Domande del paziente (206)

    Salve ,scrivo in breve la mia storia perchè vorrei capire se la persona con cui ho intrapreso una relazione quatto anni fa circa potrebbe essere un narcisista patologico Malvagio.Sono una insegnante di 63 anni benestante ,stimata come professionista e considerata di bella presenza.Sono sposata ma mio marito è affetto da una malattia neuridegenerativa e sette anni fa ha subito danni cognitivi,Così che quattro anni fa mentre ero in un momento molto difficicile ,mi sentivo molto sola ho intrapreso una relazione con un uomo che oggi ha 69 anni .Quest'uomo lo conosco da circa 27 anni ed in passato lo avevo incontrato qualche volta in un momento di crisi profonda della relazione con mio marito.In questo tempo a cicli si era sempre presentato ma io no lo avevo più considerato.quando ho deciso di intraprendere la re relazione con lui l'ho fatto anche perchè mi sono fatta convincere dal fatto che lui mi aveva raccontato di essere rimasto vedovo ( sua moglie era morta a causa di un cancro ) e che la sua compagna aveva un mieloma al terzo stadio .all'inizio sembrava andare bene ,ma il suo comportamento era molto strano,mi invia centinaia di messaggi ,banali e pieni di emoji e quando io chiedevo chiarimenti lui spariva ..Nelle varie sparizioni chredendo di essere io la persona sbagliata l'ho cercato cosi la relazine è andata avanti dal 2022 al 2024. In giugno del 2024 dice di avere una depressione e sparisce.Nel luglio del 2025 a causa di una circostanza si ripresenta e mi convince nuovamente a riprendere la relazione nel frattempo io ero venuta a conoscenza (voci di popolo) che lui aveva manipolato più persone sole ,sopratutto done approfittandone per appropriarsi dei loro risparmi , era un bancario ,e per questa ragione era stato sospeso dal suo lavoro ,anche se non si era riuscito a dimostrare nulla .Inoltre che aveva sempre intessuto più relazioni in contemporanea .Ma io che sono una persona buona nonostante i vari dubbi ho deciso di ridargli fiducia .Sembrava che le cose andassero bene lui mi dedicava ,tempo ed attenzioni, fino a quando in gennaio lui sbaglia ad inviare un messaggio ed intuisco che c'era una quarta persona ,chiedo spiegazioni , ma lui sparisce.
    Ora mi chiedo potrà ricomparire ancora ? E' un narcisista patologico maligno?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Capisco il bisogno di dare un nome a quello che ha vissuto.

    Quando una relazione lascia confusione, domande e anche un senso di essere stati “spostati”, è naturale cercare una spiegazione forte:
    “è un narcisista?”, “sono stata manipolata?”.

    Ma c’è un punto più importante.

    Al di là dell’etichetta, quello che descrive ha un andamento molto chiaro:
    presenza intensa, poi sparizione, poi ritorno… e ogni volta lei rimane agganciata.

    Non perché non veda i segnali.
    Ma perché, ogni volta, qualcosa dentro di lei riapre.

    La domanda allora cambia.

    Non è tanto “chi è lui”, ma:
    cosa succede a lei quando lui sparisce… e cosa la porta a riaccoglierlo quando torna.

    Sulla prima domanda che fa:
    sì, è possibile che ricompaia.

    Ma la vera domanda è:
    se succede, lei sarà nello stesso punto di prima o in uno diverso?

    Perché è lì che si gioca tutto.

    Continuare a cercare di capirlo la tiene ancora dentro la relazione.
    Iniziare a guardare cosa è successo a lei, invece, è il primo passo per uscirne davvero.

    Se sente che ha bisogno, può continuare a scrivere e mettere meglio a fuoco questo passaggio.
    Un caro saluto.


    Figlia quasi 16 enne, mai avuto dubbi sul suo orientamento sessuale, almeno così sembrava. Ha sempre avuto interesse per i maschi, coetanei. Da un po' di tempo è "attaccata" ad un'amica, a cui anche io voglio bene, che è lesbica. Mia figlia dice di essere innamorata di lei. La cosa mi ha spiazzato. Parto dal presupposto che non giudico e sono favorevole a tutte le forme di amore, ma dico che mi ha spiazzato perché non avrei mai sospettato una cosa del genere non avendo mai visto atteggiamenti che potessero farlo pensare. Secondo voi, è possibile che sia infatuazione? Non so come spiegarmi meglio. Le ragazze stanno sempre insieme, ogni cosa che fanno se lo comunicano telefonicamente. Ho il sospetto che mia figlia sia confusa tra affetto amichevole e amore. La mia è una ragazza che, se vuole bene a qualcuno, si focalizza solo su quella persona. Faccio una domanda che può sembrare cattiva e cruda, ma non lo è.
    L'essere lesbica, le è scaturita stando sempre a contatto con l'amica? Perché so che i gay, comunque, sanno già da sempre dentro di sé cosa gli piace e cosa no. Ho parlato con lei a cuore aperto dicendo che a me importa solo della sua felicità. Non la giudico e sa che da parte mia c'è sempre il massimo sostegno.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Quello che racconta non parla tanto di un problema, ma di un passaggio delicato.

    Capisco lo spiazzamento. Quando qualcosa non ce lo aspettavamo, la mente cerca subito una spiegazione: “è infatuazione?”, “è stata influenzata?”.
    È un modo per rimettere ordine.

    Il punto è che sua figlia è in un’età in cui non tutto è già definito.
    Sta facendo esperienza di sé, di cosa prova, di come si lega.

    E qui c’è un rischio sottile: nel tentativo di capire cosa sia, si finisce – anche senza volerlo – per orientare.

    Dire “forse è solo infatuazione” può sembrare una possibilità tra tante, ma per chi lo ascolta può suonare come una direzione.

    Lei ha già fatto una cosa importante: esserci, parlare, dire che le importa della sua felicità.
    La differenza adesso sta tutta in un passaggio più difficile: restarci senza dover capire subito.

    Non è tanto una questione di essere favorevoli o meno, ma di quanto spazio reale si riesce a lasciare.
    Uno spazio in cui sua figlia non debba dimostrare, chiarire o definirsi.

    A volte il modo più forte per esserci è proprio questo:
    non togliere il dubbio, ma non riempirlo.

    Se sua figlia sentirà di poter vivere quello che prova senza essere interpretata, sarà molto più facile che, se avrà bisogno, venga lei a cercarla.

    E lì il confronto diventa davvero suo.

    Se vuole, può continuare a scrivere e approfondire meglio alcuni passaggi.

    Un caro saluto.


    Buongiorno, avrei bisogno di capire come poter aiutare mio marito e mia suocera nel loro rapporto. Mia suocera è l'esempio perfetto della sindrome della sorella maggiore, ovvero ha una sorella di 14 anni piu giovane di cui si è sempre presa cura fin dall'infanzia, l'ha aiutata in tutto, sia nel ruolo di madre (ha 3 figli di cui 2 gemelli e mia suocera aveva a suo tempo preso aspettativa al lavoro per aiutarla a crescerli nonostante fosse adulta, sposata e avesse ancora i nonni a disposizione) sia nel lavoro (è una pittrice/artista... la aiuta negli allestimenti e in tutti gli eventi che deve fare). Questa donna purtroppo è cresciuta appunto come "piccola di casa" aiutata in tutto e per tutto in ogni cosa, il problema è che tutt ora all alba dei 50 anni ritiene ancora "dovuto" che lei la assecondi in ogni cosa e mia suocera corre non appena lei chiama anche perchè nel corso degli anni ha spesso avuto momenti di "depressione" che usava assolutamente come ricatto quando le attenzioni non erano su di lei... il problema è che questo rapporto malsano sta logorando il rapporto con il figlio "vero" che è mio marito che non tollera più questa situazione e si sente "non visto"... lei ha sempre mille problemi, si è separata, ha problemi economici, una figlia soffre anche lei di depressione e mia suocera si carica di tutti questi problemi e giustamente è esausta e agitata... lui ha chiesto alla zia di alleggerire la situazione per sua madre e la risposta è stata che "è l'unica famiglia che ha"... lei non riesce a distinguere figlio e sorella e li equipara... è questo fa impazzire mio marito... a me spiace perchè è una brava nonna e una buona persona ma è completamente annullata per gli altri e rischia di perdere il figlio completamente e non so come posso aiutarli a parlarsi e aiutare lei a "lasciare andare" la sorella che sinceramente credo si sia un po' "accomodata" in questa situazione.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Quello che descrive è faticoso, soprattutto quando si ha la sensazione che una persona a cui si vuole bene si stia “consumando” per gli altri.

