Dott.
Francesco Maria Frattolillo
Psicologo
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Psicologo clinico
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Esperienze
Sono uno Psicologo Clinico specializzato nella valutazione e nel benessere psicologico dell’adulto e dell’adolescente. Nel mio studio offro uno spazio riservato, accogliente e strutturato, all’interno del quale è possibile affrontare in modo professionale difficoltà personali, relazionali o familiari e i momenti di cambiamento, con l’obiettivo di promuovere una maggiore consapevolezza di sé e un miglior equilibrio nel proprio benessere psicologico. L’obiettivo è quello di favorire una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie risorse, promuovendo benessere psicologico e qualità di vita attraverso percorsi personalizzati.
Per qualsiasi dubbio o esigenza, è sempre possibile prenotare senza problemi un colloquio online, comodamente da casa tua.
Aree di competenza principali:
- Psicologia clinica
- Psicologia cognitiva
- Psicologia dell'emergenza
- Psicologia forense
Principali patologie trattate
- Ansia da prestazione
- Ansia
- Demenza multi-infartuale
- Demenza
- Disturbi del comportamento alimentare (DCA)
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Highlights
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Gestisci l’ansia e studia con luciditàLaureato presso Università Giustino FortunatoRiservatezza, rispetto e massima cura
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Dottore molto gentile e professionale. Precedenti esperienze con altri professionisti mi avevano lasciata molto scettica sull'efficacia del percorso, invece il Dottor Frattolillo mi ha fatta ricredere
AltroR. C. -
Il dottore Francesco è una persona molto preparata non che solare e cortese, cosi come il suo staff. L'esperienza è stata molto positiva, ho fatto alcuni test e il riscontro è stato ottimo. Un punto a...
AltroAngelo Milanese
Prestazioni e prezzi
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Consulenza online
47 € -
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Brainspotting
47 € -
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Colloquio individuale
47 € -
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Colloquio familiare
47 € -
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Colloquio di coppia
47 € -
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Via San Vito, 6, Benevento 82100
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Via Giuseppe Mengoni, 3, Milano 20121
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Piazza del Colosseo, 1, Roma 00184
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Via Irnerio, 2, Bologna 40126
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Via Porta Pretoria, 1, Aosta 11100
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Accettato
Viale Bruno Buozzi, 1, Arezzo 52100
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Piazza del Duomo 26, Orvieto 05018
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Recensioni
2 recensioni
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R
R. C.
Dottore molto gentile e professionale. Precedenti esperienze con altri professionisti mi avevano lasciata molto scettica sull'efficacia del percorso, invece il Dottor Frattolillo mi ha fatta ricredere
• Studio di consulenza online • coaching •
Dott. Francesco Maria Frattolillo
grazie mille
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A
Angelo Milanese
Il dottore Francesco è una persona molto preparata non che solare e cortese, cosi come il suo staff. L'esperienza è stata molto positiva, ho fatto alcuni test e il riscontro è stato ottimo. Un punto a favore è lo studio, impeccabile e con tutti i comfort, consiglierei a tutti di farci un salto
• Studio Privato • •
Dott. Francesco Maria Frattolillo
Molte grazie
Risposte ai pazienti
ha risposto a 30 domande da parte di pazienti di MioDottore
Buongiorno, sono molto turbato da un'esperienza avuta con uno psicologo di una Asl.
Ho prenotato il primo colloquio psicologico clinico per impostare un percorso di psicoterapia. Seguo già una psicoterapia con un Privato ma per ridurre i costi volevo valutare il servizio dell'Asl.
A parte la mia impressione iniziale non positiva di questo dottore, ho trovato l'incontro veramente disagiante.
Non mi è stata fatta alcuna domanda per conoscermi;
Mi è stato chiesto con quale diagnosi io mi presentassi lì;
Dopo sommarie spiegazioni in quella che già mi sembrava una perdita di tempo, dopo 10 minuti, il dottore si lancia in una sommaria diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo e mi invita a confrontare i sintomi su google e soprattutto afferma che per risolvere questo problema non serve la psicoterapia per anni ma basta prendere il prozac.
Testuali parole: "Il prozac ti schiarisce la mente e puoi pensare in maniera lineare così da affrontare la vita a spalle aperte piuttosto che con timidezza. Poi quando hai capito come affrontare le cose puoi anche farne a meno. Tanto è un farmaco di uso diffuso, non è niente di chè."
