Domande del paziente (62)

    Non so più cosa fare....
    Sono una donna di 30 anni e sono stanca....
    Voi penserete che mi stia riferendo ad un determinato periodo della mia vita, ebbene qui si parla di anni. Dall'età di 14 anni soffro d'ansia che si manifesta nel corpo con sudorazioni fredde, nausea, borborigmi, meteorismo, tremori e forte senso di vergogna. Nel corso del tempo ho fatto 4 anni di psicoterapia di tipo psicodinamico, 2 anni di psicoterapia sistemico-relazionale, 3 anni di psicoterapia della gestalt, 1 anno di psicoterapia cognitivo comportamentale. Ho provato la mindfullness, ho provato a scrivere un diario, ho provato infiniti psicofarmaci (si, di mia spontanea volontà mi sono rivolta ad uno psichiatra), ho provato a stare a contatto con le mie paure ma sono finita per ammalarmi ancora di più. Sono seguiti pensieri suicidi (da quando avevo 14 anni), nel 2025 ingerisco un bel po di pillole, volevo solo spegnere il cervello, al mio risveglio sento scosse in tutto il corpo e spasmi muscolari, lo riferisco a mia madre, la corsa in ospedale e il primo ricovero (in sicilia), il secondo a distanza di qualche mese (Milano). Infinite diagnosi ricevute ed io che ho sempre più voglia di sparire, mollare tutto e stare da sola.
    Il mio corpo e la mia mente si rifiutano di sopportare altro dolore, sono satura, avete presente quando si fa un trapianto e il corpo lo rigetta?
    Ecco, io credo di essere diventata intollerante e allergica ad ogni forma di dolore, la solitudine è il mio rifugio ma anche la mia condanna.
    Credevo che l'amore potesse curarmi ma mi sbagliavo, da mesi ho intrapreso una relazione con il ragazzo più buono di questo mondo ma ho commesso un grosso errore, per la prima volta mi sono lasciata andare all'amore e adesso ne pago le conseguenze......
    Non ho i soldi a sufficienza per permettermi un altro percorso di psicoterapia, ma devo assolutamente andare dallo psichiatra e aiutarmi con i farmaci, l'unica mia vera salvezza, lo so che è triste dirlo, ma solo così riconosco di poter andare avanti.
    Vi chiederete come mai tutti questi anni di psicoterapia non hanno sortito alcun effetto positivo su di me? Ho preso consapevolezza che io non voglio cambiare (mi è stato detto più volte in terapia), è questa trappola mentale che mi porta ad avere pensieri suicidi: Non vuoi cambiare, ti piace soffrire, tanto vale morire e cancellare tutto, porre fine a tutto questo schifo.

    La cosa che più di tutte mi fa male è che in 30 anni di vita non sono mai riuscita a fidarmi davvero di nessuno, e non lo dico tanto per ma è la verità.
    Non ce la faccio a ri-raccontarmi da capo, fa troppo male.....per questo non ce la faccio più ad andare avanti.
    Sono davvero stanca.....non ce la faccio....è tutto così pesante e difficile nella mia testa. Non me la sento di continuare ad andare avanti, io non riesco a reagire, ad essere costante, ad avere forza di volontà, quello in cui sono brava è riuscire ad annientarmi, a fare la vittima come tutti mi hanno sempre detto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Sento tutto il peso e la profonda stanchezza che descrive; dopo anni di tentativi e sofferenza, è comprensibile che lei si senta saturata e senza più forze per "raccontarsi" ancora. Il suo bisogno di stabilità attraverso il supporto psichiatrico non è affatto una sconfitta: è un atto di auto-conservazione necessario per abbassare il volume di un dolore diventato insopportabile. E' possibile che la sua mente, per proteggersi da traumi antichi e dalla paura del rifiuto, abbia costruito delle difese che le fanno percepire i cambiamenti come una minaccia vitale. Suggerisco di non restare sola con questi pensieri: se sente che il desiderio di arrendersi sta diventando prevalendo, si rivolga ai serivizi del territorio.
    C'è certamente la possibilità di trovare un equilibrio, per dare tregua al suo corpo e alla sua mente.


    Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
    Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno.
    Certamente comprensibile che questi sogni possano dare una sensazione di "vuoto" che potrebbe essere il segnale che il suo mondo interno sta elaborando qualcosa di ancora da definire. Sognare una persona del passato potrebbe non riguardare la persona reale, ma ciò che essa rappresenta per lei.
    Forse nel presente sta attraversando un momento in cui sente il bisogno di calore, consolazione o di una direzione diversa, e la sua mente utilizza un ricordo come contenitore per questi desideri.
    Il bisogno di riparazione va compreso meglio e il vuoto al risveglio potrebbe indicare che il sogno la riporta in contatto con una mancanza che nel quotidiano forse tende a nascondere e a non lasciare emergere.
    Ci sono terapeuti che potrebbero aiutarla a elaborare in profondità questi contenuti.


    Buongiorno dottori,
    scrivo per chiedere il vostro aiuto. Sono una persona, timida introversa e paurosa. Ho sempre avuto difficoltà a interagire con gli altri, ma poi pian piano ho migliorato la mia autostima, ho imparato a volermi bene, accogliere pregi e difetti e correggere ove possibile qualche difetto. Mi è sempre stato difficile esternare sentimenti ed opinioni, ma poi ho imparato a nominare i miei sentimenti e adottare tecniche per abbassare la tensione emotiva e quindi esprimere sempre meglio me stessa. Ho imparato l'importanza del dialogo costruttivo per la mia persona e quindi ho imparato ad esprimere sempre meglio la mia opinione ed accogliere il confronto e l'errore come elementi per crescere. Ultimamente, però, trovo difficoltà nel riconoscere una indipendenza personale del mio giudizio, cioè faccio fatica a dire che il mio giudizio è valido perchè personale, nasce dalla mia esperienza e da come mi relaziono col mondo e le persone a me care. Riconosco che nel muovermi nella realtà, faccio quello che mi rende serena e in equilibrio con quello che sono: esempio se voglio mangiare il gelato scelgo di andare in un certo luogo con un certo metodo che mi far stare bene, serena. A volte però mi scontro col rifiuto di questo mio giudizio e questo mi fa male, soprattutto se viene da persone di cui ho fiducia o affetto. Come posso interrompere questo malessere e ritenermi ugualmente valida e non dettata dal giudizio degli altri? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno e grazie per il messaggio.
    Il suo percorso testimonia consapevolezza e una profonda crescita personale che integra strumenti fondamentali per la sua autostima e l'espressione di sé.
    Il malessere che sperimenta sembra nascere da un nodo evolutivo comune: il passaggio dall'esprimersi all'autovalidarsi, slegando il proprio valore dal consenso altrui.
    Accetti il dissenso poichè il rifiuto di un suo giudizio da parte degli altri non cancella la validità della sua esperienza. Rappresenta semplicemente la loro diversa visione del mondo.
    Inoltre si può voler bene a qualcuno senza dover per forza pensarla allo stesso modo. Il disaccordo non mina il legame.
    Quando compie una scelta che la fa stare bene (gelato), riconosca attivamente che quella decisione è giusta per lei, indipendentemente da cosa ne pensino le persone care.
    Il giudizio altrui descrive chi lo esprime, non chi lo riceve. La sua serenità rimane il punto più affidabile per muoversi nella realtà.


    Salve, volevo chiedere cosa ne pensate del Doc da relazione, esiste? ultimamente vivo un loop in cui ogni giorno sono tormentata costantemente da dubbi riguardanti il mio fidanzato, dubbi nati un po’ a caso che mi tartassano tutto il giorno e mi provocano una forte ansia e angoscia incontrollabile perché non voglio sia così e non riesco più a capire se siano veri o meno..continuo ad analizzarmi a controllare cosa sento ogni piccolo dettaglio lo prendo come un potenziale dubbio e non sto più vivendo bene, non riesco a controllare questi pensieri giorno e notte devo pensarli per forza..il mio ragazzo è bravissimo mi tratta benissimo e gli ho parlato di questi dubbi tanto mi sentivo in colpa a provarli…non so cosa pensare preciso sia la mia prima relazione seria. Grazie a chi mi darà un parere.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno il Disturbo da Ansia di Relazione è una manifestazione che esiste e nel quale dubbio si focalizza sui sentimenti propri o del partner, oppure sulla qualità della relazione stessa. I pensieri intrusivi si presentano come dubbi improvvisi e l'analisi continua delle proprie emozioni e dei dettagli crea un controllo logorante. Trattandosi della sua prima relazione seria si può attivare la paura profonda di sbagliare o di soffrire e cercare di capire se il dubbio sia "vero" o "falso" alimenta il circolo vizioso della mente.
    Credo possa essere utile non affrontare questo carico da sola e di rivolgersi a un professionista.


    Salve sono un ragazzo di 30 anni,ho un problema con la masturbazione con i porno dopo che l’ho fatto mi sento sovra eccitato e mi vengono dei tic nervosi,secondo voi sarebbe utile smettere di guardare porno?se smetto di guardare porno però e mi masturbo normalmente mi viene l’ansia e pensieri intrusivi, penso siano ossessioni,secondo voi può essere utile eliminare la masturbazione con i porno? Dovrei valutare una cura farmacologica che mi aiuta con le ossessioni e i tic con uno psichiatra? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso la sua situazione. I sintomi che descrive indicano un forte sovraccarico psicologico e che la masturbazione e la pornografia possa essere uno sfogo emotivo, e non fonte di rilassamento e piacere.
    Provare a eliminare i contenuti pornografici è un passo utile.
    L'ansia e le ossessioni che emergono indicano che è diventato un meccanismo per gestire un disagio psicologico preesistente. Se l'astinenza totale crea troppa tensione, riduca la frequenza senza colpevolizzarsi.
    Oltre ad indagine mediche e psichiatriche può certamente essere di aiuto un percorso di psicoterapia per comprendere l'origine delle ossessioni e a trovare strategie differenti per elaborare le sue emozioni.


    Salve dottori, sono una ragazza di 25 anni, da qualche mese mi sono lasciata con una persona più grande di 21 anni, purtroppo ci siamo lasciati per vari motivi, ma una cosa che mi ha fatto dire basta è stato il fatto di continuare a vedere che lui mettesse mi piace a certe foto di ragazze sui social, dopo tante volte che chiedevo se si poteva evitare, non riuscivamo a comunicare, a discutere quando io volevo il confronto dalla sua parte lui non voleva purtroppo..però diciamo che forse essendo la mia prima relazione vera e seria se possiamo definirla così, durata 2 anni e mezzo circa, mi sono sentita diciamo con un appoggio, una sicurezza in lui, su cui contare ecco, in tutte le situazioni sapevo che c'era, ora come ora sono da sola, ma diciamo che c'è un amico con cui ho avuto un'amicizia e qualcosa di più tre anni fa, però a distanza, ci siamo continuati però a sentire ogni tanto, come stavamo, perché c'era e c'è del bene tra noi due, mi sfogavo con lui anche quando litigavo con il mio ex, e anche qualche mese fa che mi sono lasciata l'ho ricercato a inizio anno perché avevo il pensiero e volevo sapere come stesse, senza secondi fini..poi sapevo che lui mi ascoltava, mi capiva su questa relazione ecco..poi non so perché mi è scattato qualcosa, come se mi piacesse di nuovo, ma poi i miei sentimenti cambiavano di nuovo, e ora di nuovo ancora, perché ci siamo visti già due volte in questi mesi, c'è stato qualche bacio ma io sono stata e sono molto trattenuta, tendevo a pensare all'altro, a paragonare entrambi, e purtroppo continuo a vedere la sicurezza in lui, nel mio ex, è come se lui su varie situazioni so che magari può avere più conoscenze sulle cose e quindi mi "aggrappo" a questo, a cercare di difendere qualcosa che invece mi faceva male del fatto che ci siamo lasciati, perché comunque ho vissuto tante cose con lui, so che ci poteva essere in tanti momenti, potevo contare su di lui, e diciamo che certe situazione invece che risolvere da sola, sapevo che c'era lui e trovavo la sicurezza li..lui purtroppo mi continua a scrivere messaggi che gli manco, che mi ama e io sono una persona facilmente condizionabile, vorrei avere una soluzione su come risolvere i pensieri e la situazione, senza fare del male a nessuno..cosa potrei fare nel concreto? Sto affrontando un percorso da qualche settimana con un professionista, mi dice e chiede ciò che sento io, cosa provo in determinate situazioni, ma ancora non riesco a sentire me stessa, a capire nulla..e non so se riuscirò mai, mi sembra come se dopo la seduta io riesco a chiedermi le cose, ma poi passano i giorni e non ci penso più ed è come se fosse inutile andare..cosa posso fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno e grazie per aver condiviso la sua storia.
    Il legame con il suo ex è stato importante e ha rappresentato una fonte di sicurezza, amplificata anche dalla differenza d'età. Questo le fa avvertire oggi un senso di vuoto e cercare rifugio in vecchie certezze o in una nuova vicinanza. Il confronto continuo fa pensare che lei stia ancora elaborando il lutto della separazione.
    Si dia tempo necessario per riuscire ad abitare in questa solitudine. Non deve necessariamente trovare subito un nuovo appoggio. Questo momento di transizione, certamente doloroso, è una grande opportunità per riscoprire la sua indipendenza e capire cosa desidera davvero per il suo futuro.
    Può chiedersi cosa le fa più paura dell'idea di contare solo su se stessa e quali erano i bisogni emotivi che il suo ex non riusciva a soddisfare. Possono essere utili riflessioni per progettare una ripartenza


    Salve, sono 4 anni che sto insieme a un uomo separato con una figlia. Da un anno non abbiamo rapporti sessuali perché io ho avuto problemi di ciclo ma anche problemi emotivo con lui. Non mi sento vista, ne quando siamo a cena e lui sta davanti al telefono, ne quando la madre (che nn mi conosce) ha voluto partecipare a un evento con la ex nuora, il figlio e la nipote e lui non si è minimamente opposto. Invalidando il mio dolore con "si spreca meno energie facendo così". Stessa risposta che ritrovo dopo più di un anno (dopo terapia mia personale, terapia di coppia, dopo tanti litigi dove ho capito il suo analfabetismo emotivo), oggi, davanti a un esigenza lavorativa dove sarebbe stata reintrodotta la sua ex moglie pubblicamente (e questa donna non lavora dove lavoriamo noi). Sono crollata e ho pianto davanti a lui, lui ha visto il mio dolore, ha detto di averlo capito ma c'è sempre il suo "non so che fare, e fare niente è la scelta meno dolorosa". Per lui. Io sto soffrendo tanto per questo suo atteggiamento e gli ho scritto un messaggio dicendo che nn scegliendo me (ancora) era lui che perdeva me. Lui non ha risposto e a lavoro mi evita (è passato solo un giorno) io voglio dargli il tempo per riflettere, capire...ma non ce la faccio, mi sono messa a piangere per i corridoi del lavoro. Vorrei capire cosa fare. Se sono stata cattiva, egoista, frettolosa. Abbiamo entrambi quasi 50 anni...ed entrambi veniamo da famiglie disfunzionali...e io vorrei solo avere qualche strumento per capire cosa mi sta succedendo (sono dipendente?) e cosa potrei fare. Grazie a chi mi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, grazie per la condivisione.
    Nel suo caso non parlerei di egoismo o cattiveria. Credo abbia espresso un dolore profondo, dopo anni di svalutazione, di fronte a un partner che evita i conflitti. Il suo pianto nei corridoi non è debolezza. E' un mostrare fragilità dopo un lungo periodo in cui i suoi bisogni emotivi sono stati ignorati. Lei cerca disperatamente la validazione che le è mancata; lui si difende dal dolore emotivo congelandosi e diventando passivo. Più che di dipendenza affettiva, sembra che lei parli del trauma di non essere vista dalla persona amata. Questo genera un'ansia da abbandono che spinge a cercare risposte immediate.
    In questo momento non può controllare la riflessione del partner, ma può proteggere se stessa. Suggerirei di non scrivere altri messaggi. I silenzi sono la sua risposta, immatura.
    Il partner le sta mostrando chiaramente il suo limite emotivo.
    Quando dice "fare niente è la scelta meno dolorosa", le sta dicendo che preferisce la sua (di lei) sofferenza pur di non vivere lo stress di un conflitto con la ex moglie o la madre.
    La scelta che ha davanti non è come cambiare lui, ma capire se lei merita di passare i prossimi anni con un uomo che sceglie l'immobilità al posto del suo benessere.


    Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso una situazione certamente dolorosa e destabilizzante. Il mancato riconoscimento del proprio valore, dopo sette anni di dedizione e sacrifici personali, provoca un senso di forte ingiustizia e disorientamento. L'aggressione verbale da parte del suo datore di lavoro non è giustificabile, ed è comprensibile che l'abbia ferita profondamente, soprattutto perché ha sempre operato con massima responsabilità, persino a discapito della sua salute.L'ambiente che descrive, saturo di tensioni e dinamiche tossiche prolungate, sta logorando le sue risorse emotive. Credo sia fondamentale fermarsi per proteggere se stessi.
    Mi sembra importante chiarire quali sono le sue attuali priorità emotive e professionali, e se ritiene che ci siano i margini per un chiarimento a mente fredda o se sente cmq il bisogno di valutare nuove strade lavorative.


    Io e il mio ragazzo (entrambi 33anni) abbiamo una relazione a distanza da tre mesi.
    Io vivo all’estero e lui viene da un altro paese in Europa.
    È venuto a trovarmi e l'altro giorno stavamo camminando mano nella mano. Era un po' alticcio, mentre camminavamo ho visto un tipo che vedo spesso in centro a chiedere insistentemente soldi. Mi sono allontanata con il mio ragazzo, ma lui era incuriosito e continuava a fissarlo. Gli ho chiesto perché lo avesse fatto e ha iniziato a dire un sacco di cose senza senso, tipo "volevo dargli false speranze", "ero curioso di vedere cosa avesse in mano perché le muoveva", "volevo dargli dei soldi ma tu mi hai portato via", "non so se avresti pensato male di me se non gli avessi dato i soldi", per poi cambiare idea e dire "non gli avrei dato i soldi perché sembrava ben curato e aveva dei bei vestiti".

    La frase "volevo dargli false speranze" mi ha fatto infuriare più di ogni altra cosa e ne abbiamo parlato a lungo.
    Gli ho riparlato di questo episodio quando ci siamo calmati entrambi e mi ha detto che aveva detto tutte quelle cose perché era in preda al panico e non sapeva cosa dire.
    Gli ho fatto notare che quella frase in particolare era estremamente disgustosa e crudele, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere gli uscisse di bocca (perché, anche se lo conosco da poco tempo, mi ha dato l'impressione di essere una persona gentile, aveva dato il giorno stesso dei soldi ad un ragazzo che aveva chiesto dei soldi per il biglietto del treno e la volta prima che ci siamo incontrati aveva dato dei soldi ad un signore per strada che aveva un cagnolino) e lui se n'è reso conto e ha detto che normalmente non direbbe mai una cosa del genere. Ha detto che stava scherzando, ma che era uno scherzo di pessimo gusto.
    Ha inoltre aggiunto che dove vive lui ci sono queste persone che lui ha chiamato “gang”, si dividono le zone della città, che chiedono soldi per strada ma in realtà vivono grazie agli aiuti dello Stato e che lui non vuole dare soldi a questo tipo di persone.

    Non so cosa pensare o cosa fare.
    Mi tratta benissimo, ma non voglio stare con qualcuno che tratta male gli altri o dice cose così cattive.
    È giusto condannarlo per questo episodio o dovrei aspettare e vedere come si comporterà in futuro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, comprendo il suo profondo disorientamento di fronte al contrasto immagine di uomo gentile che ha conosciuto finora. Quando una relazione è giovane e vissuta a distanza, ogni comportamento insolito può attivare forti segnali di allarme.
    Valuterei con attenzione l'effetto dell'alcol e del panico perchè lo stato di alterazione unito alla pressione del momento ha generato risposte confuse e contraddittorie, tipiche di chi si sente sotto accusa e non riesce a elaborare un pensiero lucido.
    I comportamenti concreti del suo partner, come l'aiuto offerto al ragazzo del treno e all'uomo con il cane, descrivono una reale attitudine alla generosità che contrasta con quella frase infelice. La battuta cinica sembra essere stata un tentativo difensivo di gestire il proprio imbarazzo, influenzato anche dal diverso contesto culturale e sociale da cui lui proviene circa il fenomeno dell'accattonaggio. Il fatto che si sia scusato e abbia riconosciuto la gravità dello scherzo dimostra capacità di ascolto e di riflessione.
    Prima di trarre conclusioni definitive proverei a osservare come evolverà la vostra comunicazione nei prossimi incontri quotidiani.


    sono bloccato in domande autoreferenziali e ho paura di non riuscire più a concentrarmi e di essere dentro a loop mentali:

    ho bisogno di sapere se può andare il mio atto di etichettare queste domande ed etichettare anche l'atto stesso di etichettare (autoetichettatura) dicendo appunto "questo" (inteso come l'atto stesso di etichettare) e "quello" (inteso come l'atto precedente riflessivo) sono due atti, così facendo libero energia e disinnesco i due atti così da poter liberare il campo per innescare X (o lasciare avvenire altro

    l'atto lo faccio col corpo e non col pensiero

    Può andare per uscire dal loop o devo fare altro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, comprendo la sua sofferenza e il senso di affaticamento che questi loop mentali le stanno causando. La sua idea di utilizzare l'etichettatura può essere un ottimo strumento per creare distanza tra lei e i suoi pensieri come anche la estensione al corpo.
    Dare un nome al pensiero riduce il suo potere emotivo. Coinvolgere il corpo per spostare l'azione dal pensiero alla fisicità interrompe il circuito cerebrale del loop.
    Problema è non creare nuovi loop mentali con questi processi.
    Obiettivo non è controllare il pensiero, ma lasciarlo scorrere.


    Buongiorno, mi chiamo Cristina, ho 49 anni e sono figlia unica. Sono sposata e senza figli. Da 12 anni vivo a 100 km dai miei genitori. Non ho un lavoro perché a cadenza quindicinale vado dai miei genitori anziani per almeno quattro o cinque giorni. Da anni però vivo un'angoscia che non mi lascia mai, perché ho il terrore nei confronti della malattia e della perdita dei miei genitori. Mia madre ha 79 anni e sta abbastanza bene. Mio padre ne ha 84, ha uno stent al cuore e un'endoprotesi all'aorta addominale. Purtroppo l'ultima visita medica ha riscontrato dei problemi alla protesi. A giorni avremo un ulteriore colloquio con degli specialisti per capire se si può intervenire chirurgicamente e con che rischi, oppure se non sia possibile. Non dormo più, non vivo più, la vita mi sembra senza senso, fatta solo di prove, di perdite e di dolore. Giro a vuoto. In apparenza faccio tutto come una persona normale, ma dentro mi sento risucchiare dentro un abisso di terrore, di angoscia, di buio. È tutto troppo pesante, non riesco a reggere. Non trovo appigli, sfoghi. Attualmente sto facendo Emdr con uno psicologo ma non vedo risultati. L'angoscia, i pensieri catastrofici, sono sempre con me, riempiono tutti i miei giorni. Inoltre mi sento in colpa perché non riesco ad essere di aiuto ai miei genitori. Non riesco ad essere forte per sostenerli, rassicurarli, dimostrare loro che sono in grado di cavarmela da sola. Quando sono con loro vorrei solo fuggire lontano, non vedere, non sapere. Piango di nascosto. E non riesco a nascondere il mio terrore, di fronte a ogni piccolo o grande malessere dei miei, che non mi fanno pesare, ma che, purtroppo, fa parte dell'invecchiamento, dell'età. Vorrei tanto essere forte, tornare quella che ero, ma non ci riesco. Non so più cosa fare. Non c'è nulla che mi dia anche un momentaneo sollievo, né l'Emdr, né la fede, né i video sulla meditazione e la mindfulness. La mia testa è un cavallo imbizzarito.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, La ringrazio per aver condiviso questo dolore profondo.
    Il vuoto e la sofferenza che descrive nascono da un forte carico emotivo che nasce dal fatto che Lei si trova nel delicato ruolo di figlia unica che affronta l'invecchiamento dei genitori, amplificato dalla distanza fisica e dalla rinuncia alla propria quotidianità professionale.
    La sua reazione non è una colpa, né una mancanza di forza ma la risposta di un sovraccarico emotivo accentuato dall'attesa dell'evento temuto.
    Mi sembra importante accettare la paura. Il desiderio di fuggire è una normale difesa della mente di fronte a un dolore che sente di non poter tollerare. Se in questo momento si sente in un "abisso", parli apertamente con il suo terapeuta del fatto che non sta traendo beneficio. Potrebbe essere necessario cambiare approccio, focalizzandosi sul sostegno nel qui e ora o valutando, insieme a un medico, un supporto farmacologico temporaneo per l'ansia e il sonno.
    Cerchi di condividere il più possibile con suo marito, evitando di affrontare tutto questo in totale solitudine. Permetta a chi le sta vicino di sostenerla, senza pretendere di mostrare una autonomia impossibile in questo momento e si conceda il diritto di essere fragile e vulnerabile, di essere se stessa.


    Buonasera... Scrivo perché sto male o comunque non mi va bene il fatto che io sia menefreghista, nel senso che non sempre salvo qualcuno se c'è da salvarlo nel senso fisico,oppure potrei non essere tempestiva nel farlo... Penso proprio di essere menefreghista e basta, senza altri motivi di fondo... Cosa dovrei fare? Sembra che proprio non riesco... È più forte di me. Vorrei essere diversa. Non scrivo altro, perché non so se la domanda venga pubblicata, dato a volte nemmeno vengono pubblicate le mie domande,scrivere un poema che magari non viene pubblicato, anche no... La farò breve. Grazie e attendo risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, comprendo il suo disagio e la sofferenza, soprattutto quando si scontra con il desiderio profondo di essere diversa.
    Quello che lei descrive come "menefreghismo" potrebbe non essere affatto una mancanza di sensibilità o di interesse. Il fatto stesso che lei stia male per queste situazioni e che esprima il desiderio di cambiare dimostra che le importa, e questo contrasta con la definizione di puro menefreghismo.
    Eviti di darsi etichette rigide ("sono menefreghista e basta"), che aumentano solo il senso di colpa e l'impotenza e proverei a osservare cosa prova in quei momenti (paura, ansia, senso di inadeguatezza, confusione).
    Sempre possibile e utile iniziare un percorso psicologico: un terapeuta può aiutarla a comprendere le dinamiche presenti e a sviluppare strategie per gestire il suo vissuto emotivo.


    Buonasera, scrivo su questo forum perché ho bisogno di capire cosa sta passando per la testa di questo ragazzo con cui mi frequento da 7 mesi ma non c'è mai stata un'etichetta ufficiale.
    Lui è una persona difficile, è adhd, ha sofferto di depressione, carenze affettive dalla mamma e nella sua ultima relazione (6 mesi) è stato tradito, e quanto mi dice quella relazione per lui è stata pesante sia a livello psicologico che fisico.
    Noi ci siamo conosciuti a novembre, poco dopo che lui si era lasciato, accordandoci con una scopamicizia. I primi mesi scorrono molto lineari ma da febbraio in poi le cose iniziano a farsi più pesanti. Si sentiva che entrambi ci stavamo legando in modo non indifferente, gite fuori porta insieme, appuntamenti, tutto bene, ma l'etichetta non arrivava mai. Quando lui è via per il weekend (siamo studenti fuorisede ma lui vive vicino) mi scrive poco, tante volte sono io che comincio la conversazione. Quando siamo insieme invece va tutto bene, come se fossimo fidanzati. A marzo siamo ufficialmente diventati esclusivi ma comunque senza dire "fidanzati", nonostante chiunque attorno a noi ci vede come fidanzati. I mesi successivi li passiamo nel migliore dei modi, si sta benissimo insieme. Qualche litigio qua e là ma che nella sostanza non conta nulla, anzi credo che le discussioni ogni tanto facciano bene alla coppia perché entrambi mettono impegno nel risolvere e quindi non si è indifferenti all'altro. Nell'effettivo continuiamo a comportarci come una coppia, buon sesso, baci, carezze, effort ecc.
    Nell'ultima settimana è cambiato tutto. Eravamo a casa di una nostra amica che, parlando al telefono con una sua amica a sua volta, menziona questo ragazzo come il mio fidanzato, senza nemmeno pensarci perché appunto tutti ormai lo danno per scontato. Quella sera prosegue in modo normale e anche i giorni successivi, fino a ieri che, dopo avermi invitato dove abita lui (io non c'ero mai stata quindi è un evento non da poco) mi dice "ma noi siamo fidanzati?" io lo guardo e ovviamente gli dico di no, ma perché appunto nell'effettivo non lo siamo, lui come se tirasse un sospiro di sollievo e gli dico "ti farebbe così schifo l'idea?" lui mi dice di no, ma che secondo lui non ci potrà mai essere nulla perché secondo lui siamo incompatibili, nel mentre mi diceva che non aveva mai voluto così bene ad una persona come che a me. Io chiedo spiegazioni su questa "incompatibilità" e mi risponde in modo vago "eh perché a me delle cose di te non piacciono, come viceversa", che a me come spiegazione non regge granché perché in 7 mesi le volte che abbiamo discusso si contano sulle dita di una mano e quindi raramente ci siamo trovati in situazioni difficili per la coppia. Io martedì andrò comunque da lui, ma non so come iniziare a prendere questa cosa, perché dopo mesi e mesi che va avanti sto iniziando ad avere bisogno di più chiarezza. Io non credo alla sua favoletta dell'essere incompatibili, quando fino a qualche giorno fa mi diceva che siamo una coppia bilanciata. La sera poi è tutto tornato alla normalità e lui si è comportato come suo solito, ovvero come una persona che vedendola pensi "questa ragazza gli piace".
    Come dovrei gestirla? Grazie in anticipo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, la situazione che descrive è complessa e tocca dinamiche emotive profonde, sia sue che del ragazzo il cui comportamento sembra mostrare un conflitto tra bisogno di vicinanza e paura dell'intimità. Le sue ferite passate creano un terreno di forte vulnerabilità.
    Parlare di fidanzamento viene vissuto come un pericolo, un vincolo che riattiva il trauma del passato, portandolo a difendersi alzando la barriera dell'incompatibilità, proprio nel momento in cui la relazione è diventata più seria.
    Eviterei la trappola del dibattito: non cerchi di smontare la tesi dell'incompatibilità con la logica. Più lei insisterà sul fatto che andate d'accordo, più lui si arrocherà sulle sue difese per paura di essere intrappolato. Sposterei la attenzione sulle emozioni: provi a chiedere cosa provi lui di fronte alla parola "fidanzamento".
    Dopo 7 mesi lei ha il pieno diritto di chiedere chiarezza. Non si tratta di imporre un ultimatum, ma di comunicare apertamente che la stabilità emotiva è importante per il suo benessere. Il confronto potrebbe permettere di capire se i tempi di lui sono compatibili con il suo bisogno di certezze.


    Disfatta.
    Non ho mai avuto relazioni significative con donne, solo brevi e disastrose relazioni.
    Ho studiato tanto in vita mia ho una posizione lavorativa - dopo anni di sofferenze - finalmente dignitosa. Ho fatto diverse psicoterapia ma mi sono stancato. A 52 anni mi sento solo, deluso dalla vita e da me stesso....invidio tanto i giovani che si baciano o fanno sesso....ho subito tante cattiverie cercando di non farci caso....mi sento molto molto solo e temo sia troppo tardi per tutto. Ho buttato la mia vita. Sbloccarsi con le donne a questa età secondo voi è possibile? Perxhe' le psicoterapia che ho fatto non hanno avuto effetto? Per favore datemi risposte chiare senza propormi altre sedute....ne ho fatte centinaia senza esito e tutti gli psicologi mi hanno detto che mi sono impegnato moltoxe mi elogiavano
    ...ma so che i risultati non ci sono.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Capisco il suo senso di sconfitta e la stanchezza per i tentativi passati.
    A 52 anni certamente è possibile cambiare, il desiderio e la capacità di amare non hanno una data di scadenza biologica o anagrafica e il blocco non è un destino già scritto.
    Le relazioni falliscono quando ripetiamo vecchi copioni difensivi per proteggerci da antiche cattiverie subite.
    Lei possiede una forte tenacia e ha canalizzato tutta l'energia nel riscatto lavorativo, lasciando la sfera affettiva congelata per autodifesa.
    Avendo studiato molto, è probabile che lei abbia capito razionalmente i suoi problemi, ma senza trasformarli in un cambiamento emotivo profondo.
    Forse si è creata una relazione terapeutica protettiva, che ha evitato di toccare il nucleo del suo terrore del rifiuto e della vicinanza con le donne.
    La sua invidia per i giovani è la prova che la sua parte vitale e desiderante è ancora accesa e urla per uscire dal guscio della solitudine.
    Non ha buttato la sua vita; ha solo protetto la parte più fragile di sé fino ad ora, ma quello che accadrà nel futuro dipende in gran parte da lei.


    salve egregi dottori vorrei chiedere un parere circa la mia situazione.
    dopo 18 anni di matrimonio nel quale abbiamo avuto due figli mi sono accorto quasi per caso che mia moglie aveva una relazione extraconiugale non avevo mai avuto nessun pensiero al riguardo visto che mia moglie ha sempre avuto un carattere molto chiuso non e mai stata una persona espansiva che desse confidenza ad altre persone molto vergognosa timida e con un passato prima di conoscere me con una sola reazione nella quale aveva avuto grandissimi problemi e delusioni per cui mai ho pensato che potesse avere confidenze con altre persone nella fattispecie altri uomini.
    ma evidentemente mi sbagliavo e avendo appreso che fossero 6 mesi che si frequentava con un altro uomo poi approfondendo sono venuto a conoscenza che si frequentava anche con un altro uomo ulteriore e che negli anni precedenti aveva avuto altre due frequentazioni con altri due uomini anche se parrebbe siano state molto brevi e non importanti e che non si era spinta fino ad avere Rapporti con questi due primi.
    avendo appreso questo dopo svariate ricerche e domande a lei effettuate non ho più creduto che fosse tutto o che fosse vero quello che mi diceva ho iniziato a dubitare di ogni cosa mi dicesse pensando che per imbarazzo o vergogna non mi avesse detto tutto o che non mi avesse detto completamente il vero. questo scoprire sempre piu e questo mio iniziare a dubitare ha creato un rapporto che lei si e rinchiusa sempre più e spesso mi ha detto che non riusciva piu ad avere intimità con me perché dopo tutto ciò provasse schifo. infatti da un po e sempre peggio e andata la nostra intimità prima di tutto questo avevamo una vita sessuale normale o addirittura io credo piu che normale certo ero sempre io a iniziare o chiedere di fare sesso ma visto come io l avessi sempre creduta fosse mi sembrava normale che per vergogna lei non mi chiedeva mai certe cose e quindi mi sembrava normale che fossi sempre io a chiedere o iniziare ad avere intimità con lei.
    adesso dopo tutto questo lei non vuole avere piu rapporti con me e se qualche rarissima volta si diciamo concede sta li come un sacco di patate tanto che io smetto perché così non mi piace e poi mi viene da pensare che con altri dopo averla anche perdonata fosse complice e non stesse inerme come con me e questo mi fa doppiamente male e stare veramente male
    vi chiedo cosa posso fare secondo voi
    vi ringrazio anticipatamente

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, comprendo il dolore e il disorientamento che sta vivendo per il comportamento di sua moglie che suggerisce l'immagine di donna timida e chiusa che mostrava in famiglia nascondeva probabilmente parti di sé, legate anche ai traumi del suo passato.
    Il suo comprensibile bisogno di verità e il conseguente controllo hanno purtroppo attivato in lei una forma di difesa, spingendola a ritirarsi e a manifestare quel blocco intimo che descrive come "schifo", espressione del profondo conflitto interiore e del senso di colpa che sta sperimentando. Anche la vostra precedente intimità, che lei considerava normale, si basava su una mancata iniziativa da parte di sua moglie che oggi assume un significato diverso.
    Per affrontare questa complessa situazione e capire se vi siano i presupposti per ricostruire o per separarvi a tutela vostra e dei vostri figli, vi consiglio fortemente di intraprendere un percorso che possa aiutarvi ad elaborarne i contenuti.


    Buonasera chiedo un consiglio su come comportarsi con un marito che quando si arrabbia diventa furibondo, alza la voce talmente tanto che mi sovrasta e non mi lascia parlare . Le litigate sono sporadiche, premetto che di solito é un uomo calmo e premuroso fino a quando (secondo lui) commetto un errore allora diventa furioso grida ,mi sovrasta ,dice parole pesanti che fanno fatica ad essere sorvolate ,restano nell'anima . Quando si comporta in questo modo resto pietrificata non comprendo perché fa così. Questa sera mi ha detto che mi da tempo 3 giorni (non ho capito per cosa) poi se ne va definitivamente. Sono consapevole del fatto che in una coppia la ragione sta nel mezzo ma comportandosi in questo modo mi costringe ogni volta ad assumermi colpe che sinceramente non sento così gravi da farlo scoppiare in questo modo. Ho letto le vostre risposte date ad altre donne che vivono situazioni come la.mia e so che una terapia di coppia sarebbe ottimale ,conoscendo mio marito se gli proponessi una seduta da uno psicologo innescherei un ulteriore litigata ,é un uomo molto orgoglioso non si abbassa ad ascoltare.nessun consiglio. Io lo amo siamo sposati da 4 anni ( nella seconda parte della nostra vita, non siamo più giovani) vorrei condividere il resto della vita con lui vorrei trovare una soluzione . Grazie mille

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo il suo disorientamento di fronte a reazioni così violente e improvvise con passaggi da una calma premurosa a una rabbia furibonda.
    Questo suggerisce la presenza di una forma di dissociazione: quando lei commette un errore, agli occhi di suo marito crolla l'immagine idealizzata della coppia e questo attiva un senso di minaccia che si traduce in un bisogno di controllo e di dominio verbale per difendersi dalla propria fragilità. La reazione di pietrificazione che lei sperimenta è una risposta difensiva di fronte a un attacco che avverte come completamente fuori luogo e potenzialmente pericoloso.
    Evitere la rincorsa cercando di convincerlo o di scusarsi per colpe che non sente di avere nel disperato tentativo di trattenerlo.
    Definisca il limite dato che il suo amore non implica l'accettazione di urla e insulti che feriscono la sua dignità.
    Un percorso psicoterapeutico personale potrebbe aiuterla a esplorare questi temi, a proteggere la sua autostima e a capire fino a che punto lei sia disposta a sacrificare il suo benessere emotivo per questa relazione.


    Ho una sorella problematica, con un passato di violenze subite e di tossicodipendenza. Ho scoperto che non ha più niente della liquidazione lavorativa, quasi 100,000 euro, a suo dire prestati ad un ragazzo che la corteggiava e che, ripulitole il conto corrente, si è defilato. Ma mi sono resa conto, recentemente, che non dice mai la verità, ad es. sono anni che mi racconta che va da uno psicoterapeuta con appuntamenti settimanali, per cui, sapendola seguita, mi sentivo abbastanza tranquilla. Dopo aver saputo che le restava la sola pensione mensile e che non riesce ad arrivare a fine mese, mi sono messa in contatto con lo psicologo che mi ha detto che effettivamente l'ha seguita, ma sette anni fa, nel periodo della disintossicazione, perché poi lui ha cambiato zona di lavoro. Che la vede una volta all'anno per confermarle la patente di guida e, qualche volta, la sente, ma solo per saluti. Non sapeva nulla del denaro volatilizzato, mentre lei mi diceva di avergliene parlato, ma solo dopo che la tragedia si era già compiuta. E questo è solo un esempio delle frottole che propina a me e a mia madre 92enne. Voglio aiutare mia sorella, sono consapevole che ha bisogno dell'aiuto di un esperto, ma non so come comportarmi, cosa fare, cosa dirle, e, soprattutto, come indurla ad intraprendere una cura. Grazie per l'attenzione

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo il suo senso di smarrimento e il dolore di questa scoperta. Gestire la sofferenza di una sorella con un passato così traumatico, tutelando al contempo una madre anziana, richiede enormi risorse emotive.
    È comprensibile sentirsi traditi e impotenti di fronte a una rete di bugie così fitta e sapere che non era realmente assistita da sette anni toglie a lei sicurezza (falsa), ma le restituisce la fotografia reale della situazione attuale.
    Eviterei il muro contro muro mettendo sua sorella alle strette per smascherare ogni bugia passata che indurrebbe probabilmente solo una reazione di ulteriore chiusura o fuga.

    Importante definire confini chiari. Aiutare non significa assecondare o coprire i debiti.
    Eviterei di subentrare economicamente per sanare i buchi finanziari, poiché questo potrebbe involontariamente alimentare il circuito della dipendenza o della sottomissione a terzi, meglio semmai aiuti pratici e concreti.

    Terapia personale e lavoro su di Sé: chi ha vissuto traumi e dipendenze rifiuta le imposizioni. Le proponga un percorso terapeutico come un supporto per il suo benessere e per la sua autonomia formatasi dopo i fatti subiti.
    Coinvolga i servizi territoriali vista la complessità del quadro (passato di tossicodipendenza, truffa subita, bugie).
    Si offra di accompagnarla fisicamente al primo colloquio di accoglienza, riducendo l'ansia dell'inizio.
    Importante tutelare se stessa e sua madre di 92 anni. Se la situazione dovesse diventare economicamente pericolosa per il patrimonio di famiglia, valuti con un legale l'ipotesi di richiedere un amministratore di sostegno, figura giuridica che proteggerebbe sua sorella da ulteriori problemi senza privarla totalmente della libertà.


    Buongiorno. Io e il mio ragazzo ci siamo lasciati dopo 2 anni e mezzo di relazione perché, a detta sua, il sentimento si è affievolito e non vogliamo le stesse cose dal futuro. In realtà però i valori e i desideri per il futuro erano spesso condivisi, ma la pressione da parte mia per una convivenza futura l’aveva messo molto sulla difensiva nell’ultimo periodo. Abbiamo passato circa un mese separati dopo la rottura, nessun contatto di alcun tipo. Abbiamo continuato a vivere le nostre vite separatamente e io ho intrapreso un percorso di terapia per affrontare il dolore della perdita. Ieri, però, mi sono sentita di contattarlo e di chiedergli di vederci nei prossimi giorni. La conversazione è stata molto formale e lui ha accettato tranquillamente, mettendomi davanti all’evenienza che possa partire per lavoro (me lo saprebbe dire il giorno stesso). Mi è sembrata una strategia di fuga all’ultimo. Il mio intento sarebbe quello di ricostruire il legame, perché non credo che il sentimento sia perso da parte sua e da parte mia c’è ancora molto amore. Ovviamente non voglio che tutto accada subito, ho bisogno anche io di vedere se lui fa dai passi verso di me. Vorrei capire se è davvero possibile ricostruire un rapporto dopo così poco tempo dalla rottura e soprattutto se esiste una possibilità concreta di rimettersi insieme. La relazione, seppur con i suoi alti e bassi, non mostrava problemi di complicità, comunicazione o immaturità. Cosa dovrei fare? Grazie per i vostri pareri.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo dolore e disorientamento che sta provando in questo momento così delicato. Separarsi dopo una storia importante lascia un vuoto profondo, ed è del tutto naturale cercare risposte e desiderare una riconciliazione quando si sente che l'amore non è esaurito. E' possibile ricostruire un rapporto dopo un mese di distacco e dipende dalla reale volontà di entrambi di ridefinire le basi della relazione, non solo dal forte sentimento che prova lei.
    La formalità e la riserva sul lavoro ("le farò sapere il giorno stesso") indicano un forte bisogno di protezione, più che una strategia di fuga, potrebbe essere un modo per mantenere il controllo emotivo ed evitare di esporsi a vecchie pressioni.
    La forte reazione difensiva di lui di fronte alla convivenza suggerisce che i vostri tempi interni, o la percezione delle responsabilità, fossero in quel momento molto distanti.
    Ottimo che lei abbia iniziato una terapia. Questo spazio le serve per elaborare il lutto della separazione, indipendentemente dall'esito di questo incontro.
    Accetterei l'incontro senza aspettative e usi questo momento per ascoltare il suo stato d'animo attuale, osservando il suo stato emotivo.
    Se lui dovesse disdire all'ultimo minuto per lavoro, non reagisca con rabbia o insistenza ma gli lasci lo spazio di fare un passo verso di lei; se c'è un interesse reale a ricostruire, troverà il modo di proporre una data alternativa.
    Come lei ha notato, ha bisogno di vedere se anche lui è disposto a camminare verso di lei. Se nota solo chiusura o freddezza prolungata, forzare la situazione prolungherà solo la sua sofferenza.


    Buongiorno . Io 43 anni maschio,lei 22 femmina. Ci siamo conosciuti sul posto di lavoro,lei per molto tempo prima di iniziare il suo turno mi passa sempre a trovare e stiamo insieme anche 1 ora quasi tutti i giorni a parlare di svariate cose,lei ha molti ragazzi che la corteggiano ed il suo telefono sembra un centralino,in questi mesi io nn ho mai spinto per sapere cosa volesse in più da me,credo che una ragazza nn perda tempo per 8 mesi se nn interessata. Un giorno mi chiede un passaggio in macchina e siamo finiti a casa mia,ma senza secondi fini da parte mia,siamo stati un po' lì e complice un po' di alcol le ho fatto capire che l'avrei voluta baciare,lei rispose sulla guancia e che la differenza di età la spaventa,io nn ho insistito e così è stato. Le cose sono poi continuate come sempre per mesi,cioè passa a trovarmi ,poi per alcuni giorni si allontana,poi magari mi scrive ,torna a salutarmi al lavoro,nel frattempo conosce ragazzi della sua età ,sparisce per un po' e poi torna. Fino a 10 giorni fa dove dopo alcuni rinvii mi propone una giornata al mare,io accetto andiamo e passiamo una bellissima giornata insieme dove c'è stato anche 2 baci appassionati,verso sera lei propone di rimanere anche il giorno dopo,ma io per motivi di lavoro nn potevo (mannaggia) Rientriamo a casa passano 3 giorni di totale distacco poi ci rivediamo e tutto è ricominciato come se nulla fosse,io mi aspettavo dopo la gita un cambio di passo. Ora il discorso è questo io vedo in lei dei tira e molla continui e nn capisco come regolarmi,vederla con altri ragazzi mi dispiace ,ma nn posso certo impedire ad una ragazza di vivere i suoi anni,però mi inizia a logorare questa cosa,mi piacerebbe un rapporto più chiaro,ma i suoi tura e molla nn lo consentono.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Comprendo il suo stato d'animo: la dinamica che descrive genera una forte usura psicologica ed è naturale lei desideri chiarezza dopo otto mesi di messaggi ambivalenti.
    A 22 anni è possibile cercare attenzioni e validazione da persone più mature, che sono punti di riferimento stabili. I "tira e molla" potrebbero indicare che la ragazza è attratta, ma è contemporaneamente spaventata dalla differenza d'età (21 anni) e dalle implicazioni di una storia seria.
    Riconoscere il suo limite di tolleranza mi sembra un passo utile: questa situazione la sta logorando. Il benessere emotivo non può essere subordinato ai tempi di maturazione dell'altro.
    Al momento la ragazza non è in grado di offrirle la stabilità e la chiarezza che lei, a 43 anni, giustamente desidera e merita. Prenda l'iniziativa comunicativa e non aspetti che sia lei a cambiare passo, le suggerisco di esplicitare i suoi bisogni in modo assertivo, senza avanzare pretese ma ponendo un confine chiaro per proteggere se stesso.


    Buona sera, sono un ragazzo di 34 anni e non ho mai letto libri di lettura, solo libri per studiare a scuola fino all'università.
    Anche dopo la laurea leggo solo argomenti che mi servono.
    Ho anche provato ma non lo trovo stimolante, come se stessi leggendo un'equazione di matematica, mentre un film oppure la musica mi fanno provare sensazioni che con i libri non provo.
    Infatti non ho mai finito il libro che ho cominciato, solo le prime 20 pagine.
    C'è qualcosa che devo cambiare?
    Da cosa può dipendere?
    È solo questione di allenamento alla lettura?
    Dovrei sforzarmi a leggere fino alla fine il libro?
    Grazie mille per le risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Ferdinando Suvini

    Buongiorno, La ringrazio per aver condiviso questa sua riflessione, che tocca un tema molto comune ma raramente espresso. Non c'è assolutamente nulla di "sbagliato" in lei e non deve forzarsi a cambiare nulla se non lo desidera, la lettura per puro piacere è un'attività culturale, non un indicatore di salute mentale o di capacità intellettiva, soprattutto considerando che lei ha completato con successo il percorso universitario.
    Ognuno di noi elabora le informazioni e le emozioni attraverso canali preferenziali, per esempio musica e cinema sono media "immersivi" dal punto di vista dell'attivazione iniziale: colpiscono direttamente l'udito e la vista con stimoli già formati (suoni, colori, espressioni facciali). La lettura richiede invece un processo di "co-creazione": la pagina scritta è una sequenza di simboli che il cervello deve faticosamente tradurre in immagini ed emozioni. Se il suo canale preferenziale è visivo-uditivo, è naturale che un film le provochi un impatto emotivo immediato rispetto a un testo.
    Avendo letto solo per dovere scolastico e accademico, lei associa il libro allo "sforzo cognitivo" e all'acquisizione di nozioni. Questo blocca l'accesso alla parte emotiva e immaginativa, rendendo l'esperienza sterile e faticosa.La lettura di narrativa richiede invece una specifica forma di attenzione focalizzata e prolungata, che oggi è sempre più rara a causa dei ritmi digitali veloci.
    Sforzarsi: credo non farà altro che rinforzare l'idea che la lettura sia un dovere o una penitenza, aumentando il rifiuto. Il diritto di abbandonare un libro alle prime pagine rimane sacro.


Domande più frequenti

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