    Ma c’è un punto delicato.

    Sua suocera non sta semplicemente subendo qualcosa:
    sta portando avanti un modo di stare nelle relazioni che le appartiene da sempre.

    E spesso, anche quando dall’esterno sembra eccessivo, per chi lo vive è coerente, quasi necessario.

    Il rischio, in queste situazioni, è spostarsi su un piano in cui si cerca di far cambiare lei o di “ridimensionare” la sorella.
    È comprensibile, ma raramente funziona.

    Perché più qualcuno prova a correggere questa dinamica, più lei può sentirsi non compresa o messa in discussione.

    Dentro a questo si inserisce anche la posizione di suo marito.
    Quando il vissuto è quello di non essere visto, è facile che entri una forma di confronto, anche implicito, con la zia.

    E lì il rischio è che la relazione madre–figlio si trasformi in una specie di contesa, invece che in uno spazio autonomo.

    Forse il passaggio non è aiutare sua suocera a “lasciare andare”, ma chiedersi:
    che tipo di relazione vuole costruire suo marito con sua madre, così com’è?

    Senza dover passare dalla zia.

    E per lei, invece, il punto è ancora più semplice e più difficile insieme:
    non mettersi in mezzo.

    Perché nel momento in cui prova a sistemare, rischia di diventare parte del problema.

    A volte l’aiuto più efficace è togliere pressione, non aggiungerne.
    Lasciare che le relazioni trovino un loro equilibrio, anche imperfetto.

    Se vuole, possiamo approfondire meglio la posizione di suo marito e capire come aiutarlo a muoversi in modo diverso dentro questa situazione.

    Un caro saluto.


    Buongiorno avrei bisogno di un supporto, ormai da circa 20 anni soffro di una forma "strana" di ansia. Faccio un esempio così si capisce meglio. Se qualcuno mi dice guarda che tra una settimana andiamo al mare 2/3 giorni io inizio a spegnermi e ad avere un solo pensiero tutto il giorno ovvero: "devo andare là" e mi si chiude lo stomaco e non riesco a pensare ad altro anche se magari sto guardando un film non riesco a concentrarmi ma penso solo al giorno in cui devo andare e la maggior parte delle volte rinuncio e mi riprendo, questo succede anche se mi devo spostare un po' lontano per lavoro e non riesco proprio a pensare ad altro. Un esempio contrario è stato quando la mia compagna mi ha svegliato alla mattina e mi ha detto alzati che andiamo a Roma (io abito a Mantova) lì per iì cercavo un po' di scuse per non andarci ma non avevo tempo così sono partito per questi due giorni e sono stati dei giorni bellissimi senza pensieri. Se mi dicono il giorno prima o al massimo due giorni prima che devo partire ci vado perché è come se la mia testa non ha il tempo necessario per elaborare il "lutto emotivo" altrimenti se sono più giorni mi spengo emotivamente come se diventassi un'ameba. Sono stato da tre psicologi diversi e anche sotto ipnosi un po' di miglioramento c'è stato ma ancora le trasferte dette con troppo anticipo mi bloccano. Premetto che in età giovanile (ora ho 42 anni) ho sempre girato anche fuori dall'Europa insieme ai miei genitori ma durante l'esame di maturità è come se si fosse bloccato qualcosa e da lì non sono più riuscito a spostarmi dal paese con largo anticipo. Ho letto che potrebbe essere anedonia ma non saprei cosa fare. Spero di essere stato chiaro e ringrazio anticipatamente coloro che mi risponderanno.

    Grazie e saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buongiorno,
    da come descrive la situazione, non sembra tanto che lei non riesca a viaggiare. L’esempio di Roma dice il contrario: quando non ha avuto il tempo di costruire l’attesa, è partito e ha vissuto due giorni belli.

    Il punto sembra un altro: non è il viaggio a bloccarla, è il viaggio pensato troppo a lungo.

    Quando le dicono “tra una settimana partiamo”, la sua mente sembra trasformare quella data in un chiodo fisso: “devo andare là”. Da quel momento non vive più i giorni che precedono la partenza, ma resta intrappolato nel conto alla rovescia. E più cerca di liberarsene, più quel pensiero occupa spazio.

    Non parlerei subito di anedonia, almeno da ciò che scrive. Qui sembra più presente un meccanismo di ansia anticipatoria: il problema non è il piacere che manca, ma il tempo dell’attesa che diventa troppo grande.

    La rinuncia poi la fa stare meglio, ed è comprensibile. Ma è anche la trappola: ogni volta che rinuncia, l’ansia impara che aveva ragione lei.

    Le propongo un piccolo esperimento, molto concreto. La prossima volta che arriva una partenza annunciata, non decida subito se andare o non andare. Si dia una regola: “per 24 ore non annullo”. In quelle 24 ore non deve convincersi che andrà bene, non deve discutere con l’ansia, non deve cercare la calma perfetta. Deve solo non consegnarle subito il volante.

    Poi faccia un secondo passo: ogni giorno scelga un solo gesto pratico legato alla partenza, piccolo e materiale, come preparare un documento, controllare un orario, mettere una cosa nello zaino. Non pensare tutto il viaggio: solo un gesto.

    Quando arriva il pensiero “devo andare là”, provi a rispondergli così: “Non devo andarci adesso. Adesso devo solo fare questo piccolo passo”.

    A volte non si vince l’ansia facendo grandi ragionamenti, ma togliendole il palcoscenico. Meno la si consulta, meno diventa il capo del viaggio.

    Visto che il problema dura da molti anni e ha già cercato aiuto, potrebbe essere utile un percorso mirato proprio sull’ansia anticipatoria e sull’evitamento, lavorando non solo sul perché è nato il blocco, ma su cosa lo mantiene oggi.

    Se desidera, può continuare a scrivere o chiedere un confronto online per capire come costruire piccoli passaggi senza trasformare ogni partenza in una battaglia.

    Un caro saluto.


    Save sono una ragazza di 23 anni che lavorava in un supermercato ho iniziato a soffrire di vertigini da stress ansia forte e attacchi di panico fino a non uscire piu di casa ma passare le giornate a casa piangendo.. ho iniziato a prendere zoloft adesso da cinquantaquattro giorni ho aumentato a zoloft + levopraid + xanax pomeriggio e mirtazapina la sera e sembra che piano piano stavo recuperando adesso da due giorni sto risentendo un po d ansia e vuoti di testa improvvisi ebato avemdo un po paura è una cosa normale che ci vigliono piu giorni o sto tornando indietro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buongiorno, capisco la paura: quando si è appena iniziato a risalire, anche due giorni di ansia possono sembrare il segnale che tutto stia tornando come prima.

    Ma attenzione: un’oscillazione non è automaticamente una ricaduta. Nel recupero da ansia e panico possono esserci giornate in cui i sintomi tornano a farsi sentire, soprattutto se lei li osserva con la paura di perderne il controllo. Il rischio è che il “vuoto di testa” diventi subito una prova da controllare: più lo ascolta, più si spaventa; più si spaventa, più il corpo si attiva.

    Vista la terapia farmacologica in corso, però, è importante non modificare nulla da sola e riferire questi sintomi al medico o allo psichiatra che la segue, soprattutto se sono comparsi dopo variazioni di cura o se aumentano.

