Domande del paziente (621)
Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. La ringrazio per aver condiviso parte del suo vissuto. Da ciò che racconta, il tema non sembra riguardare solo “sapere cosa mangiare” o trovare un altro metodo pratico, ma il significato emotivo che il cibo ha assunto nella sua vita: consolazione, controllo, privazione, ricompensa, dipendenza, colpa. Quando il rapporto con il cibo è così antico e carico, le sole diete rischiano di rinforzare il circolo privazione-perdita di controllo-recupero del peso. Più che puntare a considerare il cibo solo come “mezzo di sussistenza”, potrebbe essere utile costruire un rapporto più libero, meno conflittuale e meno giudicante con l’alimentazione e con il corpo. Le consiglierei di rivolgersi a un professionista esperto in disturbi del comportamento alimentare, possibilmente in un lavoro integrato con medico e nutrizionista. Un sostegno psicologico, online o in presenza, potrebbe aiutarla a lavorare sulle emozioni che si attivano intorno al cibo e a uscire gradualmente da questo circolo senza affidarsi solo alla forza di volontà.
Le auguro una buona giornata.
Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da circa qualche mese, abbiamo 22 anni di differenza, stavamo insieme da 3 anni circa, diciamo che da circa inizio anno ho iniziato a risentire un mio amico con cui mi frequentavo a distanza diciamo circa prima del mio ex, con lui mi sono sempre sfogata, sentita capita e forse questo, che non trovavo nel mio ex, mi ha fatto avvicinare a lui, e tutt'ora ho un non so quale sentimento nei suoi confronti, con lui oltretutto ci dobbiamo rivedere in questi giorni, dopo esserci visto un mese fa già, in amicizia anche se c'è stato qualche bacio. Inoltre però col mio ex ci continuavamo a vedere perché io non riuscivo a distaccarmi, a lasciarlo andare, nonostante continuassi a non vedere cambiamenti da parte sua, nonostante continuassimo a discutere, a vedere cose che non mi stavano bene..con questo amico ora mi devo rivedere ma ho paura, perché in questo periodo ho di nuovo riprovato qualcosa per lui, ma è come se andassi a periodi, non so come sentirmi, come riconoscere ciò che provo..mi piace ma allo stesso tempo voglio essere libera o comunque ho paura che poi ci sono atteggiamenti o comportamenti anche banali che non mi piacciono..quindi ritorno sui miei passi e non mi piace più, ma è ovvio che se lo vedo magari vorrei baciarlo, parlare, stare insieme ecc..mi spaventa questo perché non so come riconoscere il tutto, cosa fare, lasciare che le cose vadano da se e vedere come va oppure cosa? non riesco a dare un nome a tutto ciò, a come mi sento...a cosa provo, ho paura di non so neanche cosa, di vederlo e non sapere cosa fare per paura..non lo so
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Da ciò che racconta, sembra che stia attraversando una fase di forte confusione emotiva, in cui si intrecciano la difficoltà a chiudere davvero con il suo ex, il bisogno di sentirsi capita, il desiderio di libertà e l’interesse per questo amico. Dopo una relazione importante, soprattutto se faticosa e con molte discussioni, può essere difficile capire se ciò che si prova per un’altra persona sia desiderio autentico, bisogno di conforto, paura della solitudine o voglia di sentirsi di nuovo vista. Forse, prima di cercare subito un nome definitivo per ciò che sente, potrebbe essere utile concedersi tempo e non trasformare l’incontro in una scelta immediata. Può vederlo, ma restando attenta ai suoi confini e chiedendosi cosa le fa bene davvero, senza usare questa nuova possibilità per non sentire il distacco dall’ex. Un sostegno psicologico, online o in presenza, potrebbe aiutarla a fare chiarezza sui suoi bisogni affettivi e a vivere questa fase con più consapevolezza e meno paura.
Le auguro una buona giornata.
Buongiorno. La mia ragazza ha sognato di fare del sesso o di strusciarsi (lei dice che era strusciarsi) con un altro ragazzo (è capitato mentre dormiva accanto a me nella realtà, viviamo insieme) il ragazzo del sogno era un ragazzo che ha sempre reputato bello è una cosa normale secondo te? , poi al risveglio lo ha confessato. E si è svegliata perché aveva un capello davanti agli occhi. Me ne sono accorto perché muoveva il bacino velocemente e aveva un respiro accelerato.
