Domande del paziente (119)
Buongiorno, in seguito a un infortunio sul lavoro sono rimasta invalida e mi trovo impossibilitata a svolgere le cure quotidiane della mia famiglia. Inoltre, non essendo in grado di guidare la macchina, necessito dell'accompagnamento permanente alle visite e cure mediche. Tutto ciò mi crea un forte sentimento di colpa verso la mia famiglia, mi sento depersonalizzata e inutile, anzi, mi sento un peso inutile. È normale tutto questo?
Grazie per un'eventuale risposta.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Quello che sta vivendo è comprensibile e, per quanto doloroso, non è affatto insolito in una situazione come la sua. Un infortunio che cambia in modo così significativo le possibilità di movimento e di autonomia non incide solo sul corpo, ma anche sul modo in cui una persona percepisce sé stessa dentro le relazioni, soprattutto familiari.
Il sentimento di colpa e la sensazione di essere “un peso” spesso emergono quando si passa, anche temporaneamente, da un ruolo di cura a uno di maggiore bisogno. Nelle famiglie, però, i ruoli non sono fissi, ma si trasformano nel tempo e si ridefiniscono proprio nei momenti di difficoltà. Quello che oggi lei vive come una perdita di valore personale può essere letto anche come un cambiamento nella posizione che occupa all’interno del sistema familiare, non come una diminuzione del suo valore.
Quando parla di depersonalizzazione e inutilità, sembra che stia guardando sé stessa solo attraverso ciò che riesce o non riesce più a fare. Ma lei non coincide con le sue funzioni pratiche. Le relazioni familiari non si basano solo sul “fare”, ma anche sul “essere”, come la presenza, l’affetto, la storia condivisa e i legami. È possibile che i suoi familiari la vedano in modo diverso da come lei si percepisce ora.
Le chiederei, per iniziare a spostare leggermente lo sguardo: se potesse immaginare cosa direbbero i suoi familiari rispetto al fatto di accompagnarla e starle vicino, penserebbero davvero di avere “un peso”, o forse sentirebbero di prendersi cura di una persona importante per loro? A volte siamo molto più severi con noi stessi di quanto lo siano gli altri.
Quello che sta attraversando è un momento di ridefinizione profonda, e il disagio che sente è un segnale di quanto questo cambiamento stia toccando aspetti importanti della sua identità. Non è qualcosa da ignorare, ma da accogliere e comprendere, magari anche con un supporto psicologico che la aiuti a dare un senso nuovo a questa fase.
Non è sola in questo tipo di vissuto, e soprattutto non è “inutile”, sta attraversando un passaggio difficile, in cui il valore personale ha bisogno di essere riscoperto in forme diverse.
Spero esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buonasera scrivo perché purtroppo non sò come muovermi... Ho un compagno che amo ma da tempo inizio a sospettare che ci sia un problema.
Quando l' ho conosciuto era un single che si divertiva a fare serate e bere (a volte troppo) tanto da "distruggere" il gruppo in cui suonava come batterista, perché era arrivato al concerto ubriaco e non riusciva a suonare... Da addormentarsi in macchina perché dopo un matrimonio aveva alzato il gomito e non sapevo dove fosse... Insomma "serate" ma pensavo che piano piano queste abitudini smettessero.
Invece purtroppo ha iniziato a non bere solo nel weekend adesso beve tutta la settimana... Non torna a casa che non si regge in piedi, però dice sempre con orgoglio che fa' la dieta alcolica per dimagrire, fieramente dice che invece di pranzare al lavoro per non ingrassare beve 1/2 gin-tonic. Quando arriva a casa magari né beve un' altro, più l' amaro, in settimana... Nel weekend dà il meglio di sé è capace di bersi mezza bottiglia di gin da solo, associata a qualche bicchiere di vino e amaro. Quando torniamo a casa si arrabbia per ogni cosa, una luce lasciata accesa, perché gli dico di non avvicinarsi perché puzza di alcol e il suo sguardo mi spaventa e lì inizia ad insultarmi, litighiamo. Mi accusa di esagerare, di non rompere che non ha bevuto troppo.
Purtroppo ho 3 figli e i 2 più grandi iniziano a guardarlo male, si vergognano quando esagera e mi chiedono del perché beva così tanto se sà che poi si riduce un straccio.
Io non sò che fare... Vorrei separarmi perché quando affrontiamo il tema da sobrio, mi accusa di essere esagerata e che voglio trovare una scusa per portargli via i figli, ma non è una scusa... Mi dice che sapevo che ha sempre bevuto e che lo regge quindi vuole dire che non esagera. Di non parlargli di terapia perché lui non ha nessun problema ma sono io che non lo amo come prima.
Questa situazione mi sta' distruggendo
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Buonasera,
Quello che descrive è una situazione molto faticosa e comprensibilmente destabilizzante, e le sue reazioni non solo sono legittime, ma raccontano quanto lei stia cercando di tenere insieme molte cose contemporaneamente, come il rapporto di coppia, il benessere dei suoi figli e anche un senso di responsabilità verso il suo compagno.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, è importante partire da un punto: il comportamento del suo compagno non riguarda solo lui, ma sta influenzando l’intero sistema familiare. L’uso di alcol che lei descrive non è occasionale, ma sembra strutturarsi come una modalità stabile, che incide sull’umore, sulla gestione della rabbia, sulla qualità della relazione e sul clima in casa. I momenti in cui lui minimizza o nega il problema, soprattutto quando è sobrio, sono parte di una dinamica che spesso mantiene il problema stesso, perché impedisce un reale confronto.
Lei si trova in una posizione molto complessa, da un lato prova amore e forse speranza che le cose possano cambiare, dall’altro sta vivendo paura, frustrazione e un senso crescente di solitudine. In mezzo ci sono i suoi figli, che non solo osservano, ma iniziano anche a dare un significato a ciò che vedono, provando vergogna e facendo domande. Questo è un segnale importante, perché indica che la situazione sta già avendo un impatto su di loro.
Quando lui le dice che è lei a esagerare o che vuole portargli via i figli, sta spostando il focus da sé alla relazione, mettendola in una posizione difensiva. Questo rischia di farle dubitare delle sue percezioni, ma quello che lei descrive è molto chiaro, cioè ci sono comportamenti che la spaventano, che la fanno stare male e che creano tensione familiare. Questo è un dato di realtà, non un’esagerazione.
Le chiederei di provare a spostare per un momento lo sguardo: se una persona esterna osservasse la vostra famiglia, cosa vedrebbe? Vedrebbe una situazione gestibile o una situazione che richiede un cambiamento? E ancora, cosa direbbero i suoi figli tra qualche anno di questo periodo?
Un altro punto centrale riguarda i limiti. Lei non può controllare o cambiare il comportamento del suo compagno se lui non riconosce il problema, ma può iniziare a definire con più chiarezza cosa è tollerabile per lei e cosa no, soprattutto in relazione alla sicurezza emotiva sua e dei suoi figli. A volte il cambiamento nel sistema non avviene cercando di convincere l’altro, ma modificando la propria posizione dentro la relazione.
La sua idea di separarsi non va letta come un fallimento, ma come un tentativo di protezione. Non significa necessariamente che debba prendere subito una decisione definitiva, ma è importante che lei si autorizzi a considerare anche questa possibilità senza sentirsi in colpa.
Quello che sta vivendo meriterebbe di essere condiviso e sostenuto anche al di fuori della coppia, ovvero uno spazio per lei, magari con un professionista, potrebbe aiutarla a fare chiarezza e a non affrontare tutto questo da sola.
Non è lei a non amare più come prima, spesso, quando una relazione si trova dentro dinamiche così faticose, è il contesto che cambia il modo in cui ci si sente. La sua sofferenza è un segnale importante, non qualcosa da mettere da parte.
Spero esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Scusate il post lungo. Ho 27 anni e non ho mai avuto una relazione.
L'unica volta in cui ho baciato una ragazza è stata quando avevo 14 anni, provando una forte eccitazione tanto che mi vergognavo pure ad uscire dalla stanza perché avevo il pene in erezione.
A lungo andare ho scoperto - qui sorge il dubbio - di rimanere attratto da tutti i bei ragazzi: ogni qualvolta ne resto attratto sento un magone sul petto, una sorta di calore, ansia, batticuore e mi dico "ma che succede? perché con le ragazze non mi succede? Sono gay!".
Mi è capitato all'università di infatuarmi di due ragazze però non sentivo l'esigenza di fidanzarmi né avere un rapporto sessuale (in generale non la sento mai con nessuna persona) però mi è capitato anche di provare forti erezioni accanto ad una qualche amica dopo aver stretto forte confidenza oppure cercarne il contatto fisico, la vicinanza.
Ora sono nella situazione in cui penso che queste reazioni siano false e che sia un gay represso. Una volta ad un matrimonio di un mio amico - complice un bicchiere di troppo - corsi verso una 35enne che si stava strusciando con un un tipo e iniziai a ballare anch'io con lei con conseguente mia reazione/erezione. Dovetti però andare via perché scoprii che c'era il suo fidanzato.
Però ripeto, pur vedendo bellissime ragazze, non sento quell'attenzione estetica/fisica che sento quando vedo un bel ragazzo.
Una cosa che invece mi ricordo dall'adolescenza, quando avevo 12 anni, è che rimasi quasi incantato dalle gambe in collant della mia professoressa di italiano 40enne dell'epoca. Collego quella scoperta poi allo sviluppo del mio feticismo verso i collant.
Infatti amo molto massaggiare e se una ragazza mi chiede un massaggio ai piedi glielo faccio ma dovrei controllarmi perché il rischio di eccitarmi sarebbe molto alto.
Lato masturbazione ho provato qualsiasi cosa senza problemi. Se immagino un rapporto sessuale con un uomo però non provo alcun tipo di reazione, mentre con una donna qualcosina cambia.
Mi è capitata una cosa strana recentemente ad una festa: a primo impatto non ho provato attrazione verso ragazze, ma ho trovato belli e attraenti alcuni ragazzi. Durante la festa una mia amica mi ha presentato una sua amica più grande di me e non so come, data la mia timidezza, le ho proposto di andare a ballare verso il centro della pista. Durante, è come se ho avvertito una sorta di erezione lì sotto e non me l'aspettavo.