    Nel frattempo provi a fare una cosa piccola ma diversa: quando arriva il sintomo, non lo interroghi per capire se sta tornando indietro. Lo nomini così: “è un’onda d’ansia, non una sentenza”. Poi faccia un’azione minima già prevista nella giornata, anche semplice, senza aspettare di sentirsi completamente sicura.

    Il miglioramento non si misura dall’assenza totale di ansia, ma dal fatto che lei, piano piano, ricomincia a muoversi anche quando l’ansia prova a spaventarla. Se sente di non riuscire a gestire questi momenti, affianchi alla cura farmacologica anche un percorso psicologico mirato su panico, evitamento e paura delle sensazioni corporee.

    Può continuare a confrontarsi su questo passaggio, perché imparare a non leggere ogni sintomo come una ricaduta è già parte importante del recupero.

    Un caro saluto.


    Salve, scrivo per cercare di capire come vede, dall’esterno, la mia situazione un professionista.
    Premetto che sono single, sono un ragazzo, ho 25 anni, esattamente come la ragazza di cui parlerò.
    Un paio di mesi fa incontrai questa ragazza in una discoteca fuori dalla mia città, dove io lavoro. Era lì con dei suoi amici per puro caso.
    Durante la serata non ci siamo mai parlati nonostante sapevamo entrambi chi eravamo, ovvero che ci vedevamo tantissime volte in altri locali della nostra città ma non ci siamo mai parlati.
    Io l’ho sempre conosciuta, per le voci che giravano, come una alla ricerca costante di lusso, hype social e soldi. Come una che era uscita da 2 anni da una relazione di 5vanni tossica, con il suo ex che la comandava, manipolava, ricattava ecc. (lei stessa mi racconterà tutto ciò in seguito)
    Dopo la serata lei inizia a seguirmi su qualsiasi social e mi scrive; curioso che mi scrisse inizialmente per risolvere un problema sentimentale che aveva con un suo amico e mi volesse parlare come se ci conoscessimo da sempre.
    La aiutai, in quanto il suo amico era anche mio, ma nei giorni successivi lei tornò molto insistente nel cercarmi.
    Per farla breve, nel giro di una settimana inizia una frequentazione importante. Ci scriviamo dal buongiorno alla buonanotte ogni giorno. Complimenti su complimenti, parole dolci, chiamate infinite per farci compagnia di notte ecc. Tutto perfetto e magico.
    Dopo 2 settimane cosi, si fida anche di salire in auto con me (e dico “si fida” perchè non sale mai con nessun ragazzo per paura di eventuali “secondi fini”) per andare a ballare insieme. È una passione che abbiamo entrambi, ci piace e abbiamo le rispettive compagnie di amici che condividono con noi tutto questo. Ci andiamo 4 volte a settimana, giusto per far capire la frequenza.
    Continua tutto così per circa 1 mese. Sembra tutto perfetto, ripeto, lei mi sta vicina, si affida totalmente a me, comincio ad andare in casa sua, usciamo anche da soli svariate volte, ci scriviamo sempre h24, ci baciamo appassionatamente e dopo una serata abbiamo pure avuto un rapporto sessuale che si è poi ripetuto in altre svariate occasioni durante il giorno normalmente.
    Un sera, di punto in bianco, andiamo in un evento da soli e comincia a ignorarmi parecchio; flirta con svariati ragazzi, si lascia spalpazzare, sparisce lasciandomi da solo per poi riapparire dopo un po’ di tempo con un ragazzo a mano, parla e balla poco con me.
    La cosa si ripete per le successive serate (almeno 4/5) finchè io le comincio a chiedere spiegazioni a riguardo, del tipo: spiegami perchè mi dici che sono “la tua luce”, “il ragazzo che non ha mai avuto” e poi quando entriamo in un locale ultimamente cerchi altri e mi ignori, mi sento leggermente sfruttato e non un amico.
    Da quella mia richiesta di spiegazioni, ha iniziato a vedere tutto quello che le dicessi come un attacco ed una privazione della sua libertà. Ha cominciato a dirmi di non comportarmi cosi perchè le stavo facendo rivivere l’incubo dell’ex.
    Siamo solo amici, è vero, ma il fatto che ci stiamo sentendo e che ti porti io in un locale presuppone che tu voglia stare con me; non che io ti porti e poi tu faccia quello che vuoi, parere mio eh.
    Le incomprensioni continuano praticamente ad ogni serata perchè le ho dato spesso dell’incoerente e della persona poco rispettosa; finchè lei arriva al punto di dirmi: “senti io sono fatta cosi; quando andiamo a ballare un po’ mi annoio e ricerco dell’adrenalina, io ferma a ballare non ci sto. Ho bisogno di attenzioni, di essere sempre al centro e di sentirmi adorata. Per questo vado anche da altri ragazzi a fare magari dei complimenti o a mostrarmi, solamente perchè ho bisogno di farmi vedere e di validazione”.
    Comprendo la cosa e inizio un po’ a confrontarmi con i miei amici, mossa maledetta perchè lei ha cominciato a ribaltarmi l’accusa di incoerenza contro di me, per il fatto che giro con amici a loro volta incoerenti, sfruttatori ecc ecc.
    Va avanti in qualche modo tutto cosi, fino all’altro ieri: dopo una settimana di litigi (sempre riguardanti il fatto che lei si sente oppressa, limitata da me e in dovere di spiegare ogni suo comportamento), mi scrive: “senti, vieni alla serata di stasera? Ho bisogno assoluto della tua presenza. Senza di te non vado. A me di ignorarti a tratti, come abbiamo fatto questa settimana passata, non piace. Quindi vieni che andiamo insieme se vuoi, ti aspetto”.
    Decido di andare.
    Completamente a caso, a metà serata comincia a isolarsi e a schifarmi in tutto quello che io faccia o dica; non c’era nessun motivo, eravamo molto tranquilli e felici, secondo me. arriva, proprio vicino a dove eravamo, un ragazzo con la quale lei si sente e conosce da anni; immediatamente cominciano a limonare e stare vicinissimi e abbracciati. E lei stava lì con lui abbracciata (guardandomi) proprio mentre io ero rimasto a qualche metro da loro, con un amico incontrato lì. Non tornerà mai più con me, continueranno a baciarsi per tutta la sera e alla fine andrà a casa con lui mano nella mano, SENZA NEMMENO SALUTARMI (ma incrociando gli sguardi mi ha detto “cosa vuoi?” in modo un po’ arrogante). E sottolineo che è quest’ultima parte ad avermi infastidito parecchio, non il fatto che si sia baciata quell’altro (è single e lo può fare).
    Ora è proprio da 3 giorni che sembra sparita totalmente. Non mi scrive. Non mi risponde a messaggi (normalissimi che ci mandavamo sempre). Non mi risponde alle chiamate. Non risponde ai miei amici. Però le storie instagram me le guarda e continua a pubblicare regolarmente anche lei. Quindi che devo fare ora? Le ho scritto proprio il giorno dopo: “ciao, come stai? Perchè non mi hai salutata ieri sera? È successo qualcosa?”.
    Che devo fare? Devo insistere? io ho bisogno di spiegazioni. Sto piangendo da giorni e ho perso pure l’appetito dimagrendo 5kg.
    Molti mi suggeriscono il silenzio ma non ci riesco. Devo sentire la sua voce, i suoi pensieri, cosa effettivamente è successo. Perchè giuro non riesco a comprendere.
    Odio il ghosting. Lei l’ha messo in pratica varie volte dopo i litigi con me ed io con lei 1 volta. Ma dopo 1 giorno ci chiarivamo ed era tutto ok. Ora il fatto che siano già 3 giorni di no contact mi preoccupa parecchio. io non voglio e non la devo perdere così; se lei mi spiegasse e volesse allontanarsi almeno lo saprei e se ne potrebbe parlare. Ma volatilizzarsi cosi dal nulla pur mantenendo una presenza social costante, mi fa male malissimo.
    Chiudo dicendo che non ho mai avuto l’intenzione di volerla come fidanzata eh; questo gliel’ho sempre detto e pure lei nei miei confronti. Semplicemente un’amicizia profondissima e anche un po’ intima quasi da fratello e sorella capito?
    Lei mi ha sempre detto “quello che siamo noi, lo sappiamo solo noi”.
    Questo deve essere chiaro ed è fondamentale secondo me.
    In attesa di una risposta, grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Salve, da fuori colpisce soprattutto una cosa: lei dice di non volerla come fidanzata, ma sta vivendo questa distanza con il dolore di chi sente di perdere un legame molto più importante di una semplice amicizia.

