Domande del paziente (5)
Mi rendo conto di dover interrompere una relazione con un uomo che amo ancora tanto ma con il quale sapevo già che non ci sarebbe stato futuro perché molto più giovane di me. La ragione mi dice di prendere la decisione, il cuore no. Inoltre questo amore mi impedisce di accettare la compagnia di persone più adatte a me per età e cultura. Come gestire tutto questo? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che sta vivendo è un conflitto molto reale, e ha senso che la faccia stare così. Non è semplicemente “indecisa”: è dentro a due movimenti interni che tirano in direzioni diverse, entrambi legittimi.
Da una parte c’è il sentimento, l’attaccamento, tutto quello che avete condiviso. Questa parte non si spegne perché lo si decide, e non c’è niente di strano nel fatto che il cuore non segua subito la ragione. Dall’altra però c’è una parte di lei più lucida, che vede chiaramente il limite di questa relazione, il fatto che non abbia prospettiva e che, in qualche modo, la stia anche tenendo ferma.
Il punto non è far vincere una parte sull’altra, ma riuscire a tenerle entrambe dentro senza restare bloccata. Il fatto che lei lo ami non è un motivo per restare, è il motivo per cui lasciarlo farà male. E spesso si rimane proprio per non sentire quel dolore, più che perché sia davvero la scelta giusta. Ma quel passaggio è inevitabile.
Può aiutare anche distinguere tra amore e compatibilità: può provare un sentimento autentico e allo stesso tempo riconoscere che non è una relazione che può reggere nel tempo. Sono due piani diversi, e per costruire qualcosa di stabile servono entrambi.
In più, quello che dice è molto importante: questo legame le sta impedendo di aprirsi ad altre possibilità. Questo significa che non è solo una relazione senza futuro, ma anche una relazione che oggi occupa spazio e limita il suo movimento.
Aspettare di non provare più nulla per prendere una decisione rischia di tenerla lì a lungo. Le scelte più importanti spesso si fanno quando il cuore è ancora coinvolto, non dopo.
È probabile che, se decide di chiudere, all’inizio sentirà vuoto, nostalgia, forse anche la tentazione di tornare indietro. Non è un segnale che sta sbagliando, è il normale effetto di un distacco da qualcosa a cui tiene.
In fondo si trova davanti a una scelta difficile: restare in un amore che esiste nel presente ma non ha futuro, oppure lasciare spazio a qualcosa che oggi non sente ancora ma che potrebbe esserci. Non è una scelta “facile”, e richiede anche una piccola rinuncia emotiva.
La direzione però sembra già chiara dentro di lei. Si tratta più che altro di trovare il modo di sostenerla, senza negare quello che prova.
Save sono una ragazza di 23 anni che lavorava in un supermercato ho iniziato a soffrire di vertigini da stress ansia forte e attacchi di panico fino a non uscire piu di casa ma passare le giornate a casa piangendo.. ho iniziato a prendere zoloft adesso da cinquantaquattro giorni ho aumentato a zoloft + levopraid + xanax pomeriggio e mirtazapina la sera e sembra che piano piano stavo recuperando adesso da due giorni sto risentendo un po d ansia e vuoti di testa improvvisi ebato avemdo un po paura è una cosa normale che ci vigliono piu giorni o sto tornando indietro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao,
quello che descrivi è qualcosa che vedo spesso, quindi provo a dirtelo in modo semplice: non stai tornando indietro.
Quando si inizia una terapia come la tua (soprattutto dopo un aumento di dosaggio) l’andamento non è mai lineare. Ci sono fasi in cui sembra di stare meglio e poi, all’improvviso, tornano un po’ di ansia, sensazioni strane come i “vuoti di testa”… ed è proprio lì che ci si spaventa.
In realtà è abbastanza normale. Il corpo e la mente si stanno ancora assestando, e possono volerci settimane perché tutto trovi un equilibrio più stabile. Due giorni così non significano ricaduta.
C’è anche un altro punto importante: appena inizi a stare meglio, diventi più sensibile ai segnali interni. Quindi appena senti qualcosa che somiglia a prima, scatta la paura… e quella paura alimenta di nuovo l’ansia.
Prova, per quanto possibile, a leggere questi momenti come un passaggio del percorso, non come un fallimento. Non modificare la terapia da sola e datti ancora un po’ di tempo.
Se questi sintomi dovessero durare o intensificarsi allora ha senso confrontarsi con il medico, ma così, per come lo descrivi, rientra in una fase abbastanza tipica.
Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare nella mia vita, fino a dicembre andava tutto bene e mi sembrava di aver fatto progressi, ma da febbraio dopo ogni seduta non mi sento meglio.... anzi mi sento più confusa e persa e in agitazione,
in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare.
Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno)
inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione
per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto
ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito
l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame
e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio
spero di essermi spiegata,
cosa dovrei fare?
Vi ringrazio
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
mi sono letta con attenzione quello che scrivi. Provo a restituirti una cosa in modo semplice: quello che stai provando ha senso e va preso sul serio.
Un percorso terapeutico può avere fasi diverse, anche momenti più faticosi o confusi, però c’è una differenza importante: un conto è uscire dalla seduta un po’ “smossa”, un conto è uscire sentendoti attaccata, agitata e sotto esame. Se questo sta succedendo con continuità, è qualcosa da guardare.
Da come lo racconti, tu eri in un periodo di grande stanchezza, in cui probabilmente avevi più bisogno di essere sostenuta che spinta. Il tentativo della terapeuta di “smuoverti” può anche avere un senso nelle intenzioni, ma se l’effetto su di te è stato quello di farti sentire giudicata o non adeguata, allora qualcosa nella modalità non sta funzionando per te.
Il fatto che ora ti trattieni dal dire alcune cose, che ti senti osservata, che vai in seduta con agitazione… sono segnali importanti. In terapia dovresti poterti sentire sufficientemente al sicuro da portare anche le parti più ferme, confuse o stanche, senza la sensazione di dover dimostrare qualcosa.
Hai già fatto una cosa molto importante: le hai detto come ti sei sentita. Però mi sembra che tu non ti sia sentita davvero accolta in questo.
A questo punto hai due possibilità, entrambe legittime:
provare a riportarlo ancora, in modo molto diretto, oppure iniziare a pensare che forse questo non è più lo spazio giusto per te in questo momento.
Il fatto che il pensiero di cambiare terapeuta ti faccia sentire meglio non è un dettaglio da ignorare.
Non è un fallimento, è anche questo parte del percorso: capire di cosa hai bisogno e da chi riesci a riceverlo.
Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
Cordialmente,
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
capisco bene la sua preoccupazione, soprattutto quando si ha la sensazione di essere cambiati rispetto a prima e si fa fatica a ritrovarsi. È una cosa che mette in dubbio e che porta facilmente a cercare una causa precisa, come quell’episodio di ansia così intenso che ha vissuto.
Le rispondo però con chiarezza: un episodio d’ansia, anche forte e durato diversi mesi, non provoca un danno permanente al cervello tale da compromettere in modo stabile memoria e capacità di apprendimento. Non è qualcosa che “rovina” in senso definitivo.
Quello che può succedere, ed è molto più frequente, è che periodi così intensi lascino una traccia nel modo in cui la mente funziona. Dopo aver attraversato ansia forte, pensieri catastrofici o ossessivi, è come se il sistema rimanesse un po’ più in allerta: si fa più fatica a concentrarsi, si controlla di più quello che si fa o si ricorda, si hanno più dubbi, e questo paradossalmente peggiora proprio le prestazioni.
La memoria, infatti, non è solo una questione “meccanica”: dipende molto da quanto siamo tranquilli, da quanta attenzione riusciamo a mantenere e da quanto la mente è libera. Se c’è anche solo un sottofondo di tensione o di pensiero che gira, è facile sentirsi meno lucidi e meno efficaci nello studio.
A questo si aggiunge un altro elemento: il confronto con il passato. Spesso si tende a paragonarsi a un periodo in cui si era più spontanei, magari con meno pressioni o meno consapevolezza di sé. Quel tipo di funzionamento non è sempre replicabile allo stesso modo negli anni, e questo può far sembrare il cambiamento ancora più marcato.
Quindi, più che pensare che quei sei mesi abbiano “danneggiato” qualcosa, è più utile vedere che oggi probabilmente c’è un modo diverso di funzionare, ancora un po’ influenzato da ansia, controllo e fatica attentiva.
La buona notizia è che su questo si può lavorare. Spostare l’attenzione dal “cosa è successo allora” al “come sto funzionando adesso” è spesso il passaggio che permette di recuperare gradualmente anche le capacità che sembrano perse.
Cordiali saluti
Salve, la mia figlia, una ragazza normale ,semplice carina con uno sviluppo e una crescita adatta per ogni fase di età, senza tanti cambiamenti fino ad arrivare all età di 20 -21 anni. Nel periodo di adolescenza 14-15 anni innamoratissima di un ragazzo, poi a 18 -19 ha conosciuto un'altra ragazzo. Improvvisamente a 21 anni si è sentita attratta emotivamente da una sua amica. Sempre in quel periodo ha fatto erasmus all estero dove ha avuto un atto sessuale con una ragazza...La mie domande sono:Può essere omosessuale o bisessuale? Il cambiamento è dovuto a qualcosa? Quale è la spiegazione a tutto ciò? Ringrazio anticipatamente....Scusate un ultima cosa. Lei non mi ha parlato apertamente di tutto, sono venuta a sapere assistendo a una conversazione con la sua amica da qui ho capito che c era qualcosa. A quel punto me l ha detto. L ho ascoltata poi le ho detto intanto di vivere quello che sente poi in futuro si vedrà cosa sarà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive non è così insolito come può sembrare, anche se capisco che da genitore possa spiazzare.
L’orientamento affettivo e sessuale non è sempre qualcosa di “lineare” o già definito fin da subito. Per alcune persone è molto chiaro precocemente, per altre invece si costruisce nel tempo, attraverso le esperienze, le relazioni e anche i contesti di vita (come, ad esempio, un’esperienza all’estero, che spesso amplia possibilità e libertà di espressione).
Sua figlia potrebbe essere eterosessuale, bisessuale, omosessuale… oppure ancora in una fase di esplorazione. Non c’è necessariamente un “cambiamento” dovuto a qualcosa che è successo: più spesso si tratta di un prendere contatto con parti di sé che magari prima non erano emerse o non avevano avuto spazio.
È importante anche dire che non è qualcosa che si “diventa” per un evento specifico, né qualcosa che si può indirizzare o correggere. È piuttosto un processo interno, personale.
Da quello che scrive, lei ha avuto una reazione molto adeguata: ha ascoltato, non ha giudicato e le ha lasciato spazio per capire cosa sente. Questo è l’aspetto più importante. In questa fase sua figlia ha più bisogno di sentirsi accolta che di avere delle etichette o delle risposte definitive.
Col tempo sarà lei stessa a capire meglio come definirsi, oppure anche a non sentire il bisogno di definirsi in modo rigido. Il ruolo del genitore, in questi casi, è restare un punto fermo e sicuro, più che cercare spiegazioni precise.
Se dovesse avere dei dubbi o sentire il bisogno di confrontarsi ancora, può essere utile anche per lei avere uno spazio di parola, ma senza trasformare questa situazione in un problema da risolvere.
Non c’è nulla di “anormale” in quello che sta osservando. C’è una ragazza che sta conoscendo se stessa. E una madre che, da come scrive, le sta già offrendo la cosa più importante: ascolto e apertura.
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