Salve a tutti, avevo precedentemente mandato un messaggio inerente alla mia condizione psicologica,
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Salve a tutti, avevo precedentemente mandato un messaggio inerente alla mia condizione psicologica, alla fine ho deciso di entrare in un percorso psicologico circa 2 mesi fa (quasi 3), a cadenza settimanale. So che non c'è un tempo giusto in cui sentire un miglioramento, ma sono qui a chiedere se sia giustamente così graduale il processo, nel senso che ho una forte insicurezza, e ho tanti pensieri intrusivi (legati ai social, pensieri contorti, ecc..) che ho bisogno di dire al mio partner poiché altrimenti il mio umore cambia drasticamente, sento proprio una rabbia interna vicino al petto e se la rinchiudo non fa solo che peggiorare, se il mio ragazzo o chiunque altro (ma soprattutto nelle relazioni capita) non lo capisce mi arrabbio ancora di più, ho bisogno di dire ciò che penso. Il mio ragazzo proprio per cercare di avere questi cambiamenti drastici mi ha consigliato di buttare ciò che sento, d'altro canto non so se sto facendo la cosa giusta poiché chiedo conferme alle mie domande e non so se sto alimentando ancora di più i pensieri. Ho provato a dire ciò alla mia psicologa, ma non mi ha mai dato un "fai questo" o "fai altro", semplicemente devo perdere il controllo e non alimentare l'ossessione con un altra tecnica che potrebbe aiutarmi in quel momento ma che non porterebbe a staccarmi dalle ossessioni. Quello che chiedo vorrei capire è se veramente è possibile uscire dalle ossessioni e assumere maggiore consapevolezza di se stessi senza "esercizi" mentali, poiché la mia psicologa mi fa molto ragionare su quanto valgo, su quanto il mio ragazzo ha scelto me e tutti i miei vari pensieri contorti che non posso dire qui poiché non è una seduta. D'altro canto sento che ancora non mi sono mosso di un passo, mi sento scoraggiato e sento che vado dalla psicologa per sfogarmi ma che poi nella pratica non metto sicurezza dato che ancora continuo ad avere cali drastici di umore e di pensieri. Vorrei capire quindi se sto andando verso un percorso che magari potrebbe portarmi a qualcosa e semmai come dovrei capirlo?. Grazie a prescindere per un eventuale risposta, Cordiali saluti
buon pomeriggio,
ritengo che sia necessario creare un buon legame terapeutico e favorire una maggiore apertura e fiducia...
in terapia, è fondamentale avere fiducia del terapeuta e lasciarsi guidare, senza aver fretta di risolvere i problemi...il cambiamento necessita di tempo e pazienza.
ritengo che sia necessario creare un buon legame terapeutico e favorire una maggiore apertura e fiducia...
in terapia, è fondamentale avere fiducia del terapeuta e lasciarsi guidare, senza aver fretta di risolvere i problemi...il cambiamento necessita di tempo e pazienza.
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Gentile utente,
la sua domanda è molto comprensibile e tocca aspetti centrali del lavoro psicologico.
È vero: il percorso terapeutico è per sua natura graduale e, soprattutto nei primi mesi, può dare la sensazione di “non muoversi”, anche quando in realtà si stanno ponendo le basi del cambiamento. Le ossessioni, i pensieri intrusivi e il bisogno di rassicurazione (ad esempio dire tutto al partner per abbassare l’ansia o la rabbia interna) sono meccanismi molto comuni e, pur dando un sollievo momentaneo, nel lungo periodo rischiano di mantenere il circolo dell’insicurezza e dell’ansia.
Il fatto che la sua psicologa non le dia indicazioni rigide del tipo “fai questo o fai quello” non significa necessariamente che il percorso non sia valido. Alcuni approcci lavorano prima sulla consapevolezza, sull’autostima, sul significato dei pensieri e sul rapporto con il controllo, perché senza queste basi gli “esercizi” rischiano di diventare un altro modo per combattere o controllare l’ossessione. Detto questo, è altrettanto legittimo che lei senta il bisogno di maggiore concretezza e di capire meglio dove state andando.
Uscire dalle ossessioni è possibile, ma di solito non significa farle sparire del tutto: significa imparare a dare loro meno potere, tollerarle senza doverle scaricare subito sugli altri o cercare conferme continue, e costruire una sicurezza interna più stabile. Questo può avvenire sia attraverso il lavoro riflessivo sia, in alcuni momenti del percorso, con strumenti più pratici: la scelta dipende dalla persona, dal momento e dall’orientamento terapeutico.
Un elemento fondamentale, che la invito a considerare, è proprio questo: portare apertamente in seduta i suoi dubbi sul percorso, la sensazione di stare solo “sfogandosi” e il timore di non vedere cambiamenti. Anche questo fa parte della terapia e può aiutare a chiarire obiettivi, tempi e modalità di lavoro, o eventualmente a valutare un diverso tipo di intervento più adatto alle sue esigenze attuali.
In sintesi: sì, è normale sentirsi scoraggiati dopo pochi mesi; sì, è possibile uscire dai meccanismi ossessivi; ma è importante che il percorso sia chiaro, condiviso e sentito come utile per lei. Per questo è consigliabile approfondire la sua situazione direttamente con uno specialista, che possa valutare nel dettaglio i suoi vissuti e orientare al meglio il trattamento.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la sua domanda è molto comprensibile e tocca aspetti centrali del lavoro psicologico.