    Quando un rapporto nasce così intenso, fatto di messaggi continui, parole forti, intimità, sessualità e presenza quotidiana, è difficile poi chiamarlo “solo amicizia” senza pagare un prezzo. Il problema non è darle un’etichetta, ma riconoscere che per lei questa ragazza è diventata un riferimento emotivo.

    In questo momento insistere per avere spiegazioni rischia di peggiorare proprio ciò che desidera salvare: più la cerca, più lei può sentirsi pressata; più lei si allontana, più lei sente di doverla rincorrere. Così il chiarimento che dovrebbe calmarla diventa parte del problema.

    Può mandare, se non lo ha già fatto, un solo messaggio breve e dignitoso: “Mi ha fatto male il modo in cui ci siamo lasciati l’altra sera. Se vorrai parlarne, io ci sono. Ora però mi fermo”. Poi deve davvero fermarsi: niente chiamate, niente amici mandati a cercarla, niente controllo continuo dei social.

    Non perché lei non conti, ma perché anche il suo dolore deve avere un limite. Se una persona non risponde, quella è già una risposta parziale, anche se non è quella che vorremmo ricevere.

    Il punto ora non è costringerla a spiegarsi, ma recuperare se stesso mentre aspetta di capire. Se piange da giorni, non mangia e sta dimagrendo, non resti solo dentro questa agitazione: ne parli con un professionista, perché il corpo sta dicendo che questa storia l’ha toccata più profondamente di quanto forse riesca ad ammettere.

    Può continuare a confrontarsi su questo passaggio, ma inizi da una domanda più onesta: “Sto cercando spiegazioni, o sto cercando di non sentire la perdita?”

    Un caro saluto.


    Ho una preoccupazione che mi assilla tanto .
    Mamma si era appena fatta la doccia e si era asciugata le parti intime. Siccome lei ha una difficoltà mi ha chiesto di aiutarla e cosi ho fatto.
    Adesso ho costantemente il pensiero che io abbia toccato i suoi vestiti precedentemente toccati da lei , ho paura che dopo magari andando in bagno mi sia mischiata qualcosa anche avendo lavato le mani.
    So che è strana la cosa

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buongiorno, capisco che questo pensiero possa farla sentire molto agitata, anche se una parte di lei riconosce che la paura è eccessiva.

    Proprio qui sta il punto: più che il contatto con i vestiti di sua madre, sembra essere il dubbio a tenerla bloccata. Il pensiero arriva, le chiede una certezza assoluta, lei prova a tranquillizzarsi ripensando a ciò che ha toccato, al fatto che si è lavata le mani, a cosa potrebbe essere successo. Ma ogni controllo mentale, invece di chiudere la questione, rischia di riaprirla.

    In questi casi la domanda “è possibile che sia successo qualcosa?” spesso diventa una trappola, perché nessuna risposta basta davvero. Il lavoro utile non è inseguire il pensiero fino a dimostrare che è impossibile, ma imparare a non trattarlo come un’emergenza.

    Potrebbe provare, quando torna il dubbio, a dirsi: “Questo è il solito pensiero che mi chiede certezza. Non devo risolverlo adesso”. Poi riporti l’attenzione a ciò che stava facendo, senza aggiungere altri controlli o rassicurazioni.

    Se queste preoccupazioni sono frequenti, intense o iniziano a condizionare la vita quotidiana, può essere molto utile parlarne con uno psicologo, perché non va combattuto solo il contenuto del pensiero, ma il meccanismo che lo alimenta. Può anche continuare a scrivere o confrontarsi su questo passaggio, perché è importante non restare sola dentro questo tipo di paura.

    Un caro saluto.


    Buongiorno, sono turbata da una situazione che si è venuta a creare in casa. Mio figlio di 19 anni e suo padre hanno avuto una litigata tremenda. E' partita da una sciocchezza per la quale mio marito si è rivolto in tono sgradevole ai nostri figli. Mia figlia ha ignorato, mio figlio ha avuto uno scatto di rabbia sproporzionata e preteso scuse. Mio marito si è irrigidito e ha cominciato con attacchi personali molto cattivi nei confronti di mio figlio. Io cercavo di calmare entrambi senza riuscirci. E' intervenuta anche mia figlia per aiutarmi. Siamo riuscite a riportare mio figlio alla calma ma mio marito rilanciava di continuo, fino a quando mio figlio ha accettato che la sorella lo portasse fuori dalla stanza. Da allora sono passate 3 settimane e non si parlano più. Quando si trovano insieme si ignorano, fanno come se l'altro non fosse presente in stanza. Mio figlio è ancora pieno di rabbia e mio marito non vuole fare aperture, sembra preferire tagliare i ponti. Non so come aiutare alla ripresa del dialogo per ripartire e riparare il rapporto. Sarei grata se mi poteste dare suggerimenti in merito. vi ringrazio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buongiorno, capisco la sua preoccupazione: quando in casa due persone smettono di parlarsi, non resta solo il silenzio tra loro, ma tutta la famiglia finisce per camminarci attorno.

    Le suggerirei però di non cercare subito di “farli parlare”, perché un confronto forzato, in questo momento, rischierebbe di diventare un secondo scontro. Il primo passo è togliere lei e sua figlia dal ruolo di mediatrici obbligate: potete favorire un clima, ma non potete riparare al posto loro.

    Può parlare separatamente con entrambi, con un messaggio semplice: “Non vi sto chiedendo di fare pace subito, ma questa situazione sta facendo male alla casa. Prima di parlarvi, ognuno dovrebbe chiedersi cosa può riconoscere della propria parte e cosa chiede all’altro in modo concreto”.

    Questo sposta il problema: non chi ha vinto o chi deve cedere, ma quale gesto minimo ciascuno è disposto a fare per non trasformare una lite in una rottura. A suo figlio può riconoscere la rabbia senza alimentarla; a suo marito può far notare che il silenzio non chiude il problema, lo congela.

    Se poi uno dei due non è pronto, non inseguitelo. Tenete però un confine: in casa ci si può prendere tempo, ma non cancellarsi come se l’altro non esistesse. Se la chiusura continua, qualche colloquio familiare potrebbe aiutare a rimettere parole dove ora ci sono solo orgoglio, rabbia e ferite.

    Può continuare a confrontarsi su questo passaggio, perché spesso la riparazione non nasce da un grande chiarimento, ma da un primo gesto piccolo fatto nel modo giusto.

    Un caro saluto.


    Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare nella mia vita, fino a dicembre andava tutto bene e mi sembrava di aver fatto progressi, ma da febbraio dopo ogni seduta non mi sento meglio.... anzi mi sento più confusa e persa e in agitazione,
    in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare.
    Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno)
    inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione
    per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto
    ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito
    l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame
    e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio
    spero di essermi spiegata,
    cosa dovrei fare?
    Vi ringrazio

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buongiorno, si è spiegata molto bene.

    Da quello che racconta, il punto oggi non sembra essere solo decidere se cambiare terapeuta, ma capire che cosa è accaduto nella relazione terapeutica nel momento in cui il lavoro ha iniziato a toccare il cambiamento concreto che lei stessa aveva cercato.

