Buongiorno Dottori, Vi scrivo per chiedere un parere sulla gestione di una fase molto difficile che

Buongiorno Dottori, Vi scrivo per chiedere un parere sulla gestione di una fase molto difficile che sto attraversando. i è stato diagnosticato un Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) focalizzato sull'orientamento sessuale (HOCD). Sono attualmente in cura con una psicologa e una psichiatra. La mia situazione attuale è questa: Ho un forte terrore di essere omosessuale e la paura costante di perdere il mio fidanzato, a cui tengo moltissimo, nonostante io non provi attrazione per le donne. Nonostante la diagnosi ricevuta dai miei curanti, la mia mente continua a mettere in dubbio la diagnosi stessa ('e se i medici si sbagliassero e non fosse DOC?'). In passato mettevo in atto diversi rituali e compulsioni mentali per rassicurarmi. Da quando ho smesso di farli (provando ad applicare l'esposizione e prevenzione della risposta), è subentrata una nuova paura: temo che aver smesso i rituali significhi che 'ho accettato' di essere omosessuale, e questo mi genera forte ansia e angoscia. Vorrei un vostro parere clinico su come interpretare questa specifica fase del percorso e su come gestire l'ansia legata alla sospensione delle compulsioni. Vi ringrazio per il vostro tempo.

1 risposta


Buongiorno, quello che descrive è una fase molto delicata, ma anche estremamente importante del lavoro sul DOC. E vorrei partire proprio da qui: il fatto che, dopo aver ridotto le compulsioni, sia comparsa una nuova paura non significa necessariamente che il percorso stia andando nella direzione sbagliata. Al contrario, può essere proprio il modo in cui il meccanismo ossessivo cerca di riadattarsi alla perdita delle rassicurazioni alle quali era abituato. Naturalmente non posso formulare una valutazione clinica individuale sulla base di un messaggio, soprattutto considerando che lei è già seguita da una psicologa e da una psichiatra. Posso però aiutarla a comprendere il meccanismo che descrive. La cosa che mi sembra centrale è questa: prima la domanda ossessiva sembrava essere “E se fossi omosessuale?”. Poi, una volta ridotte le compulsioni, la domanda è cambiata in “E se il fatto che non sto più cercando rassicurazioni significasse che ho accettato di essere omosessuale?”. Noti che il contenuto cambia, ma la struttura rimane straordinariamente simile. La mente continua a chiedere una certezza. Prima cercava di ottenere la certezza attraverso i rituali, i controlli, le analisi e le rassicurazioni. Ora può cercare di ottenerla interpretando la sua stessa reazione alla sospensione dei rituali. Ed è proprio questo passaggio che merita attenzione. Il pensiero “ho smesso di controllare, quindi forse ho accettato che sia vero” sembra avere una sua logica, ma in realtà contiene un presupposto che nel lavoro sul DOC è molto importante mettere in discussione: l'idea che il significato di un pensiero o di un comportamento debba necessariamente essere determinato e verificato. Smettere una compulsione non equivale a dichiarare qualcosa sulla propria identità o sul proprio orientamento. Ma attenzione: anche questa frase, se utilizzata per tranquillizzarsi ogni volta che compare il dubbio, potrebbe trasformarsi nella nuova rassicurazione che il DOC utilizza per riprendere il ciclo. Ed è probabilmente questo il punto più difficile da accettare. L'obiettivo dell'ERP non è arrivare al momento in cui lei riesce finalmente a dimostrare a se stessa di non essere omosessuale. Non è nemmeno arrivare al momento in cui può dire “sono sicura al cento per cento che la diagnosi sia corretta”. L'obiettivo, nel trattamento del DOC, è progressivamente imparare a tollerare la presenza del dubbio senza rispondere al dubbio attraverso rituali, controlli e rassicurazioni. E questo può essere estremamente angosciante. Perché una compulsione, per quanto dolorosa e logorante, svolge anche una funzione: per qualche minuto dà l'impressione di ridurre l'incertezza. Quando la si interrompe, l'ansia può aumentare. E quando l'ansia aumenta, la mente può proporre un nuovo problema da risolvere. “E se aver smesso significasse qualcosa?” È una domanda molto intelligente nella sua forma, ma proprio per questo può diventare particolarmente insidiosa. Perché invita nuovamente a fare quello che il DOC chiede: analizzare, interpretare, controllare e arrivare a una conclusione certa. E qui vorrei essere molto prudente con lei: non cerchi nella mia risposta la conferma definitiva che la diagnosi sia corretta. Non sarebbe possibile stabilirlo seriamente attraverso un messaggio e, soprattutto, non sarebbe utile alimentare una ricerca infinita di rassicurazioni esterne. Lei ha già due professioniste che conoscono direttamente la sua storia clinica. Porterei esattamente questa nuova paura a loro, anche con le parole che ha utilizzato qui: “Ho smesso le compulsioni e ora temo che questo significhi che ho accettato di essere omosessuale”. È un'informazione clinicamente molto utile, perché permette loro di vedere come il dubbio si sta trasformando e di aiutarla a non trasformare anche questa nuova paura in un rituale. C'è poi un altro aspetto importante. Lei scrive di avere paura di perdere il suo fidanzato e di tenere moltissimo a lui. Anche qui il DOC può facilmente trasformare una relazione significativa in un terreno di controllo continuo: “Lo amo abbastanza?”, “Se avessi un pensiero diverso cosa significherebbe?”, “Se non sono abbastanza ansiosa cosa vuol dire?”, “Se non controllo più, allora forse...”. Ma una relazione non può essere vissuta attraverso una verifica permanente dei propri sentimenti. I sentimenti umani non sono un test di laboratorio. Non è necessario controllare continuamente ciò che si prova per poter attribuire un significato alla propria relazione. E soprattutto, il fatto che lei stia provando ansia non deve diventare una prova né in un senso né nell'altro. Non deve dimostrare a se stessa di essere eterosessuale attraverso l'ansia, così come non deve interpretare l'assenza di ansia come una prova contraria. Altrimenti il metro di valutazione cambia continuamente, ma il meccanismo rimane identico. Quello che sta imparando, probabilmente, è qualcosa di molto più difficile della rassicurazione: imparare a convivere con una quota di incertezza senza doverla risolvere immediatamente. E questo non significa “accettare di essere omosessuale”. Significa accettare che una mente ossessiva possa produrre un dubbio senza che lei debba trasformarlo immediatamente in una questione da risolvere. Sono due cose completamente diverse. Per questo, se l'ERP è stata concordata con la sua psicologa, continuerei a lavorare all'interno di quel percorso e non modificherei autonomamente le modalità del trattamento. Se invece l'ansia è diventata particolarmente intensa o sente di non riuscire a gestire questa fase, lo comunichi apertamente alle sue curanti: anche questo fa parte del trattamento. E le direi una cosa che considero fondamentale: non misuri i suoi progressi sulla quantità di ansia che prova. Un percorso può essere efficace anche quando, inizialmente, lei si sente peggio perché sta smettendo di utilizzare strategie che fino a quel momento le consentivano di neutralizzare il dubbio. Il parametro più interessante da osservare insieme ai suoi terapeuti è piuttosto quanto progressivamente riesca a non obbedire alla richiesta di certezza. Non deve convincersi che il pensiero sia falso. Non deve convincersi che il pensiero sia vero. Deve imparare, gradualmente, a non essere costretta a risolverlo ogni volta che compare. Ed è una differenza enorme. Da quello che racconta, mi sembra quindi molto importante che lei non interrompa il lavoro proprio nel momento in cui il DOC sta cercando una nuova strada per ottenere rassicurazione. Porti questa specifica paura alle sue curanti e la utilizzi come materiale di lavoro. È molto più prezioso affrontare insieme il nuovo meccanismo che cercare da sola la frase capace di far sparire definitivamente l'ansia. Se sente però che il percorso attuale non le sta dando sufficiente chiarezza o che questa fase sta diventando troppo difficile da affrontare, può anche valutare un confronto ulteriore con un professionista esperto nel trattamento del DOC e nell'ERP, mantenendo naturalmente il coordinamento con chi già la segue.

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Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.