Domande del paziente (2565)

    Domande su Incontinenza urinaria

    cosa significa sognare ad essere a praticare una chiesa ad un tratto scappa la pipi e andare fuori a farla in un luogo con delle bariere bianche e dei bambini ti chiedono delle foto davanti una statua. è un sogno positivo o negativo cosa posso fare

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Sognare di trovarsi in una chiesa rimanda spesso a temi legati ai valori, alla moralità, alla ricerca di senso o a un bisogno di riflessione interiore. È un luogo simbolico che può rappresentare una parte di sé più profonda, legata alle regole, alla spiritualità o al giudizio.

    Il fatto che, a un certo punto, compaia un bisogno fisiologico come quello di urinare può indicare la necessità di “lasciar andare” qualcosa: emozioni trattenute, tensioni, pensieri o situazioni che nella vita quotidiana si stanno accumulando e che cercano una via di espressione. Uscire dalla chiesa per farlo suggerisce forse un conflitto tra ciò che si “dovrebbe” fare (restare, controllarsi, mantenere un certo comportamento) e ciò di cui si ha realmente bisogno.

    Le barriere bianche possono rappresentare limiti o confini, ma il colore bianco richiama anche purezza, chiarezza, oppure un tentativo di mettere ordine. I bambini, invece, sono spesso simbolo di spontaneità, autenticità e parti più semplici e genuine di sé. Il fatto che chiedano delle foto davanti a una statua può indicare un desiderio di riconoscimento, di essere visti, oppure il bisogno di “fermare” un’immagine di sé, forse legata a ideali o aspettative.

    Nel complesso, non è un sogno né “positivo” né “negativo” in senso assoluto: è piuttosto un sogno che parla di un equilibrio da trovare tra controllo e bisogno di espressione, tra regole interiori e autenticità.

    Quello che può essere utile fare è chiedersi: in questo periodo sto trattenendo qualcosa? Mi sento limitato o giudicato? Ho bisogno di esprimermi più liberamente o di essere riconosciuto?

    Per comprendere davvero il significato personale di questo sogno, però, è importante considerare la tua storia, le emozioni provate durante il sogno e il contesto della tua vita attuale. Per questo motivo, è consigliabile approfondire con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco ad avere un erezione prolungata per avere un rapporto con la mia compagna, la relazione si è rovinata perché lei non ha più fiducia e mi dice che l'ho tradita da nove anni per causa di questi video. Sono andato sia da un andrologo che da uno psicologo, ho fatto diverse analisi e visite intime, anche per la prostata e và tutto bene, lo psicologo mi ha detto che è lei che è molto problematica, ma il problema è mio che non riesco ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ho preso da alcuni anni la "pillola" ma a lei non piace perché mi dice che sono come un robot e non partecipo al livello emotivo ma meccanico e poi non finisco mai. Io le voglio bene e la amo, ma litighiamo sempre per questi motivi, lei si sente frustrata, tradita, sola etc... Ho smesso per un mese a non vedere più porno, ma è come se mi è passato il desiderio in generale, allora penso che devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico, ma lei? La nostra storia sta finendo e non so che fare... Ogni volta che mi apparato con lei, provo senso di colpa per averle mentito, penso se non riesco, penso che mi colpevolizza con brutte parole, allora parto bene ma non riesco a continuare che l'erezione si perde anche con la pillola. Ho 58 anni e stiamo assieme da nove anni...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è un problema più comune di quanto si pensi, ma anche complesso perché coinvolge sia aspetti fisici sia, soprattutto, psicologici e relazionali.

    Dal momento che le valutazioni mediche (andrologo, esami, prostata) risultano nella norma, è molto probabile che la difficoltà erettiva che sperimenta sia legata a fattori psicologici. In particolare, nel suo racconto emergono alcuni elementi importanti:

    Uso prolungato di pornografia e autoerotismo: un consumo frequente può influenzare la risposta sessuale reale, rendendo più difficile eccitarsi in una relazione, soprattutto se nel tempo si è creata un’abitudine molto specifica agli stimoli.
    Ansia da prestazione: il pensiero “e se non riesco?” e la paura del giudizio o delle reazioni della partner possono interferire direttamente con l’erezione.
    Senso di colpa e vissuto di “tradimento”: il peso emotivo che porta dentro di sé, insieme alle accuse della sua compagna, crea un blocco che non è solo sessuale ma anche emotivo.
    Dinamica di coppia conflittuale: litigi, sfiducia e frustrazione reciproca rendono difficile vivere la sessualità in modo spontaneo e sereno.
    Perdita del desiderio quando interrompe la pornografia: questo può indicare una difficoltà a riattivare un desiderio più “relazionale” e meno legato all’abitudine individuale.

    La “pillola” (farmaci per l’erezione) può aiutare sul piano fisico, ma non risolve questi aspetti emotivi e relazionali, motivo per cui lei stesso percepisce una sessualità “meccanica”.

    È importante chiarire anche un punto: non è utile cercare “di chi è la colpa” (sua o della partner). In questi casi si crea spesso un circolo vizioso in cui:

    lei si sente sotto pressione → perde l’erezione
    la partner si sente rifiutata → aumenta la tensione e le accuse
    lei si sente ancora più in colpa → aumenta il blocco

    Alcuni passi che possono essere utili:

    Ridurre gradualmente l’uso della pornografia, senza viverlo come “tutto o niente”, ma lavorando su una rieducazione del desiderio.
    Spostare l’attenzione dal “dover avere un rapporto completo” al recupero di una intimità senza obiettivo di prestazione.
    Lavorare sul senso di colpa e sull’ansia da prestazione.
    Coinvolgere, se possibile, anche la partner in un percorso, perché il problema ormai è diventato di coppia, non solo individuale.

    Detto questo, la situazione che descrive è delicata e stratificata: affrontarla da soli è molto difficile. È quindi fortemente consigliabile intraprendere un percorso con uno specialista, preferibilmente uno psicoterapeuta con competenze in sessuologia, eventualmente anche in terapia di coppia, per lavorare sia sulla dimensione sessuale sia su quella relazionale.

    Un saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Gravidanza voluta, sposati. Da quando ho scoperto la gravidanza oscillo in continuazione fra continuare o meno. adoro la mia vita di ora, non riesco a provare gioia anche xallattamento o bambini piccoli, neanche pensando di annunciare la gravidanza...avevo fissato ivg ma annullata, dopo 1 giorno ci sto ripensando, mio marito propende per continuare ma rispetta la mia scelta, come prendere una decisione definitiva?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è molto più comune di quanto si pensi, anche in gravidanze cercate e all’interno di relazioni stabili. L’idea che una gravidanza debba portare automaticamente gioia, entusiasmo o “istinto materno” è uno stereotipo: nella realtà molte donne vivono ambivalenza, dubbi e oscillazioni anche intense, proprio come stai sperimentando tu.
    Nel tuo racconto emergono alcuni elementi importanti:


    un forte legame e soddisfazione per la tua vita attuale


    una difficoltà a immaginarti nel ruolo materno (soprattutto nella fase iniziale, come allattamento o cura del neonato)


    un’oscillazione continua tra due scelte molto diverse


    il fatto che la decisione finale, giustamente, senti che spetti a te, anche se tuo marito è coinvolto


    Questa alternanza di pensieri (“continuo / non continuo”) può essere molto faticosa perché ti tiene in uno stato di incertezza continua. Spesso non è tanto un segno che “non sai cosa vuoi”, ma che entrambe le opzioni toccano aspetti profondi e importanti della tua identità, dei tuoi valori e del tuo futuro.
    Per provare ad avvicinarti a una decisione più stabile, può essere utile fermarti su alcuni punti:
    1. Dare spazio a entrambe le parti di te
    Una parte sembra legata alla tua vita attuale, alla libertà, all’identità che hai costruito; un’altra, probabilmente, ha desiderato questa gravidanza. Non si tratta di eliminare una delle due, ma di ascoltarle entrambe senza giudizio.
    2. Distinguere emozioni e pressioni
    Chiediti: ciò che sento viene da me o da aspettative esterne (sociali, familiari, di coppia)? Non c’è una scelta “giusta in assoluto”, ma quella più coerente con te in questo momento della tua vita.
    3. Immaginare concretamente i due scenari
    Non in modo ideale o catastrofico, ma realistico:


    Come potrebbe essere la tua vita tra 1 anno se continui la gravidanza?


    Come potrebbe essere tra 1 anno se interrompi?
    Quale scenario senti più “tuo”, anche se non perfetto?


