Domande del paziente (15)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
grazie per aver condiviso con tanta sincerità il momento che sta attraversando. Quello che descrive è un vissuto molto più comune di quanto si pensi, soprattutto quando ci si trova in una fase...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, sono la Dottoressa Francesca Romana Cinti e vorrei innanzitutto sottolineare il suo coraggio: riconoscere questi segnali e dar loro un nome è il primo, fondamentale passo per tutelare il proprio...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile ragazza, colpiscono molto la sua onestà e il profondo turbamento che descrive. Il fatto che lei sia così scossa è il primo indicatore del fatto che questo gesto non appartiene alla sua identità,... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno! Quello che mi sento di dirle, in linea generale, è che ha già dimostrato una grande risorsa: ha saputo osservare suo figlio, riconoscere il suo disagio e modificare spontaneamente il suo comportamento... Altro
Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pensieri che definirei "ossessivi" per quanto riguarda le relazioni sociali (amicizie, conoscenze, ecc.): dopo ogni interazione non sentita al 100% riuscita, riavvolgo continuamente nella mia testa ogni piccolo dettaglio della situazione per capire cosa avrei potuto sbagliare, cercando continue rassicurazioni, e spendendoci la notte in pianti. Oltre a questo, sospetto da sempre di essere neurodivergente/essere nello spettro autistico.
Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile studentessa,
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo. Il periodo che descrive coincide con una fase di sviluppo molto delicata: il passaggio tra adolescenza e età adulta, spesso definito adultescenza. È un momento in cui aumentano le responsabilità, si ampliano le relazioni, si affrontano scelte importanti per il futuro e, allo stesso tempo, si è impegnati nella costruzione della propria identità. In questo contesto è comune sentirsi più esposti, più sensibili al giudizio e più inclini a rianalizzare ogni interazione sociale, soprattutto quando non la si percepisce come “riuscita”.
I pensieri ricorrenti dopo le interazioni, il bisogno di rivedere ogni dettaglio e la ricerca continua di rassicurazioni possono diventare molto faticosi, soprattutto se si intrecciano con il dubbio di non essere pienamente compresa nel proprio modo di funzionare. È comprensibile che lei senta il bisogno di individuare un percorso che tenga conto anche della possibilità di una neurodivergenza.
Senza entrare in alcuna forma di diagnosi, posso dirle che quando una persona sperimenta sovraccarico cognitivo nelle relazioni, fatica a “mascherare” parti di sé o ha la sensazione di non avere strumenti adeguati al proprio funzionamento, è legittimo chiedersi se ci sia un profilo neurodivergente non ancora esplorato. Allo stesso tempo, i pensieri ossessivi e il rimuginio sociale meritano attenzione specifica, perché possono incidere molto sulla qualità della vita.
In questi casi, una valutazione psicodiagnostica può essere un punto di partenza prezioso: permette di comprendere meglio il proprio profilo cognitivo, emotivo e relazionale e di costruire un intervento realmente su misura. Tuttavia, non è necessario decidere tutto da soli. Un primo colloquio con uno psicoterapeuta può offrirle uno spazio sicuro in cui condividere questi vissuti, sentirsi accolta e, soprattutto, essere indirizzata verso il percorso più adatto a lei: che si tratti di una valutazione psicodiagnostica mirata, di un lavoro terapeutico individuale o di una combinazione dei due. Un professionista formato sulla neurodivergenza può integrare entrambe le dimensioni, evitando percorsi generici che rischiano di non cogliere le sue esigenze o di risultare invalidanti, come purtroppo le è già accaduto.
In sintesi, partire da un confronto con un terapeuta può aiutarla a orientarsi senza spreco di energie o risorse, e a costruire un percorso più affine a te, individualizzato e mirato.
Resto a disposizione per qualsiasi approfondimento.
Un caro saluto. Dottoressa Francesca Romana Cinti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Federica,
la ringrazio per questa riflessione così profonda. Come Psicologa e come individuo soggetto a questa condizione, osservo spesso quanto il racconto della cronaca nera influenzi il nostro...
