Domande del paziente (88)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Gentile Federica,
    la tua domanda è tutt’altro che insolita, anzi intercetta un fenomeno molto attuale e complesso. Il crescente interesse per la cronaca nera e il true crime risponde a bisogni psicologici... Altro


    Domande su colloquio psicologico

    Salve io sono un uomo di 42 anni 2 mesi fa ho fatto venire qui da me una ragazza ucraina e sua figlia.
    Adesso ho un serio problema lei è diventata sempre più arrabbiata con me perché dice che io sono un leone nei suoi confronti e non si fida di nessuno neanche dei medici qui nella mia città Alessandria.
    In questo momento stiamo affrontando una settimana difficile perché abbiamo scoperto che lei è incinta e ha voluto interrompere la gravidanza ieri ha preso la prima pillola ed oggi ha avuto un attacco di rabbia nei miei confronti dicendomi che sono uno stupido un leone che con me nessuno sarà mai felice....io non le ho mai fatto mancare niente ma è da molti giorni che non parliamo più stiamo in silenzio tutto il giorno gli unici momenti che parliamo è quando lei ha questi attacchi di rabbia ...ieri si è arrabbiata perché le ho chiesto come si sentiva fisicamente dopo aver preso la prima pastiglia...
    Vi prego aiutatemi a capire come comportarmi e come aiutarla

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    la situazione che descrivi è molto delicata e comprensibilmente faticosa anche per te. In poco tempo si sono concentrati molti eventi emotivamente intensi: l’arrivo in un paese nuovo, una possibile condizione di vulnerabilità e diffidenza, una relazione che sta cercando un equilibrio, e ora anche una gravidanza inattesa con la decisione di interromperla. Tutti questi fattori possono generare forte stress, paura, rabbia e senso di perdita.
    La reazione della tua compagna, per quanto difficile da gestire, può avere a che fare proprio con questo sovraccarico emotivo. In alcuni momenti, soprattutto quando ci si sente fragili o spaventati, si può esprimere la sofferenza attraverso rabbia, attacchi o chiusura. Il fatto che lei ti percepisca come “un leone” e dica di non fidarsi di nessuno potrebbe indicare un vissuto di allerta e difesa, non necessariamente un giudizio oggettivo su di te, ma un modo di proteggersi.
    Allo stesso tempo, è importante riconoscere che per te stare in questa situazione — silenzi, attacchi di rabbia, mancanza di dialogo — è molto pesante. Cercare di aiutarla è comprensibile, ma non puoi farlo da solo né “aggiustare” tutto con le tue forze.
    In questo momento può essere utile spostare leggermente il focus: più che cercare di convincerla o farla ragionare quando è arrabbiata, prova a offrirle una presenza più calma e non intrusiva. Anche una domanda come “come stai?” fatta in un momento delicato può essere percepita come pressione, non perché sia sbagliata, ma perché lei potrebbe non sentirsi in grado di entrare in contatto con quello che prova. A volte è più utile comunicare disponibilità in modo semplice, senza aspettarti una risposta immediata.
    Un altro punto importante riguarda i confini. Accogliere il suo momento difficile non significa dover accettare di essere insultato o svalutato. Può essere utile, in un momento di calma, dirle come ti senti quando vieni trattato in quel modo, mantenendo un tono fermo ma non accusatorio.
    Considera anche che l’interruzione di gravidanza, anche quando è una scelta consapevole, può avere un impatto emotivo e fisico significativo, e nei giorni immediatamente successivi possono esserci sbalzi emotivi intensi.
    Se possibile, potrebbe essere molto utile coinvolgere una figura esterna: un consultorio, un supporto psicologico o anche un medico con cui lei possa sentirsi più al sicuro. A volte la difficoltà non è tanto “non fidarsi”, ma non riuscire a sentirsi compresa in un contesto nuovo.
    In sintesi, puoi aiutarla restando presente ma senza forzare il dialogo, cercando momenti più neutri per comunicare, e allo stesso tempo proteggendo te stesso da dinamiche che ti fanno stare male. Non è una situazione che si risolve rapidamente, ma creare un clima un po’ più sicuro e meno reattivo può essere un primo passo importante.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    quello che descrivi è molto doloroso, perché non si tratta solo della fine di una relazione, ma del modo in cui questa continua a essere “gestita” nel presente, attraverso distanza, freddezza e assenza di riconoscimento. Essere trattata come invisibile da una persona che hai amato può ferire profondamente e riattivare ogni volta il legame che, da parte tua, è ancora vivo.
    Il tuo desiderio di recuperare almeno un rapporto cordiale è comprensibile, soprattutto dovendo condividere lo stesso ambiente lavorativo. Tuttavia, è importante considerare che al momento il comportamento del tuo ex va nella direzione opposta: evita, non si avvicina, non sostiene il contatto visivo. Questo tipo di atteggiamento, per quanto difficile da accettare, è una forma chiara di distanza che lui sta mantenendo. Non necessariamente per paura di te, ma più probabilmente per gestire qualcosa di suo: disagio, senso di colpa, difficoltà a sostenere il confronto o semplicemente il bisogno di chiudere in modo netto.
    Il punto centrale è che, per quanto tu possa desiderare un’interazione più civile, questa richiede una disponibilità minima da entrambe le parti. Se lui al momento non ce l’ha, rischi di esporti a ulteriori ferite ogni volta che provi a “forzare” un contatto che non viene ricambiato.
    Questo non significa che tu debba annullarti o sparire. Al contrario, puoi iniziare a spostare il focus su ciò che è sotto il tuo controllo. Ad esempio, mantenere un comportamento coerente con i tuoi valori: se senti che per te è importante essere educata, puoi permetterti un saluto semplice, senza aspettarti una risposta. Non tanto per ottenere qualcosa da lui, ma per restare allineata a come vuoi essere tu. Allo stesso tempo, può essere importante proteggerti emotivamente, riducendo le aspettative che lui possa cambiare atteggiamento nel breve tempo.
    Il dolore che provi è amplificato dal fatto che sei ancora innamorata. In queste condizioni, ogni gesto di chiusura pesa di più, perché non è solo un collega che ti evita, ma una persona significativa. Per questo motivo, oltre alla gestione pratica sul lavoro, sarebbe importante prenderti cura anche di questo legame che, dentro di te, è ancora aperto.
    In sintesi, è possibile costruire una forma di convivenza civile, ma non dipende solo da te. Puoi fare la tua parte mantenendo rispetto e misura, senza rincorrere o interpretare il suo comportamento come un giudizio sul tuo valore. Il modo in cui lui si comporta parla soprattutto di lui e delle sue modalità di gestione, non di ciò che tu sei stata nella relazione. Con il tempo, lavorando anche su ciò che provi, potrai trovarti meno esposta a questo dolore e più libera di muoverti nello stesso ambiente senza sentirti “invisibile”.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
    Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
    Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
    Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
    Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
    Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
    Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
    Grazie per le vostre eventuali risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    quello che descrivi è molto più comune di quanto sembri, soprattutto in fasi di passaggio come quella che stai vivendo. Non è tanto il fatto di “non avere una compagnia” in sé a creare il disagio, ma il significato che questo sta assumendo dentro di te: come se quei weekend vuoti diventassero la prova che c’è qualcosa che non va in te. Ed è proprio questo passaggio che fa male.
    In realtà, da quello che racconti, non sei sola: hai degli amici, hai una relazione, hai avuto esperienze (come l’anno fuori sede) che parlano di una capacità di stare nelle relazioni. Quello che è cambiato è il contesto: i gruppi si sono ridefiniti, le routine degli altri sono diverse dalle tue, il tuo compagno lavora nei weekend e tu in questo momento hai molto tempo libero. È una combinazione che può facilmente creare una sensazione di “vuoto sociale”, ma non è una definizione di chi sei.
    Il rischio è che questo vuoto venga riempito con pensieri molto duri verso di te: “sono sbagliata”, “sono sfigata”, “non sono abbastanza intraprendente”. Questi pensieri non nascono perché sono veri, ma perché la mente cerca di dare una spiegazione a un disagio, e spesso la spiegazione più immediata è quella autocritica. Più li ascolti, più ti senti bloccata, e meno energia hai per muoverti.
    C’è anche un altro aspetto importante: quando non si lavora o non si studia, le giornate perdono struttura, e il weekend — che per gli altri è il momento “sociale” — diventa ancora più carico di aspettative. È come se tutto il senso di vitalità dovesse concentrarsi lì. Questo amplifica la sensazione di stare “perdendo qualcosa” e alimenta la FOMO.
    Provare a cambiare il pensiero non significa convincerti che “va tutto bene” quando non è così, ma iniziare a leggere questa fase in modo più realistico: non è una condizione definitiva, è un momento di transizione. E i momenti di transizione spesso sono più vuoti, meno eccitanti, un po’ sospesi.
    Allo stesso tempo, puoi iniziare a fare piccoli movimenti che non dipendano dall’avere già una “compagnia perfetta”. Anche solo proporre qualcosa a una persona alla volta, accettare che non sempre ci sarà un gruppo, o costruire attività che abbiano senso per te a prescindere da chi c’è. All’inizio può sembrare poco, ma è così che si ricrea un tessuto sociale.
    In sintesi, quello che stai vivendo non dice che sei sbagliata, ma che sei in una fase in cui gli equilibri sociali sono cambiati e non si sono ancora riorganizzati. Se riesci a non trasformare questo in un giudizio su di te, ma a viverlo come un passaggio, sarà più facile attraversarlo senza sentirti “ferma” o in difetto. E con il tempo — anche con l’inizio di un lavoro o nuove routine — è molto probabile che quella sensazione di appiattimento si riduca.

    Un caro saluto;
    Dott. Valerio Romano


    Buongiorno, sono turbata da una situazione che si è venuta a creare in casa. Mio figlio di 19 anni e suo padre hanno avuto una litigata tremenda. E' partita da una sciocchezza per la quale mio marito si è rivolto in tono sgradevole ai nostri figli. Mia figlia ha ignorato, mio figlio ha avuto uno scatto di rabbia sproporzionata e preteso scuse. Mio marito si è irrigidito e ha cominciato con attacchi personali molto cattivi nei confronti di mio figlio. Io cercavo di calmare entrambi senza riuscirci. E' intervenuta anche mia figlia per aiutarmi. Siamo riuscite a riportare mio figlio alla calma ma mio marito rilanciava di continuo, fino a quando mio figlio ha accettato che la sorella lo portasse fuori dalla stanza. Da allora sono passate 3 settimane e non si parlano più. Quando si trovano insieme si ignorano, fanno come se l'altro non fosse presente in stanza. Mio figlio è ancora pieno di rabbia e mio marito non vuole fare aperture, sembra preferire tagliare i ponti. Non so come aiutare alla ripresa del dialogo per ripartire e riparare il rapporto. Sarei grata se mi poteste dare suggerimenti in merito. vi ringrazio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    quello che descrivi è una situazione molto faticosa, soprattutto perché ti trovi in mezzo tra due persone a cui vuoi bene e che al momento sembrano completamente chiuse l’una all’altra. Non è tanto la lite in sé a preoccupare — che può capitare anche in modo acceso — ma il fatto che si sia trasformata in un silenzio rigido e prolungato, come se nessuno dei due riuscisse a fare un passo indietro.
    Da come racconti, sembra che si siano incastrate due posizioni molto forti: tuo figlio che ha vissuto l’atteggiamento del padre come ingiusto e offensivo e chiede un riconoscimento, e tuo marito che, sentendosi probabilmente messo in discussione, si è irrigidito e ha reagito con attacchi e poi con una chiusura totale. In mezzo a questo, tu hai cercato di contenere, ma senza riuscire a “spegnere” l’escalation.
    Quello che sta succedendo ora — ignorarsi — è spesso un modo per proteggersi dal riaccendersi del conflitto, ma nel tempo rischia di rendere la distanza ancora più difficile da colmare. Il punto però è che, in questa fase, è difficile pensare di riaprire un dialogo diretto tra loro due se entrambi restano sulle proprie posizioni.
    Il tuo ruolo è delicato: è comprensibile che tu voglia “riavvicinarli”, ma è importante non caricarti della responsabilità di risolvere tutto tu. Piuttosto, puoi lavorare su piccoli passaggi indiretti. Ad esempio, può essere utile parlare separatamente con ciascuno dei due, non per convincerli ad avere ragione o torto, ma per aiutarli a mettere in parola quello che è successo dal loro punto di vista e, soprattutto, quello che hanno provato. Spesso sotto la rabbia ci sono ferite più profonde: sentirsi mancati di rispetto, non riconosciuti, non ascoltati.
    Con tuo figlio può essere importante riconoscere la sua rabbia senza alimentarla, aiutandolo a vedere che, pur avendo vissuto un torto, il rapporto con il padre è qualcosa di più ampio di quell’episodio. Con tuo marito, se possibile, può essere utile entrare meno nel merito del “chi ha ragione” e più su cosa sta succedendo adesso: il fatto che il silenzio sta diventando una rottura vera e propria.
    A volte il primo passo non è una riconciliazione completa, ma una piccola apertura: un gesto minimo, una comunicazione indiretta, anche solo abbassare il livello di ostilità. È importante però che questo non venga forzato, perché se uno dei due si sente spinto, rischia di chiudersi ancora di più.

    Se questa situazione dovesse protrarsi o irrigidirsi ulteriormente, potrebbe essere molto utile un confronto con uno psicologo familiare, anche solo per aiutarvi a creare uno spazio in cui il dialogo possa ripartire in modo più protetto.
    In questo momento, più che “farli parlare”, può essere utile lavorare per mantenere un clima il meno teso possibile e tenere aperta la possibilità che, col tempo, uno dei due riesca a fare un piccolo passo. Anche perché, spesso, dietro queste chiusure così nette non c’è indifferenza, ma proprio il contrario: un legame importante che, quando si incrina, fa più male e quindi si difende irrigidendosi.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Solitudine a 29 anni
    Buongiorno dottori, o 29 anni e sono un impiegato. Scrivo perchè vivo una situazione molto dolorosa che non mi fa sta facendo vivere. È da qualche mese che mi sento solo, ho qualche amico sparso, cerco di inserirmi in gruppi, partecipare ad associazioni, corsi, insomma ci metto tutta la forza di volontà ma nonostante questo non riesco a creare dei legami che siano veri e duraturi. A volte mi viene voglia di mollare. Mi guardo intorno e sui social e vedo solo persone con grandi gruppi di amici che si divertono sempre e io invece qui da soli. Eppure sono una persona che davvero avrebbe molto da offrire, sono empatico e sensibile e ascolto volentieri le persone. Mi chiedo come è possibile che io sia cosi solo. Sto insieme ad un ragazzo ma penso che la nostra storia sia finita e questo mi genera ancora piu malessere. Intanto il tempo passa, ho 29 anni, tra 10 anni ne avrò 40 e muoio con questa ansia del tempo che corre troppo veloce, sto bruciando gli anni migliori della mia vita stando in solitudine quando dovrei essere fuori a divertirmi a bere con grandi compagnie o comunque un gruppetto di amici che mi capiscono. Per me una sera dopo lavoro passata senza amici o con legami/relazioni è una sera persa. Ho il terrore che arrivi il weekend e non sapere cosa fare sapendo che tutti sono fuori da qualche parte. Lo so che ci vuole tempo per costruire relazioni durature e per inserirsi nei gruppi, ci sto mettendo tutta la mia forza di volontà. Non ho aggiunto che io convivo con il mio compagno da poco e peggiore decisione non potevo prendere visto che la nostra storia sta finendo. Se vivessi in centro città sarebbe migliore perché cosi potrei essere comodo per conoscere molte piu persone. Mi sembra come se poche persone sappiano quello che sono e quello che ho da offrire e questo è tremendo, soffro molto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    quello che descrivi è un dolore molto profondo, e non ha a che fare solo con “non avere abbastanza amici”, ma con il sentirti non visto, non scelto, non riconosciuto per quello che senti di essere. Quando dici “ho tanto da offrire ma poche persone lo sanno”, lì c’è il cuore della sofferenza.