    4. Accettare che non esiste una decisione senza ambivalenza
    Qualunque scelta porterà con sé anche dei dubbi o delle emozioni contrastanti. Cercare la certezza assoluta spesso blocca.
    5. Coinvolgere tuo marito, ma mantenere il tuo centro
    È positivo che lui rispetti la tua scelta. Può essere utile condividere con lui le tue paure, ma senza perdere di vista che il corpo e l’esperienza diretta sono i tuoi.
    In momenti come questo, il rischio è decidere “di pancia” per uscire dall’ansia oppure rimandare finché il tempo decide al posto tuo. Invece, meritati uno spazio protetto in cui poter chiarire davvero cosa senti.
    Per questo motivo, sarebbe molto utile poterne parlare con uno specialista (psicologo o psicoterapeuta), anche in pochi incontri focalizzati, per aiutarti a mettere ordine nei pensieri, riconoscere i tuoi bisogni profondi e arrivare a una decisione più consapevole e stabile.
    Un caro saluto,

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno da 9 mesi vivo lo stato di ansia di mio marito.
    In seguito ad un lutto e altro problemi ha incominciato ad avere forte ansia al mattino che gli provoca mancanza d'aria. E' in cura con xanax gocce al bisogno, non vuole fare un percorso psicologico e 5 mesi di escitalopram non hanno portato beneficio ma lo hanno solo fatto dormire ore ed ore di fila.
    Quindi io mi sono accorta che ogni giorno da mesi vivo la mia giornata in funzione a se lui respira, se sta benino, se sta male quindi se è in down io passo la giornata preoccupata con il magone e lo sconforto. In questi mesi ho perso anche 4 kg pur mangiando. Ho fatto collquio con psicologa ma approccio a lungo termine non va bene per me, non ho bisogno di parlare del passato. Il mio problema è la gestione del presente ed è incentrata sul fatto che non riesco a fregarmene di come lui possa stare e questo mi sta esaurendo. chiedo consigli su terapie veloci tipo tcc tbs. grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è una situazione molto impegnativa, perché da mesi si trova a vivere in uno stato di allerta costante legato al benessere di suo marito. È comprensibile che questo, nel tempo, abbia iniziato a incidere anche su di lei, sia emotivamente (preoccupazione, sconforto) sia fisicamente (perdita di peso, tensione continua).
    Quello che sta accadendo può essere letto come una forma di “coinvolgimento ansioso”: quando una persona cara sta male, è naturale monitorarla, ma se questo diventa continuo si rischia di entrare in un circolo in cui la sua giornata ruota completamente intorno all’altro, con un progressivo esaurimento delle proprie risorse.
    È importante sottolineare un punto: non si tratta di “fregarsene”, ma di imparare a regolare il livello di coinvolgimento, mantenendo empatia e vicinanza senza però annullarsi. Questo è un obiettivo concreto e lavorabile nel presente, non necessariamente legato a lunghe esplorazioni del passato.
    Approcci come la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) sono effettivamente indicati in situazioni come la sua, perché sono focalizzati sul “qui e ora” e forniscono strumenti pratici per:


    riconoscere e interrompere i pensieri ripetitivi (“sta respirando?”, “starà male?”)


    ridurre l’ipercontrollo e l’iper-vigilanza


    gestire l’ansia attraverso tecniche di regolazione (respirazione, grounding, esposizione graduale al “non controllo”)


    ristabilire confini sani tra il suo stato emotivo e quello di suo marito


    Anche protocolli brevi o mirati (ad esempio interventi focalizzati sull’ansia o sullo stress del caregiver) possono essere efficaci in tempi relativamente contenuti, se ben strutturati.
    Un altro aspetto importante è che, anche se suo marito al momento non desidera un percorso psicologico, lei può comunque lavorare su di sé: migliorare il suo equilibrio le permetterà di stare meglio e, indirettamente, di essere anche più efficace nel supportarlo.
    Infine, consideri che i sintomi che riferisce (perdita di peso, tensione costante, magone quotidiano) indicano che il suo sistema sta già chiedendo aiuto: intervenire ora è importante per evitare un peggioramento.
    Le consiglio quindi di orientarsi verso un percorso breve e focalizzato (come la TCC o interventi integrati basati su mindfulness), con uno specialista che lavori in modo pratico sul presente.
    Resto dell’idea che un approfondimento diretto con un professionista sia il passo più utile per individuare strategie mirate sulla sua situazione specifica.
    Un caro saluto

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve sono una donna biologica che stava intraprendendo un percorso ftm ,sono quasi arrivato a prendere ormoni maschili ma non li ho presi.il mio aspetto e completamente maschile.adbun certo punto non mi riconosco più allo specchio .mi sento come se fossi una donna transgender.mi immagino vol seno e col pene.perche solo testando il mio essere uomo riesco ad essere e a vedermi più femminile.tanto xhe non riesco più a riconoscerminpiu allo specchio perché mi vedo troppo maschile rispetto a quello che sento.in tutto questo ho prrso la mia mascolinità e il mio linguaggio mascile.e normale che immaginandomi con unnpeme mi da sollievo?cosa devobfare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    quello che descrive può risultare molto confondente e anche destabilizzante, ma non è raro che, durante un percorso legato all’identità di genere, emergano vissuti complessi, ambivalenti o in evoluzione.
    L’identità di genere non è sempre lineare: per alcune persone è stabile e chiara fin da subito, per altre può attraversare fasi di esplorazione, cambiamento o ridefinizione. Nel suo caso sembra esserci stato un primo movimento verso un’identità maschile (anche sul piano dell’espressione esteriore e del linguaggio), seguito però da una difficoltà a riconoscersi e da un riemergere di elementi femminili, o comunque di un vissuto interno che non coincide più con l’immagine allo specchio.
    Il fatto che lei riferisca di sentirsi “come una donna transgender” o di immaginarsi con caratteristiche corporee miste (seno e pene) può indicare un vissuto identitario non rigidamente collocato in una categoria binaria. Alcune persone, ad esempio, si riconoscono in identità non binarie, fluide o in una combinazione personale di elementi maschili e femminili.
    Rispetto alla sua domanda: sì, può accadere che alcune fantasie corporee (come immaginarsi con un pene) diano sollievo. Questo non va interpretato automaticamente come un’indicazione “definitiva” su chi lei sia, ma piuttosto come un segnale di un bisogno interno, che merita di essere ascoltato e compreso. Il sollievo spesso indica una riduzione momentanea della tensione o del conflitto interno.
    La difficoltà a riconoscersi allo specchio, invece, è un aspetto importante: può essere legata a una forma di dissonanza tra immagine corporea e identità percepita, e merita attenzione, perché può generare disagio significativo.
    Quello che appare centrale, più che “decidere subito cosa fare”, è fermarsi a esplorare con calma e senza pressioni:


    cosa sente davvero come autentico per sé oggi


    quali aspetti del maschile e del femminile le appartengono


    cosa le dà sollievo e cosa invece aumenta il disagio


    quanto le sue scelte sono guidate da un bisogno interno versus aspettative esterne o tentativi di adattamento


    In questo momento non è tanto importante etichettarsi, quanto capirsi.
    Proprio per la complessità e la delicatezza di questi vissuti, è fortemente consigliabile intraprendere (o proseguire) un percorso con uno specialista esperto in identità di genere, che possa aiutarla a dare senso a ciò che sta vivendo, senza giudizio e con gradualità.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Vorrei sapere che tipo di persona è una che scrive: " se vuoi fare... allora salgo"....ovviamente è un ragazzo e si riferisce al sesso...perché uno si dovrebbe porre in questo modo...?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    La frase che riporta (“se vuoi fare… allora salgo”) suggerisce un modo di porsi diretto, condizionato e piuttosto strumentale nella relazione. Non è tanto la singola battuta in sé a definire una persona, quanto il significato relazionale che porta con sé.
    Un’espressione di questo tipo può indicare diverse cose:


    Orientamento al soddisfacimento immediato: la persona sembra interessata principalmente all’aspetto sessuale, senza investire nella conoscenza o nella relazione.


    Comunicazione poco empatica: manca attenzione ai bisogni, ai tempi e al consenso emotivo dell’altro, come se l’incontro fosse ridotto a una “condizione” da accettare o rifiutare.


    Modalità provocatoria o difensiva: in alcuni casi può essere una forma di “test”, per capire fin dove l’altro è disposto a spingersi, oppure un modo per esporsi poco emotivamente evitando coinvolgimenti più profondi.


    Scarsa consapevolezza relazionale: non sempre c’è intenzionalità manipolativa; a volte è semplicemente un modo immaturo o poco riflessivo di entrare in contatto.


