Domande del paziente (21)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
dalle sue parole emerge con molta intensità quanto stia attraversando un momento di grande fragilità personale, legato a una perdita significativa, e quanto questo renda ancora più delicato e amplificato...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
la situazione che descrive può essere comprensibilmente faticosa e carica di ambivalenza: da una parte il desiderio di aiutare una ragazza in difficoltà, dall’altra il peso concreto della convivenza...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
capisco quanto la situazione che descrive possa essere per lei molto difficile, umiliante e fonte di grande disagio. A 16 anni è del tutto naturale sentire il bisogno di maggiore autonomia, di privacy...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, non è affatto anormale quello che prova. Quando ci si sente sotto attacco o esposti al giudizio degli altri, può nascere una paura molto forte, anche con sintomi fisici come quelli che descrive.
Si...
Altro
Un ragazzo non mi parla più da circa 2 mesi perché l ho ferito nel suo ego...ma ogni qual volta mi vede o dice a bassa voce parole offensive o cambia strada. Mi ha detto che non mi calcola eppure anche se gli faccio un brutto effetto comunque le sue reazioni vogliono dire che ho potere su di lui altrimenti gli sarei stata indifferente veramente. Cosa vuol dire in verità il suo modo di fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao,
le sue reazioni fanno pensare che non ci sia una vera indifferenza, ma piuttosto qualcosa che è rimasto in sospeso a livello emotivo.
Questo però non implica necessariamente che tu abbia “potere” su di lui o che ci sia un interesse: potrebbe semplicemente non aver ancora trovato un modo sereno per gestire ciò che è successo tra voi.
Può essere utile, più che concentrarti su cosa prova lui, chiederti come ti fa stare questa dinamica e cosa desideri per te.
Un saluto
Ho affrontato più percorsi di terapia diversi ma mi assilla sempre un pensiero: potrò diventare produttiva e funzionale sforzandomi e trovando tutte le strategie utili del caso, ma quello che sento davvero è incompatibile con l'idea di "guarigione" che avevo e che in genere gli altri si aspettano da me. Sono cinica e pessimista e analitica e sinceramente non trovo motivi per cambiare al di fuori di compiacere gli altri. Per non essere etichettata come arida o misantropa o ribelle. Devo considerarmi bacata o provare l'ennesimo nuovo approccio e cercare di internalizzare tutte quelle premesse che trovo sentimentali e banalizzanti e basta? Trovo molta libertà e sazietà nel pessimismo ma evidentemente le persone che mi criticano vogliono spingermi a mirare ad altro come una specie di imperativo biologico naturale che non ho mai provato
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao! Da quello che scrivi, sembra che il conflitto non sia tanto nella tua capacità di funzionare, quanto tra quello che senti dentro e le aspettative di “guarigione” degli altri. Il cinismo e il pessimismo che provi ti danno coerenza, lucidità e una sorta di libertà interiore, e non è detto che debbano essere cambiati. È comprensibile sentirsi spinti a desiderare qualcosa di diverso soprattutto per rispondere alle pressioni esterne, ma può essere utile distinguere tra ciò che vuoi davvero per te stesso e ciò che senti imposto dagli altri. In questo modo è possibile vivere il proprio modo di essere in maniera più autentica, senza sentirsi obbligati a trasformarsi per compiacere o rassicurare gli altri.
Ti invio un caro saluto e resto a disposizione per eventuali chiarimenti.
salve dottori, ho un problema con la mia attuale ragazza che non mi fa vivere bene la relazione, siamo io e 2 miei amici a una serata in discoteca e noto questa ragazza la serata finisce lì, solo che il mio amico manda la richiesta su instagram a lei senza però scriverle, passano 4 giorni e il mio amico letteralmente le scrive un messaggio rispondendo a una nota di vederci in gruppo una sera, la sera stessa appena conosciuti tutti e presentati lei però si bacia con lui si frequentano 1 settimana finiscono anche in macchina insieme post serata però senza avere rapporti perché a detta sua lei non voleva, (anche se per me per andarci in macchina l’intenzione c’è) fatto sta che dopo io e lei ci avviciniamo inizialmente in amicizia ma poi scatta qualcosa in ambito sentimentale e lei diventa pazza di me arrivando pure a venire sotto casa mia più volte nonostante i miei rifiuti, ora io non so che fare perché ci sto benissimo con questa ragazza ma l’idea che non mi abbia scelto inizialmente mi logora dentro e mi fa stare male, poi aggiungo anche il fatto che per me lei è una facile perché si è baciata con lui appena conosciuti e ha avuto rapporti con uno dopo solo 2 uscite e non è quello che cerco in una ragazza ma ormai ci tengo troppo, io ne ho parlato con lei di tutto e dice che inizialmente preferiva me al mio amico, ma la sua amica era interessa a me e quindi non ha voluto interferire, anche se non ha molto senso perché mi ha sempre dato versioni diverse e in più non c’era motivo di lasciarmi alla sua amica, lei dice che ha sempre puntato me e che tuttora vuole solo me e me lo dimostra sinceramente, non so che fare perché io ci sto male perché non è quello che cerco in una ragazza, il fatto che sia stata facile lei lo giustifica dicendo che era appena uscita da un ex tossico e voleva divertirsi, ma per me ha poca differenza perché non siamo animali e si pensa prima di agire
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao,
da quello che racconti emerge un conflitto interno piuttosto forte: da una parte stai bene con questa ragazza e riconosci che lei oggi ti dimostra interesse e coinvolgimento; dall’altra fai fatica a tollerare ciò che è successo all’inizio tra lei e il tuo amico e questo ti porta a giudicarla e a stare male.