Cosa vuol dire tutto ciò? Che desidera lui? Che lo farebbe o vorrebbe farlo con lui?
Vi ringrazio in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Un sogno a contenuto sessuale non va interpretato in modo letterale né considerato automaticamente come un desiderio reale o un’intenzione di tradire. Durante il sonno possono comparire immagini, sensazioni corporee e reazioni fisiche che non dipendono da una scelta consapevole e che non dicono necessariamente qualcosa sulla volontà della persona. Il fatto che la sua ragazza glielo abbia raccontato può essere letto anche come un segnale di trasparenza, non per forza come qualcosa di minaccioso. Più che concentrarsi sul sogno in sé, potrebbe essere utile chiedersi cosa ha attivato in lei: gelosia, paura del confronto, timore di non essere abbastanza o paura di perderla. Un sostegno psicologico, online o in presenza, potrebbe aiutarla a comprendere meglio queste insicurezze e a vivere la relazione con maggiore serenità.
Le auguro una buona giornata.
Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.
Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.
Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.
Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.
La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
(scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Da ciò che racconta, non sembra che lei abbia perso “solo” una frequentazione, ma un legame che era diventato presenza quotidiana, riferimento emotivo, amicizia, desiderio e intimità. È comprensibile quindi sentirsi spaesata: la chiusura improvvisa lascia non solo dolore, ma anche molte domande su ciò che è stato reale e su ciò che avrebbe potuto essere. Tuttavia, il fatto che questo rapporto fosse intenso non elimina il nodo centrale: lui era già impegnato e, almeno oggi, ha scelto di non mettere davvero in discussione quella relazione. Può far male, ma è un’informazione importante. Forse il punto ora non è chiedersi se avrebbe potuto funzionare in condizioni diverse, ma proteggersi da un’attesa che rischierebbe di tenerla sospesa. Un sostegno psicologico, online o in presenza, potrebbe aiutarla a elaborare questa perdita, dare un senso a ciò che ha vissuto e ritrovare gradualmente un centro più stabile dentro di sé.
Le auguro una buona giornata.
Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera. La ringrazio per aver condiviso parte del suo vissuto. Da ciò che racconta, sembra che questo trasferimento rappresenti per lei molto più di un semplice cambio di città: parla di autonomia, crescita, desiderio di costruirsi una vita adulta e paura di “fallire” tornando indietro. È comprensibile che l’esperienza negativa nello stage abbia lasciato insicurezza e timore di ritrovarsi in un ambiente simile, ma ciò che è accaduto in quel contesto non definisce il suo valore né la sua capacità professionale. In questo momento potrebbe aiutarla distinguere tra urgenza economica e giudizio su di sé: cercare lavoro è già difficile, farlo pensando “se non riesco ho sbagliato tutto” rende il peso ancora più grande. Provi a darsi obiettivi molto concreti e brevi, ad esempio candidature settimanali, revisione del cv, eventuali lavori temporanei per restare economicamente stabile, senza viverli come una sconfitta. Le consiglierei di continuare, per quanto possibile, il sostegno psicologico, anche valutando una cadenza sostenibile o servizi territoriali, perché ansia anticipatoria, autostima e paura del fallimento meritano uno spazio di lavoro. Un supporto psicologico, online o in presenza, potrebbe aiutarla a non trasformare questa fase di passaggio in una sentenza su tutta la sua vita.
Le auguro una buona serata.
Salve vorrei avere un vostro consiglio.
Ho in mente di iniziare un percorso terapeutico , fare seduti in un pisocolog*. Ho scoperto avere tanti disturbi come la DOC.
Soltanto che ho tanta paura e timore nel parlare dei miei problemi e paure.
Non vorrei andare fisicamente ma tipo online però ho il timore della videochiamata, io avevo pensato tipo all'inizio o se sia possibile un colloquio Soltanto scrivendo e poi se riesco anche con videochiamata.
Diciamo che una volta siamo andati da una psicologa per trattare una questione ed eravamo in famiglia, questa vostra collega tratto male mia madre , alzo la voce e disse che lei era esagerata e ci consigliò di dare delle medicine tranquillanti.
Appena mamma fu sgridata uscì dallo stupido e la trovammo che piangeva.
Per questo ho timore.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. La ringrazio per aver condiviso parte del suo vissuto. È comprensibile che dopo un’esperienza percepita come giudicante o dolorosa lei abbia timore di rivolgersi di nuovo a un professionista. Questo però non significa che ogni colloquio debba essere così: uno spazio psicologico dovrebbe farla sentire ascoltato, rispettato e libero di procedere con gradualità. Può iniziare spiegando fin dal primo contatto la sua paura di esporsi e il disagio rispetto alla videochiamata, chiedendo se sia possibile trovare una modalità iniziale più sostenibile. Non tutti i professionisti lavorano tramite messaggi, ma molti possono aiutarla a costruire un avvicinamento graduale al colloquio online o in presenza. Un sostegno psicologico, online o in presenza, potrebbe essere molto utile proprio per affrontare ansia, paure e difficoltà a parlare di sé, senza forzature e nel rispetto dei suoi tempi.
Le auguro una buona giornata.
Salve dottori a volte porgo domande su curiosità e dubbi in forum del genere cerco appunto dei forum di professionisti mi chiedevo quando basti scrivere su forum del genere oppure quando c’è bisogno di un incontro reale ? Spesso dove aver ricevuto risposte alle mie domande comunque mi risolvono il dubbio , ma quando è attendibile ? Grazie per una vostra risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Fare domande in forum professionali può essere utile per orientarsi, chiarire dubbi generali o ricevere un primo spunto di riflessione. Tuttavia, una risposta online non può sostituire un colloquio psicologico, perché manca la conoscenza della sua storia, del contesto, della durata e dell’intensità del problema. Può bastare un forum quando si tratta di una curiosità generale o di un dubbio circoscritto; è invece consigliabile un incontro reale, online o in presenza, quando il disagio si ripete, limita la vita quotidiana, genera ansia significativa o torna spesso nonostante le rassicurazioni ricevute. L’attendibilità dipende anche dal fatto che rispondano professionisti qualificati, ma il passo più utile, se le domande diventano frequenti o fonte di preoccupazione, è valutare un sostegno psicologico più personale e continuativo.
Le auguro una buona giornata.
Buongiorno sono passati quasi 7 mesi da mio intervento di isterectomia e tolto anche le tube… volevo sapere se è normale non sentire il desiderio e avere paura di avere rapporti? Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera. Dopo un intervento come l’isterectomia, è possibile vivere cambiamenti nel desiderio, paura dei rapporti, timore del dolore, insicurezza corporea o una maggiore difficoltà a ritrovare spontaneità nell’intimità. Tuttavia, dopo 7 mesi, è importante parlarne anche con il ginecologo che la segue, per verificare che dal punto di vista fisico sia tutto a posto e ricevere indicazioni chiare su cosa può fare in sicurezza. Accanto all’aspetto medico, può esserci anche una componente emotiva importante: il corpo ha attraversato un intervento significativo e può servire tempo per riabitarlo con fiducia. Un sostegno psicologico, online o in presenza, potrebbe aiutarla ad affrontare paure, vissuti legati al corpo e difficoltà nel desiderio, senza sentirsi sbagliata.
Le auguro una buona serata.
Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.
Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.
Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.
Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.
Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.
A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.
Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.
Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.
In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.
È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.
Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.
Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.
Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.
Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.
Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.
Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera. La ringrazio per aver condiviso parte del suo vissuto. Da ciò che racconta, sembra che nelle relazioni tenda spesso a caricarsi molte responsabilità: economiche, pratiche, emotive, fino a mettere l’altra persona al centro e modificare se stesso per sentirsi “all’altezza” o meritevole d’amore. Il problema, forse, non è solo capire se questa relazione vada lasciata o salvata, ma comprendere perché lei finisca spesso in dinamiche in cui dà moltissimo, si adatta molto, ma poi si sente solo, poco valorizzato e non davvero alla pari. Anche il confronto con il passato della sua compagna, il timore di non meritarla e il bisogno di conferme sembrano parlare di una fragilità dell’autostima che merita attenzione. Prima di progettare figli o un “per sempre”, sarebbe importante fermarsi e capire se esistono davvero reciprocità, ascolto e collaborazione concreta. Se il precedente percorso psicologico non l’ha aiutata, non significa che non possa aiutarla un altro professionista o un approccio diverso. Le consiglierei vivamente un sostegno psicologico, online o in presenza, per lavorare su autostima, dipendenza affettiva, confini e scelta relazionale, senza continuare a portare tutto da solo.
Le auguro una buona serata.