    Perché qualcuno si pone così? Le motivazioni possono variare: modelli relazionali appresi, bisogno di conferme, difficoltà a gestire l’intimità emotiva, oppure un’idea della sessualità vissuta come prestazione o scambio.
    Al di là dell’etichetta sulla persona, è importante chiedersi che effetto fa a lei ricevere un messaggio del genere: può risultare svalutante, pressante o poco rispettoso. Questo è un indicatore utile per orientarsi su cosa è accettabile o meno in una relazione.
    Se questo tipo di dinamiche suscita dubbi, disagio o si ripete in diverse esperienze, può essere utile approfondire con uno specialista per comprendere meglio i propri vissuti e i propri confini relazionali.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
    Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
    Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
    Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
    Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
    Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
    Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
    Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
    Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
    Perché non ho un hobby?
    Pecche non so cosa mi piace?
    mi piace tutto o non mi piace nulla?
    Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
    La storia di Simone che significa?
    Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
    Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
    Perché lo sto facendo adesso?
    Che colpa ne ho io?
    Che senso ha la mia vita adesso?
    Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
    Lo provo sempre in realtà
    Che lezione devo imparare ancora?
    Perché l’amore non arriva?
    Cosa devo capire prima che arrivi?
    È questo no?
    Il motivo.
    Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
    E chi pensa a me?
    Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
    Non ho più voglia
    Tutto questo male
    Mi porta solo più confusione
    E scriverlo è stato peggio
    Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
    Sono questa da anni
    Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è un vissuto di sofferenza molto intenso, caratterizzato da stanchezza emotiva, confusione, perdita di senso, difficoltà di concentrazione, senso di vuoto e pensieri ricorrenti legati alla morte e al “scomparire”. È importante dirti subito che non sei “sbagliata” o “incapace”: questi vissuti, quando diventano così pervasivi, sono spesso il segnale di un carico emotivo che ha superato la soglia di tollerabilità della mente in quel momento.
    Quando la sofferenza diventa continua e si accompagna a pensieri come il desiderio di sparire o il suicidio, non si tratta solo di “riflessioni”, ma di un segnale di allarme psicologico che merita attenzione e cura immediata. In questi stati è molto comune sentirsi confusi, contraddittori, scollegati da ciò che si prova (a volte “troppo”, a volte “niente”), e perdere anche il senso di sé, dei propri interessi e del futuro. Anche la difficoltà a studiare, a concentrarsi e a trovare motivazione rientra spesso in questo quadro di esaurimento emotivo e mentale.
    Le domande che ti fai — sull’amore, sul rapporto con tuo padre, sul tuo valore, sulle scelte, sul futuro — non sono “senza risposta”, ma nascono da una mente che sta cercando disperatamente un ordine dentro un momento di caos interno. Quando si è in questo stato, però, cercare risposte da soli spesso aumenta solo la confusione e il dolore, perché manca uno spazio stabile e guidante in cui poterle elaborare con sicurezza.
    È importante sottolineare che questi vissuti possono essere affrontati e modificati con un adeguato supporto psicologico. Non sei definita da questo momento, anche se ora può sembrarti impossibile immaginare un cambiamento. La sensazione di “non cambierò mai” è tipica degli stati depressivi o di forte disregolazione emotiva, ma non rappresenta una previsione reale del futuro.
    Vista l’intensità dei pensieri riportati, è fortemente consigliabile non rimanere sola in questo stato e approfondire quanto prima con uno specialista (psicologo/psicoterapeuta e, se necessario, anche uno psichiatra). Un percorso può aiutarti a dare senso a ciò che stai vivendo, ridurre il dolore e soprattutto ricostruire gradualmente uno spazio interno più stabile e sicuro.
    Se in alcuni momenti i pensieri dovessero diventare più pressanti o difficili da gestire, è importante chiedere aiuto immediato (ad esempio contattando il 112 o un servizio di emergenza, oppure rivolgendosi a una persona di fiducia).
    Un sostegno professionale può fare la differenza proprio quando tutto appare confuso e senza uscita.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Io stasera avverto formicolio al braccio sinistro, tremore in tutto il corpo....ho preso levopraid e una camomilla con melatonina, una prima di andare a letto e una camomilla con melatonina dopo perché nn riuscivo a prendere sonno. Da cosa potrebbe dipendere, ansia? Grazi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    I sintomi che descrive – formicolio al braccio sinistro, tremore diffuso e difficoltà ad addormentarsi – possono avere diverse possibili spiegazioni, ed è importante non attribuirli automaticamente solo all’ansia senza una valutazione più completa.
    Da un lato, stati ansiosi o attacchi di ansia possono effettivamente provocare manifestazioni fisiche anche intense: il formicolio (spesso legato a iperventilazione o tensione muscolare), il tremore, la sensazione di agitazione interna e l’insonnia sono sintomi piuttosto comuni. Anche il fatto di concentrarsi su ciò che si sta provando può amplificare ulteriormente le sensazioni corporee.
    Dall’altro lato, è importante considerare anche altri fattori:


    Il Levopraid (levosulpiride) può avere effetti collaterali, tra cui agitazione, tremori o alterazioni del ritmo sonno-veglia in alcune persone.


    L’assunzione di più sostanze con effetto sul sistema nervoso (come melatonina e farmaci) può talvolta interferire con il normale equilibrio dell’organismo.


    Il formicolio al braccio sinistro, in particolare, va sempre valutato con attenzione per escludere cause di natura medica (neurologica o, più raramente, cardiovascolare), soprattutto se è un sintomo nuovo, intenso o persistente.


    Quindi sì, l’ansia potrebbe essere una possibile spiegazione, ma non è l’unica e non è corretto fare una diagnosi a distanza. Se i sintomi dovessero ripresentarsi, intensificarsi o associarsi ad altri segnali (come dolore al petto, affanno, debolezza marcata), è importante rivolgersi tempestivamente al medico.
    In ogni caso, se dovesse emergere una componente ansiosa, un percorso psicologico può aiutarla a comprendere meglio cosa sta accadendo e a gestire i sintomi in modo efficace.
    Le consiglio quindi di approfondire la situazione sia con il medico curante per escludere cause organiche, sia con uno specialista della salute mentale.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno Dottori, racconto brevemente la mia ultima esperienza con una persona conosciuta da poco. Ci incontriamo, ci piacciamo, decidiamo che la nostra relazione debba essere solo di natura fisica. Ci vediamo, proviamo ad avere un rapporto ma durante quest'ultimo mi rendo conto di avere molto dolore ( è un qualcosa che mi capita quando mi sento tesa ma poi si risolve) per cui gli chiedo di fermarsi. Lui lo fa ma la reazione che ne segue è del tutto inaspettata: Si innervosisce, si arrabbia, mi dice che l'ho messo in una situazione di disagio e imbarazzo che non sa come gestire perchè essendo il nostro rapporto di natura sessuale,non avrebbe saputo cosa fare con una donna in casa tutta la serata ( cito testualmente). Inoltre mi dice che sono stata egoista e scorretta a non dichiarare prima di avere talvolta dei dolori nei rapporti, perche sapendolo, lui avrebbe potuto decidere se fosse il caso di vedersi o meno.. Decisamente agghiacciata, chiamo un taxi per andar via e nel mentre lui stava gia organizzando il resto della serata con un amico..mi chiede quando ci vuole perche il taxi arrivi, gli dico una decina di minuti.. mi chiede di dargli il telefono cosi che lui potesse controllare in quanto sarebbe arrivato. Ovviamente glielo nego e lui mi dice " me lo neghi perche secondo me non hai mai chiamato il taxi"... Vado via.. non mi sono mai sentita cosi umiliata, in imbarazzo e in preda alla vergogna in tutta la mia vita. Cosa può spingere una persona a comportarsi in questo modo? Grazie per i vostri pareri.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è un’esperienza emotivamente molto intensa e, comprensibilmente, dolorosa da rielaborare.
    Provo a rispondere distinguendo alcuni livelli.
    1. Il tuo comportamento nella situazione
    Tu hai fatto una cosa fondamentale: hai ascoltato il tuo corpo e ti sei fermata quando hai sentito dolore. Questo è un punto centrale nella salute sessuale e relazionale: il consenso non è solo “dire sì”, ma può e deve essere ritirato in qualsiasi momento. Il dolore, tra l’altro, merita sempre attenzione e non va mai ignorato o forzato.
    2. La reazione dell’altro
    La sua risposta appare problematica su più livelli:


    mancanza di rispetto del tuo limite (la tua interruzione del rapporto)


    spostamento della responsabilità su di te (“sei stata egoista”, “avresti dovuto dirlo prima”)


    svalutazione e accusa in un momento di vulnerabilità


    controllo e sospetto (es. dubitare del taxi, richiesta del telefono)


    Questi elementi possono rientrare in dinamiche di scarsa regolazione emotiva, immaturità relazionale o bisogno di controllo. In alcuni casi possono assumere anche la forma di comportamenti manipolativi o di “ribaltamento della colpa”, dove l’altro viene fatto sentire responsabile di ciò che ha invece legittimamente espresso o scelto.
    3. La tua reazione emotiva
    Sentirti umiliata, in imbarazzo e in preda alla vergogna è una risposta molto comune quando:


    il proprio limite non viene rispettato


    si viene accusati mentre si è in una posizione vulnerabile


    si sperimenta un’invalidazione emotiva improvvisa


    È importante però sottolineare un punto: non hai fatto nulla di sbagliato nel fermarti.
    4. Il nodo del “dolore nei rapporti”
    Hai accennato a un dolore che si presenta in alcune condizioni. Questo è un aspetto che merita attenzione clinica, non giudizio. Può essere legato a fattori fisici, muscolari, emotivi o di tensione. Il fatto che tu lo riconosca è già un elemento di consapevolezza importante.
    5. “Che mi succede?”
    Da ciò che scrivi, non emerge qualcosa “che non va in te”, ma piuttosto:


    una situazione relazionale poco rispettosa dei tuoi confini


    una forte attivazione emotiva legata a vergogna e vulnerabilità


    una possibile riattivazione del tema del giudizio e della colpa


    La “presenza costante nella tua vita” che citi potrebbe indicare che l’episodio ha lasciato una traccia emotiva significativa, che tende a ripresentarsi nei pensieri o nelle emozioni.
    In sintesi
    Il punto centrale non è trovare una giustificazione al suo comportamento, ma osservare l’effetto che ha avuto su di te e cosa ti ha fatto sentire: non rispettata, colpevolizzata e messa in discussione proprio mentre stavi esprimendo un limite legittimo.
    Quando esperienze di questo tipo lasciano confusione, vergogna o rimuginio persistente, è utile non affrontarle da soli.
    È consigliabile approfondire con uno specialista, sia per comprendere meglio la dinamica vissuta, sia per lavorare sulla gestione del dolore nei rapporti e sulle ricadute emotive di episodi di questo tipo.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno.dottore scrivo per 1 consiglio,mio figlio affetto da schizzofrenia da anni. Non ha molta cognizione del tempo e del cmportamento verso altri...io vivo con mio compagno. E mio figlio con la moglie...io collaboro molto con loro sia per le cure che per altro..il problema che mio compagno non vuole capire la mia situazione...e non accetta che mio figlio venga spesso da me.. senza avvertire.dice che io l'ho abituato male..e si arrabbia anche con lui...non capisce cosa vuol dire combattere con un paziente con questa patologia.. cosa posso fare? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    la situazione che descrive è complessa e comprensibilmente faticosa, perché la pone in mezzo a due bisogni importanti: da una parte il supporto a suo figlio, che convive con una patologia impegnativa come la schizofrenia, e dall’altra la relazione con il suo compagno, che fatica a comprendere fino in fondo questa realtà.
    È importante partire da un punto: suo figlio non mette in atto certi comportamenti “per scelta” o per mancanza di educazione, ma perché la malattia può compromettere aspetti fondamentali come la percezione del tempo, il rispetto delle regole sociali e la capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Questo significa che, in molti casi, ha bisogno di un ambiente comprensivo, stabile e prevedibile.
    Allo stesso tempo, però, è comprensibile anche il disagio del suo compagno, che può sentirsi invaso nei propri spazi o non preparato a gestire situazioni che non conosce. Spesso dietro queste reazioni c’è più difficoltà e paura che mancanza di volontà.
    Cosa può fare concretamente:


    Favorire un dialogo chiaro e calmo con il suo compagno, spiegando meglio cosa comporta la patologia di suo figlio e quali sono i limiti oggettivi dei suoi comportamenti.


    Stabilire alcune regole condivise, per esempio concordare quando e come suo figlio può venire a trovarla, cercando un equilibrio tra le esigenze di tutti.


    Coinvolgere il compagno in un momento informativo, se possibile (anche con uno specialista), per aiutarlo a comprendere meglio la schizofrenia e ridurre incomprensioni e tensioni.


    Non colpevolizzarsi: il supporto che offre a suo figlio è prezioso, ma non deve annullare gli altri equilibri della sua vita.


    Situazioni come questa spesso richiedono un lavoro di mediazione emotiva e relazionale, oltre che una corretta informazione sulla patologia. Per questo motivo, può essere molto utile confrontarsi con uno specialista, anche insieme al suo compagno, per trovare strategie più funzionali per tutti.
    Resto a disposizione e le consiglio di approfondire la situazione con un professionista.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve ho iniziato da poco una terapia di tipo schema therapy con l'obiettivo di uscire dai miei schemi psicologici radicali dopo aver affrontato CCT, soffro di umore tendente al basso con stati depressivi ed ansia generalizzata, difficolta a socializzare,autostima bassa, mancanza di motivazione, procrastinazione, ecc. Vorrei però provare ad iniziare un percorso
    parallelo di trattamento di adhd con un altro/a terapeuta, perchè la mancanza di motivazione mi sta creando gravi ripercussioni. La mia attuale terapeuta non si occupa di adhd. Ma non so neanche, se i miei gravi problemi motivazionali siano legati al disturbo adhd o come conseguenza di anni ed anni di montagne russe di stati emotivi. Ho effettuato già in passato un test adhd, ma non ho potuto avere la conferma di disturbo, perché né io né i miei parenti hanno ricordi precisi sulla mia prima infanzia, perciò il test(ufficiale) è risultato poter corrispondere alla diagnosi di adhd senza però conferma definitiva. Non mi interessa nenache avere conferma, ma curare il sintomo, vorrei che qualcuno mi aiutasse a migliorare la motivazione e intraprendere un percorso di costanza. È possibile che il disturbo motivazionale sia solo conseguenza di stati depressivi e quindi riuscirei ad uscirne anche solo con la schema therapy oppure avrei bisogno di un trattamento specifico? E se si, al trattamento di adhd specifico, potrei fare due psicoterapie contemporaneamente e che tipo di psicoterapia per adhd? Grazie per la vostra risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve, la sua domanda è molto pertinente e riflette una buona consapevolezza del suo funzionamento e dei suoi bisogni.
    La difficoltà motivazionale che descrive può effettivamente avere origini diverse. Da un lato, sintomi come procrastinazione, bassa motivazione e difficoltà nella costanza possono essere compatibili con un funzionamento riconducibile all’ADHD nell’adulto. Dall’altro lato, gli stessi aspetti sono molto frequenti anche in quadri di tipo ansioso-depressivo: quando l’umore è basso, l’energia mentale si riduce, aumenta il senso di fatica e diventa più difficile attivarsi, portando spesso a rimandare o evitare.
    In molti casi, queste due dimensioni possono anche sovrapporsi: una difficoltà attentiva o esecutiva di base può, nel tempo, generare frustrazione, senso di inefficacia e quindi contribuire allo sviluppo di bassa autostima e umore depresso. Viceversa, uno stato depressivo prolungato può “simulare” difficoltà attentive e motivazionali.
    Per quanto riguarda la Schema Therapy che ha iniziato, è un approccio molto utile per lavorare sugli schemi profondi (ad esempio senso di inadeguatezza, fallimento, autocritica), che spesso sono alla base sia della bassa autostima sia della difficoltà a mantenere la motivazione. Questo tipo di lavoro, nel medio-lungo termine, può portare anche a un miglioramento della capacità di attivarsi.
    Detto questo, se il nucleo principale della sua sofferenza attuale è la difficoltà organizzativa, la procrastinazione e la gestione della motivazione, può essere utile integrare un lavoro più specifico sulle funzioni esecutive. Per l’ADHD nell’adulto (anche in assenza di una diagnosi pienamente confermata), gli interventi più utilizzati sono:


    approcci cognitivo-comportamentali focalizzati su organizzazione, pianificazione e gestione del tempo


    training sulle abilità esecutive


    strategie pratiche e comportamentali per aumentare la costanza


    Rispetto alla possibilità di fare due percorsi contemporaneamente: in linea generale è possibile, ma va gestito con attenzione. È importante che i professionisti siano informati e, idealmente, che ci sia un minimo di coordinamento, per evitare sovrapposizioni o indicazioni contrastanti. In alcuni casi si può anche valutare di integrare il lavoro con un unico terapeuta che abbia competenze su entrambi gli aspetti, oppure affiancare alla psicoterapia un percorso più “psicoeducativo” o di coaching specifico.
    Un altro elemento importante è che, anche se non è fondamentale avere un’etichetta diagnostica, una valutazione più approfondita (eventualmente anche multidisciplinare) potrebbe aiutarla a capire meglio l’origine delle sue difficoltà e quindi a scegliere l’intervento più mirato.
    In sintesi: sì, la sua difficoltà motivazionale potrebbe essere legata sia agli stati depressivi sia a caratteristiche compatibili con ADHD; la Schema Therapy può aiutarla, ma in alcuni casi è utile integrare con un lavoro più specifico sulle abilità di organizzazione e attivazione.
    Le consiglio di approfondire questi aspetti con uno specialista, così da costruire un percorso il più possibile mirato e coordinato sui suoi bisogni.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve , ho un grosso problema (per me ovviamente). Da qualche giorno a questa parte all’improvviso sento di provare qualcosa in più per il mio migliore amico, siamo amici da quasi 10 anni circa, appena conosciuto lo vedevo in maniera diversa, forse mi piaceva ma poi questa cosa subito è cambiata perché lui si era lasciato da poco dopo una lunga storia io anche in quel momento ho avuto dei problemi abbastanza seri con il ragazzo con cui stavo a quel tempo e quindi siamo diventati molto amici lui mi è sempre stato vicino. Lui ha iniziato a divertirsi e andare a letto con tante ragazze perché voleva dimenticare la sua storia e stare bene, nel frattempo io mi sono fidanzata , lui ha iniziato una frequentazione con una ragazza che tutt’oggi sta con lui. Lui è sempre stato presente nella mia vita, magari capitava che non lo sentivo per settimane e poi stavamo ore al telefono per parlare oppure passava a trovarmi a lavoro ,fatto sta che non ci siamo mai staccati . Poi io mi sono lasciata dopo 3 anni e lui mi é stato vicinissimo , ci sentivamo tutti i giorni . É capitato in questi anni che ci siamo baciati e siamo andati a letto insieme , l’anno scorso é venuto a dormire a casa mia perché i miei non c’erano e mi ha tenuta stretta tutta la notte, nonostante ci fosse sempre questa sua fidanzata ma che lui in realtà ha voluto tenere solo perché dopo anni che andavano a letto insieme era arrivato il momento di fare un passo in più ma che non avrebbe dovuto fare a mio parere perché comunque lui l’ha tradita sia con me e anche in altre situazioni. Ad oggi la situazione è questa: lui convive con questa ragazza ma vuole andare via da quella casa ma non ha il coraggio di chiudere quella porta e farla soffrire ma lui sa che è l’unica cosa giusta da fare. Io ultimamente ho smesso di prendere un contraccettivo e avevo gli ormoni a palla allora mi è venuta di fare l’amore con lui e gliel’ho fatto capire, lui ovviamente ha detto subito vediamoci ma poi tra una cosa e l’altra non siamo riusciti e al momento non ne abbiamo più parlato, però in tutto ciò in questi anni lui mi ha sempre chiamata tutti giorni , appena esce da lavoro lui mi chiama , non credo sia normale avendo una fidanzata lui vuole sempre sapere tutto di me. Però io da qualche giorno a questa parte mi sento strana ed è come se mi stessi svegliando da un sonno, forse provo qualcosa per lui, ma poi penso che per come è fatto non potrei mai stare con lui, c’è chi pensa che lui sia innamorato di me ma che non ha il coraggio di dirlo, io quando sento questa cosa rido perché penso a tutte le cavolate che mi racconta e che fa con altre ragazze quindi penso che sia impossibile che sia innamorato di me. Ora io spero che sia solo un momento questo per me e che mi passi , anche perché non voglio perderlo, però mi chiedo come può essere che da un momento all’altro mi sta succedendo questa cosa??? Io ero convinta che lui non piacesse come fidanzato. C’è una mia amica che mi dice sempre fatela finita e sposatevi e basta perché è evidente che lui sia innamorato di te e anche gli estranei spesso mi hanno chiesto perché evidentemente hanno notato dall’esterno qualcosa di più ma io ci ho sempre riso su perché per me era impensabile dicevo con affetto ovviamente ma che è uno particolare figurati, ma lui obiettivamente è una presenza costante nella mia vita sempre . Che faccio ? Che mi succede?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che stai vivendo, per come lo racconti, è una situazione emotivamente molto intensa ma anche piuttosto comprensibile dal punto di vista psicologico.