Ti invito a soffermarti su alcuni aspetti.
Prima di tutto, quello che è accaduto all’inizio della conoscenza rientra in una fase in cui tra voi non c’era ancora un legame definito. È comprensibile che possa darti fastidio, ma è importante distinguere tra ciò che appartiene al presente della relazione e ciò che riguarda una fase precedente, in cui entrambi eravate liberi.
In secondo luogo, le parole che usi (“facile”, “non è quello che cerco”) sembrano riflettere dei tuoi valori e delle tue aspettative rispetto alla partner. Non sono “sbagliati” in sé, ma è importante chiederti quanto questi giudizi stiano influenzando il modo in cui vivi la relazione, rischiando di farti perdere di vista come lei si comporta oggi con te.
Un altro punto centrale è il tema della scelta: il fatto di non sentirti “scelto per primo” sembra toccare qualcosa di più profondo, legato forse al bisogno di sentirti speciale, preferito, o al timore di non essere abbastanza. Questo aspetto merita attenzione, perché può incidere anche in relazioni future.
Infine, prova a porti una domanda chiara: riesci ad accettare la persona che è oggi, con la sua storia e le sue scelte passate, oppure questo rimane per te un limite non superabile? Non esiste una risposta giusta in assoluto, ma è importante essere onesti con se stessi.
Se senti che questo pensiero continua a farti stare male, potrebbe essere utile approfondirlo con qualcuno, per capire meglio da dove nasce e come gestirlo.
Un saluto
Salve, sto attraversando un periodo “buio” nella relazione di convivenza con la mia compagna.
Conviviamo da 13 anni, abbiamo un figlio di 6 anni ed abbiamo fatto i nostri sbagli e avuto i nostri alti e bassi nella relazione, ma recentemente la mia compagna mi ha comunicato di non essere felice ed avere dubbi sui sentimenti nei miei confronti.
Questo pare sia dovuto a tante piccole cose che nel tempo le hanno dato fastidio, non riesce ad essere se stessa per paura di non so cosa e ora è arrivata ad essere “piena” e forse anche un pochino chiusa in se stessa.
Per me è stato un fulmine a ciel sereno, arrivato cosi dal niente e invece a quanto pare è una situazione che si porta avanti da tempo, senza che io mi accorgessi di niente e senza che lei ne parlasse con me per cercare una soluzione. Ovviamente mi sento vuoto, sconfitto, ma anche speranzoso che la situazione possa risolversi positivamente per poter tornare ad essere la famiglia che eravamo, anzi forse anche migliore andando a correggere quelli aspetti che potrebbero aver portato a questa situazione.
La mia più grande paura è ovviamente la sofferenza che potrebbe avere il bimbo, ma anche il fatto di “buttar via” quello che è stato costruito con fatica e impegno in tutti questi anni.
Non credo di averle mai fatto mancare niente, anzi è sempre stata libera di fare le sue cose, anche se alcune mi creavano delle preoccupazioni/perplessità che non ho mai nascosto, ma lei spesso ignorato.
Io mi sono reso più che disponibile a cercare di trovare una soluzione, a lavorare su noi per cercare di migliorare sugli aspetti che hanno portato a questo e ho teso la mano, ma da parte sua non capisco se questa volontà ci sia o meno, come se fosse intrappolata in un limbo e non riesco a comprendere come sia possibile questa freddezza dopo 13 anni e una famiglia costruita.
Sto cominciando ad avere grandi dubbi, tipo che sia stata con me fino ad oggi, nonostante questo suo “disagio”, solo per comodità e per paura di non restare sola, visto che i genitori vivono in un altro stato e quindi di essere stato utilizzato e preso in giro.
Come dovrei comportarmi adesso? Potremmo provare ad intraprendere inizialmente un percorso di coppia insieme ed eventualmente, se reputato necessario, in seguito anche singolarmente per poter affrontare questa problematica che stiamo vivendo?
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quanto descrive emerge chiaramente quanto questa situazione stia pesando emotivamente: è comprensibile sentirsi vuoti, scoraggiati e al tempo stesso speranzosi di poter ritrovare un equilibrio nella relazione e nella famiglia. Dopo 13 anni insieme e un figlio in comune, è naturale interrogarsi sul senso di questo cambiamento, sulle motivazioni dell’altra persona e sul proprio ruolo nella dinamica di coppia. Tuttavia, è importante ricordare che non possiamo controllare i sentimenti o i tempi dell’altro; ciò su cui possiamo agire è la nostra disponibilità al dialogo, la capacità di ascoltare e comunicare in modo chiaro e rispettoso, e la consapevolezza dei propri bisogni e limiti.
La difficoltà che descrive sembra riguardare soprattutto la percezione di distanza e di insoddisfazione nella relazione. Spesso, in relazioni di lunga durata, possono accumularsi piccoli disagi e incomprensioni che non vengono espressi fino a raggiungere un punto di saturazione. La sua reazione di sorpresa è comprensibile, ma non significa necessariamente che la relazione non abbia avuto valore o sincerità fino ad oggi; può essere piuttosto un segnale di quanto sia importante comunicare e confrontarsi in modo aperto, prima che i sentimenti si cristallizzino in distanza emotiva.
Un percorso di coppia può rappresentare uno spazio protetto per esplorare insieme queste dinamiche, capire le difficoltà reciproche e valutare possibili cambiamenti, senza che nessuno si senta giudicato o sotto accusa. Percorsi individuali, se intrapresi, possono supportare ciascuno di voi nell’elaborazione delle proprie emozioni, nella gestione dei dubbi e delle ansie, e nel chiarire valori, bisogni e priorità personali.
