Domande del paziente (206)
Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da circa qualche mese, abbiamo 22 anni di differenza, stavamo insieme da 3 anni circa, diciamo che da circa inizio anno ho iniziato a risentire un mio amico con cui mi frequentavo a distanza diciamo circa prima del mio ex, con lui mi sono sempre sfogata, sentita capita e forse questo, che non trovavo nel mio ex, mi ha fatto avvicinare a lui, e tutt'ora ho un non so quale sentimento nei suoi confronti, con lui oltretutto ci dobbiamo rivedere in questi giorni, dopo esserci visto un mese fa già, in amicizia anche se c'è stato qualche bacio. Inoltre però col mio ex ci continuavamo a vedere perché io non riuscivo a distaccarmi, a lasciarlo andare, nonostante continuassi a non vedere cambiamenti da parte sua, nonostante continuassimo a discutere, a vedere cose che non mi stavano bene..con questo amico ora mi devo rivedere ma ho paura, perché in questo periodo ho di nuovo riprovato qualcosa per lui, ma è come se andassi a periodi, non so come sentirmi, come riconoscere ciò che provo..mi piace ma allo stesso tempo voglio essere libera o comunque ho paura che poi ci sono atteggiamenti o comportamenti anche banali che non mi piacciono..quindi ritorno sui miei passi e non mi piace più, ma è ovvio che se lo vedo magari vorrei baciarlo, parlare, stare insieme ecc..mi spaventa questo perché non so come riconoscere il tutto, cosa fare, lasciare che le cose vadano da se e vedere come va oppure cosa? non riesco a dare un nome a tutto ciò, a come mi sento...a cosa provo, ho paura di non so neanche cosa, di vederlo e non sapere cosa fare per paura..non lo so
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, le rispondo partendo da una premessa: nella sua domanda mancano alcuni elementi importanti. Non sappiamo quanto sia davvero chiusa la relazione con il suo ex, che tipo di contatti abbiate ancora, quali aspettative abbia questo amico, se lui sappia quanto lei sia ancora confusa e se questa oscillazione tra desiderio e fuga le capiti anche in altri rapporti. Per questo non posso dirle con certezza “cosa prova”, ma posso offrirle un’ipotesi a partire da ciò che racconta.
Da quello che scrive, il punto non sembra essere solo capire se questo amico le piace o no. Sembra piuttosto che lui sia arrivato in un momento in cui lei non ha ancora lasciato del tutto il passato, ma sente già il bisogno di essere capita in modo diverso.
Con lui si sente ascoltata, vista, forse più libera. Però appena la possibilità diventa concreta, compaiono paura, dubbi, fastidi, bisogno di scappare. È come se una parte di lei volesse avvicinarsi e un’altra iniziasse subito a cercare il motivo per non farlo.
Non le suggerirei né di buttarsi, né di sparire. Le suggerirei di togliere a questo incontro il peso di una scelta definitiva. Può vederlo, se lo desidera, ma con molta chiarezza: non per decidere subito se sarà qualcosa, non per dimenticare l’ex, non per riempire un vuoto, ma per osservare come sta davvero quando non deve né fuggire né promettere.
Potrebbe anche dirgli una cosa semplice: “Mi fa piacere vederti, ma sono in una fase confusa e non voglio correre né creare aspettative che non so ancora sostenere”.
Questo non spegne il sentimento, lo rende più pulito.
La domanda utile, per ora, non è: “Mi piace abbastanza?”. È: “Sto andando verso di lui o sto cercando un modo per non sentire il distacco dall’altro?”. Sono due movimenti molto diversi.
Se si accorge che ogni vicinanza diventa subito ansia, controllo dei difetti o bisogno di fuga, può essere utile approfondirlo con un professionista. Non per trovare subito l’etichetta giusta, ma per capire perché il desiderio, appena diventa reale, le fa così paura.
Un caro saluto.
Buongiorno. La mia ragazza ha sognato di fare del sesso o di strusciarsi (lei dice che era strusciarsi) con un altro ragazzo (è capitato mentre dormiva accanto a me nella realtà, viviamo insieme) il ragazzo del sogno era un ragazzo che ha sempre reputato bello è una cosa normale secondo te? , poi al risveglio lo ha confessato. E si è svegliata perché aveva un capello davanti agli occhi. Me ne sono accorto perché muoveva il bacino velocemente e aveva un respiro accelerato.
Cosa vuol dire tutto ciò? Che desidera lui? Che lo farebbe o vorrebbe farlo con lui?
Vi ringrazio in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Le rispondo con una premessa: nella sua domanda mancano alcuni elementi importanti. Non sappiamo da quanto state insieme, se ci siano già state gelosie, insicurezze o episodi di controllo, né come lei abbia raccontato questo sogno. Per questo non si può trarre una conclusione certa sul desiderio della sua ragazza. Si può però ragionare su come lei sta interpretando l’episodio.
Un sogno non è una confessione. Non è una scelta. Non è un progetto.
Se la sua ragazza avesse sognato un incidente in cui lei moriva, lo interpreterebbe come il desiderio di vederla morta? Probabilmente no. Allo stesso modo, sognare una situazione erotica non significa automaticamente volerla realizzare nella realtà.
Il corpo durante il sonno può reagire a immagini, sensazioni, stimoli fisici, fantasie o frammenti mentali involontari. Ma trasformare quel movimento del bacino e quel respiro in una prova rischia di farle cercare una verità nascosta dove forse c’è solo un sogno.
Anzi, il fatto che lei glielo abbia raccontato può essere letto più come un segnale di spontaneità che come una colpa. Attenzione però: se lei trasforma questa sincerità in un interrogatorio, la prossima volta non otterrà più verità, ma silenzio.
La domanda utile quindi non è: “Lei desidera davvero quel ragazzo?”. La domanda utile è: “Perché io ho bisogno di usare un sogno per misurare la fedeltà della mia compagna?”.
Le suggerirei di non processarla per ciò che ha sognato. Può dirle semplicemente che l’episodio l’ha colpita e che ha sentito gelosia o insicurezza, senza trasformarlo in accusa. Perché una relazione non si protegge controllando i sogni dell’altro, ma imparando a parlare delle proprie paure senza farle diventare prove contro chi amiamo.
Un caro saluto.
Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, le rispondo partendo da una premessa: nella sua domanda ci sono molti elementi importanti, ma mancano anche informazioni decisive. Non sappiamo, ad esempio, se l’interruzione della paroxetina sia stata seguita da uno psichiatra, se oggi siano presenti pensieri di farsi del male, quanto sia stata elaborata l’esperienza dolorosa vissuta a 16 anni, quali siano le dinamiche attuali con il suo partner e quanto questi pensieri diventino controlli, verifiche o richieste di rassicurazione. Per questo la mia non può essere una sentenza sul fatto che lei ami o non ami il suo ragazzo, ma solo un’ipotesi costruita su ciò che racconta.
Da quello che scrive, il punto non sembra essere semplicemente: “lui mi piace o non mi piace?”. Sembra piuttosto che, quando una relazione diventa reale, vicina e importante, dentro di lei si accenda un allarme molto forte.
A quel punto la mente cerca una spiegazione concreta: il viso, i vestiti, l’odore, la pulizia, l’intelligenza, il giudizio degli altri. Come se trovare un difetto nell’altro servisse a rendere comprensibile una paura più profonda.
Il rischio è che ogni pensiero diventi un giudice: “se provo repulsione allora non lo amo”, “se noto un odore allora devo scappare”, “se penso che sia superficiale allora non è la persona giusta”. Ma un pensiero ansioso non è necessariamente una verità. A volte è solo un modo con cui la paura prova a prendere il controllo.
Forse la domanda più utile non è: “lo amo davvero?”. La domanda più utile potrebbe essere: “cosa succede dentro di me quando qualcuno si avvicina davvero e io non posso più restare nel desiderio a distanza?”.
Ha fatto bene a iniziare una psicoterapia. Porti proprio questo materiale, senza cercare subito una risposta definitiva sulla relazione. Per ora provi a non usare ogni sensazione come prova d’amore o di non amore. Quando arriva la repulsione, invece di decidere subito cosa significa, provi a fermarsi e a chiedersi: “sto vedendo lui, o sto cercando una via di fuga dalla paura?”.
Un punto importante riguarda anche la paroxetina: se l’interruzione non è stata concordata o monitorata, ne parli con lo psichiatra o con il medico. E se dovessero tornare pensieri suicidari o di farsi del male, chieda aiuto subito, senza restare sola.
Non trasformi questa relazione in un esame continuo da superare. La relazione va osservata, certo, ma prima ancora va compreso il circuito che la porta ad avvicinarsi, spaventarsi, controllare, provare repulsione e poi temere di perdere proprio la persona da cui tenta di fuggire.
Un caro saluto.
Salve vorrei avere un vostro consiglio.
Ho in mente di iniziare un percorso terapeutico , fare seduti in un pisocolog*. Ho scoperto avere tanti disturbi come la DOC.
Soltanto che ho tanta paura e timore nel parlare dei miei problemi e paure.
Non vorrei andare fisicamente ma tipo online però ho il timore della videochiamata, io avevo pensato tipo all'inizio o se sia possibile un colloquio Soltanto scrivendo e poi se riesco anche con videochiamata.
Diciamo che una volta siamo andati da una psicologa per trattare una questione ed eravamo in famiglia, questa vostra collega tratto male mia madre , alzo la voce e disse che lei era esagerata e ci consigliò di dare delle medicine tranquillanti.
Appena mamma fu sgridata uscì dallo stupido e la trovammo che piangeva.
Per questo ho timore.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, le rispondo con una premessa: nella sua domanda mancano alcuni elementi importanti. Non sappiamo la sua età, se il DOC sia stato diagnosticato da un professionista, quali siano le paure di cui teme parlare, se siano presenti pensieri intrusivi, compulsioni, attacchi di panico o altri sintomi importanti. Per questo la mia non è una diagnosi, ma un’ipotesi costruita su ciò che racconta.
Da quello che scrive, il punto non sembra essere solo scegliere tra studio, videochiamata o messaggi. Sembra che il primo ostacolo sia esporsi: parlare, essere vista, sentirsi giudicata, forse rivivere qualcosa di simile all’esperienza dolorosa avuta con quella psicologa.
Quell’episodio può aver lasciato un segno: vedere sua madre trattata male e uscire piangendo può aver associato l’idea dello psicologo a paura, giudizio e umiliazione. È comprensibile, quindi, che oggi lei voglia avvicinarsi con cautela.
Allo stesso tempo, attenzione: se aspetta di non avere più paura per iniziare, rischia di rimandare ancora. La paura non deve decidere tutto, ma può essere accompagnata un passo alla volta.
Per questo sì, può iniziare scrivendo. Anzi, per lei potrebbe essere proprio il primo passo più adatto: non per fare tutto solo per iscritto, ma per aprire una porta senza sentirsi subito costretta a parlare o a mostrarsi. Può mandare un primo messaggio al professionista, spiegando semplicemente: “Vorrei iniziare un percorso, ma ho molta paura di parlare e della videochiamata. Posso cominciare raccontando qualcosa per iscritto e poi valutare insieme un passaggio graduale?”.
Un bravo professionista non dovrebbe forzarla né sgridarla. Dovrebbe aiutarla a costruire un modo sostenibile per iniziare: prima un messaggio, poi magari una breve chiamata audio, poi una videochiamata, se e quando sarà possibile.
Il primo obiettivo non è raccontare tutto subito. È fare un passo che non confermi la paura, ma nemmeno la violenti.
Se vuole, può cominciare proprio da qui: scriva al professionista che sente più adatto e dica con sincerità che ha paura. A volte il percorso inizia esattamente così: non quando ci si sente pronti, ma quando si trova il coraggio di dire “non sono pronta, però ho bisogno di aiuto”.
Un caro saluto.
CONTROLLO risp
Salve dottori a volte porgo domande su curiosità e dubbi in forum del genere cerco appunto dei forum di professionisti mi chiedevo quando basti scrivere su forum del genere oppure quando c’è bisogno di un incontro reale ? Spesso dove aver ricevuto risposte alle mie domande comunque mi risolvono il dubbio , ma quando è attendibile ? Grazie per una vostra risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, una risposta in un forum può essere utile quando serve un primo orientamento: chiarire un dubbio generale, capire se una preoccupazione merita attenzione, ricevere una cornice iniziale o essere indirizzati verso il professionista più adatto.
Diventa invece importante pensare a un incontro reale quando il dubbio ritorna spesso, quando la risposta ricevuta tranquillizza solo per poco, quando si cercano più pareri per sentirsi sicuri, oppure quando la domanda riguarda aspetti personali, sintomi, relazioni, decisioni importanti o sofferenze che incidono sulla vita quotidiana.
La differenza non è solo nell’attendibilità della risposta, ma nell’uso che se ne fa. Un forum può rispondere a una domanda; un colloquio permette di capire perché quella domanda nasce, perché torna, che funzione ha e come la persona sta cercando di gestirla.
Una risposta online, anche se data da professionisti, resta necessariamente generale: chi risponde non conosce la sua storia, il contesto, il modo in cui vive il problema, né ciò che accade prima e dopo quel dubbio. Può essere attendibile come orientamento, non come valutazione completa della persona.
Direi quindi così: se la risposta le basta davvero e il dubbio si chiude, il forum può essere sufficiente. Se invece il sollievo dura poco e nasce il bisogno di chiedere ancora, forse il punto non è più trovare la risposta giusta, ma capire il meccanismo del dubbio.
In quel caso può essere utile parlarne direttamente con uno psicologo, anche partendo proprio da questo: dal modo in cui cerca risposte, conferme e sicurezza online.
Un caro saluto.
Buongiorno sono passati quasi 7 mesi da mio intervento di isterectomia e tolto anche le tube… volevo sapere se è normale non sentire il desiderio e avere paura di avere rapporti? Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dopo un intervento di isterectomia può accadere che il desiderio cambi e che il rapporto sessuale venga vissuto con paura, soprattutto se il corpo è stato percepito come fragile, modificato o “da proteggere”.
Più che chiedersi solo se sia normale, proverei a chiedermi: da cosa mi sto proteggendo? Dal dolore? Dal timore di farmi male? Dal non riconoscermi più come prima? Dalla paura che qualcosa nel rapporto sia cambiato?
Il desiderio difficilmente torna se il corpo viene messo sotto esame. Se il rapporto diventa una prova da superare, la paura prende il posto del piacere.
Le suggerirei prima di tutto un controllo ginecologico, per escludere dolore, secchezza, alterazioni ormonali o altri aspetti fisici legati all’intervento. Se dal punto di vista medico è tutto regolare, allora può essere utile lavorare sul modo in cui il suo corpo, dopo l’intervento, è tornato a essere vissuto nell’intimità.
Nel frattempo, non si forzi a “funzionare”. Provi piuttosto a ripartire da forme di vicinanza senza obbligo di arrivare subito al rapporto completo. A volte il desiderio ha bisogno di sentirsi invitato, non interrogato.
Se questa paura resta o diventa difficile da nominare da sola, può essere utile parlarne in uno spazio psicologico, anche partendo da un primo confronto scritto o online.
Un caro saluto.
Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.
Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.
Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.
Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.
Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.
A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.
Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.
Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.
In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.
È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.
Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.
Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.
Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.
Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.
Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.
Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che racconta sembra che il punto non sia solo capire se restare o lasciare questa relazione. Il punto più profondo sembra riguardare il modo in cui lei misura il proprio valore dentro i rapporti.
Nel suo racconto ricorrono spesso aspetti fisici e materiali: il corpo, la forma fisica, la bellezza della partner, il confronto con gli ex, i soldi, le spese, i regali, le cene, il bisogno di essere all’altezza. È come se una parte di lei cercasse continuamente conferme attraverso ciò che riesce a mostrare, offrire o sostenere. Ma una relazione non dovrebbe diventare il luogo in cui dimostrare di valere. Dovrebbe essere anche il luogo in cui poter smettere di dimostrarlo.
Colpisce anche che parli poco del legame affettivo in sé: cosa sente davvero, cosa la unisce a questa persona, cosa desidera costruire oltre l’immagine, la gestione pratica e la paura di perderla. Uno dei pochi momenti in cui emerge una parte più tenera e autentica è quando parla del cane che resta solo. Lì non c’è prestazione, ma cura, dispiacere, responsabilità affettiva. Forse quella parte di sé andrebbe ascoltata di più.
Mancano comunque elementi importanti: la vostra età, gli accordi concreti sulla convivenza, la reale possibilità della sua compagna di contribuire, come lei risponde quando le chiede aiuto, quanto lei abbia espresso in modo chiaro i suoi bisogni e quanto invece abbia sperato che venissero intuiti.
Prima di parlare di figli o di “per sempre”, sarebbe utile chiedersi se oggi esiste una coppia alla pari: nei gesti, nelle responsabilità, nell’ascolto, nella cura reciproca. Non solo nelle promesse fatte durante una crisi, ma nei comportamenti concreti quando la crisi è passata.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a riconoscere questo copione: sentirsi poco, dare troppo, aspettare conferme, restare bloccato quando l’altro soffre. Il lavoro non sarebbe farsi dire se deve lasciarla o restare, ma tornare a scegliere senza usare l’amore come prova del proprio valore.
Può iniziare anche da una cosa semplice: scrivere ciò che per lei è davvero non negoziabile in una relazione. Non per accusare l’altra persona, ma per capire dove continua a tradire se stesso pur di non perdere qualcuno.
Se sente che questo nodo resta difficile da sciogliere da solo, può essere utile approfondirlo in uno spazio psicologico, anche partendo da un primo confronto scritto o online.
Un caro saluto.
Buonasera
Sto vivendo un momento un po' doloroso
Mi piace molto una ragazza, una mia collega di lavoro.
Siamo caratterialmente diversi lo ammetto, però abbiamo ammesso ieri di provare un interesse reciproco ma c'è un enorme problema che blocca tutto.
Ci sono stati diversi litigi, soprattutto per mancanza di onestà da parte di lei, che mi hanno fatto alterare e reagire un po' troppo.
Questi litigi a lei le hanno fatto capire che non possiamo stare insieme, non potremo mai, che ha già vissuto una situazione del genere e che non vuole caderci di nuovo.
Ha già pensato diverse volte se tra noi poteva andare oltre ma non ce la fa, non è ancora pronta per una relazione e perché siamo colleghi e se già litighiamo così spesso prima di iniziare dopo diventerebbe peggio, anche se secondo me meglio litigare all'inizio che nel mezzo.
Ho provato a farle capire che io sono disposto a provare e a migliorare in primis per me stesso e sarei disposto a farle vedere più avanti che sono migliorato (davvero) ma lei non vuole neanche provarci.