    Quando una persona entra nella nostra vita per molti anni in modo costante, affettivo, presente nei momenti difficili, e allo stesso tempo ci sono stati anche episodi di intimità fisica e momenti “di confine” tra amicizia e relazione, il legame tende a diventare profondamente ambivalente: non è più solo amicizia, ma non è mai diventato stabilmente una coppia. Questa zona grigia può creare confusione emotiva e riattivarsi nel tempo.

    In questi casi possono entrare in gioco diversi fattori:

    Attaccamento e familiarità: una persona presente per anni diventa una figura emotivamente centrale, anche quando razionalmente la si considera “non adatta” come partner.
    Rinforzo intermittente: contatti intensi alternati a distanze, confidenze profonde alternate a silenzi, creano un legame molto “attivante” a livello emotivo.
    Confusione tra affetto, desiderio e bisogno di sicurezza emotiva: soprattutto nei momenti di cambiamento personale (come una rottura o modifiche ormonali), è possibile percepire più intensamente ciò che prima era sullo sfondo.
    Dissonanza cognitiva: da una parte lo vedi come “non affidabile o non adatto”, dall’altra lo vivi come presenza centrale e speciale nella tua vita. Il cervello cerca di dare un senso a questa contraddizione e può far emergere dubbi sul sentimento.

    Il fatto che tu ti stia “risvegliando da un sonno”, come dici, può indicare non necessariamente un amore improvviso, ma piuttosto una riattivazione emotiva di un legame già molto carico, che in certi momenti della vita si fa sentire con più forza.

    È importante anche non trascurare un punto: la sua situazione attuale (relazione stabile, ambiguità, contatti paralleli, difficoltà a chiudere) contribuisce a mantenere un legame che resta sospeso e quindi psicologicamente più difficile da decifrare.

    Per questo motivo, più che chiederti “se è amore vero o no”, potrebbe essere utile chiederti:

    che posto occupa lui nella tua vita oggi?
    che tipo di relazione desideri davvero per te?
    questa dinamica ti fa stare serena o ti tiene in uno stato di continua incertezza?

    Quando un legame genera confusione costante, spesso non è tanto il sentimento a essere “nuovo”, ma la struttura della relazione a essere poco chiara e quindi emotivamente attivante.

    Detto questo, solo un approfondimento più personale e guidato può aiutarti a distinguere meglio ciò che stai vivendo e a capire come orientarti senza sofferenza o confusione.

    È quindi consigliabile approfondire la situazione con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera dottore, le volevo parlare di una cosa: questo mese ho iniziato ad allenarmi ,nella mia camera, tramite un app e da quando mi alleno mi fisso molto. Se mangio qualcosa fuori dal solito mi sembra di aver rovinato tutto, mi parte l’ansia e mi chiedo se sto sbagliando tutto, se vanifico l’allenamento. Inoltre, quando mangio dolci mi viene la nausea. Questi pensieri sul cibo e sull’allenamento mi vengono ogni giorno e mi pesano. Non so se è normale o se mi sto fissando troppo. Mi date un parere? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    da ciò che descrive emerge un cambiamento recente legato all’introduzione dell’allenamento che, invece di essere vissuto come un’attività positiva e flessibile, sta iniziando ad assumere un significato molto rigido e carico di ansia.
    Il fatto che dopo aver iniziato ad allenarsi compaiano pensieri ricorrenti del tipo “sto rovinando tutto se mangio qualcosa fuori schema”, oppure la sensazione di aver vanificato gli sforzi con il cibo, indica una tendenza a interpretare alimentazione e attività fisica in modo molto “rigido e controllante”. Questo tipo di pensieri può generare un circolo vizioso: più si cerca di controllare, più aumenta l’ansia, e più l’ansia rende difficile vivere il rapporto con il cibo in modo sereno.
    Anche la nausea in risposta ai dolci può essere una manifestazione fisica dell’ansia o della forte attivazione emotiva associata al cibo “vietato”, più che una vera e propria intolleranza.
    In generale, non è raro che, quando si inizia un’attività fisica con molta motivazione, si sviluppi un’attenzione eccessiva al corpo, all’alimentazione e alla performance. Tuttavia, quando questi pensieri diventano quotidiani, intrusivi e fonte di disagio, è importante considerarli come un segnale da ascoltare.
    Non significa necessariamente che “ci sia qualcosa di grave”, ma che il rapporto con il cibo, l’allenamento e il controllo del corpo sta assumendo una connotazione che merita attenzione, per evitare che si strutturi in modo più rigido nel tempo.
    Sarebbe utile lavorare su una maggiore flessibilità cognitiva e su un rapporto più equilibrato con alimentazione e attività fisica, in modo che restino strumenti di benessere e non diventino fonte di ansia.
    Per questo motivo, è consigliabile approfondire la situazione con uno specialista (psicologo o psicoterapeuta), così da comprendere meglio l’origine di questi pensieri e intervenire precocemente, se necessario.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, sto attraversando un periodo molto complicato con il mio compagno io ho quasi 36 anni lui quasi 33
    Il problema è che tra
    Me e lui c’è un grosso ostacolo il suo lavoro
    Fa il cuoco ma ora si è preso come responsabile troppe responsabilità troppe pressioni e mancanza di presenza con me nella sua relazione,io non lo vedo quasi mai parla sempre di lavoro secondo me ha una dipendenza di lavoro pensa troppo a soldi lavoro anche con me pensa sempre al lavoro non si svaga mai io sinceramente sto davvero male negli ultimi mesi ho iniziato a essere nervosa piangere non avere appetito non ho fame in 4 mesi ho perso 8 chili …. Io gliel’ho parlato ma lui mi dice non può fare altrimenti perché è responsabile ed ha più impegni e impicci … lui l’anno scorso mi fece capire che sarebbe andata bene la nostra relazione che ci sarebbe stato ma non c è più presenza solo una volta a settimana se non cambiano un po’ le cose…. Io non ce la fo più …. Lui mi dice son periodi ma sti periodi son mesi non giorni…. Ma poi anche quando è con me lo chiamano sempre al telefono per problemi mi lascia sola ha da chattare col telefono É davvero diventata pesante la cosa…. Ma la cosa più assurda che quel giorno che stiamo insieme non prende mai iniziative di nulla dice É sempre stanco morto massimo due volte al mese mi porta a mangiare fuori e basta…. Io sono molto confusa non so cosa fare ho bisogno di un consiglio grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve, grazie per aver condiviso una situazione così faticosa e carica di sofferenza.
    Da ciò che racconta emerge un quadro in cui la relazione sembra essersi sbilanciata in modo significativo: il suo compagno è completamente assorbito dal lavoro e dalle responsabilità, mentre lo spazio per la coppia è diventato sempre più ridotto, frammentato e poco qualitativo. In questi casi, può accadere che il lavoro diventi una sorta di “centrale unica” attorno a cui ruota tutto il resto della vita, con conseguente trascuratezza degli aspetti affettivi e relazionali. Non è possibile parlare di diagnosi o etichette, ma sicuramente si può ipotizzare una condizione di forte stress lavorativo o di difficoltà nel mantenere un equilibrio tra vita professionale e privata.
    Dall’altra parte, è importante dare grande attenzione a ciò che sta vivendo lei: nervosismo, pianto, riduzione dell’appetito e perdita di peso significativa in pochi mesi sono segnali che indicano un livello di sofferenza emotiva importante. Quando il corpo inizia a “parlare” in questo modo, è fondamentale non sottovalutare il disagio.
    Il nodo centrale che emerge è la mancanza di presenza emotiva e relazionale all’interno della coppia: non solo il poco tempo, ma anche la scarsa qualità del tempo condiviso, con continue interruzioni, distrazioni e assenza di iniziativa da parte del partner. Questo può generare un vissuto di solitudine anche all’interno della relazione stessa.
    In situazioni come questa, può essere utile provare a chiarire in modo molto concreto i bisogni reciproci: non solo “stare più insieme”, ma definire tempi protetti, modalità di contatto e spazi in cui il lavoro non entri (ad esempio telefonate e chat). È altrettanto importante osservare non solo le intenzioni dichiarate, ma anche la reale disponibilità al cambiamento nei comportamenti.
    Se, nonostante il confronto, la situazione rimane invariata, può diventare necessario interrogarsi sulla compatibilità dei bisogni all’interno della coppia.
    Un supporto psicologico individuale, e in alcuni casi anche un percorso di coppia, può essere molto utile per fare chiarezza e ritrovare un equilibrio, oppure per comprendere con maggiore lucidità la direzione della relazione.
    In ogni caso, visto il livello di sofferenza che descrive, le consiglierei di approfondire la situazione con uno specialista.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, sono un ragazzo di 27 anni che circa un anno fa gli hanno diagnosticato "una possibile ADHD prevalentemente sulla sfera attentiva". Il centro è nella lista consigliati dall'AIFA quindi sono piuttosto certo che sia un buon centro. Il fatto è che la mia storia clinica è molto complessa e quindi credo che non se la sono sentiti di sbilanciarsi troppo. Ho rifiutato la terapia medica perchè per la mia situazione clinica complessa gli effetti collaterali del farmaco potrebbero portare a problemi grossi. Il mio grosso problema da anni è che non riesco ad essere costante nello studio per l'università. A Settembre 2025 ho rinunciato agli studi ma ho intenzione di riprenderli. Negli anni ho provato tantissimi approcci psicoterapeutici diversi come cognitivo comportamentale, strategica integrata, breve strategica, post razionalista, cognitivo costruttivista, breve focale integrata senza grossi risultati per il problema citato in precedenza. Sono una persona molto consapevole di come funziono grazie anche a tutte le terapie provate negli anni ma gli insight non sono bastati per portare un vero e proprio cambiamento in me. Il problema credo che sia stratificato su più livelli:
    1) ADHD
    2) l'attrito dell'iniziare l'attività dello studiare è veramente grosso
    3) se nella cosa che sto studiando non ci trovo una utilità subito il mio cervello inizia a fumare
    4) Spesso provo tanta frustrazione mentre studio e per non provare più questa sensazione smetto di studiare
    5) ho sviluppato negli anni meccanismi di difesa molto raffinati
    6) Essere costante nello studio e cioè studiare con una certa continuità è molto difficile per me

    Ho bisogno del vostro aiuto per capire quale possa essere il miglior percorso per me per risolvere questo problema che sento perchè sono molto in difficoltà.

    grazie

    G.T.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve G.T.,
    da ciò che descrive emerge un quadro articolato e, soprattutto, una grande consapevolezza di sé. Questo è un punto di partenza importante, ma – come ha già sperimentato – la sola comprensione (“insight”) spesso non è sufficiente a produrre un cambiamento concreto, soprattutto quando entrano in gioco difficoltà di tipo attentivo e motivazionale.
    Provo a restituirle alcune chiavi di lettura utili.
    Nel caso di un possibile ADHD, soprattutto nella forma prevalentemente inattentiva, il problema non è solo “capire cosa fare”, ma riuscire ad attivarsi e mantenere l’azione nel tempo. Quello che lei chiama “attrito nell’iniziare” è molto tipico: il cervello fatica ad avviare compiti percepiti come poco stimolanti o con una gratificazione non immediata. Questo non è mancanza di volontà, ma una difficoltà nei meccanismi di regolazione dell’attenzione e della motivazione.
    Inoltre, i punti che elenca (frustrazione, abbandono dell’attività, ricerca di utilità immediata) suggeriscono che si sia creata nel tempo una sorta di circolo vizioso:


    difficoltà ad iniziare → aumento della tensione/frustrazione


    frustrazione → evitamento (smettere di studiare)


    evitamento → senso di inefficacia → ulteriore difficoltà ad iniziare


    Le diverse terapie che ha fatto probabilmente le hanno dato strumenti di comprensione, ma forse è mancato un lavoro più mirato su:


    strategie pratiche e adattate al funzionamento ADHD


    allenamento comportamentale graduale e concreto


    gestione della frustrazione in tempo reale (non solo a livello teorico)


    In questi casi, più che cambiare continuamente approccio terapeutico, può essere utile un percorso molto focalizzato su alcuni aspetti specifici:
    1. Lavoro sull’attivazione (iniziare)
    Non puntare a “studiare tanto”, ma a iniziare in modo estremamente piccolo e sostenibile (anche 5-10 minuti reali). L’obiettivo è ridurre l’attrito iniziale.
    2. Strutturazione esterna
    Chi ha difficoltà attentive beneficia molto di elementi esterni:


    orari fissi e realistici


    ambiente di studio definito


    eventuale studio in presenza di altri (body doubling)


    3. Gratificazione immediata
    Il cervello ADHD ha bisogno di rinforzi più frequenti:


    suddividere lo studio in micro-obiettivi


    inserire piccole ricompense concrete e ravvicinate


    4. Gestione della frustrazione
    Qui è centrale imparare a restare nella sensazione senza interrompere subito il compito, anche solo per pochi minuti in più. È un vero e proprio allenamento.
    5. Lavoro sui meccanismi di difesa
    I “meccanismi raffinati” che cita spesso proteggono dalla fatica emotiva, ma allo stesso tempo mantengono il blocco. Questo è un punto importante da esplorare in terapia, con delicatezza.
    6. Inquadramento diagnostico più chiaro
    Vista la complessità della sua storia clinica, potrebbe essere utile approfondire ulteriormente la diagnosi: capire quanto pesa realmente l’ADHD rispetto ad altri fattori (emotivi, motivazionali, eventuale ansia da prestazione, ecc.).
    Infine, rispetto alla terapia farmacologica: la sua scelta è comprensibile, ma tenga presente che, in alcuni casi selezionati e ben monitorati, può rappresentare un supporto utile. Questo va valutato con specialisti esperti nel suo specifico quadro clinico.
    In sintesi, più che “un nuovo approccio teorico”, potrebbe esserle utile un percorso molto pratico, personalizzato e centrato sul funzionamento ADHD, che integri aspetti comportamentali ed emotivi.
    Le consiglio quindi di approfondire con uno specialista esperto in ADHD nell’adulto e difficoltà di regolazione attentiva, così da costruire un percorso davvero su misura per lei.
    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno sono in una relazione da oltre 20 anni tra fidanzamento, convivenza e matrimonio con la nascita di un figlio ormai grande...la nostra storia è come quella di tanti, alti e bassi, caratterizzata ad intermittenza da assenze più o meno lunghe (fino a oltre 4 anni) di intimità e quasi totale assenza di dialogo, ma andiamo avanti...
    Tempo addietro scopro dalle sue ricerche Google che ha guardato molto materiale su come riconoscere l'interesse di una donna, cose da dire ad una donna, segnali per capire se piaci ad una donna...ci sono state ricerche per regali da fare ad una collega di lavoro, ci sono state molte ricerche su alberghi e motel nella città vicino alla nostra, quello che mi ha scioccato sono molte informazioni prese su vari tipi di preservativi che noi non usiamo da almeno un decennio...(Alla mia richiesta di chiarimento mi è stato detto fossero per un collega, il regalo e l' albergo mentre sulle altre ricerche dice che c' è stato un momento in cui pensava che una collega stesse flirtando con lui e voleva capire e poi si sono chiariti) Ora io ovviamente non gli credo, anche soprattutto dopo aver trovato una chat nascosta da impronta digitale, chat che mi ha fatto leggere e fino a quel punto assolutamente innocua a meno che non siano stati cancellati dei messaggi...ma se innocua perché nascondere?????
    Pochi giorni dopo aver effettuato le ricerche per gli alberghi e motel mi dice che probabilmente faranno una cena tra colleghi proprio in quella città...
    Non sono più riuscita a trattenermi e ho detto che sapevo di tutte le sue ricerche e ha liquidato tutto appunto come ho spiegato poco sopra, che alcune erano ricerche per un collega e altre per potersi chiarire con questa donna presumibilmente interessata a lui ... ripeto io non riesco a credergli, non mi ha tradita e di questo sono certa, se non cose di poco conto, ma quello che mi fa male è pensare che stesse pianificando di poterlo fare, che l' interesse non fosse di una donna verso di lui ma di lui verso questa donna che poi alla fine deve avergli dato il benservito...oppure tutto non è andato avanti perché io ho scoperto....ora io vorrei superare questa cosa, mi sento una pazza a volte per dare così tanto peso a qualcosa che poi in fine non è successo ma più ci penso più lo sento comunque un tradimento...in cosa sbaglio? Riuscirò mai a superare? Ci sono molti altri dettagli meno importanti in questa storia che però sommati al tutto mi fanno sentire ancora più male, lui mi fa sentire spesso sbagliata, sottolineando talvolta dei miei comportamenti io non so che fare, non vorrei buttare alle ortiche una storia che comunque fa parte di me da più di metà della mia vita, ma con questo logorio sento di non poter andare avanti per molto, ho bisogno di superare questa cosa, sarà possibile con una persona che non comunica ed evita l'argomento?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è una situazione emotivamente molto complessa, in cui non è tanto “ciò che è accaduto oggettivamente”, ma l’impatto che queste scoperte hanno avuto sulla fiducia e sulla sicurezza all’interno della relazione.
    È comprensibile che lei si senta profondamente ferita e confusa: le ricerche online, la chat nascosta e le giustificazioni fornite hanno attivato in lei un forte dubbio sul significato di quei comportamenti. Anche se non c’è la certezza di un tradimento fisico, ciò che emerge è una rottura della fiducia e una percezione di ambiguità e segretezza che, nella coppia, può essere vissuta come una forma di “tradimento emotivo” o comunque come una minaccia al legame.
    In questi casi è importante distinguere due livelli:


    i fatti (ciò che è dimostrabile con certezza)


    il vissuto emotivo (paura, sfiducia, rabbia, senso di esclusione, perdita di sicurezza)


    Il secondo livello è spesso quello più doloroso e quello che continua a “lavorare dentro”, anche quando il primo non è chiarissimo o non conferma un tradimento conclamato.
    Un altro aspetto rilevante è la dinamica di coppia che descrive: lunghi periodi di distanza emotiva e sessuale, difficoltà di dialogo e una comunicazione che sembra spesso evitante o difensiva. In questo contesto, è facile che anche segnali ambigui vengano vissuti in modo amplificato, perché si inseriscono in una base relazionale già fragile.
    Il fatto che lei senta di non essere ascoltata o che i suoi dubbi vengano “liquidati” può aumentare ulteriormente il dolore e la ruminazione mentale, alimentando il bisogno di trovare una spiegazione definitiva.
    Rispetto alla sua domanda centrale (“riuscirò a superare?”), la risposta è che è possibile superare questa ferita, ma non tanto cancellando il dubbio, quanto lavorando su:


    la ricostruzione (o meno) della fiducia


    la possibilità di una comunicazione autentica nella coppia


    l’elaborazione del senso di insicurezza e svalutazione che lei sta vivendo


    la chiarezza su ciò che per lei è tollerabile o non più accettabile in una relazione


    Se il partner continua a evitare il confronto o a non entrare realmente nel merito del vissuto emotivo, la difficoltà nel superamento aumenta, perché la fiducia non si ricostruisce da soli: richiede uno spazio condiviso di ascolto e responsabilità reciproca.
    Per questo, in situazioni come questa, può essere molto utile un percorso di terapia individuale o di coppia, che aiuti a sciogliere la confusione, dare senso a ciò che è accaduto e capire se e come la relazione può essere rigenerata in modo sano, oppure quali limiti emotivi siano stati superati.
    Rimane consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, per comprendere meglio la dinamica di coppia e trovare una direzione che le permetta di ritrovare equilibrio e serenità.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    salve a tutti gentili psicologi ..
    domani ho un esame all università di storia medievale ma non riesco a ripetere oggi e mi sento molto bloccata ... il blocco mi paralizza. Come posso superare queste situazioni? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve, grazie per aver condiviso questa difficoltà.
    Quello che descrive è molto comune nelle situazioni di forte pressione, come un esame imminente. Il “blocco” che sente non è mancanza di capacità, ma spesso una risposta d’ansia: quando la mente percepisce troppa tensione, entra in una sorta di “modalità di allarme” e diventa difficile recuperare le informazioni o concentrarsi.
    In questi momenti può essere utile agire su due livelli: uno immediato e uno più strategico.
    Nel breve termine (oggi, prima dell’esame):


    Eviti di forzarsi a studiare in modo rigido: più si insiste nel “devo riuscire”, più aumenta il blocco.


    Provi a ridurre la pressione con sessioni molto brevi (10–15 minuti), magari rileggendo schemi o punti chiave, senza pretendere di ripetere tutto perfettamente.


    Usi tecniche di regolazione dell’ansia: respirazione lenta (per esempio inspirare 4 secondi, espirare 6–7 secondi per alcuni minuti) aiuta a calmare l’attivazione fisiologica.


    Si conceda pause reali, senza sensi di colpa.


    Sul piano mentale:


    È importante ricordare che non serve “sentirsi pronti” per andare bene: spesso la memoria funziona meglio quando l’ansia si abbassa, anche solo leggermente.


    Il blocco tende a diminuire quando si interrompe il circolo “ansia → pressione → blocco → ulteriore ansia”.


    Per il futuro:
    Se queste situazioni si ripetono, può essere utile lavorare su strategie più strutturate per la gestione dell’ansia da prestazione, la preparazione agli esami e le eventuali credenze che aumentano la pressione (ad esempio “devo ricordare tutto perfettamente”).
    In ogni caso, quando il blocco diventa frequente o molto intenso, è consigliabile approfondire con uno specialista, così da comprendere meglio le dinamiche personali e trovare strumenti mirati ed efficaci.
    Un caro saluto e in bocca al lupo per il suo esame.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno dottori ,ho 48 anni,volevo chiedere un parere riguardo a problemi che ho da novembre 2024.Ho iniziato con a dimenticare ogni tanto i nomi o comunque non mi arrivano nell immediato, inoltre ho sempre un po' di confusione,gli eventi mi sembrano sempre più lontani rispetto alla realtà,la memoria è peggiorata.Ho vissuto il 2024 con forte stress,e arrivo da 5 anni con problemi di insonnia ,ora migliorata con l assunzione di sertralina e olanzapina,A febbraio 2025 mi hanno fatto fare una risonanza e test neuropsicologici entrambi con esito negativo,a settembre ho rifatto i test neuropsicologici sempre con esito negativo e a febbraio 2026 ho effettuato una PET anche questa negativa.Mi sento la mente confusa.volevo chiedere un vostro parere,io ci penso tutti i giorni da mattina a sera,non so più cosa pensare.grazie a chiunque può aiutarmi

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    capisco quanto possa essere preoccupante e faticoso convivere con queste sensazioni, soprattutto quando diventano un pensiero costante durante la giornata.
    Da ciò che descrive emergono alcuni elementi importanti. I disturbi di memoria (come difficoltà a recuperare i nomi), la sensazione di “mente confusa” e la percezione che gli eventi siano più lontani nel tempo possono essere molto spesso collegati a condizioni di stress prolungato, ansia e insonnia cronica. Lei stesso riporta un periodo di forte stress nel 2024 e diversi anni di sonno disturbato: questi fattori, soprattutto se protratti, possono incidere significativamente sulle funzioni cognitive, in particolare su attenzione, concentrazione e memoria.
    Un aspetto rassicurante, che va sottolineato, è che gli accertamenti che ha effettuato (risonanza magnetica, test neuropsicologici ripetuti e PET) risultano tutti negativi. Questo dato è molto importante perché rende poco probabile la presenza di patologie neurologiche degenerative o strutturali.
    Quello che spesso accade in situazioni simili è un circolo vizioso:


    lo stress e la stanchezza mentale riducono l’efficienza cognitiva


    le difficoltà di memoria vengono percepite con preoccupazione


    il pensiero costante (“ci penso tutti i giorni da mattina a sera”) aumenta l’ansia


    l’ansia peggiora ulteriormente concentrazione e memoria


    Inoltre, alcuni farmaci psicotropi, pur essendo utili e talvolta necessari, possono dare come effetto collaterale una certa sensazione di rallentamento o “annebbiamento” mentale, che andrebbe eventualmente valutata con il medico curante o lo psichiatra.
    La sensazione che gli eventi siano “lontani” o poco nitidi può anche rientrare in esperienze di derealizzazione o distacco, che spesso si associano a stati ansiosi o a periodi di sovraccarico emotivo.
    Alla luce di tutto questo, il quadro che descrive appare più compatibile con una condizione funzionale legata a stress, ansia e storia di insonnia, piuttosto che con una patologia neurologica, anche considerando gli esami effettuati.
    Detto ciò, il fatto che il pensiero sia diventato così pervasivo e fonte di preoccupazione merita attenzione: lavorare su questi aspetti può aiutarla a interrompere il circolo vizioso e recuperare una maggiore chiarezza mentale.
    Per questo motivo le consiglio di approfondire con uno specialista, in particolare uno psicologo o psicoterapeuta, che possa aiutarla a:


    gestire l’ansia legata ai sintomi


    ridurre il rimuginio costante


    migliorare le strategie attentive e di memoria


    lavorare sul benessere generale e sul sonno


    Resto a disposizione e le auguro di ritrovare presto maggiore serenità.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno, sono una studentessa universitaria di 20 anni e vorrei chiedervi se un mio sospetto è fondato. Sto cercando di capire se ciò che sperimento possa rientrare in un profilo di neurodivergenza (come l'ADHD) o se sia riconducibile a una disregolazione emotiva e ansiosa. Ho provato a fare una lista di ciò che provo/che ho passato:

    —Talvolta soffro di insonnia causata da pensieri stupidi che non riesco a fermare. Riesco ad addormentarmi solo se sono veramente esausta.
    —In merito ai pensieri che non riesco a fermare, mi sento come se avessi una sottospecie di disco rotto nel cervello che non smette mai di suonare.
    —Mi capita molte volte di sentirmi 'fuori luogo' e di ripensare a ciò che dico/faccio. Se commetto un errore ci rimurgino sopra per ore.
    —Ho sempre avuto difficoltà a seguire le lezioni sia scolastiche che universitarie. Dopo un po' il mio cervello si disconnette, e perdo il filo. A tal proposito, mi capita di dimenticare le cose sul momento e di interrompere una conversazione prima che mi scordo qualcosa.
    —Sotto forte stress tendo a dissociarmi.
    —A causa di molti di questi punti mi è capitato di avere episodi depressivi.

    Vorrei solo sapere se sia opportuno intraprendere un percorso diagnostico specifico o meno. Vi ringrazio per la disponibilità.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    la descrizione che porta è molto chiara e mostra una buona capacità di osservazione di sé, che è già un primo passo importante.
    I vissuti che riporta — pensieri ripetitivi difficili da interrompere, insonnia legata al rimuginio, difficoltà di concentrazione, sensazione di “disconnessione”, tendenza a ripensare a ciò che si è detto o fatto, fino ad arrivare a momenti di dissociazione sotto stress ed episodi depressivi — possono avere più possibili spiegazioni, e non sono riconducibili automaticamente a un unico quadro.
    Alcuni aspetti, come:


    la difficoltà a mantenere l’attenzione e il “perdere il filo”


    la dimenticanza e il bisogno di dire subito le cose per non scordarle


    la sensazione di mente sempre attiva


    possono essere presenti in un profilo di ADHD nell’adulto, soprattutto nella forma con prevalente disattenzione.
    Allo stesso tempo, però, altri elementi che descrive — come:


    il rimuginio costante (il “disco rotto”)


    il ripensare a errori o situazioni sociali


    l’insonnia legata ai pensieri


    la sensazione di essere “fuori luogo”


    sono molto tipici anche dei disturbi d’ansia e della disregolazione emotiva. In particolare, il rimuginio è un meccanismo centrale nell’ansia e può interferire molto con attenzione, memoria e sonno, dando l’impressione di un problema attentivo primario.
    La dissociazione sotto stress, inoltre, è una risposta che può comparire quando il sistema emotivo è sovraccarico, e non è specifica dell’ADHD.
    Un punto importante da considerare è che:
    difficoltà attentive, agitazione mentale e stanchezza possono essere secondarie all’ansia o all’umore, e non necessariamente indice di una neurodivergenza.
    allo stesso modo, ADHD e ansia possono anche coesistere.
    Per questo motivo, la sua domanda è assolutamente sensata: ha senso intraprendere un approfondimento diagnostico, ma non tanto per “darsi un’etichetta”, quanto per capire l’origine e il funzionamento di ciò che sta vivendo.
    Un percorso adeguato dovrebbe prevedere:


    una valutazione clinica approfondita (storia personale, scolastica ed emotiva)


    eventualmente test specifici per l’attenzione e l’ADHD


    un’analisi del funzionamento ansioso ed emotivo


    Questo permetterà di distinguere se si tratta di:


    un profilo ADHD


    una difficoltà principalmente ansiosa/emotiva


    oppure una combinazione di più fattori


    e soprattutto di individuare il percorso più utile per stare meglio (che può includere psicoterapia e, se necessario, altri interventi mirati).
    In sintesi: i suoi dubbi sono fondati, ma i sintomi che descrive sono trasversali e richiedono una valutazione accurata per essere compresi correttamente.
    Le consiglio quindi di approfondire con uno specialista, così da ottenere una lettura chiara e personalizzata della sua situazione.
    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve dottori,ero in una relazione con una ragazza per 4 mesi,dopo di che lei ha deciso di pinto in bianco di lasciarmi senza motivo e senza dirmelo,la incontro per strada il pomeriggio stesso e lei vedendomi cambia strada perché io volevo delucidazioni in merito,lei mi dice che non ho fatto niente di male ma non si trova più bene con me e mi ribadisce di non volere stare più con me.Da allora è iniziato il mio periodo nero ,piangevo di continuo mi mancava il respiro non riuscivo più a dormire oppure se riuscivo mi alzavo molto presto,allora ho fatto una visita psichiatrica e ho preso antidepressivi e antipsicotico e sono stato molto meglio,ora li ho sospesi perché ce la volevo fare da solo senza essere dipendente da quei farmaci ,ma ecco che dopo 6 mesi che non la vedevo la incontro nuovamente per strada e mi rifiuta ancora e ora io sto peggio,mi sento schiacciato non riesco a vivere la mia vita a pieno e la penso sempre e sto male perché non so come faccia a ignorare che io sto male dopo tanto amore che le ho dato perché fa così,sto pensando di riprendere i farmaci o fare di nuovo psicoterapia non so più che fare ditemi voi... inoltre il periodo che ci siamo lasciati quando la incontrarvo per strada inisitevo sempre nel tornare insieme e chiedere spiegazioni tanto che lei dava su tutte le furie e mi urlava tra i passanti di cui alcune persone si sono anche fermate in aiuto pensando chissà cosa volessi farle,io non capisco questo suo atteggiamento di rifiuto e mai lo capirò e fin quando non chiarisco con lei io starò sempre male e con 1000 dubbi,cosa posso fare farmaci e psicoterapia o deve passare da solo?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è un vissuto molto intenso e doloroso, che può comparire dopo una rottura sentimentale soprattutto quando avviene in modo improvviso, senza spiegazioni e senza possibilità di “chiudere” emotivamente la relazione. Il suo corpo e la sua mente stanno reagendo a una perdita percepita come incomprensibile, e i sintomi che riporta (pianto frequente, insonnia, senso di oppressione, pensieri ricorrenti) sono coerenti con uno stato di forte sofferenza emotiva e ansiosa.
    Un punto importante da chiarire è questo: il bisogno di spiegazioni è assolutamente umano, ma purtroppo non sempre può essere soddisfatto. La sua ex partner le ha comunicato, seppur in modo poco empatico, che non desidera proseguire la relazione. Il suo comportamento di evitamento e rifiuto, per quanto difficile da accettare, è coerente con questa decisione. Continuare a cercarla o a ottenere risposte rischia di mantenere e amplificare il suo stato di sofferenza, perché la espone ripetutamente a nuovi rifiuti.
    Il fatto che lei pensi “starò male finché non chiarisco con lei” è comprensibile, ma può diventare un pensiero bloccante: la chiusura emotiva, in molti casi, non dipende dall’altro ma da un processo interno di elaborazione del distacco. In altre parole, stare meglio non passa necessariamente dal ricevere spiegazioni da lei, ma dal costruire dentro di sé un senso a ciò che è accaduto e accettare che alcune domande possano restare senza risposta.
    Rispetto ai farmaci: il miglioramento che ha avuto durante la terapia farmacologica indica che in quel momento erano utili. La sospensione autonoma, però, può favorire una ricaduta dei sintomi, come sembra stia accadendo. La scelta di assumere o meno farmaci non dovrebbe essere basata sull’idea di “farcela da soli” o di “dipendenza”, ma valutata insieme a uno psichiatra, considerando benefici, tempi e modalità di sospensione.
    La psicoterapia, invece, in una situazione come la sua è particolarmente indicata. Può aiutarla a:


    elaborare la fine della relazione (un vero e proprio lutto affettivo),


    gestire i pensieri ossessivi su di lei,


    comprendere i meccanismi che la portano a cercare spiegazioni insistendo,


    ritrovare un equilibrio emotivo e un senso di sé indipendente dalla relazione.


    In sintesi, non è necessario “aspettare che passi da solo”, soprattutto se la sofferenza è così intensa e persistente. Un supporto professionale può fare una grande differenza e aiutarla a uscire da questo circolo.
    Le consiglio quindi di rivolgersi nuovamente a uno specialista (psicoterapeuta e, se necessario, psichiatra) per una valutazione approfondita e un percorso mirato.
    Un caro saluto
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


Domande più frequenti

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