Domande del paziente (93)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
Da quello che scrive emerge una forte tensione interna tra il desiderio di stare nella relazione e i sentimenti di sfiducia e ansia che continuano a manifestarsi. La sua sofferenza non è un...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Dalle sue parole si sente chiaramente quanto sia spaventata e quanto l’idea di perdere il suo compagno la faccia soffrire profondamente.
Più che il contenuto dei pensieri – “e se fossi omosessuale?”,...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Il fatto che a 18 anni lei si stia ponendo queste domande con tanta lucidità è già un segnale importante di consapevolezza. Molte persone vivono dinamiche simili senza mai fermarsi a riflettere...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Dal modo in cui scrive emerge una grande capacità di riflessione su di sé e anche un impegno concreto nel cercare di cambiare le cose, e questo è già un elemento molto importante.
Mi colpisce...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
Capisco il tipo di disagio che sta provando, e il fatto che lo descriva come “disgusto” e “dispiacere” fa pensare a qualcosa che la tocca non solo sul piano razionale, ma anche molto profondamente...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
Capisco quanto la situazione che descrive sia dolorosa e destabilizzante. Non solo per il tradimento in sé, ma anche per quello che è venuto dopo, come l’assenza di chiarimenti, il clima di...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
Capisco il senso di smarrimento che sta descrivendo, e il fatto che dica “non so più a chi rivolgermi” mi fa pensare che si senta un po’ sola dentro a questo passaggio così confuso e carico...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Ciò che descrive sembra inserirsi in un intreccio di fattori biologici, psicologici e relazionali che, nel tempo, possono essersi influenzati reciprocamente. L’uso passato di antidepressivi...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Quello che sta vivendo, per quanto molto doloroso, ha anche un significato importante nel suo percorso, ovvero è la prima volta che entra davvero in contatto con un legame affettivo profondo,...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
I pensieri che descrive, per quanto molto spaventanti, hanno una caratteristica importante, ovvero che lei li riconosce come dubbi, se ne preoccupa e cerca di verificarli o neutralizzarli....
Altro
Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pensieri che definirei "ossessivi" per quanto riguarda le relazioni sociali (amicizie, conoscenze, ecc.): dopo ogni interazione non sentita al 100% riuscita, riavvolgo continuamente nella mia testa ogni piccolo dettaglio della situazione per capire cosa avrei potuto sbagliare, cercando continue rassicurazioni, e spendendoci la notte in pianti. Oltre a questo, sospetto da sempre di essere neurodivergente/essere nello spettro autistico.
Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
Quello che descrive restituisce bene la fatica che sta vivendo, soprattutto dopo le interazioni sociali, quando la mente continua a “lavorare” nel tentativo di capire, correggere, trovare una certezza che però non arriva e la lascia esausta.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, è utile vedere come questo circolo si costruisce, ovvero l’incontro con l’altro attiva un alto livello di attenzione e responsabilità su di sé, poi, a posteriori, il bisogno di dare senso e ridurre l’incertezza la porta a rivedere tutto nei dettagli e a cercare rassicurazioni. Questo processo, pur partendo da un intento di protezione, finisce per amplificare l’ansia e il dubbio.
Rispetto al suo dubbio sulla neurodivergenza, è una domanda legittima e importante, soprattutto se sente che alcune sue modalità – come il masking o il sovraccarico – fanno parte della sua esperienza da tempo. Tuttavia, più che pensare in termini di “prima questo o prima quello”, potrebbe esserle utile un percorso con un professionista sensibile a questi temi, che possa accogliere sia la sua sofferenza attuale sia il suo interrogativo identitario. In questo modo non rischia di sentirsi nuovamente non compresa o “fuori fuoco”.
Una valutazione psicodiagnostica può certamente darle chiarezza, ma non è necessariamente in contrapposizione a un percorso terapeutico, spesso le due cose possono integrarsi nel tempo. Nel frattempo, c’è già qualcosa di importante su cui lavorare, cioè il modo in cui si relaziona ai suoi pensieri e a se stessa dopo le interazioni.
L’aspetto centrale è che lei non si senta invalidata o fraintesa, trovare uno spazio in cui il suo funzionamento venga riconosciuto e rispettato è già, di per sé, un primo passo terapeutico significativo.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.
