Domande del paziente (3)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, grazie per aver condiviso qualcosa di così delicato. Dal suo racconto emerge quanto questa relazione le stia facendo vivere momenti di grande vicinanza e, immediatamente dopo, fasi di allarme, sospetto... Altro
Salve, sono un uomo di 41 anni e da 13 anni sto con una donna di 10 anni più piccola. Abbiamo litigato di rado e per anni tutto è andato bene, ma negli ultimi 4 anni tra di noi è cambiato molto il rapporto, cosa che lei non pensa sia avvenuta. Ogni mia proposta di fare qualcosa insieme è sistematicamente rifiutata, lei esce poco di casa, non si cura come prima, e non ha obiettivi nella vita. Avevano deciso di andare a vivere insieme, ma sua mamma ha accusato un malore, e da quel giorno tutto si è fermato. Io sto male, oltretutto la vita sessuale da 4 anni è quasi assente, mi sento inutile e parlare con lei non serve a nulla. Non chiedo che cambi completamente, ma talvolta un compromesso non farebbe male. Sto pensando di lasciarla ma ho paura di un futuro da solo, non so più che fare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso qualcosa di così personale. Quello che racconti fa capire quanto tu stia soffrendo, e ha senso che tu sia arrivato a un punto di stallo. Mi colpisce la parola che hai usato: "inutile". Sei inutile per lei, o ti senti inutile come persona? Perché spesso quello che viviamo in coppia riflette qualcosa di più profondo su come ci vediamo. C'è poi una cosa che vale la pena notare: tu percepisci chiaramente che qualcosa è cambiato, lei dice di no. Questo non significa che uno dei due abbia torto, significa che, in questo momento, state abitando la stessa relazione in modo molto diverso, e questo di per sé è già un punto chiave. Il calo della vita sessuale e il blocco del progetto di andare a vivere insieme, proprio nel momento in cui la mamma di lei ha avuto un malore, non sono dettagli secondari: spesso questi eventi segnano un prima e un dopo, e possono bloccare una coppia in un equilibrio nuovo che nessuno dei due ha scelto consapevolmente. Vale la pena chiedersi come lei stia vivendo il ruolo di figlia in questo momento, e quanto questo stia pesando su tutto il resto. Anche la paura di restare solo che menzioni è importante: a volte restiamo in situazioni che non ci fanno bene non per amore, ma per paura di ciò che c'è fuori. Prima di decidere cosa fare, forse la domanda più utile è: chi sono io oggi, e questa relazione mi permette di esserlo? Potrebbe valere la pena interrogarcisi, magari con l'aiuto di qualcuno.
Salve, volevo un opinione. Cercherò di essere breve. Sono 4 anni circa che faccio terapia. Con la mia dottoressa mi sono sempre trovata bene. Infatti le ho voluto un bene Dell anima. E ho sempre avuto fiducia in lei. A lei ho aperto il mio cuore
Le ho confidato tutto, anche le cose più intime. Pero pensavo che x come ci fossi andato da lei 4 anni fa, e x come sto messo adesso, un po si affezionasse a me. Invece ho notato il contrario ci sono stati episodi che mi hanno fatto pensare che x lei ero uno scoccio e un numero da poter incastrare nei suoi orari . Forse siccome ho qualche altro problema purtroppo, credo di essere stato molto ossessivivo con lei x una cosa che Nn mi poteva aiutare. X questo mi sono sentito abbandonato, xche quando cercavo un appiglio nel monento più buio, ho trovato la sua porta chiusa. Molte volte Nn rispondeva ai messaggi, e se li faceva, andava subito al sodo, In Seduta certe volte sembrava annoiata, qualche vita mi dava gli appuntamenti, certe volte li spostava con poco preavviso, oppure Nn si faceva sentire x mesi., neanche x chiedere "cmsta? Nonostante sapesse le mie difficoltà di salute e non. Ora le ho scritto un sms, spunmtandoke la mia rabbia una fiducia che è venuta a mancare da parte mia. Ho sbagliato secondo voi. Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso qualcosa di così personale.
Leggendo quello che descrive, però, vorrei offrirle una prospettiva un po' diversa non per sminuire quello che sente, ma perché potrebbe esserle utile.
La sua terapeuta, con tutta probabilità, sta facendo il suo lavoro mantenendo i confini del setting terapeutico che esistono proprio per proteggere lei e la relazione terapeutica stessa. Un terapeuta non è un amico, non è una figura affettiva della vita quotidiana, e quella distinzione è un atto di cura, non di abbandono.
Il punto più prezioso è però un altro: quello che sta vivendo in relazione alla sua terapeuta è esattamente il materiale su cui vale la pena lavorare.
Il bisogno intenso di vicinanza, la difficoltà a stare dentro le regole del setting, la sensazione di abbandono quando l'altro si fa da parte, la rabbia che esplode quando il legame vacilla sono i segnali di un ciclo interpersonale che molto probabilmente non riguarda solo la terapia, ma si ripete nelle relazioni importanti della sua vita.
La buona notizia è che questo ciclo si è attivato proprio dentro la stanza terapeutica e questo è da vconsiderare una risorsa. Quando questi pattern emergono nella relazione con il terapeuta, c'è la possibilità concreta di osservarli, capire da dove vengono, e cominciare a trasformarli.
Perciò le consiglio di cogliere questa occasione.
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