Mia figlia 15 anni ora, dall’età di 7 anni dopo aver avuto un’amichetta del cuore viene da lei abban
Mia figlia 15 anni ora, dall’età di 7 anni dopo aver avuto un’amichetta del cuore viene da lei abbandonata, inizia ad essere esclusa dai pari soffre molto per non avere amici, in quel tempo delle elementari la sorella gemella un po’ meno ma riportava lo stesso problema di esclusione. Alle medie, sperando di cambiare gruppo si ripete lo stesso copione, in seconda media iniziano forti mal di testa che limitano frequenza scolastica inizia terapia con psicoterapeuta per un anno e mezzo . Il problema mal di testa, ansia e difficoltà relazionali persistono in prima superiore e anche in seconda. Viene fatta una valutazione presso un centro universitario conclusione qi 130 e lieve forma di autismo con punteggio 7. La psicologa che la segue, osserva che nella valutazione non sono stati inclusi i test fatti da noi genitori singolarmente circa 12 moduli siglati di cui circa 10 su noi genitori e un paio su mia figlia. Nel colloqui le è stato risposto che i test erano solo stress parentale, ma di fatto non è così. Ci stiamo chiedendo visto un esito così al limite punteggio 7 potrebbe esserci margine di errore? La figlia ancora non è stata informata dell’esito, noi e la psicologa stiamo ipotizzando per ora di lavorare sulla positività quindi spiegarle la plus dotazione e anche come funziona senza comunicarle “l’etichetta” per evitare di aggiungerle altra sofferenza alla molta che vive. C’è sempre tempo per dirlo e magari nel frattempo sentire un altro parere. Il centro che ha fatto la valutazione non è assolutamente d’accordo e dicono che se lo devono fare loro con metodo ma la informeranno.
4 risposte
Sì, con un punteggio così al limite (probabilmente ADOS 7) può esserci margine di errore o almeno necessità di maggiore approfondimento, soprattutto in una ragazza con QI molto alto, forte sofferenza relazionale e ansia. Nelle femmine gifted il confine tra plusdotazione, ipersensibilità, ansia sociale e spettro lieve può essere molto difficile da distinguere. La vostra prudenza nel non comunicarle subito un’etichetta e lavorare prima sulla comprensione positiva del suo funzionamento non è affatto irragionevole, soprattutto se la ragazza è già fragile. Avete pieno diritto di chiedere la relazione completa e anche un secondo parere specialistico. Un test borderline da solo non basta a definire una persona. A disposizione anche in videoconferenza Mariella Bellotto
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Salve signora, capisco la vostra preoccupazione: il timore di aggiungere sofferenza a una ragazza che ha già vissuto esperienze di esclusione e perdita relazionale è comprensibile. Allo stesso tempo, molti adolescenti percepiscono da tempo il "sentirsi diversi", senza riuscire a dare un significato a ciò che vivono, e avere una spiegazione può diventare, se accompagnata adeguatamente, uno strumento di comprensione di sè e non un'etichetta negativa. Più che chiedersi se dirlo, può essere utile, interrogarsi come farlo, con quali parole, in quale momento evolutivo e con quali supporti emotivi intorno a lei. La comunicazione di una diagnosi non dovrebbe essere vissuta come una sentenza, ma come un modo per aiutarla a leggere alcune sue caratteristiche, difficoltà e sensibilità all'interno del funzionamento neurodivergente. E' importante che il messaggio sia calibrato sul suo livello di consapevolezza e sulle sue risorse emotive. Una comunicazione graduale, condivisa tra famiglia e professionisti, può evitare sia il rischio del segreto, che spesso aumenta il senso di inadeguatezza, sia quello di comunicazione troppo brusca e tecnica. L'OBIETTIVO è AIUTARLA A COSTRUIRE UN'IMMAGINE DI Sè PIù COMPRENSIBILE INTEGRATA E MENO COLPEVOLIZZANTE!! resto a vostra disposizione per qualsiasi confronto. un caro saluto. Dott.ssa Vitalia Bartolotta
La situazione che descrive è complessa e certamente delicata. Da ciò che scrive non mi è del tutto chiaro quale sia la domanda principale: se riguarda l'attendibilità della valutazione diagnostica, le modalità di comunicazione a vostra figlia oppure entrambe le cose. In generale mi sento di dire che cercare una seconda opinione specialistica è comunque un diritto. Per quanto riguarda la comunicazione della diagnosi, comprendo il timore di "aggiungere sofferenza", tuttavia spesso un'informazione data con tatto e sensibilità da clinici esperti non rappresenta un ostacolo o un "trauma". Anzi, spesso diventa un aiuto importante verso la consapevolezza di se stessi. Molte persone trovano sollievo nel comprendere meglio il proprio funzionamento. Naturalmente, tempi e modalità vanno valutati caso per caso, in accordo tra famiglia e professionisti che seguono sua figlia. Cordiali saluti
Gent.mi, è possibile chiedere se la valutazione, oltre ai test sottoposti a voi e alla ragazza ha compreso anche una serie di colloqui, sia con voi che con lei, sia con la psicologa che la segue? In generale, il fatto che non siano stati utilizzati tutti i dati emersi porterebbe a pensare che il parere finale non abbia tenuto in dovuta considerazione le criticità da voi riportate. Sarebbe opportuno, per fare chiarezza e per aiutare la ragazza che si trova già in difficoltà, effettuare una seconda valutazione dove vengano integrate tutte le informazioni, oltre ai risultati dei test già effettuati. Spero di esservi stata d'aiuto, cordiali saluti.
Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.