    A volte uno stimolo pensato per smuovere può essere vissuto come pressione, soprattutto quando si attraversa una fase di stanchezza, immobilità e fragilità. Questo non rende il suo vissuto sbagliato, ma non permette nemmeno, da fuori, di concludere che la collega abbia lavorato male.

    Il nodo delicato è che ora l’alleanza sembra essersi incrinata: lei va in seduta sentendosi osservata, sotto esame, e il pensiero di cambiare terapeuta la fa respirare. Ma proprio questo sollievo merita attenzione: potrebbe essere un’indicazione utile, oppure il modo più rapido per uscire da un passaggio difficile del percorso.

    Prima di decidere, le suggerirei di portare apertamente questo tema in seduta, non per giustificarsi, ma per verificare se quello spazio può tornare sicuro. Potrebbe dire qualcosa di molto semplice: “In questo momento non riesco più a lavorare perché mi sento giudicata e temo la seduta. Ho bisogno di capire con lei se possiamo recuperare fiducia oppure se è meglio fermarci”.

    Se dopo questo confronto continuerà a sentirsi non ascoltata o forzata, allora valutare un cambiamento potrà essere una scelta più chiara, non una fuga dettata dall’agitazione. Può anche continuare a confrontarsi su questo passaggio, perché spesso il modo in cui si attraversa una crisi del percorso dice molto del cambiamento cercato.

    Un caro saluto.


    Salve ho 50 anni e premetto che sono sempre stato ipocondriaco e ansioso, da qualche tempo ho paura di strozzarmi deglutendo il cibo, ho una sensazione di avere tra gola e palato un bolo, a tavola mangio poco o quasi nulla per paura di soffocarmi. Ma la cosa che mi preoccupa è che da quando ho avuto il problema di aver paura di soffocare, ho perso qualche chilo per me di troppo, sono alto 196 e attualmente peso intorno agli 80 chili.. Sto mangiando molto meno rispetto a prima solo pasta e frutta a pranzo e poco a cena. Ho paura di andare sottopeso o che non riesca a recuperare. Ho paura di avere qualche patologia, mi misuro spesso pressione, ho fatto recenti analisi sangue che sono risultate regolari. Ho paura di non riuscere a superare questo problema.Attendo un vostro gradito consiglio.. Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buongiorno, capisco la paura: quando il corpo sembra “bloccarsi” in un gesto naturale come deglutire, ogni boccone può diventare una prova.

    Prima cosa: non liquiderei tutto con “è solo ansia”. Se la difficoltà a mangiare continua e c’è perdita di peso, è corretto parlarne con il medico di base, che potrà valutare se serva un approfondimento con otorino o gastroenterologo. Questo non perché debba pensare subito a qualcosa di grave, ma perché il corpo va messo al sicuro prima di lavorare sulla paura.

    Detto questo, da ciò che racconta sembra essersi creato un circuito molto chiaro: sente il nodo alla gola, teme di soffocare, riduce il cibo, per un momento si sente più al sicuro, ma poi la perdita di peso aumenta l’allarme. Così il tentativo di proteggersi finisce per confermare al cervello che mangiare è pericoloso.

    Il problema, quindi, non è solo deglutire: è che ogni pasto è diventato un esame.

    Una piccola indicazione pratica: eviti di misurare continuamente pressione, peso e sensazioni alla gola, perché questi controlli spesso calmano per pochi minuti e poi riaccendono il dubbio. Scelga invece, con prudenza e gradualità, un piccolo pasto “possibile”, non perfetto, e lo affronti senza trasformarlo in una verifica della sua salute.

    Se dopo gli accertamenti medici il problema resta soprattutto legato alla paura, un percorso psicologico mirato può aiutarla a interrompere il meccanismo ansia-controllo-evitamento e a recuperare fiducia nel corpo.

    Può continuare a confrontarsi su questo passaggio, perché qui non si tratta solo di mangiare di più, ma di smettere di trattare ogni boccone come un pericolo.

    Un caro saluto.


    Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
    Cordialmente,

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buonasera, capisco la sua preoccupazione: quando si sente di non funzionare più come prima, è naturale cercare un’origine precisa. Però farei attenzione a trasformare quell’episodio di ansia in una condanna permanente.

    Ansia intensa, pensieri catastrofici e rimuginio possono incidere molto su attenzione, concentrazione e memoria: spesso non perché la mente sia “rovinata”, ma perché è impegnata a controllarsi, verificarsi e temere di non riuscire. In questi casi lo studio può diventare non solo studio, ma una prova continua del proprio danno.

    La domanda utile non è soltanto: “quell’ansia mi ha cambiato la testa?”, ma anche: “quanto oggi sto studiando mentre controllo se riesco ancora a studiare?”. Questo controllo, comprensibile, può mantenere il blocco.

    Le suggerirei di parlarne con lo specialista che la segue, valutando anche una consulenza neuropsicologica se il problema cognitivo è persistente, e un percorso psicologico centrato sul rapporto con ansia, dubbio, controllo e studio. Non per negare la sua fatica, ma per capire se ciò che oggi sembra un danno sia anche un circuito che può essere modificato.

    Se sente che questo pensiero continua a chiuderla nella paura di essere ormai compromesso, può essere utile approfondirlo in uno spazio dedicato, anche online, senza ridurre tutto a una prova di memoria.

    Un caro saluto.


    Domande su consulenza psicologica

    Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e ormai il cibo controlla tutta la mia vita. Vorrei spiegarlo ai miei genitori ma non voglio essere un peso per loro e in più non voglio curarmi: ho raggiunto il peso che mi piace e mi vedo bene, ho ancora energie, sono brava nel mio sport, esco sempre e sono circondata dalle mie amiche. Se spesso sento storie di persone che per il dca hanno smesso di vivere, io invece continuo la mia vita tranquillamente ma vedendomi anche meglio. Vorrei che i miei genitori non mi costringessero a riprendere peso o a mangiare, ma capissero il mio problema anche perché continuare a mentire sul cibo mi fa sentire molto in colpa. Si sono accorti che sono dimagrita tanto ma non immaginano sia per questo, anche perché con loro io mi fingo sempre entusiasta di mangiare. L’unica cosa che mi preoccupa è che non ho il ciclo da 8 mesi e so che non è sano. Da una parte io continuo ad amare il cibo ma un lato di me non vede altro che calorie da bruciare, e se mangio troppo riprenderei tutti i kili. So che ci vogliono 7000kcal per ingrassare, ma essendo in sottopeso (45kg, sono alta 1,65m) invece li riprenderei tutti dal primo all’ultimo e la cosa mi terrorizza. In più mi sento in colpa perché prima amavo mangiare e il cibo, non mi preoccupava l’estetica e anzi, mi vedevo benissimo e magra. So che ero magra, ma non abbastanza. Ora anche non sono magra abbastanza, ma il peso sulla bilancia mi piace di più e sono più felice. Mangio per mantenere quel peso, non voglio dimagrire né ingrassare. Il problema è che ora non riesco più a mangiare che ho tantissimo reflusso e per questa ragione i miei genitori mi hanno accompagnata anche da un medico, ma credo che questo reflusso sia dovuto al mio problema con il cibo. Comunque so che i dca sono malattie che solo un dottore può dirmi di avere dopo analisi ecc, ho scritto così solo perché il nome disturbo alimentare mi sembra esattamente quello che descrive il mio problema. Non ho più fame, posso non mangiare per due giorni interi e non sentire nulla, e questo da un lato mi spaventa. Non capisco vorrei solo che i miei genitori mi lasciassero continuare mangiare così ma so che vorranno che io torni come prima. So che gli altri non mi amano per come sono esteticamente né per quanto peso, ma io mi piaccio più magra e questo è il modo per essere più magra e a me va bene. Come posso spiegare tutto questo si miei genitori senza farli preoccupare?? non voglio essere un peso

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Quello che racconti è molto chiaro, anche se dentro c’è una parte che prova a minimizzare.