La preoccupazione per il bambino è naturale e importante: un clima relazionale più consapevole e comunicativo, anche in un momento di difficoltà, contribuisce a ridurre eventuali ripercussioni emotive su di lui e a proteggere la relazione genitore-figlio. Procedere con gradualità, rispetto reciproco e chiarezza sulle proprie aspettative può aiutare a prendere decisioni più consapevoli per il futuro della relazione e della famiglia.
In definitiva, è comprensibile provare dubbi, paura e incertezza in un momento così delicato; allo stesso tempo, questi sentimenti possono diventare punti di partenza per riflettere su ciò che ciascuno desidera realmente e su come sia possibile affrontare insieme le difficoltà, mantenendo attenzione e cura verso tutti i membri della famiglia.
Cordiali saluti.
salve dottori, sono in una situazione in cui non capisco e non so cosa fare nel concreto..sono una ragazza di 25 anni, mi sono lasciata con il mio fidanzato (lui più grande di 20 anni), per vari motivi, tra cui non riuscivamo a comunicare, perché lui non voleva le discussioni, vuole stare tranquillo nella relazione, quando io invece voglio avere il confronto, discutere ecc, dall'altra parte avevo riniziato a sentirmi con un amico con cui mi ero frequentata a distanza qualche anno prima, siamo sempre rimasti in buoni rapporti, ci sono semrpe stata per lui e lui mi ha sempre ascoltato e capito ecco..ci siamo rivisti in amicizia un pò di giorni fa, diciamo che ho avuto un senso di colpa nei confronti dell'ex perché comunque ci vedevamo ancora e qualcosa ancora c'è tra me e lui, però vedendo questo amico diciamo che c'è stato qualche bacio, mi sento in colpa perché il mio ex mi ha detto che se fosse successo qualcosa l'avrei perso per sempre ecc..il punto è che sto seguendo un percorso con un professionista, solo che non lo so, non trovo le risposte, mi ha fatto fare un esercizio diciamo di rappresentare la relazione con il mio ex, e comunque si è capito che non mi sento in una relazione e neanche con il mio amico, diciamo che questo mi ha un pò lasciato cosi cosi..non me lo aspettavo ecco, in più mi dice sempre di vedere me, e ciò che provo e sento io, perché parlo sempre delle due parti e dell'esterno, mai di me e di come sto io..però è difficile e quello che vorrei sono cose concrete e non so come fare, vorrei più consigli, ad esempio anche come rapportarmi con il mio ex se lui vuole ancora stare con me, ma io non lo so..se magari voglio ancora vedere questo amico e anche se succede qualcosa..cioè non so come comportarmi e cosa sento non lo so..come posso avere consigli o qualcosa di concreto in modo da capire di più?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, grazie per aver condiviso i tuoi pensieri e sentimenti con tanta sincerità. Quello che descrivi è molto comprensibile: chiudere una relazione importante, gestire il senso di colpa e, allo stesso tempo, esplorare un legame con un’altra persona può creare molta confusione e incertezza.
Dal tuo racconto emerge che ti trovi tra ciò che senti verso il tuo ex, ciò che provi con il tuo amico e il desiderio di capire meglio te stessa. Questo senso di “non sapere cosa sento” è normale: spesso i sentimenti non sono immediatamente chiari, e a volte solo osservarli con attenzione, senza giudicarli, può aiutare a far emergere quello che davvero conta per te.
Un punto importante che emerge è il bisogno di vedere e ascoltare te stessa, al di là delle aspettative degli altri. Questo significa concederti spazio per capire quali emozioni provi davvero, cosa desideri per te in una relazione, e quali valori o limiti sono importanti per te. Non si tratta di prendere subito decisioni concrete, ma di comprendere le tue motivazioni, i tuoi bisogni e i tuoi desideri.
Riguardo ai tuoi rapporti: può essere utile mantenere dialoghi chiari e rispettosi con le persone coinvolte, senza sentirsi obbligata a fare subito scelte definitive, ma prendendo tempo per riflettere su come vuoi relazionarti con ciascuno di loro.
Infine, il percorso che stai seguendo con il professionista è uno spazio prezioso per esplorare queste dinamiche: a volte gli esercizi come quello che ti ha proposto servono proprio a far emergere che non siamo ancora pronti a risposte immediate, e questo è parte del processo di conoscenza di sé. Può essere utile portare proprio questa tua difficoltà al terapeuta, così da ricevere supporto nel tradurre le emozioni in passi concreti, senza sentirti sopraffatta.
Ricorda: non c’è fretta di trovare risposte definitive. Prendersi cura di sé e dei propri sentimenti, anche solo osservandoli e nominandoli, è già un passo significativo.
Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che sta vivendo. Da quello che racconta, è probabile che questi incontri con il suo ex stimolino emozioni molto intense e contrastanti. È normale sentirsi agitati, tremare o avere bisogno di fermarsi dopo, perché il corpo reagisce spesso prima della mente quando ci troviamo di fronte a situazioni che toccano sentimenti profondi di perdita, rifiuto o incompiuto.
È possibile che ciò che percepisce nei suoi comportamenti — lo sguardo basso, la fretta, il non saluto — attivi in lei sensazioni di invisibilità o di frustrazione, e questo può far emergere anche il desiderio di essere vista, riconosciuta e rispettata. Non c’è un modo “giusto” o “sbagliato” di reagire: può essere già un passo importante concedersi di osservare le proprie emozioni, accogliere il tremore o l’agitazione, senza sentirsi obbligati a comportarsi in un certo modo.