Le ho confessato che è la cosa più bella che mi sia capitata da quando lavoro in questa azienda(ed è vero) e sono felice tutte le volte che la vedo... Questo discorso l'ha fatta emozionare e mi ha preso anche le mani.
Resta il fatto che ha dato un no definitivo e non vuole fare neanche un tentativo perché siamo troppo diversi e ci sono troppi litigi.
Secondo voi, ci potrà mai essere un ripensamento da parte sua e quindi un cambiamento di scelta?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da ciò che scrive mancano alcuni elementi importanti: non sappiamo quali siano state le mancanze di onestà, quanto siano stati intensi i litigi, cosa significhi “reagire un po’ troppo”, se ci siano state pressioni, gelosia o discussioni sul lavoro. Per questo non si può prevedere da qui se lei cambierà idea. Si può però osservare un punto: al momento lei ha detto no, e quel no va rispettato.
Capisco che l’interesse reciproco renda tutto più difficile. Il fatto che lei si sia emozionata o le abbia preso le mani può far sperare, ma non cancella la sua scelta. A volte una persona può provare qualcosa e, nello stesso tempo, sentire che una relazione non sarebbe buona per sé.
Il rischio, ora, è trasformare il suo desiderio in un tentativo di convincerla. Più lei prova a dimostrare che può cambiare, più lei potrebbe sentirsi sotto pressione, soprattutto perché siete colleghi e vi vedete nel contesto lavorativo. Se vuole davvero mostrarle qualcosa di diverso, il primo cambiamento non è insistere: è saper rispettare il limite che lei ha posto.
Anche l’idea che “meglio litigare all’inizio che nel mezzo” va guardata con attenzione. Litigare prima ancora di iniziare non è necessariamente un segno di passione: può essere un segnale precoce di tensione, sfiducia o incompatibilità. E se lei dice di aver già vissuto qualcosa di simile, probabilmente non sta giudicando solo lei, ma sta cercando di proteggersi da un copione che teme di ripetere.
La domanda più utile non è: “Cambierà idea?”. Questa domanda la tiene fermo ad aspettare. La domanda più utile è: “Cosa posso imparare dalle mie reazioni, indipendentemente da lei?”. Se sente di essersi alterato troppo, lavori su questo per sé, non per ottenere una seconda possibilità.
Può lasciarle spazio con una frase semplice: “Rispetto la tua scelta. Mi dispiace, ma non voglio metterti pressione”. Poi servono coerenza, distanza emotiva e rispetto sul lavoro.
Se un giorno lei cambierà idea, dovrà accadere dentro uno spazio libero, non dentro una rincorsa. E se non accadrà, lei avrà comunque usato questo dolore per conoscersi meglio.
Un caro saluto.
Buongiorno, sono una ragazza di quasi 18 anni e scrivo perché vivo una situazione che non riesco a controllare. Premessa: il tutto è iniziato a 12 anni, poi a dai 14/15 ai 16 sembrava essere migliorata la situazione, ma adesso è peggio di prima.
A 12 anni ho iniziato ad avere l'impulso di strapparmi ciglia e sopracciglia, mentre adesso si sono aggiunti anche i capelli e il gesto è diventato molto più frequente e sistematico.
Inoltre, è dai 12 anni che penso di non avere un rapporto sano con il cibo: i primi anni era stata una cosa anche più o meno sopportabile, che si è risolta da sola (periodi di restrizione col cibo), invece nell'ultimo anno non fa che peggiorare (per farla breve abbuffate/restrizioni).
Non voglio dire che i due problemi siano collegati l'uno con l'altro perchè sono la prima che non riesce a darsi una risposta o controllarsi da sola, il che mi fa sentire come se non fossi cresciuta affatto, anzi avevo più autocontrollo a 12 anni.
Non so bene quale sia il mio obiettivo scrivendo tutto questo e non vorrei nemmeno essermi esposta troppo, ma lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da ciò che scrive emergono elementi importanti, ma mancano dati che andrebbero chiariti: frequenza degli episodi, eventuali zone senza ciglia, sopracciglia o capelli, variazioni di peso, ciclo mestruale, abbuffate, restrizioni, eventuale vomito, uso di lassativi, umore, ansia, pensieri autolesivi e presenza o meno di adulti/professionisti già coinvolti. Per questo non si può fare una diagnosi da qui, ma si può dire che quello che racconta merita un aiuto reale e non va lasciato solo a tentativi di autocontrollo.
Il fatto che abbia scritto è già un passaggio importante. Non perché “risolva”, ma perché rompe il circuito più pericoloso: restare sola con il problema, magari cercando risposte solo online o con una AI.
Strapparsi ciglia, sopracciglia e capelli, soprattutto quando diventa frequente e sistematico, non è una semplice cattiva abitudine. Anche l’alternanza tra restrizioni e abbuffate non va liquidata come mancanza di volontà. Spesso questi comportamenti funzionano come tentativi, dolorosi ma immediati, di gestire tensione, ansia, vuoto, vergogna o bisogno di controllo.
Il punto, quindi, non è chiedersi: “Perché non riesco a controllarmi?”. Questa domanda rischia di farla sentire ancora più sbagliata. Una domanda più utile è: “Che cosa succede dentro di me prima che io abbia bisogno di strapparmi i capelli o di controllare/perdere il controllo col cibo?”.
Come primo passo concreto, può iniziare a osservare senza giudicarsi: per una settimana annoti quando compare l’impulso, dove si trova, cosa è successo prima, che emozione sente e cosa cambia subito dopo. Non per controllarsi meglio, ma per iniziare a vedere il meccanismo. Poi porti queste note a uno psicologo o a un servizio specializzato.
Vista la sua età, sarebbe importante non affrontare tutto da sola. Può parlarne con un genitore, il medico di base, uno psicologo, un consultorio o un centro per i disturbi alimentari. Se le sembra troppo, può partire da una frase semplice: “Ho bisogno di aiuto, ci sono cose che non riesco più a gestire da sola”.
Non è vero che esporsi è troppo. Esporsi, in questo caso, è il primo gesto sano: smettere di chiedere al controllo di risolvere ciò che forse ha bisogno di essere accolto, compreso e curato.
Un caro saluto.
Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da ciò che scrive mancano alcuni elementi importanti: non sappiamo quanto questo malessere incida su studio, lavoro, amicizie, sonno, umore, né se ci siano stati rifiuti dolorosi, esperienze di esclusione o pensieri di farsi del male. Per questo non si può dare una spiegazione definitiva da qui. Però una cosa emerge con forza: non sta parlando solo del fatto di non avere una ragazza, ma della sensazione di non essere scelto e di valere meno degli altri.
Capisco perché frasi come “ognuno ha i suoi tempi” possano sembrarle vuote. Quando si soffre da anni, il tempo non consola: pesa. Ma forse il punto non è capire quanto ancora dovrà aspettare; è iniziare a fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che oggi lo tiene fermo.
Da quello che racconta, ogni possibile incontro sembra diventare un esame: se il discorso si blocca, se lo sguardo si abbassa, se non nasce interesse, la conclusione diventa “sono io il problema”. Così, per non essere ferito, evita di esporsi e di affezionarsi. Ma proprio questo evitamento le impedisce di vivere esperienze nuove, piccole, correttive.
Non partirei dall’obiettivo “devo trovare una ragazza”. È troppo grande e rischia di trasformare ogni contatto in una prova finale. Partirei invece da esperienze minime: fare una domanda semplice a una ragazza senza cercare di piacere; tenere il contatto visivo un secondo in più; restare in una conversazione anche quando sente imbarazzo; uscire con amici fidanzati senza viverlo come una condanna; scrivere prima dell’incontro “cosa temo che accada” e poi verificare dopo cosa è accaduto davvero.
Il cambiamento non nasce quando si sente sicuro. Spesso nasce quando fa un gesto piccolo mentre non si sente sicuro, e scopre che l’imbarazzo non lo distrugge. Questa è l’esperienza correttiva: non convincersi a parole di valere, ma vivere situazioni in cui non scappa, non si boccia subito e non trasforma ogni reazione dell’altro in una sentenza su di sé.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: non a ripetersi che “prima o poi arriverà”, ma a costruire passi concreti per uscire dal blocco. Se il grigio, l’isolamento o la rassegnazione diventano troppo pesanti, è importante chiedere aiuto senza aspettare che tutto passi da solo.
Il bisogno di amare ed essere amato non è banale. Ma forse il primo passo non è trovare qualcuno che la scelga: è smettere, un’esperienza alla volta, di escludersi prima ancora che l’incontro inizi.
Può approfondire questo blocco con un professionista, anche online, per trasformarlo in azioni concrete e non lasciarlo diventare una sentenza sulla sua vita.
Un caro saluto.
Salve, mia moglie dopo 17 anni di matrimonio ha deciso di lasciarmi. Mi ha detto che ho commesso troppi sbagli, si sente triste con me, nn si sentiva amata abbastanza e le interazioni negative dei miei genitori la hanno soffocata. Andrà a stare in una nuova casa in affitto, e in attesa della sistemazione della nuova casa, resterà ancora con me per almeno un'altro mese. Io l'amo ancora perdutamente ma nn ha voluto sentire ragioni, e mi tratta giustamente con freddezza e distacco. Rispetto cmq la sua decisione e sto limitando il piu possibile i rapporti con lei ( come anche da suggerimenti altrui). Giorno dopo giorno sto cercando ad imparare, gestire e nascondere le mie emozioni tenendomi impegnato con la gestione della casa e tutto il resto, ora ricaduto quasi interamente su di me. Mi è vi chiedo, in speranza di una riappacificazione futura, ma lo stare forzatamente assieme tutto questo mese, in uno stato ibrido di distacco, fatto per lo più di abitudinaria tristezza ed indifferenza( tranne i momenti dedicati alla bimba) non rischia di danneggiare ulteriormente il nostro rapporto? Potrebbe confermarle e darle la convinzione ulteriore di essere triste quando ė con me? Sarebbe il caso che andassi via io in questo mese? Come posso sfruttare questi pochi giorni che staremo ancora assieme in modo produttivo alla relazione ( esempio dimostrando impegno e propensione al cambiamento di alcuni miei comportamenti sbagliati? ) o devo attendere passivamente tutto questo sino a che nn andrà via? Grazie di cuore
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da ciò che scrive mancano elementi importanti: quali siano stati gli sbagli, quanto abbiano pesato concretamente i suoi genitori, se sua moglie abbia già deciso in modo definitivo, che età abbia vostra figlia e se ci sia ancora disponibilità a un confronto. Per questo non si può stabilire da qui se sia meglio che lei resti in casa o vada via, ma si può indicare una direzione: questo mese non dovrebbe diventare una prova di riconquista.
Capisco che lei voglia usare questi giorni per mostrarle che può cambiare. È umano. Però, in questa fase, ogni gesto fatto per trattenerla rischia di essere percepito come pressione. Se sua moglie le ha detto di essersi sentita triste, poco amata e soffocata anche dalle interazioni con i suoi genitori, allora la nuova casa potrebbe non essere solo una fuga da lei, ma anche il tentativo di uscire da un sistema familiare che per troppo tempo le ha tolto spazio.
Proprio per questo, più che ostacolare quel passaggio, potrebbe essere utile rispettarlo. A volte una distanza reale permette di vedere meglio ciò che da troppo vicino era diventato solo tensione. Se lei la insegue, rischia di confermarle che non c’è spazio per respirare; se invece rispetta quel confine, può mostrarle qualcosa di diverso.
Non le suggerirei né di attendere passivamente, né di dimostrare il cambiamento come una prestazione. Le suggerirei una terza strada: presenza calma, rispetto, confini e responsabilità concreta. Poche parole, niente promesse ripetute, niente richieste continue di ripensamento. Piuttosto gesti semplici: occuparsi della casa, proteggere vostra figlia dal clima di tristezza, non coinvolgerla nei vostri dolori, non usare il distacco di sua moglie come motivo per inseguirla.
Può chiederle un solo confronto breve, non per farle cambiare idea, ma per organizzare questo mese nel modo meno doloroso possibile: spazi, tempi, gestione della bambina, comunicazioni essenziali. Questo sarebbe già un cambiamento: non mettere al centro la sua paura di perderla, ma il bisogno di creare un clima più rispettoso.
Andare via lei in questo mese potrebbe avere senso solo se concordato, praticabile e non vissuto come fuga o mossa strategica. Se ci sono dubbi pratici, economici o legali, è meglio confrontarsi prima con un professionista competente.
