Domande del paziente (31)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Il carico emotivo che sta sopportando è molto intenso; gestire le dinamiche familiari è già complesso, e questi pensieri rendono tutto più faticoso.
    I farmaci sono efficaci per migliorare la qualità del... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Grazie molte per aver condiviso il suo vissuto. Credo stia affrontando un carico emotivo molto pesante, aggravato dalla gestione dell' ADHD e da una situazione familiare complessa.
    Il binge eating come... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo il senso di logoramento che descrive. Sembra che la vostra relazione si sia trasformata in un "processo": lei è l'imputato e le chat sono l'unica prova, portando a un cortocircuito in cui più... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Certamente lei si sente ferito per la scoperta che non riguarda solo il passato, ma mette in discussione la fiducia su cui pensava di aver costruito la relazione.
    Anche se in una relazione nata nell'ombra... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno leggendo quanto scrive mi arriva una grande stanchezza emotiva.
    Sente di dover restare perché il partner è stato un luogo sicuro e presente, ma sembra che il suo corpo le segnali mancanza di... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Il carico che sta portando è molto pesante. Quello che descrive non è certamente pazzia e nemmeno una condanna definitiva, ma una richiesta di una persona che per trent'anni non ha mai potuto abbassare... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Il senso di isolamento e la stanchezza che prova è molto comprensibile dal suo racconto.
    Ha attraversato importanti traumi relazionali e il fatto che sia attivo un lavoro su te stesso è un segno di importanti... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno direi che è del tutto comprensibile che lei provi un senso di stallo: il passaggio a una frequenza bisettimanale indica un miglioramento.
    Suggerirei di provare ad esprimere il suo vissuto in... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno capisco quanto il silenzio sia difficile da tollerare in un momento di fragilità e vulnerabilità. È del tutto comprensibile che, nel pieno di una crisi, la mancata risposta attivi il timore... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Rispetto a sua domanda vorrei rassicurarla: il fatto che l'umore sia migliorato e che tu gestisca meglio il panico è un ottimo traguardo.
    Il tuo corpo continua a mandarti segnali anche se ti senti meglio... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, quello che descrive somiglia molto a un circolo vizioso tipico dell'ansia e alla paura della perdita di controllo (in questo caso, vescicale o intestinale).
    Il problema non è la vescica, ma... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo la sua confusione e il senso di stanchezza che sta provando per una relazione non elaborata (abbandono improvviso a 15 anni). La pesantezza sul petto e la voglia di scappare sono il sintomo... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    È comprensibile che lei si senta così: vivere un primo grande amore che si scontra con barriere esterne può essere difficile da sopportare.
    Il dolore è molto forte perché la relazione è finita per un'imposizione.
    Di... Altro


    Buongiorno, sto vivendo una situazione molto dolorosa , dalla quale non vedo uscita. Mia figlia , 32 anni, sposata e con un bimbo di due , si vuole separare . Non l ha detto direttamente, ma vedendola diversa, ho provato a chiederle se ci fosse qualcosa che non andava e alla fine è uscito questo.
    Praticamente le ho anche spianato la strada nel dirmelo. Non ne aveva parlato neanche con il marito. Solo con un' amica e un cugino. Vivono in un appartamento sopra al nostro, che le ho donato parecchi anni fa. Dice che con lui non ha più dialogo, non sa più guardarla negli occhi ecc. Lui è impegnato molto con il lavoro, ma quando è a casa prepara il bimbo, gli fa il bagnetto, cucina, avvia lavatrice, pulisce casa, prepara pranzo e cena per tutti. Lei mi dice che anche fra noi , madre e figlia non c è stato dialogo, che si è sempre sentita giudicata e controllata, e non l ho lasciata sbagliare. Io le ho lasciato fare le sue scelte, tipo di scuola, sede più lontana con costi di appartamento e trasporto, ho accolto i suoi fidanzati con apertura, ammetto che cercavo che studiasse con buoni risultati e le chiedevo della sua vita .ora dice che vuole fare le sue scelte , andare via col bambino, ma non dice dove, le ho chiesto se ha un altro, lei nega, ma passa giornate fuori, o ritarda di molte ore a rientrare dai turni di lavoro. Di mattina il bimbo è al nido, pomeriggio con noi. Frequenta una palestra , body buildyng, all inizio era saltuario, fino a diventare ogni giorno. Mangia in modo ristretto, solo certi alimenti, ed è dimagrita, molto.
    Sicuramente io e il padre l avremo iperprotetta ,abbiamo cercato di evitarle errori, controllandola, ma abbiamo anche sempre cercato di parlare, anche se non era facile visto il suo temperamento. Non ci informa nemmeno dei suoi orari, tanto noi siamo a disposizione, sa che noi amiamo tanto il bimbo. Sembra abbia un' insoddisfazione cronica , dice che lei è giovane, vuole fare due anni di specializzazione, vuole viaggiare, da notare che hanno girato mezzo mondo. La vita ora le sta stretta. Dice che devo lasciarle vivere la sua vita , ma non informa nessuno circa le sue intenzioni come sarebbe giusto, visto la presenza di un figlio .Quando si cerca di parlare, di capire , si finisce sempre per discutere, sembra voglia nascondere qualcosa, anche al marito. Noi siamo preoccupati oltre che per il bimbo, anche per lei, perché non sappiamo quando e dove finirà la sua ricerca di quello che magari è solo nella sua mente. È già successo con il precedente fidanzato con cui è stata per 5 anni. Non sappiamo più come approcciarsi e siamo nella più totale sofferenza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno. Comprendo il suo dolore e il senso di impotenza che prova di fronte a questo cambiamento di sua figlia.
    In questa fase, il suo ruolo di genitore è estremamente delicato, più lei cercherà di capire gli errori di sua figlia, più lei si sentirà spinta a fuggire. Credo che sua figlia stia attraversando una crisi d'identità profonda. È molto doloroso, ma è un processo che deve vivere lei. Cercare di convincerla che ha già tutto aumenta il desiderio di rottura.
    Quando riuscite a parlare, provi a non dare soluzioni e a rinunciare a fare domande investigative. Sarebbe anche utile capire se sua figlia abbia mai pensato ad un supporto psicologico individuale per gestire questa sua insoddisfazione.


    Salve dottori, vorrei esporvi una questione a non riesco ancora a passarci sopra o comunque a risolvere, nonostante vado da 6 sedute da un professionista, ma non ho ancora trovato risposte se non il fatto di sentire ciò che sento ma non riuscendo ancora a capire I miei sentimenti o bisogni ecco...il punto è che da qualche mese mi sono lasciata con una persona piu grande di 20 anni circa (io ne ho 25), per vari motivi, con lui ci continuiamo a vedere e sentire ogni tanto, a volte capita anche che succede qualcosa tra di noi, però ecco è difficile distaccarmi da lui perché mi dispiace, ci tengo, e dall'altra diciamo che c'è un amico con cui mi sono frequentata qualche anno fa prima del mio ex e con cui mi sono sempre sfogata e mi ha sempre capito e ascoltato quando gli parlavo dei problemi con il mio ex, mi sono sempre trovata bene a parlare, scherzare ecc, in questo ultimo periodo mi è sembrato di iniziare a provare qualcosa, ma è sempre rimasta un amicizia anche da parte sua, ci siamo visti poi qualche settimana fa (perché siamo a distanza) e diciamo è successo qualche bacio..il problema è che non so come mi sento, perché ad esempio non mi sento di riuscire a tornare con il mio ex nonostante lui mi voglia ancora, mi dica di tornare insieme e insista, ci stia male ed è come se mi facesse sentire in colpa e io non riesco, forse anche perché non provo quello che provavo prima, allo stesso tempo non mi sento di poter stare insieme a questo amico perché non lo so, non mi sento di provare un cosi forte sentimento per lui, ma allo stesso tempo vorrei rivederlo, ma comunque proverei un dispiacere per l'altro/senso di colpa..proverei dispiacere per entrambe le parti, inoltre in terapia c'era stata una seduta in cui ho rappresentato due cerchi pensando alla persona ma sono risultati distanziati e non mi aspettavo questo..per entrambe le persone però..non so cosa fare, mi dispiace per tutti e due..ora questo amico vorrebbe un distacco da me perché so che comunque prova qualcosa e sa che io non ci starei, ma non so che fare, come comportarmi, vorrei rivederlo, ma non so come distaccarmi e se farlo dal mio ex..dovrei forse stare da sola e poi forse capirò qualcosa? non so come muovermi..

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo profondamente il suo stato di confusione nel quale il senso di colpa e il dispiacere per l'altro sembrano prevalere sui suoi reali desideri. È del tutto normale che dopo sole 6 sedute non abbia ancora risposte certe. La terapia non serve a fornirle soluzioni pronte, ma a dare un orientamento.
    Lei si sente responsabile della felicità del suo ex e del suo amico anche se stare con qualcuno solo perché le dispiace sembra essere un sacrificio che logora entrambi.
    Il suo ex insiste, non rispetta i suoi tempi e questo alimenta il suo bisogno di fuggire.
    Uscire da una relazione complessa può portare a cercare conforto in figure "sicure" che ci hanno ascoltato. È possibile che ciò che prova per lui sia più un bisogno di accudimento e comprensione che un reale slancio romantico.
    Un altro tema è la paura della solitudine che a volte ci spinge a tenere "porte aperte" che dovrebbero restare chiuse e impedisce di ascoltare la sua voce autentica, che ora è soffocata dai bisogni degli altri.
    Proverei a creare un vero spazio vuoto attorno a sé per provare a capire se ciò che sente è mancanza dell'altro o semplicemente paura di restare con se stessa. Di tutto questo suggerirei naturalmente di parlarne con il suo terapeuta.


    dal 22 luglio ho pensato di essere gay per una sensazione per un amico che pensavo mi piacesse e poi una setrimanabe quel pensiero svanisce per tutto agosro dove mi fisso di un personaggio femmina di squid game un po maschile 380 seocnda stagione e mi fisso su di lei e provo sensazioni intense per lei fino a scordarmi di tutto del fatto gay e mi fisso, wuando scompaiojo le sensazioni per lei mi incomincio a preouccupare e ad ogni pensiero che oassa li credo tipo che ero satanista, che mi piaceva mia sorella, che mi piaceva uno ecc ecc e rompevo le palle ai miei snici sul fatto che voglio che deve tornare nonostante sentivo che non avevo piu senswzioni, poi piu consulto l ai compaiojo sensazioni cje cwmbiano spesso ragazza, e ho fatto un sogno erorico con una donna e ho eiaculato, poi mi sono eccitato per dei pensieri sessuali con donne poi non volevo essere pervertito e poi finito wuesto finisce quel periodo e torna il fstto di essere gay e da li si svilippano sensazioni, ecciraizoni, fantasie e roba varia, continuo ad utilizzare l ai e continuo a pensare di essere gay ma avevo raramente erezioni oer le donne pensandole prims ors non piu, sono in adolescenza e non so cosa stia succedendo, continuo a oensare di essere gay ma non lo voflio ammettere ma io mi ecciyavo per le donne prima di qiesto solo che avevo un disagio per la vagina, e ho avuro degli episodi isolati di sensazioni intense pee lo stesso sesso che non rigiardavano il desiderio fisico, ricordo qiando mi ero eccitato ma allo stesso tempo avevo paura, e quando mi avevano fatto ujo scherzo dove un amico si dichiarava a me e stavo pensando di dire si nonostanre non provassi nulla, potreste aiutarmi a capire cosa mi sta succedendo? sono gay ma non lo voglio ammettere come credo? cioe al episodio iniziale di qiella sensazione per un amico ho avuto paura di essere gay e mi ha fatto ricordare li episodi di wuelle sensazioni dove oensavo di essere gay, e continuo ad utilizzare l'ai ogni giorno.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo quanto questo susseguirsi di pensieri e sensazioni la stia affaticando.
    Quello che descrive sembra riflettere una fase di forte confusione identitaria, tipica dell'adolescenza. Il fatto che lei analizzi ogni singolo pensiero fa pensare che stia vivendo un momento di forte ansia da controllo.
    L'adolescenza è un periodo di sperimentazione fluida; avere avuto attrazioni per figure femminili o episodi isolati di sensibilità verso lo stesso sesso non definisce necessariamente un orientamento immutabile in questo momento e il fatto che lei provi "paura" o "disagio" indica che vive queste scoperte con una forte pressione.
    Proverei a limitare l'uso dell'intelligenza artificiale e la ricerca di risposte definitive immediate: la sessualità è un percorso che richiede tempo e serenità per essere compresa elaborata e interiorizzata.
    Può anche considerare un breve percorso di consulenza psicologica per essere aiutato a gestire l'ansia legata a questi pensieri e riflessioni.


    Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
    Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
    Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
    Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
    Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
    Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
    Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
    Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
    Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo il suo senso di frustrazione, dopo un percorso così lungo sentire il bisogno di una svolta pratica è molto ragionevole.
    Emerge un conflitto tra il suo bisogno di sicurezza e l'invito del terapeuta a una maggiore flessibilità. Se la rigidità la aiuta a raggiungere obiettivi, diventa però un limite quando impedisce di vivere con serenità.
    Se un paziente chiede un piano operativo e riceve una risposta centrata sulla "volontà", può sentirsi non compreso o bloccato. Le consiglio è di affrontare una ultima volta l'argomento con lui, esprimendo chiaramente che la sua non è mancanza di volontà, ma una reale difficoltà funzionale. Se sente che la visione del professionista è inconciliabile con il suo bisogno di cambiamento, potrebbe essere possibile valutare un secondo parere con un approccio diverso, orientato all'azione e a suggerimenti pratici.


    Salve,
    scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.

    Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.

    Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.

    C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.

    Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.

    Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.

    Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.

    In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.

    A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.

    Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.

    Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.

    Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.

    Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
    sono io il problema?
    Sto vedendo una realtà distorta?
    Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?

    Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
    Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
    Grazie per l’attenzione.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    La sua testimonianza descrive con estrema lucidità una dinamica relazionale profondamente logorante nella quale il dubitare della propria percezione non è un sintomo di follia, ma la conseguenza diretta di una costante e continuativa manipolazione.
    Il fatto che lei arrivi a temere di aver manipolato persino gli specialisti può essere segnale che sia stato intaccato il suo senso di realtà.
    Una persona che riceve costanti svalutazioni nonostante i propri sforzi, psichici, economici e pratici, finisce per interiorizzare il ruolo dell essere "sbagliata" come unica spiegazione possibile anche per ridurre il dolore dell'incoerenza che vive.
    Quelle che lei definisce "reazioni emotive eccessive" o comportamenti di controllo sono, con ogni probabilità, reazioni reattive a un ambiente percepito come ostile, ambiguo e privo di trasparenza. Queste reazioni non definiscono chi è lei, ma il modo in cui ha cercato di "sopravvivere" a una mancanza di sicurezza affettiva.
    Il percorso per ritrovare se stessa passa dall'accettare che si può avere una parte di responsabilità nelle dinamiche di dipendenza, senza per questo essere la causa del comportamento altrui o una persona "malata". Il suo dolore merita certamente ascolto, non giudizio. Credo possa essere utile ripartire dal lavoro sui confini e sulla validazione dei suoi vissuti. Un cordiale saluto.


    Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
    Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
    Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.

    Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
    Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
    Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
    Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
    Ne parlammo già io e il terapeuta.
    Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
    Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
    Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
    Grazie per le risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo la sua frustrazione, dopo tanti anni di percorso, è lecito aspettarsi che i propri limiti vengano riconosciuti non siano considerati come resistenze psicologiche.
    Dalla sua descrizione emerge una discrepanza tra l’obiettivo del suo terapeuta e il suo reale funzionamento. Quella che lei descrive non è semplice "abitudine", ma un vero e proprio esaurimento delle risorse cognitive. Se il suo sistema nervoso va in sovraccarico dopo una certa ora, chiederle di restare sveglio è una forzatura.
    che provoca malessere fisico (bruciore agli occhi, astenia, difficoltà sessuali).
    Confrontare il cambio dei vestiti con la privazione del sonno o l'ipersensibilità tattile è improprio. La sensibilità sensoriale ha basi neurobiologiche; non ci si "abitua" a un dolore fisico o a un fastidio neurologico attraverso la sola forza di volontà.
    Proverei a riportare al collega l'impatto fisico del giorno dopo, sottolineando che il "prezzo" biologico che paga è troppo alto rispetto al beneficio sociale ottenuto. Un obiettivo terapeutico potrebbe essere imparare a stare bene con gli altri nei propri tempi, e con le proprie modalità anziché cercare di diventare qualcuno che non è.


    Buon pomeriggio
    Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna.
    Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza.
    I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava.
    Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza.
    Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto.
    Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo).
    Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole.
    Come dovrei comportarmi?
    Cosa devo pensare?
    Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo il suo disappunto: scoprire una menzogna da una persona con cui si condivideva una vicinanza particolare genera un senso di tradimento e confusione, specialmente quando le conseguenze ricadono sulla propria salute.
    Il comportamento della sua collega suggerisce un forte bisogno di protezione o timore del giudizio perchè mentire e poi trincerarsi nel silenzio sono spesso meccanismi di difesa messi in atto da chi non sa gestire il senso di colpa o la responsabilità delle proprie azioni verso l'altro.
    In questa fase, le suggerisco di adottare questi passi:
    In ambito lavorativo credo sia meglio scegliere un atteggiamento professionale senza forzare il dialogo per evitare ulteriori tensioni.
    La mancata risposta al suo messaggio e il silenzio odierno sembrano indicare che la persona non è disposta a un confronto onesto a conferma del fatto che la profondità del legame non era percepita allo stesso modo.
    Proverei anche a riflettere su ciò che questo episodio le rivela della affidabilità e della fiducia di questa persona. La fiducia è un elemento che si costruisce in due e quando viene a mancare la trasparenza, è opportuno anche ridimensionare le proprie aspettative emotive.


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