    C’è anche un altro elemento che pesa molto: il confronto continuo con gli altri, soprattutto attraverso i social. Vedi gruppi, uscite, divertimento, e automaticamente la tua realtà ti sembra sbagliata o in ritardo. Ma quei frammenti che osservi sono parziali, selezionati, e soprattutto non raccontano la qualità dei legami. Il rischio è che tu stia misurando la tua vita su un’immagine ideale di “giovinezza riuscita” fatta di compagnie numerose e serate sempre piene, e che ogni sera tranquilla venga vissuta come una sconfitta personale. Questo però crea una pressione enorme, che finisce per togliere spontaneità proprio nei momenti in cui cerchi contatto.
    Il fatto che tu ti stia muovendo, partecipando, cercando di inserirti, è molto importante. Ma costruire legami veri non dipende solo dalla volontà o dall’essere “bravi” con gli altri. Richiede tempo, continuità, e anche una certa disponibilità a tollerare fasi in cui i rapporti sono ancora superficiali, incerti, non immediatamente appaganti. In questo momento sembri molto orientato al risultato (“devo avere un gruppo, devo sentirmi parte”), e questo è comprensibile, ma può rendere ogni tentativo più carico e più faticoso.
    C’è poi la relazione con il tuo compagno, che sembra in una fase di chiusura. Questo probabilmente amplifica ancora di più il senso di solitudine, perché viene meno anche quel punto di riferimento affettivo. E convivere in una relazione che senti finire può aumentare la sensazione di essere “bloccato” in una situazione che non ti nutre più.
    L’ansia sul tempo che passa è molto forte nelle tue parole. Sembra che tu senta di stare “perdendo gli anni migliori”, come se esistesse una finestra precisa entro cui vivere certe esperienze, altrimenti è troppo tardi. Questo pensiero, però, rischia di trasformarsi in una trappola: più cerchi di recuperare tempo, più ogni momento presente ti sembra insufficiente.
    Quello che stai vivendo non è il segno che c’è qualcosa che non va in te, ma che sei in una fase in cui i tuoi bisogni relazionali sono molto vivi e non ancora soddisfatti. E questo fa male. Ma non significa che resterà così. Spesso i legami più solidi si costruiscono proprio in modo più lento, meno “spettacolare”, a partire da incontri ripetuti, contesti condivisi, piccoli agganci che crescono nel tempo.
    Forse in questo momento può aiutarti spostare leggermente lo sguardo: non tanto chiederti “perché non ho ancora quello che voglio”, ma “in quali contesti mi sento un po’ più me stesso?”, “con chi, anche poco, riesco ad avere uno scambio autentico?”. È da lì che i legami iniziano a prendere forma, non necessariamente dentro grandi gruppi.
    La tua sofferenza è reale e merita attenzione, ma non racconta una condanna. Racconta un bisogno forte di connessione che sta cercando una strada. Proprio perché questa fatica è così intensa e persistente, potrebbe esserti davvero utile confrontarti con uno psicologo, che ti aiuti a esplorare più a fondo questi vissuti e a trovare modi più sostenibili per costruire relazioni e stare meglio dentro questa fase.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
    Cordialmente,

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buonasera,
    capisco la preoccupazione, soprattutto se confronta il suo funzionamento attuale con quello di prima e ha la sensazione di “non essere più lo stesso”. In generale, però, un episodio d’ansia intenso durato alcuni mesi non “rovina” la mente in modo irreversibile né danneggia la capacità di studiare in senso permanente. Può però lasciare una traccia: non tanto come danno, ma come maggiore vulnerabilità all’ansia, al controllo, alla paura di non funzionare più.
    Quando una persona studia con il timore costante di non ricordare, spesso una parte delle energie mentali viene occupata dal monitoraggio: “sto capendo?”, “ricorderò?”, “prima ero più veloce”, “e se mi fossi rovinato?”. Questo riduce attenzione, concentrazione e memoria, dando poi la sensazione che il problema sia cognitivo. In realtà può essere un circolo ansioso: più controlla la memoria, meno studia in modo fluido; meno studia in modo fluido, più si convince che qualcosa sia compromesso.
    Il punto centrale è che l’idea di essere stato “rovinato” rischia di diventare essa stessa parte del problema. Sarebbe importante lavorarci in psicoterapia, soprattutto se c’è una componente ossessiva: non tanto per cercare rassicurazioni continue, ma per ridurre il bisogno di certezza e recuperare fiducia nelle sue capacità. Quello che descrive sembra più un blocco mantenuto da ansia e controllo che una perdita irreversibile delle funzioni cognitive.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Salve, la mia figlia, una ragazza normale ,semplice carina con uno sviluppo e una crescita adatta per ogni fase di età, senza tanti cambiamenti fino ad arrivare all età di 20 -21 anni. Nel periodo di adolescenza 14-15 anni innamoratissima di un ragazzo, poi a 18 -19 ha conosciuto un'altra ragazzo. Improvvisamente a 21 anni si è sentita attratta emotivamente da una sua amica. Sempre in quel periodo ha fatto erasmus all estero dove ha avuto un atto sessuale con una ragazza...La mie domande sono:Può essere omosessuale o bisessuale? Il cambiamento è dovuto a qualcosa? Quale è la spiegazione a tutto ciò? Ringrazio anticipatamente....Scusate un ultima cosa. Lei non mi ha parlato apertamente di tutto, sono venuta a sapere assistendo a una conversazione con la sua amica da qui ho capito che c era qualcosa. A quel punto me l ha detto. L ho ascoltata poi le ho detto intanto di vivere quello che sente poi in futuro si vedrà cosa sarà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    sì, sua figlia potrebbe essere omosessuale, bisessuale, oppure trovarsi in una fase di esplorazione affettiva e sessuale. Non è necessariamente un “cambiamento” improvviso dovuto a qualcosa: a volte il desiderio e l’orientamento si riconoscono con più chiarezza nel tempo, quando ci si sente più liberi, autonomi o in un contesto nuovo, come può accadere durante un’esperienza all’estero.
    Il fatto che in adolescenza sia stata innamorata di ragazzi non esclude che oggi possa provare attrazione anche per una ragazza. L’orientamento non sempre si manifesta in modo lineare e identico per tutti, e non ha bisogno di una “spiegazione” patologica o familiare. Può semplicemente far parte della sua storia personale.
    Mi sembra molto importante il modo in cui lei ha risposto: ascoltarla e dirle di vivere ciò che sente, senza forzarla a definirsi subito, è un atteggiamento rispettoso e protettivo. Forse ora il punto più delicato non è capire “che cos’è”, ma farle sentire che può parlarne senza sentirsi giudicata o studiata.
