Buongiorno,
la risposta alla sua domanda è già contenuta nelle ultime righe della sua lettera.
Lei scrive: “Il mio timore principale è che, una volta condivisa l’intimità completa, lui possa nuovamente allontanarsi o sparire”.
Questo timore va ascoltato, perché non nasce dal nulla. Da quello che racconta, questo ragazzo ha avuto un comportamento discontinuo: si è avvicinato, si è allontanato, è tornato, ha reagito male quando lei non era subito disponibile, poi ha interrotto di nuovo i contatti.
Non si tratta di giudicarlo, ma di osservare i fatti.
C’è però anche un altro punto. Lei sembra vivere questa situazione più nei pensieri che nel presente dell’incontro. La mente va continuamente avanti: immagina cosa potrebbe succedere dopo, teme che lui possa sparire, cerca garanzie, costruisce scenari.
Ma l’intimità non accade nel futuro immaginato. Accade nel presente.
Se mentre è con l’altro la mente è già occupata a prevedere l’abbandono, il giudizio o la delusione, il corpo difficilmente può lasciarsi andare. Non perché lei sia sbagliata, ma perché non si sente davvero al sicuro.
Quando si pensa troppo, si entra facilmente nella ruminazione: pensieri sui pensieri, domande che si sovrappongono ad altre domande, tentativi continui di capire, prevedere, controllare. Alla fine non ci si sente più.
E per accedere all’intimità non si arriva con troppi ragionamenti.
L’intimità richiede presenza, fiducia, rispetto dei tempi, ascolto del corpo e della propria sensibilità. Se tutto diventa un esame mentale — “devo farlo?”, “e se poi sparisce?”, “e se sbaglio?”, “e se non sono pronta?” — il corpo si chiude e l’esperienza perde naturalezza.
C’è anche il tema della pretesa di avere certezze prima di vivere l’esperienza.
È comprensibile voler essere prudenti, soprattutto quando si tratta della prima intimità. Ma nessuno può sapere tutto in anticipo. Nessuno può garantire che l’altro non cambierà, non si allontanerà, non deluderà.
L’amore e l’intimità appartengono anche all’esperienza dell’ignoto. Non sono un contratto firmato in anticipo, né una situazione comoda in cui ci si accomoda su due poltrone a bere un tè, già certi che nulla farà male.
Lui stesso potrebbe avere incertezze, paure, esitazioni, magari simili alle sue oppure opposte. Non sempre l’altro è il personaggio sicuro che immaginiamo. A volte anche l’altro si muove tra desiderio, paura, impazienza, fragilità.
L’amore è anche un oscuro intervallo in cui, per un momento, le differenze si attenuano e due persone smettono di studiarsi da lontano.
Questo non significa buttarsi senza rispetto di sé. Significa distinguere la prudenza dalla pretesa di controllare tutto.
C’è infine un ultimo aspetto. La vita non è ferma. Siamo dentro una corrente. Gli incontri accadono perché, per un certo tempo, due correnti si avvicinano, si toccano, forse procedono insieme. Ma non tutto può essere previsto, garantito, trattenuto.
Un incontro è anche un’occasione. Se lo si riempie solo di pensieri, paure, calcoli e garanzie, può sparire prima ancora di essere vissuto. Non perché bisogna buttarsi senza ascoltarsi, ma perché la vita si muove e tutto è soggetto al cambiamento.
L’attimo va riconosciuto. Non posseduto. Non immobilizzato. Riconosciuto.
Nel suo caso il tema riguarda la prima esperienza sessuale, la fiducia nell’altro, la paura dell’abbandono e il rischio che la ruminazione mentale blocchi il contatto con il proprio corpo e con il presente.
Se per lei questa è la prima esperienza, il punto non dovrebbe essere “arrivare al rapporto completo”, ma sentire se con questa persona può essere rispettata, non pressata, non usata, non abbandonata subito dopo.
Prima di procedere, dovrebbe chiedersi meno “che cosa devo fare?” e più “come mi sento davvero con lui?”.
Se prevale l’ansia di perderlo o il timore che lui sparisca, è prudente fermarsi.
Non perché la sessualità sia qualcosa da temere, ma perché la prima esperienza dovrebbe nascere dentro un clima di fiducia, rispetto e presenza. Non dentro la paura.
Dott. Francesco Paolo Coppola
Psicologo e Psicoterapeuta