Può essere utile provare a portare l’attenzione su lei stessa in quei momenti: notare come respira, come sente il corpo, cosa emerge dentro di lei, senza sentirsi costretta a interagire o a rispondere agli stimoli esterni. Questo tipo di attenzione può aiutarla a comprendere gradualmente cosa sente davvero e quali sono i suoi bisogni emotivi.
È probabile che, con il tempo e con la riflessione guidata dal percorso terapeutico che sta seguendo, diventi più semplice affrontare questi incontri senza sentirsi sopraffatti, sentendo maggiore sicurezza nel riconoscere e rispettare i tuoi confini emotivi. Essere timidi, introversi o sensibili non è un limite: può essere anche un modo profondo e autentico di sentire e vivere le relazioni. Auguro Buona Pasqua anche a lei!
Buonasera mia figlia di 13 anni soffre di autolesionismo.adesso è la terza volta che vedo sulle braccia dei piccoli graffi ,ho sempre chiesto spiegazioni e lei mi dice che lo fa solo quando litiga con il suo fidanzatino.Ho paura di parlarne con il padre perché non capirebbe e la potrebbe rinchiudere in casa e togliere completamente in cell.Ho paura di come si possa evolvere questa situazione e non so come gestirla.E’ una ragazza bellissima ,ha amici,esce e sempre ben vestita non le facciamo mancare niente ma evidentemente le manca qualcosa.sSpero di avere una risposta grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve. La ringrazio per aver condiviso una preoccupazione così delicata. Si sente quanto Lei sia attenta a Sua figlia e quanto questa situazione La stia mettendo in allarme e in difficoltà.
Quello che descrive può essere molto spaventante per un genitore, soprattutto perché l’autolesionismo tocca qualcosa di profondo e difficile da comprendere fino in fondo. È importante però sapere che, in molti casi, questi comportamenti non hanno l’intento di “farsi del male” nel senso più estremo, ma rappresentano piuttosto un modo, ancora immaturo, di gestire emozioni intense che la ragazza fatica a esprimere o a regolare diversamente.
Il fatto che Sua figlia colleghi questi episodi ai litigi con il fidanzatino è significativo: può darsi che in quei momenti si attivino vissuti molto forti — come rabbia, tristezza, paura di perdere l’altro o di non essere abbastanza — che per lei diventano difficili da contenere. Il gesto sul corpo, in questi casi, può avere la funzione di “scaricare” o rendere più tollerabile ciò che sente dentro.
Colpisce anche ciò che Lei dice: “non le facciamo mancare niente ma evidentemente le manca qualcosa”. A volte quel “qualcosa” non riguarda tanto ciò che si offre dall’esterno, ma uno spazio in cui sentirsi compresa profondamente nelle proprie emozioni, anche quelle più scomode o contraddittorie, che in adolescenza possono essere particolarmente intense.
Rispetto a come muoversi, può essere utile provare ad avvicinarsi a Sua figlia in modo non giudicante, evitando sia di minimizzare sia di reagire con eccessiva allarme o controllo. Più che concentrarsi subito sul comportamento in sé, potrebbe aiutarla sentirsi ascoltata su ciò che prova, soprattutto nei momenti di conflitto relazionale.
Allo stesso tempo, considerando la giovane età e la ripetizione degli episodi, ritengo importante non affrontare tutto questo da sola: un confronto con uno psicologo o psicoterapeuta potrebbe offrire a Sua figlia uno spazio adeguato per comprendere e trasformare queste modalità, e a Lei un supporto nel capire come accompagnarla.
Per quanto riguarda il padre, comprendo il timore della Sua reazione: potrebbe essere utile, se possibile, trovare un modo per coinvolgerlo gradualmente, aiutandolo a comprendere che si tratta di una difficoltà emotiva e non di un comportamento da gestire solo con restrizioni o punizioni.
Intervenire con sensibilità e tempestività, come Lei sta cercando di fare, è già un passo molto importante.
Ho 18 anni, sono completamente perso, a livello lavorativo, relazionare, familiare, insomma diciamo tutto.
Però è da un po’ di tempo che ho un peso dentro che non so come risolvere e cioè che non so cosa fare della mia vita, so che se trovassi la mia passione farei di tutto per eccellere però purtroppo tutto mi annoia, mi sembra brutto, inutile, limitante, privo di possibilità di crescita.
Cerco questa scintilla per dare un senso alla mia vita, per trasformarla in una attività, che è una cosa che sogno da parecchio tempo, ma comunque niente da fare.
Ora sono in una fase molto brutta anche con il mio attuale lavoro, c’è un bruttissimo rapporto tra me, i colleghi e il capo. Non so veramente cosa fare, sembra un periodo infinito e dove non ho scelta, anche per le strette opportunità che ho date dal fatto che non ho conseguito il diploma ma bensì ho una qualifica professionale.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, La ringrazio per aver condiviso con tanta apertura ciò che sta vivendo. Dalle Sue parole emerge un senso di smarrimento profondo, come se in questo momento tutto risultasse poco significativo, distante, difficile da sentire come realmente “Suo”.
Colpisce la presenza, da una parte, di un desiderio intenso di trovare qualcosa che La appassioni e Le dia un senso di direzione, e dall’altra la sensazione che nulla riesca a rispondere a questo bisogno. Questa tensione può essere molto faticosa da sostenere e, a volte, può portare a percepire ogni possibilità come insufficiente o limitante.
In alcuni momenti della vita, soprattutto in fasi di passaggio come quella che sta attraversando, può accadere che non sia tanto assente una direzione, quanto piuttosto difficile entrare in contatto con ciò che si desidera davvero, oppure riconoscere valore a ciò che è possibile nel presente, anche se imperfetto. Quando il bisogno di trovare “qualcosa di giusto” è molto forte, il rischio è che tutto il resto perda significato.
Anche il contesto lavorativo che descrive sembra contribuire a questo vissuto: relazioni tese o poco soddisfacenti possono incidere profondamente sulla motivazione e sulla percezione delle proprie possibilità.
Potrebbe essere utile, in questa fase, provare a fare un passo leggermente diverso: invece di cercare subito “la strada giusta”, iniziare a fare piccole esperienze, anche temporanee o imperfette, osservando come si sente mentre le vive, senza la pressione di dover trovare subito qualcosa di definitivo. Allo stesso tempo, dedicare uno spazio per riflettere su ciò che prova — anche attraverso un confronto con un professionista — può aiutarLa a dare un significato più chiaro a questo senso di vuoto e a orientarsi con maggiore consapevolezza.
Concedersi questo tempo di esplorazione, senza aspettative troppo rigide, può essere già un primo passo importante per uscire dalla sensazione di blocco. A presto.
Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
Grazie per le vostre eventuali risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge un vissuto di disagio che non riguarda soltanto la dimensione del tempo libero o della vita sociale nel weekend, ma il modo in cui questa fase sta venendo progressivamente interpretata e vissuta sul piano personale.
Colpisce in particolare come una condizione attuale di minore attività e di ridefinizione delle abitudini sociali e lavorative stia assumendo rapidamente un significato globale, fino a tradursi in un giudizio negativo su di Sé. In questo processo, una difficoltà circoscritta rischia di essere letta come una caratteristica identitaria (“essere sbagliata”, “non essere abbastanza”).
In situazioni in cui vengono meno alcune strutture quotidiane stabili — come impegni formativi, lavorativi o reti sociali consolidate — è frequente che aumentino il confronto con gli altri e la tendenza a leggere la propria condizione in termini svalutanti. Questo può amplificare la percezione di vuoto e di immobilità, soprattutto quando si osserva la propria esperienza attraverso il parametro di ciò che “dovrebbe” essere una vita sociale soddisfacente.
Il confronto sociale e la FOMO, in questo senso, possono contribuire a una rappresentazione parziale e selettiva della realtà, in cui la propria esperienza viene percepita come deficitaria rispetto a quella altrui.
Più che come espressione di una mancanza personale, la situazione descritta può essere compresa come una fase di transizione, in cui alcuni equilibri precedenti si sono modificati e in cui si sta ancora riorganizzando il proprio assetto quotidiano e relazionale.
Può essere rilevante distinguere tra la realtà dei cambiamenti in corso e le conclusioni globali e autovalutative che ne vengono tratte, poiché è spesso proprio questo passaggio a contribuire al mantenimento del disagio emotivo.
In parallelo, può essere utile favorire gradualmente la ripresa di attività e contesti di esperienza, non con l’obiettivo immediato di “risolvere” il senso di vuoto, ma di riattivare progressivamente una percezione di movimento e possibilità personale. Grazie
Salve , ho una situazione con una ragazza che lavora che mi fa male. Dal giorno 1 eravamo vicini, connessi, sempre a parlare e c'erano di interesse foete da entrambe le parti. Col tempo, anche dopo qualche uscita, tutto e svanito. Quando le dissi che mi piaceva tanto, mi disse che mi vedeva come un fratellino avendo 6 anni in piu di me. Fatto sta che i rapporti erano sempre buoni, fino a che ho avuto un periodo molto buio tra gennaio e marzo dove avevo scoperto che aveva detto di questa mia confessione in giro con amici nostri. Questa cosa mi ha fatto arrabbiare, le ho levato il saluto e non abbiamo piu avuto contatti a parte visivi dato che ci vediamo tutti i giorni a lavoro. Io sto male, non so più che fare e credo di averla trattata male. Mi manca tuttoo, vorrei solo prenderla e abbracciarla e dirle che e tutta colpa mia, che lei è unica e che io le voglio bene ma è.come se avessi preso l abitudine di non calcolarla. cosa faccio?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, da quello che descrive sembra che Lei si trovi dentro un’esperienza emotivamente molto intensa, in cui si intrecciano affetto, delusione, rabbia e senso di colpa. Quando un legame nasce con una forte vicinanza e una sensazione di “connessione”, è naturale che la sua trasformazione o perdita venga vissuta quasi come un vuoto difficile da tollerare.
Il momento in cui lei si è esposto esprimendo i suoi sentimenti appare come un passaggio importante: da una parte un gesto autentico, dall’altra qualcosa che l’ha resa più vulnerabile. La risposta di lei, e soprattutto il fatto che la sua confidenza sia stata condivisa con altri, può aver toccato aspetti profondi legati al sentirsi non riconosciuto o non rispettato, attivando comprensibilmente rabbia e una reazione di chiusura.
Il fatto che oggi Lei senta di averla “trattata male” e provi il desiderio di riavvicinarsi, fino quasi a idealizzarla (“è unica”), potrebbe indicare una certa oscillazione tra vissuti opposti: da un lato il bisogno di proteggersi prendendo distanza, dall’altro il desiderio di recuperare il legame e riparare. Questo movimento interno è molto umano, ma merita di essere compreso con attenzione.
Potrebbe esserle utile chiedersi: cosa rappresentava per lei questa relazione? Cosa ha significato sentirsi rifiutato o esposto? E ancora, il desiderio attuale di riavvicinarsi nasce più dal bisogno di lei in quanto persona, o dal tentativo di alleviare il disagio e il senso di colpa che sta provando?
Prima di un eventuale gesto nei suoi confronti, potrebbe essere importante soffermarsi su questi aspetti interni, per evitare di agire in modo impulsivo o guidato solo dall’urgenza emotiva del momento. Se poi sentirà che un chiarimento è davvero importante per lei, potrà eventualmente cercare un contatto più autentico e rispettoso, senza però perdere di vista anche il suo bisogno di tutela.
Se questa situazione continua a farla stare così male, potrebbe essere utile parlarne in uno spazio psicologico dedicato, dove poter approfondire meglio questi vissuti e comprendere cosa si sta muovendo dentro di lei in questa relazione. A presto
Buonasera Cari Dottori, Vi scrivo per chiederVi pareri..sto seguendo un corso per la seconda volta perché non mi sentivo pronta per l'esame..ma il professore quando fa domande riguardanti gli argomenti di lezione, le mie risposte seppur giuste è come se non andassero mai bene perché il professore dice "non sei stata precisa" oppure "non devi essere troppo precisa", altra volta "ho capito, ma quale è il perché?" . Ieri, ho sbagliato una risposta e lui ha detto"non dovete rispondere a caso " "voi non vi chiarite i dubbi"in realtà mi sono sentita offesa anche se ha parlato al plurale.. quando rispondo è perché ho delle conoscenze di altri esami , non parlo per aprire bocca ma non ho potuto difendermi, replicare, fargli capire che non è come pensa lui..non mi ha mai detto brava come mi è stato detto da alcuni altri docenti eppure l'anno scorso ad un convegno mi ha salutata dicendomi che avevo fatto bene a partecipare ..non capisco questo cambiamento di comportamento..mi sento svalutata..già di mio ho una bassa autostima, sono sensibile, introversa, timida ed il fatto di rispondere alle lezioni mi ha sempre aiutato, mi dà più forza, stimolo anche se prima di rispondere sento il cuore che batte, a volte tremo, imbarazzo..però con questo professore mi sembra di non essere compresa, a volte è come se io dicessi "A" e lui "B".. Grazie per i vostri consigli. Buona Serata.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che racconta emerge chiaramente quanto questa situazione la faccia sentire ferita e confusa. Lei si espone, nonostante l’ansia e la timidezza, e questo è tutt’altro che scontato; quando però le sue risposte vengono corrette in modo che le appare contraddittorio o poco chiaro, è comprensibile che possa sentirsi non capita e, ancora di più, svalutata.
Sembra esserci, da parte del professore, una richiesta implicita di andare oltre la risposta “giusta” in senso nozionistico, cercando forse un ragionamento più personale o il “perché” delle cose. Tuttavia, il modo in cui Le viene restituito questo aspetto non sembra aiutarla a orientarsi, anzi rischia di aumentare il senso di incertezza, come se qualunque risposta non fosse mai del tutto adeguata.
Quello che colpisce è anche quanto il suo giudizio abbia un peso emotivo importante per Lei: quando una figura autorevole rimanda qualcosa di poco chiaro o critico, può facilmente riattivare vissuti di insicurezza e di “non essere abbastanza”. In questo senso, il dolore che prova va preso sul serio, perché non riguarda solo l’episodio in sé, ma qualcosa di più profondo nel modo in cui lei vive il giudizio e il riconoscimento.
Allo stesso tempo, il fatto che continui a intervenire, pur con il cuore che batte e il timore di sbagliare, parla di una parte di Lei che desidera mettersi in gioco e crescere. Questa è una risorsa preziosa, che merita di essere riconosciuta, indipendentemente dallo stile di quel singolo docente.
Se possibile, potrebbe esserle utile provare a chiedere in modo diretto cosa si aspetta nelle risposte, così da ridurre quel senso di incomprensione. Parallelamente, può essere importante iniziare a differenziare il valore che attribuisce a sé stessa dal rimando di una singola persona, per quanto significativa.
Se sente che queste situazioni La toccano spesso e con intensità, uno spazio di ascolto personale potrebbe aiutarLa a comprendere meglio questi vissuti e a sentirsi più solida di fronte al giudizio. Resto a sua disposizione.
Un caro saluto.
Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da circa qualche mese, abbiamo 22 anni di differenza, stavamo insieme da 3 anni circa, diciamo che da circa inizio anno ho iniziato a risentire un mio amico con cui mi frequentavo a distanza diciamo circa prima del mio ex, con lui mi sono sempre sfogata, sentita capita e forse questo, che non trovavo nel mio ex, mi ha fatto avvicinare a lui, e tutt'ora ho un non so quale sentimento nei suoi confronti, con lui oltretutto ci dobbiamo rivedere in questi giorni, dopo esserci visto un mese fa già, in amicizia anche se c'è stato qualche bacio. Inoltre però col mio ex ci continuavamo a vedere perché io non riuscivo a distaccarmi, a lasciarlo andare, nonostante continuassi a non vedere cambiamenti da parte sua, nonostante continuassimo a discutere, a vedere cose che non mi stavano bene..con questo amico ora mi devo rivedere ma ho paura, perché in questo periodo ho di nuovo riprovato qualcosa per lui, ma è come se andassi a periodi, non so come sentirmi, come riconoscere ciò che provo..mi piace ma allo stesso tempo voglio essere libera o comunque ho paura che poi ci sono atteggiamenti o comportamenti anche banali che non mi piacciono..quindi ritorno sui miei passi e non mi piace più, ma è ovvio che se lo vedo magari vorrei baciarlo, parlare, stare insieme ecc..mi spaventa questo perché non so come riconoscere il tutto, cosa fare, lasciare che le cose vadano da se e vedere come va oppure cosa? non riesco a dare un nome a tutto ciò, a come mi sento...a cosa provo, ho paura di non so neanche cosa, di vederlo e non sapere cosa fare per paura..non lo so
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, da come scrive si sente bene una cosa: non è tanto “confusa”, quanto in una fase in cui le emozioni ci sono tutte insieme e si accavallano. Desiderio, paura, curiosità, bisogno di vicinanza, ma anche il timore di ricascare in dinamiche che già l’hanno fatta soffrire.
Questa alternanza “mi piace / non mi piace”, “lo voglio vedere / mi spaventa” spesso non è incoerenza, ma un modo in cui la mente prova a proteggersi. Quando una persona ha vissuto relazioni faticose o poco rassicuranti, può succedere che appena si crea un coinvolgimento reale scatti anche una parte più difensiva: cerca difetti, immagina che qualcosa non vada, anticipa il rischio di soffrire.
Nel suo caso sembra esserci anche un nodo importante: con il suo ex, nonostante la relazione fosse già insoddisfacente, faceva fatica a staccarsi del tutto. Questo “restare in mezzo” spesso lascia una sorta di sospensione emotiva che poi si porta anche dentro i legami successivi.
Per quanto riguarda questo amico, non è strano che ci sia attrazione e al tempo stesso esitazione. Il punto non è tanto decidere subito “cosa sia giusto fare”, ma osservare cosa le succede quando lo incontra: si sente più libera o più in tensione? più sé stessa o più in allerta? più accolta o più in dubbio?
A volte il bisogno di avere subito una definizione (“è la persona giusta oppure no?”) aumenta proprio l’ansia e la confusione. In realtà, spesso le emozioni si chiariscono nel tempo attraverso l’esperienza, non prima.
Può concedersi di vivere questa fase con più gradualità, senza la pressione di dover capire tutto subito. Con il tempo, ascoltandosi con un po’ più di calma, le sue sensazioni tenderanno a diventare più riconoscibili e meno caotiche.
Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.
Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.
Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.
Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.
La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
(scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, la sua storia porta con sé una grande intensità emotiva e una connessione che, nel tempo, sembra essere diventata molto più di una semplice frequentazione.
Per mesi tra voi si è costruito un legame fatto di presenza quotidiana, condivisione costante e un livello di intimità emotiva e fisica che ha inevitabilmente reso il rapporto significativo per entrambi. In questi casi è comprensibile che i confini tra amicizia, attaccamento e coinvolgimento affettivo diventino gradualmente meno definiti.
La situazione che descrive contiene però una forte ambivalenza: da un lato un legame vissuto come autentico e profondo, dall’altro una realtà concreta che non ha mai permesso una piena possibilità di scelta condivisa e stabile. Questa tensione, nel tempo, può diventare difficile da sostenere e creare un vissuto di sofferenza e disallineamento.
La decisione di lui di interrompere sembra inserirsi più in questa difficoltà interna a reggere la complessità della situazione che in una negazione del legame stesso. Spesso, infatti, non è il sentimento a mancare, ma la possibilità di dargli una forma coerente con il resto della propria vita e dei propri legami.
È del tutto comprensibile che ora si senta spaesata: non sta elaborando solo la perdita di una persona, ma anche la perdita di una presenza quotidiana che aveva assunto un ruolo importante nel suo equilibrio emotivo.
In questi momenti può essere difficile dare subito un significato definitivo a ciò che è accaduto. A volte, più che cercare una risposta immediata, può essere utile riconoscere il valore di ciò che ha vissuto e ciò che questo legame ha attivato dentro di lei.
Con il tempo, l’esperienza tenderà a prendere una forma più chiara e meno dolorosa, lasciando spazio a una comprensione più stabile di sé e dei propri bisogni relazionali.
Le auguro di potersi concedere questo passaggio con rispetto e delicatezza verso sé stessa, senza sminuire ciò che ha provato.
Un caro saluto.
Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che racconta fa pensare a una sofferenza che va avanti da molto tempo e che sembra emergere soprattutto quando entra in gioco la vicinanza emotiva e affettiva. Nel suo racconto si percepisce molto chiaramente un movimento continuo tra desiderio di relazione e bisogno di allontanarsi, come se l’intimità da una parte la attirasse profondamente e dall’altra la esponesse a una forte ansia.
I pensieri che descrive sull’aspetto fisico, sull’odore, sulla pulizia o sui comportamenti del suo partner sembrano assumere una forma molto invasiva, fino a condizionare il modo in cui vive la relazione e ciò che prova nei suoi confronti. Ma il fatto di avere questi pensieri non significa automaticamente che non lo ami o che la relazione sia “sbagliata”. Spesso, quando si vive molta ansia nelle relazioni, la mente cerca continuamente conferme e segnali per capire se si sta con la persona giusta, e ogni dettaglio può diventare motivo di dubbio o repulsione.
Nel suo racconto emerge anche quanto il tema del giudizio e della vergogna abbia avuto un peso importante fin dall’adolescenza. Alcune esperienze che ha vissuto sembrano aver lasciato ferite profonde nel modo di percepire sé stessa, il proprio valore e la possibilità di sentirsi al sicuro in una relazione.
Mi sembra importante il fatto che abbia iniziato un nuovo percorso di psicoterapia, soprattutto perché la sua sofferenza non riguarda solo questa relazione, ma sembra inserirsi in modalità emotive e relazionali che si ripetono nel tempo. La paura di scoprire di non aver mai amato davvero il suo partner è comprensibile, ma credo che in questo momento sia più importante cercare di capire cosa accade dentro di lei quando entra in contatto con l’intimità, il coinvolgimento e la possibilità di affidarsi emotivamente a qualcuno.
Il fatto che i pensieri siano aumentati dopo l’interruzione della paroxetina è inoltre un aspetto importante da condividere con i professionisti che la seguono.
Le auguro di poter trovare, all’interno della terapia, uno spazio in cui sentirsi accolta senza il bisogno di giudicarsi continuamente o di dover trovare subito una risposta definitiva sui suoi sentimenti.
Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La ringrazio per aver condiviso la sua situazione, che appare complessa e molto carica emotivamente.
Il cambiamento che ha intrapreso negli ultimi mesi è importante: trasferirsi in un’altra città, iniziare uno stage e provare a costruire una propria autonomia rappresenta già di per sé una fase di grande transizione.
Colpisce come l’esperienza dello stage, in particolare, non si sia conclusa solo come difficoltà lavorativa, ma abbia avuto un impatto forte anche sul piano emotivo e dell’autostima. Le criticità relazionali e le frasi vissute come svalutanti sembrano aver attivato una profonda insicurezza, facendo emergere la paura di non essere all’altezza o di fallire.
È comprensibile che, dopo un’esperienza di questo tipo, l’idea di ricominciare in un nuovo contesto lavorativo generi ansia anticipatoria e timore del giudizio. In questi casi, la mente tende spesso a generalizzare l’esperienza negativa, come se potesse ripetersi ovunque, aumentando così il blocco e la fatica nell’agire.
Allo stesso tempo, emerge chiaramente anche una forte motivazione a restare e costruire la propria indipendenza, sia economica che personale. Questa parte più orientata al futuro è un elemento importante su cui poter fare leva.
In questa fase sembra che convivano due spinte opposte: il desiderio di costruire una vita autonoma e la paura di non farcela. Questa ambivalenza può rendere tutto più faticoso e rallentare la possibilità di muoversi con maggiore sicurezza.
Più che fissare un limite rigido di tempo, potrebbe esserle utile concentrarsi su obiettivi piccoli e concreti, riducendo il peso del “tutto o niente” e cercando di non interpretare ogni esito come una valutazione personale del suo valore.
Il fatto che stia già seguendo un percorso psicologico rappresenta una risorsa importante, soprattutto per lavorare sull’ansia anticipatoria, sull’autostima e sul senso di efficacia personale, che sembrano nodi centrali in questa fase.
Non si tratta di aver “sbagliato tutto”, ma di attraversare una fase di costruzione che, per sua natura, porta anche incertezza e momenti di blocco. Con il tempo e con passi graduali, è possibile ritrovare una direzione più stabile e coerente con i suoi obiettivi.
Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.
Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.
Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.
Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.
Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.
A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.
Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.
Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.
In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.
È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.
Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.
Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.
Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.
Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.
Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.
Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dal suo racconto emerge una grande fatica emotiva che sembra accompagnarla da molto tempo, soprattutto nelle relazioni affettive. Colpisce come, nelle diverse storie che descrive, finisca spesso per assumere un ruolo molto “responsabile”: si prende carico dell’altro, cerca di sostenere, aiutare, dare stabilità, mettere al centro i bisogni della partner. Tuttavia, parallelamente, sembra restare poco spazio per i suoi bisogni emotivi profondi, che infatti tornano poi sotto forma di tristezza, senso di non essere valorizzato, paura di non meritare amore o felicità.
Mi sembra importante sottolineare un aspetto: il problema probabilmente non è soltanto “lasciare o non lasciare” questa relazione. La sofferenza che descrive sembra toccare qualcosa di più profondo, legato al modo in cui vive il suo valore personale all’interno del rapporto con l’altro. Lei stesso racconta di aver cambiato più volte sé stesso per sentirsi “all’altezza”, quasi come se l’amore dovesse essere continuamente guadagnato attraverso prestazioni, sacrifici o adattamenti.
Anche il tema della disparità relazionale ritorna spesso nel suo racconto: da un lato il desiderio di sentirsi amato e rassicurato, dall’altro la sensazione di portare tutto sulle spalle e di non ricevere un riconoscimento equivalente. Questo può generare molta ambivalenza: affetto e paura di perdere la relazione convivono con rabbia, frustrazione e senso di solitudine.
Inoltre, dopo una relazione molto lunga e una separazione complessa, sembra essere entrato rapidamente in altre relazioni intense, senza forse avere davvero il tempo di elaborare ciò che aveva vissuto, comprendere i suoi bisogni affettivi e ritrovare un equilibrio personale indipendente dalla coppia.
Credo che il lavoro psicologico, nel suo caso, potrebbe essere utile non tanto per “decidere cosa fare” nell’immediato, ma per aiutarla a comprendere alcuni schemi relazionali che sembrano ripetersi: il bisogno di sentirsi necessario, la paura di non bastare, il timore dell’abbandono, la difficoltà a mettere confini e a riconoscere pienamente ciò che desidera lei. Capita anche che un percorso terapeutico non funzioni perché non ci si sente compresi, accolti o in sintonia con il professionista. Questo non significa necessariamente che la psicoterapia non possa aiutarla: a volte è importante trovare un terapeuta con cui costruire un’alleanza autentica e sentirsi libero di portare anche le emozioni più difficili, senza sentirsi giudicato.
Le auguro di poter trovare uno spazio in cui mettere davvero al centro sé stesso, non solo come partner o come persona che sostiene gli altri, ma come persona con bisogni, limiti, desideri e fragilità che meritano ascolto.
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