    Può aiutarla mantenere una posizione semplice: “non devo capire tutto subito, ma voglio che tu sappia che ti voglio bene e che puoi essere te stessa con me”. Questo, per una figlia, spesso vale più di qualunque spiegazione.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Buonasera, purtroppo quasi 2 mesi fa mia mamma e' morta improvvisamente per un infarto, ero a casa con lei , ad un certo punto si e' accasciata a terra, ho provato a farle il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi, hanno provato a rianimarla in tutti i modi ma invano. E' stato uno shock, ho sempre dei flashback di quella giornataccia, oltre al.dolore e tristezza della perdita di.mia mamma, vivevo ancora con lei. Sento tanto vuoto senza di lei, non ero preparata, si e' svolto tutto in maniera improvvisa, al mattino l' ho vista, mi ha detto che si sentiva stanca e le girava la testa e dopo si e' accasciata, nel giro di poco me la sono ritrovata in una bara. Ho iniziato a seguire una terapia con una psicologa e nelle ultime sedute mi ha consigliato di sentire uno psichiatra per una terapia farmacologica,in quanto per lei ottimizzerebbe la terapia che sto seguendo. Penso sempre a mia mamma e a quei momenti, ho impresso.il rumore di quando e' caduta oltre il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. Ho perso anche mio papa' qualche anno fa ma forse per lui ero psicologicamente piu' preparata essendo malato di tumore ma per mia mamma la rapidita' degli eventi non mi permette di fare i conti con il distacco.Ringrazio in anticio chi mi rispondera'. Cordiali saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buonasera,
    quello che hai vissuto è un evento estremamente destabilizzante, oltre che un lutto profondissimo. Non hai solo perso tua mamma in modo improvviso, ma sei stata anche testimone diretta di tutto: il malore, il tentativo di rianimarla, l’attesa dei soccorsi. I flashback che descrivi, i suoni, le immagini che tornano, sono reazioni molto comuni quando la perdita avviene in modo così brusco e sotto i propri occhi. Non è “solo” dolore: è anche il tuo sistema emotivo che sta cercando di elaborare qualcosa di troppo intenso per essere integrato subito.
    Il senso di colpa che senti (“non sono riuscita a salvarla”) è comprensibile, ma è importante dirlo chiaramente: non è responsabilità tua. Hai fatto quello che potevi in quel momento, in una situazione improvvisa, grave e fuori dal tuo controllo. Il fatto che tu abbia provato a intervenire dice quanto eri presente e coinvolta, non il contrario.
    La differenza che senti rispetto alla perdita di tuo padre è altrettanto comprensibile. Quando una persona è malata, per quanto doloroso, c’è un tempo di preparazione, un adattamento graduale. Qui invece tutto è accaduto in pochi istanti, e questo rende più difficile “dare un senso” e accettare il distacco. È come se una parte di te fosse ancora lì, in quella scena.
    Il fatto che tu abbia iniziato un percorso con una psicologa è molto importante, e il suggerimento di affiancare una valutazione psichiatrica non significa che “stai peggio”, ma che in questo momento il carico emotivo è molto alto e un supporto farmacologico potrebbe aiutarti a ridurre l’intensità dei sintomi, rendendo più efficace anche il lavoro in terapia. Non è un passo da temere, ma uno strumento in più, temporaneo, per sostenerti.
    In questa fase è normale che il pensiero torni spesso a tua mamma e a quel giorno. Il vuoto che senti è reale, così come lo shock. Non c’è un tempo giusto per “stare meglio”, e soprattutto nei lutti improvvisi il processo può essere più lento e discontinuo.
    Quello che stai vivendo non è qualcosa che devi affrontare da sola, e stai già facendo dei passi importanti chiedendo aiuto. Con il tempo e con il supporto adeguato, quei ricordi così invasivi possono diventare meno dolorosi, e il legame con tua mamma trovare una forma diversa, meno legata a quell’ultimo momento e più a tutto ciò che è stato prima.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Salve, sono un uomo di 41 anni e da 13 anni sto con una donna di 10 anni più piccola. Abbiamo litigato di rado e per anni tutto è andato bene, ma negli ultimi 4 anni tra di noi è cambiato molto il rapporto, cosa che lei non pensa sia avvenuta. Ogni mia proposta di fare qualcosa insieme è sistematicamente rifiutata, lei esce poco di casa, non si cura come prima, e non ha obiettivi nella vita. Avevano deciso di andare a vivere insieme, ma sua mamma ha accusato un malore, e da quel giorno tutto si è fermato. Io sto male, oltretutto la vita sessuale da 4 anni è quasi assente, mi sento inutile e parlare con lei non serve a nulla. Non chiedo che cambi completamente, ma talvolta un compromesso non farebbe male. Sto pensando di lasciarla ma ho paura di un futuro da solo, non so più che fare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    quello che descrivi è una situazione che logora nel tempo, perché non c’è un grande evento che rompe tutto, ma una distanza che si è creata lentamente e che oggi ti fa sentire solo dentro la relazione. Il punto non è solo quello che lei fa o non fa, ma il fatto che tu non ti senti più incontrato: proponi, cerchi un contatto, ma trovi chiusura, rifiuto o immobilità.
    È comprensibile che tu stia male, soprattutto perché parliamo di una relazione lunga, importante, in cui per anni le cose hanno funzionato. Proprio per questo il cambiamento degli ultimi anni pesa di più, anche perché lei sembra non riconoscerlo o non viverlo come un problema, mentre per te è molto evidente.
    Ci sono diversi elementi che meritano attenzione. Il ritiro di lei, il fatto che esca poco, che si curi meno, che non abbia obiettivi, la vita sessuale quasi assente: sono tutti segnali che potrebbero parlare di una sua difficoltà più profonda, forse anche di un momento depressivo o di un blocco legato a ciò che è successo in famiglia. Il malore della madre, da come lo racconti, sembra aver congelato un passaggio importante della vostra vita, e da lì qualcosa si è fermato.
    Allo stesso tempo, però, tu non puoi restare indefinitamente in una relazione in cui ti senti “inutile” e non ascoltato. Il rischio è che, nel tentativo di non perderla, tu perda te stesso.
    Il nodo che porti è molto chiaro: da una parte il desiderio di recuperare qualcosa, dall’altra la paura di restare solo. E questa paura può tenerti fermo anche in una situazione che non ti fa stare bene.
    Forse la domanda non è solo “la lascio o no”, ma “questa relazione, così com’è oggi, è qualcosa in cui posso stare ancora senza farmi del male?”. Per rispondere, può essere utile provare un ultimo tentativo di confronto diverso, più diretto e meno “negoziale”: non tanto chiedere a lei di cambiare, ma raccontarle chiaramente come stai tu, cosa stai vivendo e fino a che punto riesci a restare così. Non per convincerla, ma per metterti in una posizione più autentica.
    Se dall’altra parte continua a non esserci apertura, allora la scelta diventa più tua che della coppia. E lì entra in gioco la paura della solitudine, che è molto umana, ma non è necessariamente un destino. A volte restare in una relazione che non funziona è un modo per evitare quella paura, ma nel lungo periodo può aumentare il senso di vuoto.
    In questo momento potresti trarre beneficio anche da uno spazio tuo, con uno psicologo, per chiarire meglio cosa desideri davvero e cosa sei disposto a tollerare ancora. Non per prendere una decisione affrettata, ma per non restare bloccato tra insoddisfazione e paura.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    da quello che racconta emerge l’immagine di un ragazzo molto sensibile al gruppo e al bisogno di sentirsi accettato. Il fatto che da piccolo fosse molto vivace non significa necessariamente che svilupperà problemi di autostima “per tutta la vita”; anzi, spesso bambini così energici e impulsivi imparano col tempo a regolarsi meglio, soprattutto se hanno accanto adulti che li aiutano a capirsi senza umiliarli.
    Mi sembra importante anche un altro punto: suo figlio ha già una buona consapevolezza di sé, perché riesce a dire una frase molto significativa: “se non faccio ridere mi sento non valido”. Questo vuol dire che non sta solo “facendo il buffone”, ma sta cercando un modo per sentirsi visto e incluso in un gruppo che percepisce come chiuso e difficile da raggiungere. In adolescenza il bisogno di appartenenza è fortissimo, e quando un ragazzo si sente un po’ ai margini può iniziare a usare il ruolo dell’intrattenitore per conquistarsi un posto. Il problema è che più sente di dover performare, più rischia di esagerare, agitarsi e perdere spontaneità.
    Il fatto che in casa ne parliate tanto e che lei cerchi di trasmettergli il messaggio “non devi fare spettacolo per valere” è molto importante. Però attenzione a non trasformare anche questo in qualcosa che lui può vivere come “c’è qualcosa di sbagliato in me da correggere”. A volte ragazzi così sentono di essere “troppo” già da piccoli, soprattutto se crescono con molti richiami sul comportamento. Non perché i richiami siano stati sbagliati, ma perché interiorizzano facilmente l’idea di dover continuamente aggiustarsi per essere accettati.
