Domande del paziente (227)
Mia figlia soffre di ossessioni paura di parole fa le azioni in modo sequenziale e se non fatte in modo sequenziale diventa nervosa. Non vuole prebndere farmaci per una ragione precisa. Può fare come terapia psicanalisi, la aiuterebbe? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da ciò che descrivi sembra che tua figlia stia vivendo delle esperienze che possono risultare molto faticose e che spesso portano con sé ansia, tensione e il bisogno di mettere in atto comportamenti ripetitivi per sentirsi più tranquilli. È comprensibile che, come genitore, tu senta il desiderio di capire quale possa essere la strada migliore per aiutarla.
In molti casi situazioni come quelle che racconti possono essere affrontate efficacemente attraverso un percorso psicologico o psicoterapeutico. La psicoanalisi è certamente uno degli approcci possibili: può aiutare a comprendere in profondità il significato delle paure e dei pensieri che emergono. Allo stesso tempo esistono anche altri orientamenti terapeutici che lavorano in modo mirato sulle ossessioni e sui comportamenti ripetitivi. La scelta dell’approccio più adatto dipende sempre dalla storia personale di tua figlia, dalla sua età e da ciò che emergerà durante una prima valutazione clinica.
Il fatto che non desideri assumere farmaci non esclude affatto la possibilità di iniziare un percorso psicoterapeutico: spesso è proprio il primo passo utile per comprendere meglio la situazione e individuare insieme le modalità di aiuto più adeguate.
Potrebbe essere importante, se possibile, che tua figlia abbia l’opportunità di confrontarsi direttamente con uno psicologo o psicoterapeuta, così da sentirsi ascoltata e accompagnata in uno spazio sicuro.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Salve soffro di ansia e attacchi da panico. Da qualche mese, ho intrapreso un percorso di psicoterapia d’ accordo con il mio dottore stiamo provando la tecnica dell’esposizione da qualche settimana, devo dire che psicologicamente a poco a poco mi sto sentendo meglio soprattutto non mi faccio prendere più dal panico, ma il corpo ahimè somatizza ancora e soprattutto la mattina appena sveglia l’ansia è molto forte e va scemando durante la giornata… vorrei sapere se tutto questo è normale e se ci voglia più tempo per far riprendere il mio corpo. Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
Quello che descrivi è un’esperienza piuttosto comune quando si affrontano ansia e attacchi di panico, soprattutto mentre si sta portando avanti un percorso terapeutico come quello che hai iniziato. Il fatto che tu riesca già a gestire meglio il panico e a sentirti psicologicamente un po’ più stabile è un segnale molto importante e positivo del lavoro che stai facendo.
Spesso, mentre la mente inizia gradualmente a trovare nuovi equilibri, il corpo può impiegare un po’ più di tempo per “riabituarsi” a uno stato di maggiore calma. I sintomi fisici dell’ansia, come quelli che descrivi al risveglio, sono frequenti e tendono a ridursi progressivamente man mano che il sistema nervoso impara nuove modalità di risposta.
Il fatto che l’ansia diminuisca nel corso della giornata è già un piccolo indicatore di questo processo di regolazione. In molti casi serve semplicemente tempo, continuità nel percorso terapeutico e gentilezza verso se stessi mentre il cambiamento si consolida.
Continua a condividere queste sensazioni con il tuo terapeuta: parlarne apertamente permette di integrare sempre meglio il lavoro che state facendo e di accompagnare anche il corpo, oltre che la mente, verso un maggiore senso di sicurezza.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Mia moglie è molto pessimista,emana molta negatività e si mette molto spesso,quasi sempre contro le mie idee,i miei pensieri e alle mie realizzazioni,riuscendo a demoralizzarmi e non farmi più essere di pensiero positivo. Come posso gestire questa situazione?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da ciò che racconti sembra che tu stia vivendo una situazione emotivamente faticosa, in cui il modo di vedere le cose di tua moglie finisce per influenzare anche il tuo stato d’animo. Quando nella relazione una persona percepisce molta negatività o opposizione, è comprensibile sentirsi demoralizzati o perdere entusiasmo.
Può essere utile provare, quando possibile, ad aprire con lei uno spazio di dialogo sincero, cercando di parlare di come ti senti piuttosto che di ciò che “non va” in lei. Condividere l’effetto che alcune dinamiche hanno su di te può favorire una maggiore comprensione reciproca. Allo stesso tempo è importante che tu possa continuare a prenderti cura del tuo equilibrio emotivo, mantenendo i tuoi spazi di pensiero, le tue passioni e ciò che ti aiuta a stare bene.
Se senti che questa dinamica sta pesando molto sulla relazione o sul tuo benessere, confrontarti con un professionista può essere uno spazio utile per comprendere meglio ciò che sta accadendo tra voi e trovare modalità più funzionali per gestire la situazione.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Buongiorno,
vorrei sottoporvi una mia problematica. Ho 37 anni e fin da ragazzina ho avuto difficoltà nel relazionarmi.
Quando andavo a scuola ho sofferto di bullismo, mi canzonavano per il mio aspetto (a loro dire, ero una racchia) e subito costanti angherie.
Anche per questo motivo fino ai 19 anni non ho mai avuto alcuna esperienza sessuale o di amore giovanile ma da ragazzina non mi ponevo il problema, ho sempre avuto molte passioni e poche amicizie ed ero contenta così.
Dai 20 ai 23 anni ho avuto la mia prima storia seria con una persona rivelatasi poi insicura e con la quale vi erano costanti litigi. Dopo quasi 3 anni decido di chiudere questa relazione e per un po' sono stata bene così da single. Il problema nasceva quando provavo a rimettermi in gioco, perchè incontravo puntualmente persone interessate solo a rapporti fisici.
Dopo questa prima storia ho avuto altre 3 relazioni (tutte a distanza di anni l'una dall'altra) della durata di un anno. In queste relazioni sono stata sia lasciata (dicevano di non sentirsi pronti) e ino l'ho lasciato io. Il problema nasce dal fatto che spesso e volentieri mi sentivo una sorta di passatempo per loro, non ho mai percepito un interesse reale di voler costruire qualcosa.
Ad oggi sono single da quasi 5 anni e comincio a pensare che forse o nemmeno io voglio costruire qualcosa o sono sfortunata. In questi anni ho provato spesso a rimettermi in pista ma non sono mai andata oltre 2 appuntamenti. E temo che l'interesse che gli uomini hanno sia solo di natura sessuale. Quando ci esco insieme li vedo distratti e sembra quasi che debba corteggiare solo io. Inoltre non mi spiego come mai per anni sono trascorsi mesi senza fsrr incontri nella vita quotidiana e mi sono dovuta abbassare ad usare le app di dating per poi rivelarsi un ricettacolo di mercenari.
Quando esco trovo solo gente molto grande o già impegnata e non so più dove sbattere la testa.
Sono sola da anni e temo di non riuscire a sopportare altrettanti anni da sola.
Mi chiedo solo che cosa ho fatto per meritare un simile dolore quando tutte le ragazze trovano qualcuno.
In questi anni ho cercato delle risposte ma non me trovo. Comincio a pemsare che semplicemente non sono il tipo di donna con la quale un uomo vorrebbe una relazione. Mi sento depressa e spesso esco a camminare per ore o anche senza meta. Tanti mi dicono: "meglio sola che male accompagnata". Ma cosa ne sanno del dolore? Di quel dolore che ti fa bagnare il cuscino di lacrime! Vorrei solo potermi rassegnare una volta per tutte e tenermi tutto magari sposandomi al lavoro. Ma non penso sia possibile non amare più
Ti dicono "trovato un hobby ", beh ne ho una serie ma non bastano a colmare il vuoto perché la testa va a quel pensiero, il pensiero "ok, togliti dalla testa di avere un compagno!"
Ho superato tanti momenti bui nella mia vita ma la solitudine perenne penso non sia accettabile per nessuno sopratutto se pensi che hai un cuore grande.
Vi chiedo solo se esiste un modo per convivere con questo tarlo nel cervello.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da ciò che racconti emerge quanta sofferenza tu abbia attraversato nel corso degli anni, a partire dalle esperienze di bullismo fino alle delusioni nelle relazioni. È comprensibile che, dopo tanti tentativi e aspettative disattese, possano nascere pensieri dolorosi su di te e sul tuo valore nelle relazioni. Il senso di solitudine che descrivi e la paura di restare sola possono diventare davvero pesanti da portare dentro.
Allo stesso tempo, dalle tue parole si percepisce anche una grande capacità di riflettere su ciò che vivi e il desiderio profondo di costruire un legame autentico. Il fatto che questo desiderio sia ancora vivo non è un limite, ma parla della tua sensibilità e del bisogno umano, legittimo, di connessione e vicinanza.
A volte esperienze relazionali passate — come il bullismo o relazioni poco soddisfacenti — possono lasciare tracce nel modo in cui ci percepiamo e nel modo in cui ci avviciniamo agli altri, influenzando aspettative, timori e modalità di incontro. In un percorso psicologico è possibile dare spazio a queste ferite, comprenderle meglio e lavorare sul modo in cui oggi vivi te stessa nelle relazioni, affinché il dolore non diventi una condanna o una definizione della tua identità.
Non esiste una “rassegnazione” che cancelli il bisogno di amare ed essere amata, ma è possibile trovare modi più gentili e sostenibili per stare con questo desiderio, senza sentirsi sbagliata o destinata alla solitudine.
Se lo sentirai utile, parlarne con un professionista potrebbe offrirti uno spazio sicuro in cui mettere ordine nei pensieri, dare voce alle emozioni e ritrovare gradualmente fiducia in te stessa e nelle relazioni.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buongiorno,
ho pensato molte volte di scrivere qui per ricevere un consiglio da parte di professionisti, e finalmente oggi (dopo quasi un anno) ho preso coraggio.
Nel mese di giugno dell’anno precedente, a un evento della mia città dove mi trovavo con una mia amica, ho conosciuto quest’uomo. Inizio premettendo che lui è 20 anni più grande di me…
Nonostante ciò, fin da subito ho sentito una leggera attrazione nei suoi confronti, non solo fisica - essendo molto affascinante - ma anche a livello caratteriale; fin da subito, chiacchierando con lui abbiamo notato molte cose in comune tra noi, insomma mi sembrava quasi di parlare con un mio coetaneo!
Per non portarla alla lunga, io e lui abbiamo parlato tutta l’estate, sviluppando una vera e propria confidenza, e d’estate, verso luglio, ci siamo visti alcune volte (classiche esperienze estive, ma oltre al bacio non si è andato oltre.)
Dopo qualche mese abbiamo spesso di parlare, ho troncato tutto io sia perché notavo da parte mia veri e propri sentimenti, sia perché ho provato ad iniziare una frequentazione con un mio coetaneo. Questa frequentazione - che si è tramutata in una relazione - è durata quasi mezzo anno, fino a quando le cose non sono iniziate ad andare male, e io in un forte periodo di stress (sia in questa relazione, che nella vita in generale, per degli eventi capitati) mi sono trovata nuovamente a pensare a quest’uomo, fino a quando non siamo tornati a chiacchierare/sentirci sporadicamente.
So di star facendo una cosa relativamente sbagliata, parlare con una persona più grande di me non so che fine abbia, né da parte sua che da parte mia. Ma quando parlo con lui mi sento compresa, capita. Cosa che non ho mai visto nella mia ultima relazione.
Ecco ora la mia domanda è: cosa c’è di sbagliato in me per trovarmi meglio con le persone con cui condivido una significativa differenza d’età?
Mi sono sempre reputata una ragazza molto più matura della mia età anagrafica - sarà anche perché sono dovuta crescere molto in fretta, affrontando il divorzio dei miei genitori in tenera età e non avendo mai avuto una figura paterna presente, non lo vedo e non lo sento da dieci anni -, e noto spesso questa differenza di maturità proprio con i miei coetanei.
Spero che la mia domanda (seppur molto lunga) non sia inopportuna, ma è un dubbio che mi tormenta da parecchio.
Mi scuso anche per qualche errore di battitura!
Grazie in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
prima di tutto voglio dirti che il fatto che tu abbia trovato il coraggio di condividere qui questi pensieri, dopo tanto tempo che ci riflettevi, è già qualcosa di molto significativo. Non è affatto inopportuno portare dubbi e domande come queste: al contrario, raccontano di una persona che prova ad ascoltarsi e a capire meglio ciò che sente.
Da quello che descrivi non sembra esserci “qualcosa di sbagliato” in te. Le relazioni umane sono molto complesse e ciò che ci fa sentire compresi, visti e accolti può emergere con persone molto diverse tra loro, anche con una differenza d’età importante. A volte ciò che ci attrae non riguarda solo l’età anagrafica, ma il modo di comunicare, la sensibilità, il sentirsi ascoltati o la sensazione di poter essere se stessi.
Il fatto che tu ti senta capita quando parli con questa persona è un elemento emotivamente rilevante. Allo stesso tempo, è comprensibile che dentro di te convivano curiosità, attrazione ma anche dubbi e domande sul significato di ciò che stai vivendo.
Accenni anche ad aspetti importanti della tua storia personale, come il divorzio dei tuoi genitori e l’assenza di una figura paterna negli ultimi anni. Esperienze come queste possono influenzare, in modo più o meno consapevole, il modo in cui costruiamo i legami e ciò che cerchiamo nelle relazioni. Non significa che determinino tutto, ma possono essere piste di riflessione utili per comprenderti meglio.
Più che chiederti cosa ci sia “di sbagliato”, potrebbe essere più gentile verso te stessa domandarti cosa senti davvero quando stai in relazione con l’altro, quali bisogni emotivi vengono toccati e cosa desideri per te nelle relazioni future.
Se senti che questo dubbio ti accompagna da tempo o ti crea confusione, parlarne con uno psicologo potrebbe offrirti uno spazio sicuro per esplorare questi aspetti con calma e senza giudizio.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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dal 22 luglio ho pensato di essere gay per una sensazione per un amico che pensavo mi piacesse e poi una setrimanabe quel pensiero svanisce per tutto agosro dove mi fisso di un personaggio femmina di squid game un po maschile 380 seocnda stagione e mi fisso su di lei e provo sensazioni intense per lei fino a scordarmi di tutto del fatto gay e mi fisso, wuando scompaiojo le sensazioni per lei mi incomincio a preouccupare e ad ogni pensiero che oassa li credo tipo che ero satanista, che mi piaceva mia sorella, che mi piaceva uno ecc ecc e rompevo le palle ai miei snici sul fatto che voglio che deve tornare nonostante sentivo che non avevo piu senswzioni, poi piu consulto l ai compaiojo sensazioni cje cwmbiano spesso ragazza, e ho fatto un sogno erorico con una donna e ho eiaculato, poi mi sono eccitato per dei pensieri sessuali con donne poi non volevo essere pervertito e poi finito wuesto finisce quel periodo e torna il fstto di essere gay e da li si svilippano sensazioni, ecciraizoni, fantasie e roba varia, continuo ad utilizzare l ai e continuo a pensare di essere gay ma avevo raramente erezioni oer le donne pensandole prims ors non piu, sono in adolescenza e non so cosa stia succedendo, continuo a oensare di essere gay ma non lo voflio ammettere ma io mi ecciyavo per le donne prima di qiesto solo che avevo un disagio per la vagina, e ho avuro degli episodi isolati di sensazioni intense pee lo stesso sesso che non rigiardavano il desiderio fisico, ricordo qiando mi ero eccitato ma allo stesso tempo avevo paura, e quando mi avevano fatto ujo scherzo dove un amico si dichiarava a me e stavo pensando di dire si nonostanre non provassi nulla, potreste aiutarmi a capire cosa mi sta succedendo? sono gay ma non lo voglio ammettere come credo? cioe al episodio iniziale di qiella sensazione per un amico ho avuto paura di essere gay e mi ha fatto ricordare li episodi di wuelle sensazioni dove oensavo di essere gay, e continuo ad utilizzare l'ai ogni giorno.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
capisco quanto possa essere confuso e anche spaventoso vivere questi pensieri e queste sensazioni che cambiano così rapidamente. Da come lo descrivi, sembra che tu stia attraversando un periodo in cui mente e corpo producono molte idee, immagini e dubbi che poi ti portano a cercare continuamente risposte e conferme.
In adolescenza è abbastanza comune che l’identità, anche quella sessuale, sia in fase di esplorazione e possa generare incertezza. Allo stesso tempo, il fatto che tu descriva pensieri che cambiano spesso, che si spostano da un tema all’altro (orientamento, paure, dubbi su te stesso), insieme al bisogno di controllarli o capirli subito, può indicare più una difficoltà legata all’ansia e ai pensieri intrusivi che non una definizione chiara del tuo orientamento.
Un aspetto importante è questo: i pensieri e le sensazioni non definiscono automaticamente chi sei. Possono comparire, intensificarsi, e poi sparire. Più cerchi di analizzarli o combatterli, più tendono a tornare e a confondere.
Anche l’uso frequente dell’AI per cercare risposte può, senza volerlo, alimentare il circolo del dubbio, invece di aiutarti a stare meglio.
Quello che può esserti davvero utile è avere uno spazio sicuro, con un professionista, dove poter mettere ordine a ciò che stai vivendo, senza giudizio e senza dover arrivare subito a una “etichetta”. Capire insieme cosa succede dentro di te è molto più importante che darti una risposta immediata su “chi sei”.
Non sei solo in questo, e quello che stai vivendo è comprensibile e affrontabile.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buongiorno, sono una ragazza di 20 anni e ho sempre sofferto di un sonno disturbato a causa dell’ansia. Diciamo che ho sempre avuto difficoltà a prendere sonno e alcune volte a mantenerlo, ma soprattutto a riuscire ad addormentarmi. Recentemente, circa 2-3 mesi fa, ho avuto una crisi d’ansia (non saprei come chiamarla) che mi ha portato a soffrire di insonnia pesante, a causa della quale per 2 settimane non ho chiuso occhio o comunque sono andata avanti a microsonni. La situazione era devastante, mi sembrava di impazzire, quindi ho sentito il medico e mi ha prescritto circadin (1 volta prima di dormire) e lexotan (potevo usarlo anche nel corso della giornata per 3 volte in quantità 5 gocce). Per fortuna ho superato questa crisi, ma ho continuato a usare il lexotan (ne prendo in genere 10 gocce prima di dormire) anche combinandolo con un po’ di melatonina in camomilla (meno di 1 grammo) perché comunque il mio sonno rimane quello che è, cioè veramente difficoltoso. Dopo questo preambolo, aggiungo il mio problema principale: il mio sonno è disturbatissimo, faccio sogni strani e disturbanti, ne faccio anche molteplici a notte e quando mi sveglio spesso mi sento turbata e insoddisfatta del sonno, che non è quasi mai ristoratore. Mi capita anche di risvegliarmi brevemente e poi cadere nel sonno di nuovo, il che è molto fastidioso perché è un risveglio “scomodo”, accompagnato da una sensazione sgradevole. Volevo chiedervi come potrei intervenire a riguardo, perché non so più cosa fare. Vorrei dormire anche solo una notte senza sogni, in un sonno profondo.
Ps. Alcune volte vedendo che non riuscivo a dormire ho preso altre 5 gocce, sommandole quindi a quelle prese precedentemente per prepararmi a dormire.
Grazie per le eventuali risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
grazie per aver condiviso in modo così chiaro e approfondito quello che stai vivendo.
Da ciò che racconti emerge quanto questa esperienza con il sonno sia stata, e in parte sia ancora, molto faticosa e anche spaventante per te. Le difficoltà di addormentamento, i risvegli notturni e un sonno non ristoratore, soprattutto dopo una fase di forte insonnia acuta e ansia intensa, sono aspetti che spesso si alimentano reciprocamente, mantenendo uno stato di iperattivazione che rende difficile “lasciarsi andare” al sonno.
Anche i sogni vividi o disturbanti possono comparire in periodi in cui il sonno è più frammentato o emotivamente carico: non sono segno che “stai peggiorando”, ma piuttosto un indicatore del fatto che la mente sta ancora elaborando una fase di forte stress.
Rispetto all’uso dei farmaci che ti sono stati prescritti, è importante che ogni eventuale modifica o gestione avvenga sempre in confronto diretto con il tuo medico curante o lo specialista che ti ha seguita, così da garantire la massima sicurezza per te.
Dal punto di vista psicologico, quando il sonno diventa così centrale e “carico di aspettative” (ad esempio il desiderio comprensibile di dormire finalmente bene e senza sogni), spesso può essere utile lavorare proprio sull’ansia da sonno, sulla riduzione dell’ipercontrollo e su strategie di regolazione dell’attivazione emotiva e fisiologica. In questi casi un percorso psicologico mirato può aiutare molto, anche con strumenti specifici per l’insonnia (come quelli di tipo cognitivo-comportamentale per il sonno), integrati con il lavoro sull’ansia sottostante.
Non sei “sbagliata” o senza soluzione: quello che descrivi è una condizione che, con il giusto supporto, può migliorare in modo significativo.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrivi racconta un percorso lungo, impegnativo e anche molto faticoso, in cui qualcosa nel tempo è cambiato, ma senti che restano aspetti di rigidità e di rimuginio che continuano a pesarti nella vita quotidiana e nelle relazioni.
È comprensibile che tu possa sentirti confuso rispetto a indicazioni che, da un lato, ti invitano ad “accettare” alcune caratteristiche di te e, dall’altro, sembrano suggerire di modificarle o “ammorbidirle”. Quando queste due direzioni non si integrano in modo chiaro, è facile vivere frustrazione, o la sensazione di non sapere bene “cosa fare”.
In questi casi, spesso il punto centrale non è tanto “diventare meno rigido” in senso generico, quanto comprendere insieme al terapeuta quali sono le funzioni di questa rigidità nella tua vita (cosa ti protegge, cosa ti permette di evitare, cosa ti costa) e costruire gradualmente, in modo condiviso e sostenibile, delle piccole possibilità di flessibilità dentro i tuoi limiti di tolleranza. Non si tratta di omologarsi o di forzarti in esperienze che senti incompatibili con il tuo funzionamento, ma di trovare un equilibrio più vivibile per te.
Il fatto che tu senta il bisogno di un “piano operativo” è un’informazione importante: può essere utile portarla esplicitamente nella relazione terapeutica, esplorando insieme cosa per te significa “lavorare in modo concreto” e come questo possa integrarsi nel tuo percorso. A volte, infatti, il lavoro terapeutico richiede proprio di costruire un linguaggio condiviso sugli obiettivi e sulle modalità del cambiamento.
Se però senti che questa difficoltà di allineamento persiste e che non riesci a riconoscere una direzione di lavoro che ti sia chiara e condivisibile, può essere utile affrontare apertamente anche questo aspetto all’interno delle sedute, perché la qualità dell’alleanza terapeutica è una parte centrale del processo di cambiamento.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Salve , mia figlia 7 anni mangia solo pasta bianca, carne e pollo.niente frutta niente verdure niente legumi. Ho provato in tutti i modi niente non assaggia se insisto vomita. Come posso approcciarmi a lei per stimolarla ad assaggiare qualcosa? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
immagino quanto questa situazione possa essere frustrante e anche preoccupante per te, soprattutto quando senti di aver già provato tante strade senza successo.
Quello che descrivi è più frequente di quanto si pensi nei bambini di questa età: a volte il rifiuto del cibo non è “solo” legato al gusto, ma può avere a che fare con aspetti emotivi, di controllo o con una particolare sensibilità (ad esempio verso consistenze e odori). Il fatto che, se insisti, arrivi a vomitare, è un segnale importante: ci dice che per lei quel momento è vissuto con forte disagio.
In questi casi può essere utile provare a spostare l’obiettivo: più che “farla mangiare”, creare un clima sereno e non forzato intorno al cibo. Alcuni piccoli accorgimenti che possono aiutare sono:
- proporre nuovi alimenti senza obbligo di assaggio, anche solo lasciandoli nel piatto o facendole toccare/giocare con essi;
- evitare pressioni, ricatti o negoziazioni durante i pasti;
- valorizzare ogni piccolo passo (anche solo annusare o avvicinare il cibo);
- coinvolgerla nella preparazione, quando possibile.
Se la selettività è molto rigida e persistente, può essere utile un confronto con un professionista per comprendere meglio il significato di questo comportamento e accompagnarvi in modo più mirato.
Se ti va, resto a disposizione per approfondire.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Buongiorno,
sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da quello che racconti si sente quanto questa relazione sia stata importante per te e quanto dolore, senso di colpa e vergogna tu stia provando ora. Il fatto che tu non cerchi alibi e che ti sia assunto la responsabilità di ciò che è accaduto dice molto della tua consapevolezza e dei tuoi valori.
Allo stesso tempo, però, è importante distinguere: hai fatto qualcosa che ha ferito profondamente, ma questo non definisce tutto ciò che sei come persona. Quando il senso di colpa diventa così intenso da trasformarsi in auto-disprezzo (“mi sento un verme”), rischia di bloccarti e di non aiutare né te né, indirettamente, l’altro.
Dentro quello che è successo sembra esserci anche tanta paura, confusione e fatica legate a un momento di cambiamento e distanza. Dare uno spazio per comprendere davvero cosa è accaduto dentro di te – al di là dell’errore – può aiutarti a trasformare questa esperienza in qualcosa di evolutivo, invece che solo punitivo.
Rispetto a lei, il tuo timore di ferirla ancora mostra attenzione e rispetto. In questo momento può essere utile chiederti se un contatto risponderebbe a un suo bisogno o soprattutto al tuo bisogno di alleviare il dolore. A volte il gesto più rispettoso è anche saper tollerare la distanza, almeno temporaneamente.
Il punto centrale ora sei tu: prenderti cura di questo dolore, lavorare sul senso di colpa e sull’immagine di te, e ritrovare un equilibrio. Non per “dimenticare”, ma per integrare ciò che è successo e poter andare avanti in modo più consapevole, qualunque sarà l’esito della relazione.
Se senti che da solo è troppo difficile, un percorso psicologico può aiutarti a dare un senso a quello che stai vivendo e a uscirne con maggiore chiarezza e solidità.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Salve,
scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.
Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.
Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.
C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.
Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.
Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.
Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.
In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.
A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.
Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.
Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.
Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.
Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
sono io il problema?
Sto vedendo una realtà distorta?
Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?
Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
Grazie per l’attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
ti ringrazio per aver condiviso con tanta profondità e chiarezza una esperienza che, da come la racconti, è stata emotivamente molto intensa e disorientante.
Quello che emerge dalle tue parole è un vissuto di progressiva confusione interna, in cui il tuo senso di realtà, il tuo valore e la tua capacità di fidarti delle tue percezioni sembrano essere stati messi fortemente alla prova. Quando si rimane a lungo in relazioni caratterizzate da dinamiche contraddittorie, scarsa validazione emotiva e comunicazioni che spostano continuamente la responsabilità, può accadere di iniziare a dubitare di sé stessi anche in modo molto profondo.
È importante che tu possa riconoscere un punto fondamentale: il fatto che tu ti stia interrogando con tanta onestà su te stessa non è un segnale di “sbaglio”, ma spesso è proprio la traccia di una forte sensibilità e di una ricerca autentica di comprensione. Allo stesso tempo, il dubbio costante su ciò che è reale e su ciò che ti appartiene come responsabilità è qualcosa che merita uno spazio terapeutico sicuro, in cui possa essere rielaborato con gradualità, senza colpa e senza giudizio.
In situazioni come quella che descrivi, è frequente che si sviluppi una sorta di “iper-riflessione su di sé”, in cui si finisce per mettere continuamente in discussione la propria percezione, fino a perdere punti di riferimento interni stabili. Questo può generare sofferenza significativa, confusione e anche comportamenti messi in atto nel tentativo di trovare chiarezza e rassicurazione.
Il fatto che tu oggi riesca a porti queste domande e a osservare anche le tue reazioni con uno sguardo critico ma sincero rappresenta già un passaggio importante. Ora potrebbe essere utile lavorare proprio sul ricostruire fiducia nella tua esperienza interna, distinguendo con maggiore serenità ciò che ti appartiene da ciò che è legato alle dinamiche relazionali vissute.
Se senti che questa confusione è ancora presente e ti genera sofferenza, un percorso psicoterapeutico può aiutarti a rimettere ordine, dare significato a ciò che hai vissuto e recuperare un senso di stabilità e fiducia in te stessa.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Scusate il post lungo. Ho 27 anni e non ho mai avuto una relazione.
L'unica volta in cui ho baciato una ragazza è stata quando avevo 14 anni, provando una forte eccitazione tanto che mi vergognavo pure ad uscire dalla stanza perché avevo il pene in erezione.
A lungo andare ho scoperto - qui sorge il dubbio - di rimanere attratto da tutti i bei ragazzi: ogni qualvolta ne resto attratto sento un magone sul petto, una sorta di calore, ansia, batticuore e mi dico "ma che succede? perché con le ragazze non mi succede? Sono gay!".
Mi è capitato all'università di infatuarmi di due ragazze però non sentivo l'esigenza di fidanzarmi né avere un rapporto sessuale (in generale non la sento mai con nessuna persona) però mi è capitato anche di provare forti erezioni accanto ad una qualche amica dopo aver stretto forte confidenza oppure cercarne il contatto fisico, la vicinanza.
Ora sono nella situazione in cui penso che queste reazioni siano false e che sia un gay represso. Una volta ad un matrimonio di un mio amico - complice un bicchiere di troppo - corsi verso una 35enne che si stava strusciando con un un tipo e iniziai a ballare anch'io con lei con conseguente mia reazione/erezione. Dovetti però andare via perché scoprii che c'era il suo fidanzato.
Però ripeto, pur vedendo bellissime ragazze, non sento quell'attenzione estetica/fisica che sento quando vedo un bel ragazzo.
Una cosa che invece mi ricordo dall'adolescenza, quando avevo 12 anni, è che rimasi quasi incantato dalle gambe in collant della mia professoressa di italiano 40enne dell'epoca. Collego quella scoperta poi allo sviluppo del mio feticismo verso i collant.
Infatti amo molto massaggiare e se una ragazza mi chiede un massaggio ai piedi glielo faccio ma dovrei controllarmi perché il rischio di eccitarmi sarebbe molto alto.
Lato masturbazione ho provato qualsiasi cosa senza problemi. Se immagino un rapporto sessuale con un uomo però non provo alcun tipo di reazione, mentre con una donna qualcosina cambia.
Mi è capitata una cosa strana recentemente ad una festa: a primo impatto non ho provato attrazione verso ragazze, ma ho trovato belli e attraenti alcuni ragazzi. Durante la festa una mia amica mi ha presentato una sua amica più grande di me e non so come, data la mia timidezza, le ho proposto di andare a ballare verso il centro della pista. Durante, è come se ho avvertito una sorta di erezione lì sotto e non me l'aspettavo.
L'altra notte, pensando ad una scena dove io che massaggio i piedi in collant di una ragazza, mi sono eccitato tantissimo e questa cosa mi è capitata anche dal vivo tanto che poi mi masturbai in bagno.
L'unica cosa è che se immagino una scena di sesso tra me e un ragazzo che mi ha colpito non riesco mai ad eccitarmi, ma nemmeno un accenno di erezione manco a guardare un porno gay con due bei ragazzi.
Onestamente non so più cosa pensare, non è questione di etichette, solo per capire. Mi piacerebbe ricevere da voi un parere.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrivi può creare molta confusione e anche un certo livello di ansia, quindi intanto ti restituisco che è comprensibile sentirti così e cercare di capire cosa sta succedendo dentro di te.
Da ciò che racconti emergono diversi piani che è importante non sovrapporre: l’attrazione estetica, l’attivazione corporea (come l’erezione), il desiderio sessuale e il coinvolgimento affettivo. Non sempre questi aspetti vanno nella stessa direzione, soprattutto quando si è in una fase di esplorazione o quando entrano in gioco ansia, autocontrollo e aspettative su di sé.
Il fatto che tu possa notare bellezza o attrazione verso ragazzi non definisce automaticamente il tuo orientamento, così come le reazioni fisiche con le ragazze non lo fanno da sole. Anche il dubbio “e se fossi…” può diventare molto potente e alimentare sensazioni corporee (come il batticuore o il “magone”) che somigliano all’attrazione ma che in parte possono essere legate all’ansia e all’auto-osservazione.
Mi sembra anche che tu abbia una certa sensibilità al contatto, alla vicinanza e a specifici stimoli (come il feticismo che descrivi), che fanno parte della tua esperienza e non sono di per sé problematici, ma che possono aggiungere un ulteriore livello di complessità nel leggere ciò che provi.
Più che cercare subito un’etichetta, potrebbe esserti utile concederti uno spazio di ascolto più tranquillo e meno giudicante, in cui esplorare con gradualità cosa senti davvero, senza forzarti a “decidere” in fretta. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti proprio a distinguere meglio queste dimensioni e a ridurre l’ansia che sembra accompagnare questi pensieri.
Non c’è nulla di “sbagliato” nel fatto che tu stia cercando di capirti: è un processo che per alcune persone richiede tempo e può passare anche attraverso dubbi come questi.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
Grazie per le vostre eventuali risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
grazie per aver condiviso in modo così sincero quello che stai vivendo.
Da quello che racconti emerge un periodo di vita in cui ti senti un po’ “sganciata” da una routine strutturata e da una rete sociale che in questo momento non sempre coincide con i tuoi bisogni del weekend. È comprensibile che questo possa generare senso di vuoto, ansia e anche pensieri critici su di te.
Quello che descrivi assomiglia molto a una combinazione tra un momento di minore occupazione quotidiana e il confronto con ciò che vedi negli altri: entrambi fattori che possono amplificare la sensazione di esclusione o “non essere abbastanza”. In realtà, non è detto che questo parli di te come persona, ma piuttosto di una fase della tua vita in cui alcune abitudini e riferimenti stanno cambiando.
Quando compare il pensiero “sono sbagliata” o “sono sfigata”, può essere utile provare a fermarsi un attimo e chiedersi se stai descrivendo un fatto oppure se stai leggendo la situazione attraverso una lente molto autocritica. Spesso, in momenti come questo, la mente tende a trasformare una difficoltà contingente in un giudizio globale su di sé.
È anche comprensibile la “FOMO” che descrivi: il bisogno di vivere esperienze, divertirsi, sentirsi parte di un gruppo è assolutamente legittimo, soprattutto alla tua età. Allo stesso tempo, non tutte le fasi della vita hanno lo stesso livello di socialità, e questo non significa che siano “sbagliate” o destinate a peggiorare.
Può aiutarti, nel concreto, iniziare a costruire piccoli spazi tuoi nel weekend (attività, hobby, gruppi, iniziative) senza aspettare che arrivino sempre dall’esterno, e lavorare sul dare un significato più flessibile a questi momenti più “tranquilli”, che possono anche diventare occasioni di riorganizzazione personale.
Se senti che questa sensazione di ansia e autosvalutazione sta diventando persistente o faticosa da gestire da sola, può essere utile uno spazio di confronto psicologico, per capire insieme come rafforzare il tuo senso di valore personale al di là delle situazioni sociali del momento.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Buongiorno dott. io soffro di ansia è disturbo ossessivo da ben 15 anni oramai.. infatti sono in cura.. ma ci sono periodi che ho paure strane se sto solo nella stanza mi sento come se prima o poi dovrei vedere qualcuno di allucinazione, oppure tipo ieri sera ho avuto una discussione con la mia ragazza mene sono andato a dormire nel salone da solo dopo 30 minuti nemmeno sono dovuto tornare nella stanza dalla mia ragazza perchè avevo paura come se dovevo avere qualche allucinazione, oppure se la sera passo dal corridoio per andare in bagno di buoi è come se mi mette ansia... adesso vorrei chiedere tutte queste paure che mi faccio che mi vergogno anche dirlo.. può essere un inizio di psicosi o schizofrenia... anche se non ho mai avuto in 34 anni che ho allucinazioni... Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che stai vivendo.
Da come racconti, sembra che tu stia facendo i conti da tempo con un disturbo d’ansia e con aspetti ossessivi che, soprattutto nei momenti di maggiore stress o dopo discussioni/emozioni intense, possono “agganciare” paure molto intrusive e spaventanti. È comprensibile che queste esperienze ti facciano dubitare e ti preoccupino, soprattutto quando si presentano sensazioni così forti e nuove per te.
Quello che descrivi (paure improvvise, timore di “perdere il controllo”, ipotesi di allucinazioni in situazioni di solitudine o al buio) è qualcosa che spesso, nei quadri ansiosi e ossessivi, si manifesta come pensieri intrusivi e catastrofici, cioè contenuti mentali che non corrispondono a un reale distacco dalla realtà, ma che generano comunque molta paura e allarme interno. Il fatto che tu li riconosca come “strani” e che tu ne sia spaventato è un elemento importante.
Detto questo, è fondamentale non fare autodiagnosi online: il modo più corretto e tutelante per te è portare questi vissuti all’attenzione dello specialista che ti segue, così da poterli inquadrare con precisione all’interno della tua storia clinica e del percorso di cura già in atto.
Ti invito quindi a parlarne apertamente con chi ti ha in carico: anche i pensieri che ti imbarazzano o ti spaventano possono essere portati in terapia, proprio perché fanno parte del materiale su cui lavorare e che può essere compreso e trattato.
Non sei “strano” per ciò che stai vivendo: stai descrivendo una sofferenza che merita ascolto, accoglienza e cura adeguata.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.
Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
Ne parlammo già io e il terapeuta.
Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
Grazie per le risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
ti ringrazio per aver condiviso in modo così approfondito quello che stai vivendo e anche i dubbi che emergono rispetto al tuo percorso.
Da ciò che racconti colgo una forte fatica legata sia ad alcuni aspetti più quotidiani e corporei (come il sonno e le sue conseguenze sul tuo funzionamento il giorno dopo), sia a vissuti interni di rigidità, rimuginio e difficoltà nelle relazioni che nel tempo sembrano essersi attenuati solo in parte. È comprensibile che tu possa sentirti confuso quando non riesci a vedere un collegamento chiaro tra le indicazioni che ricevi in terapia e il beneficio che ti aspetteresti.
In un percorso psicoterapeutico, a volte, alcune indicazioni possono avere anche una funzione “esperienziale” o graduale, cioè non immediatamente intuitive, e diventano più comprensibili proprio all’interno del lavoro condiviso con il proprio terapeuta, che conosce la tua storia e gli obiettivi su cui state lavorando. Allo stesso tempo, è molto importante che tu possa portare apertamente questi dubbi dentro lo spazio terapeutico, proprio come stai facendo qui: il senso delle indicazioni, la loro utilità percepita e il loro impatto concreto sulla tua vita quotidiana sono elementi centrali del lavoro.
Rispetto al tema del sonno e del benessere psicofisico che descrivi, emerge chiaramente quanto per te alcune variazioni possano avere conseguenze significative sul giorno successivo. Anche questo è un aspetto importante da poter esplorare insieme, per comprendere meglio i tuoi bisogni, i tuoi limiti e le strategie più sostenibili per te.
Ti incoraggio quindi a riportare con ancora più chiarezza al tuo terapeuta tutto ciò che stai sentendo, compresa la fatica a comprendere il senso di alcune indicazioni: può essere proprio questo tipo di confronto a permettere un’eventuale ricalibrazione del percorso.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Sono una ragazza di 28 anni e sto attraversando un periodo difficile. Di recente ho chiuso una frequentazione, ormai circa due mesi fa, anche se l’ultimo contatto è avvenuto circa un mese fa e sto ancora molto male, ho paura di non riuscire a superarla.
La frequentazione è durata circa 3 mesi e mezzo, anche se gli ultimi due mesi è stata una frequentazione a distanza, per dei miei motivi personali.
Il motivo del mio malessere deriva dal fatto che a me lui piaceva molto e mi ero molto affezionata. Lui via messaggio era sempre presente, ci sentivamo ogni giorno e mi ascoltava anche quando parlavo di momenti stressanti. Di presenza siamo usciti circa dieci volte, durante il mese di frequentazione di presenza. A me sembrava davvero un bel rapporto, ci sentivamo ogni giorno e lui mi dava attenzioni, dimostrava molto interesse nel conoscermi.
Il fatto è che mentre io avevo chiarito che volevo che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione, lui probabilmente non ha mai voluto una relazione, ma solo una frequentazione così, senza nessun impegno. Mi fa rabbia il fatto che parlandone lui mi aveva detto che anche lui voleva che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione.
Alla fine è stato lui ad allontanarsi, proprio quando dopo due mesi era arrivato il momento di rivedersi. Ha accampato scuse, dicendo che aveva bisogno di più tempo per capire, di non essere affidabile emotivamente, di non riuscire a lasciarsi andare (non gli piaceva sbilanciarsi) ma non prendendo mai realmente le distanze, dicendo di non volersi allontanare, ma di volerla vivere con leggerezza, senza farsi troppi problemi al momento. Ha preso come scusa anche il fatto di essersi lasciato non molto tempo fa. Quindi alla fine l’ho chiusa io, perché non volevo starci di nuovo male e avevo paura che lui effettivamente non stesse prendendo le cose seriamente.
Lui ha provato a ricontattarmi via messaggio, ma io sono stata molto fredda.
Il problema è che tutt’ora non riesco a superarla. Non riesco a superarla perché mi sembrava che potesse nascerne davvero un bel rapporto. Non capisco se il problema fosse il fatto che non gli piacevo abbastanza, anche se tra noi c’era molta chimica, o se effettivamente lui aveva bisogno di più tempo per via della precedente relazione. O se effettivamente non volesse impegnarsi.
Ho paura di non incontrare mai nessuno che mi ami, perché lui è stata la mia prima “relazione” e nonostante io non mi consideri brutta credo di non piacere in fondo a nessuno, perché non ricevo molta considerazione maschile, o comunque non da qualcuno che mi interessi. Sono sempre stata un po’ introversa, ma non credo sia questo il problema. Non so come superare questa fase. Vorrei conoscere nuove persone ma ho paura di rimanere di nuovo delusa.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
ti ringrazio per aver condiviso qualcosa di così personale.
Quello che stai vivendo è molto comprensibile: quando ci si affeziona e si intravede la possibilità di qualcosa di significativo, la chiusura può lasciare un senso di vuoto, confusione e anche di “incompiuto” che fa più fatica a essere elaborato. Non è tanto la durata della frequentazione a determinare l’intensità del dolore, quanto il significato emotivo che ha avuto per te.
Da quello che racconti, sembra che tu sia stata chiara nei tuoi bisogni e nei tuoi desideri di relazione. Questo è un aspetto importante e sano. Allo stesso tempo, lui ha dato segnali ambivalenti, che possono facilmente generare speranza ma anche insicurezza. È naturale chiederti “se non gli piacevo abbastanza” o “se il problema fosse suo”: spesso però queste domande non hanno una risposta definitiva, e rischiano di portarti a mettere in discussione il tuo valore.
Il dolore che senti oggi non parla di una tua mancanza, ma del fatto che ti sei coinvolta davvero. E questo, in una relazione, è una risorsa, non un limite.
Capisco anche la paura di non trovare qualcuno o di essere di nuovo delusa. Quando si vive una prima esperienza emotivamente significativa che finisce così, può lasciare una traccia profonda sull’autostima e sulla fiducia. Ma il fatto che questa esperienza sia stata importante per te non significa che sarà l’unica, né che definisca ciò che meriti o ciò che potrai costruire in futuro.
In questo momento potrebbe esserti utile spostare un po’ lo sguardo da “perché è andata così” a “come posso prendermi cura di me adesso”: dare spazio alle emozioni, senza giudicarle, e ricostruire gradualmente un senso di sicurezza interna. Anche il desiderio di conoscere nuove persone può convivere, con i suoi tempi, con la necessità di elaborare ciò che è successo.
Se senti che questa fase è difficile da attraversare da sola, parlarne in uno spazio protetto può aiutarti a dare un senso più profondo a ciò che stai vivendo e a ritrovare fiducia nelle relazioni.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Buon pomeriggio
Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna.
Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza.
I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava.
Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza.
Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto.
Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo).
Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole.
Come dovrei comportarmi?
Cosa devo pensare?
Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quello che racconti è comprensibile che tu ti senta confuso, deluso e forse anche un po’ ferito: quando c’è una vicinanza – anche fisica ed emotiva – ci si aspetta sincerità e coerenza.
Più che cercare risposte definitive su “cosa pensare”, potrebbe esserti utile chiederti cosa provi tu e cosa desideri da questa relazione. Ti aspetti chiarezza? Rispetto? Un coinvolgimento più esplicito? Da lì puoi orientare il tuo comportamento.
Se senti che per te è importante, puoi provare un confronto diretto ma semplice, senza accuse, esprimendo come ti sei sentito e chiedendo chiarezza. Allo stesso tempo, è importante osservare anche le sue risposte (o il suo silenzio): anche questi comunicano qualcosa e possono aiutarti a capire quanto investire in questo rapporto.
In sintesi, più che interpretare solo lei, prova a restare centrato su di te e sui tuoi bisogni: questo ti aiuterà a muoverti in modo più consapevole e tutelante.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Il mio ragazzo fuma e lo facevamo anche insieme e io sono incinta di 26 settimane quindi dalla scoperta cambio vita lui diceva di volere il bambino e che era contento ma poi ha cominciato a vivere per strada e io sono stata con lui a causa di vari litigi con nostre famiglie fin che ho potuto poi sono tornata da mio padre e mi ha accusata di averlo lasciato solo e che se non fossi andata con lui mi avrebbe lasciata.. non si fa sentire per settimane e mi ha contattata dopo 15 giorni per chiedere della gravidanza alla mia risposta "stiamo bene" non ha risposto ed è scomparso di nuovo.. senza lui soffro ma dovrà capire in qualche modo gli errori che sta commettendo è che è lui a lasciarmi sola e a non aiutarmi su nulla.. l' unica cosa che ha fatto mi ha accompagnato una volta a una visita e poi si è messo anche ad urlare per poi andare via però poi dice che non vede l'ora di vedere il figlio e che ci ama e poi di nuovo scappa..mi confonde
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quello che racconti stai vivendo una situazione molto faticosa e confusa, in un momento della vita in cui avresti invece bisogno di stabilità, presenza e sostegno. È comprensibile che tu provi sofferenza, smarrimento e anche ambivalenza verso di lui.
Il comportamento del tuo ragazzo appare altalenante: a momenti di vicinanza e parole affettuose seguono assenze, accuse e atteggiamenti che ti lasciano sola. Questa incoerenza può creare molta confusione emotiva e portarti a chiederti cosa sia giusto fare o aspettarsi. Tuttavia, è importante che tu possa guardare non solo a ciò che dice, ma soprattutto a ciò che concretamente fa.
In questo momento, la priorità sei tu e il tuo bambino: il tuo benessere fisico ed emotivo viene prima di tutto. Avere accanto figure affidabili, come tuo padre o altre persone di fiducia, è un elemento prezioso su cui puoi appoggiarti.
Può essere utile, anche con l’aiuto di un professionista, fermarti a riflettere su quali siano i tuoi bisogni, i tuoi limiti e ciò che desideri per te e per tuo figlio, senza aspettare che sia lui a cambiare o a “capire”. Non puoi controllare le sue scelte, ma puoi proteggere te stessa e costruire un contesto più sicuro per te.
Se senti che la sofferenza è intensa o che la situazione ti sovrasta, chiedere un supporto psicologico può offrirti uno spazio sicuro in cui mettere ordine tra le emozioni e trovare maggiore chiarezza.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Salve, quando passo davanti a un parco dove mi portavano da piccolo, mi viene a volte una stretta al petto o nella zona fra il petto e il diaframma. A volte è un po' più forte, però non mi viene da scappare, cioè c'è e mi viene anche il respiro un po più lungo però non mi viene da andarmene ma anzi di rimanerci. Che cosa vuol dire? Sono sintomi di un luogo che è stato positivo per me oppure no?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrivi è un’esperienza che molte persone vivono quando entrano in contatto con luoghi carichi di significato personale.
Il corpo, a volte, “ricorda” prima ancora della mente: quella stretta al petto o al diaframma e il cambiamento nel respiro possono essere segnali di un’attivazione emotiva legata ai ricordi associati a quel parco. Non è necessariamente qualcosa di negativo: può trattarsi anche di emozioni complesse, che mescolano nostalgia, affetto, senso di protezione o aspetti più profondi legati alla tua storia.
Il fatto che tu non senta il bisogno di allontanarti, ma anzi di rimanere, è un elemento importante: sembra indicare che quell’esperienza, pur intensa, sia per te tollerabile e in qualche modo significativa da esplorare.
Più che chiedersi se sia “positivo o negativo”, può essere utile provare a chiederti: che cosa rappresenta per me quel luogo? quali ricordi o sensazioni emergono?
Se queste sensazioni dovessero diventare più intense o creare disagio, un percorso psicologico potrebbe aiutarti a comprenderle meglio e a dare loro un senso più chiaro e integrato.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
Perché non ho un hobby?
Pecche non so cosa mi piace?
mi piace tutto o non mi piace nulla?
Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
La storia di Simone che significa?
Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
Perché lo sto facendo adesso?
Che colpa ne ho io?
Che senso ha la mia vita adesso?
Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
Lo provo sempre in realtà
Che lezione devo imparare ancora?
Perché l’amore non arriva?
Cosa devo capire prima che arrivi?
È questo no?
Il motivo.
Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
E chi pensa a me?
Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
Non ho più voglia
Tutto questo male
Mi porta solo più confusione
E scriverlo è stato peggio
Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
Sono questa da anni
Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da quello che scrivi arriva tutta la fatica che stai portando: una stanchezza profonda, il senso di essere bloccata, confusa, piena di domande senza risposta e con la paura di non riuscire più a risalire. È un vissuto molto intenso, e il fatto che tu sia riuscita a metterlo in parole – anche se ti sembra che “faccia peggio” – è già un segnale importante: una parte di te sta cercando aiuto, sta cercando un modo per capire e stare meglio.
Quando il dolore diventa così pervasivo, è frequente sentirsi senza direzione, perdere concentrazione, motivazione, e anche il senso di sé. Non è che “non sai lottare” o che “non sai fare nulla”: è che in questo momento stai lottando con qualcosa di molto grande, che ti sta togliendo energie e chiarezza. Anche i pensieri di voler sparire, per quanto spaventosi, spesso non parlano davvero di voler morire, ma del bisogno di smettere di soffrire così.
Dentro le tue parole ci sono tanti temi importanti: il rapporto con tuo padre, il bisogno di amore, il sentirti ferita, la difficoltà a riconoscerti e a immaginare un futuro. Sono nodi profondi che meritano uno spazio protetto, in cui poterli affrontare con gradualità, senza esserne travolta. Non devi risolvere tutto insieme, né trovare subito tutte le risposte.
In questo momento, la cosa più importante è che tu non resti sola con tutto questo. Parlare con un professionista può aiutarti a dare un senso a ciò che stai vivendo e, passo dopo passo, a ritrovare un po’ di stabilità e respiro. E se i pensieri di suicidio diventano più intensi o ti spaventano, è fondamentale chiedere aiuto immediato anche a servizi di emergenza o a qualcuno di fiducia vicino a te.
Non sei “destinata a rimanere così”: il fatto che tu senta, che ti interroghi e che cerchi un confronto dice che dentro di te c’è ancora movimento, e da lì si può ripartire.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta