Sono fidanzata con il mio ragazzo (25 anni) da quando ne avevamo 18. Da anni soffre di ludopatia. N
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risposte
Sono fidanzata con il mio ragazzo (25 anni) da quando ne avevamo 18.
Da anni soffre di ludopatia. Non me l’ha mai nascosta, anzi: mi ha sempre resa sua complice.
All’inizio ho sottovalutato il problema. Giocava cifre che non mi spaventavano e pensavo di poter gestire la situazione. Con il tempo, però, il gioco è diventato sempre più grave: ha iniziato a puntare cifre molto alte, ben oltre le sue possibilità.
Lavora da anni, ma ogni mese il suo stipendio finisce in pochissimi giorni.
Nonostante io non lavorassi, ho sempre cercato di colmare le sue perdite con i soldi che i miei genitori mi davano. Sono sempre stata una persona responsabile e attenta al denaro, anche perché i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare nulla e ho sempre avuto grande rispetto per i sacrifici che hanno fatto.
Col tempo però la situazione è degenerata.
Ho iniziato a rubare: prima oggetti d’oro, poi dalle carte che avevo a disposizione, poi direttamente dal conto dei miei genitori.
Questa cosa mi spaventa profondamente. So di essere stata “furba” nel farlo, ma non in un modo che mi rende orgogliosa: mi fa paura rendermi conto di cosa sono arrivata a fare.
Nonostante tutto, sono riuscita a portare avanti il mio percorso di studi: mi sono laureata con il massimo dei voti e ho trovato subito un lavoro full-remote dopo la laurea magistrale, con uno stipendio molto buono.
Lavoro da giugno, ora siamo a gennaio, e di quei soldi non mi è rimasto nulla.
Ogni mese lui spende tutto il suo stipendio e aspetta i miei soldi per “recuperare”.
So che può sembrare assurdo pensare che perda sempre, ma purtroppo non è così: ad aprile dell’anno scorso ha vinto circa 100.000 euro, persi interamente nel giro di una settimana.
Non ha un’auto, fa un lavoro che detesta, ha perso molte amicizie nel tempo.
Io continuo a lasciarlo, ma non riesco mai a farlo definitivamente. Mi sento bloccata in una relazione tossica che mi sta logorando, emotivamente ed economicamente.
Sono consapevole che questa situazione non è sana.
So di aver bisogno di aiuto, perché da sola non riesco più a uscirne.
Da anni soffre di ludopatia. Non me l’ha mai nascosta, anzi: mi ha sempre resa sua complice.
All’inizio ho sottovalutato il problema. Giocava cifre che non mi spaventavano e pensavo di poter gestire la situazione. Con il tempo, però, il gioco è diventato sempre più grave: ha iniziato a puntare cifre molto alte, ben oltre le sue possibilità.
Lavora da anni, ma ogni mese il suo stipendio finisce in pochissimi giorni.
Nonostante io non lavorassi, ho sempre cercato di colmare le sue perdite con i soldi che i miei genitori mi davano. Sono sempre stata una persona responsabile e attenta al denaro, anche perché i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare nulla e ho sempre avuto grande rispetto per i sacrifici che hanno fatto.
Col tempo però la situazione è degenerata.
Ho iniziato a rubare: prima oggetti d’oro, poi dalle carte che avevo a disposizione, poi direttamente dal conto dei miei genitori.
Questa cosa mi spaventa profondamente. So di essere stata “furba” nel farlo, ma non in un modo che mi rende orgogliosa: mi fa paura rendermi conto di cosa sono arrivata a fare.
Nonostante tutto, sono riuscita a portare avanti il mio percorso di studi: mi sono laureata con il massimo dei voti e ho trovato subito un lavoro full-remote dopo la laurea magistrale, con uno stipendio molto buono.
Lavoro da giugno, ora siamo a gennaio, e di quei soldi non mi è rimasto nulla.
Ogni mese lui spende tutto il suo stipendio e aspetta i miei soldi per “recuperare”.
So che può sembrare assurdo pensare che perda sempre, ma purtroppo non è così: ad aprile dell’anno scorso ha vinto circa 100.000 euro, persi interamente nel giro di una settimana.
Non ha un’auto, fa un lavoro che detesta, ha perso molte amicizie nel tempo.
Io continuo a lasciarlo, ma non riesco mai a farlo definitivamente. Mi sento bloccata in una relazione tossica che mi sta logorando, emotivamente ed economicamente.
Sono consapevole che questa situazione non è sana.
So di aver bisogno di aiuto, perché da sola non riesco più a uscirne.
Gentile utente,
quello che racconta è molto serio e merita di essere preso con grande attenzione. La situazione che descrive non riguarda solo la ludopatia del suo compagno ma anche il modo in cui, nel tempo, lei è stata progressivamente coinvolta e risucchiata nella dipendenza, fino a mettere a rischio la sua integrità, i suoi valori e il rapporto con la sua famiglia. È importante dirlo con chiarezza, senza giudizio: oggi non siete più “in due contro il problema” ma il problema sta governando entrambi. Il fatto che lei abbia iniziato a coprire le sue perdite, a mentire e perfino a rubare non parla di cattiveria o immoralità, ma di una dinamica di dipendenza relazionale (codipendenza) che spesso si sviluppa accanto alle dipendenze comportamentali. In altre parole, la malattia di lui ha finito per ammalare anche la relazione.
La vincita importante che cita è un elemento tipico delle dipendenze da gioco: non è una smentita del problema ma spesso il suo carburante più potente. Rinforza l’illusione del “recupero”, rendendo ancora più difficile fermarsi. In questo contesto, continuare a mettere a disposizione il suo denaro (anche con le migliori intenzioni) non lo aiuta a guarire e mantiene il circolo della dipendenza.
Il punto centrale ora non è decidere “se lasciarlo o meno” quanto piuttosto mettere immediatamente dei confini chiari e non negoziabili, a tutela sua. Questo significa, prima di tutto, interrompere ogni forma di sostegno economico, smettere di farsi complice del gioco e chiedere aiuto per sé. Lei stessa lo dice: da sola non ce la fa più. Ed è una presa di coscienza molto importante. Il suo compagno ha bisogno di un percorso specialistico per la ludopatia. Lei, parallelamente, ha bisogno di uno spazio terapeutico per lavorare sulla difficoltà a separarsi, sul senso di colpa, sulla paura di lasciarlo “solo” e sul peso di ciò che è arrivata a fare contro i suoi stessi valori. Esistono anche gruppi di supporto per familiari e partner di persone con dipendenza da gioco, che possono essere un primo passo concreto.
Lei è una persona competente, capace, con risorse importanti. Il fatto che oggi si senta intrappolata non annulla tutto questo e segnala che è il momento di proteggersi. Chiedere aiuto non significa fallire una relazione quanto piuttosto provare a salvarsi.
Un caro saluto e l’augurio sincero che possa trovare il sostegno adeguato per uscire da questa situazione.
Gabriele
quello che racconta è molto serio e merita di essere preso con grande attenzione. La situazione che descrive non riguarda solo la ludopatia del suo compagno ma anche il modo in cui, nel tempo, lei è stata progressivamente coinvolta e risucchiata nella dipendenza, fino a mettere a rischio la sua integrità, i suoi valori e il rapporto con la sua famiglia. È importante dirlo con chiarezza, senza giudizio: oggi non siete più “in due contro il problema” ma il problema sta governando entrambi. Il fatto che lei abbia iniziato a coprire le sue perdite, a mentire e perfino a rubare non parla di cattiveria o immoralità, ma di una dinamica di dipendenza relazionale (codipendenza) che spesso si sviluppa accanto alle dipendenze comportamentali. In altre parole, la malattia di lui ha finito per ammalare anche la relazione.
La vincita importante che cita è un elemento tipico delle dipendenze da gioco: non è una smentita del problema ma spesso il suo carburante più potente. Rinforza l’illusione del “recupero”, rendendo ancora più difficile fermarsi. In questo contesto, continuare a mettere a disposizione il suo denaro (anche con le migliori intenzioni) non lo aiuta a guarire e mantiene il circolo della dipendenza.
Il punto centrale ora non è decidere “se lasciarlo o meno” quanto piuttosto mettere immediatamente dei confini chiari e non negoziabili, a tutela sua. Questo significa, prima di tutto, interrompere ogni forma di sostegno economico, smettere di farsi complice del gioco e chiedere aiuto per sé. Lei stessa lo dice: da sola non ce la fa più. Ed è una presa di coscienza molto importante. Il suo compagno ha bisogno di un percorso specialistico per la ludopatia. Lei, parallelamente, ha bisogno di uno spazio terapeutico per lavorare sulla difficoltà a separarsi, sul senso di colpa, sulla paura di lasciarlo “solo” e sul peso di ciò che è arrivata a fare contro i suoi stessi valori. Esistono anche gruppi di supporto per familiari e partner di persone con dipendenza da gioco, che possono essere un primo passo concreto.
Lei è una persona competente, capace, con risorse importanti. Il fatto che oggi si senta intrappolata non annulla tutto questo e segnala che è il momento di proteggersi. Chiedere aiuto non significa fallire una relazione quanto piuttosto provare a salvarsi.
Un caro saluto e l’augurio sincero che possa trovare il sostegno adeguato per uscire da questa situazione.
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È comprensibile sentirsi esausti ehi potenti in questa situazione la neuropatia la dipendenza seria che colpisce non solo chi gioca anche familiari portando gravi conseguenze finanziarie , la priorità assoluta proteggere la tua salute finanziaria e psicologica fermando qualsiasi sostegno economico al partner per non alimentare il ciclo, smetti di non pagare dei debiti o prestiti gestisci le tue finanze separatamente per evitare ulteriori perdite questa è cruciale per spingere i partner a riconoscere il problema, esprimigli preoccupazioni quali esempi concreti senza accuse proponendo aiuto professionale insieme.
Buongiorno,
La situazione che porta appare molto delicata.
Sembra che ci sia una difficoltà nel terminare la relazione con il suo fidanzato anche se lei è consapevole che questa le stia facendo male. Come si sente ogni volta che finisce il rapporto? Sente dei benefici? Inoltre, cosa la spinge a tornare dal suo fidanzato dopo la rottura della relazione? Quali emozioni sono coinvolte nella ripresa della relazione?
In aggiunta, un altro tema è dato dalla paura che lei prova per ciò che ha fatto in passato per sostenere il suo fidanzato. Sicuramente, sono elementi importanti su cui può lavorare in un percorso di psicoterapia. Infatti, uno psicologo la potrà aiutare ad andare in profondità nel riconoscere i meccanismi alla base dei comportamenti che le creano disagio. Insieme, potrete conoscere le cause sottostanti la dinamica relazionale e trovare gli strumenti utili per gestire la situazione in modo funzionale.
Bisogna partire dalla sua consapevolezza di aver bisogno di aiuto, perché è il perno su cui può impostare il cambiamento ai fini di un maggior benessere. Il fatto che lei riconosca questa esigenza è molto importante e significativo.
Resto a disposizione per ulteriori domande e informazioni nell'eventualità di un colloquio psicologico di approfondimento.
Cordiali saluti
La situazione che porta appare molto delicata.
Sembra che ci sia una difficoltà nel terminare la relazione con il suo fidanzato anche se lei è consapevole che questa le stia facendo male. Come si sente ogni volta che finisce il rapporto? Sente dei benefici? Inoltre, cosa la spinge a tornare dal suo fidanzato dopo la rottura della relazione? Quali emozioni sono coinvolte nella ripresa della relazione?
In aggiunta, un altro tema è dato dalla paura che lei prova per ciò che ha fatto in passato per sostenere il suo fidanzato. Sicuramente, sono elementi importanti su cui può lavorare in un percorso di psicoterapia. Infatti, uno psicologo la potrà aiutare ad andare in profondità nel riconoscere i meccanismi alla base dei comportamenti che le creano disagio. Insieme, potrete conoscere le cause sottostanti la dinamica relazionale e trovare gli strumenti utili per gestire la situazione in modo funzionale.
Bisogna partire dalla sua consapevolezza di aver bisogno di aiuto, perché è il perno su cui può impostare il cambiamento ai fini di un maggior benessere. Il fatto che lei riconosca questa esigenza è molto importante e significativo.
Resto a disposizione per ulteriori domande e informazioni nell'eventualità di un colloquio psicologico di approfondimento.
Cordiali saluti
Buonasera, credo che probabilmente che andrebbero valutati gli aspetti di dipendenza che si insinuano nella coppia. Anche lui dovrebbe cercare, prima possibile un aiuto. Per quanto riguarda lei, le suggerisco di rivolgersi, prima possibile ad un terapeuta possibilmente che operi con emdr.
In bocca al lupo
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
In bocca al lupo
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Quello che descrive è una situazione molto dolorosa e complessa, e il fatto che lei riesca a raccontarla con tanta lucidità è già un segnale importante di consapevolezza. La ludopatia non colpisce solo chi gioca, ma coinvolge profondamente anche le persone vicine, che spesso finiscono – senza accorgersene – in un ruolo di co-dipendenza, assumendosi responsabilità, colmando perdite, proteggendo e sostenendo il comportamento problematico.
Nel tempo, questo meccanismo può portare a uno stravolgimento dei propri valori e dei propri confini, come lei stessa riconosce con molta onestà quando parla dei furti e della paura di non riconoscersi più. Non è una questione di “mancanza di forza” o di ingenuità: è l’effetto di una relazione che si è progressivamente strutturata attorno alla dipendenza, logorando la sua sicurezza emotiva ed economica.
È importante sottolineare che lei non può salvare il suo partner, né “recuperare” le sue perdite: la ludopatia è un disturbo che richiede un intervento specialistico specifico e una reale motivazione al cambiamento da parte di chi ne soffre. Allo stesso tempo, anche lei ha bisogno di uno spazio protetto per comprendere perché le è stato così difficile interrompere questa dinamica, ricostruire i confini e tutelare sé stessa.
Il senso di blocco che descrive è molto frequente nelle relazioni tossiche e non va affrontato da sola. Un percorso psicologico può aiutarla a uscire da questo circolo, a recuperare il controllo sulla sua vita e a prendere decisioni più sane per il suo benessere, indipendentemente dalle scelte del suo partner.
Le consiglio quindi di approfondire quanto sta vivendo con uno specialista, che possa accompagnarla in modo competente e rispettoso in questo momento così delicato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Nel tempo, questo meccanismo può portare a uno stravolgimento dei propri valori e dei propri confini, come lei stessa riconosce con molta onestà quando parla dei furti e della paura di non riconoscersi più. Non è una questione di “mancanza di forza” o di ingenuità: è l’effetto di una relazione che si è progressivamente strutturata attorno alla dipendenza, logorando la sua sicurezza emotiva ed economica.
È importante sottolineare che lei non può salvare il suo partner, né “recuperare” le sue perdite: la ludopatia è un disturbo che richiede un intervento specialistico specifico e una reale motivazione al cambiamento da parte di chi ne soffre. Allo stesso tempo, anche lei ha bisogno di uno spazio protetto per comprendere perché le è stato così difficile interrompere questa dinamica, ricostruire i confini e tutelare sé stessa.
Il senso di blocco che descrive è molto frequente nelle relazioni tossiche e non va affrontato da sola. Un percorso psicologico può aiutarla a uscire da questo circolo, a recuperare il controllo sulla sua vita e a prendere decisioni più sane per il suo benessere, indipendentemente dalle scelte del suo partner.
Le consiglio quindi di approfondire quanto sta vivendo con uno specialista, che possa accompagnarla in modo competente e rispettoso in questo momento così delicato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera,
ci vuole molto coraggio per riconoscere ciò che sta vivendo e per interrogarsi con tanta onestà su una situazione così complessa.
Da quanto racconta emerge un intreccio doloroso, in cui la dipendenza dal gioco del suo compagno e la sua difficoltà a separarsi da questa relazione sembrano alimentarsi reciprocamente, con conseguenze sempre più profonde per entrambi. Il fatto che lei riconosca di aver agito contro i propri valori e che questo la spaventi è un segnale importante di consapevolezza, e indica che una parte di lei sta cercando una via d’uscita.
Situazioni come questa difficilmente possono essere affrontate da soli. Un percorso psicoterapeutico può offrirle uno spazio protetto in cui esplorare cosa la tiene legata a questa dinamica, comprendere i meccanismi che la intrappolano e iniziare a costruire alternative più tutelanti per sé. In parallelo, può essere utile anche un supporto specifico per familiari di persone con dipendenze, che aiuti a non restare isolata e a ridurre il peso emotivo che sta sostenendo.
Per quanto riguarda il suo compagno, è importante ricordare che la ludopatia è una patologia seria che richiede un trattamento specialistico (come i servizi SerD o gruppi quali Giocatori Anonimi), ma nessun percorso può essere efficace se non nasce da una sua motivazione personale e attiva al cambiamento.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
ci vuole molto coraggio per riconoscere ciò che sta vivendo e per interrogarsi con tanta onestà su una situazione così complessa.
Da quanto racconta emerge un intreccio doloroso, in cui la dipendenza dal gioco del suo compagno e la sua difficoltà a separarsi da questa relazione sembrano alimentarsi reciprocamente, con conseguenze sempre più profonde per entrambi. Il fatto che lei riconosca di aver agito contro i propri valori e che questo la spaventi è un segnale importante di consapevolezza, e indica che una parte di lei sta cercando una via d’uscita.
Situazioni come questa difficilmente possono essere affrontate da soli. Un percorso psicoterapeutico può offrirle uno spazio protetto in cui esplorare cosa la tiene legata a questa dinamica, comprendere i meccanismi che la intrappolano e iniziare a costruire alternative più tutelanti per sé. In parallelo, può essere utile anche un supporto specifico per familiari di persone con dipendenze, che aiuti a non restare isolata e a ridurre il peso emotivo che sta sostenendo.
Per quanto riguarda il suo compagno, è importante ricordare che la ludopatia è una patologia seria che richiede un trattamento specialistico (come i servizi SerD o gruppi quali Giocatori Anonimi), ma nessun percorso può essere efficace se non nasce da una sua motivazione personale e attiva al cambiamento.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Gentile utente, il suo messaggio restituisce con grande chiarezza quanto questa situazione sia diventata pesante e dolorosa per lei. Si percepiscono la lucidità con cui riconosce che ciò che sta vivendo non è sano, ma anche il senso di intrappolamento, la paura e la vergogna per comportamenti che non la rappresentano e che sono nati dentro una dinamica ormai fuori controllo.
È importante dirlo con chiarezza: la ludopatia è una patologia e, come tutte le dipendenze, tende a coinvolgere profondamente anche chi sta accanto. Quello che descrive è un fenomeno di co-dipendenza, dove il desiderio di "aiutare" o "recuperare" le perdite porta a oltrepassare confini personali, economici ed etici pur di "tenere in piedi" l'altro. Il fatto che lei, nonostante i suoi brillanti successi accademici e professionali, si ritrovi oggi senza risorse economiche e con un profondo senso di colpa, è un segnale serio, non di una sua mancanza di valore, ma di una sofferenza profonda che ha "sequestrato" le sue capacità.
Accanto alla dipendenza di lui, emerge prepotentemente il suo bisogno di aiuto: non perché lei sia "sbagliata", ma perché da sola sta sostenendo un peso che non è irrisorio. La vicenda della grande vincita persa in pochi giorni dimostra che non c'è somma di denaro capace di colmare questo vuoto; solo un intervento strutturato può farlo. Uscire da queste dinamiche non è una semplice questione di forza di volontà: serve uno spazio protetto in cui comprendere cosa la lega ancora a questa relazione e come smettere di essere "complice" del gioco per tornare a essere protagonista della sua vita.
Un percorso psicoterapeutico può aiutarla a rimettere al centro se stessa, la sua sicurezza emotiva e i frutti del suo meritato lavoro, indipendentemente dalle scelte che il suo partner farà rispetto alla propria cura.
Se lo desidera, resto disponibile per un colloquio di consulto, per aiutarla a fare chiarezza e valutare insieme un percorso di supporto adeguato.
Un caro saluto
È importante dirlo con chiarezza: la ludopatia è una patologia e, come tutte le dipendenze, tende a coinvolgere profondamente anche chi sta accanto. Quello che descrive è un fenomeno di co-dipendenza, dove il desiderio di "aiutare" o "recuperare" le perdite porta a oltrepassare confini personali, economici ed etici pur di "tenere in piedi" l'altro. Il fatto che lei, nonostante i suoi brillanti successi accademici e professionali, si ritrovi oggi senza risorse economiche e con un profondo senso di colpa, è un segnale serio, non di una sua mancanza di valore, ma di una sofferenza profonda che ha "sequestrato" le sue capacità.
Accanto alla dipendenza di lui, emerge prepotentemente il suo bisogno di aiuto: non perché lei sia "sbagliata", ma perché da sola sta sostenendo un peso che non è irrisorio. La vicenda della grande vincita persa in pochi giorni dimostra che non c'è somma di denaro capace di colmare questo vuoto; solo un intervento strutturato può farlo. Uscire da queste dinamiche non è una semplice questione di forza di volontà: serve uno spazio protetto in cui comprendere cosa la lega ancora a questa relazione e come smettere di essere "complice" del gioco per tornare a essere protagonista della sua vita.
Un percorso psicoterapeutico può aiutarla a rimettere al centro se stessa, la sua sicurezza emotiva e i frutti del suo meritato lavoro, indipendentemente dalle scelte che il suo partner farà rispetto alla propria cura.
Se lo desidera, resto disponibile per un colloquio di consulto, per aiutarla a fare chiarezza e valutare insieme un percorso di supporto adeguato.
Un caro saluto
Quello che descrivi è una situazione di profonda sofferenza, e prima di tutto è importante riconoscere il coraggio che hai avuto nel raccontarla. Non stai parlando solo di una relazione difficile, ma di un intreccio complesso tra dipendenza, legame affettivo, senso di responsabilità e perdita progressiva dei confini personali. Da ciò che racconti emerge un forte ruolo di “caregiver” assunto molto presto nella relazione. Essere stata resa “complice” del problema, più che aiutante, ti ha collocata nel tempo in una posizione in cui il suo benessere, la sua stabilità economica e persino le sue possibilità di “rimediare” sono diventate una tua responsabilità.
Questo meccanismo è frequente nelle relazioni con una persona affetta da dipendenza: l’amore, il senso di lealtà, la speranza che “questa volta sia diversa” e la paura di lasciarlo solo portano gradualmente a spostare sempre più in là i propri limiti, fino a fare cose che non riconosciamo più come coerenti con chi siamo (come tu stessa hai notato con grande lucidità).
Il punto cruciale è che aiutare non coincide con sacrificarsi, e soprattutto non coincide con sostenere la dipendenza. Quando l’aiuto diventa sistematico “riparare” le conseguenze del comportamento dell’altro, il rischio è quello di entrare in una dinamica di codipendenza, in cui la relazione ruota attorno al problema e la tua vita, emotiva ed economica, viene progressivamente erosa. Il disturbo da gioco d’azzardo non è una mancanza di forza di volontà, ma una dipendenza comportamentale con meccanismi molto potenti. Alcuni bias cognitivi tipici che mantengono il problema sono:
Illusione di controllo: la convinzione di poter “gestire” il gioco, prevedere l’esito o recuperare le perdite.
Gambler’s fallacy: l’idea che dopo una serie di perdite “debba per forza arrivare una vincita”.
Inseguimento delle perdite: giocare somme sempre più alte per recuperare quanto perso, alimentando il circolo vizioso.
Sovrastima delle vincite e minimizzazione delle perdite, anche di fronte a evidenze molto gravi (come la vincita ingente persa in pochi giorni).
Questi meccanismi rendono comprensibile, ma non meno pericoloso, il fatto che lui continui a giocare e a chiedere supporto economico. Ed è fondamentale chiarire un punto: finché la dipendenza è attiva, il denaro che entra nel sistema non è una risorsa, ma carburante per il problema. Questa non è una situazione che puoi risolvere da sola. È fondamentale che tu abbia uno spazio terapeutico tuo, indipendente da lui, per lavorare sul senso di colpa, sulla difficoltà a separarti e sul recupero dei confini personali.
Parallelamente, lui può essere aiutato solo se intraprende un percorso specifico per la ludopatia, con professionisti competenti. Ma questa scelta non può essere tua, né sostenuta a costo della tua distruzione.
Concludo dicendoti una cosa importante: la tua vita, la tua integrità e il tuo futuro hanno valore.
Riconoscere di aver bisogno di aiuto, come stai facendo ora, è il primo passo per uscire da una dinamica che ti sta facendo molto male.
Questo meccanismo è frequente nelle relazioni con una persona affetta da dipendenza: l’amore, il senso di lealtà, la speranza che “questa volta sia diversa” e la paura di lasciarlo solo portano gradualmente a spostare sempre più in là i propri limiti, fino a fare cose che non riconosciamo più come coerenti con chi siamo (come tu stessa hai notato con grande lucidità).
Il punto cruciale è che aiutare non coincide con sacrificarsi, e soprattutto non coincide con sostenere la dipendenza. Quando l’aiuto diventa sistematico “riparare” le conseguenze del comportamento dell’altro, il rischio è quello di entrare in una dinamica di codipendenza, in cui la relazione ruota attorno al problema e la tua vita, emotiva ed economica, viene progressivamente erosa. Il disturbo da gioco d’azzardo non è una mancanza di forza di volontà, ma una dipendenza comportamentale con meccanismi molto potenti. Alcuni bias cognitivi tipici che mantengono il problema sono:
Illusione di controllo: la convinzione di poter “gestire” il gioco, prevedere l’esito o recuperare le perdite.
Gambler’s fallacy: l’idea che dopo una serie di perdite “debba per forza arrivare una vincita”.
Inseguimento delle perdite: giocare somme sempre più alte per recuperare quanto perso, alimentando il circolo vizioso.
Sovrastima delle vincite e minimizzazione delle perdite, anche di fronte a evidenze molto gravi (come la vincita ingente persa in pochi giorni).
Questi meccanismi rendono comprensibile, ma non meno pericoloso, il fatto che lui continui a giocare e a chiedere supporto economico. Ed è fondamentale chiarire un punto: finché la dipendenza è attiva, il denaro che entra nel sistema non è una risorsa, ma carburante per il problema. Questa non è una situazione che puoi risolvere da sola. È fondamentale che tu abbia uno spazio terapeutico tuo, indipendente da lui, per lavorare sul senso di colpa, sulla difficoltà a separarti e sul recupero dei confini personali.
Parallelamente, lui può essere aiutato solo se intraprende un percorso specifico per la ludopatia, con professionisti competenti. Ma questa scelta non può essere tua, né sostenuta a costo della tua distruzione.
Concludo dicendoti una cosa importante: la tua vita, la tua integrità e il tuo futuro hanno valore.
Riconoscere di aver bisogno di aiuto, come stai facendo ora, è il primo passo per uscire da una dinamica che ti sta facendo molto male.
Buonasera,
quello che descrive è una situazione molto seria e dolorosa, e colpisce il fatto che in lei ci sia già una grande consapevolezza di ciò che sta accadendo.
Nel tempo si è trovata, senza volerlo, intrappolata in un ruolo di contenimento e complicità, fino a oltrepassare confini che non la rappresentano e che oggi giustamente la spaventano. Questo ci parla di quanto una relazione disfunzionale possa spingerci a compiere atti che non riconosciamo come rappresentativi di noi stessi e dei nostri valori.
È importante però distinguere due livelli: la responsabilità del suo compagno, che riguarda la dipendenza,e la sua responsabilità, che oggi è quella di proteggersi interrompendo i meccanismi disfunzionali, in particolare il sostegno economico.
Credo sia anche fondamentale uno spazio di ascolto e sostegno che la aiuti e prendersi cura delle emozioni annesse e connesse a ciò che sta accadendo.
Un percorso psicologico individuale potrebbe aiutarla a comprendere perché si sente così vincolata e a ricostruire confini più sani riappropriandosi delle sue risorse, anche in termini economici. Parallelamente, per il suo compagno è assolutamente indispensabile un percorso specialistico per la dipendenza da gioco.
Chiedere aiuto ora non è un fallimento, ma un atto di responsabilità verso sé stessa e verso la vostra vita futura.
Cordialmente
Dott.ssa Mabel Morales
quello che descrive è una situazione molto seria e dolorosa, e colpisce il fatto che in lei ci sia già una grande consapevolezza di ciò che sta accadendo.
Nel tempo si è trovata, senza volerlo, intrappolata in un ruolo di contenimento e complicità, fino a oltrepassare confini che non la rappresentano e che oggi giustamente la spaventano. Questo ci parla di quanto una relazione disfunzionale possa spingerci a compiere atti che non riconosciamo come rappresentativi di noi stessi e dei nostri valori.
È importante però distinguere due livelli: la responsabilità del suo compagno, che riguarda la dipendenza,e la sua responsabilità, che oggi è quella di proteggersi interrompendo i meccanismi disfunzionali, in particolare il sostegno economico.
Credo sia anche fondamentale uno spazio di ascolto e sostegno che la aiuti e prendersi cura delle emozioni annesse e connesse a ciò che sta accadendo.
Un percorso psicologico individuale potrebbe aiutarla a comprendere perché si sente così vincolata e a ricostruire confini più sani riappropriandosi delle sue risorse, anche in termini economici. Parallelamente, per il suo compagno è assolutamente indispensabile un percorso specialistico per la dipendenza da gioco.
Chiedere aiuto ora non è un fallimento, ma un atto di responsabilità verso sé stessa e verso la vostra vita futura.
Cordialmente
Dott.ssa Mabel Morales
Salve,
la sua sofferenza è comprensibile e ciò che descrive mostra quanto questa situazione la stia mettendo in serio pericolo emotivo ed economico.
La ludopatia è una dipendenza e così come si presenta ora, non può essere gestita da Lei né risolta con l’amore o con il sacrificio personale.
È importante che Lei si protegga e che interrompa il coinvolgimento economico, chiedendo un aiuto professionale per sé, indipendentemente dalle scelte del suo compagno.
Riconoscere di non farcela da sola è già un passo molto importante.
Un cordiale saluto.
la sua sofferenza è comprensibile e ciò che descrive mostra quanto questa situazione la stia mettendo in serio pericolo emotivo ed economico.
La ludopatia è una dipendenza e così come si presenta ora, non può essere gestita da Lei né risolta con l’amore o con il sacrificio personale.
È importante che Lei si protegga e che interrompa il coinvolgimento economico, chiedendo un aiuto professionale per sé, indipendentemente dalle scelte del suo compagno.
Riconoscere di non farcela da sola è già un passo molto importante.
Un cordiale saluto.
Buongiorno, la ringrazio per il coraggio con cui ha raccontato la sua storia. Dalle sue parole emerge una sofferenza profonda, ma anche una grande lucidità nel riconoscere che ciò che sta vivendo non è più sostenibile. È importante dirle subito una cosa: il fatto che lei si renda conto della gravità della situazione, che provi paura per ciò che è arrivata a fare e che senta il bisogno di aiuto, non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza. Lei si è trovata, nel tempo, a entrare in un ruolo che inizialmente poteva sembrare di supporto, di vicinanza, persino di amore. Quando una persona che si ama ha una difficoltà così grande, è facile convincersi di poterla contenere, di poter rimediare, di poter “tenere tutto in piedi”. All’inizio il problema sembrava gestibile, le cifre non facevano paura, e probabilmente dentro di lei c’era l’idea che bastasse stare attenta, essere responsabile, compensare. Questo meccanismo, però, lentamente l’ha trascinata sempre più dentro una dinamica che non le appartiene e che oggi la spaventa. Il passaggio che descrive, quello che l’ha portata a usare soldi non suoi e poi a rubare, è un campanello d’allarme molto importante. Non perché definisca chi lei sia, ma perché segnala fino a che punto questa relazione e il problema del gioco abbiano invaso la sua vita, i suoi valori e i suoi confini. Lei stessa dice che non si riconosce in questi comportamenti, che la spaventano. Questo è un punto cruciale, perché indica che dentro di lei c’è ancora una parte sana, responsabile, che sente di essersi allontanata da ciò che è giusto per sé. Colpisce molto il contrasto tra la sua capacità di portare avanti gli studi, di costruirsi una carriera brillante, di essere autonoma e competente, e il modo in cui, sul piano affettivo ed economico, si sente intrappolata. Questo spesso accade quando l’energia viene tutta assorbita dal tentativo di salvare l’altro. Più lei si impegna a tamponare le conseguenze del gioco, più lui non è costretto a confrontarsi davvero con il problema, e più lei perde spazio, sicurezza e libertà. Il senso di blocco che descrive è comprensibile. Lasciare una relazione così non è solo separarsi da una persona, ma anche fare i conti con la paura, con il senso di colpa, con l’idea di abbandonare qualcuno che sta male. A volte c’è anche la speranza, alimentata da episodi come le vincite importanti, che tutto possa cambiare all’improvviso. Ma la realtà che lei descrive è quella di un ciclo che si ripete, in cui ogni risorsa economica diventa carburante per il gioco, e ogni suo tentativo di aiutare finisce per danneggiarla ancora di più. È molto importante che lei riconosca una verità difficile, ma fondamentale: lei non può salvare il suo compagno dal gioco, e continuare a farlo a sue spese la sta portando a perdere se stessa. Il suo bisogno di aiuto non riguarda solo la gestione del denaro o della relazione, ma la necessità di ricostruire dei confini, di tornare a scegliere per la sua sicurezza emotiva e materiale, di interrompere un meccanismo che la sta logorando. Chiedere aiuto, in questo momento, non significa fallire, ma iniziare a proteggersi. Significa prendersi sul serio, riconoscere che l’amore non può richiedere di sacrificare la propria dignità, la propria serenità e la propria onestà. Lei merita una vita in cui il lavoro che ha fatto su di sé, le sue capacità e il suo impegno non vengano risucchiati da una dipendenza che non le appartiene. Uscire da una relazione tossica è un processo, non un atto improvviso. Richiede sostegno, chiarezza e tempo. Il fatto che lei sia arrivata a dire di non riuscire più da sola è un primo passo prezioso, perché apre la possibilità di un cambiamento reale, non basato sulla speranza che l’altro cambi, ma sulla scelta di prendersi cura di sé. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile utente,
la situazione che descrive è molto complessa e dolorosa. Accanto alla ludopatia del suo compagno, emerge un coinvolgimento profondo anche per lei, che nel tempo l’ha portata ad assumere un ruolo di “salvataggio” con conseguenze emotive ed economiche importanti. Il senso di blocco, la difficoltà a interrompere la relazione e i comportamenti che oggi la spaventano sono segnali di un forte logoramento e di una sofferenza reale.
È importante chiarire che la ludopatia è una dipendenza e, come tale, non può essere gestita o “contenuta” dal partner. Il fatto che lei riconosca di aver bisogno di aiuto è un passaggio fondamentale.
Un percorso di supporto psicologico individuale per lei è fortemente indicato, per lavorare sui confini, sul senso di responsabilità e sui meccanismi che la tengono legata a questa dinamica nonostante la consapevolezza del danno.
Parallelamente, il suo compagno avrebbe bisogno di un trattamento specifico per il gioco d’azzardo patologico (psicoterapia e, se necessario, servizi dedicati alle dipendenze). Tuttavia, la sua scelta di curarsi non può dipendere da lei né essere sostenuta a costo del suo benessere.
Uscire da una relazione di questo tipo richiede spesso un accompagnamento professionale: non è una questione di forza di volontà, ma di tutela di sé. Chiedere aiuto ora può permetterle di interrompere una spirale che rischia di diventare sempre più distruttiva.
la situazione che descrive è molto complessa e dolorosa. Accanto alla ludopatia del suo compagno, emerge un coinvolgimento profondo anche per lei, che nel tempo l’ha portata ad assumere un ruolo di “salvataggio” con conseguenze emotive ed economiche importanti. Il senso di blocco, la difficoltà a interrompere la relazione e i comportamenti che oggi la spaventano sono segnali di un forte logoramento e di una sofferenza reale.
È importante chiarire che la ludopatia è una dipendenza e, come tale, non può essere gestita o “contenuta” dal partner. Il fatto che lei riconosca di aver bisogno di aiuto è un passaggio fondamentale.
Un percorso di supporto psicologico individuale per lei è fortemente indicato, per lavorare sui confini, sul senso di responsabilità e sui meccanismi che la tengono legata a questa dinamica nonostante la consapevolezza del danno.
Parallelamente, il suo compagno avrebbe bisogno di un trattamento specifico per il gioco d’azzardo patologico (psicoterapia e, se necessario, servizi dedicati alle dipendenze). Tuttavia, la sua scelta di curarsi non può dipendere da lei né essere sostenuta a costo del suo benessere.
Uscire da una relazione di questo tipo richiede spesso un accompagnamento professionale: non è una questione di forza di volontà, ma di tutela di sé. Chiedere aiuto ora può permetterle di interrompere una spirale che rischia di diventare sempre più distruttiva.
Gentile utente buongiorno, non c’è nulla di “sbagliato” in te. Sei una persona che ha amato molto e troppo a lungo senza proteggersi. Quando si vive accanto a una dipendenza, si finisce facilmente per perdere i propri confini pur di non perdere l’altro. Cerca di mettere un confine chiaro, immediato e non negoziabile sul denaro, e consideralo una forma di cura, non una punizione.
In pratica: da oggi i tuoi soldi sono solo tuoi. Nessuna eccezione, nessuna promessa, nessun “solo questa volta”. Non perché tu non lo ami, ma perché ogni volta che lo salvi economicamente, la dipendenza cresce e tu ti perdi un po’ di più.
Quando arriva il senso di colpa, prova a dirti: “Sto facendo qualcosa di difficile perché è sano, non perché sono cattiva.” Questo è un pensiero alternativo, realistico e protettivo.
Non devi decidere ora se lasciarlo. Devi solo decidere di smettere di farti del male per tenerlo in piedi. Questo è un passo risolutivo perché interrompe il ciclo che ti sta logorando. In questo momento così complicato, chiedere aiuto professionale per te non è un segno di fallimento, è il momento in cui inizi davvero a riprendere il controllo della tua vita. Resto a disposizione per qualsiasi chiarimento.
Dott.ssa Giuseppina La Pietra
In pratica: da oggi i tuoi soldi sono solo tuoi. Nessuna eccezione, nessuna promessa, nessun “solo questa volta”. Non perché tu non lo ami, ma perché ogni volta che lo salvi economicamente, la dipendenza cresce e tu ti perdi un po’ di più.
Quando arriva il senso di colpa, prova a dirti: “Sto facendo qualcosa di difficile perché è sano, non perché sono cattiva.” Questo è un pensiero alternativo, realistico e protettivo.
Non devi decidere ora se lasciarlo. Devi solo decidere di smettere di farti del male per tenerlo in piedi. Questo è un passo risolutivo perché interrompe il ciclo che ti sta logorando. In questo momento così complicato, chiedere aiuto professionale per te non è un segno di fallimento, è il momento in cui inizi davvero a riprendere il controllo della tua vita. Resto a disposizione per qualsiasi chiarimento.
Dott.ssa Giuseppina La Pietra
Cara utente,
Quello che racconti è una storia di grande sofferenza, ma anche di grande lucidità. Il fatto che tu riesca oggi a riconoscere che questa relazione ti sta logorando è un passaggio fondamentale e tutt’altro che scontato.
Nelle relazioni affettive, soprattutto quando sono molto lunghe e iniziate in giovane età, può accadere che il confine tra “amare” e “sacrificarsi” diventi sempre più sottile, fino quasi a scomparire. In questo caso, la ludopatia del tuo partner non è rimasta “sua”, ma è entrata progressivamente nella relazione, trasformandoti da compagna a sostenitrice, poi a mediatrice, fino a diventare – tuo malgrado – parte attiva di un meccanismo distruttivo.
Un punto centrale che emerge dal tuo racconto riguarda i limiti. I limiti non sono punizioni né atti di egoismo: sono strumenti di tutela della propria integrità emotiva, morale ed economica. Quando, per amore o paura di perdere l’altro, iniziamo a oltrepassare i nostri limiti personali, il prezzo da pagare è spesso molto alto. Nel tuo caso, questi confini sono stati superati poco alla volta, fino ad arrivare a comportamenti che oggi ti spaventano e che non rispecchiano i tuoi valori profondi. Questo non parla di chi “sei”, ma di quanto una situazione relazionale possa spingere una persona oltre se stessa.
È importante sottolineare un aspetto chiave: non è possibile salvare qualcuno sacrificando se stessi. La dipendenza è una condizione che richiede un percorso di cura specifico e una responsabilità personale che non può essere delegata al partner. Continuare a “coprire”, recuperare o tamponare le conseguenze del gioco, per quanto comprensibile sul piano emotivo, rischia di mantenere il problema e di intrappolarti in una relazione sempre più sbilanciata.
Rinforzarsi interiormente è il primo passo per poter mettere limiti chiari all’altro. Ma questo è molto difficile da fare da soli, soprattutto quando sono in gioco anni di legame, senso di colpa, paura, speranza e affetto. Un percorso di sostegno psicologico personale può aiutarti a:
• comprendere i meccanismi relazionali in cui sei coinvolta
• recuperare il contatto con i tuoi bisogni e valori
• lavorare sul senso di responsabilità e di colpa
• costruire confini più solidi e sostenibili
• ritrovare una posizione di scelta, anziché di blocco
Chiedere aiuto non significa fallire, ma iniziare a prendersi cura di sé. È uno spazio sicuro in cui poter rimettere ordine, senza giudizio, e iniziare a fare scelte che non siano più contro di te.
Se senti che questa situazione ti sta portando troppo lontano da chi sei, fermarti e cercare un supporto professionale è un atto di grande coraggio e di profondo rispetto verso te stessa.
Mi rendo disponibile (on line o presenzialmente) caso decidessi iniziare un percorso di sostegno,
Dottoressa Fernanda Lascala de Senna
Quello che racconti è una storia di grande sofferenza, ma anche di grande lucidità. Il fatto che tu riesca oggi a riconoscere che questa relazione ti sta logorando è un passaggio fondamentale e tutt’altro che scontato.
Nelle relazioni affettive, soprattutto quando sono molto lunghe e iniziate in giovane età, può accadere che il confine tra “amare” e “sacrificarsi” diventi sempre più sottile, fino quasi a scomparire. In questo caso, la ludopatia del tuo partner non è rimasta “sua”, ma è entrata progressivamente nella relazione, trasformandoti da compagna a sostenitrice, poi a mediatrice, fino a diventare – tuo malgrado – parte attiva di un meccanismo distruttivo.
Un punto centrale che emerge dal tuo racconto riguarda i limiti. I limiti non sono punizioni né atti di egoismo: sono strumenti di tutela della propria integrità emotiva, morale ed economica. Quando, per amore o paura di perdere l’altro, iniziamo a oltrepassare i nostri limiti personali, il prezzo da pagare è spesso molto alto. Nel tuo caso, questi confini sono stati superati poco alla volta, fino ad arrivare a comportamenti che oggi ti spaventano e che non rispecchiano i tuoi valori profondi. Questo non parla di chi “sei”, ma di quanto una situazione relazionale possa spingere una persona oltre se stessa.
È importante sottolineare un aspetto chiave: non è possibile salvare qualcuno sacrificando se stessi. La dipendenza è una condizione che richiede un percorso di cura specifico e una responsabilità personale che non può essere delegata al partner. Continuare a “coprire”, recuperare o tamponare le conseguenze del gioco, per quanto comprensibile sul piano emotivo, rischia di mantenere il problema e di intrappolarti in una relazione sempre più sbilanciata.
Rinforzarsi interiormente è il primo passo per poter mettere limiti chiari all’altro. Ma questo è molto difficile da fare da soli, soprattutto quando sono in gioco anni di legame, senso di colpa, paura, speranza e affetto. Un percorso di sostegno psicologico personale può aiutarti a:
• comprendere i meccanismi relazionali in cui sei coinvolta
• recuperare il contatto con i tuoi bisogni e valori
• lavorare sul senso di responsabilità e di colpa
• costruire confini più solidi e sostenibili
• ritrovare una posizione di scelta, anziché di blocco
Chiedere aiuto non significa fallire, ma iniziare a prendersi cura di sé. È uno spazio sicuro in cui poter rimettere ordine, senza giudizio, e iniziare a fare scelte che non siano più contro di te.
Se senti che questa situazione ti sta portando troppo lontano da chi sei, fermarti e cercare un supporto professionale è un atto di grande coraggio e di profondo rispetto verso te stessa.
Mi rendo disponibile (on line o presenzialmente) caso decidessi iniziare un percorso di sostegno,
Dottoressa Fernanda Lascala de Senna
Gentile utente, dalla sua descrizione emerge una situazione di forte sofferenza e di progressiva perdita di confini, che la sta coinvolgendo emotivamente, economicamente e nei suoi valori personali. È importante riconoscere, come già sta facendo, che da sola non riesce più a sostenere questo peso e che il tentativo di “salvare” l’altro l’ha portata a mettere a rischio se stessa. Chiedere un aiuto professionale per sé, in uno spazio dedicato e protetto, può essere un primo passo fondamentale per recuperare lucidità, tutelarsi e comprendere quali limiti sia necessario ristabilire. Non si tratta di colpe, ma di prendersi cura di sé. Un caro saluto
Buongiorno,
da quanto racconta emerge una situazione molto gravosa, che va avanti da anni e che l’ha portata a sacrificare progressivamente confini, serenità e sicurezza economica pur di sostenere il suo compagno. Il fatto di essersi spinta a comportamenti che oggi la spaventano segnala quanto questa relazione la stia mettendo sotto pressione.
Il sentirsi bloccata, pur riconoscendo che la situazione è dannosa, racconta quanto il legame sia diventato complesso e logorante, carico di responsabilità emotive che la tengono intrappolata.
Riconoscere di aver bisogno di aiuto è già un passaggio fondamentale: penso possa essere fondamentale un percorso psicologico per offrirle uno spazio protetto per comprendere meglio questa dinamica e rimettere al centro il suo benessere personale ed economico.
Un saluto
da quanto racconta emerge una situazione molto gravosa, che va avanti da anni e che l’ha portata a sacrificare progressivamente confini, serenità e sicurezza economica pur di sostenere il suo compagno. Il fatto di essersi spinta a comportamenti che oggi la spaventano segnala quanto questa relazione la stia mettendo sotto pressione.
Il sentirsi bloccata, pur riconoscendo che la situazione è dannosa, racconta quanto il legame sia diventato complesso e logorante, carico di responsabilità emotive che la tengono intrappolata.
Riconoscere di aver bisogno di aiuto è già un passaggio fondamentale: penso possa essere fondamentale un percorso psicologico per offrirle uno spazio protetto per comprendere meglio questa dinamica e rimettere al centro il suo benessere personale ed economico.
Un saluto
Buongiorno, Ti ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e dolorosa. Da quello che racconti emerge quanto questa relazione ti stia mettendo in difficoltà, fino a farti perdere serenità, sicurezza economica e confini personali. Questo è un segnale importante da ascoltare.
La ludopatia è una dipendenza e, come tale, richiede una presa in carico specifica. È fondamentale che il tuo compagno possa rivolgersi a un Centro di Salute Mentale territoriale o ai servizi per le dipendenze, dove sono previsti percorsi gratuiti e strutturati, pensati proprio per questo tipo di difficoltà.
Allo stesso tempo, è altrettanto importante che tu possa avere uno spazio tuo, un percorso psicologico che ti aiuti a proteggerti, a comprendere il legame che ti tiene bloccata e a ricostruire confini più sani, indipendentemente dalle scelte che lui farà.
La ludopatia è una dipendenza e, come tale, richiede una presa in carico specifica. È fondamentale che il tuo compagno possa rivolgersi a un Centro di Salute Mentale territoriale o ai servizi per le dipendenze, dove sono previsti percorsi gratuiti e strutturati, pensati proprio per questo tipo di difficoltà.
Allo stesso tempo, è altrettanto importante che tu possa avere uno spazio tuo, un percorso psicologico che ti aiuti a proteggerti, a comprendere il legame che ti tiene bloccata e a ricostruire confini più sani, indipendentemente dalle scelte che lui farà.
é una situazione molto forte emotivamente. La ludopatia è una dipendenza e serve una forte volontà e un grande percorso psicologico per andare a gestirla. A prescindere da questo, la consapevolezza è il primo passo verso un inizio di un cambiamento, che possa poi rivelarsi positivo. E' da qui che si deve partire, alla ricerca di una nuova Sè, ricordando da dove si è partiti e con il coraggio di fare dei passi che oggi sembrano insormontabili, ma con dedizione e un piccola dose di speranza, avranno successo. Il finire degli studi e aver trovato un lavoro denota che ci sono tante componenti della sua individualità che sono solide, occorre lavorare su quelle e su tutte le persone che possano essere un supporto emotivo e personale. Il resto a mio avviso lascia il tempo che trova: come si suol dire "i soldi vanno e vengono" ma ciò che ci deve interessare è che la nostra emotività ed autenticità non deve venire meno
Gentilissima, dalla sua descrizione emerge una situazione estremamente gravosa, che negli anni ha assunto i contorni di un legame in cui la dipendenza dal gioco del suo compagno si è intrecciata, progressivamente, con una forma di coinvolgimento e di “corresponsabilità” che oggi la sta consumando sul piano emotivo, relazionale ed economico. È importante riconoscere la lucidità con cui sta guardando ciò che è accaduto: lei vede chiaramente la deriva, ne sente la pericolosità e prova paura per i gesti a cui è arrivata.
Il punto critico non riguarda soltanto la ludopatia del suo ragazzo, che è un problema serio che richiederebbe un trattamento specialistico strutturato, ma anche la dinamica di coppia che si è costruita attorno al gioco: lei è stata resa “complice”, poi è diventata il sostegno economico e, col tempo, il contenitore delle conseguenze. In questo tipo di legame spesso si crea un circuito in cui l’illusione del “recupero” e l’urgenza di riparare la perdita tengono insieme la coppia più dell’intimità o della progettualità, fino a spostare sempre più in là il limite di ciò che appare tollerabile. È comprensibile che, vivendo accanto a lui da così tanti anni, lei abbia oscillato tra il desiderio di salvarlo e la speranza che qualcosa, prima o poi, cambi. Tuttavia, i fatti che riporta mostrano una perdita di controllo marcata: la vincita ingente bruciata in una settimana, lo stipendio che scompare, l’attesa dei suoi soldi per continuare a giocare, l’isolamento sociale. In parallelo, la sua vita è plausibilmente stata parzialmente risucchiata in un ruolo che la sta allontanando da chi sente di voler essere.
Quando lei dice “lo lascio ma non riesco a farlo definitivamente”, sta nominando un conflitto interno centrale. Da una prospettiva psicologica, vale la pena interrogarsi su ciò che la trattiene: non in termini di giudizio, ma per capire quali bisogni, paure e fantasie si attivano quando prova ad allontanarsi. In relazioni di questo tipo possono entrare in gioco la paura del lutto e del vuoto dopo un legame così lungo, il timore della solitudine, la speranza ripetuta di poter essere “quella che lo cambia”, un senso di responsabilità che scivola nel senso di colpa, o una dinamica di dipendenza affettiva in cui l’altro, anche quando fa male, resta il centro attorno a cui si organizza la propria stabilità emotiva. A volte, inoltre, la funzione “salvifica” svolta per l’altro diventa un modo per sentirsi necessaria, per dare senso e coerenza alla relazione, o per non contattare parti di sé più fragili e bisognose. Capire con precisione che cosa succede dentro di lei nei momenti in cui decide di chiudere e poi torna indietro è un passaggio fondamentale per uscire dalla paralisi e recuperare una posizione soggettiva più solida.
Accanto a questa comprensione, però, c’è un livello concreto che oggi richiede protezione immediata. Lei sta pagando un prezzo altissimo e sta rischiando conseguenze rilevanti, legali e familiari, oltre che psicologiche. Per questo è essenziale interrompere il circuito dell’“attesa dei suoi soldi” e della riparazione economica: finché il flusso di denaro resta disponibile, il gioco trova carburante e lei resta intrappolata nella stessa spirale. Non si tratta di punire il suo compagno, ma di mettere un argine a una dinamica che la sta portando a perdersi e che, paradossalmente, finisce per sostenere la dipendenza. In parallelo, sarebbe opportuno che lui venisse orientato con decisione verso un percorso specifico per la ludopatia; ma il suo lavoro, in questo momento, è soprattutto riprendere contatto con la sua tutela, i suoi confini e la sua possibilità di scelta.
Lei scrive con chiarezza: “da sola non riesco più a uscirne”. Questo è un punto cruciare che merita una risposta altrettanto chiara: un percorso psicologico può assolutamente aiutarla a dare un significato profondo a ciò che sta vivendo, a sciogliere i nodi che la tengono legata a questa dinamica e a sostenere, passo dopo passo, decisioni chiare e coerenti nel tempo. In terapia potrà lavorare sia sul versante emotivo (colpa, paura, vergogna, lutto, dipendenza affettiva) sia su quello relazionale (confini, responsabilità, separazione tra amore e salvataggio, riconoscimento dei propri bisogni), in modo che la scelta che farà non sia dettata dall’urgenza o dal panico, ma da una posizione interna più stabile e rispettosa di sé. Non esiste una scelta “giusta” in astratto, ma esiste la possibilità di costruire una scelta che non la distrugga, che non la costringa a tradire i suoi valori e che le restituisca dignità e sicurezza.
Il punto critico non riguarda soltanto la ludopatia del suo ragazzo, che è un problema serio che richiederebbe un trattamento specialistico strutturato, ma anche la dinamica di coppia che si è costruita attorno al gioco: lei è stata resa “complice”, poi è diventata il sostegno economico e, col tempo, il contenitore delle conseguenze. In questo tipo di legame spesso si crea un circuito in cui l’illusione del “recupero” e l’urgenza di riparare la perdita tengono insieme la coppia più dell’intimità o della progettualità, fino a spostare sempre più in là il limite di ciò che appare tollerabile. È comprensibile che, vivendo accanto a lui da così tanti anni, lei abbia oscillato tra il desiderio di salvarlo e la speranza che qualcosa, prima o poi, cambi. Tuttavia, i fatti che riporta mostrano una perdita di controllo marcata: la vincita ingente bruciata in una settimana, lo stipendio che scompare, l’attesa dei suoi soldi per continuare a giocare, l’isolamento sociale. In parallelo, la sua vita è plausibilmente stata parzialmente risucchiata in un ruolo che la sta allontanando da chi sente di voler essere.
Quando lei dice “lo lascio ma non riesco a farlo definitivamente”, sta nominando un conflitto interno centrale. Da una prospettiva psicologica, vale la pena interrogarsi su ciò che la trattiene: non in termini di giudizio, ma per capire quali bisogni, paure e fantasie si attivano quando prova ad allontanarsi. In relazioni di questo tipo possono entrare in gioco la paura del lutto e del vuoto dopo un legame così lungo, il timore della solitudine, la speranza ripetuta di poter essere “quella che lo cambia”, un senso di responsabilità che scivola nel senso di colpa, o una dinamica di dipendenza affettiva in cui l’altro, anche quando fa male, resta il centro attorno a cui si organizza la propria stabilità emotiva. A volte, inoltre, la funzione “salvifica” svolta per l’altro diventa un modo per sentirsi necessaria, per dare senso e coerenza alla relazione, o per non contattare parti di sé più fragili e bisognose. Capire con precisione che cosa succede dentro di lei nei momenti in cui decide di chiudere e poi torna indietro è un passaggio fondamentale per uscire dalla paralisi e recuperare una posizione soggettiva più solida.
Accanto a questa comprensione, però, c’è un livello concreto che oggi richiede protezione immediata. Lei sta pagando un prezzo altissimo e sta rischiando conseguenze rilevanti, legali e familiari, oltre che psicologiche. Per questo è essenziale interrompere il circuito dell’“attesa dei suoi soldi” e della riparazione economica: finché il flusso di denaro resta disponibile, il gioco trova carburante e lei resta intrappolata nella stessa spirale. Non si tratta di punire il suo compagno, ma di mettere un argine a una dinamica che la sta portando a perdersi e che, paradossalmente, finisce per sostenere la dipendenza. In parallelo, sarebbe opportuno che lui venisse orientato con decisione verso un percorso specifico per la ludopatia; ma il suo lavoro, in questo momento, è soprattutto riprendere contatto con la sua tutela, i suoi confini e la sua possibilità di scelta.
Lei scrive con chiarezza: “da sola non riesco più a uscirne”. Questo è un punto cruciare che merita una risposta altrettanto chiara: un percorso psicologico può assolutamente aiutarla a dare un significato profondo a ciò che sta vivendo, a sciogliere i nodi che la tengono legata a questa dinamica e a sostenere, passo dopo passo, decisioni chiare e coerenti nel tempo. In terapia potrà lavorare sia sul versante emotivo (colpa, paura, vergogna, lutto, dipendenza affettiva) sia su quello relazionale (confini, responsabilità, separazione tra amore e salvataggio, riconoscimento dei propri bisogni), in modo che la scelta che farà non sia dettata dall’urgenza o dal panico, ma da una posizione interna più stabile e rispettosa di sé. Non esiste una scelta “giusta” in astratto, ma esiste la possibilità di costruire una scelta che non la distrugga, che non la costringa a tradire i suoi valori e che le restituisca dignità e sicurezza.
Dal racconto emerge una dinamica di dipendenza incrociata: la sua ludopatia e il tuo coinvolgimento progressivo nel tentativo di contenere i danni. Con il tempo il confine tra aiuto e complicità si è spostato, fino a portarti a comportamenti che oggi riconosci come non allineati ai tuoi valori. Questa consapevolezza è un segnale di funzionamento, non di fallimento.
La difficoltà a lasciarlo non indica mancanza di volontà, ma un legame rinforzato dalla dipendenza, che tende a bloccarti anche quando vedi chiaramente le conseguenze. In questo momento il sostegno necessario non è “fare di più”, ma interrompere il circuito e spostare il focus sulla tua tutela. Un aiuto professionale può servire a ricostruire confini e autonomia, passo dopo passo.
La difficoltà a lasciarlo non indica mancanza di volontà, ma un legame rinforzato dalla dipendenza, che tende a bloccarti anche quando vedi chiaramente le conseguenze. In questo momento il sostegno necessario non è “fare di più”, ma interrompere il circuito e spostare il focus sulla tua tutela. Un aiuto professionale può servire a ricostruire confini e autonomia, passo dopo passo.
Buongiorno,
le sue parole trasmettono molta sofferenza, ma anche grande lucidità e consapevolezza. Non è una persona “sbagliata”: si è trovata lentamente coinvolta in una dinamica di dipendenza che l’ha portata a oltrepassare confini che oggi la spaventano, ed è comprensibile che questo la faccia sentire in colpa e bloccata. Il problema principale non è la sua debolezza, ma una relazione in cui la dipendenza di lui è diventata anche la sua prigione.
Il fatto che lei riconosca tutto questo e chieda aiuto è un passaggio fondamentale. È importante che lei si tuteli, interrompa il coinvolgimento economico e trovi uno spazio di sostegno tutto suo. Un percorso psicologico individuale, affiancato eventualmente a servizi specifici per la ludopatia, può aiutarla a uscire da questa relazione tossica e a ricostruire sicurezza, confini e fiducia in sé. Non è sola, e chiedere aiuto ora è un atto di grande forza.
le sue parole trasmettono molta sofferenza, ma anche grande lucidità e consapevolezza. Non è una persona “sbagliata”: si è trovata lentamente coinvolta in una dinamica di dipendenza che l’ha portata a oltrepassare confini che oggi la spaventano, ed è comprensibile che questo la faccia sentire in colpa e bloccata. Il problema principale non è la sua debolezza, ma una relazione in cui la dipendenza di lui è diventata anche la sua prigione.
Il fatto che lei riconosca tutto questo e chieda aiuto è un passaggio fondamentale. È importante che lei si tuteli, interrompa il coinvolgimento economico e trovi uno spazio di sostegno tutto suo. Un percorso psicologico individuale, affiancato eventualmente a servizi specifici per la ludopatia, può aiutarla a uscire da questa relazione tossica e a ricostruire sicurezza, confini e fiducia in sé. Non è sola, e chiedere aiuto ora è un atto di grande forza.
Buongiorno,
la ringrazio per aver trovato il coraggio di raccontare una storia così complessa e dolorosa. Dalle sue parole emerge una grande lucidità, ma anche una profonda stanchezza: sembra che da molto tempo lei stia reggendo un peso molto grande.
La ludopatia è una dipendenza vera e propria, con dinamiche potenti e distruttive, non solo per chi gioca ma anche per chi gli sta accanto.
Il fatto che lei si riconosca spaventata è un segnale importante: indica che una parte "protettiva" di lei è ancora presente, vigile, e chiede aiuto. Nonostante il caos emotivo e materiale, è riuscita a costruire un percorso di studi brillante e un’autonomia lavorativa significativa. Questo non cancella la sofferenza, ma dice molto delle sue risorse.
Uscire da una relazione di questo tipo, soprattutto quando è iniziata così presto e si intreccia con la dipendenza, è estremamente difficile da fare da soli. Spesso si crea una dinamica che intrappola, anche quando si è pienamente consapevoli che la situazione è profondamente dolorosa.
Un percorso terapeutico può aiutarla a comprendere perché è diventato così difficile separarsi, a ricostruire confini emotivi ed economici, e a rimettere al centro la sua stabilità.
Se lo desidera, possiamo prenderci uno spazio per approfondire insieme ciò che sta vivendo e valutare come iniziare un lavoro che le permetta di fare luce su ciò che la blocca, con sostegno e senza giudizio.
Un caro saluto,
Alessia
la ringrazio per aver trovato il coraggio di raccontare una storia così complessa e dolorosa. Dalle sue parole emerge una grande lucidità, ma anche una profonda stanchezza: sembra che da molto tempo lei stia reggendo un peso molto grande.
La ludopatia è una dipendenza vera e propria, con dinamiche potenti e distruttive, non solo per chi gioca ma anche per chi gli sta accanto.
Il fatto che lei si riconosca spaventata è un segnale importante: indica che una parte "protettiva" di lei è ancora presente, vigile, e chiede aiuto. Nonostante il caos emotivo e materiale, è riuscita a costruire un percorso di studi brillante e un’autonomia lavorativa significativa. Questo non cancella la sofferenza, ma dice molto delle sue risorse.
Uscire da una relazione di questo tipo, soprattutto quando è iniziata così presto e si intreccia con la dipendenza, è estremamente difficile da fare da soli. Spesso si crea una dinamica che intrappola, anche quando si è pienamente consapevoli che la situazione è profondamente dolorosa.
Un percorso terapeutico può aiutarla a comprendere perché è diventato così difficile separarsi, a ricostruire confini emotivi ed economici, e a rimettere al centro la sua stabilità.
Se lo desidera, possiamo prenderci uno spazio per approfondire insieme ciò che sta vivendo e valutare come iniziare un lavoro che le permetta di fare luce su ciò che la blocca, con sostegno e senza giudizio.
Un caro saluto,
Alessia
Ciao, sono la psicologa Marika e voglio aiutarti.
Quello che stai vivendo è profondamente difficile e non va minimizzato. Essere accanto a una persona con una ludopatia grave significa spesso entrare, senza accorgersene, in una dinamica di dipendenza reciproca, dove il confine tra aiutare e annullarsi diventa sempre più sottile.
Il fatto che tu riconosca che la relazione è tossica, che tu sappia distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è, e che tu chieda aiuto sono segnali molto importanti: indicano consapevolezza, senso morale e desiderio di cambiamento. Non sei “debole”: sei una persona intrappolata in una relazione che ha progressivamente eroso i tuoi confini.
È fondamentale chiarire un punto, senza giudizio ma con fermezza:
rubare, anche se fatto per “aiutare”, ti espone a conseguenze legali e psicologiche molto gravi e non aiuta davvero chi soffre di ludopatia. Anzi, involontariamente mantiene la dipendenza, perché protegge l’altro dalle conseguenze delle sue azioni. Questo meccanismo si chiama codipendenza.
Il fatto che tu non riesca a lasciarlo definitivamente non significa che tu non voglia farlo, ma che c’è un legame emotivo disfunzionale molto forte, spesso alimentato da:
-senso di colpa
-paura che senza di te lui “crolli”
-speranza che cambi
-svalutazione dei tuoi bisogni.
In queste condizioni, farcela da sola è estremamente difficile, e non è un fallimento ammetterlo. Anzi, è un atto di responsabilità verso te stessa.
Rivolgerti a un supporto professionale può aiutarti a lavorare sulla dipendenza affettiva e sui confini.
Con un aiuto adeguato potrai rafforzarti abbastanza da fare scelte coerenti con i tuoi valori, senza essere paralizzata dalla paura o senso di colpa.
Ricorda: tu non puoi salvare lui, ma puoi salvare te stessa.
Se vuoi un aiuto io sono pronta ad accogliere la tua fragilità del momento e aiutarti in questo percorso.
Quello che stai vivendo è profondamente difficile e non va minimizzato. Essere accanto a una persona con una ludopatia grave significa spesso entrare, senza accorgersene, in una dinamica di dipendenza reciproca, dove il confine tra aiutare e annullarsi diventa sempre più sottile.
Il fatto che tu riconosca che la relazione è tossica, che tu sappia distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è, e che tu chieda aiuto sono segnali molto importanti: indicano consapevolezza, senso morale e desiderio di cambiamento. Non sei “debole”: sei una persona intrappolata in una relazione che ha progressivamente eroso i tuoi confini.
È fondamentale chiarire un punto, senza giudizio ma con fermezza:
rubare, anche se fatto per “aiutare”, ti espone a conseguenze legali e psicologiche molto gravi e non aiuta davvero chi soffre di ludopatia. Anzi, involontariamente mantiene la dipendenza, perché protegge l’altro dalle conseguenze delle sue azioni. Questo meccanismo si chiama codipendenza.
Il fatto che tu non riesca a lasciarlo definitivamente non significa che tu non voglia farlo, ma che c’è un legame emotivo disfunzionale molto forte, spesso alimentato da:
-senso di colpa
-paura che senza di te lui “crolli”
-speranza che cambi
-svalutazione dei tuoi bisogni.
In queste condizioni, farcela da sola è estremamente difficile, e non è un fallimento ammetterlo. Anzi, è un atto di responsabilità verso te stessa.
Rivolgerti a un supporto professionale può aiutarti a lavorare sulla dipendenza affettiva e sui confini.
Con un aiuto adeguato potrai rafforzarti abbastanza da fare scelte coerenti con i tuoi valori, senza essere paralizzata dalla paura o senso di colpa.
Ricorda: tu non puoi salvare lui, ma puoi salvare te stessa.
Se vuoi un aiuto io sono pronta ad accogliere la tua fragilità del momento e aiutarti in questo percorso.
Salve, lei ragione. Ha bisogno di aiuto, le consiglio di intraprendere un percorso psicologico che indaghi il perchè lei rimane incastrata in dinamiche relazionali disfunzionali. Non abbiamo il potere di cambiare gli altri o di "guarirli", ma possiamo agire su noi stessi. Non esiti a farlo.
Saluti
Saluti
Cara ragazza, capisco che questa situazione possa essere faticosa e confusiva. Quando ci si trova in relazioni che fanno soffrire, che possono essere tossiche, creando anche difficoltà sul piano economico, può essere utile avere uno spazio di confronto con un professionista che ti aiuti a fare chiarezza sui tuoi bisogni e su come proteggerti. Parlare con uno psicologo potrebbe aiutarti a capire i tuoi desideri, quali percorsi intraprendere con i tempi giusti, fino ad essere risolutivi per il tuo benessere.
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