È vero: il percorso terapeutico è per sua natura graduale e, soprattutto nei primi mesi, può dare la sensazione di “non muoversi”, anche quando in realtà si stanno ponendo le basi del cambiamento. Le ossessioni, i pensieri intrusivi e il bisogno di rassicurazione (ad esempio dire tutto al partner per abbassare l’ansia o la rabbia interna) sono meccanismi molto comuni e, pur dando un sollievo momentaneo, nel lungo periodo rischiano di mantenere il circolo dell’insicurezza e dell’ansia.
Il fatto che la sua psicologa non le dia indicazioni rigide del tipo “fai questo o fai quello” non significa necessariamente che il percorso non sia valido. Alcuni approcci lavorano prima sulla consapevolezza, sull’autostima, sul significato dei pensieri e sul rapporto con il controllo, perché senza queste basi gli “esercizi” rischiano di diventare un altro modo per combattere o controllare l’ossessione. Detto questo, è altrettanto legittimo che lei senta il bisogno di maggiore concretezza e di capire meglio dove state andando.
Uscire dalle ossessioni è possibile, ma di solito non significa farle sparire del tutto: significa imparare a dare loro meno potere, tollerarle senza doverle scaricare subito sugli altri o cercare conferme continue, e costruire una sicurezza interna più stabile. Questo può avvenire sia attraverso il lavoro riflessivo sia, in alcuni momenti del percorso, con strumenti più pratici: la scelta dipende dalla persona, dal momento e dall’orientamento terapeutico.
Un elemento fondamentale, che la invito a considerare, è proprio questo: portare apertamente in seduta i suoi dubbi sul percorso, la sensazione di stare solo “sfogandosi” e il timore di non vedere cambiamenti. Anche questo fa parte della terapia e può aiutare a chiarire obiettivi, tempi e modalità di lavoro, o eventualmente a valutare un diverso tipo di intervento più adatto alle sue esigenze attuali.
In sintesi: sì, è normale sentirsi scoraggiati dopo pochi mesi; sì, è possibile uscire dai meccanismi ossessivi; ma è importante che il percorso sia chiaro, condiviso e sentito come utile per lei. Per questo è consigliabile approfondire la sua situazione direttamente con uno specialista, che possa valutare nel dettaglio i suoi vissuti e orientare al meglio il trattamento.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, è presto per scendere a conclusioni. Apprezzo il lavoro che sta svolgendo la collega. I suoi sintomi e ciò che prova si sono creati e stabilizzati nell'arco di molti anni, pochi mesi di terapia non possono cambiare il suo modo di vivere la relazione di coppia immediatamente, e si non si arriva all'obiettivo necessariamente tramite esercizi pratici. In un percorso di questo tipo il professionista permette al paziente tramite l'utilizzo di tecniche quella riflessione e consapevolezza che altrimenti sarebbe assente o insufficiente e questa poi nel tempo produce cambiamenti.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello
Buongiorno,
si affidi alla collega e soprattutto si dia tempo. La psicoterapia è un processo lungo e tortuoso ma che alla fine, se ci si sarà messi in gioco porterà i suoi frutti.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
si affidi alla collega e soprattutto si dia tempo. La psicoterapia è un processo lungo e tortuoso ma che alla fine, se ci si sarà messi in gioco porterà i suoi frutti.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buongiorno, il percorso psicoterapeutico è spesso lungo e caratterizzato da piccoli miglioramenti non necessariamente graduali. Il mio parere è che quel che le riporta la sua psicoterapeuta non è sbagliato, anzi la sta sostenendo in un percorso di conoscenza di se'. Gli "esercizi" in linea generale sono parte di un percorso psicoterapeutico di altro indirizzo. Il mio suggerimento può essere di parlarne nuovamente con la sua terapeuta così come ha fatto su questo messaggio e poi ascoltarsi e sentire se ha fiducia in questo percorso e relazione con il terapeuta oppure qualcosa non le sta permettendo di affidarsi. Un caro saluto. Dott.ssa Alessandra Domigno
Buona sera. Gli esercizi sono delle strategie psicoeducative che aiutano ad affrontare una difficoltà, aiutano ad uscire dal senso di incapacità rispetto ad una situazione, portando efficacia. La consapevolezza è un processo, ha a che fare con la comprensione di se o parte di stessi e non si basa solo sugli esercizi. È un percorso dinamico.
Fossi in lei, riporterei quanto ha condiviso qui con la sua terapeuta. Probabilmente avete bisogno di un confronto, lei di farsi capire di più comunicando con la terapeuta.
Un cordiale saluto, dottoressa Teresita Forlano
Fossi in lei, riporterei quanto ha condiviso qui con la sua terapeuta. Probabilmente avete bisogno di un confronto, lei di farsi capire di più comunicando con la terapeuta.
Un cordiale saluto, dottoressa Teresita Forlano
Gentile utente, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità i suoi dubbi. Quello che sta vivendo, ovvero la sensazione di 'non muoversi di un passo' nonostante l'impegno, è una fase molto frequente, e per certi versi fisiologica, nei primi mesi di un percorso psicologico. Il suo bisogno di 'buttare fuori' i pensieri con il partner e la rabbia che prova, possono descrivere il funzionamento del pensiero intrusivo e la necessità di confrontarsi con l'altro per una forma di 'scarico' o di richiesta di rassicurazione.