Buonasera
Sto vivendo un momento un po' doloroso
Mi piace molto una ragazza, una mia collega di lavoro.
Siamo caratterialmente diversi lo ammetto, però abbiamo ammesso ieri di provare un interesse reciproco ma c'è un enorme problema che blocca tutto.
Ci sono stati diversi litigi, soprattutto per mancanza di onestà da parte di lei, che mi hanno fatto alterare e reagire un po' troppo.
Questi litigi a lei le hanno fatto capire che non possiamo stare insieme, non potremo mai, che ha già vissuto una situazione del genere e che non vuole caderci di nuovo.
Ha già pensato diverse volte se tra noi poteva andare oltre ma non ce la fa, non è ancora pronta per una relazione e perché siamo colleghi e se già litighiamo così spesso prima di iniziare dopo diventerebbe peggio, anche se secondo me meglio litigare all'inizio che nel mezzo.
Ho provato a farle capire che io sono disposto a provare e a migliorare in primis per me stesso e sarei disposto a farle vedere più avanti che sono migliorato (davvero) ma lei non vuole neanche provarci.
Le ho confessato che è la cosa più bella che mi sia capitata da quando lavoro in questa azienda(ed è vero) e sono felice tutte le volte che la vedo... Questo discorso l'ha fatta emozionare e mi ha preso anche le mani.
Resta il fatto che ha dato un no definitivo e non vuole fare neanche un tentativo perché siamo troppo diversi e ci sono troppi litigi.
Secondo voi, ci potrà mai essere un ripensamento da parte sua e quindi un cambiamento di scelta?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco che questo “no” possa farle male, soprattutto perché da entrambe le parti sembra esserci stato un interesse. Tuttavia, quando una persona esprime un limite chiaro e dice di non voler iniziare una relazione, la cosa più importante è rispettarlo, senza restare agganciati all’attesa di un possibile ripensamento. Può darsi che in futuro lei cambi idea, ma basare il suo equilibrio su questa possibilità rischia di farla stare ancora peggio. Più che cercare di convincerla, potrebbe essere utile lavorare su ciò che lei stesso ha notato: le reazioni nei litigi, la difficoltà a gestire il rifiuto e il bisogno di dimostrare di poter cambiare per essere scelto. Un supporto psicologico, online o in presenza, può aiutarla a comprendere meglio questi aspetti e a vivere questa situazione con più lucidità, senza perdere di vista il rispetto per sé stesso e per l’altra persona.
Le auguro una buona giornata.
Buongiorno, sono una ragazza di quasi 18 anni e scrivo perché vivo una situazione che non riesco a controllare. Premessa: il tutto è iniziato a 12 anni, poi a dai 14/15 ai 16 sembrava essere migliorata la situazione, ma adesso è peggio di prima.
A 12 anni ho iniziato ad avere l'impulso di strapparmi ciglia e sopracciglia, mentre adesso si sono aggiunti anche i capelli e il gesto è diventato molto più frequente e sistematico.
Inoltre, è dai 12 anni che penso di non avere un rapporto sano con il cibo: i primi anni era stata una cosa anche più o meno sopportabile, che si è risolta da sola (periodi di restrizione col cibo), invece nell'ultimo anno non fa che peggiorare (per farla breve abbuffate/restrizioni).
Non voglio dire che i due problemi siano collegati l'uno con l'altro perchè sono la prima che non riesce a darsi una risposta o controllarsi da sola, il che mi fa sentire come se non fossi cresciuta affatto, anzi avevo più autocontrollo a 12 anni.
Non so bene quale sia il mio obiettivo scrivendo tutto questo e non vorrei nemmeno essermi esposta troppo, ma lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, il fatto che abbia scritto è già un passo importante. da ciò che racconta emergono comportamenti che meritano attenzione: lo strappare ciglia, sopracciglia e capelli può essere legato a una difficoltà nella regolazione dell’ansia o della tensione, mentre l’alternanza tra restrizioni e abbuffate indica un rapporto con il cibo che sarebbe utile approfondire. non si tratta di “mancanza di crescita” o di poca forza di volontà: spesso questi comportamenti diventano modi, anche faticosi, per gestire emozioni difficili. le consiglierei di non restare sola e di parlarne con un adulto di fiducia, con il medico di base o direttamente con uno psicologo. un percorso di supporto psicologico, online o in presenza, può aiutarla a comprendere cosa alimenta questi gesti e a costruire strategie più sane per affrontare ansia, controllo, cibo e immagine di sé.
