Dott.
Mauro De Luca
Psicologo
·
Psicoterapeuta
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Taranto 1 indirizzo
Esperienze
Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale con oltre 25 anni di esperienza. Mi occupo di ansia, depressione, autismo, comportamenti autolesivi e gioco d’azzardo. Ricevo nel mio studio a Taranto. Offro colloqui online riservati e professionali, disponibili in tutta Italia.
Approccio terapeutico
Aree di competenza principali:
- Psicologia forense
- Psicologia giuridica
- Psicologia clinica
- Psicodiagnostica
- Psicologia scolastica
- Psiconcologia
Principali patologie trattate
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Recensioni
177 recensioni
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- Attenzione durante la visita
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R
R.
Prima seduta di psicologia individuale,(è presto per avere un giudizio) ma posso dire che il dottore riesce a metterti subito a tuo agio,vi è un dialogo dove riesco a far uscire me' stesso ed è un cosa importantissima....ho iniziato il percorso dopo un accumulo di situazioni negative ...istintivamente sono fiducioso di aver intrapreso la strada giusta...
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Mimmo
Il dottore ti riesce a mettere subito a tuo agio, ha capito qual era il mio problema già dopo una breve conversazione
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D
Davide
Dopo il primo incontro conoscitivo di ieri, ho deciso di iniziare questo percorso. Mauro ha un ottimo approccio, sa mettere a proprio agio e relazionarsi nel modo giusto. Esperienza molto positiva.
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Simone
Ho avuto la mia prima seduta con il dottor Mauro e mi sono sentito subito accolto e a mio agio, in un ambiente accogliente e professionale. Ho apprezzato molto la sua capacità di ascolto, l’empatia e la professionalità. È stata un’esperienza positiva che mi ha trasmesso fiducia e serenità per il percorso che intraprenderemo.
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G
G. L.
Ambiente confortevole, ascolto, dialogo, confronto diretto
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M. P.
psicoterapeuta molto attento nel descrivere attentamente e in modo chiaro le dinamiche della mia mente e di come posso migliorare la mia situazione
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C.R.
Molto soddisfatto. Mi sto trovando molto bene. Consiglio vivamente
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Antonio Schirone
Osservatore mirato competente e determinato molto sicuro di sé capace di accompagnare il paziente verso una maggiore consapevolezza..
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Laura
Estremamente puntuale e efficace, veramente di grande esperienza.
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A
Antonella
Professionale, disponibile, mette a proprio agio, limpido nelle spiegazioni.
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Risposte ai pazienti
ha risposto a 7 domande da parte di pazienti di MioDottore
Nel 2021 mi sono trasferita, per cause legate al covid, dalla Lombardia alla Campania (mia regione d
Nel 2021 mi sono trasferita, per cause legate al covid, dalla Lombardia alla Campania (mia regione di nascita). Dopo un mese ho conosciuto lui e dopo 2 mesi è iniziata la nostra relazione. Per ragioni pratiche dopo 6 mesi siamo andati a convivere. Le diversità di mentalità e visione di vita sono apparse subito evidenti, infatti dopo un anno abbiamo interrotto la relazione. La separazione è stata dolorosa e con momenti molto concitati dovuti al fatto che lui voleva tornare con me e io no. Dopo qualche mese lui si è allontanato fisicamente per non avere più la tentazione di cercarmi. Per me è iniziato un bruttissimo periodo, non dovuto solo a questo. Non ero più convinta di voler stare al sud, lontana dalla mia famiglia, ma stavo male e on volevo tornare al nord in quelle condizioni. Lui è tornato quando nel mio momento peggiore, mi è stato vicino dimostrandomi cambiamenti importanti nel modo di affrontare la relazione e abbiamo ricominciato. Oggi stiamo ancora insieme, conviviamo, abbiamo attraversato momenti difficili, ma siamo a un punto di svolta. Io voglio assolutamente tornare al nord, voglio stare con la mia famiglia e i miei amici, anche perchè qui non ho vita sociale e non mi piace la vita che conduco. Inoltre, credo di addossare a lui la responsabilità di colmare il vuoto di rapporti nella mia vita, dovuto al fatto che qui non conosco nessuno. Lui non ha piacere a trasferirsi, vuole restare nella sua città, ma probabilmente tenterebbe per me. Il fatto è che le nostre divergenze di vedute e stile di vita stanno influenzando molto i nostri umori, e ci stiamo chiedendo se questo problema farà finire il nostro rapporto, in quanto la convivenza è fatta di quotidianità, e nella quotidianità pratica abbiamo i nostri più grandi problemi. Io sono molto premurosa, lo accudisco in tutto, lui invece è il contrario, e questo spesso mi fa sentire non vista e non amata.
