Domande del paziente (5)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quando il corpo si fa peso, non è sempre colpa del cibo.
E nemmeno mancanza di volontà.
Il fallimento delle diete non è una sconfitta, è un segnale: qualcosa insiste, oltre il conteggio delle calorie.
Spesso...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Cris, non stai “impazzendo”.
Quello che descrivi non è un nemico da scacciare, ma un segnale.
Qualcosa si è mosso nell’incontro: non tanto lui, quanto ciò che ha toccato in te.
Quando il desiderio si...
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Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Le rispondo in modo diretto, ma restando dentro quello che lei porta. Lei dice che non si sente sciolto, che qualcosa si è mosso negli anni ma che resta una rigidità che passa dal corpo, dai pensieri, dal modo di stare nelle relazioni. E quando chiede qualcosa di concreto, si sente rispondere con qualcosa che per lei è troppo lontano dalla sua esperienza. Il punto è questo: lei non è uno che “non vuole cambiare”.
Lei è uno che ha trovato un modo per reggersi, e quel modo non può semplicemente essere tolto. Quando lei dice che se va a dormire tardi il giorno dopo non funziona, sta dicendo qualcosa di serio. Non è una giustificazione, è una conoscenza di sé. E ha ragione a non volerla ignorare. Allo stesso tempo però lei stesso riconosce che questo modo di funzionare la limita. Che la tiene in piedi, sì, ma la stringe. E qui sta il nodo. Perché il rischio, se resta così com’è, è che lei continui a vivere dentro un equilibrio che funziona solo a patto di non essere mai messo alla prova. E un equilibrio così, col tempo, diventa sempre più stretto. Quando il terapeuta le parla di “lasciar andare”, lei lo vive come qualcosa di impossibile. E fa bene, in un certo senso, perché detto così è troppo. Per lei lasciar andare non è un piccolo gesto, è esporsi al rischio di perdere il controllo. Allora forse la questione va spostata. Non si tratta di lasciar andare tutto.
Si tratta di capire se lei può permettersi di lasciare andare qualcosa di molto piccolo. Non quello che la destabilizza. Quello che è appena al limite. Per esempio, lei dice che non può fare le tre di notte. Bene, quello non è il punto. Il punto è: esiste uno scarto minimo che lei può tollerare senza pagarlo il giorno dopo? Anche solo mezz’ora? Anche solo in una situazione controllata? Non per dimostrare qualcosa.
Ma per vedere se il suo sistema regge una variazione minima. Lo stesso vale per il corpo. Lei dice che controlla i movimenti, i vestiti. Non deve smettere. Ma può, ogni tanto, non correggere subito un piccolo disallineamento? Può restare qualche secondo in quella sensazione? Sono cose piccole, ma per lei non lo sono affatto.
Sono esperimenti. E qui si capisce anche la sua frustrazione. Lei non sta chiedendo una soluzione magica. Sta chiedendo un modo per lavorare concretamente. E se questo non arriva, è normale che inizi a pensare che il percorso non porterà dove spera. Allora c’è una cosa che diventa importante: che questa difficoltà la porti dentro la terapia così com’è. Non spiegata, non addolcita. Ma detta in modo chiaro: che quello che le viene proposto, così, non è praticabile per lei. Che ha bisogno di qualcosa di più graduale, più aderente alla sua esperienza. Da come il terapeuta risponde a questo, lei capirà molto. Perché il punto non è cambiare terapeuta o restare a priori. Il punto è vedere se lì dentro può nascere un lavoro che tenga insieme due cose: il rispetto del suo funzionamento e la possibilità, anche minima, di allargarlo. Perché lei non è bloccato. Lei funziona ma, sembrerebbe, in un solo modo.
E quando c’è un solo modo, ogni variazione fa paura. Si passa dalla comfort zone alla panic zone saltando completamente la zona di sfida, al cambiamento possibile.
Il lavoro vero non è diventare diverso. È costruire, poco alla volta, la possibilità di avere almeno un’altra opzione. Anche piccola. Anche imperfetta. Ma sua. Un piccolo passo verso il cambiamento.. Buon lavoro!
Salve,
scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.
Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.
Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.
C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.
Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.
Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.
Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.
In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.