Il cambiamento che può avere più forza è quello che non chiede subito un premio. Se davvero vuole mostrarle qualcosa, le mostri che sa reggere il dolore senza trasformarlo in pressione su di lei, e che sa finalmente distinguere il vostro rapporto dalla pressione della famiglia d’origine.
Un percorso personale può aiutarla a capire cosa è accaduto nella relazione e come non ripetere gli stessi schemi, qualunque sia l’esito della coppia.
Un caro saluto.
Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da ciò che scrive mancano alcuni elementi importanti: quale difficoltà la porta a cercare una psicoterapia, quanto sia intensa, se ci siano sintomi importanti, farmaci, diagnosi, urgenze o precedenti percorsi. Per questo non si può dire in astratto quale scelta sia migliore per lei, ma si può chiarire un punto: “psicoterapeuta in formazione” non è la stessa cosa di “psicoterapeuta”.
In Italia il titolo di psicoterapeuta richiede una formazione specifica almeno quadriennale dopo la laurea in psicologia o medicina e l’iscrizione all’albo; il titolo si usa pienamente dopo il completamento del percorso e la relativa annotazione. Uno psicologo specializzando, quindi, può essere un professionista serio e utile, ma deve essere chiaro sui propri limiti, sul tipo di intervento che propone e sull’eventuale supervisione.
La domanda da farsi non è solo: “È già formato o è in formazione?”. La domanda più utile è: “Per il mio problema attuale, questa persona ha competenze adeguate, lavora con una cornice chiara e mi spiega bene cosa possiamo fare insieme?”.
Se lei cerca un primo spazio di ascolto, orientamento, sostegno o valutazione, uno psicologo specializzando può anche essere un buon punto di partenza. Se invece presenta una sofferenza complessa, sintomi intensi, diagnosi già presenti, autolesionismo, disturbi alimentari, dipendenze, trauma o crisi importanti, può essere più prudente rivolgersi a uno psicoterapeuta già formato o a un’équipe.
Le consiglierei di fare uno o due primi colloqui senza viverli come una scelta definitiva. Chieda con semplicità: “Lei è già psicoterapeuta o specializzando?”, “Che tipo di percorso mi propone?”, “È supervisionato?”, “Se il mio caso richiede altro, me lo dirà?”. Un professionista serio non si offende: anzi, risponde in modo chiaro.
A volte la ricerca del professionista perfetto blocca più del problema stesso. Meglio cercare una persona trasparente, competente nei propri confini e con cui possa iniziare a sentirsi sufficientemente al sicuro.
Se ha ancora dubbi, un primo colloquio, anche online, può aiutarla a capire meglio che tipo di percorso le serve prima di decidere.
Un caro saluto.
Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.
Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato
2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia
ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi
sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che racconta il tema non sembra essere solo “trasferirsi o non trasferirsi”. Sembra piuttosto il timore che, tornando vicino ai luoghi da cui anni fa è dovuta andare via per stare meglio, possa riattivarsi anche la parte di sé che allora stava male.
È importante distinguere il luogo dal vissuto. Il paese, la città, il Sud, la casa, i parenti, il mare non sono di per sé la depressione. Ma possono diventare simboli potenti, capaci di riaprire memorie, paure e vecchie posizioni emotive: la figlia giudicata, controllata, non vista, costretta a fuggire per salvarsi.
Allo stesso tempo, però, lei oggi non è più la persona di 21 anni fa. Ha costruito una famiglia, un lavoro, una stabilità, una crescita personale. Questo non annulla la paura, ma cambia la domanda: non “posso tornare senza avere paura?”, bensì “posso avvicinarmi a quei luoghi restando nella persona adulta che sono diventata?”.
Non deciderei spinta né dall’ansia né dall’idealizzazione. Il rischio, infatti, è trasformare il Nord nella sicurezza assoluta e il Sud nel pericolo assoluto, oppure al contrario il Sud nella vita finalmente perfetta e il Nord in una gabbia. Quando una scelta viene divisa così, la mente resta bloccata.
Prima di prendere decisioni definitive, proverei a costruire passaggi graduali e verificabili: andare al colloquio senza leggerlo già come un trasferimento obbligato; valutare concretamente lavoro, tempi, casa, scuola dei figli, distanza dalla famiglia d’origine e possibilità reali di mantenere margini di scelta. Non serve decidere tutta la vita oggi. Serve fare il prossimo passo senza consegnargli il potere di decidere chi lei diventerà.
Vista la storia depressiva importante, sarebbe prudente farsi accompagnare in questa fase da un professionista, non perché lei non possa farcela, ma perché una scelta così carica di passato merita uno spazio in cui distinguere paura, desiderio, memoria e realtà concreta.
Forse il punto non è tornare o non tornare. Il punto è non fuggire più dal passato, ma nemmeno tornarci dentro senza protezioni. Se desidera approfondire, può essere utile parlarne con calma, mettendo ordine tra ciò che appartiene alla storia di allora e ciò che oggi può essere scelto in modo più libero.
Un caro saluto.
Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da quello che scrive non possiamo sapere con certezza “che cosa significhi” quel sogno: mancano elementi importanti, come cosa rappresentava per lei quella persona, che periodo della vita richiama, cosa sta vivendo oggi e se c’è qualche vuoto attuale che il sogno va a riaccendere. Però un sogno ricorrente non va letto per forza come il segnale che bisogna tornare indietro o recuperare quella persona.
A volte la mente usa un volto del passato per dare forma a qualcosa che nel presente chiede ascolto: un rimpianto, un bisogno di affetto, una parte di sé rimasta sospesa, o il desiderio di sentirsi consolata. Il punto forse non è chiedersi solo “perché sogno proprio lui/lei?”, ma “che cosa mi lascia addosso questo sogno quando mi sveglio?”.
Provi per qualche giorno a fare una cosa semplice: al risveglio non cerchi subito di interpretare il sogno o di scacciarlo. Scriva in una riga quale emozione le ha lasciato e in una seconda riga dove, nella sua vita di oggi, sente qualcosa di simile. Così il sogno smette di essere un richiamo al passato e diventa una traccia per capire meglio il presente.
Se questa sensazione di vuoto continua a condizionare le giornate, può essere utile approfondirla in uno spazio psicologico, anche partendo proprio da ciò che questi sogni risvegliano.
Un caro saluto.
Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, da qui non sarebbe serio dirle se debba fare o meno altri esami: questo va deciso con il medico che la segue. Ha già fatto una visita otorinolaringoiatrica; se compaiono peggioramento marcato, calo di peso, tosse ripetuta durante i pasti, febbre, difficoltà respiratoria o impossibilità a nutrirsi, è importante ricontattare rapidamente il medico.
Detto questo, nel suo racconto emerge un meccanismo molto preciso: lei non sta più semplicemente deglutendo, sta sorvegliando la deglutizione.
Il cibo arriva alla gola e scatta l’ordine: controlla, blocca, proteggi. A quel punto la gola si stringe, il gesto naturale diventa forzato e ogni sensazione strana sembra confermare il pericolo. Così il tentativo di evitare il soffocamento finisce per rendere la deglutizione ancora più tesa.
La malattia di sua moglie, dentro una situazione familiare già dolorosa, può aver alzato moltissimo il livello di allarme. Quando la paura non trova un posto in cui essere detta, spesso si attacca al corpo. Nel suo caso sembra essersi attaccata alla gola.
Dopo aver chiarito con il medico che può alimentarsi in sicurezza, provi un piccolo esperimento, non eroico. Scelga un momento tranquillo e un alimento per lei “sicuro”. Prima di deglutire, non cerchi di convincersi che non succederà nulla. Si limiti a riconoscere l’impulso a stringere: “ecco il controllore”. Poi faccia un solo gesto diverso: non aggiunga subito la manovra di blocco. Un piccolo boccone, un piccolo sorso, poi si fermi. Non per dimostrare che è guarito, ma per insegnare al corpo che non deve essere comandato in ogni secondo.
Il punto non è obbligarsi a mangiare come se nulla fosse. Il punto è smettere, un millimetro alla volta, di trasformare ogni boccone in una prova di sopravvivenza.
Le consiglio un percorso psicologico mirato, perché qui non c’è solo la gola: c’è il rapporto con il controllo, con la paura, con la malattia, con la solitudine e con il corpo. Può iniziare anche online, se per lei è più sostenibile.
Un caro saluto.
quali sono i disturbi della personalità, me ne diagnostico tanti?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, i disturbi di personalità esistono, ma non si possono riconoscere davvero leggendo un elenco di sintomi. Esistono diagnosi diverse, come per esempio il disturbo borderline, narcisistico, evitante, dipendente, ossessivo-compulsivo di personalità e altri, ma una diagnosi seria richiede colloqui, tempo e una valutazione del funzionamento complessivo della persona.
Il fatto che lei dica “me ne diagnostico tanti” è forse il punto più importante. Quando si leggono descrizioni psicologiche, è facile riconoscersi un po’ in molte cose. Il rischio è trasformare ogni emozione, fragilità o comportamento in una prova contro di sé.
Da questo punto di vista, il problema potrebbe non essere “quanti disturbi ho?”, ma “perché ho bisogno di cercare continuamente un’etichetta per capire chi sono?”. Più si cerca una certezza assoluta, più spesso il dubbio aumenta.
Provi, per qualche giorno, a fare una cosa diversa: invece di cercare nuove diagnosi, annoti quando nasce il bisogno di cercarle, cosa teme di scoprire e cosa succede subito dopo. Questo può diventare materiale molto utile da portare in un colloquio psicologico.
Un professionista può aiutarla non solo a capire se esiste davvero un quadro diagnostico, ma soprattutto a comprendere il funzionamento che la fa stare male, senza ridurla a un’etichetta. Se sente che questo dubbio la occupa molto, può essere utile continuare ad approfondire o chiedere un confronto online.
Un caro saluto.
Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da quello che scrive il punto non sembra solo “come dirlo a mia mamma”, ma come riuscire a vivere una scelta adulta senza sentirsi obbligata a trasformarla in una confessione piena di dettagli. Mancano alcuni elementi, per esempio se vive ancora con sua madre, quanto dipende da lei e quanto questo tema venga vissuto in famiglia come controllo o come protezione. Però un dato è chiaro: lei ha 23 anni e può occuparsi della propria salute sessuale in modo autonomo e responsabile.
Può rivolgersi a una ginecologa o a un consultorio per valutare quale metodo contraccettivo sia più adatto a lei. La pillola, infatti, non va scelta da sole o solo per paura, ma con una valutazione sanitaria. E va ricordato che il preservativo resta importante, soprattutto perché protegge anche dalle infezioni sessualmente trasmissibili.
Con sua madre potrebbe evitare di entrare nei dettagli della relazione o di ciò che “farete”. Più spiega, più rischia di aprire spazio a domande, giudizi e imbarazzo. Potrebbe invece dire qualcosa di semplice e fermo: “Mamma, vorrei confrontarmi con una ginecologa o con un consultorio per gestire la contraccezione in modo responsabile. Te lo dico perché non voglio viverlo come una cosa nascosta, ma non ho bisogno di raccontarti i dettagli della mia intimità”.
Questa frase sposta il discorso dal permesso alla responsabilità. Non sta chiedendo di essere autorizzata a diventare adulta: sta comunicando che vuole proteggersi e scegliere con consapevolezza.
Se sente che il giudizio di sua madre la blocca molto, può essere utile approfondire questo passaggio, perché a volte il vero nodo non è parlare di sessualità, ma imparare a non sentirsi in colpa quando si prende uno spazio proprio.
Un caro saluto.
Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio? visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento. A volte sembra che blocco la deglutizione e sento il cibo che va quasi giù verso il fondo della gola e lì mi sale l amsia e la tachicardia e bevo immediatamente sperando do riuscire a ingoiare mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso (come se mamdassi il cibo nella oarte sbagliatq) . Ho rischiato la polmonite ab ingesti? sento fastodiot vago al petto, non è che qualcosa sarà passato do là? come me ne accorgo della polmonite? morirò?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, da qui non sarebbe serio dirle se debba fare o meno altri esami: questo va deciso con il medico che la segue. Ha già fatto una visita otorinolaringoiatrica; se compaiono peggioramento marcato, calo di peso, tosse ripetuta durante i pasti, febbre, difficoltà respiratoria o impossibilità a nutrirsi, è importante ricontattare rapidamente il medico.
Detto questo, nel suo racconto emerge un meccanismo molto preciso: lei non sta più semplicemente deglutendo, sta sorvegliando la deglutizione.