Sono molto confusa e impaurita, tempo che il trasferimento mi porterà a dover chiudere la relazione.
Spero di trovare spunti e conforto dalle vostre risposte.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
quello che descrive non è solo un dubbio di coppia. È un bivio esistenziale che intreccia amore, identità, appartenenza e progetto di vita.
Provo ad aiutarla a mettere un po’ di ordine.
1⃣ Il trasferimento non è un dettaglio logistico
Lei non sta semplicemente dicendo: “Vorrei cambiare città”.
Sta dicendo:
• “Qui non ho vita sociale.”
• “Mi sento sola.”
• “Non mi piace la vita che conduco.”
• “Voglio tornare vicino alla mia famiglia e ai miei amici.”
Questi non sono capricci. Sono bisogni di radicamento.
Quando una persona vive in un contesto che non sente suo, spesso finisce per caricare il partner di una funzione enorme:
colmare il vuoto sociale
essere famiglia, amici, rete, sicurezza
E lei lo ha colto con grande lucidità:
“Credo di addossare a lui la responsabilità di colmare il vuoto.”
Questa è una consapevolezza molto importante.
2⃣ Il problema non è solo “Nord o Sud”
Il punto critico che emerge è un altro:
• Divergenze di mentalità
• Diversità di stile di vita
• Differenze nella gestione della quotidianità
• Bisogno di accudimento non ricambiato
La convivenza non si gioca sui grandi gesti, ma sui dettagli quotidiani.
Ed è lì che lei si sente:
• non vista
• non accudita
• non ricambiata nello stesso modo
Qui le faccio una domanda (da portare dentro di sé, non a me):
Se viveste nella stessa città, ma senza il problema del trasferimento, queste differenze sarebbero comunque dolorose?
Perché se la risposta è sì, allora il nodo non è geografico.
Se invece la risposta è no, allora il contesto pesa moltissimo.
3⃣ Lui tenterebbe di trasferirsi “per lei”
Questa frase è delicata.
Un trasferimento fatto controvoglia rischia di trasformarsi in:
• sacrificio
• risentimento
• senso di colpa (“mi sono spostato per te”)
• pressione implicita
Una scelta così grande deve essere condivisa, non concessa.
4⃣ La paura che il trasferimento chiuda la relazione
Lei teme che scegliendo sé stessa perderà lui.
E questa è la parte che fa più paura.
Ma proviamo a riformularla:
Non è il trasferimento che potrebbe chiudere la relazione.
È la possibile incompatibilità di progetto di vita.
Ci sono coppie che si amano ma non riescono a costruire una quotidianità che nutra entrambi.
L’amore non sempre basta quando:
• i bisogni di appartenenza sono diversi
• i modelli relazionali sono diversi
• le aspettative di accudimento sono sbilanciate
5⃣ Una riflessione molto importante
Lei scrive:
“Sono molto premurosa, lo accudisco in tutto.”
Le chiedo con delicatezza:
quanto di questo accudimento è spontaneo, e quanto è un modo per sentirsi necessaria e quindi amata?
Perché a volte il dolore non è solo che l’altro non fa quanto facciamo noi.
È che amiamo in un modo che speriamo venga restituito identico.
Ma non tutti amano nello stesso linguaggio.
La domanda vera diventa:
Lui la ama nel suo modo, o la lascia sistematicamente sola nei suoi bisogni emotivi?
6⃣ Cosa può aiutarla a fare chiarezza
Provi a scrivere due scenari:
Scenario A: Resto qui con lui.
Come mi vedo tra 3 anni?
Scenario B: Torno al nord (con o senza di lui).
Come mi vedo tra 3 anni?
Non pensi solo al dolore immediato.
Pensi alla qualità della sua vita quotidiana.
7⃣ Una verità difficile ma liberante
A volte la confusione non nasce dal non sapere cosa vogliamo.
Nasce dal sapere cosa vogliamo… ma avere paura delle conseguenze.
Lei sembra sapere di avere bisogno di tornare al nord.
Il dubbio è se la relazione possa sopravvivere a questo.
La domanda allora diventa:
Voglio adattare la mia vita per salvare la relazione, o voglio una relazione che si integri con la vita che desidero?
Non c’è una risposta giusta in assoluto.
C’è quella più coerente con chi vuole diventare.
Un ultimo punto di conforto
Qualunque scelta farà non sarà una sconfitta.
Sarà un atto di coerenza.
E se una relazione finisce perché due persone hanno bisogni di vita incompatibili, non significa che non si siano amate.
Significa che non erano nel posto giusto, nello stesso momento, con lo stesso progetto.
Si conceda tempo.
Non deve decidere oggi.
Ma non ignori ciò che sente per paura di perdere qualcuno.
Un caro saluto,
Mauro De Luca
Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale
Buonasera, Scrivo per chiedere una opinione. Sono in cura da uno psicoterapeuta da cinque anni e mi
Buonasera, Scrivo per chiedere una opinione. Sono in cura da uno psicoterapeuta da cinque anni e mi sono rivolto a lui per un problema specifico (blocco univerisitario). In tutti questi anni abbiamo fatto un lavoro mossi dal fatto che il problema specifico fosse generato da irrisolti del passato, eventi traumatici, disfunzionalità familiari varie. Ci abbiamo lavorato molto e molto è cambiato nella mia capacità di porre limiti, tracciare una via per le mie scelte, isolare situazioni ancora problematiche generate da terze persone in modo che influiscano il meno possibile sulla mia vita. Il problema per cui mi sono rivolto al professionista però non è cambiato, al punto da aprire alla possibilità di farmaci solo ultimamente.
Indicativamente credo che il problema ricada nell'ordine della procrastinazione, noia, evitamento, sfinimento emotivo, approccio nauseante ma perfezionista, fortissimi attacchi di panico, che mi porta alla procrastinazione e ricomincia il giro. L'opinione che chiedo dunque è quanto su questo aspetti eventuali farmaci possano funzionare o se invece non è stato affrontato in maniera propria in tutte questi anni di terapia, perché se il quadro (al netto delle interferenze del contesto che sono andate migliorando mentre il motivo della mia richiesta di aiuto peggiora) fosse passibile di farmaci, perché non propormeli prima invece di farmi procrastinare e soffrire per anni?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
la sua è una domanda molto seria e legittima. Provo a risponderle con chiarezza.
Intanto una cosa importante: cinque anni di lavoro che hanno prodotto cambiamenti reali non sono tempo perso. Il fatto che oggi lei sappia porre limiti, riconoscere dinamiche disfunzionali e costruire scelte più autonome significa che il lavoro fatto ha avuto un impatto strutturale sulla sua personalità e sul suo funzionamento relazionale.
Detto questo, il punto centrale che lei porta è un altro:
il sintomo per cui ho chiesto aiuto è ancora lì, anzi in certi momenti peggiora.
Qui occorre distinguere alcune cose.
1⃣ Il lavoro sulle cause profonde non sempre risolve automaticamente il sintomo comportamentale
In ottica cognitivo-comportamentale, quando vediamo un quadro come quello che descrive — procrastinazione, evitamento, perfezionismo paralizzante, panico, sfinimento emotivo — spesso siamo davanti a un circuito di mantenimento attuale, non solo a un trauma passato.
Il ciclo che descrive è molto tipico:
1. Compito →
2. Pensieri perfezionistici/anticipatori →
3. Ansia intensa →
4. Evitamento/procrastinazione →
5. Sollievo temporaneo →
6. Senso di colpa/autosvalutazione →
7. Aumento dell’ansia →
8. Attacco di panico →
9. Nuovo evitamento
Questo è un meccanismo che si mantiene nel presente.
Lavorare sul passato può averla rafforzata come persona, ma non è detto che abbia modificato questo circuito comportamentale specifico.
2⃣ Farmaci: quando aiutano davvero?
I farmaci (generalmente SSRI o ansiolitici in certe fasi) possono essere utili quando:
• l’ansia è così alta da impedire qualsiasi lavoro comportamentale;
• gli attacchi di panico sono frequenti e debilitanti;
• c’è una componente depressiva significativa;
• c’è una disregolazione neurobiologica evidente.
Ma i farmaci non curano la procrastinazione, né il perfezionismo, né l’evitamento.
Possono abbassare il volume dell’ansia, rendendo possibile affrontare i compiti in modo più graduale.
In altre parole:
Possono aiutare a ridurre il panico.
Non sostituiscono un intervento mirato sul comportamento.
3⃣ Perché non proporli prima?
Qui bisogna essere onesti: non esiste una risposta unica.
Possibili spiegazioni:
• Il suo terapeuta ha ritenuto che il quadro non fosse primariamente farmacologico.
• I sintomi di panico potrebbero essersi intensificati solo negli ultimi tempi.
• L’approccio seguito era centrato sull’elaborazione profonda prima dell’intervento sintomatologico.
• Potrebbe esserci stata una sottovalutazione della componente ansiosa attuale.
Ma la domanda che lei fa non è tanto clinica quanto relazionale:
“Perché ho sofferto così a lungo senza che questa opzione fosse proposta?”
Questa è una domanda che merita di essere portata direttamente in seduta.
Non come accusa, ma come esplorazione:
• “Perché solo ora consideriamo i farmaci?”
• “Abbiamo lavorato nel modo più adatto al mio problema specifico?”
• “Serve forse un cambio di strategia?”
4⃣ Una riflessione importante
Quando un sintomo specifico persiste per anni nonostante un lavoro profondo, spesso significa che:
• o il problema non è stato affrontato in modo sufficientemente diretto e comportamentale,
• o c’è una componente di ansia da prestazione/panico che richiede tecniche molto specifiche (esposizione graduale, lavoro sul perfezionismo, protocolli per la procrastinazione),
• o entrambe le cose.
Il fatto che lei oggi metta in discussione il percorso non è un fallimento:
è un segnale di maggiore consapevolezza e legittimazione dei suoi bisogni.
5⃣ Cosa fare ora?
Le suggerirei tre passi molto concreti:
1. Chiedere una rivalutazione diagnostica aggiornata.
2. Valutare un eventuale consulto psichiatrico informativo (anche solo per capire se i farmaci sarebbero indicati).
3. Chiedere esplicitamente un lavoro focalizzato sul problema attuale, con obiettivi misurabili e tecniche specifiche.
Dopo cinque anni, è lecito chiedersi:
“Qual è il piano concreto per affrontare il mio blocco?”
In sintesi
• I farmaci possono aiutare se il panico è centrale.
• Non sostituiscono un intervento mirato su procrastinazione e perfezionismo.
• È legittimo interrogarsi sul perché questa opzione emerga solo ora.
• La questione va affrontata apertamente con il terapeuta.
• Un cambio di strategia (non necessariamente di terapeuta) potrebbe essere opportuno.
La cosa più importante: non è “colpa sua” se il sintomo è rimasto.
Il fatto che lei stia facendo questa domanda è un segno di maturazione, non di resistenza.
Un caro saluto,
Mauro De Luca
Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale
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