A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.
Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.
Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.
Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.
Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
sono io il problema?
Sto vedendo una realtà distorta?
Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?
Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
Grazie per l’attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che racconta non è semplicemente “confusione”, anche se è così che oggi lo sente. La confusione è arrivata dopo, come effetto di qualcosa che si è costruito nel tempo dentro la relazione. Lei descrive una situazione in cui ogni volta che provava a portare un dubbio, un disagio, qualcosa che non tornava, non trovava un confronto ma uno spostamento: il problema diventava lei. Questo è un passaggio centrale, perché quando accade in modo ripetuto, una persona inizia lentamente a non fidarsi più di quello che sente. Non succede all’improvviso, è qualcosa che si costruisce nel tempo ma che poggia le basi su tematiche più antiche, probabilmente sorte in famiglia, o comunque con le figure di riferimento. E infatti lei arriva a chiedersi se è lei il problema, se sta vedendo una realtà distorta. Questa domanda, in questi contesti, nasce dal fatto che la sua posizione, la sua percezione delle cose è stata messa in discussione troppe volte. Allo stesso tempo lei è molto chiara su un punto: si è messa in discussione, ha riconosciuto i suoi errori, ha provato a capire dove sbagliava. Questo è importante, perché mostra una capacità di riflessione che non è affatto compatibile con l’immagine che le è stata rimandata. Le sue reazioni, anche quelle che oggi non condivide come il controllare o cercare prove, non nascono nel vuoto. Nascono in un contesto in cui la realtà diventava ambigua, poco chiara, non verificabile. Quando una persona percepisce che qualcosa non torna ma non riesce a ottenere un confronto, è normale che provi a cercare conferme. Ma il partner è sempre un sintomo, così come la ripetizione di modelli relazionali che riconosciamo familiari anche se ci fanno soffrire. Non è il modo più sano di incontrare l'amore, ma è comprensibile. C’è poi un altro elemento molto forte: la sensazione costante di essere in difetto. Lei racconta di aver dato molto anche concretamente, eppure di essersi sentita sempre come se non fosse abbastanza. Questo non è casuale. Quando dentro una relazione la misura non viene mai raggiunta, quando qualunque cosa si faccia non basta, si crea una posizione di debito continuo. E quella posizione tiene agganciati, perché si continua a provare a “recuperare”, a dimostrare, a sistemare. Ma il punto è che non si può recuperare qualcosa che non ha una misura reale. Anche il fatto che l’altra persona la svalutasse e allo stesso tempo restasse nella relazione non è una contraddizione, come può sembrare. È parte della dinamica. Restare mentre si svaluta crea una posizione di potere, perché l’altro si trova a dover continuamente dimostrare di valere abbastanza per essere scelto. Quando poi la relazione si interrompe, il modo in cui è avvenuto – il taglio netto, il rifiuto del confronto, le minacce amplifica ancora di più il disorientamento. Lei passa da sentirsi ferita e in difficoltà a essere vista come il problema, senza possibilità di chiarimento. È un ribaltamento forte, e lascia inevitabilmente una sensazione di realtà confusa. Il punto più importante, però, è quello che lei stessa coglie ma fatica a stabilizzare: oggi non è tanto che lei “vede male”, ma che non si fida più di quello che vede. Questa è la conseguenza più profonda di certe dinamiche. Anche il fatto che più professionisti le abbiano dato una lettura simile e che lei continui a dubitare è coerente con questo: una parte di lei resta agganciata a quel dubbio, a quella possibilità di essere “sbagliata”. Qui non si tratta di stabilire chi ha ragione e chi ha torto. Si tratta di rimettere ordine. Lei ha sicuramente delle fragilità e delle dinamiche su cui lavorare, ma questo non cancella il fatto che sia stata dentro una relazione che le ha fatto perdere fiducia nella sua percezione. Le due cose possono coesistere, e vanno tenute insieme senza che una annulli l’altra. Il lavoro, a questo punto, non è convincersi di una versione, ma ricostruire un rapporto più stabile con la propria esperienza. Tornare ai fatti concreti, a ciò che è successo, a come si è sentita prima che qualcuno le dicesse cosa doveva sentire. E soprattutto smettere di cercare una conferma da chi ha contribuito a generare quella confusione, perché lì difficilmente potrà trovare chiarezza. Non è un processo immediato, ma è possibile. E il fatto stesso che lei riesca a raccontare tutto questo con questo livello di dettaglio e consapevolezza è già un punto di partenza molto più solido di quanto oggi riesca a riconoscere. Buon lavoro e buon percorso di cambiamento.