In totale la seduta si è conclusa in 20 minuti al massimo perchè avevo capito di trovarmi di fronte ad una persona che non mi ispirava alcuna fiducia nelle proprie competenze e con lui ancora perplesso come sin dall'inizio.
Ho fatto psicoterapia per anni e ho gli strumenti per riconoscere un professionista ma devo dire che la cosa mi ha turbato.
Vorrei una vostra opinione. Grazie
Capisco molto bene il suo turbamento: quando una persona decide di rivolgersi a un servizio psicologico, si mette in gioco in una condizione di particolare vulnerabilità, e trovarsi in un contesto che viene percepito come frettoloso, poco accogliente o riduttivo rispetto alla propria storia può lasciare una sensazione di disagio profondo e di sfiducia. Dal suo racconto emerge che lei si è sentito poco visto e poco ascoltato: riferisce che non le sono state poste domande per conoscerla, che le è stato chiesto di presentarsi con una diagnosi già definita, che in tempi molto rapidi è stata formulata un’ipotesi di disturbo ossessivo-compulsivo e che la proposta principale è stata l’assunzione di un farmaco, con il suggerimento di “confrontare i sintomi su Google” e con una descrizione della terapia farmacologica piuttosto sbrigativa. Al di là delle intenzioni del collega, che naturalmente non posso conoscere, è importante dare piena dignità al suo vissuto soggettivo: lei ha percepito una mancanza di attenzione alla sua storia personale, una riduzione della complessità del suo percorso a un’etichetta diagnostica e una proposta di cura centrata quasi esclusivamente sul farmaco, senza un reale spazio di dialogo rispetto al lavoro psicologico che lei già sta facendo e rispetto ai suoi bisogni. In un primo colloquio psicologico o psicoterapeutico è ragionevole aspettarsi almeno una minima raccolta della storia di vita e della sofferenza, un ascolto del motivo della richiesta, una esplorazione delle aspettative e, solo successivamente, una ipotesi di inquadramento condivisa e spiegata con calma, insieme a una presentazione chiara delle possibili opzioni di trattamento; è vero che nei servizi pubblici i tempi sono spesso stretti e condizionati dall’organizzazione, tuttavia questo non annulla il diritto della persona a sentirsi accolta e a comprendere il senso di ciò che le viene proposto. Per quanto riguarda la diagnosi e il farmaco, è bene ricordare che nessuna diagnosi solida si esaurisce in pochi minuti, soprattutto quando si tratta di disturbi che coinvolgono ansia, ossessioni, storia personale e funzionamento relazionale; i farmaci possono essere strumenti utili in molti casi, ma richiedono sempre una valutazione medica attenta, una spiegazione accurata di benefici e possibili effetti collaterali, e non sostituiscono automaticamente la necessità di un percorso psicologico, soprattutto quando la sofferenza ha radici profonde e si intreccia con la storia di vita. Il modo in cui le sono state presentate le cose, da quanto lei riporta, può apparire comprensibilmente riduttivo rispetto alla sua esperienza e alla complessità della psicoterapia che sta seguendo da anni. Un elemento importante che vorrei sottolineare è che lei mostra di avere sviluppato, proprio grazie al lavoro psicologico svolto finora, una buona capacità di riconoscere i propri segnali interni: ha avvertito fin dall’inizio che qualcosa “non tornava”, ha percepito una mancanza di fiducia e di sintonia, e ha scelto di interrompere un incontro che non sentiva come adeguato per sé. Questo non è un fallimento, ma un segnale di tutela di sé e di rispetto per il proprio percorso. Le suggerirei di portare questa esperienza all’interno della psicoterapia che sta già svolgendo: può essere molto utile esplorare insieme al suo terapeuta quali emozioni ha attivato (delusione, rabbia, sfiducia, forse anche paura di essere ridotto a un’etichetta), quali aspettative aveva nei confronti del servizio pubblico e come questa esperienza si collega alla sua storia di rapporto con le figure di cura e di autorità. Se desidera ancora valutare una presa in carico in ambito pubblico, può anche informarsi sulla possibilità di richiedere un cambio di operatore, spiegando in modo sobrio che non si è sentito a proprio agio in quel primo incontro; è legittimo cercare un contesto in cui si senta maggiormente ascoltato e rispettato. Allo stesso tempo è importante non generalizzare un singolo episodio all’intero sistema, ma nemmeno minimizzare ciò che ha provato: le due cose possono coesistere. Se sente il bisogno di rielaborare con maggior calma questa esperienza, chiarire i suoi dubbi rispetto a diagnosi, farmaci e ruolo della psicoterapia nel suo caso specifico, e orientarsi su quale tipo di percorso possa essere più adatto alla sua situazione, può essere molto utile dedicare uno spazio di colloquio mirato proprio a questi aspetti. In un incontro online potremmo ricostruire con ordine la sua storia di sofferenza e gli interventi già svolti, comprendere meglio il significato che ha avuto per lei questo colloquio in Asl e perché l’ha turbata così tanto, distinguere ciò che eventualmente può richiedere una valutazione medica specifica da ciò che necessita di un lavoro psicologico più approfondito, e valutare insieme la possibilità di strutturare un percorso quanto più possibile mirato e “risolutivo” rispetto ai suoi bisogni attuali, rispettando i suoi tempi, le sue risorse e i suoi limiti. Se lo desidera, possiamo fissare un primo colloquio online conoscitivo, in cui lei possa sentirsi ascoltato senza fretta, fare tutte le domande che ritiene necessarie e uscire con una visione più chiara delle opzioni concrete per proseguire il suo cammino di cura.
Nel 2021 mi sono trasferita, per cause legate al covid, dalla Lombardia alla Campania (mia regione di nascita). Dopo un mese ho conosciuto lui e dopo 2 mesi è iniziata la nostra relazione. Per ragioni pratiche dopo 6 mesi siamo andati a convivere. Le diversità di mentalità e visione di vita sono apparse subito evidenti, infatti dopo un anno abbiamo interrotto la relazione. La separazione è stata dolorosa e con momenti molto concitati dovuti al fatto che lui voleva tornare con me e io no. Dopo qualche mese lui si è allontanato fisicamente per non avere più la tentazione di cercarmi. Per me è iniziato un bruttissimo periodo, non dovuto solo a questo. Non ero più convinta di voler stare al sud, lontana dalla mia famiglia, ma stavo male e on volevo tornare al nord in quelle condizioni. Lui è tornato quando nel mio momento peggiore, mi è stato vicino dimostrandomi cambiamenti importanti nel modo di affrontare la relazione e abbiamo ricominciato. Oggi stiamo ancora insieme, conviviamo, abbiamo attraversato momenti difficili, ma siamo a un punto di svolta. Io voglio assolutamente tornare al nord, voglio stare con la mia famiglia e i miei amici, anche perchè qui non ho vita sociale e non mi piace la vita che conduco. Inoltre, credo di addossare a lui la responsabilità di colmare il vuoto di rapporti nella mia vita, dovuto al fatto che qui non conosco nessuno. Lui non ha piacere a trasferirsi, vuole restare nella sua città, ma probabilmente tenterebbe per me. Il fatto è che le nostre divergenze di vedute e stile di vita stanno influenzando molto i nostri umori, e ci stiamo chiedendo se questo problema farà finire il nostro rapporto, in quanto la convivenza è fatta di quotidianità, e nella quotidianità pratica abbiamo i nostri più grandi problemi. Io sono molto premurosa, lo accudisco in tutto, lui invece è il contrario, e questo spesso mi fa sentire non vista e non amata.
Sono molto confusa e impaurita, tempo che il trasferimento mi porterà a dover chiudere la relazione.
Spero di trovare spunti e conforto dalle vostre risposte.
Grazie
Da quello che racconti emerge in modo molto chiaro quanto tu ti senta in un punto di svolta importante, non solo di coppia ma di vita: il trasferimento per il Covid, il rientro nella tua regione di origine, l’inizio rapido della convivenza, la rottura e poi il riavvicinamento in uno dei tuoi momenti più difficili hanno fatto sì che questa relazione si intrecciasse profondamente con il tuo bisogno di appoggio, di radici e di stabilità; allo stesso tempo oggi senti con forza che la vita che stai conducendo al sud non ti corrisponde, ti manca la tua rete affettiva al nord, non hai una vera vita sociale e percepisci di “addossare” al tuo compagno il peso di colmare un vuoto relazionale che in realtà riguarda un’intera organizzazione di vita. È un conflitto molto comprensibile: da un lato il legame con lui, il fatto che ci siano stati momenti difficili ma anche cambiamenti e vicinanza, dall’altro la consapevolezza che la quotidianità – fatta di abitudini, ritmi, modo di gestire la casa, il tempo, la cura reciproca – sta diventando un terreno di frizione continua, dove le differenze di mentalità e di stile di vita pesano, e dove tu ti percepisci molto premurosa e accudente mentre lui, almeno per come lo vivi, è molto meno orientato alla cura concreta, con il risultato che spesso ti senti non vista, non ricambiata, non amata. È importante che tu riconosca che non è “sbagliato” desiderare di tornare al nord, di riavere vicino la tua famiglia, i tuoi amici, un contesto in cui ti senti più te stessa: non è un capriccio, è un bisogno identitario e relazionale profondo; allo stesso modo non è sbagliato temere che questo desiderio possa avere un impatto sulla relazione, perché è vero che scelte di questo tipo mettono alla prova un legame, soprattutto quando già esistono divergenze di vedute sulla quotidianità. Uno degli aspetti centrali che metti in luce è il rischio di concentrare sul partner una funzione quasi “salvifica”: se intorno a te c’è poco o nulla – nessuna vera rete sociale, poche occasioni di realizzazione personale e relazionale – è facile che lui diventi l’unico fulcro, colui che dovrebbe compensare tutto il resto; questo inevitabilmente appesantisce la relazione e può accentuare tanto la tua frustrazione (quando non ti senti sufficientemente accudita) quanto il suo eventuale senso di pressione. Il nodo che stai vivendo sembra quindi riguardare almeno tre piani: il piano individuale (chi sei e dove vuoi vivere, che tipo di vita desideri per te), il piano relazionale (che tipo di coppia vuoi essere, che grado di reciprocità e cura ti aspetti, quanto siete in grado di venirvi incontro nelle differenze) e il piano “logistico-esistenziale” (dove costruire la vostra quotidianità, con quali risorse intorno, con quali costi e benefici emotivi per ciascuno). Non esiste una risposta giusta valida per tutti, ma è molto importante che tu possa esplorare con onestà cosa è davvero negoziabile e cosa no: ci sono aspetti del vostro stile di vita e della vostra convivenza sui quali siete entrambi disponibili a modifiche concrete? Lui è realmente disposto non solo a “tentare” un trasferimento per te, ma anche a interrogarsi su come prendersi cura del vostro rapporto nella praticità del giorno per giorno? E tu, se tornassi al nord, riusciresti a vedere questa scelta non solo come la fine possibile della relazione, ma anche come un atto di fedeltà a te stessa, qualunque sia l’esito di coppia? La paura che il trasferimento comporti la fine del rapporto parla tanto del valore che attribuisci a questo legame quanto della fatica a pensare a te stessa al di fuori della coppia in questo momento; proprio per questo può essere molto utile non affrontare da sola queste domande, ma avere uno spazio protetto in cui mettere ordine tra emozioni, bisogni, sensi di colpa (“lo sto abbandonando?”, “pretendo troppo?”) e diritti personali (“ho diritto a una vita che sento mia”, “ho diritto a essere vista e ricambiata”). Un percorso psicologico può aiutarti proprio a chiarire cosa desideri davvero, dove ti stai forse adattando oltre misura e dove invece stai chiedendo il minimo indispensabile per sentirti bene; può aiutarti anche a distinguere quanto del tuo malessere attuale dipende dalla relazione e quanto dall’isolamento e dal contesto di vita, così da non caricare il rapporto di responsabilità che non sono solo sue. Se lo ritenete opportuno, potrebbe essere utile anche un lavoro di coppia, per aiutarvi a comunicare in modo più chiaro ciò che ciascuno sente, teme e desidera rispetto al futuro, evitando che la decisione sul “dove vivere” sia solo un braccio di ferro o un gesto di sacrificio, e diventi invece una scelta il più possibile consapevole e condivisa. Per ora mi sembra importante dirti che non sei “sbagliata” né egoista perché vuoi tornare al nord, così come non è strano che tu ti senta confusa e spaventata: stai mettendo in discussione pezzi importanti della tua vita. Se senti il bisogno di uno spazio in cui poter approfondire tutto questo con calma, senza giudizio e con un aiuto nel prendere decisioni più in linea con te, possiamo valutarlo insieme in un colloquio online: sarebbe un momento dedicato solo a te, in cui esplorare i tuoi vissuti, chiarire le tue priorità e iniziare a costruire, passo dopo passo, un percorso che ti avvicini a una vita più coerente con ciò che senti e desideri.
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