Le auguro una buona giornata.
Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive non è una banalità: il bisogno di amare ed essere amati è profondamente umano, e sentirsi sempre “non scelti” può diventare molto doloroso. Da ciò che racconta, però, sembra che il problema non sia solo l’assenza di una relazione, ma il modo in cui questa assenza ha iniziato a influenzare la percezione di sé: “sono noioso”, “non sono abbastanza”, “sono io il problema”. Quando questi pensieri diventano così forti, possono portare a evitamento, blocco, paura del rifiuto e difficoltà nell’approccio, creando un circolo che mantiene la sofferenza. Non significa che sia destinato a restare solo, ma che forse ha bisogno di uno spazio in cui lavorare sulla sicurezza personale, sull’autostima e sulle relazioni. Le consiglierei seriamente un supporto psicologico, online o in presenza, per affrontare questo vissuto prima che continui a logorarla e per costruire un modo più libero e meno doloroso di entrare in contatto con gli altri.
Le auguro una buona giornata.
Salve, mia moglie dopo 17 anni di matrimonio ha deciso di lasciarmi. Mi ha detto che ho commesso troppi sbagli, si sente triste con me, nn si sentiva amata abbastanza e le interazioni negative dei miei genitori la hanno soffocata. Andrà a stare in una nuova casa in affitto, e in attesa della sistemazione della nuova casa, resterà ancora con me per almeno un'altro mese. Io l'amo ancora perdutamente ma nn ha voluto sentire ragioni, e mi tratta giustamente con freddezza e distacco. Rispetto cmq la sua decisione e sto limitando il piu possibile i rapporti con lei ( come anche da suggerimenti altrui). Giorno dopo giorno sto cercando ad imparare, gestire e nascondere le mie emozioni tenendomi impegnato con la gestione della casa e tutto il resto, ora ricaduto quasi interamente su di me. Mi è vi chiedo, in speranza di una riappacificazione futura, ma lo stare forzatamente assieme tutto questo mese, in uno stato ibrido di distacco, fatto per lo più di abitudinaria tristezza ed indifferenza( tranne i momenti dedicati alla bimba) non rischia di danneggiare ulteriormente il nostro rapporto? Potrebbe confermarle e darle la convinzione ulteriore di essere triste quando ė con me? Sarebbe il caso che andassi via io in questo mese? Come posso sfruttare questi pochi giorni che staremo ancora assieme in modo produttivo alla relazione ( esempio dimostrando impegno e propensione al cambiamento di alcuni miei comportamenti sbagliati? ) o devo attendere passivamente tutto questo sino a che nn andrà via? Grazie di cuore
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, capisco quanto possa essere doloroso vivere questo mese “in sospeso”, soprattutto se lei spera ancora in una riappacificazione. In questa fase, però, più che cercare di convincerla o “sfruttare” i giorni rimasti, potrebbe essere importante creare un clima il più possibile rispettoso, stabile e non pressante, anche per vostra figlia. Andare via o restare dipende da aspetti pratici, emotivi e familiari che andrebbero valutati con attenzione, ma il punto centrale è evitare che la convivenza diventi un continuo tentativo di recupero, perché questo potrebbe aumentare distanza e tensione. Può mostrarle cambiamento non con grandi dichiarazioni, ma con comportamenti concreti: rispetto dei suoi confini, gestione responsabile della casa, attenzione alla bambina, capacità di non reagire impulsivamente e disponibilità ad ascoltare. Le consiglierei seriamente un supporto psicologico, online o in presenza, per affrontare questo passaggio, comprendere i propri errori senza crollare nel senso di colpa e capire come muoversi in modo più lucido, sia come marito sia come padre.
Le auguro una buona giornata.
Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, il dubbio è comprensibile. Uno psicologo specializzando in psicoterapia può certamente essere utile: è già uno psicologo abilitato e iscritto all’Albo, mentre sta completando una formazione ulteriore per diventare psicoterapeuta. Il punto non è solo “già specializzato” o “in formazione”, ma quanto quel professionista sia adatto alla sua richiesta, lavori con chiarezza e, quando necessario, in supervisione. Le consiglierei di chiedere già nel primo colloquio quale percorso propone, qual è il suo orientamento, quali sono i suoi limiti di intervento e se la sua situazione rientra nelle sue competenze. Se sente fiducia, serietà e accoglienza, può essere un buon inizio; se invece presenta una sofferenza molto intensa o desidera una psicoterapia già strutturata, può valutare anche uno psicoterapeuta specializzato. Un supporto psicologico, online o in presenza, resta comunque un primo passo importante per orientarsi meglio.
Le auguro una buona serata.
Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.
Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato
2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia
ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi
sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, il suo vissuto è comprensibile: non sta valutando solo un trasferimento, ma un possibile ritorno in luoghi associati a periodi depressivi, dinamiche familiari dolorose e scelte molto significative della sua vita. Anche se oggi è cresciuta, ha una famiglia, risorse e maggiore consapevolezza, è possibile che la mente colleghi quel rientro al rischio di “ricadere” in ciò da cui un tempo è dovuta andare via. Prima di prendere una decisione definitiva, sarebbe utile non leggerla solo come “restare o tornare”, ma come un passaggio da preparare con attenzione: tempi, confini con la famiglia d’origine, gestione dell’ansia, aspettative realistiche e possibilità concrete. Le consiglierei di riprendere un supporto psicologico, online o in presenza, proprio ora, non perché stia necessariamente male come allora, ma per affrontare questa scelta con lucidità, distinguendo il desiderio attuale dalle paure legate al passato e costruendo un eventuale rientro in modo più protetto.
Le auguro una buona serata.
Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Un sogno ricorrente non indica necessariamente che debba “tornare” a quella persona, ma che quella persona potrebbe rappresentare qualcosa rimasto emotivamente aperto: un’occasione non vissuta, un bisogno di affetto, una parte di sé legata a quel periodo, o una nostalgia più ampia. Il vuoto al risveglio è un dato importante: forse il sogno non parla solo del passato, ma di ciò che oggi le manca o sente fragile. Più che chiedersi “perché sogno proprio lui/lei?”, potrebbe essere utile chiedersi “che cosa provo in quel sogno che nella mia vita attuale fatico a trovare?”. Un percorso di sostegno psicologico, online o in presenza, può aiutarla a dare significato a questi vissuti senza restare bloccata nel rimpianto.
Le auguro una buona serata.
Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, una consulenza psicologica è molto indicata nel suo caso, perché descrive una paura della deglutizione presente da molti anni che ora, in un periodo di forte stress familiare e malattia di sua moglie, sembra essersi intensificata molto. Non posso dirle da qui se debba fare altri esami: per questo è importante confrontarsi con il medico di base, l’otorino o eventualmente un gastroenterologo, soprattutto considerando il reflusso già riscontrato. Detto questo, quando la paura di soffocare porta a controllare ogni boccone, masticare all’infinito, irrigidire la gola, evitare di mangiare da solo o in pubblico, il problema non è solo fisico: si crea un circolo tra ansia, controllo, tensione muscolare e sensazioni corporee che confermano la paura. La domanda “posso morire?” è comprensibile, ma cercare continue rassicurazioni rischia di alimentare l’ipocondria. Sarebbe utile lavorare con uno psicologo o psicoterapeuta esperto in ansia, fobie e sintomi somatici, valutando anche un supporto medico-psichiatrico se l’ansia è molto invalidante. Un percorso di sostegno psicologico, online o in presenza, può aiutarla a gestire anginofobia, ipocondria e stress attuale, recuperando gradualmente sicurezza nel mangiare e nel fidarsi del corpo.
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, una consulenza psicologica può aiutarla se il tema dell’intimità in famiglia le genera molta ansia, ma in questo caso è importante ricordare anche un punto: a 23 anni la scelta contraccettiva riguarda prima di tutto lei, il suo corpo e la sua salute. Può parlarne con sua madre senza entrare nei dettagli della sua vita sessuale, ad esempio dicendo: “vorrei fare una visita ginecologica per scegliere un metodo contraccettivo sicuro e adatto a me. Preferisco parlarne con un medico e vivere questa scelta con responsabilità”. Non deve giustificare quanto sia seria la frequentazione né raccontare cosa avete fatto o farete. La pillola, comunque, va valutata con ginecologo o consultorio, perché non è adatta a tutte e richiede un’indicazione medica. Il preservativo resta importante anche per la protezione dalle infezioni sessualmente trasmissibili. Un percorso di sostegno psicologico, online o in presenza, può aiutarla a vivere con più serenità autonomia, sessualità e confini familiari, senza sentirsi obbligata a chiedere il permesso per una scelta adulta.
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
Buonasera ho 29 anni non ho mai avuto una ragazza 0 relazioni per non essere più vergine sono andato a escort ma da 1 anno a questa parte, fra rabbia e frustrazione sono diventato un diavolo soprattutto verso me stesso mi trovo così per via delle circostanze principalmente, avendo un attività ho 0 tempo libero quindi ho vado a fare il dipendente per avere più tempo libero oppure ci metto una pietra sopra , il tempo che passa è un veleno perché io faccio distinzione tra non avere relazioni momentanee e non averne mai avute e quindi 0 esperienze è ritardo per questo vado in tilt, penso rimarrò inferiore a vita. Grazie a chiunque mi darà un parere.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, una consulenza psicologica può aiutarla a lavorare su rabbia, frustrazione e senso di inferiorità, perché il problema oggi non sembra essere solo “non aver avuto relazioni”, ma il significato durissimo che lei sta dando a questa esperienza. A 29 anni non avere avuto una relazione non la rende inferiore a vita, anche se capisco che per lei il tempo passato pesi come una prova contro se stesso. Il rischio è trasformare il dolore in condanna: “sono in ritardo, quindi valgo meno”, e da lì chiudersi ancora di più. Il tema del lavoro è importante: se la sua attività le toglie ogni spazio di vita, può essere utile ripensare concretamente tempi, priorità e possibilità, senza decidere tutto in modo impulsivo tra “mollo tutto” e “ci metto una pietra sopra”. Le relazioni non nascono solo dal tempo libero, ma senza spazi, energia e disponibilità emotiva diventa molto più difficile incontrare qualcuno. Un percorso di sostegno psicologico, online o in presenza, può aiutarla a uscire dalla guerra contro se stesso, costruire occasioni reali di relazione e affrontare il senso di ritardo senza farlo diventare identità.
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
Buonasera, 40 enne, Avvocato di Rovigo , sposato con prole, mi sono innamorato di una collega più giovane di quasi 10 anni, appena lasciata dal Suo fidanzato.
Una volta confessato il mio sentimento, nonostante una scarsa frequentazione precedente, lei ha sminuito tutto, con la classica crisi coniugale, confessando un flirt attuale (non veritiero?).
Abbiamo deciso però di continuare a frequentarci lavorativamente, siamo andati a cena assieme, ma ogni volta che io mi avvicino a Lei, preoccupandomi di Lei, lei mi allontana o ignora.
Io cerco di non chiamarla o messeggiarla per vicende personali, per non essere pesante o petulante, però causa lavoro sono piacevolmente contento di condividere del tempo con Lei.
Alterno poche ore di gioia passate con Lei a giorni che sto male, rimedio, cerco di fare attività fisica, cerco di non seguire i suoi social, di non pensarci, di pensare ai Suoi difetti, alternandolo con sedute Psicologiche, ma niente, e la cosa peggiore è che dall'altra parte ho una famiglia che mi sta perdendo, ed a me la cosa mi pesa, ma non come l'amore non ricambiato.
Quanto è brutto innamorarsi a 40 anni !
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, una consulenza psicologica può aiutarla a non leggere questo vissuto solo come “amore non ricambiato”, ma anche come un segnale di una crisi più ampia che coinvolge desiderio, identità, matrimonio e bisogno di sentirsi vivo. L’intensità che descrive, poche ore di gioia seguite da giorni di malessere, fa pensare a un legame molto idealizzato e rinforzato proprio dall’intermittenza: lei si avvicina, l’altra persona si allontana, e questo aumenta attesa, desiderio e sofferenza. Il fatto che lei abbia una famiglia che sente di star perdendo è un punto centrale: non per colpevolizzarla, ma perché questa situazione rischia di farle inseguire una possibilità poco concreta mentre si sgretola ciò che esiste. Se lei la allontana o ignora quando prova ad avvicinarsi, quel limite va rispettato, anche per proteggere se stesso. Il lavoro psicologico può aiutarla a capire cosa rappresenta davvero questa collega e cosa manca oggi nella sua vita affettiva e coniugale. Un percorso di sostegno psicologico, online o in presenza, anche eventualmente di coppia se ci fosse disponibilità, può aiutarla a fare chiarezza senza lasciare che l’ossessione decida al posto suo.
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
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