L'altra notte, pensando ad una scena dove io che massaggio i piedi in collant di una ragazza, mi sono eccitato tantissimo e questa cosa mi è capitata anche dal vivo tanto che poi mi masturbai in bagno.
L'unica cosa è che se immagino una scena di sesso tra me e un ragazzo che mi ha colpito non riesco mai ad eccitarmi, ma nemmeno un accenno di erezione manco a guardare un porno gay con due bei ragazzi.
Onestamente non so più cosa pensare, non è questione di etichette, solo per capire. Mi piacerebbe ricevere da voi un parere.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Quello che porta è comprensibilmente confusivo, ma non necessariamente indica qualcosa di “falso” o di nascosto che deve essere smascherato. Piuttosto, sembra raccontare un’esperienza complessa in cui diverse dimensioni – attrazione estetica, risposta corporea, fantasia, bisogno di contatto e coinvolgimento emotivo – non coincidono in modo lineare.
Potrebbe essere utile osservare come nel tempo lei abbia costruito un dialogo interno molto centrato sul dubbio e sulla definizione, ogni sensazione viene subito interpretata e incasellata, quasi come se dovesse portare a una conclusione definitiva. Questo però rischia di amplificare l’ansia e di farle perdere il contatto con l’esperienza così com’è, rendendola più rigida e meno leggibile.
Nel suo racconto emerge, ad esempio, che l’eccitazione sembra legarsi molto al contesto, alla vicinanza, a elementi specifici come il contatto fisico o il feticismo, più che a un orientamento univoco verso uomini o donne. Allo stesso tempo, l’attrazione estetica verso i ragazzi non si traduce in desiderio sessuale concreto, mentre con le donne qualcosa si attiva soprattutto in situazioni relazionali o sensoriali.
Più che cercare una risposta definitiva su “chi è”, potrebbe esserle utile iniziare a osservare “come funziona” nelle situazioni reali, sospendendo per un po’ il bisogno di etichettarsi. Le identità non sempre sono immediate o lineari, e forzarle può creare più confusione che chiarezza.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo, a non a darle una definizione, ma a mettere ordine tra le diverse parti della sua esperienza, riducendo il peso dell’ansia e permettendole di avvicinarsi alle relazioni in modo più spontaneo e meno guidato dal dubbio.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive e io la vedo poco, ma ogni volta che la vedo noto chiaramente (e non solo io) che mette sempre più peso. Ormai sarà oltre i 100 kg. Non so proprio da dove iniziare per aiutarla. Nel passato abbiamo provato psicoterapia, psichiatria, farmaci di tutto, ma dopo pochissime sedute si mollava. E’ arrivata a dirmi stop, attraverso una terapeuta che mi ha chiamata e abbiamo fatto colloquio insieme, mi hanno chiesto di lasciarla stare. Da lì ho mollato. Mi sono arresa. Peccato che a distanza di un anno e mezzo la sua situazione sia decisamente peggiorata. Grazie a chi mi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
La situazione che descrive è profondamente faticosa e tocca corde molto delicate, da una parte il desiderio di aiutare sua figlia, dall’altra il rispetto dei suoi confini e delle sue richieste, che in passato sono state molto chiare. È comprensibile che lei si senta oggi disorientata e, in qualche modo, “ferma” tra il voler fare qualcosa e il timore di invadere.
Potrebbe essere utile spostare leggermente lo sguardo: più che concentrarsi esclusivamente sul sintomo alimentare di sua figlia, provare a osservare la relazione tra voi e le modalità con cui negli anni vi siete avvicinate e allontanate rispetto a questo tema. Il fatto che sua figlia abbia chiesto di essere lasciata stare non necessariamente è un rifiuto di lei come madre, ma potrebbe essere stato un tentativo – forse l’unico che sentiva possibile in quel momento – di proteggere uno spazio personale o di sottrarsi a una dinamica che percepiva come troppo pressante o dolorosa.
Allo stesso tempo, il suo “mollare” non è un fallimento, ma una risposta a una richiesta esplicita, probabilmente accompagnata da un senso di impotenza e di fatica accumulata nel tempo. È importante riconoscere anche questo, lei ha fatto ciò che in quel momento le sembrava più rispettoso.
Oggi, più che “intervenire” direttamente sul problema di sua figlia, potrebbe essere utile provare a riaprire un canale relazionale diverso, più leggero e meno centrato sul cibo o sul peso. A volte, ciò che aiuta non è parlare del sintomo, ma creare uno spazio in cui l’altra persona possa sentirsi vista e accolta al di là di esso. Un messaggio semplice, non intrusivo, che esprima presenza e disponibilità senza pressione – qualcosa come “io ci sono, se e quando vorrai” – può rappresentare un primo passo.
È altrettanto importante che lei non resti sola con questa preoccupazione. Potrebbe essere molto utile per lei avere uno spazio di consulenza personale, anche senza il coinvolgimento diretto di sua figlia, per poter elaborare le sue emozioni, comprendere meglio le dinamiche in gioco e trovare modalità di contatto che non vengano vissute come invasive.
In queste situazioni, il cambiamento raramente avviene per “spinta” dall’esterno; più spesso nasce quando la relazione diventa un luogo sufficientemente sicuro da permettere all’altro di riavvicinarsi. Il suo ruolo, per quanto difficile, può essere proprio quello di mantenere una presenza stabile, non giudicante e paziente, anche nei momenti in cui sembra non produrre effetti immediati.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
provo a risponderle restando molto aderente alla sua domanda, ma anche a ciò che si muove tra le righe del suo racconto.
Sì, in senso stretto è possibile che una persona smetta anche dopo un uso molto elevato. Alcune persone riescono a interrompere bruscamente, soprattutto quando cambiano contesto o si allontanano da situazioni che alimentavano l’uso. Però questo non coincide automaticamente con “essere usciti” dalla dipendenza. Quando si arriva a quantità importanti, la relazione con la sostanza è già strutturata e tende a ripresentarsi nel tempo, anche se per qualche settimana non si usa.
Quindi il punto non è tanto se può aver smesso per quattro settimane — questo è possibile — ma quanto questa sospensione sia solida, stabile e sostenibile senza un lavoro più profondo.
Lei coglie anche un altro aspetto molto importante che è la difficoltà a fidarsi. Nelle situazioni di dipendenza spesso non è tanto una “cattiveria” o una bugia intenzionale, ma una modalità che si costruisce nel tempo, fatta di minimizzazioni, omissioni, versioni parziali della realtà. Questo succede perché la persona, in qualche modo, protegge sia se stessa sia il legame con la sostanza.
Però vorrei spostare leggermente lo sguardo: il punto forse non è stabilire se lui sta dicendo la verità oggi. Il punto è che lei si trova in una posizione in cui deve continuamente chiedersi “ci credo o no?”. E questa è una posizione molto faticosa, perché la mette in un ruolo di controllo che non le spetta fino in fondo.
In una prospettiva relazionale, quando entra una dipendenza nella coppia, spesso la relazione si riorganizza in uno promette o rassicura e l’altro che verifica, dubita, controlla. E piano piano il centro non è più il rapporto, ma la sostanza.
Il suo dubbio allora ha un valore, le sta dicendo che la fiducia è stata incrinata, e che non basta una dichiarazione per ricostruirla.
Più che cercare di “capire subito” se è vero o no, può essere più utile osservare nel tempo coerenza tra parole e comportamenti, responsabilità sui debiti, continuità nelle scelte, eventuale richiesta di aiuto. È questo che costruisce credibilità.
E insieme a questo, le lascerei una domanda importante: lei, dentro questa situazione, cosa sente di poter sostenere e cosa no? Perché il rischio è che tutta l’attenzione vada su di lui, mentre i suoi limiti e i suoi bisogni restano sullo sfondo.
Le suggerisco di lavorare con un professionista proprio su questo, al fine di capire come stare in questa relazione senza che il dubbio la consumi.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata
Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
Perché non ho un hobby?
Pecche non so cosa mi piace?
mi piace tutto o non mi piace nulla?
Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
La storia di Simone che significa?
Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
Perché lo sto facendo adesso?
Che colpa ne ho io?
Che senso ha la mia vita adesso?
Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
Lo provo sempre in realtà
Che lezione devo imparare ancora?
Perché l’amore non arriva?
Cosa devo capire prima che arrivi?
È questo no?
Il motivo.
Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
E chi pensa a me?
Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
Non ho più voglia
Tutto questo male
Mi porta solo più confusione
E scriverlo è stato peggio
Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
Sono questa da anni
Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che arriva dalle sue parole è un senso di stanchezza profonda, quasi come se stesse portando da sola un peso troppo grande da troppo tempo. Non c’è confusione “sbagliata” in ciò che dice, c’è piuttosto un sovraccarico emotivo che non trova uno spazio in cui essere contenuto e ordinato. Quando dentro si accumulano domande senza risposta, il pensiero non aiuta più a capire, ma inizia a girare in tondo, e questo può far sentire ancora più persi.
Il fatto che lei pensi spesso di sparire non va minimizzato. Spesso può anche essere il segnale di un bisogno molto forte di interrompere il dolore, di trovare sollievo da qualcosa che sembra continuo e senza uscita. È come se una parte di lei dicesse “così non ce la faccio più”, più che “non voglio più vivere”. Questa distinzione è importante, perché dentro di lei non c’è solo la spinta a mollare, ma anche quella che l’ha portata a scrivere, a cercare uno sguardo, a non restare completamente sola.
Lei si descrive come qualcuno che “non sa fare nulla”, che “non sa lottare”, ma se guarda con più attenzione, sta già facendo qualcosa di molto difficile: sta cercando di mettere parole su un caos interno, sta provando a capirsi. Questo non è poco, è un movimento, anche se non lo sente come tale.
