Non ho mai avuto problemi intestinali fino al 2012, poi sono iniziati frequenti problemi intestinali

Non ho mai avuto problemi intestinali fino al 2012, poi sono iniziati frequenti problemi intestinali che sfociavano in veri e propri crampi e diarrea. Sono andato dal medico che mi ha prescritto delle analisi del sangue. Non sono risultato essere celiaco e secondo il mio medico era solo stress (in quel periodo stavo avendo una relazione alquanto turbolenta e stressante). Mi sono trovato ad avere mal di pancia mentre ero in giro nel week end con amici e sono letteralmente scappato a casa. Poi una volta in una riunione di lavoro. Poi un'altra volta lontano da casa e sono dovuto andare nel bagno di una pizzeria. Questi casi di mal di pancia, a poco a poco mi hanno spinto a non allontanarmi troppo da casa, ad evitare posti senza bagni vicini, ad informarmi prima di uscire dei bagni pubblici nelle vicinanze, a prendere su sempre la mia macchina per essere pronto a fuggire in caso di necessità. E per finire a vivere con due compresse di Imodium sempre nel portafoglio. Tutta una serie di accorgimenti che mi sono entrati nella testa. A distanza di 7 anni di vita così ho fatto un test sui cibi e sono risultato intollerante a formaggi e latticini (ne mangiavo praticamente tutti i giorni). Come per magia, eliminandoli dalla dieta, i problemi intestinali si sono ridotti del 90%. Il problema nella mia testa invece è rimasto uguale a prima e io continuo a vivere con stress uscite ecc tanto a volte da farmi venire davvero per l'ansia il mal di pancia al pensiero. So che è tutto nella mia testa ma non so come uscirne e questo problema mi sta davvero danneggiando l'esistenza. Vorrei tornare a godermi le uscite in maniera spensierata come 10 anni fa. Grazie in anticipo per le risposte

25 risposte


Salve, mi spiace molto per la situazione ed il disagio espresso. Comprendo quanto possa essere difficile per lei convivere con questa situazione da lei riportata. Ritengo fondamentale che lei intraprenda un percorso psicologico per indagare cause origini e fattori di mantenimento dei suoi sintomi e trovare strategie utili per fronteggiare le situazioni particolarmente problematiche onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente. Sarebbe opportuno inoltre cercare di ritagliarsi uno spazio per elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi alla situazione da lei riportata ed affrontare gli schemi di mantenimento del problema ossia correlati agli evitamenti che lei mette in atto per evitare insorgere del disturbo ma che, al contempo, sono dannosi poiché compromettono l'intero funzionamento sociale, interpersonale e familiare. Cordialmente, dott FDL

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Salve, comprendo il disagio manifestato. Le consiglio di rivolgersi ad un professionista per comprendere i meccanismi di attivazione e mantenimento dello stato ansioso ed evitarne la cronicizzazione al fine di non invalidare ulteriormente la sua qualità di vita. Un caro saluto


Gentile Utente, mi dispiace molto per il disagio che ha riportato. Immagino quanto tempo e quante energie Lei abbia investito dal 2012 ad oggi per fronteggiare il problema descritto e ritengo assolutamente comprensibile una reazione che fatica a contenere nonostante riferisce di aver individuato la causa organica e risolto la maggior parte delle sue difficoltà legate al sintomo. Davanti ad un'esigenza così influente nella sua vita, ha fatto tutto ciò che era in suo potere per gestire le conseguenze e il fatto che sia qui a formulare la sua richiesta, denota come abbia anche intuito il supporto di cui avrebbe bisogno adesso. Resto pertanto a sua disposizione, dott.ssa Valentina Cecchi


Buonasera, penso che al momento attuale, rivolgersi ad uno psicologo potrebbe esserle di aiuto per fare chiarezza e avere maggiore comprensione del periodo e della difficoltà che sta vivendo. Qualora volesse, sono a disposizione. Un saluto, Dott. Alessandro D'Agostini


Gentile Signore dalla lettura delle sua nota emerge molto chiaro il suo disagio per le conseguenze di un disturbo legato al suo organismo. Sicuramente un consulto con uno psicoterapeuta è una buona opportunità per valutare con attenzione gli aspetti emotivi legati a questa situazione. Sulla base degli elementi che condivide, sembra che possa essere una buona possibilità valutare un lavoro sugli aspetti psicologici ma questa ipotesi va confermata tramite una valutazione fatta da uno psicoterapeuta. Solitamente le psicoterapie riescono a modificare gli equilibri e pertanto sembrano poter modificare alcuni dei comportamenti che narra ma le ripeto che i risultati si possono valutare solo alla fine del lavoro in quanto sono influenzati da molte variabili. Certamente potrà trovare uno specialista fra quelli presenti in questo sito che saprà fornirle le indicazioni che chiede. Un cordiale saluto


Salve, mi dispiace per la situazione che al momento sta vivendo. Ha ben chiari gli obiettivi, credo che sia arrivata l'ora di di intraprendere un percorso psicologico per raggiungerli. Buona giornata. Dott. Fior


Salve. È importante che abbia individuato la causa del suo problema, adesso bisogna affrontare i condizionamenti che questa situazione le ha lasciato. Un percorso psicoterapeutico può aiutarla ad avere fiducia in se stesso e pian piano a recuperare la serenità che è venuta meno a causa del disturbo. Sono disponibile per approfondimenti. Distinti saluti


Gentile utente, il suo desiderio di ritornare alla vita di 10 anni fa può essere un buon trampolino di lancio per iniziare un percorso psicologico. Ha mai pensato di iniziarlo? saluti


Salve, intraprenda con fiducia un lavoro di psicoterapia, per esplorare le sue ansie e ricominciare a vivere le sue esperienze con autenticità, insomma liberamente. Un caro saluto


Salve, la ringrazio per aver utilizzato questo portale per porre la sua questione. Il disagio che sta vivendo merita di approfondimento. Non è possibile dare risposte generiche, ogni sintomo è collegato e nasce all’interno di una storia di vita del tutto personale e unica. Sicuramente il punto è come mai lei viva in una condizione di allarme nonostante la sua situazione intestinale. Quello che le posso suggerire è di fare una scelta su di sé, cioè prendersi cura di ciò che le accade. La direzione l'ha già intravista, ovvero quello di farsi accompagnare in questo momento difficile da uno psicologo/a. Un buon percorso di psicoterapia in genere migliora la condizione di disagio che ci ha descritto e permette di valutare come proseguire per rimettere in moto la propria esistenza in una direzione più soddisfacente. Se ha necessità di approfondimento non esiti a contattarmi o scrivermi. Qualora decidesse di fare un percorso psicologico le sedute possono avvenire anche online. Un saluto Dott.ssa Camilla Ballerini


Buonasera I disturbi psicosomatici che lei descrive possono essere affrontati in terapia attraverso un lavoro di mentalizzazione degli stati somatici . Resto a sua disposizione per ulteriori chiarimenti. Saluti Dott.ssa Claudia Castellani


Buonasera le consiglio di intraprendere un percorso psicologico per comprendere le cause che le generano l'ansia e per riuscire a riprendere la sua vita uscendo tranquillamente di casa senza preoccuparsi. Rimango a disposizione. Dott.ssa Francesca Ghislanzoni - Psicologa


Buongiorno, mi dispiace per il disagio che sta vivendo da diverso tempo. Capire il problema medico non l'ha aiutata nel risolvere le ansie rispetto alle uscite fuori casa. Le consiglio di andare a fondo per capire se dietro ci siano altre motivazioni, legate a eventi che sta vivendo o ha vissuto (accennava di una rela difficile). L'aiuto di un professionista può essere utile per affrontare insieme il problema con tecniche mirate. Tali tecniche (es, Mindfulness, tecniche di respirazione, visualizzazioni guidate...)servono per ritornare gradualmente ad esporsi alle situazioni che creano ansia. Resto a disposizione, dott.ssa Giovanna Volpe


Buongiorno e grazie per aver condiviso con noi la sua situazione. Capisco il disagio che la situazione possa averle provocato e capisco che questo possa averle lasciato degli strascichi psicologici spiacevoli. Penso che la cosa migliore che possa fare sia quella di ritagliarsi uno spazio in cui ascoltarsi ed in cui sentirsi ascoltato al fine di cercare di avere una comprenione più profonda dei suoi vissuti e del suo sentire al fine di tornare più pienamente padrone della sua vita. Qualora lo desiderasse resto a sua disposizione anche per dei colloqui online. Cordialmente, dott. Andrea Brumana


Buongiorno, dal punto di vista organico il suo problema si è in gran parte risolto. Il pemanere dello stato ansioso denuncia la componente psicologica. Del resto corpo e mente sono strettamente intrecciati in tutte le loro manifestazioni. Potrebbe pensare di intraprendere un percorso su di sè per mettersi in contatto più profondo con la parte di lei che esprime disagio nelle uscite. Quella parte ha le sue ragioni e va ascoltata e compresa. Inoltre, che cosa è accaduto 10 anni fa che ha cambiato la sua esistenza? Le auguro il meglio e resto a sua disposizione, anche online Dott.ssa Franca Vocaturi


Buongiorno, ho letto la sua domanda e prendo atto della sua richiesta; rispetto a ciò bisognerebbe approfondire la situazione per poter dare una risposta più nello specifico. Per tale ragione la inviterei a prendere un appuntamento. Le auguro il meglio e resto a disposizione Dott.ssa Mazzoleni Benedetta


Buongiorno, a volte i sintomi psicosomatici risultano quelli meno spiegabili. Mi sembra che ci siano i presupposti per iniziare un percorso e dar voce e valore alla sua sofferenza. Resto a disposizione, anche online. Dott.ssa Costanza Zanini


Salve, grazie per aver condiviso i suoi pensieri qui. Concordo con i colleghi che le hanno suggerito di rivolgersi ad un professionista. L'attivazione di un percorso le sarebbe utile per comprendere le difficoltà che sta vivendo e affrontarle. Resto a disposizione, Dott.ssa Virginia Mancori


Buongiorno, quello che descrive come il problema nella sua testa è un problema molto comune tra gli esseri umani ed è comprensibile che sia ancora presente, vista la sua storia. Un percorso di psicoterapia può permettere di ottenere una conoscenza più approfondita di come nasce tale difficoltà e di quali siano le modalità e le strategie più efficaci per imparare a gestire e ridurre l'intensità dell'ansia. Resto a disposizione!


Gentile utente, comprendo il disagio che questa situazione le provoca. Immagino che lo stato di allerta che l'ha caratterizzato per diversi anni si sia fortemente radicato dentro di lei, per cui continua ad essere presente nonostante da un punto di vista organico lei abbia risolto le sue problematiche. Le consiglierei di rivolgersi ad un professionista che possa aiutarlo ad uscire da quest'aspirale di pensieri e stati d'animo che la tengono ancora legato a dinamiche oramai passate. Dott.ssa Anna Asia Forino


Buongiorno, Per lavorare sull'ansia l'unica soluzione è intraprendere un percorso con un collega. Dott. Marco Cenci


Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità la sua esperienza. Quello che descrive è qualcosa che in psicologia cognitivo-comportamentale si conosce molto bene: un disturbo d’ansia legato alle situazioni sociali, che ha finito per intrecciarsi nel tempo con sintomi fisici reali e debilitanti, generando una spirale difficile da interrompere. Ed è importante dirle subito che no, non è “tutto nella sua testa” nel senso che a volte si attribuisce a questa espressione. È nella mente, sì, ma nel senso che c’è un meccanismo ben preciso che mantiene e rafforza questa paura, e che può essere modificato. Quindi sì, c'è una strada per uscirne. Lei ha vissuto, inizialmente, dei sintomi fisici reali e acuti, che sono comparsi in un periodo di forte stress. Il nostro intestino, lo sappiamo oggi con maggiore chiarezza rispetto al passato, è strettamente legato alle emozioni: è una parte viva e sensibile del nostro sistema nervoso. Quando si è esposto a situazioni sociali stressanti o ansiogene, il suo corpo ha reagito con questi sintomi, e la mente ha cominciato ad associare quei luoghi, quelle circostanze, a qualcosa di pericoloso. Di fronte al ripetersi di questi episodi, ha fatto quello che ogni essere umano farebbe per proteggersi: ha iniziato ad evitare, a cercare soluzioni, a costruirsi una zona di sicurezza. Il problema è che, nel farlo, ha involontariamente rafforzato l’idea che quei luoghi fossero davvero pericolosi. E ogni evitamento ha confermato alla sua mente che c'era qualcosa da temere. Poi, con il tempo, è arrivata anche una spiegazione biologica: l’intolleranza ai latticini. La riduzione drastica dei sintomi fisici dopo averli eliminati è un dato importante, che ha permesso di ristabilire in parte il controllo. Ma come spesso accade, la mente ha ormai costruito un’associazione automatica tra l’idea dell’uscita, del luogo sconosciuto o distante da casa, e la possibilità di stare male. È questo l’aspetto centrale su cui, con un percorso cognitivo-comportamentale, si può lavorare. Uno degli strumenti principali in questi casi è l’esposizione graduale. Si tratta di un processo in cui, a piccoli passi e con supporto, ci si riavvicina a quelle situazioni che oggi la sua mente vive come minacciose. Non si tratta di “buttarsi” in qualcosa che fa paura, ma di allenarsi, un passo alla volta, a tollerare il disagio e a rimettere in discussione l’associazione automatica tra luogo pubblico e malessere. L’obiettivo è che la sua mente impari, attraverso l’esperienza, che quei luoghi non sono pericolosi, che il suo corpo può reagire in modi diversi, e che lei ha molte più risorse di quelle che l’ansia le sta lasciando vedere. Parallelamente, è molto utile imparare a lavorare sui pensieri anticipatori. Lei racconta che spesso è il pensiero stesso dell’uscita o del possibile malessere a farle venire l’ansia e il mal di pancia. In questi casi, identificare quei pensieri, valutarli e imparare a sostituirli con interpretazioni alternative è una parte fondamentale del lavoro terapeutico. La mente spesso ci racconta storie in automatico: “E se sto male? E se non trovo un bagno? E se mi vergogno?” Il punto non è convincersi che non succederà nulla, ma sviluppare un nuovo dialogo interno, più realistico, più gentile, meno catastrofico. Infine, il suo desiderio di tornare a vivere con spensieratezza è un obiettivo legittimo e realizzabile. Le sue emozioni sono comprensibili e umane. E ha già fatto un grande passo: ha riconosciuto il problema, ha iniziato a comprendere i meccanismi che lo mantengono, e si sta attivando per affrontarlo. Non è una battaglia da fare da solo. Se può, si rivolga a uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale che possa guidarla in questo processo, anche attraverso esercizi pratici, tecniche di rilassamento, lavoro sull'autoefficacia. Non è debole, né esagerato. È umano, e merita di tornare a vivere con serenità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


Capisco molto bene quanto questa situazione le stia pesando: lei ha vissuto anni in cui il corpo e la mente erano costantemente in allerta, e anche se la causa fisica dei sintomi — l’intolleranza ai latticini — è stata individuata e corretta, la “memoria” dell’ansia è rimasta. Questo è un fenomeno molto comune: il cervello, dopo anni di esperienze stressanti in cui il mal di pancia era collegato a uscite, riunioni o momenti lontano da casa, associa ancora quelle situazioni al pericolo. Così, anche se il corpo oggi non reagisce più come prima, la mente continua a evocare la sensazione di minaccia e attiva la risposta ansiosa, spesso con sintomi intestinali “psicosomatici”. Non si tratta di debolezza o di immaginazione: è una forma di condizionamento che si è costruita nel tempo, e il fatto che lei abbia già compreso che “il problema nella testa” è un passo enorme. Il percorso per uscire da questa condizione consiste proprio nel disinnescare questo condizionamento: riassociare le uscite e i momenti lontano da casa a esperienze sicure, graduali, senza che la mente anticipi il panico. Un approccio pratico può essere strutturato su tre linee: innanzitutto, esposizione graduale: cominciare con brevi uscite, magari in posti dove sa che può sentirsi tranquillo, e aumentare progressivamente la distanza e la durata, senza giudicare le eventuali sensazioni di ansia che emergono. In secondo luogo, strategie di regolazione dell’ansia, come respirazione lenta e diaframmatica, esercizi di grounding o visualizzazioni di sicurezza: servono a “spegnere” la reazione automatica del corpo e a riportare il controllo. Infine, lavoro cognitivo sulle convinzioni, cioè osservare i pensieri automatici che anticipano il panico (“Se esco, avrò il mal di pancia e sarà un disastro”) e sostituirli con pensieri realistici, step by step, sostenuti dall’esperienza concreta che ormai il corpo non reagisce più come prima. Se vuole, possiamo costruire insieme un percorso personalizzato, pensato proprio per lei: un programma graduale di ri-esposizione, esercizi di controllo dell’ansia, strategie per disinnescare le associazioni automatiche tra uscita e panico. Lo scopo sarebbe ridare libertà e piacere alle uscite, passo dopo passo, fino a tornare a godersi la vita come prima, senza che l’ansia condizionali ogni decisione. Saluti


La ringrazio per la condivisione, sua esperienza è molto comprensibile. All’inizio c’è stato un problema intestinale reale, amplificato da uno stress emotivo importante. Gli episodi avvenuti fuori casa hanno creato un apprendimento di paura: il cervello ha associato l’essere lontano da un bagno al rischio di perdere il controllo. Anche dopo aver risolto in gran parte la causa organica (l’intolleranza ai latticini), è rimasto attivo quello che chiamiamo il ciclo della paura della paura. L’ansia anticipatoria porta a monitorare continuamente il corpo; l’ipervigilanza fa percepire ogni minima sensazione intestinale; l’allarme aumenta l’attivazione fisiologica e può generare davvero urgenza. I comportamenti di sicurezza — controllare i bagni, non allontanarsi, portare farmaci — danno sollievo nell’immediato ma mantengono il problema perché confermano l’idea di non essere al sicuro. Un percorso psicologico CBT mirato lavorerebbe su questi aspetti residui: riduzione dell’ipervigilanza sui sintomi, ristrutturazione delle interpretazioni catastrofiche, esposizione graduale alle situazioni evitate e progressiva eliminazione dei comportamenti di sicurezza. L’obiettivo non è eliminare ogni sensazione intestinale, ma far sì che non governi più le sue scelte di vita, permettendole di tornare a vivere le uscite con maggiore libertà e serenità. Rimango a disposizione.

Dott.ssa Taslima Grossi

Dott.ssa Taslima Grossi

psicologo

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Salve,Da psicologa, leggendo quello che racconti, la cosa che mi colpisce è che probabilmente stai convivendo con due problemi diversi che a un certo punto si sono intrecciati. Il primo era reale e fisico: per anni hai avuto sintomi intestinali importanti, che poi si sono rivelati in gran parte collegati all'assunzione di latticini. Il fatto che eliminandoli i disturbi si siano ridotti del 90% suggerisce che il tuo corpo stava effettivamente inviando un segnale e che non era "tutto stress". Il secondo problema, invece, sembra essere diventato progressivamente la paura dei sintomi stessi. Immagina cosa è successo nel tempo: hai avuto alcuni episodi molto spiacevoli e imbarazzanti lontano da casa. In quei momenti il tuo cervello ha imparato qualcosa di molto semplice: "Fuori casa potrei stare male e non riuscire a controllare la situazione." Da quel momento hai iniziato a monitorare i bagni, a pianificare le uscite, a portare con te l'Imodium, a scegliere luoghi "sicuri". Tutti questi comportamenti avevano uno scopo comprensibile: proteggerti. Il problema è che il cervello spesso interpreta questi comportamenti in modo paradossale: "Se continui a controllare i bagni e a preparare vie di fuga, allora il pericolo deve essere davvero presente." Così il senso di minaccia rimane attivo anche quando la causa principale dei sintomi è stata in gran parte risolta. In psicologia questo meccanismo è molto vicino a ciò che vediamo nell'ansia anticipatoria e, in alcuni casi, in forme di agorafobia legata alla paura di avere sintomi fisici in pubblico. Non significa avere paura degli spazi aperti in sé, ma paura di trovarsi in situazioni dalle quali sarebbe difficile allontanarsi rapidamente o raggiungere un bagno. Quello che descrivi è un circolo che potrebbe assomigliare a questo: Devo uscire. Penso: "E se mi viene mal di pancia?" Aumenta l'ansia. L'ansia attiva l'intestino (asse intestino-cervello). Compaiono sensazioni addominali. Le interpreto come un segnale che sto per stare male. L'ansia cresce ancora. A quel punto il corpo conferma ciò che la mente temeva. Un altro aspetto importante è che tu scrivi: "So che è tutto nella mia testa." In realtà formulerei la cosa diversamente. Non è "tutto nella tua testa". La paura che provi oggi nasce da esperienze reali che hai vissuto per anni. Il tuo cervello ha imparato ad associare certe situazioni a un rischio e continua a reagire come se quel rischio fosse ancora elevato. È un apprendimento che si è consolidato nel tempo, non una scelta volontaria. La buona notizia è che ciò che è stato appreso può essere anche modificato. In genere il lavoro psicologico consiste nel: comprendere i pensieri catastrofici legati ai sintomi; ridurre gradualmente i comportamenti di sicurezza (controllare continuamente i bagni, avere sempre un piano di fuga, ecc.); esporsi in modo progressivo alle situazioni evitate; imparare a tollerare l'incertezza e le sensazioni corporee senza interpretarle immediatamente come segnali di emergenza. È un tipo di problema che spesso risponde molto bene a un percorso di psicoterapia, soprattutto di orientamento cognitivo-comportamentale. Vorrei anche sottolineare un elemento che emerge dal tuo racconto: nonostante la paura, hai continuato a uscire, lavorare, partecipare a riunioni e a cercare soluzioni. Questo suggerisce che non hai perso la capacità di affrontare le situazioni; semplicemente lo stai facendo pagando un costo psicologico molto elevato. La domanda che farei in studio sarebbe questa: Oggi, quante delle limitazioni che vivi sono dovute ai sintomi intestinali reali e quante alla paura che quei sintomi possano comparire? Spesso la risposta a questa domanda aiuta a capire dove intervenire. Da ciò che racconti, sembra che la componente di paura e vigilanza sia ormai diventata molto più pesante del problema intestinale originario. E questo è un aspetto sul quale si può lavorare concretamente, senza rassegnarsi a vivere per sempre controllando dov'è il bagno più vicino. Resto a disposizione Cordiali Saluti

Dott.ssa Oxana Panetta

Dott.ssa Oxana Panetta

psicologo

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