Buonasera, mia cognata è alquanto disperata e non sa come gestire questa situazione che adesso le ra
Buonasera, mia cognata è alquanto disperata e non sa come gestire questa situazione che adesso le racconto. E' divorziata, con il marito non ha più contatti e di conseguenza nessun aiuto morale, ha un figli di 25 anni e da qualche anno, si è chiuso in sè stesso, finite le superiori, non ha cercato una sistemazione lavorativa, trasorre molto tempo in casa, non esce con gli amici regolarmente se non qualche volta, quando poi la mamma lo riprendeva, perchè nullafacente tutto il giorno, lo chiamava e rispondeva male dicendole parolacce ed alzando la voce, qualche volta anche le mani... lei ha poi deciso di fare dei cambiamenti, stando in un paesino piccolo, non c'è niente, neanche possibilità lavorative, così che ha pensato di andare a vivere in una città poco distante a 30 km, il cambiamento è stato fatto sia per lei, ma sopratutto per dare qualche possibilità in più a suo figlio, ma lui non è mai voluto andare con lei ed è rimasto a casa. Ha ignorato i messaggi della mamma, le telefonate, giorni che non rispondeva al telefono, Insomma per questa donna un vero calvario. Lei non ha mai smesso di cercarlo, ogni tanto tornava a casa da lui, gli portava la spesa, gli comprava ciò che a lui piaceva, trovava tutta casa in disordine, piatti accumulati nel lavandino, insomma vive come se fosse senza regole. eppure la madre lo ha sempre rimproverato per dargliele. Ora sembra che lui stia in una condizione che non parla con nessuno, esce solo per comprarsi qualcosa e sta sempre attaccato al telefono, alla tv, alla Play station. Ora secondo voi, come si può intervenire in questo caso... che lui si rifiuta totalmente di farsi seguire da uno psicologo? Mi auguro che qualcuno possa dare una soluzione valida a questa donna che non riesce a trovare un modo per far cambiare le cose e migliorare lo stile di vita di questo figlio. Grazie per aver dedicato un pò del vostro tempo a questo racconto e auguro una buona serata.
33 risposte
Salve, sono la Dott.ssa Rita White. Capisco quanto questa situazione possa essere dolorosa e logorante per sua cognata. Vedere un figlio adulto isolarsi, perdere iniziativa e rifiutare ogni aiuto può far sentire un genitore completamente impotente. Da ciò che racconta non sarebbe corretto formulare una diagnosi a distanza, ma isolamento, trascuratezza, assenza di progettualità e progressivo ritiro sociale meritano attenzione professionale. A 25 anni, però, non è possibile costringerlo semplicemente a intraprendere un percorso psicologico. In questa fase consiglierei alla madre di mantenere un contatto disponibile ma meno centrato su rimproveri e pressioni, proponendo eventualmente anche un primo confronto con il medico di base o con i servizi territoriali. Allo stesso tempo, è importante evitare di sostituirsi continuamente a lui in tutte le responsabilità quotidiane. Può essere molto utile che sia la madre stessa a chiedere un supporto psicologico o familiare, anche senza la partecipazione del figlio, per capire come comunicare con lui, quali limiti porre e come proteggere anche il proprio benessere. Le aggressioni verbali e soprattutto fisiche, inoltre, non devono essere normalizzate, se dovessero ripetersi o aumentare, la sicurezza viene prima di tutto.
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Buonasera, da quanto racconta è difficile fornire indicazioni davvero mirate, perché mancano molte informazioni sulla storia di questo ragazzo e della sua famiglia. La separazione dei genitori e la successiva interruzione dei rapporti tra loro fanno pensare a una storia familiare che meriterebbe di essere approfondita. Quando una separazione è accompagnata da forte conflittualità, i figli possono attraversare vissuti molto diversi: sentirsi poco visti nei propri bisogni, percepirsi coinvolti nel conflitto, sentire di dover proteggere un genitore o schierarsi con uno dei due. A questo, però, va necessariamente aggiunta la storia personale del ragazzo: eventuali difficoltà relazionali, esperienze scolastiche, episodi di bullismo, vissuti depressivi o ansiosi e, più in generale, tutto ciò che può aver contribuito progressivamente al suo ritiro. Quello che descrive — isolamento, assenza di progettualità, trascuratezza dell’ambiente domestico, inversione del ritmo di vita e progressivo ritiro dalle relazioni — merita certamente attenzione, senza però poter stabilire da queste informazioni quale ne sia la causa. C’è inoltre un elemento importante: gli episodi di aggressività verbale e soprattutto fisica nei confronti della madre non devono essere sottovalutati. Comprendere la sofferenza di un figlio non significa rinunciare a tutelare la propria sicurezza o accettare comportamenti violenti. A 25 anni, inoltre, non è possibile obbligare una persona a intraprendere un percorso psicologico se non lo desidera. Insistere continuamente rischia talvolta di rafforzare proprio la convinzione di essere “quello sbagliato” o “il problema della famiglia”, aumentando ulteriormente la chiusura. Una possibilità concreta, allora, potrebbe essere che sia sua cognata a chiedere inizialmente un supporto psicologico. Non come strategia per convincere o “portare” successivamente il figlio in terapia, ma partendo da una posizione diversa: “Riconosco che tra noi c’è un problema e voglio capire anche quale possa essere il mio ruolo nel mantenere, senza volerlo, alcune dinamiche e cosa posso fare diversamente”. Potrebbe poi comunicargli semplicemente la propria disponibilità: “Io ho deciso di farmi aiutare per capire come affrontare meglio questa situazione. Se un giorno vorrai partecipare anche tu, io ci sono”. A volte il primo cambiamento possibile non consiste nel convincere l’altro a cambiare, ma nel modificare il modo in cui noi entriamo nella relazione con lui. E proprio questo può, nel tempo, creare condizioni nuove anche per l’altra persona. In bocca al lupo!
Buonasera, la situazione che descrive è molto pesante, soprattutto perché sua cognata sembra trovarsi da anni nella posizione di dover inseguire, sollecitare, aiutare e cercare di rimettere in movimento un figlio che oggi ha 25 anni e che, invece, sembra essersi progressivamente ritirato dalla vita quotidiana. La prima cosa importante è distinguere ciò che sua cognata può fare da ciò che, purtroppo, non può fare al posto di suo figlio. Essendo adulto, non può obbligarlo a cambiare vita, lavorare, uscire o iniziare un percorso psicologico semplicemente perché lei riconosce che ne avrebbe bisogno. Può però modificare il modo in cui si rapporta a questa situazione e creare condizioni diverse rispetto a quelle che si sono consolidate. Da una prospettiva cognitivo comportamentale sarebbe utile osservare il circolo che si è creato. Il ragazzo si ritira, evita responsabilità e contatti, la madre si preoccupa e interviene maggiormente, gli porta la spesa, gli sistema alcune necessità, cerca continuamente di raggiungerlo e di convincerlo. Questo probabilmente nasce dall'affetto e dalla paura di abbandonarlo, ma può involontariamente ridurre alcune delle conseguenze concrete del suo ritiro. Questo non significa che la madre debba smettere di volergli bene o lasciarlo improvvisamente senza alcun aiuto. Significa però che aiutare e sostituirsi non sono la stessa cosa. Potrebbe essere necessario iniziare a stabilire confini molto più chiari. Per esempio, evitare che ogni bisogno pratico venga automaticamente risolto dalla madre e comunicargli con calma che è disponibile ad aiutarlo se decide di fare dei passi verso una maggiore autonomia, ma che non può continuare indefinitamente a occuparsi di tutto mentre lui rifiuta qualsiasi confronto. Un punto ancora più importante riguarda gli episodi in cui ha alzato le mani. La sofferenza di una persona può aiutare a comprendere alcuni comportamenti, ma non rende accettabile l'aggressività fisica. Sua cognata non dovrebbe esporsi a situazioni nelle quali teme di essere aggredita. Se dovessero ripetersi minacce o comportamenti violenti, la priorità deve diventare la sua sicurezza, chiedendo aiuto a persone fidate e, se necessario, ai servizi competenti o alle forze dell'ordine. Anche il modo di comunicare con il figlio potrebbe essere modificato. Rimproverarlo dicendogli che è nullafacente o che deve darsi una svegliata probabilmente produce soprattutto difesa, rabbia o ulteriore chiusura. Sarebbe più utile parlare di comportamenti concreti e delle conseguenze che stanno avendo: "vedo che passi quasi tutto il tempo in casa, non rispondi per giorni e non stai costruendo nulla per te. Sono preoccupata e voglio capire se c'è qualcosa che posso fare, ma non posso fare tutto al posto tuo". Potrebbe anche proporgli un aiuto psicologico senza presentarlo come una condizione imposta o come la prova che "ha qualcosa che non va". Una frase più accettabile potrebbe essere che, se sente di essere bloccato o di non sapere da dove ripartire, esistono professionisti con cui potrebbe parlarne anche solo per capire meglio cosa gli sta succedendo. Se rifiuta, la madre non deve trasformare ogni conversazione in un tentativo di convincerlo. Paradossalmente, continuare a insistere può rendere lo psicologo il simbolo del controllo materno e aumentare ulteriormente il rifiuto. In questa situazione potrebbe essere molto utile che sia proprio sua cognata a chiedere un supporto psicologico per sé, possibilmente ad orientamento cognitivo comportamentale. Non perché il problema sia "suo", ma perché ha bisogno di capire quali modalità di aiuto siano realmente utili, quali invece mantengano la dipendenza del figlio e come proteggersi dal senso di colpa quando deve mettere dei limiti. Un percorso potrebbe aiutarla anche a distinguere tra il pensiero "se non lo aiuto continuamente lo sto abbandonando" e una posizione più equilibrata: "posso continuare ad essere sua madre senza assumermi tutte le responsabilità della sua vita adulta". Se il ragazzo dovesse mostrare segnali di grave trascuratezza di sé, parlare di morte, minacciare di fare del male a sé o ad altri, apparire fortemente disorganizzato o non essere più in grado di occuparsi dei bisogni essenziali, sarebbe importante cercare una valutazione tempestiva attraverso i servizi sanitari, anche se lui inizialmente fosse poco collaborativo. In assenza di una situazione urgente, invece, probabilmente non esiste una frase capace di farlo cambiare improvvisamente. Il lavoro più realistico consiste nel modificare gradualmente l'ambiente intorno a lui: meno inseguimento, più confini, disponibilità all'aiuto quando viene realmente accettato e responsabilità progressivamente restituite a chi, a 25 anni, deve iniziare a farsene carico. Sua cognata può accompagnarlo, ma non può vivere la sua vita al posto suo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gent.ma utente, il premuroso messaggio per la situazione di sua cognata le rende onore. La situazione è certamente complicata e intervenire in questi casi, sicuri di fare la scelta giusta, è estremamente difficile. Ogni decisione avrà conseguenza rilevanti. Se il figlio di sua cognata rifiuta un confronto con un professionista sanitario per la sua condizione psicologica, purtroppo non si può forzarlo, anzi sarebbe deleterio. E' chiaro, da quello che lei scrive, che la sua condotta di vita, la scarsa socialità e l'isolamento conducono a ipotizzare un disturbo psicologico importante. Ciò può portare a conseguenze comportamentali dannose per il giovane, come scarsa igiene, junk food, dipendenze da sostanze. Non si possono escludere altre azioni più gravi. In tal senso, è importante stabilire il livello di rischio per la sua incolumità fisica (e quella di chi gli fa visita). Sua cognata potrebbe fare riferimento a un consultorio territoriale o ai servizi sociali per valutare un TSO. C'è da sottolineare un aspetto che, per quanto penoso, sta contribuendo a peggiorare la situazione: la presenza assidua di sua cognata nel voler risolvere i problemi di suo figlio, provvedere al suo sostentamento, convincerlo a uscire o a volersi più bene. Anche se agli occhi di una madre fare questo per un figlio è naturale e irrinunciabile, non lo sta aiutando a responsabilizzarsi e a uscire dal guscio che il giovane si è accuratamente costruito. Più troverà assistenza e la "pappa pronta", maggiore sarà la sua tendenza a rimanere passivo di fronte alle necessità che la vita impone e che a 25 anni bisogna cominciare ad affrontare. Si può essere presenti senza essere servili e il benessere psicologico di sua cognata è altrettanto importante di quello di suo figlio, altrimenti il suo desiderio di aiutarlo sarà solo fonte di frustrazione e malessere profondo. Spero di avervi dato un supporto utile. Vi auguro il meglio. Dott. Antonio Cortese
Buonasera, quello che racconta è una situazione molto complessa e comprendo quanto possa essere doloroso e frustrante per una madre vedere il proprio figlio ritirarsi progressivamente dalla vita e non riuscire a trovare un modo per aiutarlo. La prima cosa che mi sentirei di dire è di provare, per quanto possibile, a non leggere ciò che sta accadendo semplicemente come "pigrizia", "nullafacenza" o mancanza di volontà. Un ragazzo di 25 anni che da anni si isola, non lavora, ha progressivamente ridotto le relazioni sociali, trascorre gran parte del tempo in casa e sembra avere difficoltà persino nella gestione della quotidianità potrebbe trovarsi in una condizione di significativo disagio psicologico. Le cause possono essere molteplici: difficoltà depressive, ansia sociale, problematiche legate all'autonomia, difficoltà relazionali o altre condizioni che richiederebbero una valutazione professionale. Ma da un racconto, naturalmente, non è possibile formulare una diagnosi. Anche il fatto che reagisca con rabbia e aggressività quando viene sollecitato dalla madre merita attenzione. Le parole offensive possono essere espressione di un disagio, ma non devono essere giustificate da questo perché il disagio psicologico può spiegare un comportamento, ma non rende accettabile la violenza. C'è poi un aspetto molto delicato, suo figlio è un adulto. La madre può incoraggiarlo, offrirgli aiuto e creare condizioni favorevoli, ma non può costringerlo semplicemente a "cambiare" né obbligarlo, nella normalità dei casi, ad andare dallo psicologo. Per questo probabilmente sarebbe utile cambiare approccio. Invece di continuare a riprenderlo per ciò che non fa, potrebbe provare ad avvicinarsi attraverso una comunicazione meno giudicante. Non: "Devi trovarti un lavoro, non puoi continuare così", ma qualcosa come: "Ti vedo molto chiuso in te stesso da tempo e mi preoccupa vederti così. Non voglio giudicarti e non voglio obbligarti a fare qualcosa. Vorrei solo capire come stai e capire se posso aiutarti". L'obiettivo iniziale non deve necessariamente essere portarlo dallo psicologo. Prima cosa importante deve essere trasmettere la possibilità di recuperare una relazione nella quale lui possa sentirsi ascoltato senza percepire ogni contatto come un rimprovero. Allo stesso tempo, però, aiutare non significa sostituirsi a lui. Portargli continuamente la spesa, acquistargli ciò che desidera, sistemare le conseguenze della sua inattività e continuare a garantire che tutto funzioni nonostante il suo totale disimpegno potrebbe involontariamente mantenere la situazione così com'è. Non perché la madre abbia sbagliato ad aiutarlo perché probabilmente lo ha fatto per amore e disperazione. Ma ad un certo punto è importante distinguere il sostegno dall'accudimento che impedisce alla persona di confrontarsi con le proprie responsabilità. Un'altra cosa che suggerirei fortemente è che sia la madre stessa a chiedere un aiuto psicologico, anche se il figlio rifiuta. Può sembrare paradossale, ma un percorso individuale per lei potrebbe essere molto importante per imparare come comunicare con lui, quali comportamenti evitare, come porre dei limiti, come sostenere senza sostituirsi e soprattutto come proteggere anche sé stessa. Potrebbe inoltre chiedere al professionista come accompagnare gradualmente il figlio verso una valutazione, senza trasformare ogni conversazione in una battaglia. E c'è un punto che non trascurerei ovvero avete riferito che in passato ci sono stati episodi in cui "ha alzato le mani". Questo non deve essere minimizzato. Se dovessero ripetersi minacce o aggressioni fisiche, la priorità non è convincerlo ad andare dallo psicologo, ma garantire la sicurezza della madre e richiedere l'aiuto dei servizi competenti. Infine, se dovessero comparire segnali come marcato peggioramento dell'isolamento, trascuratezza molto grave della propria persona, alterazioni importanti del sonno o dell'alimentazione, comportamenti strani o disorganizzati, abuso di sostanze, discorsi sulla morte o sul non voler più vivere, sarebbe opportuno chiedere tempestivamente una valutazione sanitaria, anche coinvolgendo il medico di medicina generale. Non credo quindi che esista una "soluzione valida" che la madre possa applicare per far cambiare suo figlio. E forse questo è proprio il primo punto da cui partire.. non può cambiare suo figlio al posto suo, ma può cambiare il modo in cui si pone nei suoi confronti e il modo in cui gestisce i propri confini. A volte, quando una persona rifiuta ogni aiuto, il primo intervento possibile è aiutare chi le sta accanto a non sentirsi completamente impotente. E soprattutto ricordiamoci che dietro un giovane adulto che sembra non fare nulla potrebbe esserci semplicemente una persona che non sta bene e che non sa, o non riesce, a chiedere aiuto. Un caro saluto e un sincero augurio a questa madre, che evidentemente sta cercando da anni di fare del proprio meglio per suo figlio.
Il quadro descritto racchiude un profondo dolore e un senso di smarrimento che coinvolgono sia il giovane sia la madre. L'isolamento prolungato, la chiusura nel silenzio e le reazioni aggressive del ragazzo sono spesso il sintomo di una grande sofferenza sommersa, di un blocco emotivo e di una paura paralizzante di affrontare il mondo e il futuro. In situazioni di così forte ritiro, in cui la persona rifiuta un aiuto diretto, il primo passo più delicato ed efficace non è forzare il figlio, ma potrebbe essere offrire un ascolto psicologico alla madre. Attraverso un proprio spazio di sostegno, la donna potrà trovare un punto di riferimento per elaborare l'angoscia, imparare a proteggersi dal dolore delle reazioni sdegnate e scoprire nuove modalità comunicative che, senza colpevolizzare nessuno, aiutino a riaprire uno spiraglio di contatto. Parallelamente, una soluzione potrebbe essere orientarsi verso i servizi di salute mentale del territorio per capire quali risorse di rete possano affiancare la famiglia in questo momento di fragilità.
Buonasera. La situazione che descrive è estremamente dolorosa e complessa, ed è del tutto comprensibile lo stato di profondo sconforto e disperazione in cui si trova sua cognata. Da una prospettiva clinica, pedagogica e di lettura dei sistemi familiari, il quadro descritto per questo ragazzo di 25 anni presenta caratteristiche riconducibili a una forma di ritiro sociale volontario e di profondo blocco evolutivo. Quando un giovane adulto si isola in casa, interrompe gli studi o il lavoro e si rifugia quasi esclusivamente nel mondo digitale o nell'intrattenimento, non ci troviamo di fronte a una semplice pigrizia o a una mancanza di volontà, ma a un segnale di sofferenza psicologica profonda, in cui la realtà esterna viene percepita come un ambiente minaccioso, opprimente o insostenibile. In questi contesti, la dinamica dei rimproveri e dell'imposizione rigida di regole tende purtroppo a rivelarsi controproducente. Per un ragazzo che vive uno stato di forte blocco interiore, il rimprovero viene vissuto come una svalutazione della propria persona, innescando reazioni di forte difensività che possono sfociare nell'aggressività verbale o persino fisica, oppure in un ulteriore e drastico arroccamento nel silenzio e nel rifiuto di ogni contatto. La gestione della casa, il disordine e la trascuratezza dell'ambiente domestico sono spesso lo specchio della confusione e della paralisi emotiva che il ragazzo vive internamente. Allo stesso tempo, l'atteggiamento della madre che torna periodicamente per fare la spesa, pulire o portare beni di gradimento, per quanto mosso da un comprensibile e viscerale amore materno, rischia involontariamente di cronicizzare la situazione, creando un equilibrio in cui il ragazzo rimane dipendente e protetto senza doversi interfacciare con la realtà. Di fronte al rifiuto categorico del figlio di farsi seguire da uno specialista, è fondamentale comprendere che la porta d'ingresso per il cambiamento non passa per la forza o per la persuasione diretta verso di lui. In casi come questo, il primo e più efficace intervento consiste nel supportare direttamente il genitore. Sua cognata può e dovrebbe intraprendere un percorso di consulenza o di sostegno psicologico e pedagogico per se stessa. Lavorare con un professionista le permetterà di non sentirsi più sola ad affrontare questo enorme peso, di apprendere nuove modalità di comunicazione non conflittuali e di imparare a ridefinire i confini della relazione con il figlio. Modificando il modo in cui la madre si comporta, risponde ed entra in contatto con lui, si altera inevitabilmente l'intero equilibrio familiare, spingendo spesso il ragazzo, in modo indiretto, a dover riorganizzare le proprie risposte e la propria posizione. Inoltre, sul territorio sono presenti servizi sanitari e sociali, come i Centri di Salute Mentale di riferimento o le équipe territoriali dedicate ai giovani e al ritiro sociale, a cui un genitore può rivolgersi anche solo per un consulto e per ricevere indicazioni pratiche su come muoversi. Il consiglio più accorato per sua cognata è di non attendere un consenso del figlio che al momento non può arrivare, ma di fare lei il primo passo, regalandosi uno spazio di ascolto specialistico per proteggere la propria salute emotiva e trovare strategie concrete per aiutare suo figlio in modo davvero funzionale.
Gentile utente, da quanto descrive non parlerei semplicemente di un ragazzo “nullafacente”, perché isolamento sociale, ritiro dalle attività, assenza di progettualità e soprattutto aggressività nei confronti della madre meritano una valutazione professionale, anche per comprendere cosa ci sia alla base. A 25 anni, inoltre, la madre non può obbligarlo a intraprendere una psicoterapia se non esistono specifiche condizioni che lo consentano legalmente. Può però modificare il proprio modo di relazionarsi con lui, evitando di sostituirsi continuamente a lui attraverso spesa, acquisti e gestione della casa, e stabilendo contemporaneamente limiti molto chiari rispetto alle offese e alla violenza. È un po’ come continuare a tenere in equilibrio una bicicletta al posto di chi la sta usando: nell’immediato la si mantiene in piedi, ma così non gli si permette di imparare a reggersi autonomamente. La madre potrebbe iniziare chiedendogli non semplicemente “perché non fai nulla?”, ma “come stai vivendo questo periodo?” e comunicargli la propria disponibilità ad accompagnarlo, senza trasformare ogni conversazione in un rimprovero. Sarebbe comunque opportuno che fosse lei stessa a rivolgersi a uno psicologo o ai servizi territoriali per ricevere indicazioni su come muoversi, anche se il figlio rifiuta il trattamento. Infine, la presenza di episodi di aggressione fisica non va minimizzata: la tutela della madre deve rimanere prioritaria e, in caso di nuove minacce o violenze, è necessario rivolgersi ai servizi competenti. Un percorso di supporto psicologico per la madre potrebbe quindi essere il primo passo concreto, sia per sostenere lei sia per comprendere come favorire un eventuale avvicinamento del figlio alle cure.
Buonasera, la situazione che descrive sembra essere molto pesante per sua cognata, soprattutto perché da anni cerca di aiutare suo figlio senza riuscire a trovare un modo efficace per avvicinarlo. Da ciò che racconta, sarebbe importante non concentrarsi soltanto sul fatto che il ragazzo non lavori o trascorra molto tempo in casa, ma cercare di comprendere cosa ci sia alla base del suo isolamento e del suo progressivo ritiro sociale. Questi comportamenti possono avere cause molto diverse e, senza una valutazione diretta, non è possibile stabilire cosa stia accadendo. Essendo suo figlio adulto, inoltre, non è possibile costringerlo a intraprendere un percorso psicologico se non è disposto a farlo. Quello che può fare la madre, però, è chiedere aiuto per sé: un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere come relazionarsi con lui, quali comportamenti di sostegno possono essere realmente utili e, soprattutto, quali limiti sia importante stabilire per tutelare anche il proprio benessere. In presenza di aggressioni fisiche o di situazioni che mettano a rischio l'incolumità della madre, è invece fondamentale non sottovalutare la situazione e chiedere tempestivamente aiuto ai servizi territoriali o alle autorità competenti. Se sua cognata desidera confrontarsi su come affrontare questa situazione, sono disponibile per un colloquio psicologico negli orari indicati sul mio profilo
Gentile Utente buonasera, la ringrazio per aver condiviso con tanta cura la situazione di sua cognata e mi dispiace per il suo dolore e la sua preoccupazione per il figlio. Come posso aiutarla Come psicologo specializzato nelle relazioni e con formazione in mindfulness, lavoro con genitori che si trovano a gestire figli adulti in situazioni di ritiro sociale, difficoltà motivazionali e conflitti relazionali. Anche quando il giovane non è disponibile a intraprendere un percorso psicologico, è possibile sostenere il genitore con: strategie di comunicazione efficace per ridurre i conflitti e le reazioni aggressive; tecniche di gestione dello stress e di mindfulness per proteggere il proprio benessere emotivo; indicazioni pratiche su come porre limiti sani, senza colpevolizzarsi o sentirsi responsabili di ogni scelta del figlio. Il lavoro con il genitore può, in molti casi, creare le condizioni perché anche il figlio, col tempo, si apra a un cambiamento o a un supporto. Prossimi passi Come tanti altri psicologi e psicoterapeuti, la mia prima seduta è gratuita (anche online) e possiamo comprendere insieme -io e la signora-, in modo più dettagliato, di che tipo di percorso ha bisogno. Non c’è obbligo di un successivo appuntamento, né ad alcun altro impegno successivo. Rimango a disposizione e le auguro un sereno proseguimento di giornata.
Gentile paziente, dalla situazione che descrive emerge innanzitutto un importante ritiro sociale e una significativa difficoltà del ragazzo nel funzionamento quotidiano. Non è possibile, tuttavia, formulare una diagnosi sulla base di queste informazioni. Sarebbe importante ricostruire anche ciò che accadeva prima: come viveva la scuola, se aveva amicizie e interessi, come affrontava le relazioni sociali, se il ritiro sia comparso progressivamente oppure sia sempre esistita una certa difficoltà nel rapporto con gli altri e con le richieste provenienti dall'esterno. Questi elementi permetterebbero di comprendere meglio la natura del problema e di valutare differenti ipotesi, dal ritiro sociale (anche eventualmente nelle forme definite “hikikomori”, autismo ad alto funzionamento oppure neurodivergenza) alla presenza di problematiche depressive, ansiose o, qualora vi fossero elementi presenti fin dall'infanzia, anche di condizioni del neurosviluppo. È inoltre comprensibile che una madre, vedendo un figlio adulto apparentemente fermo, cerchi di spronarlo a lavorare, uscire o rendersi autonomo. Tuttavia, quando dietro l'inattività esiste una sofferenza psicologica o alcune richieste vengono percepite come eccessivamente difficili, pressioni e rimproveri possono involontariamente aumentare il senso di inadeguatezza, il conflitto e il bisogno di ritirarsi ulteriormente. Prima di chiedergli di “fare”, sarebbe quindi importante comprendere che cosa, in questo momento, gli impedisca di farlo. Si potrebbe provare a proporgli inizialmente un colloquio online, presentandolo non come un modo per costringerlo a cambiare, ma come uno spazio riservato nel quale possa parlare di come sta vivendo questo periodo. Qualora si riuscisse progressivamente a costruire un'alleanza, il percorso potrebbe successivamente proseguire anche in presenza e, se necessario, essere accompagnato da una valutazione psicodiagnostica o da ulteriori approfondimenti specialistici. Parallelamente, suggerirei alla madre di richiedere lei stessa una consulenza psicologica. Anche quando il figlio non accetta un aiuto, è possibile lavorare con il genitore per comprendere meglio le dinamiche che mantengono il ritiro, modificare alcune modalità comunicative, stabilire confini adeguati e individuare strategie più efficaci per favorire gradualmente autonomia e contatto con l'esterno. Un cordiale saluto e un caro augurio
Buonasera. Sicuramente sua cognata si sente sola in questa situazione... un primo aiuto potrebbe essere quello di confrontarsi con persone che hanno vissuto o vivono lo stesso problema. Se il figlio è in una situazione di ritiro sociale (parliamo di più di 6 mesi, anche se esce solo a fare la spesa), sua cognata potrebbe rivolgersi all'associazione di riferimento che dà supporto psicologico gratuito online e le dica di cercare i contatti sul sito hikikomori italia.
Salve, la situazione che descrive è certamente molto dolorosa per una madre, soprattutto perché sembra aver cercato per anni di aiutare suo figlio senza riuscire a trovare una modalità efficace per avvicinarlo. Comprendo quindi la sua preoccupazione, ma credo sia importante partire da un punto: a 25 anni non è più possibile “far cambiare” una persona contro la sua volontà. È invece possibile cercare di comprendere che cosa stia accadendo e modificare il modo in cui gli si sta accanto. Quello che racconta — progressivo isolamento, assenza di un percorso lavorativo, permanenza quasi costante in casa, riduzione dei rapporti sociali, difficoltà nella cura dell'ambiente e reazioni molto aggressive nei confronti della madre — non dovrebbe essere liquidato semplicemente come pigrizia o mancanza di volontà. Potrebbero esserci diverse spiegazioni, anche di natura psicologica, ma da una descrizione a distanza non è possibile stabilire quale sia il problema. Il primo passo, quindi, sarebbe cercare di cambiare il linguaggio con cui la madre si rivolge a lui. Frasi come “sei nullafacente”, “non fai niente tutto il giorno” o continui rimproveri, per quanto comprensibili nella disperazione, rischiano di aumentare la chiusura e la conflittualità. Sarebbe più utile cercare un momento tranquillo per comunicargli una preoccupazione autentica, senza partire immediatamente dalla richiesta di lavorare, uscire o mettere in ordine. Per esempio: “Non voglio rimproverarti. Ti vedo sempre più isolato e mi preoccupa pensare che tu possa stare male. Vorrei capire come stai e, se c'è qualcosa che posso fare, vorrei aiutarti”. È altrettanto importante rispettare il fatto che lui possa rifiutare lo psicologo. Insistere continuamente potrebbe diventare una battaglia e rafforzare ulteriormente la sua opposizione. Si può però proporre anche un primo confronto con il medico di base, presentandolo non necessariamente come “devi andare dallo psicologo”, ma come un controllo generale della situazione. Parallelamente, sua madre dovrebbe iniziare a tutelare anche se stessa. Il fatto che in passato siano arrivati anche comportamenti fisicamente aggressivi è un elemento che non va assolutamente minimizzato. Aiutare un figlio non significa accettare insulti, minacce o violenza. Se dovessero verificarsi nuovamente aggressioni fisiche o situazioni in cui teme concretamente per la propria sicurezza, la priorità deve essere la sua incolumità e sarà necessario chiedere aiuto ai servizi competenti. Un altro aspetto delicato riguarda ciò che la madre continua a fare per lui. Portargli la spesa, comprargli ciò che desidera e occuparsi costantemente delle conseguenze del suo isolamento nasce evidentemente dall'amore e dalla preoccupazione. Tuttavia, quando l'aiuto diventa totale e continuativo, può involontariamente permettere alla situazione di rimanere invariata. Non significa “abbandonarlo” o lasciarlo senza sostegno, ma distinguere tra aiutare e sostituirsi completamente a lui. In questo momento potrebbe essere molto utile che sia la madre stessa a chiedere un aiuto psicologico, anche se il figlio rifiuta. Non necessariamente per imparare a “gestire lui”, ma per comprendere come comunicare con lui, quali confini stabilire, come smettere di alimentare involontariamente alcune dinamiche e soprattutto come proteggere il proprio equilibrio emotivo. Infine, eviterei di concentrarsi immediatamente sull'obiettivo “deve trovare un lavoro”. Prima viene la comprensione di ciò che lo sta bloccando. Se dietro questo isolamento ci fosse una condizione di sofferenza psicologica, partire esclusivamente dalla produttività potrebbe essere controproducente. Non esiste purtroppo una frase magica capace di far cambiare suo figlio. Esiste però la possibilità di modificare progressivamente il contesto: meno rimproveri e scontri, più ascolto; meno sostituzione, più responsabilizzazione; confini chiari rispetto all'aggressività e, soprattutto, un sostegno professionale per la madre anche in assenza della collaborazione iniziale del figlio. La porta per chiedere aiuto può essere lasciata aperta. Non è necessario sfondarla. Un caloroso saluto. Dott. Michele Basigli. Psicologo Clinico. Perugia.
Buonasera, da ciò che racconta sembra una situazione che merita un intervento professionale, anche se suo nipote oggi rifiuta di rivolgersi a uno psicologo. Isolamento sociale, assenza di progettualità, ritiro dalle attività quotidiane e possibili difficoltà nella cura di sé sono aspetti che non andrebbero liquidati semplicemente come “svogliatezza” o “nullafacenza”. La prima cosa importante, però, è che la madre non può essere l'unica persona responsabile del suo cambiamento. Continuare a sostituirsi a lui, occupandosi della casa, portandogli la spesa e cercando continuamente di convincerlo potrebbe involontariamente mantenere la situazione così com'è. Anche se lui rifiuta una terapia, **la madre può rivolgersi lei stessa a uno psicologo** per capire come porsi, quali limiti stabilire e come interrompere il circolo tra preoccupazione, rimproveri e assistenza continua. Sarà poi il professionista, conoscendo più approfonditamente la situazione, a valutare con lei come favorire un eventuale aggancio del figlio. Infine, un aspetto non secondario: se ci sono state aggressioni fisiche, la priorità deve essere anche la sicurezza della madre. Comprendere la sua sofferenza non significa dover accettare comportamenti violenti. Un caro saluto, dott.ssa Veronica De Iuliis
Buongiorno. Perchè mai questo ragazzo dovrebbe muoversi e fare qualcosa se ha apparentemente tutto ciò di cui ha bisogno? Ha 25 anni e non lavora.. chi paga le bollette, la spesa, chi pulisce casa, ecc? Sicuramente il ragazzo avrebbe bisogno di un aiuto psicologico, ma prima di tutto di uno di tipo educativo.
Buonasera, comprendo la grande preoccupazione e il senso di impotenza che questa situazione può generare nella madre. Da quanto racconta, non sembra trattarsi semplicemente di un ragazzo “svogliato” o “nullafacente”: il progressivo isolamento sociale, il ritiro dalle attività quotidiane e lavorative, il trascorrere quasi tutto il tempo in casa e l’utilizzo massiccio di telefono, televisione e videogiochi, associati anche ad episodi di aggressività, meritano un’attenzione particolare. È importante però non formulare una diagnosi sulla base di un racconto indiretto. Dietro comportamenti di questo tipo possono esserci difficoltà psicologiche molto diverse tra loro e, soprattutto, una condizione che si è probabilmente consolidata nel tempo. Un aspetto fondamentale è che il figlio è un adulto di 25 anni e, se non sussistono condizioni di imminente pericolo per sé o per altri, non è possibile obbligarlo a intraprendere un percorso psicologico. La madre, tuttavia, può intervenire modificando il proprio modo di relazionarsi con lui. Continuare a rimproverarlo, sollecitarlo continuamente o sostituirsi a lui nelle necessità quotidiane, pur comprensibilmente dettato dall'affetto e dalla preoccupazione, rischia involontariamente di mantenere la situazione invariata. Potrebbe essere più utile cercare innanzitutto di ricostruire un dialogo non basato esclusivamente su ciò che “dovrebbe fare”, evitando giudizi e confronti, e comunicandogli invece la propria preoccupazione con frasi del tipo: “Vedo che stai attraversando un periodo difficile e mi preoccupa vederti così. Non voglio giudicarti né obbligarti a fare qualcosa, ma vorrei capire come posso aiutarti”. Parallelamente, sarebbe opportuno che fosse la madre stessa a rivolgersi a uno psicologo, anche senza la presenza del figlio. Un professionista potrebbe aiutarla a comprendere meglio le dinamiche relazionali, stabilire confini più adeguati, gestire la propria preoccupazione e individuare modalità concrete per favorire, per quanto possibile, un cambiamento. Particolare attenzione va posta agli episodi di aggressività fisica: questi non devono essere minimizzati. La madre ha il diritto di tutelare la propria sicurezza e di porre limiti chiari. Se dovessero verificarsi minacce, violenze o situazioni di pericolo concreto, è necessario rivolgersi tempestivamente ai servizi di emergenza e ai servizi territoriali competenti. In conclusione, più che cercare di “far cambiare” il figlio, l'obiettivo iniziale dovrebbe essere quello di comprendere cosa stia alla base del suo ritiro e modificare le modalità con cui la madre può rapportarsi a lui. Sarebbe consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, anche iniziando eventualmente dalla madre, che potrà ricevere indicazioni personalizzate su come affrontare questa complessa situazione. Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Signora purtroppo noi non diamo e non abbiamo soluzioni magiche per i problemi delle persone. Purtroppo se il ragazzo non si fa aiutare non si può fare granchè. Ha 25, non è un bambino. Deve prendersi le sue responsabilità
Capisco la preoccupazione di sua cognata: vedere un figlio chiudersi sempre di più, rinunciare alla propria vita sociale e lavorativa e trascorrere gran parte del tempo in casa può generare nella madre molta impotenza, soprattutto quando ogni tentativo di avvicinamento sembra essere rifiutato. Allo stesso tempo, è importante ricordare che, anche se alcuni comportamenti possono apparire incomprensibili o “senza regole”, dietro un isolamento così marcato potrebbe esserci una difficoltà che lui stesso non riesce, o non vuole ancora, a raccontare. Per questo eviterei di concentrarsi esclusivamente sul farlo cambiare o sul convincerlo ad andare da uno psicologo: prima ancora di intervenire sul comportamento, sarebbe importante cercare di comprendere cosa sta vivendo. Anche il modo con cui ci si avvicina a lui può fare la differenza. Rimproveri, pressioni e continui richiami, per quanto comprensibili, possono aumentare la chiusura. Potrebbe essere più utile provare a comunicargli la propria preoccupazione senza giudicarlo, ad esempio: “Non voglio obbligarti a fare nulla, ma ti vedo in difficoltà e mi piacerebbe capire come stai. Se c’è qualcosa che posso fare per te, ci sono.” È inoltre importante che sua cognata non senta di dover essere lei a “salvare” o cambiare suo figlio. Può offrirgli presenza, ascolto e un’opportunità di aiuto, ma non può sostituirsi a lui nel compiere il passo. Se dovesse accettare, un primo colloquio psicologico potrebbe essere uno spazio in cui esplorare senza giudizio cosa si trova alla base di questo isolamento e quali possibilità di cambiamento siano realisticamente percorribili. E, considerata la durata e l’ampiezza del ritiro che descrive, non sottovaluterei la situazione: se dovessero comparire segnali di forte peggioramento, trascuratezza importante di sé, abuso di sostanze, discorsi sulla morte o altre situazioni di rischio, sarebbe invece opportuno chiedere tempestivamente una valutazione professionale. A volte il primo cambiamento non consiste nel riuscire a convincere una persona a cambiare vita, ma nel riuscire a ricostruire un canale di comunicazione attraverso il quale quella persona possa finalmente sentirsi abbastanza al sicuro da chiedere aiuto. Spero di averla aiutata
Salve, dalle sue parole emerge una condizione di grande sofferenza, sia per sua cognata sia, verosimilmente, per suo figlio. Per quanto riguarda il figlio, il ritiro sociale, l’assenza di un progetto lavorativo, la trascuratezza dell’ambiente domestico e la progressiva interruzione dei rapporti possono essere espressione di condizioni molto diverse: depressione, ansia, difficoltà evolutive, dipendenze comportamentali o altre forme di disagio psicologico. Da un racconto indiretto, tuttavia, non è possibile formulare una diagnosi. Con una persona adulta non è possibile intraprendere una psicoterapia se non vi sono una domanda, una disponibilità o almeno un iniziale interesse in tal senso. Talvolta, però, può risultare più accettabile proporgli un colloquio con il medico di base o una consultazione psicologica orientativa, senza presentarla immediatamente come “una terapia”. Sarebbe inoltre opportuno che sua cognata ricevesse un sostegno personale. La signora sembra infatti rimasta coinvolta in una posizione di accudimento e responsabilità nei confronti di un figlio che oggi è adulto. Continuare a portargli la spesa, soddisfare le sue necessità e mantenere un ruolo educativo prevalentemente attraverso i rimproveri è certamente comprensibile, ma potrebbe non produrre gli effetti desiderati. Al contrario, questa modalità rischia involontariamente di alimentare un circuito nel quale il figlio rimane dipendente e privo di responsabilità, mentre la madre si sente sempre più preoccupata, impotente e costretta a occuparsi di lui. Un percorso sistemico-relazionale potrebbe aiutarla a comprendere e modificare questa dinamica, lasciando aperta la possibilità di coinvolgere successivamente il figlio, qualora diventasse disponibile. Anche un percorso psicodinamico o psicoanalitico potrebbe essere utile per esplorare gli eventuali vissuti di colpa, paura, impotenza e difficoltà di separazione presenti nella relazione. L’obiettivo iniziale non sarebbe costringere il figlio a cambiare, ma aiutare la madre a proteggersi, a definire confini più chiari e a uscire dalla condizione di impotenza, modificando la propria posizione nella relazione. Questo cambiamento non garantirebbe che il figlio accetti una cura, ma potrebbe interrompere alcuni meccanismi che mantengono la situazione e creare condizioni nuove e più favorevoli.
Salve, da ciò che racconta emerge una situazione familiare molto complessa, nella quale sembra esserci da tempo una forte sofferenza sia da parte di sua cognata sia del figlio. I comportamenti che descrive — il progressivo isolamento, la difficoltà ad attivarsi, il ritiro dalle relazioni e dalle attività — possono essere espressione di situazioni molto diverse e non è possibile comprenderne il significato senza conoscere direttamente la persona e la sua storia. Più che chiedersi, quindi, come “far cambiare” il figlio, sarebbe importante cercare di comprendere cosa stia accadendo e quale funzione abbiano assunto, nel tempo, le modalità relazionali tra madre e figlio. Quando una situazione si protrae per anni, infatti, può essere utile osservare non soltanto il comportamento del singolo, ma anche il modo in cui ciascuno reagisce al comportamento dell’altro: preoccupazione, sollecitazioni, ritiro, accudimento, conflitto e successive riconciliazioni possono diventare modalità relazionali consolidate, spesso senza che le persone coinvolte ne siano pienamente consapevoli. Il rifiuto di rivolgersi a uno psicologo rappresenta certamente un limite rispetto alla possibilità di intervenire direttamente su di lui, ma non significa che sua cognata non possa chiedere aiuto. Potrebbe essere utile per lei avere uno spazio proprio, nel quale poter raccontare la situazione, comprendere meglio le dinamiche che si sono create e riflettere su quali modalità di relazione possano essere più funzionali, anche nel rispetto dell'autonomia del figlio adulto. Sarebbe inoltre importante non trascurare la propria sofferenza: prendersi cura di un figlio in difficoltà per molto tempo può essere estremamente faticoso e lasciare la persona con la sensazione di non sapere più cosa sia giusto fare. Più che cercare una soluzione immediata per modificare il comportamento del figlio, partirei quindi dall'esplorazione della situazione nel suo insieme, cercando di comprendere i significati di ciò che sta accadendo e individuando, eventualmente con il supporto di un professionista, piccoli cambiamenti possibili nella relazione.
Buongiorno, da ciò che racconta emerge una situazione che sembra essersi costruita nel tempo e nella quale sua cognata sta cercando, comprensibilmente, ogni modo possibile per aiutare il figlio. Il trasferimento, la spesa portata a casa, i tentativi di contattarlo e di offrirgli nuove possibilità raccontano quanto continui a preoccuparsi per lui. C'è però un limite importante: a 25 anni non è possibile costringere una persona a cambiare o a intraprendere un percorso psicologico se non lo desidera. Continuare a fare al suo posto ciò che oggi non riesce o non vuole fare potrebbe inoltre, pur nascendo dal desiderio di aiutarlo, contribuire involontariamente a mantenere una situazione nella quale lui non è chiamato a confrontarsi pienamente con le conseguenze delle proprie scelte. Questo non significa abbandonarlo. Significa provare a distinguere l'essergli accanto dal sostituirsi a lui, mantenendo disponibilità e affetto ma anche confini più chiari rispetto a ciò che, come adulto, può essere progressivamente chiamato a gestire. Un'attenzione particolare merita poi l'aggressività che descrive. Insulti, urla e soprattutto episodi in cui abbia alzato le mani sulla madre non dovrebbero essere considerati una normale conseguenza del suo disagio. La sofferenza può aiutarci a comprendere un comportamento, ma non rende accettabile la violenza. La sicurezza della madre deve rimanere prioritaria. Dal momento che al momento il ragazzo rifiuta un aiuto psicologico, potrebbe essere proprio sua cognata a rivolgersi a un professionista. Non per “curare lui attraverso di lei”, ma per essere accompagnata nel comprendere come modificare il proprio modo di stare in questa relazione, quali limiti porre e quale aiuto continuare a offrire senza alimentare involontariamente la dipendenza del figlio. A volte, quando non possiamo cambiare direttamente l'altra persona, iniziare a cambiare il modo in cui entriamo in relazione con lei può modificare anche l'equilibrio che nel tempo si è creato. Un caro saluto, Dott.ssa Cinzia Scirè Psicologa e Mediatrice Familiare
Buongiorno, la situazione è certamente molto difficile, ma sua cognata non può costringere un figlio adulto a cambiare o a intraprendere una terapia. Potrebbe però iniziare lei stessa un percorso di sostegno psicologico, per comprendere come modificare la relazione con lui, porre limiti più chiari e interrompere quelle forme di assistenza che, pur dettate dall’affetto, rischiano involontariamente di mantenere la sua dipendenza. Gli episodi di aggressività, inoltre, non vanno minimizzati: la sua sicurezza deve venire prima di tutto.
Buongiorno, Le risponderei sottolineando innanzitutto che una situazione di questo tipo difficilmente può essere affrontata cercando semplicemente il modo di “far cambiare” il figlio. A 25 anni è una persona adulta e, se rifiuta un percorso psicologico, non è possibile costringerlo, salvo naturalmente situazioni di grave e immediato pericolo. Questo però non significa che la madre sia completamente impotente o che non ci sia nulla da fare. Dal suo racconto emerge una situazione relazionale che sembra essersi progressivamente organizzata attorno a un circolo piuttosto rigido, in cui più la madre si preoccupa, lo rimprovera, lo cerca e cerca di spingerlo verso un cambiamento, più il figlio sembra ritirarsi, rifiutare il contatto e reagire con rabbia; quanto più lui si ritira, però, tanto più la madre sembra aumentare i tentativi di avvicinamento, di controllo e di aiuto. Anche comportamenti apparentemente opposti, come il rimprovero e il continuare a portargli la spesa o a comprargli ciò che desidera, possono finire per mantenere la stessa dinamica, perché entrambi continuano a rimanere agganciati l'uno all'altra attraverso il problema. Potrebbe essere utile spostare almeno in parte la domanda da “come faccio a far cambiare mio figlio?” a “come posso modificare il modo in cui io entro in relazione con lui?”. Questo non significa abbandonarlo né smettere di preoccuparsi, ma provare a costruire confini più chiari e una modalità di relazione che non sia continuamente organizzata intorno al controllo, al rimprovero, al senso di colpa e al soccorso. Sarebbe inoltre importante comprendere meglio che cosa è accaduto negli anni precedenti al ritiro del figlio. Il fatto che dopo le scuole superiori non abbia cercato lavoro, abbia progressivamente ridotto le relazioni sociali e trascorra gran parte del tempo in casa può essere l'espressione di una difficoltà più profonda che non possiamo comprendere soltanto come “mancanza di volontà” o “nullafacenza”. Sarebbe necessario conoscere, per esempio, come vive se stesso, che rapporto ha con la madre e con il padre, quali aspettative ha rispetto al futuro, quali esperienze di fallimento o di esclusione può aver vissuto e che significato abbia per lui il ritiro dalla vita sociale. Un aspetto che non sottovaluterei è poi il riferimento alle aggressioni fisiche e verbali nei confronti della madre. La comprensione della dinamica familiare non deve portare a normalizzare o giustificare comportamenti aggressivi. La madre ha il diritto di proteggersi e di stabilire dei limiti rispetto a ciò che è disposta ad accettare nella relazione con il figlio. Anche se lui non accetta di vedere uno psicologo, la madre potrebbe eventualmente intraprendere lei stessa un percorso di consultazione. Non necessariamente per parlare “del figlio” come se fosse lui il paziente, ma per comprendere come interrompere alcuni automatismi relazionali, ridefinire i propri confini e trovare una modalità diversa di stare in questa situazione. A volte un cambiamento significativo può iniziare proprio dalla persona che, all'interno del sistema familiare, è maggiormente motivata a cambiare. Infine, prima di pensare a una strategia specifica, sarebbe importante valutare anche quanto sia marcato l'isolamento del ragazzo e se siano presenti altri segnali di sofferenza psicologica. Se il ritiro dovesse essere molto grave o associato a comportamenti che facciano pensare a un rischio per sé o per gli altri, sarebbe opportuno rivolgersi ai servizi sanitari territoriali per una valutazione, anche indipendentemente dalla sua iniziale disponibilità. In assenza di questi elementi, invece, il primo obiettivo potrebbe essere proprio quello di uscire dalla contrapposizione “lei insiste, lui rifiuta” e provare a costruire una relazione nella quale il contatto non sia più possibile soltanto attraverso il conflitto o il problema. Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.
Buonasera, da quanto racconta, più che cercare di “far cambiare” suo figlio, sarebbe importante comprendere cosa ci sia alla base del suo progressivo isolamento e del ritiro sociale. Il comportamento descritto potrebbe avere diverse origini e non è possibile formulare una valutazione senza incontrarlo. Il rifiuto di rivolgersi a uno psicologo non significa però che non si possa intervenire: la madre può iniziare lei stessa un percorso, per essere aiutata a gestire la relazione, stabilire confini chiari e capire come avvicinarsi al figlio senza alimentare ulteriormente la situazione. Se sono presenti aggressività fisica o condizioni di grave trascuratezza, è importante chiedere anche un supporto ai servizi territoriali. Dott.ssa Janett Aruta. Ricevo online e in studio a Palermo
Buonasera, da quello che racconta sembra una situazione molto complessa e comprensibilmente molto dolorosa per sua cognata. Credo però che il primo passo non debba necessariamente essere cercare di convincere il figlio a cambiare, soprattutto considerando che al momento rifiuta qualsiasi aiuto, ma aiutare la madre a comprendere come può stare dentro questa situazione senza esserne completamente travolta. Le suggerirei quindi innanzitutto di rivolgersi lei stessa a uno psicologo. Questo potrebbe permetterle di lavorare sulla sofferenza che sta vivendo, ma anche di comprendere come modificare alcune modalità relazionali che, pur nascendo dal desiderio di aiutare il figlio, potrebbero involontariamente mantenere la situazione attuale. Continuare a rimproverarlo, cercarlo continuamente, portargli la spesa o occuparsi di ciò che lui non fa può infatti ridurre nel breve termine l'ansia della madre, ma non necessariamente favorisce nel figlio una maggiore autonomia. Allo stesso tempo, da ciò che descrive, il ragazzo sembra vivere in una condizione di marcato isolamento sociale e ritiro dalle attività quotidiane, con un funzionamento molto limitato. Sarebbe quindi importante che potesse essere valutato da un professionista e intraprendere un percorso psicologico, ma questo difficilmente può essere imposto dall'esterno. Il rifiuto del figlio non significa però che la madre sia completamente impotente: può iniziare a lavorare su ciò che è sotto il suo controllo, ponendo gradualmente limiti e modificando il proprio modo di intervenire. Più che cercare di trovare il modo per “farlo cambiare”, quindi, lavorerei affinché sua cognata possa uscire dalla posizione di dover continuamente salvare o controllare il figlio e imparare a sostenerlo senza sostituirsi a lui. Da lì potrebbe eventualmente diventare più possibile anche un avvicinamento del ragazzo a un aiuto professionale. Resto a disposizione.
Capisco lo sconforto e la disperazione di questa madre che ama profondamente suo figlio, ma che non riesce a fare nulla per tirarlo fuori da questa situazione che sembra aggravarsi sempre di più. La mamma non ha colpa, ha fatto tutto quanto era in suo potere. Il ragazzo non ha colpa, probabilmente molte volte ha provato a cambiare, ma poi qualcosa l'ha attanagliato e non ce l'ha fatta. Dalla situazione che mi descrivi, molto probabilmente siamo in presenza di un ADHD: il disordine, la mancanza di determinazione nell'agire e nel pianificare le cose, la procrastinazione. Poi c'è il fatto di dedicarsi solo ad attività come lo scrolling sul cellulare, la Playstation... sono comportamenti tipici di chi ha un disturbo della regolazione dei neurotrasmettitori, quindi si aggrappa a queste attività che offrono un piccolo rilascio di dopamina per andare avanti. Mi rendo conto che il ragazzo sia prevenuto e rifiuti di farsi aiutare, alcune volte capita di trovare professionisti che offrono lunghi percorsi di psicoterapia, senza considerare il problema biologico che porta questi ragazzi a sentirsi così demotivati e sopraffatti, senza trovare la forza per cambiare. Da qui arriva quel senso di dolore e fallimento che poi li porta ad essere talvolta irascibili e scontrosi, oppure a chiudersi in loro stessi. Sarebbe utile farsi aiutare da uno psicologo o neuropsicologo esperti in ADHD, che gli facciano comprendere senza colpevolizzarlo, come funziona il suo cervello, perché ora si trova in questo stato di stallo e come venirne fuori in tempi abbastanza brevi. La mamma potrebbe parlargli in maniera serena e aperta per spiegargli che si è informata e ha compreso di che tipo di aiuto avrebbe bisogno, spiegandogli che nessuno ha delle colpe, l'importante è trovare la strada per una vita più soddisfacente e appagante. Dica a questa mamma di non arrendersi, perché ci sono molti casi analoghi a quelli di suo figlio, e le soluzioni ci sono, soprattutto perché le neuroscienze ci hanno fornito la chiave per comprendere il problema. dott.ssa Rossana d'Ambrosio esperta in neurodivergenze e forme di dipendenza
Capisco quanto questa mamma possa sentirsi impotente e preoccupata. Da ciò che racconta, però, non sembra più soltanto una questione di “mancanza di regole” o poca volontà: isolamento, ritiro dalla vita sociale, assenza di progettualità e trascuratezza meritano una valutazione professionale.Purtroppo, essendo un adulto, non è possibile costringerlo a iniziare una psicoterapia se non vuole. La madre può però rivolgersi lei stessa a uno psicologo o ai servizi territoriali per capire come avvicinarlo senza entrare continuamente nello scontro e quali limiti mettere.Un punto importante riguarda anche le aggressioni: insulti e soprattutto alzare le mani non vanno normalizzati. Aiutarlo non significa esporsi alla violenza né occuparsi indefinitamente di tutto al suo posto.Cercherei quindi meno rimproveri e più tentativi di contatto del tipo: “Ti vedo molto isolato e sono preoccupata per come stai. Se vorrai cercare aiuto, io ci sono.” Parallelamente, però, è necessario stabilire confini concreti su denaro, casa e comportamenti aggressivi. Se dovesse manifestare minacce verso sé stesso o gli altri, grave perdita di contatto con la realtà o comportamenti violenti, non bisogna gestire la situazione da soli: va richiesto tempestivamente l’intervento dei servizi sanitari o di emergenza.
Mi dispiace per la situazione che sta vivendo sua cognata. Da ciò che racconta, non si tratta solo di “mancanza di volontà”: isolamento, ritiro, inattività, trascuratezza della casa, aggressività verbale o fisica e rifiuto di aiuto sono segnali che meritano attenzione seria. Se lui rifiuta lo psicologo, il primo passo può essere che sia la madre a iniziare un supporto psicologico online o in presenza: non perché “il problema sia lei”, ma perché ha bisogno di essere aiutata a gestire confini, paura, senso di colpa e modalità concrete di intervento. Continuare solo a portargli spesa e risolvere tutto al posto suo rischia, pur con le migliori intenzioni, di mantenere la situazione invariata. È importante anche coinvolgere il medico di base o i servizi territoriali, soprattutto se c’è trascuratezza marcata o aggressività. Se dovessero ripetersi episodi di violenza, la priorità diventa la sicurezza della madre. Un professionista può aiutarla a costruire un piano realistico, fermo e protettivo, senza restare sola dentro questo calvario. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli
Gentile utente, da ciò che racconta, sua cognata sembra trovarsi in una situazione molto pesante, nella quale il desiderio di aiutare il figlio si è intrecciato nel tempo con una grande sofferenza e con tentativi che, pur comprensibili, non sembrano aver prodotto un cambiamento. A 25 anni, però, non è possibile obbligare una persona a intraprendere un percorso psicologico se non vi è una condizione che ne preveda l'intervento senza consenso. Questo non significa che la madre sia senza possibilità: può iniziare lei stessa un percorso di sostegno, anche per comprendere come stabilire dei confini, come comunicare con il figlio e come evitare che l'aiuto si trasformi involontariamente nel mantenimento della situazione attuale. È inoltre importante non ridurre tutto alla “mancanza di volontà”. Un isolamento così marcato, l'assenza di lavoro e di relazioni e il progressivo ritiro dalle attività quotidiane meritano attenzione professionale, perché possono avere origini diverse. Anche gli episodi di aggressività fisica non vanno minimizzati: la sicurezza della madre deve rimanere una priorità. Più che cercare di “farlo cambiare”, potrebbe essere utile che la madre lavori su ciò che può concretamente modificare: modalità di contatto, limiti, aiuti che è disposta a offrire e condizioni entro cui offrirli. A volte proprio un cambiamento nelle dinamiche familiari può aprire uno spazio diverso, nel quale anche il figlio possa, con i suoi tempi, accettare un aiuto. Un caro saluto.
E' importante che in questi momenti di difficoltà riesca ad affidarsi a un terapeuta che sappia realmente aiutarla a conoscere e gestire i propri vissuti emotivi in merito. A presto, Dott. Salvatore Di Costanzo
Gentile, La ringrazio per la delicatezza e la grande accuratezza con cui riporta la storia di sua cognata. Ciò che questa madre sta vivendo è un vero e proprio dramma familiare, caratterizzato da un senso di solitudine, impotenza e stanchezza emotiva che merita il massimo ascolto, rispetto e supporto professionale. La sua domanda "Come si può intervenire se lui si rifiuta totalmente di farsi seguire da uno psicologo?" è il nodo centrale di moltissime situazioni di grave ritiro sociale giovanile. Vorrei fornirle un inquadramento psicologico chiaro ed un piano d'azione concreto da trasmettere a sua cognata: 1. Di cosa si tratta? (La natura del blocco del figlio) Il comportamento di questo ragazzo di 25 anni l'isolamento in casa, la chiusura al mondo, la fuga nel digitale (PlayStation, smartphone, TV), l'incuria domestica e la reattività aggressiva di fronte alle sollecitazioni rientra nel quadro del Ritiro Sociale Severo (fenomeno noto anche come Hikikomori o blocco evolutivo NEET). Non è "pigrizia" o mancanza di volontà: Dietro questa apparente svogliatezza si cela solitamente una sofferenza psicologica profonda, un senso di fallimento, vergogna sociale ed incapacità di affrontare le richieste dell'età adulta. I videogiochi e lo schermo diventano una "anestesia" per non sentire il dolore del proprio blocco. La rabbia e l'aggressività: Quando la madre lo rimprovera o cerca di scuoterlo, il ragazzo reagisce con rabbia ed aggressività (fino ad "alzare le mani") perché vive quelle sollecitazioni come una minaccia ed una ferita alla propria fragilità. Tuttavia, la violenza fisica o verbale non deve mai essere tollerata o giustificata. 2. Il grande malinteso: "Se lui non vuole curarsi, non si può fare nulla" Quando un figlio adulto in forte disagio rifiuta la terapia, la famiglia pensa spesso di essere arrivata a un binario morto. In psicologia sistemica e familiare sappiamo invece che esiste una strada molto efficace: Quando il figlio rifiuta l'aiuto, il percorso terapeutico deve iniziare dalla MADRE. Cambiare le modalità con cui la madre si relaziona con il figlio, le sue reazioni ed il modo in cui gestisce la casa è l'unica vera "leva" per spezzare l'equilibrio malato che si è creato ed indurre il ragazzo a muoversi. Come si può intervenire concretamente? (Guida pratica per la madre) Eccoli i passi fondamentali che sua cognata dovrebbe compiere per uscire da questo calvario: A. Iniziare un Supporto Psicologico e Parent Training per Sé Stessa La madre deve rivolgersi quanto prima a uno psicologo o ad un terapeuta familiare. Questo percorso servirà a lei per: Elaborare il senso di colpa, la solitudine ed il dolore per la situazione del figlio; Imparare strategie di comunicazione non violenta ed assertiva; Comprendere come modificare gradualmente l'accudimento senza abbandonare il figlio. B. Interrompere il "Caretaking" Involontario (Accudimento che mantiene lo stallo) Portare la spesa a domicilio, comprare ciò che gli piace e pulire al posto suo quando si rifiuta di andare a vivere con lei a 30 km rischia — pur con le migliori intenzioni materne — di mantenere il ragazzo in una "zona di comfort isolata". In terapia, la madre imparerà a stabilire piccole condizioni e confini graduali (es. condizionare la spesa a piccoli compiti di collaborazione o a un contatto minimo). C. Attivare i Servizi Territoriali di Salute Mentale (CSM e Associazioni) Sua cognata non deve più gestire questa situazione da sola: Può rivolgersi al Centro di Salute Mentale (CSM) dell'ASL di riferimento o consultare il medico di base del ragazzo. I CSM dispongono di équipe (psichiatri, psicologi, educatori) che possono effettuare visite domiciliari o interventi di rete per giovani ritirati; Può contattare associazioni specializzate sul territorio nazionale che si occupano di ritiro sociale (come Hikikomori Italia Genitori), dove troverà gruppi di supporto tra pari ed orientamento legale e psicologico. D. Tutelare la propria Sicurezza ed Incolumità È fondamentale che la madre metta un limite intransigente alla violenza. Se il ragazzo dovesse di nuovo alzare le mani o mostrare condotte pericolose per sé o per altri, la madre deve sapere che chiedere l'intervento delle autorità o dei servizi d'emergenza non è un "atto di tradimento", ma un gesto di tutela per entrambi e di invio di un confine necessario. Un messaggio di speranza Dica a sua cognata che la situazione è grave ma non è irrecuperabile. Moltissimi giovani incastrati in anni di ritiro sociale sono riusciti a ripartire ed a ricostruire la propria vita, ma il primo passo deve farlo la madre facendosi sostenere ed affiancare da professionisti. Incoraggi sua cognata a prendere un appuntamento per sé: prendersi cura della propria salute mentale di madre è il regalo più grande e l'unica vera speranza per aiutare suo figlio a riemergere dall'isolamento. Un cordiale saluto, Dott.ssa Antonella Guiducci
Comprendo la sofferenza di una madre che cerca di aiutare suo figlio senza riuscire più a raggiungerlo. Ma oggi la domanda è: lo sta aiutando a diventare autonomo o, senza volerlo, lo sta proteggendo dalle conseguenze della sua immobilità? A 25 anni, isolamento e aggressività meritano attenzione: più che insistere con uno psicologo, potrebbe rivolgersi lei al medico di famiglia o al Centro di Salute Mentale per capire come intervenire, anche senza la collaborazione del figlio. Se ci sono nuove aggressioni, la priorità è la sicurezza. Una madre può offrire una mano, ma non può camminare al posto di suo figlio.
Gentile Utente, immagino quanto sia doloroso per sua cognata vedere il figlio isolarsi sempre di più, senza riuscire a comprenderne le ragioni né a trovare un modo per aiutarlo. Dal suo racconto emerge un ragazzo che sembra essersi progressivamente ritirato dalla vita sociale e lavorativa. Sarebbe importante comprendere che cosa stia vivendo, senza interpretare necessariamente questi comportamenti come pigrizia o mancanza di volontà. Dietro un isolamento così prolungato possono esserci difficoltà emotive che non riesce a esprimere. Comprendo anche i tentativi della madre di spronarlo, ma forse oggi i rimproveri rischiano di aumentare ulteriormente la distanza tra loro. **Non possiamo obbligare una persona adulta a intraprendere un percorso psicologico**, ma possiamo cercare di creare le condizioni perché possa sentirsi meno giudicata e, gradualmente, più disponibile a ricevere aiuto. Suggerirei a sua cognata di rivolgersi personalmente a uno psicologo o ai servizi territoriali, per ricevere indicazioni su come affrontare la situazione e valutare quali possibilità di intervento esistano. C'è però un aspetto che non sottovaluterei: racconta che il figlio, in alcune occasioni, ha anche alzato le mani su di lei. **La sua sicurezza deve essere una priorità.** Aiutare un figlio non significa dover accettare aggressioni o esporsi a situazioni pericolose. Forse, in questo momento, sua cognata ha bisogno di essere sostenuta nel trovare un equilibrio tra il desiderio di aiutare il figlio e la necessità di proteggere se stessa. Non può risolvere da sola tutte le difficoltà di suo figlio, ma può iniziare a cercare un aiuto anche per sé, senza vivere questa scelta come un abbandono. Un cordiale saluto, Marica Romano Psicologa
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