Riguardo agli 'esercizi' pratici esistono diversi approcci terapeutici. Alcuni sono direttivi (danno compiti e tecniche), altri lavorano più sulla consapevolezza delle risorse personali. Non esiste una via univoca, ma è fondamentale che lei senta che il metodo scelto sia sostenibile per lei. Il fatto che lei stia mettendo in discussione il processo indica che desidera profondamente stare meglio. Le consiglio di parlarne apertamente con la sua psicologa nella prossima seduta, poichè spesso questi sono i momenti in cui la terapia fa il salto di qualità più importante.
Un cordiale saluto
Riguardo agli 'esercizi' pratici esistono diversi approcci terapeutici. Alcuni sono direttivi (danno compiti e tecniche), altri lavorano più sulla consapevolezza delle risorse personali. Non esiste una via univoca, ma è fondamentale che lei senta che il metodo scelto sia sostenibile per lei. Il fatto che lei stia mettendo in discussione il processo indica che desidera profondamente stare meglio. Le consiglio di parlarne apertamente con la sua psicologa nella prossima seduta, poichè spesso questi sono i momenti in cui la terapia fa il salto di qualità più importante.
Un cordiale saluto
Buongiorno, intanto la ringrazio per quanto ha condiviso e per aver portato la sua esperienza anche ad altre persone che potrebbero riconoscersi in quello che sta scrivendo. Immagino che ciò che sta provando sia complesso e faticoso in quanto spesso all'inizio di un percorso di terapia siano presenti delle aspettative rispetto al bisogno di percepire un miglioramento il prima possibile. La invito tuttavia a darsi il tempo di affrontare tutte queste tematiche ed a parlare con la sua terapeuta delle necessità che sente durante i colloqui di ricevere da lei una "maggiore guida": oltre a creare un clima di trasparenza e collaborazione tra voi ciò potrebbe permettervi di lavorare insieme sul significato che hanno questi bisogni nella sua storia di vita, e ciò potrebbe essere ancora più utile all'interno del suo percorso di comprensione di sè.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Valentina Cirelli
Cordiali saluti,
Dott.ssa Valentina Cirelli
caro signore,
è assolutamente normale che non ci siano stati cambiamenti significativi dopo soli 2 mesi. Le consiglierei di parlare con la sua psicologa dei dubbi in merito agli esercizi e valutare con lei un percorso che la colga nella sua complessità di persona. Dipende molto anche dall'approccio della terapeuta che, dalle sue parole, sembrerebbe di tipo cognitivo comportamentale. Le auguro di trovare presto la strada giusta verso il miglioramento della sua situazione
è assolutamente normale che non ci siano stati cambiamenti significativi dopo soli 2 mesi. Le consiglierei di parlare con la sua psicologa dei dubbi in merito agli esercizi e valutare con lei un percorso che la colga nella sua complessità di persona. Dipende molto anche dall'approccio della terapeuta che, dalle sue parole, sembrerebbe di tipo cognitivo comportamentale. Le auguro di trovare presto la strada giusta verso il miglioramento della sua situazione
Ogni percorso terapeutico è estremamente personale e quindi diverso da ogni altro, non si possono fare facilmente considerazioni sulla durata o l'efficacia. Porti i suoi dubbi in terapia, potrebbero diventare materiale su cui lavorare e addirittura migliorare il percorso. Detto questo, non serve a molto "litigare" con i propri pensieri per cambiarli, possiamo imparare a conviverci e gestirli per ciò che sono, semplicemente prodotti della nostra mente, senza necessariamente legami con la realtà.
Buonasera, come professionista e come persona capisco cosa intende e penso sia più che naturale sentire il bisogno di stare bene, il prima possibile e di avere delle soluzioni pratiche ai nostri problemi. Penso che una delle difficoltà sia proprio quella di darsi del tempo perchè la sofferenza psicologica che si manifesta attraverso le ossessioni può sicuramente migliorare, se trattata in modo adeguato: le tecniche possono aiutare ma, per quanto ho visto nella mia esperienza professionale, non penso siano sufficienti. E' difatti importante comprendere il significato del sintomo, significato che è diverso per ogni persona, e varia in base alla storia di vita, alle esperienze. A volte può essere utile anche una terapia farmacologica - parallelamente a quella psicoterapeutica - ma dipende da caso a caso
Comprendo quanto sia difficile tollerare la fatica di stare in un percorso in cui i passi si muovono lentamente e quanto sia complesso fidarsi ed affidarsi. Credo importante condividere con la psicoterapeuta queste questioni, come mi sembra stai facendo. Si tratta poi di darsi tempo nella relazione di psicoterapia. Buon percorso!
Buongiorno, riterrei molto utile che lei riferisse alla collega di questo messaggio pubblicato sulla bacheca domande miodottore. Aggiungo che la conferma che lei chiede in questa relazione, potrebbe cercare di risolvere alcune conferme mancate in altre relazioni.
Dott. Simone Festa
Dott. Simone Festa
Buonasera,
la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e sincerità ciò che sta vivendo. Da quanto descrive, emerge una sofferenza reale, faticosa, che riguarda sia il mondo dei pensieri sia quello delle emozioni e delle relazioni, e il fatto che lei abbia deciso di intraprendere un percorso psicologico è già un passo significativo e tutt’altro che scontato.
È comprensibile, dopo due o tre mesi di terapia, interrogarsi sull’andamento del percorso e chiedersi se “si stia andando da qualche parte”. In effetti non esiste un tempo standard per il miglioramento, soprattutto quando si lavora su insicurezze profonde, pensieri intrusivi e dinamiche relazionali intense. In molti casi, nelle fasi iniziali, il lavoro terapeutico non produce subito un sollievo sintomatico evidente, ma serve prima a creare uno spazio sicuro in cui dare senso a ciò che accade dentro di sé, riconoscere i meccanismi che alimentano la sofferenza e iniziare a osservarli con maggiore consapevolezza.
Lei descrive bene un circolo difficile: il pensiero intrusivo, l’aumento della tensione emotiva (rabbia, agitazione, senso di oppressione), il bisogno di esternare o cercare conferme, e infine l’ulteriore amplificazione del disagio quando non si sente compreso. Questo tipo di dinamica è molto frequente nei quadri ossessivi e nelle fragilità legate all’autostima e alla regolazione emotiva, e non è qualcosa che si “sblocca” semplicemente con la forza di volontà o con indicazioni pratiche immediate.
Rispetto al suo dubbio sugli “esercizi”, è importante chiarire che non tutti i percorsi terapeutici lavorano nello stesso modo. Alcuni approcci privilegiano tecniche più strutturate, altri puntano inizialmente su un lavoro di comprensione profonda del funzionamento interno della persona, del valore di sé, dei bisogni affettivi e delle modalità con cui si cercano rassicurazioni. Questo non significa che non sia possibile uscire dalle ossessioni senza esercizi, ma che il cambiamento, in questi casi, avviene spesso in modo più graduale e meno “visibile” nell’immediato, passando da una trasformazione del rapporto che si ha con i propri pensieri, più che dalla loro eliminazione diretta.
Il senso di scoraggiamento che prova merita ascolto e spazio all’interno della terapia stessa. È legittimo portare alla sua psicologa non solo i contenuti che la fanno soffrire, ma anche il dubbio di sentirsi “fermo”, la paura che il percorso sia solo uno sfogo e la necessità di capire meglio la direzione del lavoro. La terapia è anche un luogo in cui chiarire insieme obiettivi, aspettative e modalità, senza che questo metta in discussione la relazione terapeutica, anzi spesso la rafforza.
Un possibile indicatore che un percorso sta andando nella direzione giusta non è l’assenza dei pensieri o dei cali d’umore, ma una graduale maggiore capacità di riconoscerli, tollerarli e comprenderli, anche quando sono ancora presenti. Questo, però, richiede tempo, continuità e una certa fiducia nel processo, che può vacillare, soprattutto nei momenti di maggiore fatica.
In sintesi, sì: è possibile lavorare sulle ossessioni e sulla sicurezza di sé, ma il “come” e il “quando” variano molto da persona a persona. Il mio invito è a non restare solo con questi dubbi, ma a portarli apertamente in seduta, così che possano diventare parte del lavoro terapeutico stesso. Il fatto che lei se li stia ponendo è già, di per sé, un segnale di movimento e di consapevolezza.
Un saluto.
Fabio
la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e sincerità ciò che sta vivendo. Da quanto descrive, emerge una sofferenza reale, faticosa, che riguarda sia il mondo dei pensieri sia quello delle emozioni e delle relazioni, e il fatto che lei abbia deciso di intraprendere un percorso psicologico è già un passo significativo e tutt’altro che scontato.
È comprensibile, dopo due o tre mesi di terapia, interrogarsi sull’andamento del percorso e chiedersi se “si stia andando da qualche parte”. In effetti non esiste un tempo standard per il miglioramento, soprattutto quando si lavora su insicurezze profonde, pensieri intrusivi e dinamiche relazionali intense. In molti casi, nelle fasi iniziali, il lavoro terapeutico non produce subito un sollievo sintomatico evidente, ma serve prima a creare uno spazio sicuro in cui dare senso a ciò che accade dentro di sé, riconoscere i meccanismi che alimentano la sofferenza e iniziare a osservarli con maggiore consapevolezza.
Lei descrive bene un circolo difficile: il pensiero intrusivo, l’aumento della tensione emotiva (rabbia, agitazione, senso di oppressione), il bisogno di esternare o cercare conferme, e infine l’ulteriore amplificazione del disagio quando non si sente compreso. Questo tipo di dinamica è molto frequente nei quadri ossessivi e nelle fragilità legate all’autostima e alla regolazione emotiva, e non è qualcosa che si “sblocca” semplicemente con la forza di volontà o con indicazioni pratiche immediate.
Rispetto al suo dubbio sugli “esercizi”, è importante chiarire che non tutti i percorsi terapeutici lavorano nello stesso modo. Alcuni approcci privilegiano tecniche più strutturate, altri puntano inizialmente su un lavoro di comprensione profonda del funzionamento interno della persona, del valore di sé, dei bisogni affettivi e delle modalità con cui si cercano rassicurazioni. Questo non significa che non sia possibile uscire dalle ossessioni senza esercizi, ma che il cambiamento, in questi casi, avviene spesso in modo più graduale e meno “visibile” nell’immediato, passando da una trasformazione del rapporto che si ha con i propri pensieri, più che dalla loro eliminazione diretta.
Il senso di scoraggiamento che prova merita ascolto e spazio all’interno della terapia stessa. È legittimo portare alla sua psicologa non solo i contenuti che la fanno soffrire, ma anche il dubbio di sentirsi “fermo”, la paura che il percorso sia solo uno sfogo e la necessità di capire meglio la direzione del lavoro. La terapia è anche un luogo in cui chiarire insieme obiettivi, aspettative e modalità, senza che questo metta in discussione la relazione terapeutica, anzi spesso la rafforza.
Un possibile indicatore che un percorso sta andando nella direzione giusta non è l’assenza dei pensieri o dei cali d’umore, ma una graduale maggiore capacità di riconoscerli, tollerarli e comprenderli, anche quando sono ancora presenti. Questo, però, richiede tempo, continuità e una certa fiducia nel processo, che può vacillare, soprattutto nei momenti di maggiore fatica.
In sintesi, sì: è possibile lavorare sulle ossessioni e sulla sicurezza di sé, ma il “come” e il “quando” variano molto da persona a persona. Il mio invito è a non restare solo con questi dubbi, ma a portarli apertamente in seduta, così che possano diventare parte del lavoro terapeutico stesso. Il fatto che lei se li stia ponendo è già, di per sé, un segnale di movimento e di consapevolezza.
Un saluto.
Fabio
Buonasera i tempi di una psicoterapia fatta bene sono piuttosto lunghi ed i risultati non si vedono subito. Però mi sembra che Lei dovrebbe lavorare di più sulla rabbia che avverte specie quando non si sente visto o riconosciuto. Credo sia questo il canale giusto su cui muoversi Cordiali saluti odtt.ssa G.Elmo
Salve,
la domanda che pone è molto importante e tocca un punto centrale di molti percorsi psicologici: la differenza tra il desiderio di un cambiamento rapido e il tempo necessario perché alcuni meccanismi emotivi e relazionali possano trasformarsi in modo stabile.
In ottica sistemico-relazionale, i pensieri intrusivi, il bisogno di rassicurazione e i cambiamenti bruschi di umore non vengono letti solo come fenomeni “interni”, ma come parte di un sistema di relazioni. Il fatto che lei senta l’urgenza di esprimere subito ciò che prova al suo partner e di ricevere conferme crea una sorta di circolo per cui l’ansia porta alla richiesta di rassicurazione, la rassicurazione dà sollievo momentaneo, ma può involontariamente mantenere attivo il meccanismo nel lungo periodo. Accorgersi di questo non significa smettere di comunicare, ma imparare gradualmente a tollerare una parte di quell’emozione senza che diventi l’unico motore delle sue azioni.
È comprensibile che lei si aspetti indicazioni pratiche o “esercizi”. Alcuni approcci sono più direttivi, altri, come spesso accade nei percorsi a orientamento relazionale, lavorano maggiormente sulla consapevolezza, sul significato delle emozioni e sui modelli che si ripetono nelle relazioni. Questo non è un lavoro passivo, anche se può sembrare meno concreto nell’immediato, mira a costruire una comprensione più profonda che renda il cambiamento duraturo, non solo una gestione momentanea del sintomo.
Dopo due o tre mesi di terapia è frequente non percepire ancora miglioramenti evidenti sul piano dei sintomi. Spesso i primi segnali di progresso riguardano una maggiore capacità di riconoscere ciò che si prova, di nominare i propri stati interni e di osservare i propri schemi relazionali. Il fatto che lei si stia interrogando su questi meccanismi e li stia portando in terapia è già parte del processo.
Può essere molto utile condividere apertamente con la sua psicologa anche questo scoraggiamento e il bisogno di capire dove sta andando il percorso. Chiedere esplicitamente quali obiettivi state costruendo insieme, quali cambiamenti vi aspettate nel medio periodo e come monitorarli è un diritto del paziente e fa parte del lavoro terapeutico. La terapia è una collaborazione sinergica, parlare della terapia stessa spesso aiuta a renderla più efficace.
Sì, è possibile ridurre l’impatto delle ossessioni e sviluppare una maggiore sicurezza interna. È un processo che di solito combina consapevolezza, esperienza emotiva e nuovi modi di stare nelle relazioni. Se nel tempo sentirà che il percorso rimane fermo nonostante un confronto aperto, potrà sempre rivalutare insieme alla professionista l’approccio o gli strumenti utilizzati.
Il fatto che lei stia investendo energie per capire e prendersi cura del proprio funzionamento è già un passo significativo. Continui a portare in seduta dubbi, aspettative e frustrazioni: spesso è proprio lì che si aprono gli snodi più importanti del cambiamento.
Cordiali saluti.
la domanda che pone è molto importante e tocca un punto centrale di molti percorsi psicologici: la differenza tra il desiderio di un cambiamento rapido e il tempo necessario perché alcuni meccanismi emotivi e relazionali possano trasformarsi in modo stabile.
In ottica sistemico-relazionale, i pensieri intrusivi, il bisogno di rassicurazione e i cambiamenti bruschi di umore non vengono letti solo come fenomeni “interni”, ma come parte di un sistema di relazioni. Il fatto che lei senta l’urgenza di esprimere subito ciò che prova al suo partner e di ricevere conferme crea una sorta di circolo per cui l’ansia porta alla richiesta di rassicurazione, la rassicurazione dà sollievo momentaneo, ma può involontariamente mantenere attivo il meccanismo nel lungo periodo. Accorgersi di questo non significa smettere di comunicare, ma imparare gradualmente a tollerare una parte di quell’emozione senza che diventi l’unico motore delle sue azioni.
È comprensibile che lei si aspetti indicazioni pratiche o “esercizi”. Alcuni approcci sono più direttivi, altri, come spesso accade nei percorsi a orientamento relazionale, lavorano maggiormente sulla consapevolezza, sul significato delle emozioni e sui modelli che si ripetono nelle relazioni. Questo non è un lavoro passivo, anche se può sembrare meno concreto nell’immediato, mira a costruire una comprensione più profonda che renda il cambiamento duraturo, non solo una gestione momentanea del sintomo.
Dopo due o tre mesi di terapia è frequente non percepire ancora miglioramenti evidenti sul piano dei sintomi. Spesso i primi segnali di progresso riguardano una maggiore capacità di riconoscere ciò che si prova, di nominare i propri stati interni e di osservare i propri schemi relazionali. Il fatto che lei si stia interrogando su questi meccanismi e li stia portando in terapia è già parte del processo.
Può essere molto utile condividere apertamente con la sua psicologa anche questo scoraggiamento e il bisogno di capire dove sta andando il percorso. Chiedere esplicitamente quali obiettivi state costruendo insieme, quali cambiamenti vi aspettate nel medio periodo e come monitorarli è un diritto del paziente e fa parte del lavoro terapeutico. La terapia è una collaborazione sinergica, parlare della terapia stessa spesso aiuta a renderla più efficace.
Sì, è possibile ridurre l’impatto delle ossessioni e sviluppare una maggiore sicurezza interna. È un processo che di solito combina consapevolezza, esperienza emotiva e nuovi modi di stare nelle relazioni. Se nel tempo sentirà che il percorso rimane fermo nonostante un confronto aperto, potrà sempre rivalutare insieme alla professionista l’approccio o gli strumenti utilizzati.
Il fatto che lei stia investendo energie per capire e prendersi cura del proprio funzionamento è già un passo significativo. Continui a portare in seduta dubbi, aspettative e frustrazioni: spesso è proprio lì che si aprono gli snodi più importanti del cambiamento.
Cordiali saluti.
Gentile Utente, è comprensibile chiedersi dopo 2-3 mesi di terapia psicologica se sia normale non percepire ancora un cambiamento netto. Quando si lavora su insicurezza, pensieri intrusivi, bisogno di rassicurazioni e sbalzi d’umore nelle relazioni, il miglioramento è spesso graduale e non lineare.
Nelle fasi iniziali del percorso psicologico, l’obiettivo principale è aumentare la consapevolezza dei propri meccanismi mentali ed emotivi. Questo può farle sentire che “nulla sta cambiando”, mentre in realtà sta imparando a riconoscere come funzionano le sue ossessioni e perché cercano conferme esterne.
È possibile relazionarsi in modo funzionale ai ossessivi, ma richiede tempo, continuità e un lavoro profondo sul valore di sé e sulle dinamiche relazionali. Un segnale positivo non è l’assenza totale dei pensieri, ma una progressiva riduzione del loro impatto sul suo umore e sui suoi comportamenti. Può portare questi dubbi direttamente in seduta.
Un cordiale saluto, AM
Nelle fasi iniziali del percorso psicologico, l’obiettivo principale è aumentare la consapevolezza dei propri meccanismi mentali ed emotivi. Questo può farle sentire che “nulla sta cambiando”, mentre in realtà sta imparando a riconoscere come funzionano le sue ossessioni e perché cercano conferme esterne.
È possibile relazionarsi in modo funzionale ai ossessivi, ma richiede tempo, continuità e un lavoro profondo sul valore di sé e sulle dinamiche relazionali. Un segnale positivo non è l’assenza totale dei pensieri, ma una progressiva riduzione del loro impatto sul suo umore e sui suoi comportamenti. Può portare questi dubbi direttamente in seduta.
Un cordiale saluto, AM
Quello che descrivi è una domanda molto comune quando si inizia un percorso psicologico. Dopo 2–3 mesi è abbastanza normale non percepire ancora cambiamenti netti, soprattutto quando si lavora su insicurezza, pensieri intrusivi e dinamiche relazionali: spesso il lavoro iniziale serve proprio a comprendere meglio come funzionano questi meccanismi.
Il fatto che tu ti stia chiedendo se chiedere conferme al partner stia alimentando i pensieri è un’osservazione importante. In alcune situazioni cercare rassicurazioni può dare sollievo momentaneo, ma a lungo andare può mantenere il ciclo dei pensieri. Proprio per questo molti terapeuti non danno “istruzioni rigide”, ma aiutano la persona a sviluppare consapevolezza e nuovi modi di stare con ciò che prova.
Uscire dalle ossessioni e acquisire più sicurezza è possibile, ma di solito è un processo graduale. Un buon segnale è quando in seduta riesci a parlare anche dei dubbi sul percorso, proprio come stai facendo qui. Potrebbe essere utile condividere apertamente con la tua psicologa il timore di non stare facendo progressi e chiedere insieme quali cambiamenti aspettarsi nel tempo.
Il fatto che tu stia riflettendo su queste dinamiche è già parte del lavoro terapeutico.
Cordialmente,
Dott. Davide Lanfranchi
Il fatto che tu ti stia chiedendo se chiedere conferme al partner stia alimentando i pensieri è un’osservazione importante. In alcune situazioni cercare rassicurazioni può dare sollievo momentaneo, ma a lungo andare può mantenere il ciclo dei pensieri. Proprio per questo molti terapeuti non danno “istruzioni rigide”, ma aiutano la persona a sviluppare consapevolezza e nuovi modi di stare con ciò che prova.
Uscire dalle ossessioni e acquisire più sicurezza è possibile, ma di solito è un processo graduale. Un buon segnale è quando in seduta riesci a parlare anche dei dubbi sul percorso, proprio come stai facendo qui. Potrebbe essere utile condividere apertamente con la tua psicologa il timore di non stare facendo progressi e chiedere insieme quali cambiamenti aspettarsi nel tempo.
Il fatto che tu stia riflettendo su queste dinamiche è già parte del lavoro terapeutico.
Cordialmente,
Dott. Davide Lanfranchi
Gentile utente,
non so di che orientamento sia la terapeuta che ti ha preso in carico, ma sicuramente per la tua situazione è indicata la terapia cognitivo comportamentale. Considera però che, in ogni caso, il percorso di psicoterapia non è finalizzato ad avere indicazioni su come risolvere delle cose ma è una ricerca condivisa delle soluzioni che meglio si addicono a come è fatta la persona. Quindi, nel tuo caso specifico, ti consiglierei di esporre i tuoi leciti dubbi alla collega chiedendole di potervi concentrare sui pensieri intrusivi per poter trovare delle strategie che ti aiutino a gestirli e poi sicuramente sarà altrettanto importante lavorare sull'impulso della rabbia che senti molto forte.
Giustamente come dici tu, non c'è un tempo predefinito per il miglioramento ma sicuramente col giusto approccio si può riuscire a lavorare bene ed efficacemente sui temi che hai citato.
non so di che orientamento sia la terapeuta che ti ha preso in carico, ma sicuramente per la tua situazione è indicata la terapia cognitivo comportamentale. Considera però che, in ogni caso, il percorso di psicoterapia non è finalizzato ad avere indicazioni su come risolvere delle cose ma è una ricerca condivisa delle soluzioni che meglio si addicono a come è fatta la persona. Quindi, nel tuo caso specifico, ti consiglierei di esporre i tuoi leciti dubbi alla collega chiedendole di potervi concentrare sui pensieri intrusivi per poter trovare delle strategie che ti aiutino a gestirli e poi sicuramente sarà altrettanto importante lavorare sull'impulso della rabbia che senti molto forte.
Giustamente come dici tu, non c'è un tempo predefinito per il miglioramento ma sicuramente col giusto approccio si può riuscire a lavorare bene ed efficacemente sui temi che hai citato.
Le suggerisco di portare esattamente questo in seduta — quello che ha scritto qui. Può dire alla sua psicologa ciò che sente e come percepisce la terapia in questo periodo.
Buonasera. La ringrazio per essere tornata a condividere i Suoi dubbi e la Sua fatica. È un atto di grande onestà riconoscere quel senso di scoraggiamento che emerge quando, dopo mesi di impegno e sedute settimanali, ci si ritrova ancora a lottare con quella "rabbia nel petto" e con l'urgenza di chiedere conferme. Validare il Suo vissuto significa dirLe che è perfettamente normale sentirsi così: la terapia non è un percorso lineare, ma un processo faticoso che spesso attraversa fasi di apparente stasi prima di produrre cambiamenti visibili.
Inquadrando la Sua situazione attraverso la prospettiva di Diego Napolitani, potremmo dire che le Sue ossessioni e il Suo bisogno di "buttare fuori" tutto al partner sono espressioni della Sua identità formata nelle insicurezze. Lei cerca nel Suo ragazzo quello specchio che non riesce ancora a trovare in se stessa. Tuttavia, quando Lei chiede conferme per placare l'ansia, sta involontariamente nutrendo il meccanismo ossessivo: il sollievo che prova è solo temporaneo, come un farmaco che calma il dolore senza curare la ferita, e la rende sempre più dipendente dal giudizio esterno per sentirsi "giusta".
La differenza tra sfogo e trasformazione
È comprensibile che Lei si senta frustrata dal non ricevere un "fai questo" o "fai quello". La Sua psicologa, probabilmente, sta cercando di evitare di diventare l'ennesima figura a cui Lei chiede una "conferma" o una ricetta preconfezionata. Se lei Le desse degli esercizi mentali rigidi, correrebbe il rischio di fornirLe nuove "stampelle" per camminare, mentre l'obiettivo di un percorso psicodinamico e relazionale è insegnarLe a stare sulle Sue gambe, anche quando il terreno sembra tremare.
La cura passa per la matrice relazionale: il fatto che Lei ragioni su quanto vale e sulla scelta che il Suo ragazzo ha fatto su di Lei serve a ricostruire un'immagine di sé più solida. Ma capisco che, nella pratica quotidiana, il "ragionare" sembri non bastare contro la forza d'urto di un pensiero intrusivo.
Come capire se il percorso sta funzionando?
Uscire dalle ossessioni e acquisire consapevolezza senza "esercizi" è possibile, ma richiede un cambio di paradigma: non si tratta di eliminare il pensiero, ma di cambiare il Suo rapporto con esso. Ecco alcuni segnali che, nel tempo, Le faranno capire che si sta muovendo:
L'aumento del tempo di attesa: Non si aspetti di smettere di avere pensieri contorti da un giorno all'altro. Il primo segnale di miglioramento è quando, tra l'insorgere del pensiero e l'urgenza di dirlo al Suo ragazzo, riesce a inserire anche solo cinque minuti di attesa. Quel piccolo spazio è l'inizio della Sua libertà.
La tolleranza del "non sapere": Inizierà a guarire quando riuscirà a stare con il dubbio ("E se fosse così?") senza doverlo risolvere immediatamente con una domanda al partner.
La consapevolezza della rabbia: Invece di esplodere o chiudere la rabbia nel petto, inizierà a osservarla come un segnale: "Ecco, la mia insicurezza sta bussando di nuovo". Nominare l'emozione invece di agirla è un passo gigante.
Tre mesi sono un tempo ancora breve per scardinare strutture identitarie profonde. La "pratica" della sicurezza non è un esercizio che si fa a casa, ma è la capacità di portare in seduta proprio questo Suo scoraggiamento.
Provi a dire alla Sua psicologa esattamente quello che ha scritto qui: "Sento che non mi sono mossa di un passo e che mi sfogo soltanto". Questa è la "materia prima" più preziosa per il lavoro terapeutico, perché sposta l'attenzione dai pensieri intrusivi alla relazione tra Lei e la cura. È in quel dialogo sincero sulla Sua frustrazione che inizierà a costruire la vera sicurezza.
Il Suo ragazzo Le consiglia di "buttare fuori", ma ricordi che il partner non può essere il Suo terapeuta; sovraccaricarlo di richieste di conferma rischia di trasformare la relazione in un tribunale dove Lei è costantemente sotto processo. La direzione è imparare a contenere gradualmente quella "rabbia nel petto" all'interno dello spazio protetto della seduta, lasciando che il rapporto di coppia torni a essere un luogo di condivisione e non di scarico dell'ansia.
Cordialità
DottssaGiovanna Costanzo.
Inquadrando la Sua situazione attraverso la prospettiva di Diego Napolitani, potremmo dire che le Sue ossessioni e il Suo bisogno di "buttare fuori" tutto al partner sono espressioni della Sua identità formata nelle insicurezze. Lei cerca nel Suo ragazzo quello specchio che non riesce ancora a trovare in se stessa. Tuttavia, quando Lei chiede conferme per placare l'ansia, sta involontariamente nutrendo il meccanismo ossessivo: il sollievo che prova è solo temporaneo, come un farmaco che calma il dolore senza curare la ferita, e la rende sempre più dipendente dal giudizio esterno per sentirsi "giusta".
La differenza tra sfogo e trasformazione
È comprensibile che Lei si senta frustrata dal non ricevere un "fai questo" o "fai quello". La Sua psicologa, probabilmente, sta cercando di evitare di diventare l'ennesima figura a cui Lei chiede una "conferma" o una ricetta preconfezionata. Se lei Le desse degli esercizi mentali rigidi, correrebbe il rischio di fornirLe nuove "stampelle" per camminare, mentre l'obiettivo di un percorso psicodinamico e relazionale è insegnarLe a stare sulle Sue gambe, anche quando il terreno sembra tremare.
La cura passa per la matrice relazionale: il fatto che Lei ragioni su quanto vale e sulla scelta che il Suo ragazzo ha fatto su di Lei serve a ricostruire un'immagine di sé più solida. Ma capisco che, nella pratica quotidiana, il "ragionare" sembri non bastare contro la forza d'urto di un pensiero intrusivo.
Come capire se il percorso sta funzionando?
Uscire dalle ossessioni e acquisire consapevolezza senza "esercizi" è possibile, ma richiede un cambio di paradigma: non si tratta di eliminare il pensiero, ma di cambiare il Suo rapporto con esso. Ecco alcuni segnali che, nel tempo, Le faranno capire che si sta muovendo:
L'aumento del tempo di attesa: Non si aspetti di smettere di avere pensieri contorti da un giorno all'altro. Il primo segnale di miglioramento è quando, tra l'insorgere del pensiero e l'urgenza di dirlo al Suo ragazzo, riesce a inserire anche solo cinque minuti di attesa. Quel piccolo spazio è l'inizio della Sua libertà.
La tolleranza del "non sapere": Inizierà a guarire quando riuscirà a stare con il dubbio ("E se fosse così?") senza doverlo risolvere immediatamente con una domanda al partner.
La consapevolezza della rabbia: Invece di esplodere o chiudere la rabbia nel petto, inizierà a osservarla come un segnale: "Ecco, la mia insicurezza sta bussando di nuovo". Nominare l'emozione invece di agirla è un passo gigante.
Tre mesi sono un tempo ancora breve per scardinare strutture identitarie profonde. La "pratica" della sicurezza non è un esercizio che si fa a casa, ma è la capacità di portare in seduta proprio questo Suo scoraggiamento.
Provi a dire alla Sua psicologa esattamente quello che ha scritto qui: "Sento che non mi sono mossa di un passo e che mi sfogo soltanto". Questa è la "materia prima" più preziosa per il lavoro terapeutico, perché sposta l'attenzione dai pensieri intrusivi alla relazione tra Lei e la cura. È in quel dialogo sincero sulla Sua frustrazione che inizierà a costruire la vera sicurezza.
Il Suo ragazzo Le consiglia di "buttare fuori", ma ricordi che il partner non può essere il Suo terapeuta; sovraccaricarlo di richieste di conferma rischia di trasformare la relazione in un tribunale dove Lei è costantemente sotto processo. La direzione è imparare a contenere gradualmente quella "rabbia nel petto" all'interno dello spazio protetto della seduta, lasciando che il rapporto di coppia torni a essere un luogo di condivisione e non di scarico dell'ansia.
Cordialità
DottssaGiovanna Costanzo.
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