Domande del paziente (92)
Io prendo effexor da 180 la sprichiatra del CSM alla prima visita mi a segnato questo anche perché per dormire mi era stato dato 10 anni fa il rinotril 40 gocce prima di andare a dormire e 20 di lormetezapan, (e sono risulta al depakin che mi fa un effetto che no fa aumentare la rabbia e la forza mi fa alzare un frigorifero pieno con due motori e poter rimetterlo apposto mi da una forza sovrumana che con un calcio mi fa scappare una parente con i doppi mettono non mi fa sentire dolore e poi passa la parte fi paranoiai tutto mi spaventa che mi sento inn ierivolo e finché non mi arrabbio di nuovo panni fino al esterno per il terrore e salto al minimo scricchiolio dei mobili o di ciò che sento e piangere ora e poi mi arrangio e divento io pericolosa e forte da stritokare la mano a chi mi saluta o mi si rompono bicchieri in mano quel farmaco che mi ha dato la psichiatra può farmi lo stesso effetto ? Visto che era la prima visita e andava di corsa che da un ora e arrivata in ritardi 30 minuti è doveva vedere un paziente per lei 18 e dei miei problemi non mi ha fatto spiegare cosa mi angoscia
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
da quello che descrive si percepisce quanto queste esperienze siano state intense e anche spaventanti, ed è comprensibile che ora abbia paura che possano ripetersi.
Gli effetti che racconta (aumento improvviso di energia, rabbia, sensazione di “forza” e poi paura) non vanno sottovalutati e meritano di essere spiegati bene allo specialista, perché sono informazioni molto importanti per capire come sta reagendo alla terapia.
Se alla prima visita non è riuscita a farsi ascoltare, è importante chiedere un nuovo confronto e prendersi lo spazio per raccontare tutto con calma.
Nel frattempo, se dovessero ripresentarsi sintomi simili, è fondamentale chiedere aiuto subito.
Un caro saluto.
Salve dottori vi vorrei porre una domanda ma quando una persona è normale e quando no? Quando una cosa è normale e quando è patologica ? Mi spiego meglio io ad esempio sono molto sereno della mia vita affronto anche le difficoltà che mi presentono con molta calma e serenità , ad esempio anche con la memoria io credo di avere una buona memoria mi ricordo molte cose anche sé altre e me li dimentico volevo sapere quando è normale e quando è patologico , e in ultimo io leggo molti forum di psicologia ma ancora non sono mai andato da un professionista a volte mi confronto con un amico psicologo ma molto informale so che un professionista è molto d aiuto ma io non è ho mai sentito la necessità questo è un errore ? Dovrei andare ogni volta da un professionista per qualsiasi minimo dubbio? Perché io li risolvo le cose ma non è un metodo che forse usate voi professionisti grazie per un vostro chiarimento
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
la sua domanda è molto profonda e anche molto “sana”: interrogarsi su cosa sia normale o meno è già un segnale di attenzione e consapevolezza verso se stessi.
In psicologia, il confine tra “normale” e “patologico” non è rigido. In generale, qualcosa diventa problematico non tanto per ciò che è in sé, ma per quanto fa soffrire la persona, quanto limita la sua vita e quanto è difficile da gestire.
Ad esempio: dimenticare alcune cose è assolutamente normale; diventerebbe un problema solo se fosse frequente, in peggioramento o tale da creare difficoltà concrete nella vita quotidiana.
Da quello che racconta, sembra che lei abbia un buon equilibrio: si descrive sereno, capace di affrontare le difficoltà e di riflettere su di sé. Sono tutti elementi positivi.
Riguardo al fatto di non essere mai andato da un professionista: non è un errore. Non è necessario rivolgersi a uno psicologo per ogni dubbio. Molte persone riescono a gestire e comprendere ciò che vivono in autonomia o attraverso confronti informali, come sta facendo lei.
Il supporto psicologico diventa utile quando:
si prova una sofferenza che fatica a ridursi
ci si sente bloccati o confusi
si desidera approfondire meglio alcuni aspetti di sé
Quindi più che un “dovere”, è una possibilità: uno spazio in più, non l’unico modo per stare bene.
In sintesi, se lei sente di stare bene e di riuscire a gestire la sua vita, può fidarsi di questa sensazione. Sapendo però che, se in futuro ne sentirà il bisogno, rivolgersi a un professionista può essere un’opportunità di crescita, non un segnale che “c’è qualcosa che non va”.
Un caro saluto.
salve dottori, sono in una situazione in cui non capisco e non so cosa fare nel concreto..sono una ragazza di 25 anni, mi sono lasciata con il mio fidanzato (lui più grande di 20 anni), per vari motivi, tra cui non riuscivamo a comunicare, perché lui non voleva le discussioni, vuole stare tranquillo nella relazione, quando io invece voglio avere il confronto, discutere ecc, dall'altra parte avevo riniziato a sentirmi con un amico con cui mi ero frequentata a distanza qualche anno prima, siamo sempre rimasti in buoni rapporti, ci sono semrpe stata per lui e lui mi ha sempre ascoltato e capito ecco..ci siamo rivisti in amicizia un pò di giorni fa, diciamo che ho avuto un senso di colpa nei confronti dell'ex perché comunque ci vedevamo ancora e qualcosa ancora c'è tra me e lui, però vedendo questo amico diciamo che c'è stato qualche bacio, mi sento in colpa perché il mio ex mi ha detto che se fosse successo qualcosa l'avrei perso per sempre ecc..il punto è che sto seguendo un percorso con un professionista, solo che non lo so, non trovo le risposte, mi ha fatto fare un esercizio diciamo di rappresentare la relazione con il mio ex, e comunque si è capito che non mi sento in una relazione e neanche con il mio amico, diciamo che questo mi ha un pò lasciato cosi cosi..non me lo aspettavo ecco, in più mi dice sempre di vedere me, e ciò che provo e sento io, perché parlo sempre delle due parti e dell'esterno, mai di me e di come sto io..però è difficile e quello che vorrei sono cose concrete e non so come fare, vorrei più consigli, ad esempio anche come rapportarmi con il mio ex se lui vuole ancora stare con me, ma io non lo so..se magari voglio ancora vedere questo amico e anche se succede qualcosa..cioè non so come comportarmi e cosa sento non lo so..come posso avere consigli o qualcosa di concreto in modo da capire di più?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco quanto tu ti senta confusa e anche un po’ in colpa: sei in mezzo a due legami e, allo stesso tempo, stai cercando di capire davvero cosa vuoi tu.
Quello che emerge è che non sei ancora in una posizione chiara dentro nessuna delle due relazioni. E questo non è un errore, ma un segnale importante: probabilmente hai bisogno di fermarti un attimo e rimettere al centro te stessa, prima di scegliere.
Capisco il desiderio di “risposte concrete”, ma in questa fase la cosa più concreta che puoi fare è:
prenderti uno spazio senza pressioni (anche dall’ex e dall’amico)
non prendere decisioni basate sul senso di colpa o sulla paura di perdere qualcuno
iniziare a chiederti: come sto io in questa relazione? cosa mi fa stare bene e cosa no?
Il fatto che il tuo terapeuta ti riporti su di te è coerente: finché resti focalizzata su cosa vogliono o fanno gli altri, sarà difficile sentire davvero cosa vuoi tu.
Non devi avere subito tutte le risposte. In questo momento, la direzione più utile non è “scegliere”, ma capirti.
Un passo alla volta.
Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
si percepisce quanto questi incontri la mettano in difficoltà: non è solo ciò che fa lui, ma l’effetto emotivo forte che resta dentro di lei dopo.
Il comportamento del suo ex può essere legato a imbarazzo, evitamento o a un modo poco maturo di gestire la situazione, ma non è qualcosa che può controllare. Il punto centrale diventa quindi come proteggere sé stessa in questi momenti.
È comprensibile che si senta agitata: rivedere una persona significativa riattiva emozioni anche dopo tempo. Questo non significa che sta “sbagliando”, ma che quella relazione ha ancora un impatto emotivo.
Sul piano concreto può aiutare:
scegliere un comportamento semplice e coerente (ad esempio un saluto educato e andare oltre)
non interpretare troppo i suoi atteggiamenti, per non alimentare l’ansia
concentrarsi su come vuole sentirsi lei (dignitosa, composta), più che su come reagisce lui
Con il tempo, mantenendo una linea chiara, anche l’intensità emotiva tenderà a ridursi.
Un caro saluto e buona Pasqua.
Buonasera,
Sto passando un periodo di stress che sfogo in ansia/attacchi di panico. Ho due bimbi di 10 mesi e due anni. Sono anche anemica (ripeterò a breve analisi compreso tsh) . Soffro da sempre di reflusso e cardias incontinente. Ho spesso fastidi allo stomaco e al petto/ dietro la schiena alta e sono spesso stanca.. il che ovviamente mi fa andare in panico e così il cerchio continua. È un cane che si morde la coda che non so come risolvere. (Oggi ho iniziato terapia per reflusso e ferro) . A gennaio ho fatto visita cardiologica+ecg risultati nella norma, il mio medico di base mi ha visitato due giorni fa e cuore e torace risultano nella norma. Ho sempre paura che sia il cuore e mi faccio venire l'ansia da sola... mi date un parere? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
si sente quanto questo circolo le stia pesando, anche perché si intrecciano più fattori: la stanchezza (con due bimbi così piccoli è comprensibile), l’anemia, i disturbi gastrointestinali e poi l’ansia che amplifica ogni sensazione corporea.
Quello che descrive è proprio un meccanismo “a loop”: il fastidio fisico → il pensiero “può essere il cuore” → aumento dell’ansia → intensificazione dei sintomi → ulteriore paura. Il fatto che abbia già effettuato controlli cardiologici con esito nella norma è un elemento molto rassicurante, anche se l’ansia tende comunque a far dubitare.
In questo momento può aiutarla provare a spostare gradualmente l’attenzione dal controllo del corpo alla regolazione dell’ansia, ad esempio con piccole pause di respiro lento, momenti di decompressione durante la giornata (per quanto possibile) e cercando di non rincorrere ogni sintomo con il pensiero.
È una fase in cui il suo corpo è probabilmente affaticato e più sensibile, e l’ansia si aggancia a queste sensazioni. Non è un circolo “senza uscita”, ma qualcosa che si può interrompere lavorando proprio su questo meccanismo.
Se sente che da sola fatica, un supporto psicologico può aiutarla a gestire meglio questi episodi e a ridurre la paura legata ai sintomi.
Un caro saluto.
Buongiorno, sto vivendo una situazione molto dolorosa , dalla quale non vedo uscita. Mia figlia , 32 anni, sposata e con un bimbo di due , si vuole separare . Non l ha detto direttamente, ma vedendola diversa, ho provato a chiederle se ci fosse qualcosa che non andava e alla fine è uscito questo.
Praticamente le ho anche spianato la strada nel dirmelo. Non ne aveva parlato neanche con il marito. Solo con un' amica e un cugino. Vivono in un appartamento sopra al nostro, che le ho donato parecchi anni fa. Dice che con lui non ha più dialogo, non sa più guardarla negli occhi ecc. Lui è impegnato molto con il lavoro, ma quando è a casa prepara il bimbo, gli fa il bagnetto, cucina, avvia lavatrice, pulisce casa, prepara pranzo e cena per tutti. Lei mi dice che anche fra noi , madre e figlia non c è stato dialogo, che si è sempre sentita giudicata e controllata, e non l ho lasciata sbagliare. Io le ho lasciato fare le sue scelte, tipo di scuola, sede più lontana con costi di appartamento e trasporto, ho accolto i suoi fidanzati con apertura, ammetto che cercavo che studiasse con buoni risultati e le chiedevo della sua vita .ora dice che vuole fare le sue scelte , andare via col bambino, ma non dice dove, le ho chiesto se ha un altro, lei nega, ma passa giornate fuori, o ritarda di molte ore a rientrare dai turni di lavoro. Di mattina il bimbo è al nido, pomeriggio con noi. Frequenta una palestra , body buildyng, all inizio era saltuario, fino a diventare ogni giorno. Mangia in modo ristretto, solo certi alimenti, ed è dimagrita, molto.
Sicuramente io e il padre l avremo iperprotetta ,abbiamo cercato di evitarle errori, controllandola, ma abbiamo anche sempre cercato di parlare, anche se non era facile visto il suo temperamento. Non ci informa nemmeno dei suoi orari, tanto noi siamo a disposizione, sa che noi amiamo tanto il bimbo. Sembra abbia un' insoddisfazione cronica , dice che lei è giovane, vuole fare due anni di specializzazione, vuole viaggiare, da notare che hanno girato mezzo mondo. La vita ora le sta stretta. Dice che devo lasciarle vivere la sua vita , ma non informa nessuno circa le sue intenzioni come sarebbe giusto, visto la presenza di un figlio .Quando si cerca di parlare, di capire , si finisce sempre per discutere, sembra voglia nascondere qualcosa, anche al marito. Noi siamo preoccupati oltre che per il bimbo, anche per lei, perché non sappiamo quando e dove finirà la sua ricerca di quello che magari è solo nella sua mente. È già successo con il precedente fidanzato con cui è stata per 5 anni. Non sappiamo più come approcciarsi e siamo nella più totale sofferenza.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
si sente quanto questa situazione la stia facendo soffrire: da una parte la preoccupazione per sua figlia e per il nipotino, dall’altra il senso di impotenza nel non riuscire a capire né a intervenire.
Sua figlia sembra attraversare una fase di forte cambiamento e ricerca personale, che può apparire improvvisa e difficile da comprendere dall’esterno. Allo stesso tempo, quando lei le restituisce di essersi sentita controllata o giudicata, sta probabilmente cercando di ridefinire uno spazio più autonomo, anche se lo fa in modo confuso e poco comunicativo.
Il punto delicato è che più si prova a capire, chiedere, controllare, più è possibile che lei si chiuda e si allontani. Non perché non le voglia bene, ma perché in questo momento sembra avere un forte bisogno di separarsi e prendere decisioni proprie.
Per quanto difficile, può essere utile provare a spostarsi da una posizione di controllo/preoccupazione a una di presenza più “silenziosa”: farle sentire che ci siete, senza incalzarla o cercare risposte immediate. Questo può, nel tempo, riaprire uno spazio di dialogo.
La sua sofferenza è comprensibile, ma questa fase non è necessariamente definitiva né “senza uscita”. A volte i passaggi di cambiamento richiedono anche momenti di distanza per potersi riorganizzare.
Se sente che il carico emotivo è troppo forte, anche per lei potrebbe essere utile avere uno spazio di supporto, dove poter elaborare questa fatica.
Un caro saluto.
Mia figlia soffre di ossessioni paura di parole fa le azioni in modo sequenziale e se non fatte in modo sequenziale diventa nervosa. Non vuole prebndere farmaci per una ragione precisa. Può fare come terapia psicanalisi, la aiuterebbe? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
capisco la sua preoccupazione: vedere una figlia in difficoltà, soprattutto con sintomi così ripetitivi e invalidanti, può far sentire impotenti.
Quello che descrive è compatibile con un funzionamento di tipo ossessivo, dove i rituali (fare le cose in sequenza) servono a ridurre l’ansia legata a pensieri intrusivi. In questi casi è importante sapere che esistono percorsi psicologici efficaci anche senza ricorrere necessariamente ai farmaci.
La psicoanalisi può essere utile per comprendere il significato più profondo del disagio, ma per i sintomi ossessivi spesso risultano particolarmente indicati approcci più mirati e strutturati, che aiutano concretamente a gestire e ridurre i rituali e l’ansia associata.
Il punto centrale è che sua figlia possa sentirsi coinvolta e motivata nel percorso: forzarla difficilmente sarebbe utile, mentre accompagnarla verso una richiesta di aiuto può fare la differenza.
Un caro saluto.
dal 22 luglio ho pensato di essere gay per una sensazione per un amico che pensavo mi piacesse e poi una setrimanabe quel pensiero svanisce per tutto agosro dove mi fisso di un personaggio femmina di squid game un po maschile 380 seocnda stagione e mi fisso su di lei e provo sensazioni intense per lei fino a scordarmi di tutto del fatto gay e mi fisso, wuando scompaiojo le sensazioni per lei mi incomincio a preouccupare e ad ogni pensiero che oassa li credo tipo che ero satanista, che mi piaceva mia sorella, che mi piaceva uno ecc ecc e rompevo le palle ai miei snici sul fatto che voglio che deve tornare nonostante sentivo che non avevo piu senswzioni, poi piu consulto l ai compaiojo sensazioni cje cwmbiano spesso ragazza, e ho fatto un sogno erorico con una donna e ho eiaculato, poi mi sono eccitato per dei pensieri sessuali con donne poi non volevo essere pervertito e poi finito wuesto finisce quel periodo e torna il fstto di essere gay e da li si svilippano sensazioni, ecciraizoni, fantasie e roba varia, continuo ad utilizzare l ai e continuo a pensare di essere gay ma avevo raramente erezioni oer le donne pensandole prims ors non piu, sono in adolescenza e non so cosa stia succedendo, continuo a oensare di essere gay ma non lo voflio ammettere ma io mi ecciyavo per le donne prima di qiesto solo che avevo un disagio per la vagina, e ho avuro degli episodi isolati di sensazioni intense pee lo stesso sesso che non rigiardavano il desiderio fisico, ricordo qiando mi ero eccitato ma allo stesso tempo avevo paura, e quando mi avevano fatto ujo scherzo dove un amico si dichiarava a me e stavo pensando di dire si nonostanre non provassi nulla, potreste aiutarmi a capire cosa mi sta succedendo? sono gay ma non lo voglio ammettere come credo? cioe al episodio iniziale di qiella sensazione per un amico ho avuto paura di essere gay e mi ha fatto ricordare li episodi di wuelle sensazioni dove oensavo di essere gay, e continuo ad utilizzare l'ai ogni giorno.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao,
da quello che racconti si sente tanta confusione e anche tanta paura, come se la tua mente stesse passando da un pensiero all’altro senza lasciarti tregua.
Quello che descrivi somiglia molto a un meccanismo ossessivo: nasce un dubbio (“e se fossi gay?”), ti spaventi, inizi a controllare sensazioni, ricordi, fantasie, cerchi risposte (anche online o con l’AI)… e più controlli, più i pensieri e le sensazioni cambiano e si moltiplicano. Non perché “scopri la verità”, ma perché la mente è in allerta e produce continuamente nuovi dubbi.
Il fatto che i pensieri cambino così velocemente (gay, poi altro, poi ancora altro) è un segnale importante: non è tanto una questione di orientamento, ma di ansia e bisogno di certezza assoluta.
Anche le sensazioni fisiche (eccitazione, immagini, sogni) possono essere influenzate dall’attenzione e dall’ansia: non sono una prova definitiva di chi sei. In adolescenza, poi, è normale avere momenti di confusione o curiosità, ma qui sembra che il problema principale sia quanto ci stai sopra a pensarci.
Una cosa importante:
continuare a cercare risposte (online, nell’AI, nei ricordi, nel corpo) purtroppo mantiene il problema, invece di risolverlo.
Più che chiederti “sono gay o no?”, può aiutarti iniziare a fare questo passo:
provare a non rispondere al dubbio, lasciarlo lì senza analizzarlo ogni volta.
Se senti che questa spirale continua e ti fa stare male, parlarne con uno psicologo può aiutarti molto a capire e gestire questi pensieri senza rimanerci intrappolato.
Non sei “obbligato” a capire tutto subito.
Quello che stai vivendo è più comune di quanto pensi, e si può affrontare.
Buongiorno, sono una ragazza di 20 anni e ho sempre sofferto di un sonno disturbato a causa dell’ansia. Diciamo che ho sempre avuto difficoltà a prendere sonno e alcune volte a mantenerlo, ma soprattutto a riuscire ad addormentarmi. Recentemente, circa 2-3 mesi fa, ho avuto una crisi d’ansia (non saprei come chiamarla) che mi ha portato a soffrire di insonnia pesante, a causa della quale per 2 settimane non ho chiuso occhio o comunque sono andata avanti a microsonni. La situazione era devastante, mi sembrava di impazzire, quindi ho sentito il medico e mi ha prescritto circadin (1 volta prima di dormire) e lexotan (potevo usarlo anche nel corso della giornata per 3 volte in quantità 5 gocce). Per fortuna ho superato questa crisi, ma ho continuato a usare il lexotan (ne prendo in genere 10 gocce prima di dormire) anche combinandolo con un po’ di melatonina in camomilla (meno di 1 grammo) perché comunque il mio sonno rimane quello che è, cioè veramente difficoltoso. Dopo questo preambolo, aggiungo il mio problema principale: il mio sonno è disturbatissimo, faccio sogni strani e disturbanti, ne faccio anche molteplici a notte e quando mi sveglio spesso mi sento turbata e insoddisfatta del sonno, che non è quasi mai ristoratore. Mi capita anche di risvegliarmi brevemente e poi cadere nel sonno di nuovo, il che è molto fastidioso perché è un risveglio “scomodo”, accompagnato da una sensazione sgradevole. Volevo chiedervi come potrei intervenire a riguardo, perché non so più cosa fare. Vorrei dormire anche solo una notte senza sogni, in un sonno profondo.
Ps. Alcune volte vedendo che non riuscivo a dormire ho preso altre 5 gocce, sommandole quindi a quelle prese precedentemente per prepararmi a dormire.
Grazie per le eventuali risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
si sente quanto questa difficoltà con il sonno sia diventata pesante e anche un po’ spaventante, soprattutto dopo quel periodo in cui non riusciva praticamente a dormire.
Quando l’ansia entra nel sonno, spesso succede proprio quello che descrive: difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti, sogni vividi o disturbanti e una sensazione di sonno “non ristoratore”. Più ci si concentra sul dormire bene e sul controllo del sonno, più il sistema rimane in allerta e fatica a lasciarsi andare.
I sogni intensi e i risvegli brevi non indicano qualcosa di grave, ma un sonno leggero e attivato, tipico degli stati ansiosi. Anche il fatto di monitorare quanto dorme o di aggiungere qualcosa quando non riesce a prendere sonno può, senza volerlo, mantenere il circolo.
Può essere utile iniziare a lavorare su una maggiore “decompressione” serale: ridurre gli stimoli, creare una routine ripetitiva e rassicurante, e soprattutto provare a cambiare il rapporto con il sonno, spostando l’obiettivo da “devo dormire bene” a “mi concedo di riposare, anche se il sonno non è perfetto”.
Se questa situazione persiste, un percorso psicologico mirato all’ansia e al sonno può aiutarla concretamente a interrompere questo meccanismo e a ritrovare un ritmo più naturale.
Non è una condizione senza uscita, anche se ora può sembrare così.
Un caro saluto.
Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
si sente la fatica di tanti anni di lavoro e anche la frustrazione di non vedere un cambiamento come vorrebbe, soprattutto quando sente il bisogno di indicazioni più concrete.
Quello che chiama “rigidità” sembra avere per lei una doppia funzione: da un lato la protegge (le dà ordine, controllo, efficienza), dall’altro però la limita nelle relazioni e nella spontaneità. È comprensibile quindi che l’idea di “lasciarla andare” suoni irrealistica o persino minacciosa.
Il suo terapeuta, da quello che riporta, sembra muoversi nell’ottica di non eliminare questa parte, ma di renderla più flessibile. Tuttavia è altrettanto importante che lei senta il lavoro come comprensibile e praticabile, non come qualcosa di vago o impossibile.
La sua richiesta di strumenti concreti è legittima. In alcuni percorsi si lavora proprio con piccoli esperimenti graduali, che non stravolgono tutto (come fare le 3 di notte), ma introducono minime variazioni sostenibili, per allenare la flessibilità senza perdere equilibrio.
Forse il punto non è “omologarsi”, ma trovare un modo per allargare un po’ il range, senza rinunciare a ciò che per lei è importante.
Se sente che questo non sta avvenendo, può essere utile portare apertamente in seduta questo dubbio sulla direzione del lavoro. A volte anche valutare un approccio diverso, più strutturato, può aiutare a sentirsi più guidati.
Non è che lei “non cambia”: è possibile che abbia bisogno di modalità più adatte a come funziona.
Un caro saluto.
Salve , mia figlia 7 anni mangia solo pasta bianca, carne e pollo.niente frutta niente verdure niente legumi. Ho provato in tutti i modi niente non assaggia se insisto vomita. Come posso approcciarmi a lei per stimolarla ad assaggiare qualcosa? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
capisco la sua preoccupazione: quando i bambini mangiano in modo così selettivo è facile sentirsi in difficoltà e temere per la loro salute.
Quello che descrive è abbastanza frequente a questa età e spesso non è “capriccio”, ma una forma di rigidità o sensibilità verso certi sapori, consistenze o anche verso il cambiamento. Il fatto che arrivi a vomitare quando viene forzata indica che per lei è davvero qualcosa di difficile da tollerare.
Paradossalmente, insistere o forzare tende a rinforzare il rifiuto. Può essere più utile un approccio graduale e senza pressione: continuare a proporre gli alimenti senza obbligarla ad assaggiare, coinvolgerla nella preparazione dei pasti, lasciare che si avvicini ai cibi con i suoi tempi, anche solo toccandoli o annusandoli all’inizio.
È importante anche mantenere un clima sereno a tavola, evitando che il momento del pasto diventi fonte di tensione.
Se la selettività è molto rigida e persistente, può essere utile confrontarsi con un professionista per avere indicazioni più mirate e personalizzate.
Un caro saluto.
Salve,
scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.
Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.
Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.
C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.
Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.
Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.
Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.
In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.
A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.
Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.
Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.
Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.
Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
sono io il problema?
Sto vedendo una realtà distorta?
Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?
Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
Grazie per l’attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao,
si sente quanto questa esperienza ti abbia confusa e fatta stare male, fino a farti dubitare profondamente di te stessa.
Da quello che racconti, oltre alle tue responsabilità (che stai già mettendo in discussione), sembra essersi creata una dinamica relazionale in cui il tuo punto di vista veniva spesso sminuito o ribaltato. Questo, nel tempo, può portare proprio a perdere fiducia nelle proprie percezioni e a sentirsi sempre “quella sbagliata”.
Il fatto che oggi ti chieda se il problema sei tu è comprensibile, ma è anche parte dell’effetto di queste dinamiche. I comportamenti che non riconosci come tuoi sembrano più reazioni a una relazione poco chiara e poco sicura, che caratteristiche “di base” della tua persona.
Il lavoro che stai già facendo è importante. La difficoltà a fidarti di ciò che ti viene restituito è normale, dopo un’esperienza così.
Più che trovare una risposta definitiva, può aiutarti continuare a ricostruire, poco alla volta, fiducia in ciò che senti. Da lì si chiarisce molto.
Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
Grazie per le vostre eventuali risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
si coglie quanto questa situazione le pesi e quanto la faccia sentire “ferma” rispetto agli altri, attivando pensieri critici su di sé.
È comprensibile desiderare più vita sociale e leggerezza alla sua età, ma ciò che sta vivendo non indica che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. Sembra piuttosto il risultato di una fase specifica: meno impegni strutturati, amici con ritmi diversi e un compagno poco disponibile nel weekend. Tutti elementi che possono far sentire isolati, anche quando le relazioni ci sono.
Il rischio è trasformare una condizione temporanea in un giudizio su di sé (“sono io il problema”), alimentando ansia e senso di esclusione. In realtà, spesso questi equilibri cambiano quando cambiano anche i contesti di vita, come il lavoro o nuovi ambienti sociali.
Nel frattempo può aiutarla provare a vivere questo periodo con meno confronto e più gradualità, riconoscendolo come una fase e non come una definizione di sé. Anche piccoli passi nel creare occasioni possono contribuire a ridurre quella sensazione di stallo.
Un caro saluto.
Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.
Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
Ne parlammo già io e il terapeuta.
Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
Grazie per le risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
si percepisce chiaramente la sua fatica: da un lato il desiderio di cambiare alcuni aspetti che la limitano, dall’altro la sensazione che le richieste del terapeuta non tengano conto di come lei funziona davvero, soprattutto sul tema del sonno.
Il punto che solleva è sensato: se per lei dormire poco ha conseguenze così marcate, è comprensibile che non lo viva come un “esercizio utile”, ma come qualcosa che la penalizza. Probabilmente però l’indicazione del terapeuta non è tanto legata all’orario in sé, quanto al lavorare sulla flessibilità: cioè sulla possibilità di tollerare, in modo graduale, piccole deviazioni dalle sue abitudini senza che queste diventino rigidamente non negoziabili.
Questo non significa stravolgere i suoi ritmi o stare male ogni volta, ma trovare un punto intermedio sostenibile. Se l’esempio proposto (fare tardi) per lei è troppo impattante, può essere utile dirlo apertamente e cercare insieme alternative più graduali e realistiche.
Sul fatto che altre persone riescano a mantenere i suoi stessi orari senza difficoltà: ognuno ha un equilibrio diverso. Nel suo caso, la rigidità sembra essere diventata molto centrale e limitante, ed è su questo che si sta lavorando, più che sull’orario in sé.
Un caro saluto.
Buongiorno,
ho 38 anni, donna, e sette mesi fa mi è stata diagnosticata positività a hpv18. Ho avviato tutto l'iter di vaccini, colposcopie, pap test, fermenti e chi più ne ha. Il problema adesso resta relazionale. Ho 38 anni e sono single. Mi chiedevo come si comunica una cosa del genere (perché si deve comunicare e siamo d'accordo su questo) a un'eventuale conoscenza, sapendo che al 99 percento quella persona si rifiuterà di avere una qualsivoglia relazione sessuale e quindi relazionale, dal momento che l'hpv si trasmette anche con preservativo? Devo smettere di conoscere gente finché non mi negativizzo? La gente oggi come oggi, durante gli incontri sparisce per molto molto meno. Grazie a chiunque mi risponderà
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
capisco quanto questo tema possa far sentire esposti e vulnerabili, soprattutto quando si desidera costruire una relazione.
È importante partire da un punto: l’HPV è molto diffuso e, nella maggior parte dei casi, non impedisce la possibilità di avere una vita affettiva e sessuale. Il timore che “al 99% l’altro rifiuterà” è comprensibile, ma rischia di essere più legato alla paura che a ciò che accade realmente.
Non è necessario rinunciare a conoscere persone. Piuttosto, può essere utile pensare a quando e come comunicarlo: non all’inizio, ma quando si crea un minimo di fiducia e si intravede la possibilità di un’intimità. Condividerlo in modo chiaro, senza allarmismo ma con responsabilità, permette all’altro di comprendere e scegliere, ma anche a lei di non sentirsi definita solo da questo aspetto.
Una persona interessata a lei nel suo insieme difficilmente ridurrà tutto a questa informazione. Chi si allontana lo fa anche per propri limiti o paure, non perché “lei non sia adatta” a una relazione.
Il punto quindi non è smettere di vivere, ma trovare un modo che le permetta di sentirsi rispettosa verso l’altro e allo stesso tempo non penalizzata o bloccata.
Un caro saluto.
Ciao sono una ragazza di quai17 anni, sono cambiata totalmente qualche anno fa', quando è venuta a mancare mia nonna, da li sono iniziati i miei primi attacchi di ansia, mi venivano ogni notte, al talpunto di dormire pochissime ore, da li non riesco a superare la paura della morte, e la morte di mia nonna, che da quasi 4 anni a questa parte non sono riuscita a parlarne con nessuno, oltre a questo è peggiorato il rapporto con i miei genitori, mia madre non è più la stessa, non credo che mi abbia mai capita, è un continuo litigare, quando sbaglia lei non chiede mai scusa, ma trova delle giustificazioni, e alla fine faccio finta di niente come se non fosse successo nulla, e questo mi crea tanto stress e mi dispiace tanto perché non ritrovo più la mamma di quando ero piccola. Sono sempre stata una ragazza molto scherzosa, ironica e quella che fa ridere gli altri, ma al contrario di quando ero una bambina sono diventata una persona molto sensibile, piango appena litigo con i miei genitori, appena mio padre mi alza la voce su determinati argomenti (ma non capita solo con mio padre),questo mio aspetto non l'ho mai mostrato a nessuno, come se io fossi una persona quasi insensibile e quasi menefreghista(perché tendo a nascondere questa mia fragilità) inoltre tendo a provare molta timidezza con persone con cui non ho confidenza e ciò non mi fa stare male, perché tendo a mascherare tutto il mio carattere e il mio modo di fare. Oltre a questo ho sempre avuto grandi problemi di fiducia, da quando ero piccola, non mi sono mai fidata di nessuno, non riesco a vedere fiducia negli altri, a parte una persona al quale riesco a confidarmi, ma anche con lei ho sempre la paura di non potermi fidare al 100%, in compenso oltre a essere una persona scherzosa, so ascoltare e aiutare le mie amiche in momenti meno belli e sono molto empatica. Sto passando un periodo difficile, come per es. a scuola ho degli argomenti da recuperare, oppure nuovi argomenti da studiare, e quando sono a scuola sento la voglia di fare, di dire "arrivo a casa e mi metto a studiare", ma una volta tornata a casa non riesco a sedermi nella scrivania, mi sento demoralizzata e tendo a dormire tutta la sera oppure a usare il telefono, come se fossi sempre stanca, scrivo ciò per una risposta a tutto questo, e perché non so se è il caso di rivolgermi a una/o piscologa/o in quanto io sia ancora "piccola" e magari è solo una fase adolescenziale. Grazie mille per l'attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao,
da quello che racconti si sente quante cose stai tenendo dentro da sola, da tanto tempo. La perdita di tua nonna sembra essere stata un momento molto forte, e il fatto di non averne mai parlato davvero può aver lasciato aperte tante emozioni, tra cui la paura della morte e l’ansia che descrivi.
Anche il rapporto con i tuoi genitori, soprattutto con tua mamma, sembra essere diventato fonte di dolore e frustrazione. Quando manca la sensazione di essere capiti, è facile sentirsi soli, anche in famiglia. Il fatto che tu mostri agli altri una parte più “leggera” e nasconda la tua fragilità è un modo per proteggerti, ma allo stesso tempo ti lascia senza uno spazio in cui essere davvero vista.
La stanchezza, la difficoltà a metterti a studiare e il rifugiarti nel telefono o nel sonno non sono pigrizia: spesso sono segnali di un carico emotivo importante.
Non è “solo una fase” da minimizzare. È un momento delicato, e il fatto che tu riesca a raccontarlo così bene è già molto significativo. Rivolgerti a una/o psicologa/o può essere davvero utile: non perché “c’è qualcosa che non va in te”, ma perché meriti uno spazio sicuro dove poter parlare, capire e alleggerirti.
Non sei troppo piccola per chiedere aiuto. Anzi, è un passo importante verso il prenderti cura di te.
Un caro saluto.
Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco ad avere un erezione prolungata per avere un rapporto con la mia compagna, la relazione si è rovinata perché lei non ha più fiducia e mi dice che l'ho tradita da nove anni per causa di questi video. Sono andato sia da un andrologo che da uno psicologo, ho fatto diverse analisi e visite intime, anche per la prostata e và tutto bene, lo psicologo mi ha detto che è lei che è molto problematica, ma il problema è mio che non riesco ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ho preso da alcuni anni la "pillola" ma a lei non piace perché mi dice che sono come un robot e non partecipo al livello emotivo ma meccanico e poi non finisco mai. Io le voglio bene e la amo, ma litighiamo sempre per questi motivi, lei si sente frustrata, tradita, sola etc... Ho smesso per un mese a non vedere più porno, ma è come se mi è passato il desiderio in generale, allora penso che devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico, ma lei? La nostra storia sta finendo e non so che fare... Ogni volta che mi apparato con lei, provo senso di colpa per averle mentito, penso se non riesco, penso che mi colpevolizza con brutte parole, allora parto bene ma non riesco a continuare che l'erezione si perde anche con la pillola. Ho 58 anni e stiamo assieme da nove anni...
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
si sente quanto questa situazione la faccia soffrire e quanto tenga alla relazione.
Quello che descrive sembra meno legato a un problema “fisico” e più a un circolo psicologico: uso abituale del porno, aspettative e pressione durante il rapporto, senso di colpa, paura del giudizio della partner… tutti elementi che possono interferire con l’erezione e con il coinvolgimento emotivo. Anche il fatto che con la “pillola” l’erezione ci sia ma venga vissuta come “meccanica” va in questa direzione.
Smettere improvvisamente con il porno può portare, per un periodo, a un calo del desiderio: è una fase transitoria, non un segnale che “non funziona più”. Il punto però non è solo il comportamento individuale, ma anche la dinamica di coppia: il clima di accusa, sfiducia e tensione rende molto difficile vivere l’intimità in modo sereno.
Per questo, oltre al lavoro personale, sarebbe molto utile un percorso di coppia o sessuologico, dove poter affrontare insieme sia l’aspetto della sessualità sia quello della fiducia e della comunicazione. Continuare a vivere il rapporto con paura di “non riuscire” e di essere giudicato rischia di mantenere il problema.
Non è una situazione senza uscita, ma richiede di spostare il focus dalla “prestazione” alla relazione e alla sicurezza emotiva.
Un caro saluto.
Gentile Terapeuta,
Ho 67 anni e sono un uomo laureato, separato con una figlia, pensionato.
Sono stato diagnosticato con ipotiroidismo, ipertensione e leucemia linfatica cronica.
Inoltre, sono stato diagnosticato con AuDHD (ADHD e Autismo di livello 1), nonché con un Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso (C-PTSD).
La mia infanzia è stata segnata da un ambiente difficile, con un padre con schizofrenia residuale e una madre con narcisismo patologico. Questo ha portato a un trauma indotto che ha avuto conseguenze profonde sulla mia vita.
Il meccanismo del trauma ha coinvolto il rifiuto e l'anaffettività da parte dei genitori, aggressioni fisiche e psicologiche, violenze fisiche e verbali, isolamento autoindotto come difesa e isolamento subito come punizione, svalutazione subita.
Le conseguenze del trauma sono state numerose, tra cui un bisogno impulsivo di valutazione e accettazione esterna, disforia sensibile al rifiuto, costante sensazione di pericolo, stato persistente di iperallerta, stress elevato, disgrafia reattiva, isolamento sociale e difficoltà a gestire ed esprimere le emozioni.
Ho studiato a fondo il mio caso e le mie conclusioni nascono da diagnosi specialistiche oltre che da un'analisi logica dei fatti.
Non cerco un terapeuta che metta in dubbio la mia diagnosi, ma qualcuno che parta da queste basi per aiutarmi a gestire il corpo e le emozioni. Io porto la conoscenza di me, il terapeuta porta gli strumenti tecnici per la regolazione del mio sistema nervoso.
Ho già affrontato anni di terapia della parola che hanno portato solo a re-traumatizzazione e svalutazione intellettuale.
Non voglio raccontare storie o ricevere consigli morali, ma vorrei lavorare sulla neurobiologia del trauma.
Cerco un lavoro puramente bottom-up basato sulla titolazione delle sensazioni fisiche.
Mi chiedo se Lei sia in grado di guidarmi in una sessione di desensibilizzazione somatica senza che io debba esporre la narrazione dei miei traumi e riaprire ancora una volta il Vaso di Pandora.
La mia anamnesi è contenuta nelle diagnosi ricevute (ADHD, PTSD).
Per ogni dettaglio tecnico ulteriore, posso fornire documentazione clinica, ma non intendo procedere con un resoconto verbale degli eventi traumatici, poiché il mio sistema nervoso reagisce con re-traumatizzazione e shutdown.
Spero di trovare un terapeuta che possa aiutarmi a lavorare sulla mia neurobiologia del trauma e a gestire il mio sistema nervoso in modo più efficace.
Grazie.
Cordiali saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
si percepisce con chiarezza quanto il suo percorso sia stato lungo e impegnativo, e quanto abbia sviluppato una conoscenza approfondita di sé e del proprio funzionamento. È comprensibile, dopo esperienze che hanno percepito come retraumatizzanti, il desiderio di un lavoro diverso, più rispettoso dei suoi tempi e centrato sulla regolazione del sistema nervoso.
L’approccio che descrive, orientato “bottom-up” e alla titolazione delle sensazioni corporee, è oggi condiviso da diversi modelli di intervento sul trauma. Esistono professionisti che lavorano proprio in questa direzione, ponendo al centro la sicurezza, la gradualità e la possibilità di non dover necessariamente ripercorrere in modo dettagliato i contenuti traumatici.
Allo stesso tempo, è importante che il percorso sia costruito in modo sufficientemente flessibile e condiviso: anche nei modelli somatici, una minima alleanza e comprensione reciproca del funzionamento della persona restano fondamentali, pur nel rispetto del limite che lei pone rispetto alla narrazione.
Può quindi avere senso orientarsi verso terapeuti formati in approcci specifici sul trauma e sulla regolazione corporea, verificando fin da subito la loro disponibilità a lavorare secondo queste modalità e a concordare con lei confini chiari.
La sua richiesta è legittima e sempre più riconosciuta nella pratica clinica attuale. Trovare il professionista con cui sentirsi al sicuro e rispettato nel metodo è un passaggio centrale.
Un caro saluto.
Buongiorno a tutti, e grazie in anticipo per le vostre opinioni.
Sono in cura con una psicoterapeuta da circa 13 anni, con una frequenza di un incontro ogni tre settimane. Per me è stata una figura fondamentale nell’affrontare temi molto complessi legati sopratutto alla mia infanzia.
Oggi, però, dopo tanto tempo, avverto una sensazione diversa: è come se la mia vita fosse in qualche modo scandita dagli appuntamenti terapeutici, e mi accorgo di portare il “ragionamento terapeutico” anche nella quotidianità, con una sensazione di sovraccarico mentale.
In questo momento sento anche una certa resistenza interna al confronto terapeutico e il desiderio di vivere le mie decisioni con maggiore naturalezza e spontaneità.
Sto quindi pensando di proporre alla mia terapeuta una pausa oppure una diversa dilazione degli incontri.
So che ogni percorso e ogni professionista sono diversi, ma mi farebbe piacere conoscere il vostro punto di vista: come affrontereste una richiesta di questo tipo? Cosa consigliereste?
Grazie a tutti per l’ascolto.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è un passaggio piuttosto significativo e, per certi aspetti, anche evolutivo all’interno di un percorso così lungo e importante.
Dopo molti anni di lavoro terapeutico può accadere che il paziente senta il bisogno di “mettere alla prova” fuori dalla stanza ciò che ha costruito, cercando maggiore autonomia e spontaneità. La sensazione di sovraccarico e la resistenza che avverte non sono necessariamente segnali negativi, ma possono indicare proprio un cambiamento nella fase del percorso.
La cosa più utile, in questi casi, è portare apertamente queste riflessioni in seduta. Una richiesta di pausa o di maggiore distanza tra gli incontri non è insolita e, se inserita in un dialogo condiviso, può diventare parte stessa del lavoro terapeutico. Spesso non si tratta solo di decidere “se” sospendere, ma di comprendere insieme il significato di questo bisogno in questo momento della sua vita.
Un terapeuta accoglie questo tipo di passaggi come occasioni di confronto e riorganizzazione del percorso, non come una rottura.
Le suggerirei quindi di fidarsi di questa sua percezione e di condividerla così come l’ha espressa qui, in modo diretto e sincero.
Un caro saluto.
Buon pomeriggio, sono una mamma di due bambine la più grande a tre anni e mezzo e la più piccola sette mesi, veniamo da una situazione un po’ complessa dopo un anno e un mese dove vedo Mamma e il Papà ogni due settimane solo il weekend perché per motivi lavorativi si è trasferito all’estero, adesso in maniera definitiva ci siamo trasferiti da lui alla Grande è molto contenta di essersi avvicinato a lui, perché in questo anno lo ha cercato tanto giustamente, ma con Mio Marito abbiamo notato che nonostante durante l’arco della giornata gli facciamo fare molte attività tra parco ciò che a casa non giocare con la sorellina oppure portare fuori il cane ci rendiamo conto che non è mai contento nel senso che ha sempre atteggiamenti molto irrequieti, cosa che prima non aveva. Molto spesso urla cerco principalmente io di cercare di capire quale sia il problema di chiedergli come si sente come sta se le piace stare qui o se le manca qualcuno o qualcosa, ma la sua risposta è sempre quella che lei è contenta di essere qui con il papà e che vuole il papà sicuramente incide molto il fatto che a cui non conosce nessuno a parte quattro bambini, ma che andando a scuola li vede molto raramente quando incontra qualche bimbo al parco si vergogna e non vuole parlargli dovuto alla lingua e quindi è molto trattenuta. Durante la notte, nonostante avesse iniziato a dormire nella sua stanza, è molto contenta di dormirci da una settimana a questa parte ha iniziato a dormire nel lettone e quando do il latte alla piccola. Lei interviene sempre dicendo che vuole le coccole e inizia a lagnarsi . In certi momenti mi dispiace perché immagino anche per lei sia un grande cambiamento però allo stesso tempo non gli manca nulla perché è super coccolata e sempre fuori a giocare e fare 1000 attività, quindi non capisco come sia possibile che lei faccia ancora capricci e che si attacchi anche alla minima sciocchezza. Cosa posso fare? Avete qualche consiglio?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buon pomeriggio,
da quello che descrive, sua figlia sta attraversando un cambiamento molto grande in poco tempo: il riavvicinamento al papà, il trasferimento, un ambiente nuovo con una lingua diversa e la presenza di una sorellina piccola. Anche se a parole dice di essere contenta, è comprensibile che dentro di sé convivano emozioni diverse, che a questa età si esprimono più nei comportamenti che nelle parole.
L’irrequietezza, le urla, il bisogno di stare nel lettone o di avere coccole mentre lei si occupa della piccola non indicano tanto “capricci”, quanto un bisogno di rassicurazione e di ritrovare un equilibrio. Anche la fatica nel rapporto con gli altri bambini è coerente con il sentirsi ancora poco sicura nel nuovo contesto.
Più che aumentare le attività, può essere utile offrirle stabilità emotiva: piccoli momenti dedicati solo a lei, routine prevedibili e un’accoglienza tranquilla dei suoi bisogni di vicinanza, senza viverli come una regressione. Con il tempo, sentendosi più sicura, è probabile che questi comportamenti si attenuino.
Un caro saluto.
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