Altro
Un ragazzo non mi parla più da circa 2 mesi perché l ho ferito nel suo ego...ma ogni qual volta mi vede o dice a bassa voce parole offensive o cambia strada. Mi ha detto che non mi calcola eppure anche se gli faccio un brutto effetto comunque le sue reazioni vogliono dire che ho potere su di lui altrimenti gli sarei stata indifferente veramente. Cosa vuol dire in verità il suo modo di fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
capisco il suo dubbio: quando una persona smette di parlarci ma continua a mostrare reazioni forti alla nostra presenza, è naturale chiedersi cosa significhi davvero. In realtà, il comportamento che descrive non parla tanto di “potere” o di sentimenti nascosti, quanto del fatto che questa persona non ha ancora elaborato pienamente ciò che è accaduto. Quando qualcuno cambia strada, lancia commenti offensivi o evita il contatto, non sta mostrando indifferenza: sta mostrando difficoltà a gestire le proprie emozioni e a mantenere un comportamento maturo e rispettoso.
Le reazioni che lei nota non sono necessariamente un segnale di interesse o di attaccamento, ma piuttosto di irritazione non risolta, di orgoglio ferito o di incapacità di affrontare il conflitto in modo adulto. Non è raro che, quando una persona si sente toccata nel proprio ego, reagisca con comportamenti impulsivi o svalutanti, soprattutto se non ha strumenti per comunicare in modo più costruttivo.
È importante sottolineare che il suo valore non dipende da come questa persona reagisce. Il fatto che lei interpreti le sue reazioni come un segno di “potere” è comprensibile, ma rischia di farla concentrare su dinamiche che non le portano benessere. L’indifferenza autentica non è l’unico segnale di chi ha superato una situazione: anche la rabbia o l’evitamento possono essere modi immaturi di gestire un’emozione, senza che questo abbia un significato profondo nei suoi confronti.
In sintesi, ciò che sta osservando non dice molto su di lei, ma molto su di lui: sulle sue difficoltà a gestire il conflitto, sulle sue modalità relazionali e sulla sua fatica a chiudere una situazione in modo sereno. La cosa più utile, per lei, è spostare l’attenzione da ciò che lui prova a ciò che lei desidera per il suo benessere emotivo e relazionale.
Qualora avesse voglia di scoprire qualcosa in più su se stessa e sul suo modo unico e irripetibile di funzionare, sono a disposizione.
Saluti.
Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Salve dottori vi vorrei porre una domanda ma quando una persona è normale e quando no? Quando una cosa è normale e quando è patologica ? Mi spiego meglio io ad esempio sono molto sereno della mia vita affronto anche le difficoltà che mi presentono con molta calma e serenità , ad esempio anche con la memoria io credo di avere una buona memoria mi ricordo molte cose anche sé altre e me li dimentico volevo sapere quando è normale e quando è patologico , e in ultimo io leggo molti forum di psicologia ma ancora non sono mai andato da un professionista a volte mi confronto con un amico psicologo ma molto informale so che un professionista è molto d aiuto ma io non è ho mai sentito la necessità questo è un errore ? Dovrei andare ogni volta da un professionista per qualsiasi minimo dubbio? Perché io li risolvo le cose ma non è un metodo che forse usate voi professionisti grazie per un vostro chiarimento
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
la ringrazio per la domanda, che tocca un tema molto importante: capire cosa sia “normale” e cosa no. In psicologia, però, il concetto di normalità non coincide con un comportamento perfetto o con l’assenza di difficoltà. Essere “normali” riguarda piuttosto il riuscire a vivere la propria vita in modo sufficientemente equilibrato, affrontando le sfide quotidiane con gli strumenti che si possiedono, ovviamente con qualche limite o imperfezione. Da ciò che descrive, lei sembra avere una buona capacità di gestire le situazioni, affrontare le difficoltà con serenità e riconoscere sia i suoi punti di forza sia le sue aree più fragili. Questo rientra pienamente in un funzionamento sano.
Anche la memoria funziona così: è normale ricordare alcune cose molto bene e dimenticarne altre. La memoria non è mai “totale”, e non è un indicatore di patologia il fatto di non ricordare tutto. Diventa un problema solo quando le difficoltà mnestiche interferiscono in modo significativo con la vita quotidiana, cosa che nel suo caso non emerge.
Per quanto riguarda il suo interesse per la psicologia, leggere forum o confrontarsi con un amico psicologo non è affatto un errore. La curiosità verso il funzionamento della mente è positiva e può aiutare a conoscersi meglio. Rivolgersi a un professionista non è obbligatorio né necessario per ogni dubbio o pensiero: si tratta di una scelta personale, che ha senso quando si sente il bisogno di uno spazio dedicato, più strutturato e protetto, in cui approfondire aspetti di sé o affrontare difficoltà che da soli diventano pesanti o confusi.
Il fatto che lei finora non abbia sentito questa necessità non significa che stia sbagliando qualcosa. Ognuno ha i propri tempi e i propri modi di elaborare ciò che vive. Un percorso psicologico può essere utile non solo quando c’è un problema, ma anche quando si desidera conoscersi meglio o avere un confronto più approfondito. Ma non è un obbligo, né un indicatore di “normalità”.
In sintesi, ciò che descrive rientra in un funzionamento sano: lei affronta la vita con equilibrio, si pone domande, riflette su di sé e utilizza le risorse che ha. Se un giorno dovesse sentire il desiderio di approfondire alcuni aspetti con un professionista, sarà una scelta libera e personale, non una necessità imposta.
Da professionista le dico che per comprendere al meglio il suo pensiero dovremmo approfondire diversamente e individualmente, qualora ne avesse voglia sono a disposizione.
Un cordiale saluto, Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Buongiorno,
ho pensato molte volte di scrivere qui per ricevere un consiglio da parte di professionisti, e finalmente oggi (dopo quasi un anno) ho preso coraggio.
Nel mese di giugno dell’anno precedente, a un evento della mia città dove mi trovavo con una mia amica, ho conosciuto quest’uomo. Inizio premettendo che lui è 20 anni più grande di me…
Nonostante ciò, fin da subito ho sentito una leggera attrazione nei suoi confronti, non solo fisica - essendo molto affascinante - ma anche a livello caratteriale; fin da subito, chiacchierando con lui abbiamo notato molte cose in comune tra noi, insomma mi sembrava quasi di parlare con un mio coetaneo!
Per non portarla alla lunga, io e lui abbiamo parlato tutta l’estate, sviluppando una vera e propria confidenza, e d’estate, verso luglio, ci siamo visti alcune volte (classiche esperienze estive, ma oltre al bacio non si è andato oltre.)
Dopo qualche mese abbiamo spesso di parlare, ho troncato tutto io sia perché notavo da parte mia veri e propri sentimenti, sia perché ho provato ad iniziare una frequentazione con un mio coetaneo. Questa frequentazione - che si è tramutata in una relazione - è durata quasi mezzo anno, fino a quando le cose non sono iniziate ad andare male, e io in un forte periodo di stress (sia in questa relazione, che nella vita in generale, per degli eventi capitati) mi sono trovata nuovamente a pensare a quest’uomo, fino a quando non siamo tornati a chiacchierare/sentirci sporadicamente.
So di star facendo una cosa relativamente sbagliata, parlare con una persona più grande di me non so che fine abbia, né da parte sua che da parte mia. Ma quando parlo con lui mi sento compresa, capita. Cosa che non ho mai visto nella mia ultima relazione.
Ecco ora la mia domanda è: cosa c’è di sbagliato in me per trovarmi meglio con le persone con cui condivido una significativa differenza d’età?
Mi sono sempre reputata una ragazza molto più matura della mia età anagrafica - sarà anche perché sono dovuta crescere molto in fretta, affrontando il divorzio dei miei genitori in tenera età e non avendo mai avuto una figura paterna presente, non lo vedo e non lo sento da dieci anni -, e noto spesso questa differenza di maturità proprio con i miei coetanei.
Spero che la mia domanda (seppur molto lunga) non sia inopportuna, ma è un dubbio che mi tormenta da parecchio.
Mi scuso anche per qualche errore di battitura!