Molte delle domande che si pone – sull’amore, su suo padre, sulle relazioni passate, sul futuro – sembrano intrecciarsi tra loro senza un ordine, e questo crea la sensazione di non avere controllo. In una prospettiva sistemico-relazionale, però, queste domande non sono scollegate, esse parlano tutte di un bisogno di riconoscimento, di essere vista e amata in modo stabile, e forse anche di una fatica a sentire di avere un valore indipendentemente da questo. Quando questo bisogno resta incerto o ferito nel tempo, può diventare difficile capire cosa si prova, cosa si vuole, perfino cosa piace.
Il vuoto che descrive, quel “sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca”, è qualcosa che spesso emerge proprio quando le emozioni sono troppe e troppo intense, è come se il sistema si proteggesse spegnendo un po’ tutto. Non è che lei non provi, è che sta provando troppo, e senza un contenitore.
Rispetto al suo timore di “non cambiare”, le direi che quando si è dentro questo tipo di stato, il tempo sembra fermo e si ha la sensazione di essere sempre uguali. Ma ciò che lei vive ora non è la sua identità, è una fase, anche se lunga e faticosa. Il cambiamento, in questi casi, non avviene con uno sforzo improvviso o con una decisione forte, ma attraverso piccoli appoggi esterni che aiutano a non restare sola dentro questo circuito.
Proprio perché i pensieri sul suicidio sono presenti in modo ricorrente, è importante che lei non affronti tutto questo da sola. Parlare con un professionista dal vivo, qualcuno che possa starle accanto in modo continuativo, non è un segno di debolezza ma una forma di protezione. Se in alcuni momenti sente che il pensiero di farsi del male diventa più concreto, le chiedo di cercare subito un contatto diretto, una persona fidata o anche un servizio di emergenza della sua zona.
Lei si chiede “chi pensa a me?”. Questa è una domanda centrale. In questo momento, una parte del lavoro è proprio permettere che qualcuno possa farlo davvero, non solo nelle sue aspettative ma nella realtà. Non deve risolvere tutto ora, né trovare tutte le risposte. Forse il primo passo non è capire tutto, ma iniziare a non restare sola con tutto questo.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buongiorno sono in una relazione da oltre 20 anni tra fidanzamento, convivenza e matrimonio con la nascita di un figlio ormai grande...la nostra storia è come quella di tanti, alti e bassi, caratterizzata ad intermittenza da assenze più o meno lunghe (fino a oltre 4 anni) di intimità e quasi totale assenza di dialogo, ma andiamo avanti...
Tempo addietro scopro dalle sue ricerche Google che ha guardato molto materiale su come riconoscere l'interesse di una donna, cose da dire ad una donna, segnali per capire se piaci ad una donna...ci sono state ricerche per regali da fare ad una collega di lavoro, ci sono state molte ricerche su alberghi e motel nella città vicino alla nostra, quello che mi ha scioccato sono molte informazioni prese su vari tipi di preservativi che noi non usiamo da almeno un decennio...(Alla mia richiesta di chiarimento mi è stato detto fossero per un collega, il regalo e l' albergo mentre sulle altre ricerche dice che c' è stato un momento in cui pensava che una collega stesse flirtando con lui e voleva capire e poi si sono chiariti) Ora io ovviamente non gli credo, anche soprattutto dopo aver trovato una chat nascosta da impronta digitale, chat che mi ha fatto leggere e fino a quel punto assolutamente innocua a meno che non siano stati cancellati dei messaggi...ma se innocua perché nascondere?????
Pochi giorni dopo aver effettuato le ricerche per gli alberghi e motel mi dice che probabilmente faranno una cena tra colleghi proprio in quella città...
Non sono più riuscita a trattenermi e ho detto che sapevo di tutte le sue ricerche e ha liquidato tutto appunto come ho spiegato poco sopra, che alcune erano ricerche per un collega e altre per potersi chiarire con questa donna presumibilmente interessata a lui ... ripeto io non riesco a credergli, non mi ha tradita e di questo sono certa, se non cose di poco conto, ma quello che mi fa male è pensare che stesse pianificando di poterlo fare, che l' interesse non fosse di una donna verso di lui ma di lui verso questa donna che poi alla fine deve avergli dato il benservito...oppure tutto non è andato avanti perché io ho scoperto....ora io vorrei superare questa cosa, mi sento una pazza a volte per dare così tanto peso a qualcosa che poi in fine non è successo ma più ci penso più lo sento comunque un tradimento...in cosa sbaglio? Riuscirò mai a superare? Ci sono molti altri dettagli meno importanti in questa storia che però sommati al tutto mi fanno sentire ancora più male, lui mi fa sentire spesso sbagliata, sottolineando talvolta dei miei comportamenti io non so che fare, non vorrei buttare alle ortiche una storia che comunque fa parte di me da più di metà della mia vita, ma con questo logorio sento di non poter andare avanti per molto, ho bisogno di superare questa cosa, sarà possibile con una persona che non comunica ed evita l'argomento?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che lei descrive non è il segno di una “pazzia”, ma il tentativo, molto umano, di dare senso a qualcosa che ha incrinato un equilibrio già fragile. In una relazione lunga come la sua, fatta di cicli di vicinanza e distanza, l’intimità e il dialogo non sono solo aspetti “in più”, ma diventano il terreno su cui si costruisce – o si perde – la fiducia. Quando questo terreno è già povero, anche elementi indiretti, come ricerche, chat nascoste o incongruenze, possono assumere un peso molto più grande, perché vanno a riempire vuoti già presenti.
Credo che lei non stia soffrendo solo per ciò che potrebbe essere accaduto, ma per ciò che questo episodio rappresenta, ovvero la possibilità che suo marito abbia rivolto altrove un interesse emotivo o mentale che nella relazione mancava da tempo. In quest’ottica, ciò che lei sente come “tradimento” non riguarda necessariamente un fatto concreto, ma una rottura di lealtà interna alla coppia, una frattura nella percezione di essere ancora scelta, vista, desiderata.
Allo stesso tempo, mi colpisce come lei si metta rapidamente in discussione, arrivando a chiedersi “in cosa sbaglio”. Questo è un passaggio delicato, nelle dinamiche di coppia di lunga durata, soprattutto quando la comunicazione è scarsa, è facile che uno dei due finisca per interiorizzare il dubbio di essere “troppo”, “sbagliato” o “eccessivo”. Ma il suo bisogno di chiarezza, coerenza e rassicurazione è un bisogno relazionale legittimo, non un errore.
A mio avviso, il punto centrale, più che stabilire con certezza cosa sia successo, è osservare cosa sta accadendo tra voi adesso. Lei si trova a vivere un dolore e un dubbio persistente, mentre dall’altra parte incontra evitamento e minimizzazione. Questo crea una distanza ulteriore, in cui non solo c’è il sospetto, ma manca uno spazio condiviso in cui poterlo elaborare. Ed è proprio questa mancanza che rischia di rendere impossibile il “superare”.
Superare, infatti, non è un atto individuale, ma un processo che richiede la partecipazione di entrambi. Non si supera qualcosa da soli quando riguarda la relazione. Si può però iniziare a fare chiarezza dentro di sé, cercando di capire cosa per lei è tollerabile e cosa no, di che tipo di presenza emotiva ha bisogno, quanto è disposta a restare in una dinamica in cui si sente messa in dubbio o non ascoltata.
Più che chiederle se riuscirà a superare, le proporrei una domanda leggermente diversa: cosa le servirebbe, concretamente, da suo marito per poter anche solo iniziare a farlo? E, se questo non arriva, cosa significa per lei restare comunque?
A volte, nelle storie molto lunghe, il vero nodo non è decidere se “buttare tutto”, ma riconoscere se la relazione, così com’è oggi, è ancora uno spazio in cui si può stare senza consumarsi. Il lavoro, in questi casi, può essere sia individuale – per restituirle una maggiore centratura – sia di coppia, se lui fosse disponibile a mettersi in gioco.
Il fatto che lei senta di non poter andare avanti a lungo in questo logorio è un segnale importante, da non ignorare. Non le sta dicendo che deve chiudere, ma che così, da sola dentro questo dubbio, non può più restare.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buona sera vi scrivo per un aiuto spesso mi si rialza l'ansia e mi fa stare male non controllare i miei pensieri. Mi sembra di andare in disperazione e nessuno psicologo o psicoterapeuta che prenda per le corna il mio malessere. Sono un'assistente domiciliare e oggi ho fatto un'affiancamento insieme a all'altra operatrice per andare da 2 sorelle autistiche a casa. Mentre l'operatrice mi diceva tutte le cose io avevo dentro una voce, qualcosa che mi porta alla passività a pensare che non fa per me, l'altra operatrice era carina con me mentre io avevo paura di vederla sospettosa (come se poi mi autosaboto e faccio accadere quello che io penso) l'altro mi vede strana nel comportamento. In quel momento mi irrigidisco riesco ad essere poco spontanea. Devo poi faricare con il pensiero per ritornare in uno stato di calma apparente. La conseguenza è che ho poi pensieri di svalutazione di angoscia e accusa verso di me. Mi butto giù e mi cade l'autostima troppo facilmente da farmi paura. Proietto sull'altro tutto questo non so perché e del fatto che poi mi metto in un atteggiamento di dipendere come di paura a fare le cose spontanee. Mi congelo e si vede dal mio comportamento. Mi sento una sempre sotto giudizio anche quando non ce ne è bisogno. Io ci convivo da tanto tempo e si accentua in situazioni nuove credo. Quando mi viene questo malessere io vorrei sparire, mi vergogno a non avere una solida stima di me. Cosa mi scatena questo. Perchè io faccio così e non trovo la forza di non dare retta a questi pensieri? Ho paura di dipendere e divento una banderuola che non ha carattere e poi non riesco a fare le cose con serenità e spensieratezza. Vi chiedo che meccsnismo è come faccio a spezzarlo si può guarire? Mi ossessiona tanto. Grazie mille
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da quello che racconta si percepisce quanto questo meccanismo sia faticoso e quanto lei si senta intrappolata in qualcosa che sembra attivarsi da solo, soprattutto nelle situazioni nuove o in cui si sente osservata. Non è mancanza di carattere, né debolezza, sembra più un funzionamento che nel tempo si è strutturato e che oggi si riattiva in modo automatico, quasi come se il suo sistema interno volesse proteggerla, ma finisse per bloccarla.
Provo a restituirle una possibile lettura. Nel momento in cui entra in una situazione nuova, come l’affiancamento con la collega, potrebbe essersi attivato una sorta di “allarme relazionale”, in cui una parte di lei sembra aspettarsi di essere giudicata, vista come inadeguata o non all’altezza. Questo porta il suo corpo a irrigidirsi, i pensieri a diventare più veloci e critici, e lei entra in quella che descrive come passività o congelamento. È una risposta molto comune quando si percepisce, anche inconsciamente, un rischio di valutazione o rifiuto.
La cosa importante è che questo non nasce lì, in quel momento. Quella situazione attuale funziona più come un “innesco” che attiva qualcosa di più antico, una modalità appresa nel tempo di stare nelle relazioni. Quando lei dice “mi sento sempre sotto giudizio”, sta nominando una lente attraverso cui legge l’altro, ma che in realtà parla molto di come lei guarda se stessa.
Il punto cruciale è che, mentre questo accade, si crea un circolo in cui lei si sente osservata e quindi si irrigidisce, si percepisce meno spontanea, interpreta questa cosa come una conferma di essere “strana” o inadeguata e così aumenta l’ansia e l’autocritica. Non è che lei “si autosabota” volontariamente, è che il sistema si autoalimenta.
Capisco anche la sua frustrazione quando dice di non trovare qualcuno che “prenda per le corna” il problema. Però questo tipo di funzionamento non si spezza con la forza o imponendosi di non pensare certe cose. Più lei prova a combattere quei pensieri, più rischia di rimanerci agganciata. Il cambiamento passa piuttosto dal modificare il modo in cui si relaziona a quei pensieri e alle sensazioni che prova.
Un primo passaggio potrebbe essere iniziare a riconoscere quel momento in cui “si attiva il copione”, quasi dandogli un nome, non “sono io sbagliata”, ma “ecco, sta partendo quella parte di me che teme il giudizio”. Questo piccolo spostamento, anche se sembra semplice, introduce una distanza.
Un altro aspetto importante riguarda la sua tendenza a proiettare sull’altro ciò che sente dentro. Quando pensa che l’altra operatrice possa essere sospettosa, spesso sta dando forma esterna a un giudizio interno molto severo. Non è che lei inventa, ma interpreta attraverso quella lente. Lavorare su questo significa lentamente imparare a distinguere ciò che viene da fuori da ciò che nasce dentro di sé.
Rispetto alla domanda “si può guarire”, le direi che più che guarire nel senso di eliminare completamente queste reazioni, è possibile trasformarle, ovvero ridurne l’intensità, riconoscerle prima, non farsi più bloccare allo stesso modo. E questo avviene soprattutto dentro una relazione terapeutica in cui lei possa fare esperienza, nel tempo, di non essere giudicata anche quando si sente così.
Il fatto che lei continui a mettersi in gioco, a lavorare, a esporsi nonostante questa fatica, dice che una parte di lei non si è affatto arresa. Forse non si tratta di trovare la forza per “non dare retta ai pensieri”, ma di costruire, passo dopo passo, un modo diverso di stare con se stessa anche quando quei pensieri arrivano.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buon pomeriggio,
Negli ultimi giorni sto vivendo un aumento significativo dell’ansia, soprattutto in ambito relazionale e sessuale.
Mi sto frequentando con un ragazzo che mi piace molto e questo mi ha portato a sentirmi più coinvolto emotivamente rispetto al passato. Parallelamente, ho iniziato ad avere difficoltà durante i rapporti: in due occasioni recenti non sono riuscito a mantenere l’erezione. Una di queste volte ero sotto effetto di cannabis, l’altra invece ero lucido ma molto in ansia.
In generale, ho notato che negli ultimi tempi mi sento più sotto pressione, con pensieri frequenti legati alla performance sessuale (paura di non essere all’altezza, di deludere, ecc.). Questo sta riducendo il piacere e aumentando l’ansia nei momenti di intimità.
A volte arrivo anche a mettere in dubbio il mio reale interesse verso questa persona (pensieri del tipo “e se in realtà non mi piacesse?”), ma riconosco che questi pensieri sembrano più legati all’ansia e al fatto che inizialmente avevo idealizzato questa persona. Conoscendola nella realtà, ovviamente è emersa una differenza rispetto all’immagine che avevo costruito, e questo mi genera confusione.
Oltre a questo, sto vivendo un periodo di stress generale: preoccupazioni per il lavoro, per la casa e per il futuro. Ho anche ansia legata alla mia condizione di HIV (sono in terapia e undetectable) della quale lui non è ancora a conoscenza. (Sia chiaro che non ho mai messo a rischio nessuno, sono molto prudente sulla questione)
Al momento mi sento spesso in uno stato di agitazione, con pensieri ripetitivi e difficoltà a rilassarmi. In alcuni momenti l’ansia è intensa.
Vorrei capire:
- se può trattarsi principalmente di ansia da prestazione
- se è utile un supporto psicologico (es. psicoterapia o sessuologo)
- se ha senso valutare un supporto farmacologico temporaneo per l’ansia
Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da quello che descrive emerge un momento in cui diversi piani della sua vita si stanno intrecciando e amplificando a vicenda. L’inizio di una relazione significativa, il maggiore coinvolgimento emotivo, alcune preoccupazioni personali e il tema delicato della comunicazione della sua condizione di HIV sembrano convergere in un aumento generale della tensione interna.
Le difficoltà che riporta nella sfera sessuale sono molto frequentemente associate a stati d’ansia, soprattutto quando entra in gioco il desiderio di piacere all’altro e di essere all’altezza. In questi casi si crea facilmente un circolo in cui l’attenzione si sposta dalla dimensione del piacere e della connessione a quella della prestazione, e il corpo finisce per “rispondere” a questa pressione. Il fatto che uno degli episodi sia avvenuto sotto effetto di cannabis e l’altro in una condizione di forte attivazione ansiosa va nella direzione di una componente più situazionale che strutturale.
Mi colpisce anche come lei descriva i pensieri legati al dubbio sul reale interesse verso questa persona, spesso, quando l’ansia aumenta, la mente prova a trovare spiegazioni e certezze, generando dubbi che però non necessariamente riflettono un cambiamento autentico del sentimento, quanto piuttosto il tentativo di gestire l’incertezza. Il passaggio dall’idealizzazione iniziale a una conoscenza più reale è un momento molto delicato nelle relazioni, e può portare con sé una fisiologica oscillazione tra entusiasmo e disorientamento.
Allo stesso tempo, la questione della sua condizione di HIV e il fatto che questa informazione non sia ancora stata condivisa rappresentano un elemento emotivamente rilevante. Anche quando si è consapevoli di essere in sicurezza dal punto di vista medico, il peso simbolico e relazionale di questa comunicazione può incidere profondamente sul livello di ansia e sul modo di vivere l’intimità.
Nel complesso, quello che descrive è coerente con un quadro in cui l’ansia, in particolare legata alla prestazione e al coinvolgimento relazionale, sta occupando molto spazio. In questi casi un percorso psicologico può essere molto utile, sia per comprendere meglio il significato di ciò che sta vivendo all’interno della sua storia relazionale, sia per lavorare concretamente su questi meccanismi che tendono ad autoalimentarsi. Anche un confronto con un professionista che si occupa di sessualità può integrarsi bene in questo lavoro.
Per quanto riguarda il supporto farmacologico, può avere senso valutarlo in alcuni casi, soprattutto se l’intensità dell’ansia diventa difficile da gestire nel quotidiano, ma è importante che sia inserito all’interno di una valutazione più ampia e accompagnato, quando possibile, da un percorso psicologico che lavori sulle cause e non solo sui sintomi.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Figlia quasi 16 enne, mai avuto dubbi sul suo orientamento sessuale, almeno così sembrava. Ha sempre avuto interesse per i maschi, coetanei. Da un po' di tempo è "attaccata" ad un'amica, a cui anche io voglio bene, che è lesbica. Mia figlia dice di essere innamorata di lei. La cosa mi ha spiazzato. Parto dal presupposto che non giudico e sono favorevole a tutte le forme di amore, ma dico che mi ha spiazzato perché non avrei mai sospettato una cosa del genere non avendo mai visto atteggiamenti che potessero farlo pensare. Secondo voi, è possibile che sia infatuazione? Non so come spiegarmi meglio. Le ragazze stanno sempre insieme, ogni cosa che fanno se lo comunicano telefonicamente. Ho il sospetto che mia figlia sia confusa tra affetto amichevole e amore. La mia è una ragazza che, se vuole bene a qualcuno, si focalizza solo su quella persona. Faccio una domanda che può sembrare cattiva e cruda, ma non lo è.
L'essere lesbica, le è scaturita stando sempre a contatto con l'amica? Perché so che i gay, comunque, sanno già da sempre dentro di sé cosa gli piace e cosa no. Ho parlato con lei a cuore aperto dicendo che a me importa solo della sua felicità. Non la giudico e sa che da parte mia c'è sempre il massimo sostegno.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che sta vivendo è un passaggio che può essere spiazzante per un genitore, soprattutto quando sembra arrivare in modo inatteso rispetto all’immagine che si era costruito nel tempo di sua figlia. Il fatto che lei riesca a mantenere uno sguardo aperto e non giudicante, e che abbia già comunicato a sua figlia la sua disponibilità e il suo sostegno, è un elemento molto importante e prezioso.
In adolescenza è piuttosto frequente che i vissuti affettivi e identitari siano intensi, in evoluzione e talvolta anche contraddittori. Le relazioni, soprattutto quelle molto strette, possono assumere una centralità forte e diventare uno spazio in cui si esplorano parti di sé, compresa la dimensione affettiva e sessuale. In questo senso, non è tanto utile distinguere subito se si tratti di “infatuazione”, di amicizia o di amore, quanto riconoscere che per sua figlia quell’esperienza è significativa e reale nel qui e ora.
Rispetto al suo dubbio, l’orientamento sessuale non “nasce” dal contatto con una persona specifica. Le relazioni possono certamente facilitare la scoperta o la consapevolezza di aspetti di sé, ma non li determinano. Piuttosto, può accadere che proprio attraverso un legame importante emergano vissuti che prima non erano stati pensati o nominati.
Mi sembra anche rilevante ciò che lei osserva sul modo di sua figlia di legarsi, come il fatto che tenda a concentrarsi molto su una persona quando prova affetto può contribuire a rendere questa relazione particolarmente intensa, indipendentemente da come verrà poi definita nel tempo. Questo non significa necessariamente confusione, ma piuttosto uno stile relazionale che merita di essere compreso e accompagnato.
Più che cercare risposte definitive in questa fase, può essere utile continuare a offrirle uno spazio di ascolto in cui lei si senta libera di raccontarsi senza doversi definire o giustificare. Spesso i ragazzi hanno bisogno di tempo per dare un senso a ciò che provano, e la presenza di un adulto che non incalza, ma resta disponibile rappresenta una base molto solida.
Il suo ruolo, quindi, non è tanto quello di chiarire “che cosa è” questa esperienza, quanto di accompagnarla mentre lei stessa prova a capirlo, mantenendo quel clima di fiducia che lei ha già iniziato a costruire.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buongiorno, avrei bisogno di capire come poter aiutare mio marito e mia suocera nel loro rapporto. Mia suocera è l'esempio perfetto della sindrome della sorella maggiore, ovvero ha una sorella di 14 anni piu giovane di cui si è sempre presa cura fin dall'infanzia, l'ha aiutata in tutto, sia nel ruolo di madre (ha 3 figli di cui 2 gemelli e mia suocera aveva a suo tempo preso aspettativa al lavoro per aiutarla a crescerli nonostante fosse adulta, sposata e avesse ancora i nonni a disposizione) sia nel lavoro (è una pittrice/artista... la aiuta negli allestimenti e in tutti gli eventi che deve fare). Questa donna purtroppo è cresciuta appunto come "piccola di casa" aiutata in tutto e per tutto in ogni cosa, il problema è che tutt ora all alba dei 50 anni ritiene ancora "dovuto" che lei la assecondi in ogni cosa e mia suocera corre non appena lei chiama anche perchè nel corso degli anni ha spesso avuto momenti di "depressione" che usava assolutamente come ricatto quando le attenzioni non erano su di lei... il problema è che questo rapporto malsano sta logorando il rapporto con il figlio "vero" che è mio marito che non tollera più questa situazione e si sente "non visto"... lei ha sempre mille problemi, si è separata, ha problemi economici, una figlia soffre anche lei di depressione e mia suocera si carica di tutti questi problemi e giustamente è esausta e agitata... lui ha chiesto alla zia di alleggerire la situazione per sua madre e la risposta è stata che "è l'unica famiglia che ha"... lei non riesce a distinguere figlio e sorella e li equipara... è questo fa impazzire mio marito... a me spiace perchè è una brava nonna e una buona persona ma è completamente annullata per gli altri e rischia di perdere il figlio completamente e non so come posso aiutarli a parlarsi e aiutare lei a "lasciare andare" la sorella che sinceramente credo si sia un po' "accomodata" in questa situazione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
la situazione che descrive è complessa, ma se la osserviamo in una prospettiva sistemico-relazionale appare come il risultato di equilibri familiari costruiti nel tempo, più che come il problema di una singola persona.
Da quello che racconta, sua suocera ha assunto molto presto un ruolo quasi genitoriale nei confronti della sorella. Quando queste dinamiche si strutturano così precocemente, tendono a diventare parte dell’identità, è possibile che oggi lei non percepisca di scegliere di intervenire, ma di doverlo fare. Parallelamente, la sorella può essersi abituata a questa disponibilità fino a viverla come qualcosa di naturale, quasi dovuto.
In questo intreccio, suo marito sembra occupare una posizione di sofferenza importante, perché fa esperienza di non essere visto o riconosciuto. La sua reazione, anche quando si esprime con rabbia o esasperazione, può essere letta come il tentativo di dare voce a questo bisogno.
Più che cercare di far capire a sua suocera che dovrebbe cambiare, o di convincere la zia a modificare il proprio comportamento, può essere utile provare a riaprire uno spazio di dialogo tra madre e figlio, spostando l’attenzione da chi ha ragione a ciò che ciascuno prova. Quando suo marito riesce a esprimersi partendo da sé, parlando del proprio vissuto piuttosto che accusando, aumenta la possibilità di essere ascoltato. Allo stesso tempo, riconoscere la fatica e il carico che sua suocera porta può aiutarla a non sentirsi attaccata e quindi a mettersi in una posizione più disponibile.
Va anche considerato che, per sua suocera, ridimensionare il legame con la sorella potrebbe significare mettere in discussione un ruolo che la definisce da sempre. Per questo i cambiamenti difficilmente avvengono in modo brusco, ma piuttosto attraverso piccoli spostamenti, ad esempio creando momenti dedicati al rapporto con il figlio.
Il suo ruolo, in tutto questo, è delicato, più che entrare direttamente nella relazione tra loro, potrebbe essere prezioso nel sostenere suo marito a trovare modalità comunicative che favoriscano un incontro, evitando che la situazione si irrigidisca in posizioni contrapposte.
Se la tensione resta alta, un percorso di supporto potrebbe offrire uno spazio protetto in cui ridefinire questi equilibri e aiutare ciascuno a trovare una posizione più sostenibile all’interno della famiglia.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e ormai il cibo controlla tutta la mia vita. Vorrei spiegarlo ai miei genitori ma non voglio essere un peso per loro e in più non voglio curarmi: ho raggiunto il peso che mi piace e mi vedo bene, ho ancora energie, sono brava nel mio sport, esco sempre e sono circondata dalle mie amiche. Se spesso sento storie di persone che per il dca hanno smesso di vivere, io invece continuo la mia vita tranquillamente ma vedendomi anche meglio. Vorrei che i miei genitori non mi costringessero a riprendere peso o a mangiare, ma capissero il mio problema anche perché continuare a mentire sul cibo mi fa sentire molto in colpa. Si sono accorti che sono dimagrita tanto ma non immaginano sia per questo, anche perché con loro io mi fingo sempre entusiasta di mangiare. L’unica cosa che mi preoccupa è che non ho il ciclo da 8 mesi e so che non è sano. Da una parte io continuo ad amare il cibo ma un lato di me non vede altro che calorie da bruciare, e se mangio troppo riprenderei tutti i kili. So che ci vogliono 7000kcal per ingrassare, ma essendo in sottopeso (45kg, sono alta 1,65m) invece li riprenderei tutti dal primo all’ultimo e la cosa mi terrorizza. In più mi sento in colpa perché prima amavo mangiare e il cibo, non mi preoccupava l’estetica e anzi, mi vedevo benissimo e magra. So che ero magra, ma non abbastanza. Ora anche non sono magra abbastanza, ma il peso sulla bilancia mi piace di più e sono più felice. Mangio per mantenere quel peso, non voglio dimagrire né ingrassare. Il problema è che ora non riesco più a mangiare che ho tantissimo reflusso e per questa ragione i miei genitori mi hanno accompagnata anche da un medico, ma credo che questo reflusso sia dovuto al mio problema con il cibo. Comunque so che i dca sono malattie che solo un dottore può dirmi di avere dopo analisi ecc, ho scritto così solo perché il nome disturbo alimentare mi sembra esattamente quello che descrive il mio problema. Non ho più fame, posso non mangiare per due giorni interi e non sentire nulla, e questo da un lato mi spaventa. Non capisco vorrei solo che i miei genitori mi lasciassero continuare mangiare così ma so che vorranno che io torni come prima. So che gli altri non mi amano per come sono esteticamente né per quanto peso, ma io mi piaccio più magra e questo è il modo per essere più magra e a me va bene. Come posso spiegare tutto questo si miei genitori senza farli preoccupare?? non voglio essere un peso
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive è molto complesso e, allo stesso tempo, molto chiaro nella sua ambivalenza: da una parte c’è una sensazione di controllo, di soddisfazione rispetto al peso e all’immagine di sé, dall’altra emergono segnali che la preoccupano, come l’assenza del ciclo, il rapporto sempre più rigido con il cibo, il senso di colpa e la fatica nel nascondere tutto ai suoi genitori.
In un’ottica sistemico-relazionale, è importante considerare che ciò che sta vivendo non riguarda solo il cibo o il corpo, ma il modo in cui sta cercando di stare in equilibrio con se stessa e con gli altri. Il controllo sul cibo spesso diventa una modalità per gestire emozioni, paure o bisogni più profondi, e per questo può essere difficile rinunciarvi, non è solo “mangiare meno”, ma è qualcosa che le dà una sensazione di stabilità e di valore.
Allo stesso tempo, il fatto che lei riesca a riconoscere alcuni segnali di allarme – come il ciclo assente da mesi o la perdita del senso di fame – è molto importante. Anche se oggi si sente energica e funzionale, il corpo sta già comunicando che qualcosa è in sofferenza. Questi aspetti non vanno nella direzione di spaventarla, ma di aiutarla a tenere insieme entrambe le parti della sua esperienza, ovvero quella che si sente “più felice così” e quella che invece è preoccupata.
Rispetto ai suoi genitori, capisco il desiderio di non farli preoccupare e di non essere un peso. Tuttavia, il fatto che lei stia già mettendo molta energia nel nascondere e nel fingere crea una distanza nella relazione che probabilmente aumenta anche il suo senso di solitudine e di colpa. Parlare con loro non significa automaticamente perdere il controllo o essere costretta a cambiare tutto subito, ma può essere un modo per non dover affrontare tutto da sola.
Può aiutarla pensare di condividere non tanto “tutto il problema” in una volta sola, ma il suo vissuto, come ad esempio dire che sta facendo fatica con il cibo, che si sente confusa, che una parte di lei non vuole cambiare ma un’altra è spaventata. Questo permette ai suoi genitori di avvicinarsi a lei senza necessariamente entrare subito in una logica di controllo.
Il timore di “diventare un peso” spesso nasce dall’idea che per essere amati bisogna non creare problemi. Ma nelle relazioni familiari, soprattutto in momenti delicati come questo, condividere una difficoltà può essere anche un modo per rafforzare il legame, non per appesantirlo.
Infine, anche se lei sente di non voler curarsi, potrebbe essere utile pensare a un confronto con un professionista come uno spazio di ascolto, non come un obbligo a cambiare. Un luogo in cui poter esplorare questa ambivalenza senza essere forzata, ma aiutata a capire meglio cosa sta succedendo dentro di lei.
Non è necessario che scelga subito “da che parte stare”. Già il fatto che lei si stia facendo queste domande indica che c’è una parte di sé che sta cercando un modo diverso per prendersi cura di sé, senza perdere ciò che oggi le dà sicurezza.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da ciò che racconta emerge con molta chiarezza quanto lei sia attenta e coinvolta nel percorso di suo figlio, e quanto tenga al suo benessere emotivo oltre che comportamentale.
La storia che descrive ha una sua coerenza, ovvero un bambino inizialmente molto vivace, che ha ricevuto numerosi richiami dall’ambiente adulto, e che nel tempo ha imparato che per essere visto e riconosciuto doveva in qualche modo “attivarsi”, attirare l’attenzione. Non si tratta di qualcosa di “sbagliato”, ma di una strategia relazionale che probabilmente, in alcune fasi, ha avuto anche una sua funzione.
Oggi però il contesto è cambiato. L’adolescenza, e in particolare il gruppo dei pari, diventa centrale. Da come lo descrive, suo figlio sembra percepire quel gruppo come chiuso, già definito, e questo può farlo sentire in una posizione di marginalità. In queste situazioni, alcuni ragazzi cercano di trovare un posto assumendo un ruolo riconoscibile che, nel suo caso, è quello di “quello che fa ridere”. È come se avesse costruito una sorta di equazione interna “se faccio divertire gli altri, allora vengo accettato”.
Quando questa strategia diventa rigida, però, rischia di portarlo a esagerare, fino a comportamenti che poi vengono sanzionati, rinforzando ulteriormente un’immagine di sé un po’ fragile. Non è tanto una questione di infantilità, quanto di ricerca di appartenenza e di riconoscimento.
Il fatto che in casa ne parliate molto è sicuramente una risorsa importante. Allo stesso tempo, è comprensibile che i messaggi verbali (“non devi performare per valere”) facciano fatica a essere interiorizzati se l’esperienza che lui vive fuori continua a dirgli il contrario. In un’ottica sistemico-relazionale, il cambiamento passa non solo da ciò che gli si dice, ma anche da come lui si sente visto e riconosciuto nelle diverse relazioni.
Può essere utile, ad esempio, valorizzare e restituirgli aspetti di sé che non siano legati alla performance o al far ridere, ma momenti in cui è stato autentico, in cui ha mostrato sensibilità, capacità, interessi. Aiutarlo a costruire un’immagine di sé più ampia, che non dipenda da un unico ruolo.
Allo stesso tempo, forse può essere importante aiutarlo a leggere ciò che accade nel gruppo in modo meno centrato su di sé, a volte i gruppi adolescenziali sono davvero “ermetici” e non sempre l’esclusione percepita è legata a un limite personale. Questo può alleggerire il senso di inadeguatezza.
Rispetto alla sua preoccupazione sul futuro, è comprensibile, ma al tempo stesso rischia di amplificare l’ansia nel presente. Suo figlio è in una fase evolutiva in cui queste dinamiche sono molto frequenti e ancora in trasformazione. Il fatto che lui riesca a esprimere il suo vissuto (“se non faccio ridere non valgo”) è già un elemento prezioso, perché rende possibile lavorarci.
Se dovesse vedere che questa modalità diventa sempre più pervasiva o fonte di sofferenza significativa, potrebbe essere utile un confronto con un professionista, non tanto perché ci sia “qualcosa che non va”, ma per offrirgli uno spazio in cui esplorare queste dinamiche in modo protetto.
Più che temere che “sarà così per tutta la vita”, può forse aiutarla pensarlo come un ragazzo che sta cercando il suo posto e che, con il giusto accompagnamento, può ampliare le sue modalità di stare in relazione.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive non ha tanto le caratteristiche di una “mancanza di volontà”, quanto piuttosto di un legame profondo e ambivalente con il cibo che nel tempo si è strutturato e consolidato. Il fatto che questo vissuto sia presente fin dall’infanzia è un elemento importante, perché ci dice che il cibo, più che essere solo nutrimento, ha probabilmente assunto anche altri significati nelle sue esperienze relazionali ed emotive.
La dinamica che racconta, tra desiderio e repulsione, tra controllo e perdita di controllo, è molto frequente quando il cibo diventa uno strumento di regolazione emotiva. Le diete, in questo senso, rischiano di inserirsi proprio dentro questo schema, dove da una parte rappresentano il tentativo razionale di riprendere il controllo, dall’altra vengono vissute come una privazione, quasi come se togliessero qualcosa di necessario non solo al corpo ma anche all’equilibrio emotivo. È comprensibile quindi che, una volta terminate, il sistema “torni indietro”, non perché lei non sia capace, ma perché quella funzione emotiva del cibo non è stata realmente sostituita o compresa.
Quando dice che “sa cosa fare” ma le emozioni prendono il sopravvento, sta descrivendo molto bene una scissione interna in cui una parte di sé è orientata al controllo, agli obiettivi, alla forma fisica, e un’altra parte che invece utilizza il cibo per rispondere a bisogni più profondi. In un’ottica sistemico-relazionale, queste parti non vanno eliminate, ma comprese nella loro funzione. Anche ciò che oggi vive come “dipendenza” probabilmente ha avuto, e in parte ha ancora, un ruolo nel gestire stati interni difficili.
Il rischio di porsi l’obiettivo di “eliminare” il rapporto emotivo con il cibo e ridurlo a “solo sussistenza” è che questo obiettivo sia molto rigido e poco realistico. Il cibo, per sua natura, è anche piacere, relazione, cultura, memoria. Piuttosto che togliergli significato, può essere più utile trasformare il tipo di relazione che ha con esso.
Un percorso psicologico, in questo senso, può aiutarla a esplorare quando e come il cibo entra in gioco, quali emozioni precedono certi comportamenti, quali situazioni li attivano, che funzione svolge in quei momenti. Non per giudicare o correggere subito, ma per costruire maggiore consapevolezza e alternative possibili. Spesso, lavorando su questo piano, anche il comportamento alimentare inizia gradualmente a modificarsi in modo più stabile.
Il fatto che finora abbia incontrato approcci molto pratici può aver lasciato scoperta proprio questa dimensione emotiva che lei sente centrale. Cercare un professionista che lavori in modo integrato su questi aspetti potrebbe essere un passaggio importante.
Non è intrappolata in un circolo “senza uscita”, anche se ora può sembrarlo. È dentro un equilibrio che si è costruito nel tempo e che, con il giusto tipo di lavoro, può essere progressivamente riorganizzato in modo più funzionale per lei.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da ciò che racconta emerge un passaggio di vita molto intenso, in cui si intrecciano diversi cambiamenti contemporaneamente, quali il trasferimento, la convivenza, l’ingresso nel mondo del lavoro e, allo stesso tempo, una forte pressione interna legata all’idea di “riuscire” e non tornare indietro. È comprensibile che il suo sistema emotivo sia oggi particolarmente attivato.
L’esperienza dello stage, per come la descrive, sembra aver avuto un impatto significativo sulla sua percezione di sé. Non è stato solo un contesto lavorativo che non ha funzionato, ma un ambiente in cui si è sentita svalutata e non riconosciuta. In un’ottica sistemico-relazionale, queste esperienze non restano isolate, ma tendono a influenzare il modo in cui ci aspettiamo che andranno le relazioni future. La paura di ritrovare “persone tossiche” o di non essere all’altezza non nasce nel vuoto, ma è una risposta coerente a ciò che ha vissuto.
Allo stesso tempo, noto una forte polarizzazione interna, ovvero da una parte una spinta molto potente a restare, a costruire la sua autonomia e a non “fallire”; dall’altra una parte più fragile e spaventata che teme di non farcela e di esporsi nuovamente a situazioni dolorose. Più queste due parti si irrigidiscono, più il blocco aumenta, e diventa difficile anche solo capire da dove iniziare.
Forse può essere utile iniziare a spostare leggermente il focus non tanto sul “devo riuscire subito” o “quanto tempo ho prima di fallire”, ma su piccoli passi concreti e sostenibili che le permettano di riattivarsi senza sentirsi sopraffatta. L’ansia anticipatoria tende a farle vivere scenari futuri come già certi, ma in realtà al momento lei è in una fase di ricerca, che fisiologicamente può richiedere tempo e tentativi.
Rispetto al tema del “tornare a casa = fallire”, la invito a osservare quanto questa equivalenza sia rigida e quanto peso abbia nella sua esperienza. A volte dietro questa idea ci sono aspettative (proprie o familiari) molto forti su cosa significhi essere adulti o riuscire nella vita. Metterle un po’ in discussione non significa arrendersi, ma ampliare le possibilità di lettura della sua situazione.
Mi colpisce anche il confronto con le sue amiche, dove ognuna però si trova in una fase diversa del proprio ciclo di vita, e usare il loro percorso come parametro rischia di aumentare il senso di inadeguatezza. Il suo percorso, per quanto incerto oggi, è comunque un percorso di crescita e di differenziazione importante.
Infine, rispetto al supporto psicologico, capisco la difficoltà economica, ma proprio questo momento potrebbe essere molto utile per lavorare su questi vissuti. Potrebbe eventualmente confrontarsi con la sua terapeuta sulla possibilità di modulare la frequenza senza interrompere del tutto, mantenendo uno spazio di continuità.
Non è indietro “su tutto”, lei è dentro una fase complessa di transizione. Più che trovare subito la soluzione definitiva, può provare a costruire un senso di direzione passo dopo passo, dando spazio sia alla sua motivazione sia alle sue paure, senza che una debba annullare l’altra.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Salve, volevo un opinione. Cercherò di essere breve. Sono 4 anni circa che faccio terapia. Con la mia dottoressa mi sono sempre trovata bene. Infatti le ho voluto un bene Dell anima. E ho sempre avuto fiducia in lei. A lei ho aperto il mio cuore
Le ho confidato tutto, anche le cose più intime. Pero pensavo che x come ci fossi andato da lei 4 anni fa, e x come sto messo adesso, un po si affezionasse a me. Invece ho notato il contrario ci sono stati episodi che mi hanno fatto pensare che x lei ero uno scoccio e un numero da poter incastrare nei suoi orari . Forse siccome ho qualche altro problema purtroppo, credo di essere stato molto ossessivivo con lei x una cosa che Nn mi poteva aiutare. X questo mi sono sentito abbandonato, xche quando cercavo un appiglio nel monento più buio, ho trovato la sua porta chiusa. Molte volte Nn rispondeva ai messaggi, e se li faceva, andava subito al sodo, In Seduta certe volte sembrava annoiata, qualche vita mi dava gli appuntamenti, certe volte li spostava con poco preavviso, oppure Nn si faceva sentire x mesi., neanche x chiedere "cmsta? Nonostante sapesse le mie difficoltà di salute e non. Ora le ho scritto un sms, spunmtandoke la mia rabbia una fiducia che è venuta a mancare da parte mia. Ho sbagliato secondo voi. Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dalle sue parole si percepisce quanto questo percorso terapeutico sia stato importante per lei e quanto si sia affidato profondamente alla sua terapeuta nel corso degli anni. Quando in terapia si condividono parti molto intime e dolorose di sé, è naturale che si sviluppi un legame significativo e che ci sia anche il desiderio di sentirsi riconosciuti, accolti e in qualche modo importanti per l’altro. Per questo motivo, quando alcune esperienze vengono vissute come distanti, fredde o discontinue, possono emergere sentimenti molto intensi di delusione, rabbia e abbandono.
Mi sembra che il punto centrale non sia tanto aver scritto un messaggio di rabbia, quanto il fatto che per diverso tempo lei abbia sentito di non trovare più, nella relazione terapeutica, quello spazio di vicinanza e continuità di cui aveva bisogno, soprattutto nei momenti più difficili. A volte, nella relazione terapeutica, possono crearsi aspettative diverse tra terapeuta e paziente rispetto alla disponibilità, ai contatti fuori seduta o al modo di gestire le difficoltà, e quando queste aspettative non vengono chiarite il rischio è che si generino incomprensioni e sofferenza.
Esprimere il suo dispiacere e la sua rabbia non significa necessariamente aver sbagliato. Anzi, spesso riuscire a dare voce a questi vissuti è un passaggio importante, soprattutto se per tanto tempo ha cercato di trattenere ciò che sentiva. Naturalmente conta anche il modo in cui lo si fa, ma il bisogno di essere ascoltato e compreso merita attenzione e non va giudicato.
Credo che potrebbe essere utile provare a trasformare questo momento difficile in un’occasione di confronto autentico con la sua terapeuta, cercando di parlare apertamente di ciò che ha vissuto nella relazione con lei, come il sentirsi messo da parte, poco considerato o non visto nel momento del bisogno. Molto spesso, proprio ciò che accade nella relazione terapeutica aiuta a comprendere aspetti profondi del proprio modo di vivere i legami, le attese e le ferite emotive.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Volevo ringraziare i Dottori che hanno fornito risposte molto giuste e sensate al problema che sto vivendo e che mi causa ansia e malessere, e angoscia. Non escludo di aver bisogno di essere aiutata poichè l'ansia mi causa anche disturbi fisici con cui ho iniziato a convivere quando ero molto giovane e che ora si riaffacciano con senso di instabilità nel camminare e difficoltà ad addormentarmi. Per lunghissimo tempo ho intrapreso una terapia di tipo cognitivo/comportamentale che, se non mi ha messa in grado di costruire una vita sentimentale per me soddisfacente mi ha tuttavia fornito una fortissima spinta verso cambiamenti che poi sono avvenuti in me, dandomi la possibilità di restare in piedi da sola. Ciò che mi è accaduto oggi e che ho raccontato, è l'esempio di come, da persona sempre ipercontrollata nel manifestare emozioni e sentimenti, io per la prima volta nella vita mi sia "lasciata andare". Non me ne pento, poichè se non l'avessi fatto, oggi, anzichè convivere con i rimorsi, mi sarei trovata a fare i conti con i rimpianti. Avevo scritto ancora per chiarire alcuni punti che a voi non sembravano più di tanto esplicitamente espressi, ma non potevo, ci sono regole da osservare nei forum, le mie considerazioni non è stato ritenuto potessero essere pubblicate ed ovviamente mi attengo alle regole dei moderatori. Ma non so come formulare diversamente le domande, le mie parole sono da qualcuno di Voi state definite perfino delicate ed io ho cercato di esprimermi rispettando l'anonimato. Sono consapevole che in qualche modo devo uscire da una situazione che mi crea disagio e malessere profondo e forse in questo riconoscerete il problema che ho esposto e che gentilmente è stato pubblicato. Ma prima di prendere una decisione al riguardo ritengo sia necessario prendermi ancora un po' di tempo, non fare passi avventati di cui potrei pentirmi in seguito, soprattutto trovare modi e parole giuste nel caso dovessi ancora comunicare con questa persona, ribadendo le mie necessità e..stare a guardare. Sono diventata una persona ancora più fragile, timorosa di rapportarsi ancor peggio che in passato, di dire la cosa sbagliata, di discutere. Vivo cioè in stato di soggezione dal punto di vista psicologico. Forse ora mi riconoscerete, siete stati tutti bravissimi nel rispondermi ma anche nella ricerca di un terapeuta continuo a privilegiare la figura maschile perchè in essa è contenuto il mio problema. Le donne hanno fornito risposte molto precise e puntuali, impeccabili, direi, dal punto di vista della competenza professionale. Non me ne vogliano dunque le dottoresse bravissime (almeno due in particolare) che mi hanno perfino ringraziato dell'opportunità che fornivo loro raccontando la mia esperienza. Sono io, a ringraziare loro. Ma anche nella scelta del terapeuta che mi seguì in passato scelsi una figura maschile. Forse ciò ha un significato. Per me, e magari sbaglio, una terapeuta ragiona da...donna e dunque non molto diversamente da me che pure lo sono. Ed io ho bisogno di confrontarmi con una figura maschile accogliente e comprensiva, per poter meglio capire. Spero che ora riconosciate il mio problema, spero di non essere ancora censurata, ma se anche lo fossi ringrazio anche i moderatori.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Da quello che descrive può darsi che ciò che sta vivendo oggi non sia soltanto una “fragilità”, ma anche il momento in cui alcune parti di sé, tenute per molto tempo sotto controllo, stanno finalmente trovando uno spazio per esprimersi. Da ciò che scrive emerge una persona molto lucida, riflessiva, capace di osservarsi profondamente e di dare significato alle proprie esperienze, anche quando sono dolorose.
Mi colpisce molto il passaggio in cui dice di essersi “lasciata andare” per la prima volta nella vita. Spesso chi ha vissuto per anni in una posizione di ipercontrollo emotivo sviluppa una grande capacità di stare in piedi da solo, ma al prezzo di una continua tensione interna. Quando poi qualcosa rompe quell’equilibrio, l’ansia può riemergere anche attraverso il corpo, insonnia, senso di instabilità, allerta costante, difficoltà nel sentirsi al sicuro. L’ansia, infatti, non riguarda solo i pensieri ma coinvolge profondamente anche il corpo e le relazioni.
Il fatto che lei non si penta di essersi esposta emotivamente è molto importante. Significa che, nonostante il dolore e la paura, riconosce il valore autentico di quel gesto. E forse oggi il conflitto non è tanto tra “giusto” e “sbagliato”, ma tra il bisogno di proteggersi e il desiderio di essere finalmente vista e accolta per ciò che sente davvero.
Anche il timore di dire la cosa sbagliata, la soggezione psicologica e la difficoltà a sostenere il conflitto raccontano spesso relazioni nelle quali ci si abitua progressivamente a mettere da parte parti di sé pur di mantenere un equilibrio. In ottica sistemico-relazionale, questi vissuti non vengono letti come difetti individuali, ma come modalità che prendono forma dentro le esperienze affettive e i legami significativi della propria storia.
Mi sembra inoltre molto consapevole quando dice di avere bisogno di tempo prima di prendere decisioni. In una fase emotivamente così intensa, rallentare e provare a comprendere ciò che accade dentro di sé può essere più utile che cercare subito una soluzione definitiva.
Infine, il fatto che senta il bisogno di confrontarsi con una figura maschile accogliente e comprensiva merita attenzione e ascolto, non giudizio. Probabilmente lì si intrecciano aspetti profondi della sua storia relazionale e affettiva, e il fatto che lei stessa ne colga il possibile significato è già un passaggio importante. A volte la scelta del terapeuta non è casuale, può raccontare qualcosa del tipo di relazione di cui, in questo momento della vita, si sente maggiormente il bisogno.
Spedo di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Sento il mio io diviso, come due persone, io e un io più interno. Sono sempre io, ma se parlo a voce alta parlo per parlare con lui, mi vedo allo specchio e lo saluto, mi fa le battute e rido. Si potrebbero vedere più semplicemente come io come pensiero dialogato e io come pensiero spontaneo. So la differenza, ma comunque sento una divisione radicale in me stesso. Mi sento depersonalizzato quando non sto pensando a me stesso o parlando con me stesso, come quando sto facendo qualcosa di spontaneo o sono fuori con altri e soprattutto se parlo con altri. Mentre invece ritrovo il pensiero molto più potente e profondo se penso considerando anche me stesso, se penso e allo stesso tempo penso che io sono io. Se lo faccio, mi sento più partecipe o attivo. È difficile da spiegare e da intendere. È come se, ad esempio, mentre sto parlando con qualcuno, se allo stesso tempo oltre a pensare a quello che dico a quella persona, che è un pensiero spontaneo, penso anche all'altro me che è più interno, io sia più presente o mi senta più identificato. Ma questa cosa è molto radicalizzata. Quell'io che parla con gli altri non sono io. Questo che scrive sono io. Sono io solo quando sono con me stesso. Oppure se penso a me stesso mentre sto con altri. Anche se parlo con uno ma penso a me stesso e penso a una risposta suggerita dal me stesso e non dal me, allora quella risposta è più presente e più autentica. Come se dovessi ogni volta ricordarmi chi sono.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Può essere difficile trovare le parole giuste per descrivere un'esperienza così personale e complessa, ma dal suo racconto emerge con chiarezza quanto questo dialogo interiore sia centrale nel suo modo di percepirsi. Mi colpisce come lei non descriva una perdita di consapevolezza rispetto a ciò che accade, anzi sembra riconoscere bene che si tratta sempre di parti di sé, pur vivendo una sensazione molto netta di separazione tra l'“io che osserva e dialoga” e l'“io che agisce” nelle situazioni quotidiane.
Da una prospettiva relazionale, potrebbe essere interessante interrogarsi non tanto sul perché esistano questi due livelli, quanto sulla funzione che svolgono per lei. A volte alcune persone sperimentano una maggiore sensazione di autenticità quando riescono a mantenere un contatto riflessivo con se stesse, mentre possono sentirsi più estranee o distanti quando sono immerse nelle relazioni o nell'azione spontanea. Nel suo racconto sembra quasi che il senso di continuità della sua identità dipenda dalla presenza di questo dialogo interno, come se l'“io più interno” avesse il compito di confermare costantemente chi è.
Sarebbe utile approfondire quando ha iniziato a percepire questa divisione, in quali momenti si intensifica e che significato assume nelle sue relazioni con gli altri. Più che una stranezza da eliminare, questa esperienza potrebbe essere letta come una modalità attraverso cui la sua mente cerca di mantenere un senso di presenza e di coerenza personale. Comprendere come si è costruita nel tempo e quale ruolo svolge oggi potrebbe aiutarla a vivere con maggiore serenità questo rapporto tra le diverse parti di sé.
Se lo desidera, potrebbe intraprendere un percorso psicologico in cui questi aspetti possono essere esplorati con calma e senza giudizio, cercando di dare un significato condiviso a ciò che sta vivendo.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
salve egregi dottori vorrei chiedere un parere circa la mia situazione.
dopo 18 anni di matrimonio nel quale abbiamo avuto due figli mi sono accorto quasi per caso che mia moglie aveva una relazione extraconiugale non avevo mai avuto nessun pensiero al riguardo visto che mia moglie ha sempre avuto un carattere molto chiuso non e mai stata una persona espansiva che desse confidenza ad altre persone molto vergognosa timida e con un passato prima di conoscere me con una sola reazione nella quale aveva avuto grandissimi problemi e delusioni per cui mai ho pensato che potesse avere confidenze con altre persone nella fattispecie altri uomini.
ma evidentemente mi sbagliavo e avendo appreso che fossero 6 mesi che si frequentava con un altro uomo poi approfondendo sono venuto a conoscenza che si frequentava anche con un altro uomo ulteriore e che negli anni precedenti aveva avuto altre due frequentazioni con altri due uomini anche se parrebbe siano state molto brevi e non importanti e che non si era spinta fino ad avere Rapporti con questi due primi.
avendo appreso questo dopo svariate ricerche e domande a lei effettuate non ho più creduto che fosse tutto o che fosse vero quello che mi diceva ho iniziato a dubitare di ogni cosa mi dicesse pensando che per imbarazzo o vergogna non mi avesse detto tutto o che non mi avesse detto completamente il vero. questo scoprire sempre piu e questo mio iniziare a dubitare ha creato un rapporto che lei si e rinchiusa sempre più e spesso mi ha detto che non riusciva piu ad avere intimità con me perché dopo tutto ciò provasse schifo. infatti da un po e sempre peggio e andata la nostra intimità prima di tutto questo avevamo una vita sessuale normale o addirittura io credo piu che normale certo ero sempre io a iniziare o chiedere di fare sesso ma visto come io l avessi sempre creduta fosse mi sembrava normale che per vergogna lei non mi chiedeva mai certe cose e quindi mi sembrava normale che fossi sempre io a chiedere o iniziare ad avere intimità con lei.
adesso dopo tutto questo lei non vuole avere piu rapporti con me e se qualche rarissima volta si diciamo concede sta li come un sacco di patate tanto che io smetto perché così non mi piace e poi mi viene da pensare che con altri dopo averla anche perdonata fosse complice e non stesse inerme come con me e questo mi fa doppiamente male e stare veramente male
vi chiedo cosa posso fare secondo voi
vi ringrazio anticipatamente
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Quello che sta vivendo è molto doloroso e comprensibilmente destabilizzante. Quando si scopre un tradimento, soprattutto dopo molti anni di matrimonio, non viene messa in discussione soltanto la fedeltà del partner, ma l’intera immagine della relazione costruita nel tempo. Spesso la sofferenza più profonda nasce proprio dal fatto che ci si ritrova a dubitare di tutto, come dei ricordi, delle parole ricevute, dell’intimità condivisa e perfino della percezione che si aveva della persona amata. Questo genera frequentemente pensieri ossessivi, bisogno continuo di sapere, fare domande, cercare dettagli e verifiche.
Da ciò che racconta, sembra essersi creato un circolo molto difficile tra voi, dove da una parte il suo bisogno di capire e ricostruire una verità che sente frammentata, dall’altra il progressivo chiudersi di sua moglie, probabilmente attraversata da vergogna, colpa, paura del giudizio o anche da emozioni che lei stessa fatica a comprendere. In queste situazioni, più uno cerca conferme e chiarezza in modo pressante, più l’altro tende spesso a ritirarsi emotivamente, e questo alimenta ulteriormente il sospetto e il senso di distanza. In ottica sistemico-relazionale, il problema non viene letto come “colpa di uno”, ma come una dinamica relazionale che nel tempo si è irrigidita e che oggi sta mostrando tutta la sua sofferenza.
Anche il tema dell’intimità sessuale che descrive è molto delicato. Dopo un tradimento, il corpo spesso diventa il luogo dove si esprimono rabbia, vergogna, rifiuto, confronto e dolore. Il fatto che sua moglie appaia distante o “assente” durante i rapporti non significa necessariamente che con altri fosse autenticamente coinvolta e con lei no. Molte persone, quando vivono una forte frattura emotiva nella coppia, possono arrivare a dissociare completamente desiderio, affetto e presenza emotiva. Questo naturalmente non cancella la sua sofferenza, anzi la rende ancora più difficile da sostenere.
Credo che in questo momento la domanda più importante non sia tanto “come faccio a far tornare tutto come prima”, perché probabilmente quel prima si è ormai spezzato, ma capire se esiste la possibilità di costruire tra voi una relazione nuova, più autentica, dove entrambi possiate finalmente parlare anche delle fragilità, dei bisogni e delle mancanze rimaste forse troppo a lungo silenziose. Il tradimento spesso non nasce dal nulla, ma dentro equilibri di coppia che nel tempo hanno perso comunicazione emotiva, reciprocità o possibilità di esprimere il conflitto. Questo non giustifica quanto accaduto, ma può aiutare a comprenderlo.
Le suggerirei di non affrontare tutto questo da solo. Un percorso psicologico individuale o di coppia potrebbe aiutarvi a uscire dalla spirale fatta di interrogatori, chiusure, fantasie dolorose e senso di umiliazione, per capire se tra voi esistano ancora le basi emotive per ricostruire fiducia e vicinanza. A volte la terapia non serve necessariamente a “salvare” la coppia, ma a comprendere con maggiore lucidità cosa sia diventato il legame e quale direzione possa avere da qui in avanti.
Spedo di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Sono in difficoltà forse . Ho questo desiderio di masturbarmi abbastanza spesso. Pensieri piccanti eppure dopo la fine di una relazione e l’inizio di un altra , mi sembra che l’eros si sia impossessato di me . Non capisco come sia possibile che ha 47 anni e una vita atletica e professionalmente appagante sento il desiderio di esplorare il mio corpo come fatto mai prima. Non ci sono blocchi emotivi oppure altro eppure, in contesti non convenzionali, tipo in un areo piuttosto che in un cinema, mi viene una voglia incredibile di fare l amore con me stesso. Chiaramente non lo faccio ma quando arrivo a casa non resisto. Bo forse sono matto oppure sto esplorando lati di me sconosciuti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
Quello che descrive non fa pensare affatto alla “pazzia”, ma piuttosto a una fase della sua vita in cui il desiderio, il corpo e la dimensione dell’eros stanno prendendo più spazio e chiedendo di essere ascoltati. A volte, soprattutto dopo la fine di una relazione e dentro l’inizio di un’altra, possono riattivarsi aspetti di sé rimasti più silenziosi per anni, come bisogno di vitalità, conferme, libertà, trasgressione, piacere o semplice curiosità verso parti di sé meno conosciute.
Il fatto che lei abbia una vita piena, soddisfacente e ben funzionante non esclude affatto la possibilità di vivere una forte intensificazione del desiderio sessuale. Anzi, talvolta accade proprio quando una persona sente di stare cambiando assetto interno o sta attraversando una fase di ridefinizione personale. Anche l’eccitazione legata ai contesti “non convenzionali” spesso ha a che fare non solo con la sessualità in sé, ma con il tema del confine, dell’impulso, della spontaneità e della sensazione di sentirsi vivo.
La differenza importante non è tanto “avere desiderio”, ma capire se questi impulsi stanno diventando fonte di sofferenza, perdita di controllo o interferenza significativa nella vita relazionale, lavorativa o personale. Da ciò che scrive, mi sembra invece che lei stia osservando con lucidità qualcosa che la sorprende e che sta cercando di comprendere, senza negarlo né agirlo impulsivamente.
Potrebbe essere utile esplorare insieme ad un esperto che significato abbia oggi questa nuova energia erotica nella sua storia personale e relazionale, spesso il sintomo non è “il sesso”, ma il linguaggio attraverso cui una parte di noi comunica un cambiamento più profondo.
Spedo di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
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