Salve dottori, vorrei esporvi una situazione e cercare da voi un consiglio e rassicurazione o comprensione..sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da poco diciamo qualche mese con una persona molto più grande di 20 anni, abbiamo avuto molti momenti in cui non ci trovavamo bene insieme, ma continuavamo a stare perché ci volevamo e ci tenevamo l'uno all'altro, per me molto difficile lasciarlo andare, e anche per lui, ci siamo continuati a vedere ogni tanto, e delle volte facevamo anche qualcosa, però da poco dopo che ci siamo lasciati io avveo sentito un amico con cui mi frequentavo prima di lui, mi ha sempre capita e ascoltata, sempre capito i mie stati d'animo con il mio fidanzato, o comunque c'è sempre stato anche per stare vicino e darmi consigli, lui è a distanza infatti avevamo deciso di rivederci perché io volevo rivederlo anche per parlare, stare insieme o comunque fare cose di quotidianità insieme per cui prima non avevamo avuto l'occasione, vedere la città ecc. Il punto è che io sono frenata, lui prova a baciarmi, abbracciarmi ecc, ma io non riesco, mi sento in colpa e ogni volta che cerca di, io vedo il mio ex, le cose che mi ha detto quando gli ho raccontato che mi sarei dovuta vedere con lui in amicizia perché cosi era..mi ha detto che non voleva sapere nulla di cosa sarebbe successo e se succedeva qualcosa allora lo avrei perso, che non ho avuto rispetto nei suoi confronti ecc..purtroppo ci rimango male e mi faccio molto condizionare dalle cose che le persone mi dicono..e non so perché ho questo sentimento nei suoi confronti, la paura che lui possa lasciarmi o io possa perderlo definitivamente..è come se fossi dipendente da lui? ci sto male perché non riuscirò mai a vivermi nulla, neanche questo amico che sta per un paio di giorni, perché vorrei anche solo baciarlo ma so che poi avrei il senso di colpa..ho paura di tutto, non so cosa fare e perché ho questo attaccamento al mio ex fidanzato cosi tanto..come faccio a distaccarmi, non so che fare
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Quello che descrive è un vissuto molto comprensibile quando una relazione importante si interrompe ma, allo stesso tempo, resta ancora emotivamente molto presente. Non si tratta solo di “lasciarsi”, ma di ridefinire un legame che, per come lo racconta, è stato intenso, ambivalente e in qualche modo ancora attivo.
Dal suo racconto emerge una dinamica relazionale in cui, anche dopo la separazione, il suo ex continua ad avere un forte impatto su di lei. Le sue parole – il fatto che “lo perderebbe definitivamente” se lei si avvicinasse a qualcun altro, il tema del rispetto – sembrano funzionare come una sorta di vincolo che lei continua a portarsi dentro, anche quando lui non è fisicamente presente. È come se quella relazione non si fosse davvero chiusa, ma fosse rimasta aperta a livello emotivo e simbolico.
Quando si trova con questo amico, infatti, non è solo con lui, è come se fosse in una relazione “a tre”, dove il suo ex è comunque presente nei pensieri, nelle emozioni e nelle scelte. Il senso di colpa che prova non nasce tanto da ciò che sta facendo, ma dal legame che sente ancora attivo con il suo ex e dal peso che dà alle sue parole.
Le farei una domanda: se il suo ex non le avesse detto nulla, se non ci fosse stata quella reazione da parte sua, cosa sentirebbe oggi nei confronti di questo amico? Questo può aiutarla a distinguere ciò che è suo da ciò che appartiene ancora alla relazione precedente.
Il timore di “perderlo definitivamente” è un altro punto molto importante. In un certo senso, sembra che una parte di lei mantenga vivo questo legame anche attraverso il non lasciarsi andare ad altro, come se così facendo potesse non chiudere davvero quella storia. Questo può dare l’impressione di una dipendenza, ma più che altro parla di un attaccamento non ancora elaborato.
Distaccarsi non significa cancellare ciò che c’è stato, ma riconoscere che quella relazione, per come era, non funzionava – lo dice anche lei quando parla delle difficoltà e dei momenti in cui non stavate bene insieme – e che oggi continuare a farla vivere indirettamente la sta bloccando nel presente.
Un altro aspetto riguarda il modo in cui lei si lascia influenzare da ciò che gli altri dicono. Sembra esserci una grande sensibilità al giudizio e al rischio di deludere o perdere l’altro, che la porta a mettere in secondo piano quello che sente lei. Questo la espone al rischio di vivere le relazioni più in funzione dell’altro che di sé stessa.
Il fatto che lei dica “vorrei anche solo baciarlo ma non riesco” è molto significativo, c’è una parte di lei che desidera andare avanti, ma un’altra parte che la trattiene. Non è qualcosa da forzare, ma da comprendere. Forse, più che chiedersi “cosa devo fare”, potrebbe essere utile chiedersi “a che punto sono davvero nel lasciare andare quella relazione?”.
Darsi il tempo di elaborare la chiusura è fondamentale. Continuare a vedere il suo ex, anche saltuariamente, può rendere questo processo molto più difficile, perché mantiene vivo il legame e le ambivalenze.