Grazie in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
intanto desidero dirle che è stata molto coraggiosa nel condividere qui la sua storia. Decidere di interrogarsi sulle proprie difficoltà è sempre un passo importante nel proprio percorso di crescita e nella costruzione di una maggiore consapevolezza di sé.
Credo che questo sia proprio il punto centrale della sua domanda: la consapevolezza. Lei ha già fatto una buona analisi della situazione; ora si tratta di mettere insieme i vari elementi e comprenderli nel loro insieme. È un processo prezioso, ma può essere faticoso farlo da soli.
Non esiste una regola universale che stabilisca con chi “si dovrebbe” o “non si dovrebbe” entrare in relazione. Esistono però bisogni, motivazioni e dinamiche personali che ci portano a sentirci più a nostro agio con alcune persone rispetto ad altre. Il fatto di essere cresciuta molto in fretta, affrontando esperienze complesse in giovane età, può certamente influenzare il modo in cui oggi vive le relazioni e la maturità che percepisce in sé rispetto ai suoi coetanei.
La invito a proseguire questo percorso di conoscenza di sé, senza colpevolizzarsi, ma cercando di comprendere come funziona il suo mondo interno e quali bisogni la guidano nelle scelte affettive.
Se desiderasse approfondire questi aspetti, sono a disposizione.
Le auguro il meglio.
Dott.ssa Francesca Romana Cinti.
Buongiorno,
sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, sono contenta che abbia usato questa piattaforma per esprimere il suo dolore, dalle sue parole traspare con forza il peso di un macigno che porta ormai da mesi. Il suo racconto non sembra parlare semplicemente di un bacio, quanto di una profonda crisi di paura vissuta sulla soglia di un grande cambiamento, che ha innescato un meccanismo di auto-sabotaggio difficile da gestire. In momenti di forte stress, il tradimento può agire paradossalmente come un "freno d’emergenza": lei stava per lasciare tutta la sua vita per una persona che le aveva espresso dubbi feroci proprio sulla sua identità. Quel gesto, nella sua disfunzionalità, è stato probabilmente il modo in cui la sua parte più fragile ha cercato di restare ancorata al "sicuro", per evitare un passo che la terrorizzava. Comprendere questa dinamica non cancella l'errore, ma le permette di guardarsi con un briciolo di umanità: ciò che è accaduto non è frutto di cattiveria, ma di una fragilità che non ha trovato altre vie d'uscita.
In questa fase, il desiderio impellente di scriverle sembra nascere da un bisogno di assoluzione più che di reale riparazione. È un impulso umano voler sedare il proprio senso di colpa, ma se lei le ha comunicato che il suo contatto le reca dolore, rispettare il silenzio diventa l'atto d’amore più grande e maturo che può compiere. Significa, concretamente, mettere il benessere di lei davanti al suo bisogno di sentirsi "meno colpevole". È inoltre fondamentale distinguere tra la responsabilità e un senso di colpa onnipotente: mentre il colpa la schiaccia e la paralizza, la responsabilità la chiama a lavorare su di sé. Lei ha ferito una persona, ma quella persona possiede le risorse per rialzarsi; pensare di averla "distrutta" per sempre alimenta solo il suo tormento, togliendo all'altro la dignità di poter guarire.
Il perdono non è qualcosa che si riceve dall'esterno, ma un processo interno che passa per la comprensione dei propri limiti. Per uscire da questa spirale di odio verso se stesso, la invito a concedersi il diritto di soffrire senza però distruggersi, riconoscendo che la sua stessa sofferenza è il segnale del valore che attribuisce all'altro. Intraprendere un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a fare pace con la sua parte fragile, permettendole un domani di guardare di nuovo negli occhi il prossimo con reale consapevolezza e non per cercare un rimedio al proprio malessere.
Se desidera approfondire queste dinamiche e iniziare a trasformare questo peso in una possibilità di crescita, sono a disposizione.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Scusate il post lungo. Ho 27 anni e non ho mai avuto una relazione.
L'unica volta in cui ho baciato una ragazza è stata quando avevo 14 anni, provando una forte eccitazione tanto che mi vergognavo pure ad uscire dalla stanza perché avevo il pene in erezione.
A lungo andare ho scoperto - qui sorge il dubbio - di rimanere attratto da tutti i bei ragazzi: ogni qualvolta ne resto attratto sento un magone sul petto, una sorta di calore, ansia, batticuore e mi dico "ma che succede? perché con le ragazze non mi succede? Sono gay!".
Mi è capitato all'università di infatuarmi di due ragazze però non sentivo l'esigenza di fidanzarmi né avere un rapporto sessuale (in generale non la sento mai con nessuna persona) però mi è capitato anche di provare forti erezioni accanto ad una qualche amica dopo aver stretto forte confidenza oppure cercarne il contatto fisico, la vicinanza.
Ora sono nella situazione in cui penso che queste reazioni siano false e che sia un gay represso. Una volta ad un matrimonio di un mio amico - complice un bicchiere di troppo - corsi verso una 35enne che si stava strusciando con un un tipo e iniziai a ballare anch'io con lei con conseguente mia reazione/erezione. Dovetti però andare via perché scoprii che c'era il suo fidanzato.
Però ripeto, pur vedendo bellissime ragazze, non sento quell'attenzione estetica/fisica che sento quando vedo un bel ragazzo.
Una cosa che invece mi ricordo dall'adolescenza, quando avevo 12 anni, è che rimasi quasi incantato dalle gambe in collant della mia professoressa di italiano 40enne dell'epoca. Collego quella scoperta poi allo sviluppo del mio feticismo verso i collant.
Infatti amo molto massaggiare e se una ragazza mi chiede un massaggio ai piedi glielo faccio ma dovrei controllarmi perché il rischio di eccitarmi sarebbe molto alto.
Lato masturbazione ho provato qualsiasi cosa senza problemi. Se immagino un rapporto sessuale con un uomo però non provo alcun tipo di reazione, mentre con una donna qualcosina cambia.
Mi è capitata una cosa strana recentemente ad una festa: a primo impatto non ho provato attrazione verso ragazze, ma ho trovato belli e attraenti alcuni ragazzi. Durante la festa una mia amica mi ha presentato una sua amica più grande di me e non so come, data la mia timidezza, le ho proposto di andare a ballare verso il centro della pista. Durante, è come se ho avvertito una sorta di erezione lì sotto e non me l'aspettavo.
L'altra notte, pensando ad una scena dove io che massaggio i piedi in collant di una ragazza, mi sono eccitato tantissimo e questa cosa mi è capitata anche dal vivo tanto che poi mi masturbai in bagno.
L'unica cosa è che se immagino una scena di sesso tra me e un ragazzo che mi ha colpito non riesco mai ad eccitarmi, ma nemmeno un accenno di erezione manco a guardare un porno gay con due bei ragazzi.
Onestamente non so più cosa pensare, non è questione di etichette, solo per capire. Mi piacerebbe ricevere da voi un parere.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera , la ringrazio per aver condiviso con così tanta onestà e precisione i dettagli della sua esperienza. Quello che emerge dal suo racconto è un profondo conflitto tra il "sentire" del corpo e il "dovere" della mente.
Nonostante lei scriva che non è una questione di etichette, gran parte del suo malessere sembra derivare proprio dal tentativo di incasellarsi in una categoria definita (Gay o Etero). Sembra quasi che l'etichetta "gay" sia stata utilizzata dalla sua mente come una spiegazione rassicurante, seppur dolorosa, per giustificare l'assenza di relazioni a 27 anni, scagionandola dal dover esplorare altre possibili ragioni o timori legati all'intimità.
La discrepanza tra l’attrazione estetica e quella sessuale è il primo elemento che emerge: lei nota una forte attenzione visiva verso gli uomini, ma riferisce che l'eccitazione e l'immaginario erotico sembrano attivarsi quasi esclusivamente verso il femminile, spesso mediati da un feticismo specifico. Questo ci indica che l'attrazione umana è un prisma complesso, non sempre lineare e raramente riducibile a una formula matematica.
Inoltre, è fondamentale ascoltare ciò che il suo corpo le comunica, perché il corpo "non mente". Le reazioni fisiche spontanee, come le erezioni improvvise con alcune amiche o durante un ballo, ci dicono che il suo desiderio è presente e vitale, ma appare "spaventato" o bloccato da un'eccessiva analisi cerebrale. Abbiamo prova del fatto che, quando lei cerca di "decidere" a tavolino chi deve piacerle, la confusione aumenta; quando invece si concede il lusso dell'interazione spontanea, come accaduto alla festa, il suo corpo risponde senza chiedere il permesso alla mente.
Infine, esiste una dimensione dell'identità che va oltre il genere. Il rischio di voler capire "cosa si è" prima ancora di iniziare a "vivere" è quello di rimanere spettatori della propria esistenza. La sensazione è che lei stia cercando una risposta definitiva e un’etichetta rassicurante solo per sentirsi finalmente autorizzato a muovere i primi passi nel mondo delle relazioni.
La confusione che prova è comprensibile, ma è difficile risolverla solo attraverso il pensiero logico. Tematiche così delicate, che toccano lo sviluppo dell'identità e la sfera del desiderio, necessitano di essere "snocciolate" in uno spazio protetto.
Le suggerisco di intraprendere un percorso di consulenza psicologica o psicoterapeutica. L'obiettivo non sarà quello di "decidere" un orientamento, ma di aiutarla a:
- Abbassare il volume del giudizio mentale che bolla le sue reazioni come "false".
- Costruire una propria identità autentica che integri le sue preferenze, i suoi feticismi e le sue inclinazioni senza il bisogno di forzarle in una scatola predefinita.
- Affrontare il timore di mettersi in gioco con l'altro, permettendosi di scoprire cosa le piace davvero attraverso l'esperienza e non solo attraverso il ragionamento.
Accettare di non avere ancora tutte le risposte è il primo passo per iniziare a trovarle. Resto a sua disposizione per qualsiasi approfondimento.
Un cordiale saluto, Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
Grazie per le vostre eventuali risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, sarebbe bello vedere più domande come la tua, che descrivono situazioni così diffuse ma poco chiare e poco discusse, fasi della vita che creano tanta confusone ma se viste da un punto di vista diverso si schiariscono subito.
Il punto chiave è che non c’è nulla di “sbagliato” in te. C’è una situazione. E le situazioni cambiano. Quello che stai vivendo nasce da una combinazione di fattori molto concreti: un periodo di transizione in cui non studi e non lavori, una routine ferma, dei weekend vuoti che amplificano tutto, un contesto sociale in cui gli altri hanno già i loro incastri e un partner che lavora proprio nei giorni in cui tu avresti più bisogno di movimento. Non è un tema di valore personale, ma di struttura della tua settimana e di momenti di solitudine non scelta. E la solitudine non scelta pesa, anche quando ci sono amici, un partner, una famiglia.
Quando mancano attività che nutrono e danno ritmo, la mente tende a riempire i vuoti con confronti (“gli altri fanno cose, io no”), auto‑colpevolizzazioni (“sarò io il problema”), FOMO (“sto perdendo la mia giovinezza”) e paura del futuro (“e se peggiora?”). È un meccanismo umano, non un difetto tuo. I weekend, poi, hanno un valore simbolico: rappresentano il tempo del “fare cose belle”, del “vivere la vita”. Se quel tempo resta vuoto, può sembrare che tutta la vita sia vuota, anche se non è così.
Un pensiero alternativo, più realistico, potrebbe essere: “Sto attraversando un periodo di transizione. Non è colpa mia. Posso costruire nuovi equilibri, un passo alla volta.” Non è ottimismo: è aderenza alla realtà. Non stai “sprecando la giovinezza”. La stai vivendo in un momento di transizione, che è diverso. La giovinezza non è fatta solo di uscite e gruppi rumorosi; è fatta di scelte, costruzioni, cambiamenti, identità che si definiscono. E tu sei esattamente in quel punto. Se mai avessi voglia di essere affiancata lungo questo percorso o se avessi voglia di capirci qualcosa di più sono a disposizione. Un auguro speciale, Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Buon pomeriggio
Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna.
Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza.
I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava.
Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza.
Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto.
Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo).
Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole.
Come dovrei comportarmi?
Cosa devo pensare?
Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Analizzando la situazione che sta vivendo, emerge un quadro in cui il malessere fisico dell’influenza si intreccia a una dinamica relazionale di evitamento e disorientamento. Gestire questo carico emotivo nello stesso spazio professionale in cui è avvenuta la frattura richiede, comprensibilmente, una grande energia psichica.Quando in un rapporto di intimità si ricorre a una bugia su un evento banale, ci troviamo spesso di fronte a un meccanismo di difesa: la persona può aver agito per timore del giudizio o per il bisogno di mantenere una facciata di assoluta libertà, sottovalutando però l'impatto che la mancanza di trasparenza avrebbe avuto sulla fiducia reciproca. Il silenzio e l'indifferenza che lei osserva ora sul lavoro sono la prosecuzione di questo schema: chi non riesce a gestire il senso di colpa o l'imbarazzo di essere stato 'scoperto' tende a chiudersi, sperando che la distanza fisica dissolva la tensione.In questa fase, diventa essenziale che lei sposti il focus dall'esterno all'interno, dedicando attenzione a se stessa e a come si sente davvero rispetto al comportamento dell’amica. Solo esplorando con onestà le proprie emozioni — la delusione, il senso di tradimento o la confusione — potrà fare chiarezza dentro di sé. Questa consapevolezza è il passaggio fondamentale: comprendere ciò che prova lei è l'unica bussola che, in seguito, le permetterà di avvicinarsi a capire le reali motivazioni dell'altro, senza smarrire la propria dignità e i propri confini. Per ogni dubbio sono disponibile, saluti.
Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Salve, quando passo davanti a un parco dove mi portavano da piccolo, mi viene a volte una stretta al petto o nella zona fra il petto e il diaframma. A volte è un po' più forte, però non mi viene da scappare, cioè c'è e mi viene anche il respiro un po più lungo però non mi viene da andarmene ma anzi di rimanerci. Che cosa vuol dire? Sono sintomi di un luogo che è stato positivo per me oppure no?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile, la sensazione che descrive è molto preziosa: il corpo è il canale primario attraverso cui comunichiamo con noi stessi, spesso precedendo la logica delle parole. Quella stretta che avverte tra il petto e il diaframma è il linguaggio con cui il suo organismo le sta parlando, segnalandole qualcosa di importante che forse non viene ascoltato da tempo.Il fatto che lei non provi l'impulso di fuggire, ma anzi desideri restare e respirare profondamente, suggerisce che quel parco non sia un luogo di dolore, ma un custode di 'calore emotivo'. Come abbiamo osservato, si tratta di una nostalgia 'dolce-amara': il suo corpo riconosce in quel posto un senso di protezione e di legame che ha radici profonde nella sua infanzia.In termini pratici, questa reazione fisica sembra essere un invito a fermarsi e ad approfondire: quale bisogno o quale qualità di legame interpersonale quel luogo rappresenta per lei? È possibile che in questo momento della sua vita vi sia la necessità di recuperare proprio quel calore e quella sicurezza che il parco riaccende in lei così intensamente. Ascoltare questa stretta al petto significa, in fondo, darsi il permesso di sentire ciò di cui ha realmente bisogno oggi, onorando il legame tra la bambina che è stata e la donna che è adesso. Sono disponibile se avesse voglia di approfondire, un saluto.
Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Salve ,scrivo in breve la mia storia perchè vorrei capire se la persona con cui ho intrapreso una relazione quatto anni fa circa potrebbe essere un narcisista patologico Malvagio.Sono una insegnante di 63 anni benestante ,stimata come professionista e considerata di bella presenza.Sono sposata ma mio marito è affetto da una malattia neuridegenerativa e sette anni fa ha subito danni cognitivi,Così che quattro anni fa mentre ero in un momento molto difficicile ,mi sentivo molto sola ho intrapreso una relazione con un uomo che oggi ha 69 anni .Quest'uomo lo conosco da circa 27 anni ed in passato lo avevo incontrato qualche volta in un momento di crisi profonda della relazione con mio marito.In questo tempo a cicli si era sempre presentato ma io no lo avevo più considerato.quando ho deciso di intraprendere la re relazione con lui l'ho fatto anche perchè mi sono fatta convincere dal fatto che lui mi aveva raccontato di essere rimasto vedovo ( sua moglie era morta a causa di un cancro ) e che la sua compagna aveva un mieloma al terzo stadio .all'inizio sembrava andare bene ,ma il suo comportamento era molto strano,mi invia centinaia di messaggi ,banali e pieni di emoji e quando io chiedevo chiarimenti lui spariva ..Nelle varie sparizioni chredendo di essere io la persona sbagliata l'ho cercato cosi la relazine è andata avanti dal 2022 al 2024. In giugno del 2024 dice di avere una depressione e sparisce.Nel luglio del 2025 a causa di una circostanza si ripresenta e mi convince nuovamente a riprendere la relazione nel frattempo io ero venuta a conoscenza (voci di popolo) che lui aveva manipolato più persone sole ,sopratutto done approfittandone per appropriarsi dei loro risparmi , era un bancario ,e per questa ragione era stato sospeso dal suo lavoro ,anche se non si era riuscito a dimostrare nulla .Inoltre che aveva sempre intessuto più relazioni in contemporanea .Ma io che sono una persona buona nonostante i vari dubbi ho deciso di ridargli fiducia .Sembrava che le cose andassero bene lui mi dedicava ,tempo ed attenzioni, fino a quando in gennaio lui sbaglia ad inviare un messaggio ed intuisco che c'era una quarta persona ,chiedo spiegazioni , ma lui sparisce.
Ora mi chiedo potrà ricomparire ancora ? E' un narcisista patologico maligno?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Signora, la sua testimonianza descrive un carico emotivo enorme. Si trova a gestire la malattia degenerativa di suo marito e un profondo senso di solitudine: è del tutto umano che, in un momento di tale fragilità, lei abbia cercato conforto in una figura nota. Tuttavia, i segnali che descrive (il bombardamento di messaggi banali, le sparizioni improvvise, le presunte manipolazioni finanziarie ai danni di altre donne e la serialità delle relazioni) delineano un profilo che merita estrema prudenza.
Le rispondo anzitutto sul piano clinico: lei si chiede se quest'uomo sia un narcisista patologico maligno. Sebbene molti comportamenti corrispondano a tale descrizione, è fondamentale comprendere che, in ambito terapeutico, dare un nome alla "malattia" di lui non è la soluzione per lei. Spesso, cercare una diagnosi per l'altro diventa un meccanismo di difesa per spostare il problema all'esterno, evitando di prendersi la responsabilità di chiudere definitivamente. Se lo etichettiamo come "malato", la sua parte buona e altruista (quella "crocerossina" che è in lei) sarà portata a giustificarlo, a perdonarlo o a restargli vicina perché "allontanato da tutti".
Ma dobbiamo guardare la realtà: quest'uomo non è solo, è isolato dalle conseguenze delle sue stesse azioni. La sua "bontà" non deve trasformarsi in un'autorizzazione a farsi calpestare. Lui è sparito non appena lei ha chiesto trasparenza sulla "quarta persona", e questo è un dato di fatto, non un sintomo da curare. Alla sua domanda "potrà ricomparire?", la risposta è probabilmente sì: è tipico di queste personalità tornare dove sanno di trovare accoglienza e risorse. Ma la vera domanda che deve porsi non è se lui tornerà, bensì perché lei dovrebbe permettergli di entrare ancora una volta nella sua vita, togliendole serenità invece di portargliene.
Vederlo realmente per quello che è — un uomo che manipola i sentimenti e le assenze per proprio vantaggio — è l'unico modo per smettere di sperare in un cambiamento che in quattro anni non è mai avvenuto. Lei è una donna stimata e di valore; merita una protezione reale e una vicinanza autentica, non un'illusione che appare e scompare a proprio piacimento. La invito a proteggere se stessa con la stessa dedizione con cui protegge i suoi cari.
Un cordiale saluto,
Dott. essa Francesca Romana Cinti.
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