciò che ne genera subito un altro. A volte è più utile lasciarlo in sospeso.
Lavorare sul corpo: tecniche di respirazione, grounding o mindfulness possono aiutare a ridurre l’attivazione fisica che alimenta i pensieri.
Evitare l’iper-monitoraggio: controllare continuamente segnali corporei o ricordi passati mantiene l’attenzione focalizzata sul pericolo.
Il fatto che lei sia già in psicoterapia è un elemento molto importante e positivo. Tuttavia, da quello che racconta, potrebbe essere utile lavorare in modo più mirato su queste dinamiche, ad esempio con tecniche specifiche per il DOC e l’ansia da salute (come l’esposizione con prevenzione della risposta, tipica dell’approccio cognitivo-comportamentale).
Capisco quanto sia faticoso vivere con questa sensazione costante di allarme: non è una questione di “essere paranoica”, ma di un sistema di pensiero che si è strutturato nel tempo e che può essere modificato con un lavoro mirato.
Le consiglio quindi di approfondire questi aspetti con uno specialista, così da costruire insieme strategie personalizzate ed efficaci per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, grazie in anticipo delle risposte.
Recentemente ho subito una rottura di 5 anni di relazione con la mia compagna (ha voluto interrompere lei), che a parte i soliti sintomi post-rottura moltiplicati esponenzialmente, mi sta portando ad una fase di analisi della mia vita. In questi recenti mesi infatti ho avuto:
- Dipendenza emotiva totale dalla relazione
- picchi di ansia /depressione /apatia dovuta a insoddisfazione cronica
- pensieri ricorrenti di suicidio
- annullamento del desiderio sessuale
- confusione continua su direzione di vita e lavoro
- autostima pessima
Vorrei capire visto l'insieme qual'è la terapia che consigliate migliore per la mia situazione e chi può svolgerla (psicologo, psicoterapeuta, psichiatra, ecc.),
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, grazie a lei per aver condiviso una situazione così delicata.
Quello che descrive è un insieme di vissuti molto intensi che spesso possono emergere dopo una rottura significativa, soprattutto quando la relazione ha rappresentato un punto centrale nella propria vita. Tuttavia, alcuni elementi che riporta — come la dipendenza emotiva, i picchi di ansia e depressione, l’apatia, il calo dell’autostima e soprattutto i pensieri ricorrenti di suicidio — indicano una sofferenza importante che merita attenzione e supporto adeguato.
Provo a rispondere in modo chiaro ai suoi dubbi:
1. Che tipo di percorso è indicato?
Un percorso di psicoterapia è sicuramente la scelta più indicata. In particolare, approcci come la psicoterapia cognitivo-comportamentale possono aiutare a:
comprendere e modificare i pensieri negativi ricorrenti
lavorare sulla dipendenza affettiva
ricostruire l’autostima
gestire ansia e umore depresso
ritrovare una direzione personale e lavorativa
Anche approcci integrati (che includano, ad esempio, tecniche di mindfulness o lavoro sulle emozioni) possono essere molto utili.
2. Psicologo, psicoterapeuta o psichiatra?
Psicologo: può offrire supporto e consulenza, ma per un lavoro più profondo e continuativo è preferibile una psicoterapia.
Psicoterapeuta: è lo specialista più indicato per affrontare in modo strutturato le difficoltà che descrive.
Psichiatra: diventa importante quando i sintomi sono molto intensi o persistenti, soprattutto in presenza di pensieri suicidari, perché può valutare anche un eventuale supporto farmacologico.
Nel suo caso, potrebbe essere utile affiancare psicoterapia e una valutazione psichiatrica, almeno iniziale, per avere un inquadramento completo.
3. Un aspetto importante
I pensieri ricorrenti di suicidio non vanno sottovalutati, anche se non accompagnati da intenzioni immediate. Sono un segnale di forte sofferenza e meritano uno spazio di ascolto e intervento tempestivo.
In sintesi, la strada più indicata è intraprendere un percorso con uno psicoterapeuta e valutare, se necessario, anche un supporto psichiatrico. Affrontare questo momento con un aiuto professionale può aiutarla non solo a superare la rottura, ma anche a comprendere meglio sé stesso e costruire un equilibrio più solido per il futuro.
Resto a disposizione e le consiglio di approfondire quanto prima con uno specialista.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
ho 38 anni, donna, e sette mesi fa mi è stata diagnosticata positività a hpv18. Ho avviato tutto l'iter di vaccini, colposcopie, pap test, fermenti e chi più ne ha. Il problema adesso resta relazionale. Ho 38 anni e sono single. Mi chiedevo come si comunica una cosa del genere (perché si deve comunicare e siamo d'accordo su questo) a un'eventuale conoscenza, sapendo che al 99 percento quella persona si rifiuterà di avere una qualsivoglia relazione sessuale e quindi relazionale, dal momento che l'hpv si trasmette anche con preservativo? Devo smettere di conoscere gente finché non mi negativizzo? La gente oggi come oggi, durante gli incontri sparisce per molto molto meno. Grazie a chiunque mi risponderà
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che sta vivendo è molto comprensibile: la diagnosi di HPV, soprattutto in una fase di vita in cui si desidera costruire o ri-costruire relazioni, può avere un impatto non solo medico ma anche emotivo e relazionale.
Parto da un punto importante: non è necessario “smettere di conoscere persone”. L’HPV è un virus estremamente diffuso — la maggior parte delle persone sessualmente attive entra in contatto con almeno un ceppo nel corso della vita — e nella grande maggioranza dei casi viene gestito e monitorato senza impedire una vita affettiva.
Come comunicare la positività
La comunicazione è certamente delicata, ma non deve diventare un ostacolo insormontabile. Alcuni aspetti possono aiutarla:
Tempistica: non è necessario dirlo al primo incontro. È più opportuno farlo quando si intravede un possibile coinvolgimento intimo.
Tono: parlare in modo informato e tranquillo aiuta anche l’altro a non reagire con paura. Può spiegare che è seguita, che sta facendo controlli regolari e che esistono modalità di prevenzione e monitoraggio.
Contenuto: è corretto informare, ma senza sentirsi “definita” da questa condizione. Lei è molto di più di una diagnosi.
La paura del rifiuto
È comprensibile pensare che “al 99% l’altro rifiuterà”, ma questo è spesso un pensiero anticipatorio, più legato alla paura che alla realtà. Le reazioni possono essere diverse:
alcune persone potrebbero effettivamente spaventarsi,
altre potrebbero informarsi meglio,
altre ancora potrebbero accogliere la situazione con maturità.
In una relazione sana, la comunicazione e la gestione condivisa dei rischi fanno parte dell’intimità stessa.
HPV e relazioni
È vero che il preservativo non azzera completamente il rischio, ma lo riduce significativamente, e la presenza di follow-up medico regolare è un elemento molto importante. Inoltre, il percorso vaccinale che ha intrapreso è un ulteriore fattore protettivo.
Un aspetto psicologico centrale
Il rischio più grande, in questi casi, non è tanto il virus in sé quanto l’effetto che può avere sull’autostima e sull’apertura verso gli altri. Evitare le relazioni per paura del rifiuto potrebbe, nel tempo, aumentare il senso di isolamento e di sfiducia.
L’obiettivo non è trovare qualcuno che “accetti un problema”, ma qualcuno con cui costruire una relazione basata su informazione, rispetto e reciprocità.
In sintesi: non deve sospendere la sua vita relazionale, ma può imparare a gestire tempi e modalità della comunicazione in modo più sereno e consapevole, lavorando anche sulle paure legate al rifiuto.
Se sente che questa situazione sta incidendo molto sul suo modo di vivere le relazioni o sull’immagine di sé, può essere davvero utile approfondire con uno specialista, per avere uno spazio in cui elaborare questi vissuti e trovare strategie comunicative più sicure.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, sono un uomo di 42 anni, sono 3/4 mesi che soffro dì ansia da prestazione sessuale, io e mia moglie stiamo insieme da più di vent'anni, una situazione del genere è la prima volta che la vivo, per fortuna riusciamo ad avere rapporti, ma ci sono delle volte dove prima che raggiungo un erezione ci metto un po' e in un paio di occasioni ho raggiunto l'orgasmo nei preliminari prima di raggiungere l'erezione completa. Non penso di avere problemi fisiologici visto che durante la masturbazione non ho alcun problema di erezione e durante la notte e la mattina ho sempre erezioni spontanee. Mi rendo conto che prima di un rapporto penso sempre all'erezione, penso che questa cosa mi stia condizionando a livello psicologico, premetto che prima di arrivare a questa situazione ho avuto un po' di problemi di cervicale che mi hanno causato dei leggeri sbandamenti e di conseguenza un po' di ansia generalizzata che per fortuna sto risolvendo appena ho ripreso ad allenarmi e facendo anche un po' di respirazione diaframmatica. Grazie per l'attenzione, cordiali saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da ciò che descrive emerge un quadro piuttosto chiaro e, direi, anche abbastanza comune.