    Più che cercare di spegnere il suo lato vivace, può essere utile aiutarlo a costruire esperienze in cui senta di avere valore anche senza dover attirare continuamente l’attenzione. Ad esempio relazioni più individuali, amicizie meno gruppali, attività dove possa sentirsi competente e riconosciuto in modo autentico. E soprattutto aiutarlo a tollerare il fatto che non sempre sarà al centro o perfettamente integrato, senza viverlo come una conferma di non valere.
    Non darei per scontato che quel gruppo rappresenti “la misura” del suo valore sociale. A volte alcuni gruppi molto chiusi, soprattutto se formati da anni, fanno fatica ad accogliere davvero chi percepiscono come diverso nel carattere o nei modi. Questo non significa che lui sia sbagliato.
    Se però vede che questa dinamica diventa sempre più rigida — bisogno continuo di attenzione, sofferenza intensa per l’esclusione, agitazione crescente o forte insicurezza — potrebbe essere utile un supporto psicologico, non perché ci sia qualcosa di patologico, ma per aiutarlo a costruire un’immagine di sé meno dipendente dall’approvazione del gruppo.
    La cosa più importante, comunque, è che suo figlio senta di poter essere visto anche nei momenti in cui non intrattiene nessuno. Ed è proprio questo che, da quello che scrive, state già cercando di trasmettergli.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Buongiorno. La mia ragazza ha sognato di fare del sesso o di strusciarsi (lei dice che era strusciarsi) con un altro ragazzo (è capitato mentre dormiva accanto a me nella realtà, viviamo insieme) il ragazzo del sogno era un ragazzo che ha sempre reputato bello è una cosa normale secondo te? , poi al risveglio lo ha confessato. E si è svegliata perché aveva un capello davanti agli occhi. Me ne sono accorto perché muoveva il bacino velocemente e aveva un respiro accelerato.

    Cosa vuol dire tutto ciò? Che desidera lui? Che lo farebbe o vorrebbe farlo con lui?

    Vi ringrazio in anticipo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    quello che descrivi può averti colpito molto emotivamente, soprattutto perché hai visto una reazione fisica reale mentre lei dormiva accanto a te. Però è importante non prendere il contenuto di un sogno come una prova diretta di desideri concreti o intenzioni reali.
    I sogni, anche quelli a contenuto sessuale, spesso mescolano immagini, persone, emozioni, ricordi e fantasie senza una logica lineare. Il fatto che nel sogno comparisse un ragazzo che lei considera bello non significa automaticamente che voglia tradirti o che desideri davvero avere un rapporto con lui nella realtà. Può semplicemente essere una figura che la mente ha utilizzato dentro un’esperienza onirica.
    Anche le reazioni corporee durante il sonno — movimenti, respiro accelerato, eccitazione fisica — possono avvenire spontaneamente e non sono necessariamente sotto il controllo cosciente della persona. Il fatto che lei te lo abbia raccontato spontaneamente, senza nasconderlo, va più nella direzione della trasparenza che di un doppio gioco.
    Capisco però che la domanda vera probabilmente non sia solo “cosa significa il sogno?”, ma “devo preoccuparmi di non essere abbastanza o di perderla?”. Quando un partner sogna qualcun altro, è facile sentirsi messi in discussione o fare confronti. Ma un sogno, da solo, non definisce la qualità o la solidità di una relazione.
    Più che cercare di interpretare il sogno come un messaggio nascosto (“vuole lui?”, “lo farebbe?”), può essere più utile guardare alla vostra relazione reale: come state insieme, come vi cercate, quanto vi fidate, come comunicate. È lì che si capisce davvero cosa prova una persona, molto più che in un episodio avvenuto nel sonno.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Salve,
    sono un ragazzo di 18 anni, soffro di un'acuta forma di DOC da ben 8 mesi. Sto seguendo la psicoterapia cognitivo-comportamentale da uno psicoterapeuta da 7 mesi e in più prendo farmaci anti-ossessivi prescritti dallo psichiatra. Sebbene sia in terapia da ormai un bel po' di tempo, le compulsioni sono sempre più frequenti; soffro di DOC da controllo e sono costretto a controllare le luci di casa più di 60 volte al giorno. Non riesco a smettere per alcun motivo. Sto ore e ore in giro per la casa a controllare i lampadari e smetto solo quando vado a letto. In più ho DOC di contaminazione, mi lavo quasi sempre le mani con acqua e sapone. Non so perché ma non miglioro affatto. Sto perdendo peso perché sono sempre in giro per la casa a controllare, a malapena pranzo e ceno. A studiare ho difficoltà. Ho la maturità e non so come fare. In cosa sto sbagliando? Vi chiedo aiuto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    da quello che racconti il livello di sofferenza e interferenza nella tua vita è molto alto: controlli per ore, lavaggi frequenti, perdita di peso, difficoltà a studiare e maturità vicina. Non leggerei questo come “sto sbagliando qualcosa”, ma come il segnale che il trattamento va rivalutato e probabilmente reso più intensivo o più mirato.
    Nel DOC, soprattutto quando le compulsioni sono così forti, può capitare che parlare del problema o “capirlo” non basti. Il lavoro deve entrare molto concretamente nel ciclo ossessione–ansia–compulsione, aiutandoti gradualmente a ridurre i controlli e a tollerare l’ansia senza neutralizzarla. Se dopo 7 mesi le compulsioni aumentano, è importante dirlo con chiarezza sia allo psicoterapeuta sia allo psichiatra: potrebbero essere necessari aggiustamenti della terapia, della frequenza delle sedute, del piano di lavoro o della farmacoterapia.
    Il fatto che tu stia perdendo peso e riesca a malapena a mangiare è un campanello importante: non aspettare che passi da solo. Chiedi aiuto anche ai tuoi genitori o a un adulto di fiducia, perché in questo momento hai bisogno di essere sostenuto nella quotidianità, non solo “motivato”.
    Rispetto alla maturità, prova a non trasformarla nell’ennesima prova del tuo valore: ora la priorità è stabilizzare i sintomi abbastanza da poter funzionare. Può essere utile parlarne anche con la scuola, tramite famiglia o medico, per valutare se ci siano forme di supporto possibili.
    In sintesi, non sei tu che “non ti impegni abbastanza”. Il DOC può essere molto tenace e, quando compromette alimentazione, studio e vita quotidiana, serve una presa in carico più stretta. Porta ai curanti esattamente questi dati concreti: 60 controlli al giorno, ore perse, perdita di peso, lavaggi, impossibilità di studiare. Sono informazioni fondamentali per ricalibrare il percorso.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Buonasera,
    Sono fidanzata da quasi 8 anni ed Ho scoperto sulla cronologia del suo telefono siti pornografici e di escort locali aperti… quando ho provato ad affrontarlo lui mi ha detto che era stato un suo amico ad aprire ed a contattare escort, e che lo aveva fatto con il telefono del mio ragazzo per paura che la moglie lo scoprisse. Ho insistito per farmi dire la verità ma alla fine si è concentrato sul fatto che io non credendoci non mi fido di lui… io in realtà adesso verso di lui ho mancanza di fiducia.. che devo fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    è comprensibile che dopo una scoperta del genere dentro di te si sia incrinato qualcosa. Più che i siti in sé, probabilmente ciò che ti sta facendo stare peggio è il dubbio: “mi sta dicendo la verità oppure no?”. Quando in una relazione entra il sospetto, la mente cerca continuamente conferme e diventa difficile sentirsi tranquilli.
    La spiegazione che il tuo ragazzo ti ha dato può essere vera oppure no, ma il punto centrale non è convincerti a tutti i costi. Il problema è che in questo momento tu senti di non riuscire a fidarti pienamente, e ridurre il discorso solo al fatto che “non ti fidi” rischia di lasciare irrisolta la tua ferita e il tuo bisogno di chiarezza.
    A volte, quando una persona si sente scoperta o teme il conflitto, può difendersi minimizzando o ribaltando la situazione sul partner. Questo però non significa automaticamente che ti stia mentendo. Significa semplicemente che tra voi ora c’è un tema delicato che andrebbe affrontato con sincerità e senza trasformarlo in una guerra tra “chi ha ragione”.
    Prova a chiederti anche un’altra cosa: al di là di questo episodio, com’è stato il vostro rapporto negli anni? Hai mai percepito altre incoerenze, bugie, distanze emotive? Oppure questo dubbio nasce solo da questo evento? Perché la fiducia raramente si rompe per un singolo elemento: spesso è l’insieme delle sensazioni che ci fa stare in allarme.
    In questo momento forse non hai bisogno di “indagini”, ma di osservare come lui si pone nel confronto: riesce ad accogliere il tuo disagio? Cerca davvero di capire cosa provi? Oppure si limita a difendersi e a farti sentire in colpa perché dubiti? Anche questo dice molto sulla qualità della comunicazione nella coppia.
    Non sentirti sbagliata perché fai fatica a fidarti adesso. La fiducia non si impone, si ricostruisce nel tempo attraverso chiarezza, coerenza e dialogo.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Salve, volevo chiedere cosa ne pensate del Doc da relazione, esiste? ultimamente vivo un loop in cui ogni giorno sono tormentata costantemente da dubbi riguardanti il mio fidanzato, dubbi nati un po’ a caso che mi tartassano tutto il giorno e mi provocano una forte ansia e angoscia incontrollabile perché non voglio sia così e non riesco più a capire se siano veri o meno..continuo ad analizzarmi a controllare cosa sento ogni piccolo dettaglio lo prendo come un potenziale dubbio e non sto più vivendo bene, non riesco a controllare questi pensieri giorno e notte devo pensarli per forza..il mio ragazzo è bravissimo mi tratta benissimo e gli ho parlato di questi dubbi tanto mi sentivo in colpa a provarli…non so cosa pensare preciso sia la mia prima relazione seria. Grazie a chi mi darà un parere.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno, quello che descrivi assomiglia molto a un funzionamento ossessivo che si sta manifestando nella vita di coppia. Il cosiddetto “DOC da relazione” non è una categoria diagnostica vera e propria, ma è un modo con cui spesso vengono descritti pensieri ossessivi centrati sul partner, sui sentimenti o sulla relazione stessa.
    La caratteristica principale non è tanto avere dubbi — quelli possono esistere in qualsiasi relazione — ma il modo in cui la mente li tratta: controllo continuo di ciò che senti, bisogno di certezze assolute, analisi incessante di emozioni, dettagli e pensieri, ricerca di conferme, senso di colpa e forte ansia. Più cerchi di capire “se è vero oppure no”, più la mente rimane intrappolata nel loop.
    Molte persone in queste situazioni arrivano a monitorare continuamente le proprie emozioni: “Lo amo davvero?”, “Perché oggi non sento la stessa intensità?”, “Se mi è venuto questo dubbio allora significa qualcosa?”. Ma i sentimenti non funzionano come un test da controllare ogni minuto. Quando si entra nell’iperanalisi, anche l’emozione più spontanea finisce per diventare rigida e confusa.
    Il fatto che sia la tua prima relazione seria può anche amplificare il bisogno di capire tutto perfettamente e di non sbagliare. Però una relazione "sana" non si basa sull’assenza totale di dubbi o pensieri strani. La differenza la fa quanto spazio quei pensieri occupano nella tua mente e quanto ti portano a stare male.
    È importante comprendere da cosa nasce questa ansia ossessiva e a che tipo di dinamiche relazionali è connessa. Tu stessa dici che il tuo ragazzo ti tratta bene e che non vuoi avere questi pensieri. Questo non significa che allora “devi ignorarli”, ma potrebbe anche essere che il problema principale non è la relazione in sé, quanto il modo in cui la tua mente sta cercando continuamente certezza e controllo.
    Se questa situazione sta diventando così intensa da occuparti giorno e notte, può essere molto utile parlarne con uno psicologo. Non perché tu sia “sbagliata” o non ami davvero il tuo ragazzo, ma perché questo tipo di meccanismo può diventare molto logorante se affrontato da soli.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Salve sono un ragazzo di 30 anni,ho un problema con la masturbazione con i porno dopo che l’ho fatto mi sento sovra eccitato e mi vengono dei tic nervosi,secondo voi sarebbe utile smettere di guardare porno?se smetto di guardare porno però e mi masturbo normalmente mi viene l’ansia e pensieri intrusivi, penso siano ossessioni,secondo voi può essere utile eliminare la masturbazione con i porno? Dovrei valutare una cura farmacologica che mi aiuta con le ossessioni e i tic con uno psichiatra? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno, da quello che descrivi sembra che la masturbazione associata ai porno non sia più vissuta solo come un momento di piacere, ma anche come qualcosa che genera una forte tensione interna, con sovraeccitazione, tic nervosi, ansia e pensieri intrusivi. In questi casi non è tanto il porno in sé il “problema assoluto”, quanto il modo in cui vivi quell’esperienza.
    Può avere senso provare a ridurre o sospendere per un periodo l’uso dei porno, soprattutto se noti che aumentano l’attivazione nervosa o alimentano un meccanismo compulsivo. I contenuti pornografici, specie se usati frequentemente, possono intensificare la stimolazione mentale e fisica e rendere più difficile percepire uno stato di calma o equilibrio dopo. Questo però non significa necessariamente dover eliminare totalmente la masturbazione, né viverla come qualcosa di sbagliato.
    Il fatto che senza porno emergano ansia e pensieri intrusivi fa pensare che la masturbazione possa essere diventata anche un modo per gestire tensioni interne o ossessioni, più che un semplice desiderio sessuale. E quando un comportamento viene usato per scaricare ansia, il rischio è che nel tempo perda la funzione di piacere e diventi qualcosa di sempre più compulsivo.
    Rispetto ai tic e alle ossessioni, una valutazione con uno psicologo o uno psichiatra potrebbe essere utile, soprattutto se senti che questi sintomi stanno diventando invasivi nella tua quotidianità. Non significa automaticamente dover prendere farmaci, ma capire meglio cosa sta succedendo e quale tipo di aiuto potrebbe esserti utile. In alcuni casi, quando ansia, pensieri ossessivi e tic sono molto presenti, una valutazione specialistica può aiutare a evitare che il problema si irrigidisca ulteriormente.
    Nel frattempo potrebbe esserti utile osservare, senza giudicarti, quando nasce l’impulso: se compare soprattutto nei momenti di noia, stress, solitudine o tensione emotiva. Comprendere la funzione che questo comportamento ha nella tua vita è spesso il primo passo per modificarlo in modo più stabile.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Buongiorno, mi chiamo Cristina, ho 49 anni e sono figlia unica. Sono sposata e senza figli. Da 12 anni vivo a 100 km dai miei genitori. Non ho un lavoro perché a cadenza quindicinale vado dai miei genitori anziani per almeno quattro o cinque giorni. Da anni però vivo un'angoscia che non mi lascia mai, perché ho il terrore nei confronti della malattia e della perdita dei miei genitori. Mia madre ha 79 anni e sta abbastanza bene. Mio padre ne ha 84, ha uno stent al cuore e un'endoprotesi all'aorta addominale. Purtroppo l'ultima visita medica ha riscontrato dei problemi alla protesi. A giorni avremo un ulteriore colloquio con degli specialisti per capire se si può intervenire chirurgicamente e con che rischi, oppure se non sia possibile. Non dormo più, non vivo più, la vita mi sembra senza senso, fatta solo di prove, di perdite e di dolore. Giro a vuoto. In apparenza faccio tutto come una persona normale, ma dentro mi sento risucchiare dentro un abisso di terrore, di angoscia, di buio. È tutto troppo pesante, non riesco a reggere. Non trovo appigli, sfoghi. Attualmente sto facendo Emdr con uno psicologo ma non vedo risultati. L'angoscia, i pensieri catastrofici, sono sempre con me, riempiono tutti i miei giorni. Inoltre mi sento in colpa perché non riesco ad essere di aiuto ai miei genitori. Non riesco ad essere forte per sostenerli, rassicurarli, dimostrare loro che sono in grado di cavarmela da sola. Quando sono con loro vorrei solo fuggire lontano, non vedere, non sapere. Piango di nascosto. E non riesco a nascondere il mio terrore, di fronte a ogni piccolo o grande malessere dei miei, che non mi fanno pesare, ma che, purtroppo, fa parte dell'invecchiamento, dell'età. Vorrei tanto essere forte, tornare quella che ero, ma non ci riesco. Non so più cosa fare. Non c'è nulla che mi dia anche un momentaneo sollievo, né l'Emdr, né la fede, né i video sulla meditazione e la mindfulness. La mia testa è un cavallo imbizzarito.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno Cristina,
    dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, che sembra andare oltre la preoccupazione “normale” per la salute dei genitori anziani. Lei descrive uno stato di allarme continuo, come se la sua mente fosse costantemente proiettata verso la possibilità della perdita, senza riuscire più a trovare uno spazio interno di tregua o di sicurezza.
    Essere figlia unica, sentirsi emotivamente responsabile dei propri genitori e trovarsi di fronte alla loro fragilità fisica può riattivare paure molto primitive: la paura della separazione, dell’abbandono, della solitudine, ma anche il timore di non riuscire a sopravvivere emotivamente al dolore. Non è debolezza quella che sta vivendo. Sembra piuttosto una condizione di forte sovraccarico emotivo e ansioso che, col tempo, ha finito per occupare quasi tutto il suo spazio mentale.
    Mi colpisce molto quando scrive che vorrebbe “fuggire lontano” mentre contemporaneamente si sente in colpa per non riuscire a essere forte. Spesso, quando l’angoscia diventa troppo intensa, il desiderio di allontanarsi non nasce da mancanza d’amore, ma dal bisogno disperato di sottrarsi a qualcosa che internamente appare insostenibile. E più cerca di controllare la paura, più la mente sembra amplificarla.
    Un altro aspetto importante è che lei sembra sentirsi obbligata a dover essere forte, rassicurante, capace di sostenere tutti. Ma in questo momento è lei ad avere bisogno di essere sostenuta. Non deve dimostrare di essere invulnerabile per amare i suoi genitori.
    Il fatto che l’EMDR al momento non le dia sollievo non significa necessariamente che il percorso sia sbagliato. A volte, quando l’ansia è così pervasiva e continua, può essere utile affiancare alla psicoterapia anche una valutazione psichiatrica, non perché “lei non ce la faccia”, ma perché il livello di angoscia e insonnia che descrive potrebbe aver bisogno di un aiuto ulteriore per permetterle di recuperare un minimo di stabilità emotiva e di riposo mentale. Quando il sistema nervoso è costantemente in allarme, anche le tecniche di rilassamento o mindfulness rischiano di non riuscire a essere efficaci.
    Cerchi anche di non giudicarsi per il fatto di non sentirsi “quella di prima”. In fasi della vita in cui ci confrontiamo con la vulnerabilità dei genitori e con il tema della perdita, molte certezze profonde vengono messe in discussione. Questo non significa che resterà così per sempre, anche se adesso può sembrarle impossibile immaginarlo.
    Più che sforzarsi di eliminare subito l’angoscia, forse il primo passo potrebbe essere iniziare a riconoscere che sta vivendo una fatica emotiva enorme, e che merita di essere accompagnata e contenuta, non combattuta da sola.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Buonasera... Scrivo perché sto male o comunque non mi va bene il fatto che io sia menefreghista, nel senso che non sempre salvo qualcuno se c'è da salvarlo nel senso fisico,oppure potrei non essere tempestiva nel farlo... Penso proprio di essere menefreghista e basta, senza altri motivi di fondo... Cosa dovrei fare? Sembra che proprio non riesco... È più forte di me. Vorrei essere diversa. Non scrivo altro, perché non so se la domanda venga pubblicata, dato a volte nemmeno vengono pubblicate le mie domande,scrivere un poema che magari non viene pubblicato, anche no... La farò breve. Grazie e attendo risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    il fatto stesso che lei si ponga questa domanda con sofferenza e desideri essere diversa fa pensare che dentro di sé ci sia tutt’altro che indifferenza. Una persona realmente “menefreghista” difficilmente si interroga con questo livello di preoccupazione sul proprio modo di reagire agli altri.
    Spesso, in situazioni di emergenza o davanti alla sofferenza altrui, le persone non reagiscono tutte allo stesso modo. C’è chi interviene immediatamente, chi si blocca, chi ha bisogno di qualche secondo per capire cosa stia accadendo, chi entra in confusione o si sente paralizzato dall’ansia, dalla paura di sbagliare o dal timore delle conseguenze. Questo non significa automaticamente essere egoisti o privi di empatia.
    Lei dice: “è più forte di me”. Questa frase fa pensare più a una difficoltà di reazione o di gestione emotiva che a una scelta deliberata di non aiutare. A volte alcune persone, soprattutto se molto sensibili o insicure, davanti a situazioni forti possono andare in una sorta di congelamento emotivo o mentale. Dopo, però, arrivano il senso di colpa e l’autocritica molto dura.
    Forse potrebbe aiutarla provare a osservare meglio cosa succede dentro di lei in quei momenti: paura? confusione? ansia? senso di inadeguatezza? timore di non sapere cosa fare? Perché definire tutto semplicemente come “menefreghismo” rischia di essere una condanna molto severa verso se stessa, che magari non descrive davvero ciò che accade.
    Se sente che questo tema le pesa molto e si ripete anche in altri ambiti della vita, parlarne con uno psicologo potrebbe aiutarla a comprendere meglio i suoi meccanismi emotivi senza giudicarsi in modo così duro.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Buonasera, scrivo su questo forum perché ho bisogno di capire cosa sta passando per la testa di questo ragazzo con cui mi frequento da 7 mesi ma non c'è mai stata un'etichetta ufficiale.
    Lui è una persona difficile, è adhd, ha sofferto di depressione, carenze affettive dalla mamma e nella sua ultima relazione (6 mesi) è stato tradito, e quanto mi dice quella relazione per lui è stata pesante sia a livello psicologico che fisico.
    Noi ci siamo conosciuti a novembre, poco dopo che lui si era lasciato, accordandoci con una scopamicizia. I primi mesi scorrono molto lineari ma da febbraio in poi le cose iniziano a farsi più pesanti. Si sentiva che entrambi ci stavamo legando in modo non indifferente, gite fuori porta insieme, appuntamenti, tutto bene, ma l'etichetta non arrivava mai. Quando lui è via per il weekend (siamo studenti fuorisede ma lui vive vicino) mi scrive poco, tante volte sono io che comincio la conversazione. Quando siamo insieme invece va tutto bene, come se fossimo fidanzati. A marzo siamo ufficialmente diventati esclusivi ma comunque senza dire "fidanzati", nonostante chiunque attorno a noi ci vede come fidanzati. I mesi successivi li passiamo nel migliore dei modi, si sta benissimo insieme. Qualche litigio qua e là ma che nella sostanza non conta nulla, anzi credo che le discussioni ogni tanto facciano bene alla coppia perché entrambi mettono impegno nel risolvere e quindi non si è indifferenti all'altro. Nell'effettivo continuiamo a comportarci come una coppia, buon sesso, baci, carezze, effort ecc.
    Nell'ultima settimana è cambiato tutto. Eravamo a casa di una nostra amica che, parlando al telefono con una sua amica a sua volta, menziona questo ragazzo come il mio fidanzato, senza nemmeno pensarci perché appunto tutti ormai lo danno per scontato. Quella sera prosegue in modo normale e anche i giorni successivi, fino a ieri che, dopo avermi invitato dove abita lui (io non c'ero mai stata quindi è un evento non da poco) mi dice "ma noi siamo fidanzati?" io lo guardo e ovviamente gli dico di no, ma perché appunto nell'effettivo non lo siamo, lui come se tirasse un sospiro di sollievo e gli dico "ti farebbe così schifo l'idea?" lui mi dice di no, ma che secondo lui non ci potrà mai essere nulla perché secondo lui siamo incompatibili, nel mentre mi diceva che non aveva mai voluto così bene ad una persona come che a me. Io chiedo spiegazioni su questa "incompatibilità" e mi risponde in modo vago "eh perché a me delle cose di te non piacciono, come viceversa", che a me come spiegazione non regge granché perché in 7 mesi le volte che abbiamo discusso si contano sulle dita di una mano e quindi raramente ci siamo trovati in situazioni difficili per la coppia. Io martedì andrò comunque da lui, ma non so come iniziare a prendere questa cosa, perché dopo mesi e mesi che va avanti sto iniziando ad avere bisogno di più chiarezza. Io non credo alla sua favoletta dell'essere incompatibili, quando fino a qualche giorno fa mi diceva che siamo una coppia bilanciata. La sera poi è tutto tornato alla normalità e lui si è comportato come suo solito, ovvero come una persona che vedendola pensi "questa ragazza gli piace".
    Come dovrei gestirla? Grazie in anticipo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    da quello che racconti sembra che questo ragazzo viva una forte ambivalenza emotiva: da una parte il desiderio di vicinanza, intimità e costruzione di un legame, dall’altra la paura di ciò che quel legame rappresenta. Il fatto che quando siete insieme si comporti a tutti gli effetti come un fidanzato, mentre si irrigidisce appena compare un’etichetta più definita, fa pensare proprio a questa difficoltà.
    Le esperienze che descrivi — la depressione, il tradimento subito, le carenze affettive — non giustificano tutto, ma possono aiutare a capire perché per lui la parola “fidanzati” sembri avere un peso emotivo molto più grande del semplice stare insieme. A volte alcune persone riescono a vivere la relazione finché resta “spontanea”, non definita, percepita come reversibile; nel momento in cui sentono che il legame prende una forma più chiara e riconoscibile, si attivano paura, bisogno di controllo o timore di soffrire.
    La frase sull’“incompatibilità”, detta subito dopo che qualcun altro vi ha nominati come fidanzati, sembra più una reazione difensiva che una riflessione davvero maturata. Anche perché, come dici tu, i fatti raccontano altro: condivisione, esclusività, progettualità implicita, coinvolgimento affettivo. È possibile che lui abbia sentito improvvisamente il rapporto come “troppo reale” e abbia avuto bisogno di prendere distanza per ridurre l’ansia che questo gli provoca.
    Detto questo, però, è importante che tu non finisca per restare intrappolata nel tentativo continuo di interpretarlo o salvarlo dalle sue paure. Comprendere il suo funzionamento è utile, ma non dovrebbe portarti a mettere da parte i tuoi bisogni. Dopo sette mesi è legittimo desiderare chiarezza, stabilità e coerenza tra ciò che una persona prova, dice e fa.
    Quando vi vedrete, forse più che cercare di convincerlo che siete compatibili, potrebbe essere utile parlare di te: di come ti senti dentro questa ambivalenza, di ciò di cui hai bisogno, di quanto ti faccia confusione vivere una relazione che nei fatti esiste ma che verbalmente viene continuamente rimessa in discussione. Non tanto chiedendogli “cosa siamo?”, ma “cosa sei disposto realmente a costruire con me?”.
    Perché il punto non è tanto capire se gli piaci — dai suoi comportamenti sembra abbastanza evidente — ma se in questo momento ha la disponibilità emotiva per sostenere una relazione definita senza scappare quando diventa più coinvolgente.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


    Disfatta.
    Non ho mai avuto relazioni significative con donne, solo brevi e disastrose relazioni.
    Ho studiato tanto in vita mia ho una posizione lavorativa - dopo anni di sofferenze - finalmente dignitosa. Ho fatto diverse psicoterapia ma mi sono stancato. A 52 anni mi sento solo, deluso dalla vita e da me stesso....invidio tanto i giovani che si baciano o fanno sesso....ho subito tante cattiverie cercando di non farci caso....mi sento molto molto solo e temo sia troppo tardi per tutto. Ho buttato la mia vita. Sbloccarsi con le donne a questa età secondo voi è possibile? Perxhe' le psicoterapia che ho fatto non hanno avuto effetto? Per favore datemi risposte chiare senza propormi altre sedute....ne ho fatte centinaia senza esito e tutti gli psicologi mi hanno detto che mi sono impegnato moltoxe mi elogiavano
    ...ma so che i risultati non ci sono.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Valerio Romano

    Buongiorno,
    dalle sue parole emerge molta sofferenza, ma anche una grande lucidità nel guardare la propria vita. Il fatto che oggi riesca a nominare il senso di solitudine, di delusione e di stanchezza significa che una parte di lei non ha smesso di cercare un contatto autentico, nonostante le ferite accumulate negli anni.
    A 52 anni non è “troppo tardi” per costruire relazioni affettive o vivere esperienze sentimentali significative. Certamente può essere più difficile rispetto a quando si è molto giovani, perché col tempo si sedimentano paure, sfiducia, abitudini difensive e un senso di sconfitta che rischia di far percepire ogni tentativo come già destinato al fallimento. Ma questo non equivale a dire che sia impossibile.
    Molte persone che hanno vissuto storie di rifiuto, esclusione o esperienze relazionali dolorose finiscono col costruire, spesso inconsapevolmente, una posizione interiore di rinuncia: desiderano profondamente il legame, ma allo stesso tempo si aspettano di non essere scelti, e questo può riflettersi nel modo di porsi, nello sguardo verso se stessi e verso gli altri, nella difficoltà a sentirsi davvero “degni” di essere amati. Dopo tanti anni, il dolore non riguarda più soltanto le donne o le relazioni, ma anche l’immagine di sé che si è consolidata nel tempo.
    Capisco anche la sua rabbia verso le psicoterapie fatte. Quando ci si impegna tanto e non si percepisce un cambiamento concreto, è naturale sentirsi scoraggiati o perfino traditi. Tuttavia il fatto che le terapie non abbiano prodotto il risultato che desiderava non significa necessariamente che lei “non abbia soluzione” o che abbia buttato la vita. A volte il cambiamento non arriva perché il lavoro terapeutico resta molto sul piano della comprensione e meno su quello dell’esperienza concreta di sé nelle relazioni; altre volte perché il dolore accumulato è talmente antico da rendere molto difficile percepire i piccoli movimenti interiori che pure avvengono.
    Lei chiede risposte chiare, quindi provo a essere diretto: no, la sua vita non è finita. Ma probabilmente oggi il rischio maggiore non è la mancanza di possibilità, bensì il fatto che la delusione e il confronto continuo con ciò che “non è stato” la stiano portando lentamente a ritirarsi emotivamente dalla vita. Quando vede i giovani che si baciano o fanno sesso, il punto non è solo l’invidia erotica: è il dolore per una parte di sé che sente di non aver vissuto abbastanza, di essere rimasta esclusa dall’intimità e dalla leggerezza.
    Questo dolore merita rispetto, non vergogna.
    Forse, più che chiedersi se riuscirà finalmente a “sbloccarsi con le donne”, potrebbe essere utile chiedersi come tornare a sentirsi vivo nelle relazioni senza misurare il proprio valore esclusivamente dal successo sentimentale. Paradossalmente, è spesso quando una persona smette di vivere l’incontro come una prova definitiva del proprio valore che diventa più libera, più autentica e più raggiungibile emotivamente.
    Non esiste un’età oltre la quale non si possa più creare un legame. Esiste però il rischio di convincersi che sia ormai inutile provarci, e quella convinzione può diventare una profezia che si autoavvera.

    Un caro saluto,
    Dott. Valerio Romano


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