Buonasera mia figlia di 13 anni soffre di autolesionismo.adesso è la terza volta che vedo sulle braccia dei piccoli graffi ,ho sempre chiesto spiegazioni e lei mi dice che lo fa solo quando litiga con il suo fidanzatino.Ho paura di parlarne con il padre perché non capirebbe e la potrebbe rinchiudere in casa e togliere completamente in cell.Ho paura di come si possa evolvere questa situazione e non so come gestirla.E’ una ragazza bellissima ,ha amici,esce e sempre ben vestita non le facciamo mancare niente ma evidentemente le manca qualcosa.sSpero di avere una risposta grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco la sua paura, ed è una paura che ha senso. Ma le dico subito una cosa, così mettiamo un punto fermo: quello che sta succedendo a sua figlia non dipende dal fatto che “le manchi qualcosa” nel senso in cui spesso si pensa. Lei stessa lo dice, è una ragazza inserita, ha amici, esce, è curata. Eppure si fa male. Questo manda in crisi, perché sembra non esserci una causa evidente. Il punto però è un altro. Sua figlia sta usando il corpo per gestire qualcosa che non riesce a dire o a tenere dentro. Quando lei dice che succede dopo le litigate con il fidanzatino, sta già dicendo molto. Lì si attiva qualcosa di troppo forte per lei: rabbia, paura di perdere l’altro, senso di rifiuto, confusione. A 13 anni queste emozioni non sono “medie”, sono assolute. E quando non trovano parole, trovano il corpo. Quel graffiarsi non è un capriccio, non è una moda. È un modo per scaricare, per trasformare qualcosa di interno in qualcosa di visibile e, per un attimo, più gestibile. Non va giustificato, ma va capito. Lei ha fatto bene a non ignorare e a chiedere, ma adesso serve un passaggio diverso. Se entra solo con la preoccupazione o con il bisogno di fermarla, sua figlia si chiuderà. Non perché non vuole aiuto, ma perché si sentirà letta solo nel comportamento e non in quello che c’è sotto. Più che chiederle “perché lo fai?”, può provare a dirle qualcosa come: “ho visto quei segni, e mi fa pensare che ci sono momenti in cui stai molto male. Se vuoi, io ci sono”. Senza pressione, senza interrogarla. Sua figlia non ha bisogno in quel momento di essere corretta, ma di sentire che può essere vista, ascoltata, senza essere giudicata. Sul padre capisco la sua paura, ma qui bisogna essere lucidi. Tenerlo fuori per proteggerla può sembrare la scelta protettiva adesso, ma rischia di lasciarla sola in una cosa che invece va condivisa tra genitori. Il punto non è dirlo o non dirlo, ma come. Se lui reagisce in modo punitivo, la situazione peggiora. Quindi forse il primo passo è parlare con lui, non accusandolo ma preparandolo: spiegargli che non è una cosa da punire ma un segnale da capire. Serve alleanza, non reazione. E c’è un ultimo punto che è fondamentale: questa cosa non va gestita da soli. Non perché sia già gravissima, ma perché è un segnale chiaro. Uno spazio con uno psicologo dell’età evolutiva può aiutare sua figlia a trovare un modo diverso per gestire quello che sente. Non è etichettarla, è darle un posto dove non deve difendersi. I graffi oggi sono piccoli, e questo è importante, ma non vanno né minimizzati né drammatizzati. Sono un linguaggio. E se quel linguaggio viene ascoltato, può cambiare. Se viene ignorato o represso, rischia di irrigidirsi. Lei sta già facendo una cosa importante: non sta voltando lo sguardo. Adesso il passo è non restare sola e non trasformare tutto questo in controllo o paura. Sua figlia non ha bisogno di essere aggiustata. Ha bisogno di qualcuno che regga con lei quello che ancora non riesce a dire.