Il fatto che lei mantenga erezioni spontanee notturne e mattutine e non abbia difficoltà durante la masturbazione è un indicatore importante: suggerisce che il funzionamento fisiologico è integro. Questo orienta verso una componente principalmente psicologica, in particolare legata all’ansia da prestazione.
Spesso queste situazioni iniziano in modo “silenzioso”: può bastare un periodo di stress (come quello che ha vissuto con i problemi cervicali e gli episodi di sbandamento) per aumentare il livello generale di attivazione ansiosa. Anche se il problema fisico si risolve, il corpo e la mente possono rimanere in uno stato di allerta. Nel contesto sessuale, questo si traduce in un’eccessiva attenzione alla prestazione.
Quando durante il rapporto il focus si sposta su pensieri come “riuscirò ad avere un’erezione?” o “e se non funziona?”, si attiva un meccanismo controproducente: l’ansia interferisce con i processi fisiologici dell’eccitazione. È una sorta di “circolo vizioso”: più si controlla, più diventa difficile lasciarsi andare, e più si alimenta la preoccupazione per le volte successive.
Anche gli episodi che descrive (difficoltà iniziale nell’erezione o orgasmo durante i preliminari) sono coerenti con questo quadro: non indicano un problema strutturale, ma piuttosto una difficoltà nel modulare eccitazione e tensione emotiva.
Un aspetto positivo è che avete comunque una vita sessuale attiva e una relazione stabile: questo è un fattore protettivo molto importante. Inoltre, il fatto che lei abbia già iniziato a lavorare su di sé (attività fisica e respirazione) è un ottimo segnale.
Alcuni spunti utili possono essere:
ridurre il focus sulla prestazione e riportarlo sulle sensazioni e sul piacere condiviso
evitare di “monitorare” continuamente l’erezione
vivere i momenti intimi in modo più graduale, senza obiettivi rigidi (come il rapporto completo)
mantenere una comunicazione aperta con sua moglie
Detto questo, quando il pensiero anticipatorio diventa persistente, come nel suo caso, è molto utile intervenire in modo mirato. Un percorso psicologico (anche breve) può aiutarla a interrompere il circolo dell’ansia e a recuperare una maggiore spontaneità nella sfera sessuale.
Le consiglierei quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da affrontare il problema in modo specifico ed efficace.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, dopo quanto si può fare diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo? Posso fidarmi di una specialista che dopo solo una seduta ha già diagnosticato e detto apertamente che soffro di DOC?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
la diagnosi di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) non si basa su un “numero fisso” di sedute, ma su una valutazione clinica complessiva che tiene conto della storia del paziente, della tipologia dei sintomi, della loro durata, dell’impatto sulla vita quotidiana e della presenza dei criteri diagnostici previsti dai manuali di riferimento (DSM-5).
In alcuni casi, già durante il primo colloquio uno specialista può formulare un’ipotesi diagnostica abbastanza chiara, soprattutto se i sintomi sono molto evidenti e tipici. Tuttavia, più frequentemente la diagnosi viene consolidata nel corso di più incontri, proprio per raccogliere informazioni sufficienti ed escludere altre condizioni che possono presentare sintomi simili (ad esempio disturbi d’ansia, pensieri intrusivi non patologici o tratti ossessivi di personalità).
Per questo motivo, una diagnosi espressa dopo una sola seduta può essere considerata una prima ipotesi clinica, ma è sempre opportuno che venga accompagnata o seguita da una valutazione più approfondita, eventualmente anche tramite strumenti specifici e colloqui successivi.
Se hai dei dubbi su quanto ti è stato comunicato, può essere utile:
chiedere alla specialista su quali elementi clinici si basa la diagnosi;
comprendere se si tratta di una diagnosi definitiva o di un’ipotesi iniziale;
eventualmente richiedere un secondo parere.
In generale, il criterio più importante è che tu possa sentirti ascoltato/a, informato/a e seguito/a in modo chiaro e strutturato nel percorso diagnostico e terapeutico.
È comunque consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, per avere un inquadramento clinico completo e accurato.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve,
scrivo per chiedere un consiglio su una situazione che sto vivendo da circa due settimane.
Sono stata per sei anni in una relazione importante: convivevamo, avevamo progetti comuni e anche un cane. Tuttavia, nel tempo ci sono stati molti litigi. Ho scoperto che durante la relazione lui utilizzava Tinder quando era in trasferta e usciva con altre donne. Inoltre, ho scoperto che si era risentito con la sua ex e aveva persino progettato di tornare con lei, facendole credere che tra noi fosse finita, cosa non vera. Successivamente ha interrotto anche quella relazione, dicendo di amarmi.
Dopo anni segnati da tradimenti e conflitti, a gennaio ha deciso di lasciarmi, sostenendo di non riuscire più a sostenere le continue discussioni. Questo è avvenuto poco dopo aver acquistato una casa, anche in prospettiva di costruire una famiglia insieme.
Nei tre mesi successivi ho cercato in tutti i modi di recuperare il rapporto, ma lui è sempre stato fermo nella sua decisione. Poi, improvvisamente, è tornato da me chiedendomi di ricominciare. Ho accettato, ma con molta esitazione, soprattutto per il cambiamento improvviso e apparentemente immotivato.
Da due settimane si comporta come una persona estremamente innamorata e presente. Tuttavia, non riesco a comprendere questa trasformazione così repentina. Gli ho chiesto sincerità e trasparenza, e mi ha promesso che non mi mentirà più. Nonostante ciò, continuo a provare un forte senso di dubbio e la sensazione che ci sia qualcosa di poco chiaro.
Non so se i miei dubbi siano autosabotaggio o un segnale sano di protezione.
Mi chiedo se dovrei lavorare sulla fiducia oppure ascoltare questo disagio come un campanello d’allarme, considerando ciò che è successo tra noi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è una situazione emotivamente molto complessa, in cui convivono elementi di forte investimento affettivo, rotture di fiducia e cambiamenti improvvisi nel comportamento del partner.
Dopo una relazione lunga, caratterizzata da tradimenti, ambivalenze e separazioni seguite da ritorni, è del tutto comprensibile che oggi tu viva uno stato di allerta interna. Il tuo dubbio non è necessariamente “autosabotaggio”: spesso è la mente che cerca di proteggersi quando in passato ha già sperimentato incoerenza e instabilità emotiva nella relazione.
In situazioni come questa, la difficoltà principale non è solo capire cosa stia facendo l’altro oggi, ma elaborare la discontinuità tra ciò che è stato (tradimenti, promesse non mantenute, separazione improvvisa dopo progetti importanti) e ciò che sta accadendo adesso (riavvicinamento intenso e molto affettivo in tempi brevi). Questo tipo di oscillazione può generare un forte senso di disorientamento e rendere difficile fidarsi delle nuove intenzioni, anche quando appaiono sincere.
Il punto centrale non è scegliere “a occhi chiusi” se fidarti o meno, ma osservare alcuni aspetti fondamentali nel tempo:
coerenza tra parole e comportamenti nel lungo periodo
assunzione di responsabilità reale rispetto a ciò che è accaduto
disponibilità a tollerare anche i tuoi dubbi senza svalutarli
cambiamenti concreti e stabili, non solo emotività intensa del momento
La fiducia, infatti, non si ricostruisce attraverso promesse o intensità affettiva, ma attraverso continuità e affidabilità nel tempo.
Il tuo disagio, quindi, non va né ignorato né interpretato automaticamente come paura irrazionale: può essere un segnale di protezione costruito sulla base della tua esperienza. Allo stesso tempo, per non restare bloccata nel dubbio, è importante evitare di decidere solo sull’onda dell’ansia o della speranza.
In queste situazioni può essere molto utile uno spazio di confronto psicologico, per distinguere meglio tra paura legata alle ferite passate e valutazione realistica della situazione attuale, e per comprendere cosa sia davvero funzionale al tuo benessere emotivo.
È consigliabile approfondire il vissuto con uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
io ed il mio ragazzo abbiamo avuto un rapporto sessuale ma il preservativo si è rotto, accorgendocene subitissimo. Lui non aveva ancora raggiunto l’eiaculazione. Il rischio di gravidanza c’è comunque?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Sì, un rischio di gravidanza, anche se basso, esiste comunque.
Questo perché, prima dell’eiaculazione, può essere presente il cosiddetto liquido pre-eiaculatorio, che in alcuni casi può contenere una piccola quantità di spermatozoi. Se il preservativo si è rotto durante il rapporto, anche senza eiaculazione completa, c’è quindi una possibilità – seppur ridotta – che si verifichi una gravidanza.
Il livello di rischio dipende anche da altri fattori, in particolare:
il momento del ciclo mestruale (se eri nei giorni fertili il rischio aumenta),
quanto tempo è trascorso dall’inizio del rapporto,
eventuali precedenti eiaculazioni non seguite da minzione (che possono aumentare la presenza di spermatozoi nel liquido pre-eiaculatorio).
In questi casi può essere utile valutare una contraccezione d’emergenza (la cosiddetta “pillola del giorno dopo”), che è più efficace quanto prima viene assunta.
Per avere una valutazione più precisa della situazione specifica e ricevere indicazioni adeguate, è consigliabile approfondire con uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentile Terapeuta,
Ho 67 anni e sono un uomo laureato, separato con una figlia, pensionato.
Sono stato diagnosticato con ipotiroidismo, ipertensione e leucemia linfatica cronica.
Inoltre, sono stato diagnosticato con AuDHD (ADHD e Autismo di livello 1), nonché con un Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso (C-PTSD).
La mia infanzia è stata segnata da un ambiente difficile, con un padre con schizofrenia residuale e una madre con narcisismo patologico. Questo ha portato a un trauma indotto che ha avuto conseguenze profonde sulla mia vita.
Il meccanismo del trauma ha coinvolto il rifiuto e l'anaffettività da parte dei genitori, aggressioni fisiche e psicologiche, violenze fisiche e verbali, isolamento autoindotto come difesa e isolamento subito come punizione, svalutazione subita.
Le conseguenze del trauma sono state numerose, tra cui un bisogno impulsivo di valutazione e accettazione esterna, disforia sensibile al rifiuto, costante sensazione di pericolo, stato persistente di iperallerta, stress elevato, disgrafia reattiva, isolamento sociale e difficoltà a gestire ed esprimere le emozioni.
Ho studiato a fondo il mio caso e le mie conclusioni nascono da diagnosi specialistiche oltre che da un'analisi logica dei fatti.
Non cerco un terapeuta che metta in dubbio la mia diagnosi, ma qualcuno che parta da queste basi per aiutarmi a gestire il corpo e le emozioni. Io porto la conoscenza di me, il terapeuta porta gli strumenti tecnici per la regolazione del mio sistema nervoso.
Ho già affrontato anni di terapia della parola che hanno portato solo a re-traumatizzazione e svalutazione intellettuale.
Non voglio raccontare storie o ricevere consigli morali, ma vorrei lavorare sulla neurobiologia del trauma.
Cerco un lavoro puramente bottom-up basato sulla titolazione delle sensazioni fisiche.
Mi chiedo se Lei sia in grado di guidarmi in una sessione di desensibilizzazione somatica senza che io debba esporre la narrazione dei miei traumi e riaprire ancora una volta il Vaso di Pandora.
La mia anamnesi è contenuta nelle diagnosi ricevute (ADHD, PTSD).
Per ogni dettaglio tecnico ulteriore, posso fornire documentazione clinica, ma non intendo procedere con un resoconto verbale degli eventi traumatici, poiché il mio sistema nervoso reagisce con re-traumatizzazione e shutdown.
Spero di trovare un terapeuta che possa aiutarmi a lavorare sulla mia neurobiologia del trauma e a gestire il mio sistema nervoso in modo più efficace.
Grazie.
Cordiali saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Signore,
la sua richiesta è molto chiara e, soprattutto, estremamente consapevole. Si percepisce un grande lavoro di comprensione personale, oltre a una conoscenza approfondita delle proprie dinamiche interne e delle diagnosi ricevute.
Quello che descrive – in particolare la difficoltà con approcci esclusivamente “top-down” (basati sulla narrazione e sull’elaborazione cognitiva) e la necessità di un lavoro “bottom-up” – è coerente con ciò che oggi sappiamo sulla neurobiologia del trauma, soprattutto nei quadri di trauma complesso (C-PTSD). In molti casi, quando il sistema nervoso è fortemente sensibilizzato, il racconto dettagliato degli eventi traumatici può effettivamente risultare disregolante o riattivante, come lei ha già sperimentato.
Esistono approcci terapeutici che vanno nella direzione che lei sta cercando, ovvero interventi centrati sulla regolazione del sistema nervoso e sulle sensazioni corporee, come ad esempio:
tecniche di stabilizzazione e regolazione (grounding, orienting, lavoro sul respiro)
approcci somatici (come Somatic Experiencing o interventi sensomotori)
EMDR, che, se ben condotto, può essere utilizzato anche con una minima esposizione narrativa, lavorando maggiormente sulle componenti sensoriali ed emotive
pratiche di mindfulness orientate al corpo, adattate ai traumi complessi
È importante però chiarire un punto: anche nei modelli più “bottom-up”, una minima cornice relazionale e una condivisione, seppur contenuta e rispettosa dei suoi limiti, è quasi sempre necessaria. Non si tratta di “raccontare il trauma” nei dettagli, ma di costruire un contesto sufficientemente sicuro in cui il lavoro corporeo possa avvenire senza rischio di sopraffazione. Un terapeuta formato in ambito trauma-informed dovrebbe essere in grado di rispettare pienamente il suo bisogno di non riattivazione e procedere con estrema gradualità (titolazione), come lei giustamente richiede.
Rispondendo alla sua domanda: sì, è possibile lavorare sulla desensibilizzazione e sulla regolazione del sistema nervoso senza entrare in una narrazione dettagliata e ri-traumatizzante, ma questo richiede:
una formazione specifica del terapeuta sul trauma complesso
un approccio flessibile e personalizzato
una forte attenzione alla stabilizzazione prima di qualsiasi attivazione
Considerata anche la presenza di condizioni mediche e neurodivergenze (AuDHD), è fondamentale che il lavoro sia ancora più calibrato e rispettoso dei suoi tempi e delle sue soglie di tolleranza.
Il fatto che lei cerchi un terapeuta che “porti strumenti” mentre lei porta la conoscenza di sé è una base molto sana per un’alleanza terapeutica efficace. Allo stesso tempo, le suggerisco di mantenere una certa apertura alla co-costruzione del percorso, perché ogni intervento, anche tecnico, funziona al meglio all’interno di una relazione terapeutica sufficientemente sicura.
Ritengo quindi che il tipo di lavoro che desidera sia assolutamente legittimo e clinicamente fondato, ma è importante affidarsi a un professionista con esperienza specifica nel trattamento del trauma complesso e negli approcci somatici.
Le consiglio di approfondire la sua situazione con uno specialista esperto in psicotraumatologia, così da valutare insieme un percorso realmente adatto alle sue esigenze.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.
Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.
Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.
Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.
Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.
Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.
Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.
Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la sua confusione è molto comprensibile: il panorama della psicoterapia, visto da fuori, può sembrare frammentato e poco chiaro, soprattutto quando si incontrano molte “scuole” e linguaggi diversi.
Provo a darle alcuni punti fermi utili per orientarsi.
1. Psicologo e psicoterapeuta non sono la stessa cosa
Lo psicologo è laureato in psicologia ed è abilitato alla professione.
Lo psicoterapeuta è uno psicologo (o medico) che ha completato una specializzazione quadriennale riconosciuta e può fare psicoterapia.
Per una terapia di coppia è opportuno rivolgersi a uno psicoterapeuta, preferibilmente con esperienza specifica nelle relazioni di coppia.
2. Le “scuole” non sono religioni né sistemi in competizione assoluta
Quando legge “credo in un approccio…”, non si tratta di fede, ma di formazione teorico-clinica: ogni terapeuta viene formato dentro un modello che guida il modo di leggere i problemi e intervenire.
Tra i principali approcci per la terapia di coppia troviamo:
Sistemico-relazionale: guarda la coppia come un sistema di interazioni, molto usato nella terapia di coppia.
Cognitivo-comportamentale (CBT): lavora su pensieri, comunicazione e comportamenti, con tecniche strutturate.
EFT (Emotionally Focused Therapy): molto utilizzata nella terapia di coppia, focalizzata sul legame emotivo e sull’attaccamento.
Detto questo, oggi molti terapeuti sono anche integrati, cioè utilizzano strumenti di più approcci.
3. L’efficacia non dipende solo dall’approccio
La ricerca scientifica mostra che, al di là della scuola teorica:
il fattore più importante è la qualità della relazione terapeutica
poi vengono la competenza del terapeuta e la sua esperienza sul problema specifico
Questo non significa che “tutto è uguale”, ma che non esiste una scuola unica sempre migliore in assoluto.
4. La scelta non dovrebbe essere casuale, ma nemmeno perfettamente “razionale”
Capisco il timore di “dover provare finché non si trova quello giusto”. In realtà si può ridurre molto l’incertezza valutando:
formazione specifica in terapia di coppia
esperienza su problemi simili al vostro (crisi, comunicazione, tradimento, ecc.)
chiarezza nel modo di lavorare (metodo, obiettivi, durata indicativa)
sensazione di fiducia già dai primi colloqui
Spesso sono sufficienti 2-3 incontri iniziali per capire se c’è una buona alleanza terapeutica, senza “saltare” continuamente da uno all’altro.
5. Il rischio del “dire ciò che si vuole sentire”
È una preoccupazione legittima, ma un buon terapeuta di coppia non si limita a dare ragione a uno dei due: lavora proprio per:
rendere visibili i meccanismi della relazione
evitare alleanze sbilanciate
aiutare entrambi a sentirsi ascoltati e responsabili del cambiamento
6. Età, stile e presentazione del terapeuta
Elementi come età o stile personale non sono indicatori decisivi di efficacia. Possono influire sulla sensazione di “affinità”, ma non sostituiscono formazione ed esperienza.
In sintesi, più che trovare “la scuola giusta”, è utile cercare:
uno psicoterapeuta abilitato
con esperienza in terapia di coppia
con un approccio chiaro e strutturato
con cui entrambi possiate sentirvi sufficientemente a vostro agio per lavorare insieme
Vista la complessità della scelta e le giuste perplessità che esprime, è comunque consigliabile approfondire direttamente con uno specialista, anche in un primo colloquio orientativo, per capire quale tipo di percorso possa essere più adatto alla vostra situazione specifica.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive non riguarda tanto “chi ha ragione”, ma un tema molto importante nelle relazioni: la compatibilità dei valori e dei limiti personali.
Il fatto che il suo compagno desideri concedersi un’uscita più “libera” una volta al mese può, in sé, rientrare nelle abitudini di alcune persone. Tuttavia, ci sono alcuni aspetti da non sottovalutare:
Il suo disagio è legittimo: essere turbata nel vedere il partner ubriaco, soprattutto se lei è astemia, non è un’esagerazione. Ognuno ha una propria sensibilità rispetto all’uso di alcol.
La sicurezza: il fatto che lui abbia guidato dopo aver bevuto è un elemento serio. La promessa di non farlo più è importante, ma va verificata nel tempo con comportamenti coerenti.
La frequenza e il contesto: se già vede gli amici quotidianamente, è comprensibile che lei si chieda perché sia necessario arrivare all’ubriachezza per “divertirsi”.
Il significato dell’alcol: a volte l’ubriacarsi può essere solo un’abitudine sociale, altre volte può avere un valore più profondo (evasione, gestione dello stress, bisogno di appartenenza).
La questione centrale diventa quindi: riuscite a trovare un accordo che rispetti entrambi?
Una relazione funziona quando i bisogni di entrambi trovano spazio, senza che uno dei due debba “subire” qualcosa che lo fa stare male.
Potrebbe essere utile parlarne in modo aperto, non tanto sul “vietare o concedere”, ma su:
cosa rappresenta per lui quella serata,
cosa prova lei in quelle situazioni,
quali compromessi concreti possono tutelare entrambi (ad esempio limiti nel bere, modalità di rientro sicure, ecc.).
Se però questo tema genera tensioni ripetute o fatica a trovare un equilibrio, può essere molto utile approfondire con un professionista, anche come spazio di confronto individuale o di coppia, per comprendere meglio i bisogni reciproci e trovare strategie più efficaci.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa…