Domande del paziente (4)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giulia Perillo

    Sembra che suo figlio stia provando a comunicarvi qualcosa. Forse ha un carico emotivo eccessivo, la rabbia e la sfida spesso mascherano una richiesta. Validare le sue emozioni e domandargli direttamente... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giulia Perillo

    Buonasera e grazie per aver descritto il suo timore con tanta sincerità. Data la sua storia familiare e l'importanza della decisione le sue preoccupazioni sono comprensibili. La paura per la disabilità... Altro


    Ho affrontato più percorsi di terapia diversi ma mi assilla sempre un pensiero: potrò diventare produttiva e funzionale sforzandomi e trovando tutte le strategie utili del caso, ma quello che sento davvero è incompatibile con l'idea di "guarigione" che avevo e che in genere gli altri si aspettano da me. Sono cinica e pessimista e analitica e sinceramente non trovo motivi per cambiare al di fuori di compiacere gli altri. Per non essere etichettata come arida o misantropa o ribelle. Devo considerarmi bacata o provare l'ennesimo nuovo approccio e cercare di internalizzare tutte quelle premesse che trovo sentimentali e banalizzanti e basta? Trovo molta libertà e sazietà nel pessimismo ma evidentemente le persone che mi criticano vogliono spingermi a mirare ad altro come una specie di imperativo biologico naturale che non ho mai provato

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giulia Perillo

    Gentile utente, dal suo racconto emergono alcuni aspetti importanti: da un lato la capacità di “funzionare”, di essere produttiva e adattata; dall’altro una distanza interna rispetto a un’idea di “guarigione” che percepisce come imposta, poco autentica, quasi estranea. È come se le venisse richiesto non solo di stare meglio, ma di sentire in un certo modo, e questo le risulta forzato, artificiale. Il fatto che lei trovi una forma di equilibrio, o addirittura di “sazietà”, nel pessimismo non significa che ci sia qualcosa di “sbagliato” in lei. Piuttosto, potrebbe indicare che quel modo di guardare il mondo ha avuto (e forse ha tuttora) una funzione: proteggerla da aspettative deludenti, darle un senso di controllo e lucidità, mantenerla coerente con la sua esperienza interna.
    Quando parla del rischio di essere “bacata”, si percepisce quanto lo sguardo degli altri pesi: sembra esserci una tensione tra ciò che lei sente autentico e ciò che viene socialmente considerato “sano”, “positivo” o “evoluto”. Questo può generare una sensazione di alienazione, come se dovesse scegliere tra essere se stessa o essere accettabile.
    Il cambiamento non dovrebbe mai ridursi a un adeguamento a un modello emotivo predefinito (essere più ottimisti, più “caldi”, più entusiasti), ma piuttosto a una maggiore libertà interna. Libertà, ad esempio, di riconoscere il proprio modo di funzionare senza giudicarlo patologico ma comprendere da dove nasce. Il fatto che lei non trovi motivazioni al cambiamento “per sé” è un elemento molto significativo, che merita di essere esplorato con attenzione, non corretto o forzato.
    Per questo motivo, potrebbe esserle utile intraprendere (o riprendere) un percorso con un terapeuta ad orientamento sistemico-relazionale. Questo approccio non lavora sull’idea di “aggiustare” la persona o renderla conforme a un ideale di benessere, ma si concentra sui significati che certi modi di pensare e sentire hanno nella sua storia, le dinamiche relazionali in cui il suo “pessimismo” e la sua posizione trovano senso.



    salve dottori, sono in una situazione in cui non capisco e non so cosa fare nel concreto..sono una ragazza di 25 anni, mi sono lasciata con il mio fidanzato (lui più grande di 20 anni), per vari motivi, tra cui non riuscivamo a comunicare, perché lui non voleva le discussioni, vuole stare tranquillo nella relazione, quando io invece voglio avere il confronto, discutere ecc, dall'altra parte avevo riniziato a sentirmi con un amico con cui mi ero frequentata a distanza qualche anno prima, siamo sempre rimasti in buoni rapporti, ci sono semrpe stata per lui e lui mi ha sempre ascoltato e capito ecco..ci siamo rivisti in amicizia un pò di giorni fa, diciamo che ho avuto un senso di colpa nei confronti dell'ex perché comunque ci vedevamo ancora e qualcosa ancora c'è tra me e lui, però vedendo questo amico diciamo che c'è stato qualche bacio, mi sento in colpa perché il mio ex mi ha detto che se fosse successo qualcosa l'avrei perso per sempre ecc..il punto è che sto seguendo un percorso con un professionista, solo che non lo so, non trovo le risposte, mi ha fatto fare un esercizio diciamo di rappresentare la relazione con il mio ex, e comunque si è capito che non mi sento in una relazione e neanche con il mio amico, diciamo che questo mi ha un pò lasciato cosi cosi..non me lo aspettavo ecco, in più mi dice sempre di vedere me, e ciò che provo e sento io, perché parlo sempre delle due parti e dell'esterno, mai di me e di come sto io..però è difficile e quello che vorrei sono cose concrete e non so come fare, vorrei più consigli, ad esempio anche come rapportarmi con il mio ex se lui vuole ancora stare con me, ma io non lo so..se magari voglio ancora vedere questo amico e anche se succede qualcosa..cioè non so come comportarmi e cosa sento non lo so..come posso avere consigli o qualcosa di concreto in modo da capire di più?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giulia Perillo

    Quello che porta è molto comprensibile, e ha senso che lei si senta così confusa. Ha descritto una condizione in cui si intrecciano più livelli: la chiusura (non del tutto conclusa) di una relazione significativa, il riemergere di un legame che la fa sentire vista e capita, e allo stesso tempo un lavoro interiore che le sta chiedendo qualcosa di nuovo — cioè spostare l’attenzione da “cosa succede tra me e gli altri” a “cosa succede dentro di me”. Questa transizione spesso è destabilizzante. Quando per tanto tempo ci si è orientati molto sugli altri — sui loro bisogni, sulle loro reazioni, su ciò che è giusto o sbagliato fare nelle relazioni — iniziare a guardarsi dentro può dare una sensazione di vuoto, o di mancanza di appigli. Non è perché dentro non ci sia nulla, ma perché è un terreno meno allenato. Le consiglio di affidarsi ad un professionista esperto in dinamiche relazionali, per aiutarla a capire come funzionano le sue relazioni e che posto occupa al loro interno, così che le sue future decisioni possano nascere da una maggiore chiarezza e non solo dalla pressione emotiva del momento.


Domande più frequenti

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