Il cibo arriva alla gola e scatta l’ordine: controlla, blocca, proteggi. A quel punto la gola si stringe, il gesto naturale diventa forzato e ogni sensazione strana sembra confermare il pericolo. Così il tentativo di evitare il soffocamento finisce per rendere la deglutizione ancora più tesa.
La malattia di sua moglie, dentro una situazione familiare già dolorosa, può aver alzato moltissimo il livello di allarme. Quando la paura non trova un posto in cui essere detta, spesso si attacca al corpo. Nel suo caso sembra essersi attaccata alla gola.
Dopo aver chiarito con il medico che può alimentarsi in sicurezza, provi un piccolo esperimento, non eroico. Scelga un momento tranquillo e un alimento per lei “sicuro”. Prima di deglutire, non cerchi di convincersi che non succederà nulla. Si limiti a riconoscere l’impulso a stringere: “ecco il controllore”. Poi faccia un solo gesto diverso: non aggiunga subito la manovra di blocco. Un piccolo boccone, un piccolo sorso, poi si fermi. Non per dimostrare che è guarito, ma per insegnare al corpo che non deve essere comandato in ogni secondo.
Il punto non è obbligarsi a mangiare come se nulla fosse. Il punto è smettere, un millimetro alla volta, di trasformare ogni boccone in una prova di sopravvivenza.
Le consiglio un percorso psicologico mirato, perché qui non c’è solo la gola: c’è il rapporto con il controllo, con la paura, con la malattia, con la solitudine e con il corpo. Può iniziare anche online, se per lei è più sostenibile.
Un caro saluto.
Buonasera ho 29 anni non ho mai avuto una ragazza 0 relazioni per non essere più vergine sono andato a escort ma da 1 anno a questa parte, fra rabbia e frustrazione sono diventato un diavolo soprattutto verso me stesso mi trovo così per via delle circostanze principalmente, avendo un attività ho 0 tempo libero quindi ho vado a fare il dipendente per avere più tempo libero oppure ci metto una pietra sopra , il tempo che passa è un veleno perché io faccio distinzione tra non avere relazioni momentanee e non averne mai avute e quindi 0 esperienze è ritardo per questo vado in tilt, penso rimarrò inferiore a vita. Grazie a chiunque mi darà un parere.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente, nelle sue parole si sente molta rabbia, ma anche molta sofferenza. Il punto non sembra essere solo “non aver avuto una ragazza”, ma il significato che lei ha dato a questo: “sono in ritardo, quindi sono inferiore”.
Questa è la trappola più dolorosa. Quando una mancanza di esperienza diventa una sentenza sul proprio valore, ogni giorno che passa sembra una conferma della condanna. A quel punto anche le soluzioni diventano estreme: o cambio lavoro e vita, oppure ci metto una pietra sopra.
Andare a escort può aver tolto il tema della verginità, ma non poteva risolvere la ferita principale: il bisogno di sentirsi scelto, desiderato e dentro una relazione reale. Non è una questione morale, è che sesso ed esperienza affettiva non sono la stessa cosa.
Prima di decidere se lasciare l’attività o rassegnarsi, proverei a costruire una terza via: creare uno spazio stabile, anche piccolo, in cui tornare nel mondo delle relazioni senza viverlo subito come un esame. Non “devo trovare una ragazza”, ma “devo rimettermi in condizioni di incontrare persone”.
Il lavoro può togliere tempo, ma a volte il “non ho tempo” diventa anche una gabbia che protegge dal rischio del rifiuto. Per questo sarebbe utile farsi aiutare: non perché lei sia inferiore, ma perché sta combattendo contro se stesso con strumenti che aumentano rabbia e isolamento.
Se questa rabbia verso di sé diventasse pensiero di farsi male o perdita di controllo, chieda aiuto subito, senza aspettare.
Non parta dall’idea di recuperare tutto il tempo perduto. Parta da un gesto diverso, concreto e ripetibile, che interrompa il veleno del confronto.
Un caro saluto.
Come fare a dire a una figlia che soffre di disturbo borderline, che si deve curare.?Ho già provato su consiglio di una psicologa da cui vado, ma mi sono sentita rispondere che ho bisogno io di curarmi. Mia figlia ha una bimba di due anni e sono molto preoccupata!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile signora, capisco la sua preoccupazione, soprattutto perché c’è anche una bambina piccola. Però, da ciò che scrive, il primo punto da chiarire non è solo come dire a sua figlia che “deve curarsi”, ma se oggi esista tra voi una relazione che le permetta di entrare in una sfera così delicata della sua vita.
Essere madre non dà automaticamente accesso alla parte più intima di una figlia adulta, soprattutto quando c’è di mezzo anche il suo ruolo di madre. Il fatto che lei le abbia risposto “sei tu che devi curarti” fa pensare che il vostro rapporto sia già carico di tensione, difesa o sfiducia. In questi casi, partire dalla diagnosi rischia di chiudere ancora di più la porta.
È fondamentale capire chi abbia diagnosticato il disturbo borderline, in quale contesto e con quali elementi. Una diagnosi di questo tipo non dovrebbe essere usata come argomento familiare, né come leva per convincere qualcuno. Se davvero c’è una sofferenza importante, va avvicinata attraverso fatti concreti, comportamenti osservabili e una relazione sufficientemente solida.
Prima di dire “devi curarti”, forse il passo più utile è chiedersi: “Che posto ho oggi nella vita di mia figlia? Posso parlarle senza invaderla? Sono disposta anche a mettere in discussione il mio modo di avvicinarmi a lei?”.
Potrebbe provare a spostarsi da “tu hai un problema” a “mi rendo conto che forse ti sono arrivata addosso nel modo sbagliato. Vorrei capire se c’è un modo per starti vicina senza farti sentire giudicata”.
Se ci sono rischi concreti per la bambina, invece, non vanno gestiti da sola né dentro uno scontro familiare: ne parli con la psicologa che la segue e valuti con professionisti competenti i passi più adeguati. Ma se il rischio non è chiaro, il primo lavoro è distinguere la paura materna dai fatti osservabili.
Può essere utile continuare a lavorare su questo spazio: non per stabilire chi abbia ragione, ma per capire quale posizione le permetta davvero di essere d’aiuto.
Un caro saluto.
Domande più frequenti
-
Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…