    Da una parte stai andando avanti: hai energia, esci, fai sport, ti senti anche meglio nel tuo corpo.
    Dall’altra parte però c’è qualcosa che non torna: il cibo che occupa tutta la testa, il controllo continuo, il senso di colpa, il ciclo che si è fermato.

    E soprattutto una frase che pesa più di tutte:
    “non voglio essere un peso”.

    A volte è proprio questa a tenere il problema in piedi.
    Perché nel tentativo di non pesare sugli altri, finisci per portarti tutto da sola.

    C’è poi un punto importante che forse vale la pena guardare meglio:
    tu non stai chiedendo solo di essere capita…
    stai chiedendo di essere capita senza che nulla cambi.

    Ed è qui che nasce il conflitto.

    Perché chi ti vuole bene, nel momento in cui capisce davvero, difficilmente riesce a restare fermo.
    Non per controllarti, ma perché vede qualcosa che tu in parte già senti: che questo equilibrio, così com’è, sta iniziando a chiedere un prezzo.

    Il tema quindi non è “come dirlo senza farli preoccupare”,
    ma piuttosto:
    quanto sei disposta a farti vedere davvero, anche se questo potrebbe muovere qualcosa.

    Un primo passo potrebbe essere questo:
    non spiegare tutto, non giustificarti, non convincerli.
    Prova semplicemente a dire una frase vera, breve, senza difenderti:

    “C’è qualcosa nel mio rapporto con il cibo che mi sta sfuggendo di mano. Non voglio essere forzata, ma non voglio neanche continuare a nasconderlo.”

    Non risolve tutto, ma cambia la posizione:
    da sola contro il problema → a qualcuno che inizia a farsi vedere.

    Se senti che questa situazione ti sta prendendo più spazio di quanto vorresti, parlarne in un contesto protetto può aiutarti a non dover scegliere tra controllo e perdita totale.

    Se vuoi, puoi anche tornare qui e provare a mettere meglio a fuoco cosa ti succede nei momenti in cui il controllo diventa più forte.

    Un caro saluto.


    Buonasera, purtroppo quasi 2 mesi fa mia mamma e' morta improvvisamente per un infarto, ero a casa con lei , ad un certo punto si e' accasciata a terra, ho provato a farle il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi, hanno provato a rianimarla in tutti i modi ma invano. E' stato uno shock, ho sempre dei flashback di quella giornataccia, oltre al.dolore e tristezza della perdita di.mia mamma, vivevo ancora con lei. Sento tanto vuoto senza di lei, non ero preparata, si e' svolto tutto in maniera improvvisa, al mattino l' ho vista, mi ha detto che si sentiva stanca e le girava la testa e dopo si e' accasciata, nel giro di poco me la sono ritrovata in una bara. Ho iniziato a seguire una terapia con una psicologa e nelle ultime sedute mi ha consigliato di sentire uno psichiatra per una terapia farmacologica,in quanto per lei ottimizzerebbe la terapia che sto seguendo. Penso sempre a mia mamma e a quei momenti, ho impresso.il rumore di quando e' caduta oltre il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. Ho perso anche mio papa' qualche anno fa ma forse per lui ero psicologicamente piu' preparata essendo malato di tumore ma per mia mamma la rapidita' degli eventi non mi permette di fare i conti con il distacco.Ringrazio in anticio chi mi rispondera'. Cordiali saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buonasera, mi dispiace molto per quello che ha vissuto. La morte di sua madre non è stata solo una perdita: è stata anche una scena improvvisa, violenta, entrata nei sensi prima ancora che nella mente. Il rumore della caduta, le immagini, il tentativo di rianimarla, l’arrivo dei soccorsi: sono frammenti che possono restare impressi e tornare come flashback, non perché lei “non stia reagendo bene”, ma perché il distacco è avvenuto dentro uno shock.

    Il senso di colpa, in situazioni così, può diventare una trappola molto dolorosa: fa credere che, se ci si accusa abbastanza, forse si ritrova un controllo su ciò che è stato incontrollabile. Ma lei non è rimasta ferma. Ha provato ad aiutarla, ha fatto ciò che in quel momento poteva fare, e purtroppo non tutto ciò che accade davanti a noi è anche nelle nostre mani.

    Il suggerimento della sua psicologa di sentire uno psichiatra non va letto come un fallimento o come qualcosa di “grave”. Può essere semplicemente un modo per valutare se un supporto farmacologico temporaneo possa aiutarla a dormire meglio, abbassare l’intensità dei pensieri intrusivi e rendere più sostenibile il lavoro psicologico che ha già iniziato.

    Forse, in questo momento, il compito non è “dimenticare” sua madre, né smettere di soffrire. Il primo passo è separare due cose: il dolore per la sua assenza e la scena traumatica della sua morte. Una madre non dovrebbe restare imprigionata nell’ultimo rumore che ha fatto cadendo.

    Continui il percorso iniziato e porti apertamente in seduta proprio il senso di colpa, i flashback e la paura di non riuscire a staccarsi da quei momenti. Se sente il bisogno di orientarsi meglio su questi passaggi, può continuare a parlarne o valutare anche un confronto dedicato online.

    Un caro saluto.


    Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
    Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
    Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buongiorno, da quello che scrive sembra che non ci sia un solo problema, ma più pesi che si sono sovrapposti: università, lavoro, lutti, ansia, panico e un clima familiare in cui lei si sente continuamente giudicata e confrontata.

    Quando una persona si sente chiamare “fallimento”, soprattutto da un genitore, non riceve solo una critica: rischia di iniziare a guardarsi con quegli stessi occhi. E più prova a dimostrare di valere, più ogni difficoltà nello studio, nel lavoro o nella vita quotidiana diventa una nuova prova contro di sé. Questo può creare un blocco molto doloroso: mi sento sbagliata, mi paralizzo, non riesco ad agire, e poi il blocco sembra confermare che sono sbagliata.

    Il silenzio punitivo di suo padre, poi, non aiuta a chiarire: spesso aumenta ansia, colpa e senso di esclusione. Ma il punto centrale, adesso, non è convincere suo padre a vederla diversamente. Il primo passo è smettere, con aiuto, di usare il suo giudizio come misura del suo valore.

    Le frasi “mi sento inutile” e “non so come andare avanti” meritano attenzione. Non vanno lasciate sole. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male, o la sensazione di non riuscire a proteggersi, è importante chiedere aiuto subito: una persona vicina, il medico, il pronto soccorso o il 112.

    Le consiglierei di rivolgersi a uno psicologo o a un servizio di salute mentale, non perché lei sia “sbagliata”, ma perché è rimasta troppo a lungo dentro un sistema che la fa sentire tale. Un piccolo primo passo potrebbe essere questo: non cercare oggi di risolvere tutta la sua vita, ma scegliere una sola azione concreta fuori dal giudizio familiare, anche minima, e farla come atto di presenza verso sé stessa.

    Da questa situazione non si esce dimostrando di non essere un fallimento. Si esce iniziando a costruire uno spazio in cui quella parola non abbia più il potere di definirla. Se sente che questo nodo è troppo pesante da affrontare da sola, può continuare a parlarne o chiedere un confronto dedicato.

    Un caro saluto.


    Salve, sono un uomo di 41 anni e da 13 anni sto con una donna di 10 anni più piccola. Abbiamo litigato di rado e per anni tutto è andato bene, ma negli ultimi 4 anni tra di noi è cambiato molto il rapporto, cosa che lei non pensa sia avvenuta. Ogni mia proposta di fare qualcosa insieme è sistematicamente rifiutata, lei esce poco di casa, non si cura come prima, e non ha obiettivi nella vita. Avevano deciso di andare a vivere insieme, ma sua mamma ha accusato un malore, e da quel giorno tutto si è fermato. Io sto male, oltretutto la vita sessuale da 4 anni è quasi assente, mi sento inutile e parlare con lei non serve a nulla. Non chiedo che cambi completamente, ma talvolta un compromesso non farebbe male. Sto pensando di lasciarla ma ho paura di un futuro da solo, non so più che fare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Salve, da quello che scrive il problema non sembra essere solo la mancanza di rapporti o di attività insieme. Sembra che, da circa quattro anni, lei stia vivendo una relazione in cui continua a proporre, chiedere, parlare, aspettare; mentre dall’altra parte trova rifiuto, chiusura o immobilità.

    Il punto delicato è che un compromesso può nascere solo se entrambi riconoscono che c’è qualcosa da affrontare. Se per lei il rapporto è cambiato e per la sua compagna invece “non è successo nulla”, il rischio è che ogni sua richiesta diventi una pressione e ogni suo rifiuto diventi per lei una conferma di essere inutile.

    Il malore della madre può aver inciso, forse bloccando in lei paure, responsabilità o un ritiro dalla vita di coppia. Ma questo va compreso, non usato per restare fermi indefinitamente. Anche il fatto che lei esca poco, si curi meno e sembri senza obiettivi meriterebbe attenzione, senza trasformarlo subito in un’accusa o in una diagnosi.

    Forse la domanda più importante non è: “come faccio a farla cambiare?”, ma: “lei è disposta a vedere con me che così la relazione sta morendo?”. Provi a parlarle una volta in modo molto chiaro, non per convincerla, ma per verificare se esiste ancora una disponibilità reale a costruire qualcosa insieme: intimità, convivenza, cura reciproca, eventualmente anche un confronto di coppia.

    Se lei continua a negare il problema o a rimandare senza assumersi nessun pezzo della relazione, allora la sua scelta non sarà più tra lasciarla o salvarla, ma tra continuare ad aspettare una persona ferma o iniziare a muoversi lei.

    La paura di restare solo è comprensibile, ma non dovrebbe diventare l’unico motivo per restare. Una relazione non si misura solo da quanto tempo dura, ma da quanto ancora permette a entrambi di sentirsi vivi. Se sente che questo passaggio è troppo confuso da affrontare da solo, può continuare ad approfondirlo o chiedere un confronto dedicato.

    Un caro saluto.


    Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buongiorno, le rispondo con una premessa: nel racconto mancano elementi importanti. Non conosciamo la voce diretta di Diego, cosa accada davvero nel gruppo dei compagni, se ci siano prese in giro o esclusioni concrete, quale ruolo abbiano insegnanti e allenatore, quale sia la presenza del padre, com’è la relazione tra voi genitori e in quali momenti Diego si senta visto senza dover far ridere. Per questo la mia non è una sentenza su suo figlio, ma un’ipotesi costruita su ciò che lei racconta.

    La frase più importante, secondo me, è questa: “se non faccio ridere mi sento non valido”. Qui non siamo davanti solo a un ragazzo vivace o infantile. Sembra piuttosto che Diego abbia imparato, forse da molto tempo, che per essere visto deve produrre una reazione: da piccolo con dispetti e agitazione, oggi con battute, esagerazioni e intrattenimento.

    Il rischio è che il gruppo dei pari diventi il palcoscenico in cui ripete sempre la stessa soluzione: “se faccio ridere esisto, se non faccio nulla sparisco”. Ma questa soluzione lo protegge e insieme lo imprigiona, perché più fa il simpatico a tutti i costi, più rischia di essere visto proprio come quello immaturo, e più sente di dover esagerare ancora.

    Attenzione anche a un punto: spiegargli continuamente che “non deve performare per valere” è giusto nell’intenzione, ma potrebbe non bastare. Anzi, se diventa un discorso ripetuto, lui può sentirsi ancora una volta il ragazzo da correggere. A volte un adolescente non cambia perché gli spieghiamo meglio il problema, ma perché gli facciamo vivere un’esperienza diversa.

    Proverei quindi a spostare il lavoro da “non fare il buffone” a “chi sei quando non devi far ridere nessuno?”. Cercate momenti in cui riconoscerlo per qualcosa che non sia simpatia, agitazione o intrattenimento: una responsabilità, una competenza, un gesto maturo, una scelta calma. Deve poter sperimentare che viene visto anche quando non fa rumore.

    Allo stesso tempo, sarebbe utile parlare con scuola e allenatore non solo per sapere se disturba, ma per capire che posto occupa davvero nel gruppo: è escluso, preso in giro, tollerato, cercato, usato come quello che diverte? Questa distinzione cambia molto.

    Se la preoccupazione continua, può essere utile un confronto con uno psicologo dell’età evolutiva o familiare, non per “aggiustare” Diego, ma per capire insieme quale bisogno sta cercando di proteggere con quella richiesta di attenzione. Perché forse il punto non è togliere il suo bisogno di essere visto, ma aiutarlo a non dover conquistare lo sguardo degli altri facendo spettacolo.

    Un caro saluto.


    Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Le rispondo con una premessa: nella sua domanda mancano elementi importanti. Non sappiamo la sua età, il suo stato di salute generale, se siano presenti abbuffate, restrizioni severe, vomito, uso di lassativi, digiuni o altre condotte compensatorie, né quali emozioni precedano il bisogno di mangiare. Per questo la mia non è una diagnosi, ma un’ipotesi costruita su ciò che racconta.

    Da quello che scrive, il problema non sembra essere la mancanza di forza di volontà. Anzi, lei dice di aver portato a termine molte diete. Il punto è che quelle diete, vissute come privazione, sembrano aver trasformato il cibo in qualcosa di ancora più potente.

    Più prova a controllarlo, più il cibo diventa desiderabile. Più lo vive come nemico o come dipendenza da eliminare, più rischia di metterlo al centro della sua vita.

    La frase “vorrei considerare il cibo solo come mezzo di sussistenza” è comprensibile, ma forse contiene già una trappola. Il cibo non è solo sopravvivenza: è corpo, piacere, memoria, relazione, cultura, consolazione. Il problema non è cancellare tutto questo, ma fare in modo che non sia il cibo a comandare lei.

    Forse il passaggio utile non è “devo eliminare questa dipendenza”, ma “devo cambiare il modo in cui incontro il cibo”.

    Le propongo un piccolo esperimento, da fare con prudenza: non cerchi la quantità, che anzi va tenuta misurata e delimitata. Cerchi invece la qualità, che deve diventare quasi superlativa. Scelga un pasto, prepari la tavola, scelga ingredienti buoni, curi il piatto, tolga distrazioni, mangi lentamente. Il pasto deve diventare una piccola cerimonia, non uno sfogo.

    Il senso non è concedersi tutto, né abbuffarsi in modo elegante. È il contrario: uscire dalla logica della guerra. Quando il cibo è vissuto come nemico, tentazione o dipendenza, diventa clandestino e potentissimo. Quando invece viene scelto, preparato, gustato e concluso con cura, può tornare ad avere un posto: importante, piacevole, ma non tirannico.

    Non si tratta di mangiare di più, ma di mangiare meglio. Cercare l’estasi nella qualità, non nella quantità.

    Accanto a questo, però, sarebbe importante un percorso con professionisti esperti nel rapporto tra alimentazione, emozioni e comportamento alimentare. Soprattutto se sono presenti abbuffate, restrizioni rigide o condotte compensatorie, serve un aiuto specifico e integrato.

    La domanda da portare in un percorso potrebbe essere questa: “Che cosa sto cercando di regolare attraverso il cibo, quando la mia parte razionale si spegne?”. Perché spesso non si cambia vincendo una guerra contro il cibo, ma smettendo di usarlo come unico modo per rispondere a qualcosa che fa male.

    Un caro saluto.


    Domande su psicoterapia

    Buongiorno, non so se questo sia il luogo giusto per avere una risposta, intanto ringrazio per la disponibilità.
    Un anno fa sono stata operata di tumore alla gamba, al momento porto un tutore poiché ho perso la sensibilità al piede.
    Mio marito ha alternato momenti un cui mi è stato vicino a momenti di freddezza e nervosismo, anche quando sono tornata a casa dopo 2 mesi di ospedale.
    Non abbiamo rapporti completi da quasi 2 anni e lui mi ripete che non se la sente per ora per la mia gamba e perché dice di non essere in forma.
    A me sembra strano tutto ciò, nel senso cbe potevo capire un anno fa ma ora non capisco perché non cerchi un momento per noi.
    Avrei bisogno di un vostro parere grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buongiorno, la sua domanda è molto comprensibile. Dopo una malattia importante, un intervento, due mesi di ospedale e un cambiamento fisico ancora presente, non cambia solo il corpo: spesso cambia anche il modo in cui la coppia si guarda, si avvicina, si tocca.

    Da quello che scrive, il punto non sembra essere soltanto la mancanza di rapporti completi. Sembra esserci una domanda più profonda: “mio marito mi vede ancora come donna, o ormai mi guarda solo attraverso la malattia e la gamba?”. Questa è una ferita delicata, perché il silenzio o l’evitamento dell’altro rischiano di far sentire rifiutati proprio nel momento in cui si avrebbe più bisogno di sentirsi scelti.

    Allo stesso tempo, non possiamo sapere da qui se suo marito stia evitando per paura di farle male, per blocco emotivo, per disagio personale, per difficoltà sessuali sue o per altro. Il rischio sarebbe trasformare subito il suo comportamento in una sentenza: “non mi desidera più”. Prima di arrivare lì, serve aprire uno spazio chiaro, non accusatorio, ma nemmeno vago.

    Potrebbe dirgli qualcosa di molto semplice: “Non ti sto chiedendo subito un rapporto, ma ho bisogno di capire se tra noi esiste ancora uno spazio di desiderio, tenerezza e vicinanza. Per me il silenzio sta diventando più doloroso della mancanza di sesso”.

    A volte, dopo una malattia, la coppia deve imparare di nuovo ad avvicinarsi, partendo anche da gesti piccoli, non prestazionali: contatto, abbracci, momenti di intimità senza l’obbligo di arrivare subito al rapporto completo. Se però lui continua a chiudere, rimandare o dare spiegazioni generiche, allora può essere utile un confronto psicologico di coppia o sessuologico, proprio per non lasciare che la malattia diventi il terzo elemento che decide al posto vostro.

    Il suo bisogno di sentirsi ancora cercata non è superficiale: è parte del sentirsi viva, donna e partner, non solo paziente. Se sente che questo tema rimane bloccato, può continuare ad approfondirlo o chiedere un confronto online dedicato.

    Un caro saluto.


    Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.

    Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.

    Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.

    Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.

    La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
    E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
    Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
    (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Le rispondo partendo da una premessa: nella sua domanda mancano elementi importanti. Non sappiamo cosa viva la compagna di quest’uomo, da quanto tempo esista quella relazione, se lei fosse a conoscenza del vostro legame, quali accordi vi siate dati e quanto la differenza d’età fosse per lui un limite reale o un modo per non scegliere. Per questo la mia non è una sentenza su ciò che è stato, ma un’ipotesi costruita su ciò che lei racconta.

    Da quello che scrive, io non svaluterei il legame. Può essere stato vero, intenso, raro. Ma una cosa può essere vera e, allo stesso tempo, non essere libera.

    Voi avete costruito uno spazio molto potente: telefonate, messaggi, confidenze, desiderio, sostegno, attesa. In quello spazio lei si è sentita vista e scelta come forse non le capitava da tempo. Il problema è che quello spazio esisteva accanto a un’altra vita, non al posto di quella vita.

    Lui le ha dato molta presenza, ma non una posizione. Le ha dato parole, tempo, intimità, chilometri, regali. Ma quando la relazione ha chiesto una scelta, lui si è fermato.

    E questo è il punto doloroso: non sempre chi ci fa sentire profondamente visti è anche disposto a costruire una vita con noi.

    Lei dice di non avergli mai chiesto di lasciarla, ed è comprensibile. Ma un rapporto così intenso, anche senza domande esplicite, prima o poi pone una domanda nei fatti: “che posto ho nella tua vita?”. Lui ha risposto chiudendo. Forse non perché non ci fosse nulla, ma perché ciò che c’era non bastava a fargli attraversare il costo di una scelta.

    Ora il rischio è restare aggrappata non solo a lui, ma alla versione di sé che ha sentito nascere con lui: desiderata, capita, importante, viva. Ma quella parte non appartiene a lui. Lui l’ha forse risvegliata, ma non ne è il proprietario.

    Per questo le suggerirei di non inseguire spiegazioni che la tengano ancora dentro il legame. Se lui ha chiuso, la cosa più protettiva per lei non è restare disponibile come amica, confidente o “possibilità futura”. È togliersi dallo spazio in cui lui può sentirla vicina senza scegliere davvero.

    Si conceda di soffrire, perché non ha perso una fantasia da poco. Ma non trasformi l’intensità in una promessa mancata. A volte la domanda più utile non è: “era vero?”. È: “mi basta qualcosa di vero, se non può diventare anche chiaro?”.

    Se sente il bisogno di approfondire, può essere utile parlarne in uno spazio psicologico, non per cancellare ciò che ha vissuto, ma per capire perché quel sentirsi vista sia diventato così centrale e come portarlo con sé senza restare legata a chi non ha scelto davvero.

    Un caro saluto.


    Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Roberto Barbieri

    Buongiorno, le rispondo partendo da una premessa: nella sua domanda mancano alcuni elementi importanti. Non sappiamo in quale settore stia cercando, quante candidature abbia inviato, da quanto tempo stia cercando in modo strutturato, quale margine economico abbia, che sostegno concreto possa darle il suo compagno e quanto il ritorno a casa sarebbe davvero necessario o solo temuto come fallimento. Per questo la mia non è una sentenza sulla sua situazione, ma un’ipotesi costruita su ciò che racconta.

    Da quello che scrive, il lavoro sembra essere diventato molto più di un lavoro. È diventato la prova che lei può restare, crescere, farcela, essere adulta, non tornare indietro. Ma quando un obiettivo pratico diventa una prova del proprio valore, ogni passo pesa il doppio.

    Lo stage finito male l’ha ferita, soprattutto perché sembra aver toccato un punto sensibile: “non mi integro”, “non sono capace”, “non valgo abbastanza”. Da lì è comprensibile che un nuovo inizio faccia paura. Il problema è che, per proteggersi da un’altra umiliazione, la mente inizia ad anticipare già il peggio: ambiente tossico, persone difficili, fallimento, incapacità.

    Ma l’ansia anticipatoria prova a proteggerla dal rischio e finisce per renderle rischioso anche solo cominciare.

    Le proporrei di abbassare temporaneamente il peso simbolico del lavoro. Non cerchi subito “il posto sereno, stabile, giusto, definitivo”. Cerchi un primo appoggio. Anche un lavoro ponte, se serve, non sarebbe un fallimento: sarebbe una pedana. A volte si resta in piedi non trovando subito la strada perfetta, ma costruendo un gradino alla volta.

    Si dia un limite, ma non emotivo: concreto. Faccia un piccolo piano scritto con tre dati: soldi disponibili, spese mensili, tempo realistico di autonomia. Da lì decida una scadenza, non per giudicarsi, ma per orientarsi. La realtà spaventa meno quando smette di essere un mostro indistinto e diventa una tabella guardabile.

    E soprattutto non trasformi il ritorno temporaneo in una condanna. Tornare, se mai fosse necessario, non cancellerebbe i sacrifici fatti. A volte arretrare di un passo serve solo a non cadere mentre si prepara il passo successivo.

    Continui il percorso psicologico, anche con frequenza ridotta, usando le sedute per lavorare su obiettivi molto concreti: candidature, ansia prima dei colloqui, paura del giudizio, confronto con le altre persone. In questo momento non le serve dimostrare di aver già costruito tutto. Le serve costruire senza massacrarsi mentre lo fa.

    Un caro saluto.


Domande più frequenti

Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.