Non c’è nulla di “sbagliato” in quello che prova. È un passaggio delicato, in cui sta cercando di separarsi emotivamente da una relazione significativa mentre una parte di lei è ancora lì. Il lavoro non è tanto sforzarsi di vivere qualcosa di nuovo, ma creare dentro di sé lo spazio perché questo possa accadere senza colpa e senza paura di perdere qualcosa che, in parte, è già finito.
Forse il primo passo è proprio quello di iniziare a spostare l’attenzione da “cosa penserebbe lui” a “cosa sento io e cosa mi fa stare bene davvero”. Anche se all’inizio può sembrare difficile, è da lì che può cominciare un vero distacco.
Spero esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buongiorno Gent.mi Dottori,
vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti..
una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole)
.il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
La situazione che descrive è comprensibilmente molto attivante sul piano emotivo.
Quando ci si ritrova a condividere spazi con un ex partner, soprattutto in un contesto lavorativo, non è raro che anche piccoli episodi assumano un significato molto forte. Più che “dispetti”, il comportamento del suo ex potrebbe essere letto come una modalità di gestione della distanza, ovvero evitare, non incrociare lo sguardo, mantenere un’apparente indifferenza possono essere modi, forse poco maturi ma non insoliti, per tenere sotto controllo il coinvolgimento emotivo.
Allo stesso tempo, è importante osservare cosa accade dentro di lei. L’agitazione, il tremore, il senso di esplosione interna sembrano indicare che questo incontro riattiva qualcosa di ancora vivo, al di là della consapevolezza razionale che la relazione è conclusa. Non è tanto una questione di “comportarsi nel modo giusto”, quanto di riconoscere che in quei momenti lei entra in uno stato emotivo intenso che la mette in difficoltà.
Potrebbe aiutarla spostare l’attenzione da lui a sé stessa, chiedendosi cosa la farebbe sentire più tutelata e stabile in quelle situazioni. Anche un semplice “permesso” detto per passare non implica un’apertura relazionale, ma può essere un modo per affermare la sua presenza e il suo diritto allo spazio, senza esporsi oltre ciò che sente possibile.
Se queste reazioni sono così forti, potrebbe essere utile avere uno spazio di ascolto per elaborarle, così da non sentirsi ogni volta impreparata ma più centrata nelle sue risposte.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.
Salve io sono un uomo di 42 anni 2 mesi fa ho fatto venire qui da me una ragazza ucraina e sua figlia.
Adesso ho un serio problema lei è diventata sempre più arrabbiata con me perché dice che io sono un leone nei suoi confronti e non si fida di nessuno neanche dei medici qui nella mia città Alessandria.
In questo momento stiamo affrontando una settimana difficile perché abbiamo scoperto che lei è incinta e ha voluto interrompere la gravidanza ieri ha preso la prima pillola ed oggi ha avuto un attacco di rabbia nei miei confronti dicendomi che sono uno stupido un leone che con me nessuno sarà mai felice....io non le ho mai fatto mancare niente ma è da molti giorni che non parliamo più stiamo in silenzio tutto il giorno gli unici momenti che parliamo è quando lei ha questi attacchi di rabbia ...ieri si è arrabbiata perché le ho chiesto come si sentiva fisicamente dopo aver preso la prima pastiglia...
Vi prego aiutatemi a capire come comportarmi e come aiutarla
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
Da ciò che descrive, state attraversando un momento molto intenso, caratterizzato da un cambiamento importante come la gravidanza e la sua interruzione, vissuto in un contesto già fragile, lontano dal proprio paese e con un carico emotivo elevato. In questi casi, la rabbia può diventare un modo per esprimere paura, sfiducia e senso di perdita di controllo, più che un attacco personale diretto.
Dal punto di vista relazionale, sembra che tra voi si sia creato un circolo in cui lei si chiude o reagisce con rabbia e lei, comprensibilmente, cerca di avvicinarsi o capire, ma questo viene percepito da lei come pressione o invasione. Questo può aumentare la distanza e il silenzio.
Può essere utile, in questa fase, ridurre il tentativo di “risolvere” o spiegare e concentrarsi invece su una presenza più calma e non intrusiva, comunicando in modo semplice che lei c’è, senza forzare il dialogo. Frasi brevi, senza domande incalzanti, possono aiutarla a non sentirsi sotto pressione.
Allo stesso tempo, è importante che lei non resti solo in questa situazione, valutare un supporto professionale sul territorio, anche come spazio per lei, potrebbe aiutarla a orientarsi meglio e a gestire le emozioni che sta vivendo.
Se la situazione dovesse diventare troppo carica o conflittuale, potrebbe essere utile anche creare momentaneamente un po’ di distanza, per proteggere entrambi e abbassare la tensione.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.
Buonasera sono un ragazzo di 28 anni e mi sento inferiore e in ritardo rispetto agli altri, sento una forte rabbia e frustrazione perché non ho mai avuto una relazione con una ragazza e non ho amici, purtroppo sto h 24 nel negozio che voglio vendere al più presto, mi da fastidio sentire le solite frasi ognuno ha i suoi tempi perché i miei tempi non arrivano mai se non mi do da fare, la cosa strana e che la rabbia è tanta ma tanta che sono diventato autodistruttivo come se mi odiassi quindi non mi va più di fare nulla su questo, ad agosto compio 29 anni i ragazzi di 18/20 anni stanno più avanti di me io ho bruciato i migliori anni perché a 28 anni se caso remoto succede non posso fare il bambino di 15 anni, ma comunque detto questo con il negozio non ho libertà e poco utile economico, non mi va di rialzarmi perché mi sento molto stanco e nervoso faccio cattivi pensieri, preferisco piuttosto che vivere nel umiliazione! Solo io sono inferiore o gli sfigati come me. Grazie a chi mi darà un consiglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Buonasera,
nelle sue parole si sente una sofferenza molto intensa, fatta di rabbia, frustrazione e anche di una grande durezza verso sé stesso. Non sta semplicemente dicendo “sono indietro”, ma sta arrivando a definirsi “inferiore”, e questo è un passaggio molto pesante, perché trasforma una difficoltà in un giudizio globale su di sé.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, quello che lei vive non nasce nel vuoto, ma dentro un contesto, ovvero quel del lavoro che la tiene bloccato, la mancanza di relazioni significative, il confronto continuo con gli altri. Quando una persona resta per molto tempo in una situazione percepita come chiusa, senza possibilità di movimento, è frequente che l’energia si trasformi in rabbia. E quando questa rabbia non trova uno spazio di espressione verso l’esterno o verso un cambiamento concreto, può rivolgersi contro sé stessi, diventando autodistruttiva, proprio come lei descrive.
Un punto, a mio avviso, importante è che la rabbia che sente non è il problema, è un segnale. Le sta dicendo che qualcosa nella sua vita così com’è non le sta più bene. Il rischio è che invece di usarla come spinta al cambiamento, la utilizzi per attaccarsi e svalutarsi, bloccandosi ancora di più.
Quando dice che gli altri sono “più avanti”, sta usando un metro di confronto molto rigido, come se esistesse una linea unica della vita valida per tutti. Ma le traiettorie personali non sono mai così lineari. Piuttosto le farei una domanda: se una persona esterna guardasse la sua vita oggi, vedrebbe davvero una persona “inferiore”, o vedrebbe qualcuno che è rimasto incastrato in una situazione (il negozio, l’isolamento) che limita le possibilità di esperienza e relazione?
Lei stesso individua un nodo importante che è il negozio. Lo descrive come qualcosa che la tiene fermo, senza libertà e con poco ritorno. Questo non è un dettaglio, è un elemento centrale del sistema in cui vive. È difficile costruire relazioni, conoscere persone o anche solo sentirsi vivi quando si è chiusi 24 ore in un contesto che non si sente più proprio. In questo senso, più che “non mi do da fare”, sembra che lei sia bloccato in una struttura che le toglie energia e possibilità.
Un altro aspetto che colpisce è la durezza con cui si giudica, fino a usare parole molto pesanti verso sé stesso. Le chiederei: da dove ha imparato a parlarsi in questo modo? Chi, nella sua storia, ha usato questo tipo di linguaggio o questo tipo di aspettative? Perché spesso quella voce interna così critica non nasce da sola, ma è qualcosa che abbiamo interiorizzato.
Rispetto alle relazioni, capisco il dolore del non averne avute, ma attenzione a non trasformarlo in una sentenza definitiva. Il fatto che finora non sia successo non significa che non possa succedere, ma è importante creare le condizioni perché accada. E questo riporta ancora una volta alla sua vita concreta, rispetto a spazi, tempo, contatti, possibilità di uscire da quell’isolamento.
Quando dice “non mi va più di fare nulla” e “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione”, lì emerge una stanchezza profonda, ma anche un pensiero molto estremo. Questo è un punto delicato, perché quando la mente si muove su questi estremi, si riducono le alternative. E invece è proprio sulle alternative, anche piccole, che si può ricominciare.
Non è “solo lei” e non esistono categorie come “gli sfigati”. Esistono persone che in alcuni momenti della vita si trovano bloccate, isolate e senza direzione. La differenza non sta nel valore personale, ma nelle condizioni e nelle possibilità di movimento.
Forse il primo passo non è risolvere tutto insieme, ma iniziare a riaprire uno spazio per lei, qualcuno con cui parlare dal vivo, un contesto diverso anche piccolo, una decisione concreta rispetto al negozio. Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per uscire da questo circuito in cui la rabbia si trasforma in attacco verso sé stesso.
Quello che sente è forte, ma non è una condanna. È un punto di partenza, anche se adesso le sembra solo un punto di rottura.
Spero esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buongiorno, in seguito a un infortunio sul lavoro sono rimasta invalida e mi trovo impossibilitata a svolgere le cure quotidiane della mia famiglia. Inoltre, non essendo in grado di guidare la macchina, necessito dell'accompagnamento permanente alle visite e cure mediche. Tutto ciò mi crea un forte sentimento di colpa verso la mia famiglia, mi sento depersonalizzata e inutile, anzi, mi sento un peso inutile. È normale tutto questo?
Grazie per un'eventuale risposta.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Quello che sta vivendo è comprensibile e, per quanto doloroso, non è affatto insolito in una situazione come la sua. Un infortunio che cambia in modo così significativo le possibilità di movimento e di autonomia non incide solo sul corpo, ma anche sul modo in cui una persona percepisce sé stessa dentro le relazioni, soprattutto familiari.
Il sentimento di colpa e la sensazione di essere “un peso” spesso emergono quando si passa, anche temporaneamente, da un ruolo di cura a uno di maggiore bisogno. Nelle famiglie, però, i ruoli non sono fissi, ma si trasformano nel tempo e si ridefiniscono proprio nei momenti di difficoltà. Quello che oggi lei vive come una perdita di valore personale può essere letto anche come un cambiamento nella posizione che occupa all’interno del sistema familiare, non come una diminuzione del suo valore.
Quando parla di depersonalizzazione e inutilità, sembra che stia guardando sé stessa solo attraverso ciò che riesce o non riesce più a fare. Ma lei non coincide con le sue funzioni pratiche. Le relazioni familiari non si basano solo sul “fare”, ma anche sul “essere”, come la presenza, l’affetto, la storia condivisa e i legami. È possibile che i suoi familiari la vedano in modo diverso da come lei si percepisce ora.
Le chiederei, per iniziare a spostare leggermente lo sguardo: se potesse immaginare cosa direbbero i suoi familiari rispetto al fatto di accompagnarla e starle vicino, penserebbero davvero di avere “un peso”, o forse sentirebbero di prendersi cura di una persona importante per loro? A volte siamo molto più severi con noi stessi di quanto lo siano gli altri.
Quello che sta attraversando è un momento di ridefinizione profonda, e il disagio che sente è un segnale di quanto questo cambiamento stia toccando aspetti importanti della sua identità. Non è qualcosa da ignorare, ma da accogliere e comprendere, magari anche con un supporto psicologico che la aiuti a dare un senso nuovo a questa fase.
Non è sola in questo tipo di vissuto, e soprattutto non è “inutile”, sta attraversando un passaggio difficile, in cui il valore personale ha bisogno di essere riscoperto in forme diverse.
Spero esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buonasera scrivo perché purtroppo non sò come muovermi... Ho un compagno che amo ma da tempo inizio a sospettare che ci sia un problema.
Quando l' ho conosciuto era un single che si divertiva a fare serate e bere (a volte troppo) tanto da "distruggere" il gruppo in cui suonava come batterista, perché era arrivato al concerto ubriaco e non riusciva a suonare... Da addormentarsi in macchina perché dopo un matrimonio aveva alzato il gomito e non sapevo dove fosse... Insomma "serate" ma pensavo che piano piano queste abitudini smettessero.
Invece purtroppo ha iniziato a non bere solo nel weekend adesso beve tutta la settimana... Non torna a casa che non si regge in piedi, però dice sempre con orgoglio che fa' la dieta alcolica per dimagrire, fieramente dice che invece di pranzare al lavoro per non ingrassare beve 1/2 gin-tonic. Quando arriva a casa magari né beve un' altro, più l' amaro, in settimana... Nel weekend dà il meglio di sé è capace di bersi mezza bottiglia di gin da solo, associata a qualche bicchiere di vino e amaro. Quando torniamo a casa si arrabbia per ogni cosa, una luce lasciata accesa, perché gli dico di non avvicinarsi perché puzza di alcol e il suo sguardo mi spaventa e lì inizia ad insultarmi, litighiamo. Mi accusa di esagerare, di non rompere che non ha bevuto troppo.
Purtroppo ho 3 figli e i 2 più grandi iniziano a guardarlo male, si vergognano quando esagera e mi chiedono del perché beva così tanto se sà che poi si riduce un straccio.
Io non sò che fare... Vorrei separarmi perché quando affrontiamo il tema da sobrio, mi accusa di essere esagerata e che voglio trovare una scusa per portargli via i figli, ma non è una scusa... Mi dice che sapevo che ha sempre bevuto e che lo regge quindi vuole dire che non esagera. Di non parlargli di terapia perché lui non ha nessun problema ma sono io che non lo amo come prima.
Questa situazione mi sta' distruggendo
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Buonasera,
Quello che descrive è una situazione molto faticosa e comprensibilmente destabilizzante, e le sue reazioni non solo sono legittime, ma raccontano quanto lei stia cercando di tenere insieme molte cose contemporaneamente, come il rapporto di coppia, il benessere dei suoi figli e anche un senso di responsabilità verso il suo compagno.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, è importante partire da un punto: il comportamento del suo compagno non riguarda solo lui, ma sta influenzando l’intero sistema familiare. L’uso di alcol che lei descrive non è occasionale, ma sembra strutturarsi come una modalità stabile, che incide sull’umore, sulla gestione della rabbia, sulla qualità della relazione e sul clima in casa. I momenti in cui lui minimizza o nega il problema, soprattutto quando è sobrio, sono parte di una dinamica che spesso mantiene il problema stesso, perché impedisce un reale confronto.
Lei si trova in una posizione molto complessa, da un lato prova amore e forse speranza che le cose possano cambiare, dall’altro sta vivendo paura, frustrazione e un senso crescente di solitudine. In mezzo ci sono i suoi figli, che non solo osservano, ma iniziano anche a dare un significato a ciò che vedono, provando vergogna e facendo domande. Questo è un segnale importante, perché indica che la situazione sta già avendo un impatto su di loro.
Quando lui le dice che è lei a esagerare o che vuole portargli via i figli, sta spostando il focus da sé alla relazione, mettendola in una posizione difensiva. Questo rischia di farle dubitare delle sue percezioni, ma quello che lei descrive è molto chiaro, cioè ci sono comportamenti che la spaventano, che la fanno stare male e che creano tensione familiare. Questo è un dato di realtà, non un’esagerazione.
Le chiederei di provare a spostare per un momento lo sguardo: se una persona esterna osservasse la vostra famiglia, cosa vedrebbe? Vedrebbe una situazione gestibile o una situazione che richiede un cambiamento? E ancora, cosa direbbero i suoi figli tra qualche anno di questo periodo?
Un altro punto centrale riguarda i limiti. Lei non può controllare o cambiare il comportamento del suo compagno se lui non riconosce il problema, ma può iniziare a definire con più chiarezza cosa è tollerabile per lei e cosa no, soprattutto in relazione alla sicurezza emotiva sua e dei suoi figli. A volte il cambiamento nel sistema non avviene cercando di convincere l’altro, ma modificando la propria posizione dentro la relazione.
La sua idea di separarsi non va letta come un fallimento, ma come un tentativo di protezione. Non significa necessariamente che debba prendere subito una decisione definitiva, ma è importante che lei si autorizzi a considerare anche questa possibilità senza sentirsi in colpa.
Quello che sta vivendo meriterebbe di essere condiviso e sostenuto anche al di fuori della coppia, ovvero uno spazio per lei, magari con un professionista, potrebbe aiutarla a fare chiarezza e a non affrontare tutto questo da sola.
Non è lei a non amare più come prima, spesso, quando una relazione si trova dentro dinamiche così faticose, è il contesto che cambia il modo in cui ci si sente. La sua sofferenza è un segnale importante, non qualcosa da mettere da parte.
Spero esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Scusate il post lungo. Ho 27 anni e non ho mai avuto una relazione.
L'unica volta in cui ho baciato una ragazza è stata quando avevo 14 anni, provando una forte eccitazione tanto che mi vergognavo pure ad uscire dalla stanza perché avevo il pene in erezione.
A lungo andare ho scoperto - qui sorge il dubbio - di rimanere attratto da tutti i bei ragazzi: ogni qualvolta ne resto attratto sento un magone sul petto, una sorta di calore, ansia, batticuore e mi dico "ma che succede? perché con le ragazze non mi succede? Sono gay!".
Mi è capitato all'università di infatuarmi di due ragazze però non sentivo l'esigenza di fidanzarmi né avere un rapporto sessuale (in generale non la sento mai con nessuna persona) però mi è capitato anche di provare forti erezioni accanto ad una qualche amica dopo aver stretto forte confidenza oppure cercarne il contatto fisico, la vicinanza.
Ora sono nella situazione in cui penso che queste reazioni siano false e che sia un gay represso. Una volta ad un matrimonio di un mio amico - complice un bicchiere di troppo - corsi verso una 35enne che si stava strusciando con un un tipo e iniziai a ballare anch'io con lei con conseguente mia reazione/erezione. Dovetti però andare via perché scoprii che c'era il suo fidanzato.
Però ripeto, pur vedendo bellissime ragazze, non sento quell'attenzione estetica/fisica che sento quando vedo un bel ragazzo.
Una cosa che invece mi ricordo dall'adolescenza, quando avevo 12 anni, è che rimasi quasi incantato dalle gambe in collant della mia professoressa di italiano 40enne dell'epoca. Collego quella scoperta poi allo sviluppo del mio feticismo verso i collant.
Infatti amo molto massaggiare e se una ragazza mi chiede un massaggio ai piedi glielo faccio ma dovrei controllarmi perché il rischio di eccitarmi sarebbe molto alto.
Lato masturbazione ho provato qualsiasi cosa senza problemi. Se immagino un rapporto sessuale con un uomo però non provo alcun tipo di reazione, mentre con una donna qualcosina cambia.
Mi è capitata una cosa strana recentemente ad una festa: a primo impatto non ho provato attrazione verso ragazze, ma ho trovato belli e attraenti alcuni ragazzi. Durante la festa una mia amica mi ha presentato una sua amica più grande di me e non so come, data la mia timidezza, le ho proposto di andare a ballare verso il centro della pista. Durante, è come se ho avvertito una sorta di erezione lì sotto e non me l'aspettavo.
L'altra notte, pensando ad una scena dove io che massaggio i piedi in collant di una ragazza, mi sono eccitato tantissimo e questa cosa mi è capitata anche dal vivo tanto che poi mi masturbai in bagno.
L'unica cosa è che se immagino una scena di sesso tra me e un ragazzo che mi ha colpito non riesco mai ad eccitarmi, ma nemmeno un accenno di erezione manco a guardare un porno gay con due bei ragazzi.
Onestamente non so più cosa pensare, non è questione di etichette, solo per capire. Mi piacerebbe ricevere da voi un parere.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Quello che porta è comprensibilmente confusivo, ma non necessariamente indica qualcosa di “falso” o di nascosto che deve essere smascherato. Piuttosto, sembra raccontare un’esperienza complessa in cui diverse dimensioni – attrazione estetica, risposta corporea, fantasia, bisogno di contatto e coinvolgimento emotivo – non coincidono in modo lineare.
Potrebbe essere utile osservare come nel tempo lei abbia costruito un dialogo interno molto centrato sul dubbio e sulla definizione, ogni sensazione viene subito interpretata e incasellata, quasi come se dovesse portare a una conclusione definitiva. Questo però rischia di amplificare l’ansia e di farle perdere il contatto con l’esperienza così com’è, rendendola più rigida e meno leggibile.
Nel suo racconto emerge, ad esempio, che l’eccitazione sembra legarsi molto al contesto, alla vicinanza, a elementi specifici come il contatto fisico o il feticismo, più che a un orientamento univoco verso uomini o donne. Allo stesso tempo, l’attrazione estetica verso i ragazzi non si traduce in desiderio sessuale concreto, mentre con le donne qualcosa si attiva soprattutto in situazioni relazionali o sensoriali.
Più che cercare una risposta definitiva su “chi è”, potrebbe esserle utile iniziare a osservare “come funziona” nelle situazioni reali, sospendendo per un po’ il bisogno di etichettarsi. Le identità non sempre sono immediate o lineari, e forzarle può creare più confusione che chiarezza.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo, a non a darle una definizione, ma a mettere ordine tra le diverse parti della sua esperienza, riducendo il peso dell’ansia e permettendole di avvicinarsi alle relazioni in modo più spontaneo e meno guidato dal dubbio.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive e io la vedo poco, ma ogni volta che la vedo noto chiaramente (e non solo io) che mette sempre più peso. Ormai sarà oltre i 100 kg. Non so proprio da dove iniziare per aiutarla. Nel passato abbiamo provato psicoterapia, psichiatria, farmaci di tutto, ma dopo pochissime sedute si mollava. E’ arrivata a dirmi stop, attraverso una terapeuta che mi ha chiamata e abbiamo fatto colloquio insieme, mi hanno chiesto di lasciarla stare. Da lì ho mollato. Mi sono arresa. Peccato che a distanza di un anno e mezzo la sua situazione sia decisamente peggiorata. Grazie a chi mi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
La situazione che descrive è profondamente faticosa e tocca corde molto delicate, da una parte il desiderio di aiutare sua figlia, dall’altra il rispetto dei suoi confini e delle sue richieste, che in passato sono state molto chiare. È comprensibile che lei si senta oggi disorientata e, in qualche modo, “ferma” tra il voler fare qualcosa e il timore di invadere.
Potrebbe essere utile spostare leggermente lo sguardo: più che concentrarsi esclusivamente sul sintomo alimentare di sua figlia, provare a osservare la relazione tra voi e le modalità con cui negli anni vi siete avvicinate e allontanate rispetto a questo tema. Il fatto che sua figlia abbia chiesto di essere lasciata stare non necessariamente è un rifiuto di lei come madre, ma potrebbe essere stato un tentativo – forse l’unico che sentiva possibile in quel momento – di proteggere uno spazio personale o di sottrarsi a una dinamica che percepiva come troppo pressante o dolorosa.
Allo stesso tempo, il suo “mollare” non è un fallimento, ma una risposta a una richiesta esplicita, probabilmente accompagnata da un senso di impotenza e di fatica accumulata nel tempo. È importante riconoscere anche questo, lei ha fatto ciò che in quel momento le sembrava più rispettoso.
Oggi, più che “intervenire” direttamente sul problema di sua figlia, potrebbe essere utile provare a riaprire un canale relazionale diverso, più leggero e meno centrato sul cibo o sul peso. A volte, ciò che aiuta non è parlare del sintomo, ma creare uno spazio in cui l’altra persona possa sentirsi vista e accolta al di là di esso. Un messaggio semplice, non intrusivo, che esprima presenza e disponibilità senza pressione – qualcosa come “io ci sono, se e quando vorrai” – può rappresentare un primo passo.
È altrettanto importante che lei non resti sola con questa preoccupazione. Potrebbe essere molto utile per lei avere uno spazio di consulenza personale, anche senza il coinvolgimento diretto di sua figlia, per poter elaborare le sue emozioni, comprendere meglio le dinamiche in gioco e trovare modalità di contatto che non vengano vissute come invasive.
In queste situazioni, il cambiamento raramente avviene per “spinta” dall’esterno; più spesso nasce quando la relazione diventa un luogo sufficientemente sicuro da permettere all’altro di riavvicinarsi. Il suo ruolo, per quanto difficile, può essere proprio quello di mantenere una presenza stabile, non giudicante e paziente, anche nei momenti in cui sembra non produrre effetti immediati.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
provo a risponderle restando molto aderente alla sua domanda, ma anche a ciò che si muove tra le righe del suo racconto.
Sì, in senso stretto è possibile che una persona smetta anche dopo un uso molto elevato. Alcune persone riescono a interrompere bruscamente, soprattutto quando cambiano contesto o si allontanano da situazioni che alimentavano l’uso. Però questo non coincide automaticamente con “essere usciti” dalla dipendenza. Quando si arriva a quantità importanti, la relazione con la sostanza è già strutturata e tende a ripresentarsi nel tempo, anche se per qualche settimana non si usa.
Quindi il punto non è tanto se può aver smesso per quattro settimane — questo è possibile — ma quanto questa sospensione sia solida, stabile e sostenibile senza un lavoro più profondo.
Lei coglie anche un altro aspetto molto importante che è la difficoltà a fidarsi. Nelle situazioni di dipendenza spesso non è tanto una “cattiveria” o una bugia intenzionale, ma una modalità che si costruisce nel tempo, fatta di minimizzazioni, omissioni, versioni parziali della realtà. Questo succede perché la persona, in qualche modo, protegge sia se stessa sia il legame con la sostanza.
Però vorrei spostare leggermente lo sguardo: il punto forse non è stabilire se lui sta dicendo la verità oggi. Il punto è che lei si trova in una posizione in cui deve continuamente chiedersi “ci credo o no?”. E questa è una posizione molto faticosa, perché la mette in un ruolo di controllo che non le spetta fino in fondo.
In una prospettiva relazionale, quando entra una dipendenza nella coppia, spesso la relazione si riorganizza in uno promette o rassicura e l’altro che verifica, dubita, controlla. E piano piano il centro non è più il rapporto, ma la sostanza.
Il suo dubbio allora ha un valore, le sta dicendo che la fiducia è stata incrinata, e che non basta una dichiarazione per ricostruirla.
Più che cercare di “capire subito” se è vero o no, può essere più utile osservare nel tempo coerenza tra parole e comportamenti, responsabilità sui debiti, continuità nelle scelte, eventuale richiesta di aiuto. È questo che costruisce credibilità.
E insieme a questo, le lascerei una domanda importante: lei, dentro questa situazione, cosa sente di poter sostenere e cosa no? Perché il rischio è che tutta l’attenzione vada su di lui, mentre i suoi limiti e i suoi bisogni restano sullo sfondo.
Le suggerisco di lavorare con un professionista proprio su questo, al fine di capire come stare in questa relazione senza che il dubbio la consumi.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata