Vorrei capire meglio il mio rapporto con lo studio e con l’evitamento, perché non è un problema nato
Vorrei capire meglio il mio rapporto con lo studio e con l’evitamento, perché non è un problema nato con l’università. Già alle elementari nascondevo i compiti e alle medie tendevo a rimandare molto. Ho sempre vissuto la scuola con forte pressione familiare: mio padre controllava molto il rendimento, con interrogazioni a tavola, domande continue su ciò che avevo fatto a scuola, rimproveri e minacce di togliermi cose a cui tenevo. Mia madre era presente, ma non la percepivo come capace di proteggermi davvero da questa pressione. A 16 anni il rapporto con mio padre cambiò bruscamente dopo che scoprii alcune cose sensibili che lo riguardavano e le usai per mettergli pressione. Da allora smise quasi completamente di controllarmi sullo studio e oggi tende anche a negare di avermi trattato male in passato. Ora, quando percepisco lo studio come obbligo o controllo, mi viene facilmente rabbia e tendo a evitare, rimandare o scrollare compulsivamente. Questa estate, dopo aver studiato molto ed essere stato bocciato più volte, la situazione è peggiorata molto e ho avuto anche reazioni aggressive in famiglia. Tra poco dovrò tornare nella città in cui studio e già l’idea mi provoca tensione, perché la associo a stress, studio e fallimenti. Vorrei capire quanto questo evitamento possa essere collegato alle esperienze scolastiche e familiari passate e come lavorarci concretamente.
59 risposte
Quello che descrive può avere una relazione con le esperienze passate, soprattutto se per molti anni lo studio è stato associato a controllo, giudizio, paura di deludere o perdita di autonomia. In questi casi l’evitamento non è necessariamente “mancanza di volontà”, può diventare una risposta automatica a qualcosa che viene ancora vissuto come imposizione o minaccia. Le recenti bocciature possono aver rinforzato ulteriormente questa associazione, facendo diventare studio, università e fallimento parti dello stesso circuito di tensione. Un possibile lavoro psicologico potrebbe partire proprio da qui, comprendere cosa si attiva emotivamente prima dell’evitamento, distinguere il proprio desiderio dalle aspettative esterne e ricostruire gradualmente un rapporto con lo studio più autonomo e meno carico di minaccia. Anche la rabbia che descrive merita attenzione, soprattutto quando diventa difficile da regolare.
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Caro utente, da quello che racconta, sembra che il suo rapporto con lo studio abbia una storia che va ben oltre la semplice procrastinazione. Se per molti anni lo studio è stato legato a controllo, pressione, giudizio e paura di non essere all’altezza, è possibile che ancora oggi, quando lo vive come un obbligo, si attivi una forte spinta a sottrarsi. La rabbia potrebbe essere anche un modo per prendere distanza da quella sensazione di essere nuovamente controllato. Allo stesso tempo, negli anni può essersi costruito un meccanismo che oggi si alimenta da solo: la paura di fallire rende lo studio difficile da affrontare, rimandare permette di stare momentaneamente meglio, ma poi arrivano senso di colpa, maggiore pressione e una paura ancora più forte di non farcela. Anche il fatto che la città universitaria sia ormai associata a stress e fallimenti è qualcosa che meriterebbe di essere esplorato. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a tenere insieme questi due aspetti: comprendere da dove nasce questo modo di vivere lo studio e, allo stesso tempo, trovare modalità concrete per uscire dal circolo dell’evitamento. Anche la rabbia e le reazioni aggressive che descrive possono essere comprese, senza giudicarle, per capire cosa stanno cercando di comunicare e trovare modi diversi per gestirle. Un caro saluto Dott.ssa Abbagnano
La ringrazio per aver condiviso la sua storia. Le rispondo basandomi su quello che ha raccontato, anche se naturalmente per avere un quadro davvero completo occorrerebbe approfondire altri elementi. È probabile che lei abbia iniziato ad associare lo studio a tensione, controllo e stress, anziché alla curiosità, a causa delle dinamiche vissute fin da piccolo. Di conseguenza, le modalità messe in atto nel tempo (nascondere i compiti, lo scrolling compulsivo) potrebbero rappresentare una forma di autoprotezione per difendersi da un carico emotivo per lei pesante. L'esperienza di quest'estate sembra aver riaperto quella ferita, ha investito energie e l'esito negativo è stato percepito come un fallimento, innescando l'evitamento e la rabbia. Un primo passo potrebbe essere quello di tracciare un confine tra il passato e la realtà di oggi. Quando sente salire la frustrazione o la spinta a distrarsi, si ricordi che le figure di controllo non sono più lì a giudicarla e che lo studio è diventato una scelta autonoma, legata solo ai suoi obiettivi e alla sua ambizione. Sul piano pratico, può risultare utile ridurre il carico emotivo iniziale con sessioni di studio più brevi, tenendo gli schermi lontani e concedendosi pause regolari, senza far scattare la fuga. Potrebbe anche riscoprire il rientro nella città in cui studia attraverso attività piacevoli che siano slegate dallo studio. Questo può aiutarla a spezzare gradualmente l'associazione automatica tra quel luogo e lo stress. Le consiglio di considerare un percorso psicologico dove può trovare uno spazio sicuro e strutturato che l'accompagni in questo percorso. Resto a sua disposizione, un caro saluto!
Caro utente, dalla storia che ci racconta emerge un rapporto con lo studio piuttosto complesso e che, come lei stesso osserva, sembra avere radici molto precedenti all'università. Fin da bambino lo studio è stato associato non soltanto all'apprendimento, ma anche a controllo, pressione, rimproveri e possibili conseguenze. È quindi possibile che una parte di ciò che vive oggi sia collegata anche a queste esperienze, insieme naturalmente a quelle scolastiche successive. Mi colpisce soprattutto quando dice che, nel momento in cui percepisce lo studio come un obbligo o un controllo, sente rabbia e tende a evitarlo, quasi come se una parte di lei cercasse di sottrarsi a qualcosa che per molto tempo ha vissuto come imposto dall'esterno. A questo si sono aggiunte recentemente le bocciature. Impegnarsi molto e non ottenere il risultato sperato può aver ulteriormente rafforzato l'associazione tra studio, frustrazione e fallimento. Anche la tensione che sente all'idea di tornare nella città universitaria potrebbe inserirsi in questo stesso meccanismo. Naturalmente, da un breve racconto non possiamo stabilire quanto pesino le diverse esperienze né ricostruire con certezza l'origine dell'evitamento. Proprio perché sembra essere un funzionamento presente da molti anni e oggi le sta creando una sofferenza importante, credo possa essere utile scegliere un professionista con cui si senta a suo agio e cominciare a esplorarlo in terapia. L'obiettivo non sarebbe semplicemente quello di “costringersi a studiare di più”, ma comprendere cosa accade dentro di lei quando deve studiare e provare, gradualmente, a costruire un rapporto con lo studio che sia più suo e meno legato al controllo che ha sperimentato in passato. Un caro saluto.
Buongiorno, quello che racconta permette sicuramente di considerare un possibile legame tra le esperienze scolastiche e familiari che ha vissuto e il modo in cui oggi si rapporta allo studio. Se per molti anni lo studio è stato associato a controllo, pressione e giudizio, è comprensibile che oggi, quando lo percepisce come un obbligo o una richiesta esterna, possano riattivarsi rabbia e bisogno di sottrarsi. In questo senso, l’evitamento potrebbe non essere semplicemente “mancanza di volontà”, ma una modalità che nel tempo ha assunto una funzione precisa. Sarebbe però importante non fermarsi alla spiegazione del passato. La domanda centrale è che cosa succede oggi, nel momento in cui si mette davanti allo studio e compare l’impulso a rimandare o a scrollare. Cosa prova in quel momento? Ansia, rabbia, paura di fallire, senso di inadeguatezza? Anche le bocciature recenti possono aver rafforzato l’associazione tra studio, stress e fallimento, rendendo ancora più forte il bisogno di evitare. Un percorso psicoterapeutico potrebbe quindi aiutarla sia a comprendere le radici di questo rapporto con lo studio, sia a intervenire concretamente sul meccanismo attuale dell’evitamento. L’obiettivo non sarebbe soltanto studiare di più, ma arrivare a vivere lo studio senza sentirlo come una forma di controllo o come una misura del proprio valore. Un caro saluto. Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Ciao, sembra che la difficoltà con lo studio non sia nata all’università, ma abbia una storia più lunga. È possibile che, nel tempo, lo studio sia diventato associato non solo all’impegno, ma anche a pressione, controllo, giudizio e paura di deludere o fallire. Per questo oggi, quando senti di dover studiare, può comparire automaticamente rabbia, tensione e il desiderio di sottrarti. Rimandare o immergerti nello scrolling può darti un sollievo momentaneo, perché ti permette di allontanarti da quella sensazione di pressione. Il problema è che, successivamente, questo può aumentare il senso di colpa e la paura di non farcela, creando un circolo difficile da interrompere. Le esperienze di bocciatura possono aver rafforzato ulteriormente questo meccanismo, tanto che anche il ritorno all'università può riattivare in anticipo sensazioni legate allo stress e ai fallimenti passati. Per questo credo sia importante non lavorare soltanto sul “come studiare meglio”, ma capire che cosa rappresenta lo studio per te e cosa succede dentro di te quando senti di essere obbligato a farlo. L’obiettivo sarà gradualmente riuscire a vivere lo studio come una tua scelta e non come una forma di controllo o una prova del tuo valore.
Salve, La lucentezza con cui ripercorre la sua storia dimostra quanto abbia già lavorato per dare un senso a ciò che le accade. La risposta alla sua domanda può essere affermativa: l'evitamento e la rabbia che sente oggi nei confronti dello studio possono sono direttamente intrecciati alle sue esperienze familiari passate. per lavorare concretamente su questo blocco, il primo passo è smettere di combatterlo con la sola forza di volontà, che rischia solo di aumentare la percezione di sforzo e costrizione. Un percorso di psicoterapia ad orientamento psicoanalitico e relazionale può aiutarla a fare un passaggio fondamentale: riappropriarsi dello studio come una scelta che appartiene a lei e al suo futuro, sganciandolo definitivamente dalla figura di suo padre e dalle dinamiche del passato. Attraverso la rielaborazione della rabbia e della pressione vissuta, diventa possibile trasformare lo studio da un "dovere a cui sottostare" a uno strumento al servizio della sua realizzazioni personale, imparando al contempo ad attraversare i momenti di stanchezza o di arresto senza che questi scalfiscano il suo valore come persona. La consapevolezza che ha già mostrato è una base solida e preziosa da cui partire per fare questo lavoro. Un caro augurio per il suo percorso.
Gentile utente, l'evitamento, così come la procrastinazione, sono abitudini, scorciatoie comportamentali che la nostra mente elabora per gestire un problema o un insieme di problemi. Anche se non sembra la migliore delle strategie, quel comportamento si perpetua nel tempo perché concede un minimo vantaggio, quello di evitare guai peggiori, di affrontare sfide che ci sembrano invincibili, di limitare la presenza di emozioni difficili da gestire e persino da tollerare. Nel suo caso, che lei descrive benissimo nelle dinamiche psicologiche ed emotive, studiare è una fonte di problemi, un ambito che genera forte stress, pressione, ansia da prestazione, da cui scaturiscono sentimenti come rabbia, frustrazione, sconforto, ma anche pensieri negativi su sé stesso, bassa autostima e una sorta di impotenza appresa, come se non percepisse alcuna risorsa reale per raggiungere un determinato obiettivo. Certamente, affrontare la storia del suo rapporto con lo studio e con l'atteggiamento con cui lo ha vissuto in passato, possono fornire informazioni interessanti e chiarire come si sono poi cristallizzati i comportamenti e gli schemi mentali legati all'evitamento e alla procrastinazione. E' possibile che quel che ci raccontato di suo padre e del clima familiare abbia avuto un ruolo centrale nell'associare l'ambito dello studio all'emergenza di certe emozioni. Tutto sommato, però, questa analisi non è utile nel presente per risolvere la sua attuale difficoltà nello studio e la tendenza a viverlo come fonte primaria di stress con tutte le conseguenze che dicevamo prima. A volte, quando possibile, è valutabile una decisione radicale che modifica del tutto la situazione incriminata: nel suo caso, smettere di studiare o cambiare materia di studio. Ma potrebbe non essere necessario farlo se esiste, di fondo, una buona motivazione verso l'obiettivo e un interesse reale per gli argomenti da imparare. Allora, in questo secondo caso, si può cercare di lavorare su stessi per cambiare il proprio atteggiamento verso lo studio, imparando gradualmente e con metodo a gestire lo stress percepito, a tollerare l'incertezza di poter fallire o metterci più tempo del previsto, così come portare fuori risorse interiori finora assopite o nascoste, che possano renderla capace di auto-determinazione e maggiore percezione di auto-efficacia. Si tratta di convincere la sua mente, un passo alla volta, che lo stress non va evitato, così come non si può rinviare all'infinito il dover affrontare un ostacolo o un problema. Sicuramente, ed è funzionale farlo, si può rallentare e ricercare altre attività gratificanti, così come si può essere flessibili sui tempi di riuscita. Ma la realtà dei fatti prima o poi torna a presentare le sue insidie e tanto vale affilare le armi per affrontarle. Il mio consiglio è di valutare un breve ma opportuno percorso psicologico di crescita personale in cui imparare a osservare questi schemi mentali che si mettono in atto in modo automatico. Potrà diventare più flessibile nel vivere certi stati d'animo e tollerare emozioni difficili, per poi attivare quelle risorse positive utili a vincere la solita abitudine per sostituirla con una nuova, più funzionale ed efficace. Ritrovando un certo equilibrio emotivo e lavorando per migliorare il livello di autostima, sarà in grado di prendere decisioni con maggiore lucidità, non vedendo di fronte a lei solo ostacoli e problemi irrisolvibili, ma concentrandosi sulle competenze, sulle capacità e sui valori personali che le sottendono. Se desidera maggiori informazioni su questo tipo di percorso psicologico, sono a sua disposizione, anche online. Le auguro il meglio, Dott. Antonio Cortese
Buongiorno, quello che racconta sembra suggerire che il rapporto con lo studio non sia semplicemente un problema di "mancanza di motivazione" o di organizzazione, ma che nel tempo lo studio possa essersi associato a vissuti di pressione, controllo, giudizio e paura di non essere all'altezza. L'evitamento, in quest'ottica, può essere diventato una strategia per allontanarsi, almeno momentaneamente, da quella sofferenza: rimandare, non iniziare, scrollare o allontanarsi dallo studio permette nell'immediato di ridurre la tensione e la sensazione di essere nuovamente sotto pressione. Il problema è che questo sollievo dura poco e, nel lungo periodo, l'evitamento tende a mantenere il problema, aumentando il senso di colpa, la paura del fallimento e la percezione di non essere in grado. Sarebbe inoltre interessante esplorare quali idee su di sé si siano sviluppate nel corso degli anni a partire da queste esperienze. Ad esempio, se lo studio è stato a lungo vissuto come qualcosa attraverso cui veniva valutato il suo valore, è possibile che oggi una difficoltà nello studio non venga vissuta semplicemente come "sto facendo fatica", ma possa attivare pensieri più profondi come "non sono capace", "non sono abbastanza", "fallirò" o "devo dimostrare qualcosa". In questo senso, la reazione di rabbia e il bisogno di sottrarsi al controllo potrebbero essere collegati anche al tentativo di proteggersi da queste sensazioni. Per comprendere meglio questo meccanismo e interromperlo, potrebbe essere molto utile un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale. Il lavoro potrebbe partire proprio dall'individuazione del ciclo che si attiva davanti allo studio — pensieri, emozioni, sensazioni fisiche ed evitamento — per poi lavorare gradualmente sia sui comportamenti di evitamento sia sulle convinzioni su di sé che nel tempo si sono consolidate. L'obiettivo non sarebbe quindi semplicemente imparare a "studiare di più", ma arrivare a poter affrontare lo studio senza viverlo automaticamente come una minaccia, un giudizio o una forma di controllo, costruendo un rapporto diverso sia con la possibilità di riuscire sia con quella di poter fallire.
Salve, quello che racconta fa pensare che il suo rapporto con lo studio non sia nato semplicemente all'università, ma abbia radici più lontane. Questo non significa che ogni difficoltà attuale debba essere ricondotta automaticamente a suo padre o alla sua infanzia, ma è plausibile che alcune esperienze abbiano contribuito a costruire nel tempo il modo in cui oggi vive lo studio, l'obbligo e il possibile fallimento. Da bambino, lo studio sembrava essere fortemente associato al controllo, al giudizio e alla paura delle conseguenze. Le interrogazioni a tavola, le domande continue, i rimproveri e le minacce possono aver fatto sì che il rendimento scolastico non venisse vissuto soltanto come un'attività da svolgere, ma come qualcosa attraverso cui sentirsi valutato e sotto pressione. In questo contesto, nascondere i compiti o rimandare può essere stato anche un modo, allora poco consapevole, per sottrarsi momentaneamente a quella pressione. È interessante ciò che racconta rispetto ai 16 anni. Dopo aver acquisito una forma di potere nei confronti di suo padre, il controllo sullo studio è diminuito drasticamente. È possibile che da quel momento il tema dello studio si sia intrecciato anche con qualcosa di più profondo: il bisogno di non sentirsi controllato, obbligato o sottomesso. Per questo oggi, quando percepisce lo studio come un'imposizione, può comparire rapidamente rabbia e il bisogno di sottrarsi. In altre parole, potrebbe essersi instaurato un circuito simile a questo: **“Devo studiare” → “sono sotto pressione” → tensione e rabbia → evitamento o scrolling → sollievo momentaneo → senso di colpa e paura del fallimento → ancora maggiore difficoltà a iniziare.** L'evitamento, quindi, non è necessariamente mancanza di volontà. Nel breve periodo funziona: quando rimanda lo studio e prende il telefono, la tensione diminuisce. Il problema è che quel sollievo dura poco e successivamente aumenta il peso del compito. È così che un comportamento che inizialmente serve a proteggersi dalla pressione può finire per alimentarla. Anche le bocciature possono aver rafforzato ulteriormente questo meccanismo. Dopo diversi fallimenti, aprire un libro può non significare più soltanto “devo studiare”, ma anche “potrei fallire ancora”, “non ce la farò”, “ho già perso molto tempo”. Se un'attività viene associata ripetutamente a stress e insuccesso, è comprensibile che anche il solo pensiero di tornare nella città universitaria possa provocare tensione. Questo, però, non significa che sia condannato a ripetere lo stesso schema. Anzi, il fatto che riesca a riconoscere il collegamento tra obbligo, rabbia ed evitamento è già un elemento importante. Concretamente, lavorerei su due livelli. Il primo riguarda il passato: sarebbe utile comprendere meglio che cosa ha significato per lei essere controllato, giudicato e non sentirsi sufficientemente protetto da quella pressione. Non è necessario stabilire se suo padre “abbia avuto torto” o convincerlo oggi ad ammettere ciò che è accaduto. Se lui nega quelle esperienze, questo non cancella il modo in cui lei le ha vissute. Il lavoro psicologico dovrebbe concentrarsi soprattutto sulle conseguenze che quelle esperienze hanno avuto su di lei. Il secondo livello riguarda il presente. Dovrebbe progressivamente imparare a separare lo studio dal significato di controllo. Oggi nessuno deve interrogarla a tavola, punirla o decidere quanto vale sulla base di un esame. Quando sente “devo studiare”, può provare a trasformarlo in “scelgo di dedicare adesso un tempo limitato a questa attività perché è importante per il mio progetto”. Può sembrare una differenza soltanto linguistica, ma per chi vive l'obbligo come una minaccia al proprio senso di autonomia può essere significativa. Allo stesso tempo, eviterei di pretendere da sé sessioni di studio enormi per recuperare tutto il tempo perso. Dopo una storia di fallimenti ed evitamento, l'obiettivo iniziale non dovrebbe essere dimostrare di poter studiare dieci ore, ma ricostruire gradualmente la fiducia nella propria capacità di iniziare e rimanere sul compito anche quando compare disagio. Potrebbe essere utile anche osservare il momento preciso in cui nasce l'impulso a prendere il telefono. Non si limiti a dirsi “sono pigro”: provi a chiedersi “che cosa sto provando proprio adesso?”. Potrebbe essere ansia, rabbia, paura di non capire, vergogna, noia, senso di impotenza o la sensazione di essere nuovamente sotto controllo. Identificare l'emozione permette di intervenire sul problema reale anziché combattere soltanto il comportamento. Le reazioni aggressive che racconta, invece, meritano particolare attenzione. La rabbia può essere comprensibile, ma non deve diventare un modo per gestire il conflitto in famiglia. Se sente che la tensione sta aumentando fino al punto di perdere il controllo, è importante interrompere la discussione e allontanarsi dalla situazione prima che degeneri. Considerato il numero di bocciature, la forte associazione tra università e sofferenza e il fatto che questo schema sia presente fin dall'infanzia, credo che un percorso psicologico potrebbe essere particolarmente utile. Non soltanto per “imparare a studiare”, ma per comprendere il rapporto tra controllo, autonomia, prestazione, fallimento, rabbia ed evitamento che sembra essersi costruito nel tempo. L'obiettivo non dovrebbe essere diventare una persona che studia senza mai provare ansia o resistenza. Piuttosto, imparare a tollerare quella sensazione senza dover necessariamente fuggire da essa. La libertà non consiste nel non avere obblighi, ma nel poter scegliere come comportarsi anche quando qualcosa ci pesa. Il ritorno nella città universitaria può quindi essere un'occasione per iniziare a costruire un'associazione diversa: non più soltanto “questa città significa stress e fallimento”, ma “questa volta posso affrontare le cose con modalità nuove, un passo alla volta, senza dover ripetere necessariamente la storia precedente”. Le mando un caloroso saluto. Dott. Michele Basigli Psicologo Clinico Perugia
Buonasera. Cerca di concentrarti sull'emozione e sui pensieri quando emergono. Cerca di capire in che direzione vanno. Non rimanere sul superficiale quando cominci a vedere qualcosa, come "evitamento". Capisci cosa si evita, o a che cosa si attacca, a dipendenza di cosa trovi. Cerca di integrare pensieri ed emozioni, vedi dove si muovono. E infine cerca di capire che significato hanno gli elementi che hai per le mani. Magari stai reagendo a qualcosa di completamente separato dallo studio "per sè", ma di cui lo studio è diventato simbolico. Oppure lo studio è collegato a qualcosa che è doloroso per te. Spesso, semplicemente lo studio ci da frustrazione, perchè è un attività difficile, noiosa e che però siamo costretti a dovere affrontare solo con l'uso della nostra mente. E ricordiamo che studiare, leggere, sono cose che impariamo, non ci sono naturali come vedere e parlare, sono veramente difficili. I due problemi poi si possono sommare. Studiare è difficile, crea emozioni spiacevoli, tu reagisci a quelle emozioni con altre emozioni. In più lo studio è collegato a situazioni dolorose, quindi emozioni spiacevoli in più, e reagisci pure a quelle. Con questo carico, l'attenzione si sposta al dolore, evitamento e qualsiasi altra direzione verso cui le emozioni spingano. E studiare sembra diventare impossibile. Sembra un disastro troppo complicato, ma qualche tempo a capire, integrare e rispondere a queste sensazioni, magari con qualche strumento psicologico come supporto, possono risolvere la situazione in grande. Posto che la nostra psicologia continuerà sempre a parlare dietro di noi.
Buongiorno, ha fatto un analisi accurata di come lo studio per lei sia stato associato a momenti negativi e sia stato validante nel rapporto con suo padre, le consiglio di rivolgersi a un professionista così da poter esaminare affondo il suo rapporto con lo studio e poterlo significare nella sua vita presente in modo diverso.
Buongiorno, da ciò che racconta, è plausibile che il rapporto attuale con lo studio sia collegato anche alle esperienze scolastiche e familiari vissute negli anni. Non nel senso che il passato determini automaticamente ciò che accade oggi, ma perché alcune associazioni possono essersi costruite molto presto e poi essersi mantenute nel tempo. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, sembra importante il fatto che già da bambino lo studio non fosse soltanto apprendimento, curiosità o responsabilità personale, ma fosse spesso accompagnato da controllo, interrogazioni, rimproveri e possibili conseguenze negative. In un contesto del genere può accadere che il compito scolastico venga progressivamente associato non soltanto alla prestazione, ma anche alla sensazione di essere controllati. Questo potrebbe aiutare a comprendere perché oggi, quando lo studio viene percepito come un obbligo, compaia facilmente rabbia. Il meccanismo potrebbe essere qualcosa del tipo: “devo studiare” viene vissuto internamente come “qualcuno o qualcosa mi sta imponendo cosa devo fare”. A quel punto rimandare, scrollare o allontanarsi dai libri può produrre un sollievo immediato e restituire per qualche momento una sensazione di libertà. Il problema è che questa libertà dura poco. Dopo l’evitamento arrivano spesso il tempo perso, il senso di colpa, l’avvicinarsi dell’esame e una pressione ancora maggiore. Lo studio diventa quindi sempre più pesante e la volta successiva l’impulso a evitarlo aumenta. È significativo anche il cambiamento avvenuto intorno ai 16 anni. Quando il controllo paterno è diminuito bruscamente, probabilmente è venuta meno una pressione esterna molto forte, ma questo non significa necessariamente che si sia costruita automaticamente una motivazione più autonoma. Potrebbe essere rimasta una difficoltà nel passare da “studio perché devo e perché qualcuno controlla” a “studio perché scelgo di investire in questo obiettivo”. Oggi quindi può trovarsi in una situazione paradossale: nessuno la costringe più come allora, ma una parte di lei reagisce allo studio come se quella costrizione fosse ancora presente. Le bocciature recenti possono aver ulteriormente rafforzato il problema. Dopo aver investito molto tempo e aver ottenuto risultati negativi, il libro può iniziare a rappresentare anche la possibilità di impegnarsi molto senza riuscire. In quel momento non si attiva soltanto la vecchia rabbia verso l’obbligo, ma anche la paura del fallimento. Questo rende comprensibile che la città universitaria stessa abbia iniziato ad assumere un significato negativo. Non è soltanto un luogo fisico: per lei sembra essere diventata il contesto nel quale anticipa studio, fatica, pressione e possibili delusioni. Lavorarci concretamente significa innanzitutto interrompere l’idea che debba aspettare di sentirsi motivato o sereno prima di iniziare. Potrebbe essere più utile ridurre molto la dimensione del compito. Non “devo studiare tutto il pomeriggio”, ma “scelgo di dedicare un tempo definito a questo argomento”. Anche il linguaggio interno conta: passare gradualmente da “devo farlo” a “scelgo di fare questa parte perché è collegata a un obiettivo che considero mio” può sembrare una differenza piccola, ma nel suo caso potrebbe essere particolarmente importante. Un altro passaggio sarebbe tollerare la rabbia senza trasformarla automaticamente in evitamento. Può comparire il pensiero “non ne ho voglia, mi sento costretto” e, contemporaneamente, scegliere comunque di fare una parte limitata del lavoro. In questo modo la mente inizia lentamente a imparare che provare insofferenza non significa necessariamente dover interrompere. Anche lo scrolling merita di essere osservato non soltanto come cattiva abitudine, ma come comportamento che probabilmente svolge una funzione precisa: allontanarla rapidamente dalla tensione. Se lo interpreta soltanto come mancanza di disciplina rischia di aumentare ulteriormente autocritica e frustrazione. È più utile chiedersi: “cosa sto cercando di non sentire in questo momento?”. Potrebbero comparire noia, rabbia, paura di non capire, timore di perdere tempo oppure il pensiero che tanto potrebbe andare male comunque. Inoltre, dopo le bocciature, sarebbe importante evitare di rispondere aumentando indiscriminatamente le ore. Più studio non significa necessariamente studio migliore. Potrebbe essere utile capire se il problema riguarda il metodo, il modo in cui verifica ciò che ha appreso, le aspettative sull’esame oppure la quantità di pressione che accumula prima ancora di iniziare. Le reazioni aggressive in famiglia meritano attenzione, non come motivo per colpevolizzarsi, ma perché indicano che la tensione può raggiungere livelli nei quali diventa difficile regolarla. Sarebbe importante imparare a riconoscere i segnali che precedono l’esplosione e interrompere l’interazione prima di arrivare al punto di perdere il controllo. Mi sembra infine utile non trasformare la storia con suo padre in una spiegazione unica di tutto. Quel contesto può aver contribuito significativamente alla costruzione del suo rapporto con studio, controllo e autonomia, ma oggi il funzionamento è mantenuto anche da ciò che accade nel presente: evitamento, paura del fallimento, pressione sugli esami e abitudini che danno sollievo immediato. Proprio per questo un percorso psicologico, possibilmente ad orientamento cognitivo comportamentale, potrebbe essere particolarmente utile. Non tanto per stabilire semplicemente “da dove viene” il problema, ma per collegare la storia passata ai meccanismi attuali e lavorare concretamente su ciò che succede quando deve studiare, quando compare la rabbia, quando rimanda e quando interpreta un risultato negativo come prova di incapacità. L’obiettivo non sarebbe trasformarla in una persona che ama sempre studiare, ma aiutarla a rendere lo studio qualcosa di più suo e meno simile a una vecchia forma di imposizione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Quello che racconta sembra avere senz'altro radici profonde: lo studio potrebbe essersi associato nel tempo, non tanto al piacere di imparare, quanto a pressione, controllo, paura di fallire e giudizio. E' quindi comprensibile che oggi, davanti allo studio, si attivino tensione ed evitamento. Credo sia importante lavorare proprio sulla comprensione del ciclo pressione-ansia-evitamento-senso di colpa/fallimento-ulteriore pressione/frustrazione e costruire insieme modalità concrete per interromperlo. L'obiettivo è tornare o iniziare a vivere lo studio come una scelta personale, una scelta data dalla consapevolezza di volersi formare per poter arrivare all'autorealizzazione. Un cordiale saluto. Claudia
Salve, il tuo evitamento non è pigrizia, ma un meccanismo di difesa appreso. Fin dall'infanzia, lo studio è stato associato a controllo, pressione e paura del giudizio paterno. Oggi la mente reagisce al dovere percepito come a una minaccia, la rabbia e lo scrollare servono a riprendere un senso di autonomia e a fuggire dal dolore di un possibile fallimento. Per iniziare, separa il tuo valore come persona dai voti e prova a studiare per piccoli blocchi (es. 25 minuti), decidendo tu quando fermarti. Per scardinare questi schemi profondi e gestire l'ansia del rientro, ti consiglio fortemente di intraprendere un percorso psicologico.
Buongiorno, quello che racconta mi sembra molto importante perché fa capire che il problema con lo studio non è iniziato con l’università, ma ha una storia più lunga. Già da bambino aveva iniziato a mettere in atto comportamenti di evitamento e questo potrebbe essere collegato anche al modo in cui, nel tempo, lo studio è stato vissuto all’interno della sua famiglia. Se per molti anni lo studio è stato associato al controllo, alle aspettative, al giudizio, ai rimproveri o alla paura delle conseguenze, è possibile che oggi, quando si trova davanti a un obbligo, si attivi automaticamente una forte reazione di rabbia e di rifiuto. In questo senso, quello che chiama “evitamento” potrebbe avere una funzione: allontanarsi dallo studio, rimandare o rifugiarsi nello scrolling permette momentaneamente di ridurre quella sensazione di pressione. Il problema è che poi arrivano il senso di colpa, l’ansia per ciò che non è stato fatto e la paura di fallire, alimentando ancora di più il bisogno di evitare. Anche il fatto che oggi la città universitaria sia associata immediatamente a stress, studio e fallimenti è comprensibile. Dopo tutte le esperienze che ha vissuto, è possibile che quel contesto sia diventato per lei un vero e proprio richiamo a quelle emozioni, ancora prima di essere concretamente tornato a studiare. Credo quindi che sarebbe riduttivo lavorare soltanto sulla gestione del tempo o sulla motivazione. Certamente ci saranno anche aspetti pratici da affrontare, ma sarebbe importante capire cosa succede dentro di lei nel momento in cui percepisce lo studio come un obbligo o una forma di controllo. Quanto di quella rabbia appartiene alla situazione attuale e quanto può essere collegato a qualcosa che ha sperimentato per molti anni? Anche le reazioni aggressive che racconta meritano di essere comprese, soprattutto per cercare di riconoscere cosa accade prima che la tensione arrivi a quel livello. Penso che un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo senso: non semplicemente a “costringersi” a studiare, ma a comprendere il meccanismo che si è costruito nel tempo e a sviluppare un rapporto diverso con lo studio, con il fallimento e con le aspettative. L’obiettivo sarebbe arrivare gradualmente a sentire che studiare è una sua scelta e una sua responsabilità, non qualcosa attraverso cui viene ancora giudicato o controllato. Il fatto che oggi riesca a mettere in relazione il suo comportamento attuale con la sua storia è già un passaggio importante. Non significa che tutto dipenda dal passato, ma può essere il punto di partenza per smettere di vivere questo problema come un semplice difetto di volontà e iniziare a comprenderlo e modificarlo.
Buonasera, Il messaggio che porta mi sembra molto interessante perché permette di iniziare a distinguere l’evitamento dello studio dalla semplice mancanza di motivazione o di disciplina. Quello che descrive sembra infatti avere una storia più lunga e inserirsi all’interno di un’esperienza in cui lo studio è stato progressivamente associato a controllo, pressione, giudizio e alla necessità di dimostrare qualcosa. Il fatto che questo schema fosse già presente alle elementari e alle medie ci invita a guardare non soltanto a ciò che accade oggi, ma a come, nel tempo, si sia costruito il suo rapporto con lo studio e con le aspettative familiari. Mi sembra particolarmente significativo il collegamento che lei stesso fa tra la percezione dello studio come obbligo o controllo e la comparsa della rabbia e dell’evitamento. Potremmo quindi chiederci se, in alcune situazioni, ciò che oggi viene vissuto come “devo studiare” finisca per riattivare una posizione relazionale già conosciuta, ovvero quella di qualcuno che controlla, pretende e valuta, mentre lei si trova nella posizione di chi deve dimostrare di essere all’altezza. In questa prospettiva, rimandare, evitare o rifugiarsi nello scrolling potrebbero non essere semplicemente comportamenti che ostacolano lo studio, ma anche modalità attraverso cui lei cerca, nel momento in cui si sente nuovamente sotto pressione, di sottrarsi a quella posizione. Anche il cambiamento avvenuto intorno ai 16 anni merita particolare attenzione. Mi sembra importante capire che cosa abbia rappresentato per lei il passaggio da un padre molto controllante a un padre che improvvisamente smette di esercitare quel controllo e che oggi, addirittura, sembra negare quella modalità relazionale. Potrebbe, con un professionista, esplorare che cosa è cambiato dentro di lei in quel momento, quale significato ha avuto il fatto di poter finalmente sottrarsi al controllo paterno e se, paradossalmente, oggi ogni esperienza di richiesta o di obbligo possa essere vissuta come una minaccia alla sua autonomia. Allo stesso tempo, non vorrei ridurre ciò che sta accadendo oggi esclusivamente al passato. Il suo recente percorso universitario, le bocciature, il molto studio investito senza ottenere il risultato sperato e le reazioni aggressive che descrive rappresentano esperienze attuali che possono avere rafforzato ulteriormente questo circuito. Potrebbe quindi cercare di comprendere come si alimentano reciprocamente aspettative, paura del fallimento, pressione, rabbia ed evitamento, in cui più aumenta la pressione, più aumenta il bisogno di sottrarsi; più ci si sottrae, più aumenta probabilmente il senso di colpa e di fallimento, e questo può riportare nuovamente alla pressione. Anche la città universitaria mi sembra un elemento importante da approfondire, perché lei dice di associarla ormai immediatamente a stress, studio e fallimenti. Potrebbe osservare che cosa accade dentro di lei già al solo pensiero di tornarci e quali immagini, aspettative o sensazioni vengono attivate. Mi interesserebbe soprattutto capire se quella città rappresenti oggi soltanto il luogo in cui studia oppure se sia diventata, simbolicamente, il luogo in cui sente di dover dimostrare qualcosa a se stesso e agli altri. A mio avviso quindi, il lavoro potrebbe muoversi su due piani contemporaneamente, ovvero da una parte comprendere come si è costruito nel tempo questo rapporto tra studio, controllo, autonomia e fallimento; dall’altra individuare concretamente ciò che oggi accade nei momenti in cui dovrebbe mettersi a studiare, così da poter interrompere gradualmente il circuito automatico tra pressione, rabbia ed evitamento. L’obiettivo non sarebbe semplicemente “farla studiare di più”, ma aiutarla a costruire un rapporto con lo studio che non sia più necessariamente organizzato attorno alla contrapposizione tra qualcuno che impone e qualcuno che deve sottrarsi. Spero di esserle stato d’aiuto e la auguro una buona serata.
Ciao, grazie per aver condiviso la tua storia! Credo che le tue esperienze infantili con lo studio possano aver inciso nel modo in cui lo vedi adesso. Studiare ed andare bene a scuola è stato in passato il mezzo con cui cercavi magari di ricevere gratificazione in famiglia, dunque oggi potresti trascinarti ancora una visione negativa dello studio. Potresti provare a parlarne con uno psicologo per riuscire a capire meglio la situazione e trovare degli strumenti per arginarla. Mi sento inoltre di dirti che non passare un esame è umano ed assolutamente normale, può capitare... magari serve da spinta per comprendere se c'è qualcosa da risolvere. Io resto a tua disposizione, Dott.ssa Maryviol De Bernardi
Quello che racconta sembra toccare diversi aspetti della sua esperienza con lo studio, la pressione e l’evitamento. Uno spazio di colloquio potrebbe aiutarla a dare un senso a questi vissuti e a capire meglio cosa accade oggi. Se desidera possiamo fissare un primo colloquio conoscitivo. Dott.ssa Elena Sofia Papanikolaou
Salve, il collegamento che descrive è plausibile e può essere letto non tanto come “mancanza di volontà”, quanto come un’associazione appresa tra studio, controllo, giudizio e minaccia di fallimento. Se per molti anni lo studio è stato vissuto soprattutto attraverso la pressione paterna, è possibile che oggi l’obbligo riattivi una risposta di opposizione: “se devo farlo perché qualcuno me lo impone, mi sottraggo”. L’evitamento e lo scrolling possono quindi diventare un modo immediato per allontanarsi da quella tensione, anche se nel lungo periodo alimentano senso di colpa e fallimento. Sarebbe interessante lavorare su due livelli: da una parte comprendere la storia di questo meccanismo e il significato relazionale che ha assunto; dall’altra imparare gradualmente a distinguere lo studio scelto da quello vissuto come imposizione, costruendo modalità di lavoro che non siano fondate sulla paura. Anche il ritorno nella città universitaria merita attenzione: potrebbe essere diventato uno stimolo associato non semplicemente allo studio, ma a tutto il vissuto di pressione e insuccesso. Esplorare queste associazioni con un professionista potrebbe aiutarla a interrompere questo circuito senza trasformare ulteriormente lo studio in una battaglia contro se stesso. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Buongiorno, il collegamento che fa tra la sua storia familiare e l'attuale rapporto con lo studio è certamente qualcosa che merita di essere approfondito. Dal suo racconto, infatti, l'evitamento non nasce con l'università, ma sembra accompagnarla da molto tempo. Quando per anni lo studio viene associato a controllo, giudizio, rimprovero o alla paura delle conseguenze, può accadere che perda progressivamente il significato di attività personale e venga vissuto soprattutto come qualcosa imposto dall'esterno. In questo senso, rimandare o sottrarsi allo studio potrebbe essere diventato nel tempo anche un modo per recuperare una sensazione di libertà e autonomia. Oggi il controllo esterno di suo padre è diminuito, ma potrebbe essere rimasta l'associazione interna tra “devo studiare” e “qualcuno mi sta imponendo qualcosa”, con conseguenti rabbia ed evitamento. A questo si aggiungono le esperienze universitarie più recenti; studiare molto e poi essere bocciato ripetutamente può aver rafforzato ulteriormente l'associazione tra studio, frustrazione e fallimento. Anche la città universitaria sembra essere diventata un richiamo a queste esperienze, tanto da generare tensione ancora prima di tornarci. Per questo non lavorerei soltanto sulla procrastinazione attraverso tecniche di organizzazione dello studio. Sarebbe importante comprendere anche che cosa si attiva emotivamente quando sente di dover studiare e distinguere progressivamente le richieste e le pressioni del passato dagli obiettivi che oggi sceglie per sé. Considerata la durata di queste difficoltà e il fatto che recentemente siano comparse anche reazioni aggressive in famiglia, le consiglierei un percorso psicologico che possa lavorare sia sulla storia di queste dinamiche sia su strategie concrete per affrontare evitamento, rabbia e senso di fallimento. Un caro saluto
Buongiorno, sicuramente lo studiare non è stata un'esperienza semplice nella sua vita. Il controllo e la tensione di cui parla ritornano oggi nella sua vita adulta. Ne parlerei con un professionista per disinnescare questa dinamica e permetterle di vivere più serenamente l'esperienza universitaria.
Carissimo, quello che racconti fa pensare a una difficoltà con lo studio che non nasce semplicemente da una mancanza di volontà o di disciplina, ma che potrebbe essersi sviluppata nel tempo anche in relazione al modo in cui hai vissuto la scuola e le aspettative familiari. Quando lo studio viene associato per molti anni a controllo, pressione, paura del giudizio e fallimento, è possibile che nel tempo diventi una fonte di tensione dalla quale si tende spontaneamente a prendere distanza. Anche l’evitamento e il rimandare possono quindi avere la funzione di ridurre momentaneamente questa tensione, pur finendo poi per alimentare sensi di colpa, ansia e frustrazione. Il fatto che oggi tu reagisca con rabbia quando percepisci lo studio come un obbligo o una forma di controllo merita sicuramente di essere approfondito, così come il legame che sembra essersi creato tra la città universitaria, lo studio e le esperienze di fallimento. Non significa necessariamente che tutto dipenda dal passato, ma queste esperienze potrebbero aver contribuito a creare il modo in cui oggi vivi lo studio. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti a comprendere meglio questi meccanismi e, soprattutto, a lavorare concretamente sull’evitamento, sulla gestione della frustrazione e della rabbia e sul rapporto con le aspettative, così da poter recuperare gradualmente un modo più sereno e autonomo di affrontare lo studio.
Buongiorno, grazie per aver raccontato con tanta attenzione la sua esperienza. Il fatto che le difficoltà con lo studio siano presenti fin dalle prime esperienze scolastiche e che oggi l’idea dello studio possa riattivare vissuti di pressione, controllo e fallimento sono aspetti importanti da approfondire. In un percorso psicologico potrebbe essere utile comprendere meglio come si è costruito nel tempo il suo rapporto con lo studio e con le richieste esterne, e cosa accade dentro di lei quando percepisce un compito come un obbligo o una forma di controllo. Anche l’evitamento e il ricorso allo scrolling possono essere esplorati non soltanto come “mancanza di volontà”, ma come modalità che nel tempo possono essersi sviluppate per gestire emozioni e situazioni vissute come particolarmente pressanti. Sarà inoltre importante lavorare concretamente sulle modalità con cui affronta oggi lo studio e sulle reazioni emotive che lo accompagnano, tenendo insieme la sua storia personale e le difficoltà attuali. Se desidera, possiamo approfondire questi aspetti durante un primo colloquio e valutare insieme come impostare un percorso. Sarei felice di accompagnarla in questo percorso. Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto “Messaggio” sul mio profilo. Resto a disposizione per consulenze in presenza e online. Un caro saluto, Dott.ssa Natacha Charlotte Dudit
Gentile utente, La storia che descrive illustra in modo molto chiaro come la modalità con cui ci approcciamo allo studio o al dovere nell'età adulta possa essere profondamente influenzata dalle prime esperienze scolastiche e familiari. Quando l'apprendimento viene associato nell'infanzia a un clima di forte controllo, iper-pressione o timore della sanzione, lo studio rischia di perdere la sua valenza di scoperta personale per trasformarsi in un terreno di scontro. In questi casi, condotte come il rimandare, il distrarsi o l'evitamento reattivo non sono sintomo di "pigrizia", ma rappresentano vere e proprie strategie di difesa che la mente mette in atto per proteggersi da sensazioni di ansia, giudizio e inadeguatezza. Con il passare del tempo, di fronte a un percepito "obbligo", può emergere una forte componente di rabbia e di rifiuto, rendendo l'evitamento l'unico modo per riaffermare la propria autonomia, anche a costo di generare forte frustrazione e blocchi operativi. L'ansia legata al rientro nella città universitaria e la reattività di questo periodo indicano che la situazione sta generando una sofferenza importante che merita di essere ascoltata. Per affrontare concretamente questa dinamica e ridefinire il suo rapporto con lo studio, la strada più efficace potrebbe essere quella di intraprendere un percorso psicologico. Resto a disposizione
Gentilissima, grazie per aver ricostruito con così tanta attenzione la storia del suo rapporto con lo studio. Gli elementi che porta sono molto utili perché permettono di guardare all’evitamento non semplicemente come a una difficoltà di organizzazione o di volontà, ma come a una modalità che sembra avere una storia e una funzione. È possibile che le esperienze vissute negli anni in ambito familiare e scolastico abbiano contribuito a rendere lo studio associato non soltanto all’apprendimento, ma anche a controllo, giudizio, aspettative e paura di non essere all’altezza. In quest’ottica, il fatto che ancora oggi la percezione di un “obbligo” possa suscitare rabbia o un forte impulso a sottrarsi merita di essere esplorato con attenzione. Non significa però stabilire a priori che il suo evitamento dipenda esclusivamente da ciò che è accaduto in passato: sarà importante comprendere insieme quali situazioni lo attivano oggi, quali pensieri ed emozioni lo precedono e quale funzione abbia il comportamento di evitamento. Un aspetto che potrebbe essere particolarmente interessante è proprio la sequenza che descrive: percepire pressione o dovere, provare tensione o rabbia, rimandare o rifugiarsi nello scrolling, sperimentare nell’immediato una sorta di sollievo e successivamente ritrovarsi con maggiore senso di colpa, preoccupazione e paura del fallimento. Se questo meccanismo si è consolidato nel tempo, è comprensibile che possa essere difficile interromperlo semplicemente imponendosi di “studiare di più”. Anche ciò che racconta rispetto alle bocciature e alle reazioni avute questa estate sembra aver aumentato il carico emotivo associato allo studio. La città universitaria stessa sembra essere diventata uno stimolo capace di riattivare anticipatamente queste sensazioni, prima ancora di trovarsi concretamente davanti ai libri. Sarà quindi importante lavorare non soltanto sulle modalità pratiche di organizzazione dello studio, ma anche sul significato che nel tempo lo studio, il rendimento e il fallimento hanno assunto per lei. Potremmo partire proprio dalla ricostruzione di questo meccanismo, cercando di capire cosa accade nei momenti immediatamente precedenti all’evitamento e distinguendo ciò che appartiene alle esperienze passate da ciò che oggi mantiene il problema. Parallelamente, potremo individuare modalità molto concrete per avvicinarsi allo studio in maniera progressiva, riducendo il più possibile la logica del tutto-o-niente e lavorando sulla possibilità di percepire lo studio come una scelta e non esclusivamente come un’imposizione. Credo inoltre sia importante dare spazio alle reazioni aggressive che riferisce, comprendendo in quali circostanze si verificano e che cosa accade emotivamente prima che compaiano. Anche questo può offrirci informazioni preziose sul modo in cui vive attualmente pressione, frustrazione e senso di impotenza. Il fatto che lei stia cercando di comprendere il funzionamento del problema, e non soltanto di eliminarne il sintomo, è già un punto di partenza significativo. Un caro saluto, Dott.ssa Grandi Chiara
Buongiorno, quello che racconta fa pensare che il rapporto con lo studio non sia legato soltanto all'università, ma abbia radici più lontane. È interessante anche il modo in cui oggi la percezione di obbligo o controllo sembra attivare rabbia e portarla a evitare o rimandare. Non è detto che ci sia un'unica causa, ma le esperienze vissute nel contesto familiare e scolastico possono aver contribuito nel tempo al modo in cui oggi affronta lo studio. L'evitamento, però, spesso dà sollievo nell'immediato e finisce per alimentare ancora di più ansia, rabbia e senso di fallimento. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio questo meccanismo, distinguere ciò che appartiene al passato da ciò che accade oggi e costruire modalità più funzionali per affrontare lo studio, senza viverlo continuamente come una fonte di pressione. Dott.ssa Noemi Anguilano
Quello che descrive può essere collegato alle esperienze scolastiche e familiari passate. Se per anni lo studio è stato associato a controllo, pressione, paura di sbagliare, rimprovero o perdita di libertà, è comprensibile che oggi, davanti ai libri, non si attivi solo “devo studiare”, ma anche rabbia, rifiuto, tensione e bisogno di scappare. L’evitamento, in questo senso, può diventare una forma di protezione: sul momento riduce il disagio, ma poi aumenta colpa, ansia e senso di fallimento. Il recente periodo di studio intenso seguito da più bocciature può aver riattivato proprio questo circuito, rendendo ancora più faticoso tornare nella città universitaria. Iniziare un supporto psicologico online o in presenza sarebbe molto indicato per lavorare concretamente su questi collegamenti, sulla gestione della rabbia, sul senso di costrizione e sulla costruzione di un metodo di studio sostenibile. Non si tratta solo di “organizzarsi meglio”, ma di modificare il significato emotivo che lo studio ha assunto nella sua storia. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli
Le difficoltà che descrive non nascono dall’università, ma da un rapporto con lo studio segnato fin da piccolo da controllo, pressione e paura di sbagliare. Quando per anni lo studio è stato associato a giudizio, minacce o mancanza di protezione, è comprensibile che oggi ogni situazione che “somiglia” a quell’obbligo riattivi rabbia, evitamento, rimandi o comportamenti compulsivi. Il fatto che la tensione aumenti dopo bocciature o in luoghi legati allo studio indica che il suo sistema emotivo sta reagendo a vecchi schemi familiari, non solo ai compiti universitari. Lavorare su questo significa riconoscere come quelle esperienze abbiano modellato il modo in cui vive oggi la performance, il fallimento e il controllo, e costruire modalità più sane per avvicinarsi allo studio senza ricadere in automatismi del passato. Un percorso psicologico può aiutarla a comprendere questi collegamenti e a sviluppare strategie concrete per ridurre l’evitamento e ritrovare un rapporto più libero e sostenibile con lo studio.
Buonasera, capisco che lo studio stia diventando un peso emotivo da sostenere. Comprendo le difficoltà familiari e che possano aver inciso nel generare una certa pressione alla performance scolastica. In questo momento sarebbe importante poter riconoscere se oltre alla pressione familiare, possano esserci motivazioni più personali che l'hanno fatta scegliere di continuare a studiare. In questi casi, individuare che importanza ha per noi quello che scegliamo di fare e perchè lo abbiamo scelto, può aiutare a ribilanciare che non lo si fa solo per dovere, ma ci sono degli aspetti di piacere/gratificazione su cui è stata basata la propria scelta.
Gentile Utente, la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza con grande chiarezza e trasparenza. Le questioni che descrive riguardano vissuti personali e dinamiche complesse che, per la loro natura, non possono essere analizzate o valutate in un contesto informale o a distanza. La valutazione di specifiche modalità di risposta (come l'evitamento o la procrastinazione) e dei contesti in cui si manifestano, richiede infatti un'adeguata fase diagnostica e un setting professionale strutturato. In senso generale e psicoeducativo, la letteratura scientifica riporta che situazioni percepite come fortemente pressanti o valutative possono talvolta associarsi a risposte di ansia e a meccanismi di protezione o difesa. Tuttavia, la comprensione delle specifiche ragioni sottostanti e il significato che esse assumono nella storia di una singola persona possono emergere solo all'interno di un percorso individuale. Qualora desiderasse approfondire questi aspetti, definire i suoi vissuti ed elaborare strategie funzionali per la gestione dei contesti di prova, la invito a valutare l'opportunità di intraprendere un percorso di consulenza con un professionista e a contattarmi serenamente. Resto a sua disposizione, un caro saluto, Dott.ssa Letizia Turchetto
Sì, è plausibile che il tuo evitamento dello studio sia collegato anche a come lo hai vissuto per anni: non solo come apprendimento, ma come controllo, giudizio e possibile conflitto. Quando oggi lo studio torna a essere percepito come “devo farlo”, può riattivarsi quella stessa risposta di rabbia, opposizione o fuga. In più, dopo bocciature ripetute può essersi creato un secondo meccanismo: studio → paura di fallire → tensione → evitamento → senso di colpa → ancora più difficoltà a studiare. Lo scrolling, in questo senso, può funzionare come sollievo immediato più che come semplice pigrizia. Lavorerei concretamente su tre aspetti: recuperare autonomia (“scelgo io quando e come studiare”), ripartire con obiettivi molto piccoli e sostenibili invece di lunghe sessioni punitive, e imparare a riconoscere la rabbia prima che esploda, interrompendo la situazione quando senti che stai superando il limite. Anche il ritorno nella città universitaria potrebbe essere affrontato gradualmente, creando lì attività e luoghi che non abbiano nulla a che fare con lo studio, così che non rimanga associata soltanto a stress e fallimento. Considerata la storia e il fatto che recentemente siano comparse anche reazioni aggressive, penso che un percorso psicologico possa esserti davvero utile: non tanto per “farti studiare”, quanto per separare lo studio dal vissuto di controllo e minaccia che sembra essergli rimasto attaccato.
Salve, il collegamento che descrive è plausibile. Se per molti anni lo studio è stato associato a controllo, pressione, giudizio e perdita di autonomia, oggi anche un semplice “devo studiare” può riattivare rabbia, tensione e paura di fallire. Evitare o scrollare riduce momentaneamente queste emozioni, ma nel tempo aumenta senso di colpa, arretrati e pressione, mantenendo il problema. Le recenti bocciature possono aver rafforzato ulteriormente questa associazione. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a ricostruire la storia del problema e a osservare concretamente il ciclo tra situazioni, pensieri, emozioni e comportamenti. Il lavoro non riguarderebbe soltanto l’organizzazione dello studio, ma anche il recupero di una motivazione più autonoma, la gestione della rabbia e un avvicinamento graduale alle attività e ai luoghi che oggi associa al fallimento. Considerata l’intensità attuale e le reazioni aggressive riferite, le suggerisco di richiedere un colloquio prima del rientro nella città universitaria, così da costruire anche un piano concreto per affrontare questa fase.
Ciao. è possibile che il tuo evitamento abbia radici proprio nelle esperienze vissute in famiglia. Se per anni lo studio è stato associato a controllo, pressione, giudizio e paura di deludere, oggi il semplice dover studiare può riattivare rabbia e tensione, portandola a cercare sollievo attraverso la procrastinazione o lo scrolling. Più che combattere l’evitamento con la forza di volontà, potrebbe essere utile comprenderne il significato e imparare gradualmente a vivere lo studio come una scelta personale, non come un’imposizione. Spero che tu possa far pace con lo studio e con quella parte di te che ancora oggi sembra voler scappare dalla pressione
Gentile utente, il modo per comprendere ciò che lei si domanda, a mio parere, è quello di iniziare un percorso di sostegno psicologico. In tale contesto, potrà trovare le risposte che cerca. Se fosse interessato, mi rendo disponibile. -Dott.ssa Valeria Gini
Buongiorno, da quello che descrive la sua relazione conflittuale con lo studio potrebbe, come lei ha indicato, essere correlata con le dinamiche familiari che risultano essere in quest'ambito controllanti e molto richiestive. Sicuramente i suoi primi approcci alla didattica non sono stati accompagnati da rinforzi positivi e ciò potrebbe tradursi ancora oggi nelle difficoltà che riscontra. Le consiglio di provare con un percorso psicologico in cui trovare uno spazio per affrontare le sue necessità e per cercare di riavere un rapporto equilibrato con lo studio.
Quello che racconta mi sembra molto interessante proprio perché mostra che il problema dello studio non nasce oggi e soprattutto non sembra coincidere semplicemente con una difficoltà universitaria. Il fatto che già alle elementari arrivasse a nascondere i compiti e alle medie a rimandare può far pensare che, nel tempo, lo studio sia diventato associato non soltanto all'apprendimento, ma anche a qualcosa di emotivamente molto più pesante: il controllo, la valutazione, la paura di sbagliare, il giudizio e la pressione familiare. Quando un bambino vive a lungo l'esperienza dello studio sotto una forte sorveglianza, può accadere che un'attività che in sé dovrebbe essere abbastanza neutra venga progressivamente caricata di significati. Non è più semplicemente “devo studiare perché ho un esame”, ma può diventare inconsapevolmente “devo dimostrare qualcosa”, “devo evitare di essere rimproverato”, “devo essere all'altezza”, “qualcuno controllerà se ce la faccio”. E quando oggi lei percepisce lo studio come un obbligo o come una forma di controllo, potrebbe riattivarsi qualcosa di quella vecchia esperienza. Questo potrebbe anche aiutare a comprendere perché la reazione non sia soltanto ansia o paura, ma anche rabbia. A volte l'evitamento non nasce dal fatto che una persona non desideri raggiungere un determinato obiettivo. Può nascere, paradossalmente, proprio dal fatto che quell'obiettivo è diventato troppo carico di pressione. Evitare, rimandare, scrollare, allontanarsi dal compito possono diventare nel breve periodo una forma di sollievo: per qualche minuto non c'è più l'obbligo, non c'è più la sensazione di essere sotto esame, non c'è più qualcuno che potrebbe giudicare la prestazione. Il problema è che quel sollievo dura poco e successivamente arrivano il senso di colpa, l'arretrato, la paura dell'esame e una pressione ancora maggiore. E così il ciclo si alimenta. C'è poi un elemento che personalmente non trascurerei: il cambiamento avvenuto a sedici anni nel rapporto con suo padre. Da quello che racconta, sembra che in quel periodo il potere nella relazione si sia modificato bruscamente: prima lei era sottoposto a un controllo molto forte, successivamente quel controllo si è quasi completamente ritirato. Oggi suo padre tende addirittura a negare ciò che è accaduto. Al di là di chi abbia ragione nella ricostruzione dei fatti, potrebbe essere importante capire che cosa quella storia ha lasciato dentro di lei. Che cosa significa oggi, per lei, sentirsi dire implicitamente o esplicitamente che cosa dovrebbe fare? Quanto dello studio appartiene davvero a un suo desiderio e quanto viene ancora vissuto come qualcosa che qualcuno le impone? Anche la rabbia merita di essere ascoltata, senza però giustificare le reazioni aggressive. Potrebbe esserci una parte di lei che, davanti all'ennesima situazione vissuta come pressione, reagisce come se dovesse finalmente difendersi da qualcuno che vuole controllarla. Ma oggi la situazione potrebbe essere diversa: non necessariamente c'è suo padre davanti a lei, eppure il significato emotivo attribuito allo studio potrebbe essere rimasto molto simile. In questo senso sarebbe interessante capire se, quando si siede a studiare, lei sta affrontando soltanto un libro oppure anche tutto ciò che quel libro rappresenta. E forse è proprio qui che lavorerei concretamente in un percorso psicologico. Non partirei semplicemente dalla domanda “come faccio a smettere di procrastinare?”, perché rischierebbe di trasformarsi nell'ennesimo imperativo al quale lei dovrebbe obbedire. Cercherei invece di comprendere il meccanismo completo: che cosa accade nei minuti precedenti all'evitamento, quale pensiero compare, quale emozione sente nel corpo, quale tipo di pressione percepisce, che cosa prova quando decide di rimandare e soprattutto che cosa succede immediatamente dopo. Perché l'evitamento continua a esistere proprio perché, almeno nell'immediato, svolge una funzione: la protegge da qualcosa. E c'è una domanda che trovo particolarmente importante nel suo caso: se domani nessuno potesse giudicare il suo rendimento, nessuno potesse rimproverarla e nessuno potesse controllare quanto ha studiato, che rapporto avrebbe con lo studio? Lo vivrebbe ancora come qualcosa da combattere oppure riuscirebbe a riconoscerlo maggiormente come una scelta personale, legata ai suoi obiettivi? Anche il ritorno nella città universitaria meriterebbe attenzione. È comprensibile che un luogo possa diventare associato, attraverso molte esperienze ripetute, a stress, fallimenti e frustrazione. Ma questo non significa che quella città debba necessariamente rimanere per sempre “il luogo dei miei fallimenti”. Le associazioni emotive possono modificarsi. Il punto è capire come costruire esperienze nuove senza pretendere da sé, fin dal primo giorno, di cancellare tutto ciò che è successo prima. Quindi sì, è assolutamente possibile che il suo modo attuale di evitare lo studio abbia una relazione con la storia che racconta. Ma non sarebbe corretto concludere automaticamente che sia tutto spiegato da suo padre o dalla pressione familiare. Potrebbero esserci anche altri fattori, comprese le esperienze universitarie recenti, il significato che attribuisce alla prestazione, il timore del fallimento e il modo in cui oggi reagisce alla frustrazione. La cosa interessante, però, è che lei non sembra avere soltanto un problema di “voglia di studiare”: sembra esserci una storia molto più lunga sul rapporto tra prestazione, controllo, autonomia e valore personale. Ed è proprio questa storia che varrebbe la pena comprendere, perché lavorare soltanto sulla procrastinazione rischierebbe di occuparsi del sintomo lasciando intatto il conflitto che lo mantiene. Se sente che questo meccanismo si ripete da anni e che da solo ormai le è difficile interromperlo, credo che potrebbe essere molto utile affrontarlo in un percorso psicologico. Non per stabilire chi abbia avuto torto o ragione nella sua famiglia, ma per arrivare finalmente a distinguere una cosa fondamentale: ciò che oggi sceglie di fare perché lo desidera davvero da ciò che continua a vivere come un obbligo contro cui deve ribellarsi.
Gentile Utente, la ringrazio per la profondità e la trasparenza con cui racconta la sua storia. Leggendo le sue parole si avverte chiaramente quanto questo peso la accompagni da lontano: non siamo di fronte a una semplice "mancanza di forza di volontà" o a un problema di gestione del tempo, ma a un modo preciso e strutturato con cui la sua persona ha imparato a proteggersi in un ambiente percepito come pressante. Per rispondere direttamente al suo dubbio: sì, il modo in cui oggi si accosta ai libri è profondamente intrecciato con le sue esperienze passate. Fin da bambino, per lei lo studio non è stato soltanto un momento di apprendimento, ma un terreno di controllo, esame e potenziale giudizio. In quel contesto, nascondere i compiti o rimandare non era un banale errore, ma l'unico spazio d'azione libero che un ragazzo aveva a disposizione per proteggere la propria autonomia e dire un "no" implicito a una pressione soffocante. Oggi, ogni volta che avverte lo studio come un dovere imposto o come un banco di prova, dentro di lei si riattiva quasi in automatico quella stessa risposta. Il blocco, la rabbia improvvisa, l'impulso a scrollare lo schermo o a rinviare non sono difetti da eliminare con la forza, ma segnali vitali: è la sua parte più profonda che sta gridando il rifiuto di sentirsi di nuovo sotto controllo o sotto minaccia di fallimento. Anche la tensione fisica e l'ansia che prova al solo pensiero di tornare nella sua città universitaria mostrano come il corpo custodisca la memoria di questo stress. La scrivania e la città stessa sono diventate il palcoscenico in cui si riattiva l'equazione tra studio, pressione e perdita di valore personale. Le bocciature di quest'estate hanno riaperto una ferita antica, ed è comprensibile che la frustrazione accumulata sia poi esplosa in casa, dove le dinamiche familiari hanno avuto origine. Sul piano pratico, il lavoro da fare non consiste nel cercare nuovi modi per costringersi a studiare, ma nell'esplorare cosa accade nel suo presente mentre prova a farlo. Quando si siede a studiare e sente l'impulso di scappare, anziché sforzarsi di rimproverarsi, provi a fare una pausa e ad ascoltare cosa succede nel corpo in quel preciso istante: quale tensione compare, quale emozione sale e chi sente davvero presente accanto a sé in quella stanza. Spesso ci accorgiamo che al tavolo non siamo da soli con i libri, ma stiamo ancora interagendo con le aspettative e le pressioni del passato. Oggi lei non è più quel bambino indifeso di allora: ha già dimostrato a sedici anni di saper stabilire dei confini e di potersi smarcare da quel controllo. Il passaggio fondamentale ora è riscoprire se l'università sia una scelta che appartiene davvero a lei e ai suoi desideri, o se stia ancora lottando contro un fantasma di obbligo. Un percorso di supporto psicologico le permetterebbe proprio di fare questo: separare ciò che è stato da ciò che è oggi, dare un senso trasformativo a quella rabbia e restituirle la libertà di studiare per sé e non per difesa. Le auguro di cuore un buon rientro e un percorso sereno.
Buongiorno, la storia che racconta suggerisce che il suo rapporto con lo studio non sia nato all'università e che, già da bambino, studiare non rappresentasse soltanto imparare o svolgere un compito, ma fosse inserito in un'esperienza più ampia fatta di controllo, aspettative, giudizio e conseguenze temute. Non possiamo stabilire attraverso una domanda online un rapporto diretto di causa ed effetto tra ciò che ha vissuto in famiglia e le difficoltà attuali. È però significativo che lei stesso riconosca una continuità: quando oggi lo studio assume nuovamente il significato di qualcosa che “deve” fare, soprattutto se percepisce pressione o controllo, emergono rabbia, evitamento e bisogno di allontanarsene. In questa prospettiva, procrastinare o rifugiarsi nello scrolling potrebbe non essere semplicemente mancanza di volontà. L'evitamento può anche svolgere una funzione: allontanarla temporaneamente da tensione, paura del fallimento, frustrazione o dalla sensazione di essere nuovamente sottoposto a qualcosa che non sente pienamente scelto. Il problema è che il sollievo immediato dell'evitamento lascia poi più studio da affrontare, più pressione e spesso maggiore senso di fallimento, alimentando il ciclo. Mi sembra importante anche ciò che è accaduto questa estate. Aver investito molto nello studio ed essere stato bocciato ripetutamente può avere ulteriormente associato lo studio alla frustrazione e all'impotenza. Anche la città universitaria sembra aver acquisito per lei un significato: non è soltanto un luogo, ma anticipa già mentalmente studio, stress e fallimenti. Lavorarci concretamente potrebbe significare innanzitutto separare gradualmente lo studio dal vecchio significato di controllo e recuperarlo come attività che appartiene a lei e alle scelte che sta facendo oggi. Può essere utile osservare quando nasce l'impulso a evitare: cosa è successo immediatamente prima, quale pensiero compare, cosa sente nel corpo e da che cosa lo scrolling o il rimandare le permettono momentaneamente di allontanarsi. Parallelamente, obiettivi di studio piccoli e definiti possono aiutarla a sperimentare una modalità meno legata al “devo recuperare tutto” e maggiormente fondata su ciò che decide di fare in quel momento. Considerata però la lunga storia che descrive e soprattutto le reazioni aggressive che riferisce, credo che questo sia un tema che meriti uno spazio psicologico nel quale poter lavorare non soltanto sull'organizzazione dello studio, ma sul significato che nel tempo hanno assunto per lei prestazione, controllo, fallimento e autonomia. L'obiettivo non sarebbe costringerla a studiare di più, ma permetterle progressivamente di capire come tornare a scegliere lo studio senza doverlo vivere ogni volta come qualcosa contro cui difendersi. Un caro saluto, Dott.ssa Cinzia Scirè Psicologa e Mediatrice Familiare
Questo è un ottimo punto di partenza per un percorso psicologico! Troverai sicuramente un professionista che possa accompagnarti in questo! Così potresti vedere live cosa succede a ridosso degli esami, nel momento dello studio, del ritorno in città! L'associazione l'hai già fatta, e mi pare tula veda chiaramente! In un percorso piano piano lavoreresti sul disinnescarla!
Gentile, grazie per aver raccontato con tanta chiarezza la sua esperienza: da ciò che descrive, il suo evitamento non sembra affatto un problema di “scarsa volontà” o pigrizia, ma potrebbe essere una modalità che nel tempo ha avuto la funzione di proteggerla da vissuti di pressione, giudizio e paura di non essere all’altezza. Quando lo studio è stato associato fin da piccolo a controllo, rimproveri o minacce, è comprensibile che oggi tutto ciò che viene percepito come obbligo possa attivare rabbia, tensione e il bisogno di sottrarsi. Rimandare o rifugiarsi nello scrolling può portare un sollievo immediato, ma tende poi ad aumentare l’ansia, il senso di colpa e il peso del compito, rinforzando il circolo dell’evitamento. Anche la bocciatura e le ripetute esperienze di fatica possono aver reso ancora più doloroso il rapporto con lo studio e con la città in cui studia: non è soltanto “tornare a studiare”, ma riavvicinarsi a un contesto che oggi porta con sé ricordi di stress e fallimento. Le reazioni di rabbia in famiglia meritano quindi di essere ascoltate e comprese, non giudicate, cercando al tempo stesso modalità più sicure per esprimerle. Può essere utile iniziare con piccoli obiettivi concreti e realistici, evitando di porsi subito l’aspettativa di “recuperare tutto”: ad esempio, scegliere un’attività di studio breve e ben definita, lavorarci per un tempo limitato e programmare una pausa, osservando quali pensieri ed emozioni compaiono prima di iniziare e quando nasce l’impulso a evitare. Anche preparare gradualmente il ritorno nella città, riprendendo routine, contatti, spazi e attività non legate solo allo studio, può aiutare a separarla, poco alla volta, dall’idea di fallimento. Affrontare ciò che si evita per gradi, partendo dai passi più sostenibili, è in genere più efficace che forzarsi bruscamente o attendere di sentirsi completamente pronti. Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio protetto per collegare con maggiore precisione le esperienze familiari passate alle difficoltà attuali, elaborare la rabbia e costruire un rapporto più autonomo e meno punitivo con lo studio. Sarebbe utile anche valutare insieme come gestire l’ansia legata al rientro e le reazioni aggressive, così da prevenire che la tensione diventi troppo intensa. Chiedere aiuto in questo momento non significa confermare un fallimento: può essere un modo concreto per interrompere un meccanismo che la accompagna da tempo e ritrovare maggiore libertà nelle sue scelte.
Gentile utente, il collegamento che ipotizza è plausibile: quando per molti anni lo studio è stato associato a controllo, giudizio, minacce e paura di fallire, può diventare nel tempo qualcosa da cui difendersi, più che semplicemente un'attività da svolgere. In quest'ottica, l'evitamento può avere avuto inizialmente una funzione protettiva: sottrarsi a una sensazione di pressione e perdita di autonomia. Questo non significa, però, che il suo comportamento attuale sia determinato inevitabilmente dal passato. È significativo anche ciò che racconta della città universitaria: luoghi, esami e situazioni possono diventare associati alle esperienze di fallimento e quindi riattivare tensione ancora prima di ricominciare. Nel lavoro psicologico potrebbe essere utile non concentrarsi soltanto sul “come studiare di più”, ma comprendere cosa accade immediatamente prima dell'evitamento: quali pensieri compaiono, quali emozioni e sensazioni corporee, e quale significato assume per lei l'idea di essere obbligato a studiare. Parallelamente, può essere importante costruire modalità di studio che restituiscano un senso di scelta e autonomia, procedendo per obiettivi piccoli e sostenibili, anziché attraverso cicli di forte pressione e successivo blocco. Considerata anche l'intensità delle reazioni aggressive che descrive, le suggerirei di affrontare questi aspetti con un professionista in un percorso individuale: comprendere la storia è importante, ma altrettanto importante è trasformare concretamente il modo in cui oggi affronta pressione, fallimento e autonomia. Un caro saluto.
Buongiorno, mi sembra opportuno suggerirle un percorso di terapia in quanto leggendo la sua domanda, c’è un nesso tra studio, famiglia e ambiente. La terapia potrebbe essere anche utile, non solo per esplorare questi collegamenti e come si intrecciano a vicenda, ma per riorganizzare e riordinare le emozioni legati a questi intrecci. L’evitamento si può, a mio parere, vedere come la punta dell’iceberg, al di sotto ci sono poi molte emozioni, più o meno manifeste come rabbia e ansia, ma anche risorse e meccanismi che le hanno permesso di trovare un suo equilibrio nelle pressioni che ha provato. Lavorare sulle risorse dandogli spazio e ascolto può permettere di gestire e con il tempo risolvere i tensioni che ora sente. Rimango a disposizione per ulteriori chiarimenti e se interessato possiamo prendere appuntamento per un colloquio conoscitivo.
Buongiorno, per poterlo fare è necessario però intraprendere un percorso che possa ripercorrere la sua storia di vita e far emergere questi collegamenti, che verranno co-costruiti all’interno della terapia
Buongiorno, la sua domanda riguarda un comportamento di evitamento, iniziato alle elementari e continuato fino ad oggi. Tutti i comportamenti vengono utilizzati nel tempo in quanto hanno dei vantaggi, ci hanno aiutato in passato e continuano a farlo anche nel presente, ma quando diventano l'unico modo che abbiamo per muoverci nel mondo, allora questo può comportare degli svantaggi, come ad esempio quelli da lei riportati. In quest'ottica, sarebbe interessante indagare meglio la sua storia di vita, in modo da comprendere in modo più specifico se e in che modo l'evitamento possa essere legato alle esperienze scolastiche e familiari passate, come premessa per stabilire gli obiettivi e gli interventi più adeguati, volti ad esempio ad imparare nuove strategie comportamentali. Sono disponibile ad essere contattata, ricevo a Milano e online. Dott.ssa Ilaria De Mola.
Da quello che racconti, il rapporto difficile con lo studio non nasce con l’università. Già da piccolo tendevi a rimandare e a nascondere i compiti, mentre vivevi la scuola in un clima di forte pressione e controllo familiare. Non è detto quindi che tutto dipenda da tuo padre, ma è possibile che nel tempo si sia creato un collegamento tra **studio, obbligo e controllo**. Oggi, quando senti che “devi” studiare, sembra comparire rabbia e il modo più immediato per allontanarti da quella sensazione è evitare, rimandare o rifugiarti nello scrolling. Nell'immediato stai meglio perché la pressione diminuisce, ma proprio questo sollievo rischia di rendere l'evitamento sempre più forte. Dopo le bocciature e la fatica di questi anni, anche la città universitaria può essere diventata per te qualcosa che richiama automaticamente stress, studio e paura di fallire. Per questo è comprensibile che già l'idea di tornarci ti provochi tensione. Può essere utile comprendere il legame con le esperienze passate, ma senza rimanere troppo concentrato sul “perché sono diventato così”. La domanda più utile potrebbe essere: “Quando sento che devo studiare, che cosa sto cercando di evitare davvero: la fatica, la paura di fallire, la sensazione di essere controllato o la rabbia che provo quando qualcosa mi viene imposto?” Capire questo può aiutarti a individuare meglio il meccanismo che oggi mantiene il problema. Sono disponibile per un colloquio online, saluti.
"Non è un problema nato con l'università." L'ha scritto lei, ed è la parte più importante del messaggio. Le interrogazioni a tavola, i rimproveri, le cose tolte. Lo studio è diventato molto presto il posto dove qualcuno controllava. Oggi suo padre non controlla più, e quel posto è rimasto uguale. Appena studiare somiglia a un obbligo, arriva la rabbia. Quindi l'evitamento è la stessa risposta di allora, che continua ad arrivare adesso che davanti non c'è più nessuno. La domanda allora è una: quando rimanda, a chi sta dicendo di no? Su questo un percorso psicologico lavora bene, perché il punto non è organizzare meglio le ore. È che studiare e obbedire si sono sovrapposti presto, e vanno separati. Quello che viene prima di tutto questo non si legge da fuori. Serve sedersi e guardarlo insieme. Se vuole parlarne, sul mio profilo trova un primo colloquio conoscitivo di 20 minuti, gratuito, che si prenota direttamente in agenda. Ricevo online. Dott.ssa Alessia Cipriano, psicologa clinica
Gentile Utente, nel suo racconto emerge un elemento importante: l'evitamento dello studio non nasce con l'università. Già da bambino nascondeva i compiti e rimandava, all'interno di un contesto nel quale lo studio sembra essere stato fortemente associato al **controllo, al giudizio e alla possibilità di essere rimproverato o privato di qualcosa**. È possibile quindi che, nel tempo, studiare abbia smesso di rappresentare soltanto l'apprendimento e sia diventato anche il luogo di un conflitto: *“devo farlo perché qualcuno lo pretende da me”*. In questa prospettiva, evitare può aver rappresentato, almeno inizialmente, un modo per sottrarsi al controllo e recuperare uno spazio personale. È significativo anche ciò che accadde a 16 anni: quando cambiò il rapporto di forza con suo padre, diminuì improvvisamente anche il controllo sullo studio. Sarebbe interessante comprendere quanto, nella sua esperienza, **autonomia e opposizione siano diventate strettamente collegate**: per sentirmi libero devo sottrarmi a ciò che qualcuno si aspetta da me? Oggi suo padre non deve necessariamente essere presente perché quel conflitto si riattivi. Può bastare un esame, una scadenza o persino una sua aspettativa verso se stesso affinché lo studio venga nuovamente percepito come imposizione. La rabbia e l'evitamento potrebbero allora essere risposte antiche a una situazione presente. Le ripetute bocciature, dopo aver investito molto nello studio, possono aver aggiunto un ulteriore livello: **studio = fatica, frustrazione, fallimento**. Scrollare o rimandare offre un sollievo immediato, ma finisce per rendere ancora più minaccioso il momento in cui dovrà tornare sui libri. Per questo lavorerei su due livelli. Certamente è utile ricostruire gradualmente un'esperienza dello studio più sostenibile, con obiettivi circoscritti, tempi realistici e pause realmente scelte. Ma credo sia altrettanto importante comprendere la rabbia: **contro chi o contro che cosa si sta ribellando oggi quando non riesce a studiare?** Anche il ritorno nella città universitaria sembra ormai carico di significati che vanno oltre il luogo stesso: stress, aspettative, bocciature, paura di ricominciare. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a separare progressivamente il presente dalla sua storia, affinché studiare possa diventare sempre più una scelta legata al suo progetto di vita e sempre meno un terreno sul quale continuare, inconsapevolmente, una vecchia battaglia. Un cordiale saluto, Marica Romano Psicologa
ansia, stress, fallimento e procrastinazione sono tutti collegati, prova a parlarne con qualche professionista e cercare di trovare una soluzione.
Buongiorno, sono la Dott.ssa Morena, psicologa. Da quello che racconta, il suo rapporto con lo studio sembra avere una storia molto più lunga dell’università. Se per anni lo studio è stato associato a controllo, pressione, rimproveri e alla paura di deludere, è possibile che oggi alcune situazioni legate allo studio riattivino proprio quelle sensazioni: “devo farlo”, “mi stanno controllando”, “devo dimostrare qualcosa”. E in questo senso l’evitamento può diventare un modo, nell’immediato, per sottrarsi a quella pressione, anche se poi finisce per alimentare senso di colpa e frustrazione. Anche la rabbia che descrive merita di essere ascoltata: potrebbe esserci qualcosa di più profondo del semplice “non ho voglia di studiare”. Per lavorarci concretamente, credo sarebbe importante non concentrarsi soltanto sulla gestione del tempo o sulla forza di volontà, ma comprendere cosa accade dentro di lei nel momento in cui lo studio viene percepito come un obbligo o come una possibile valutazione. Se sente che questo meccanismo le sta impedendo di vivere serenamente anche il percorso universitario, può scrivermi. Possiamo provare a comprenderlo insieme e trovare un modo diverso di affrontarlo, senza continuare a combattere soltanto contro l’evitamento.
Gentile utente, dal suo racconto emerge con grande chiarezza come lo studio non sia mai stato solo una questione di apprendimento, ma un vero e proprio terreno di scontro e definizione del suo valore personale. Quando fin dall'infanzia il rendimento scolastico viene associato a un'iper-vigilanza genitoriale, l'atto dello studiare smette di appartenere all'individuo, e diventa un obbligo subito per evitare la disapprovazione o il conflitto. Per rispondere direttamente alla sua domanda: sì, il suo attuale evitamento è profondamente legato alle sue esperienze passate. In particolare, è possibile che oggi il suo sistema emotivo reagisca come se stesse riattivando la pressione di un tempo; l'evitamento, il rinvio e lo scrolling compulsivo non sono pigrizia, ma strategie di difesa involontarie per proteggersi da una sensazione di costrizione. Una percorso scolastico\universitario non è mai scevro da vissuti ed eventi quotidiani: intendo dire che non è possibile, per quanto lo si desideri o si tenti, scindere il momento dello studio dalle dinamiche contestuali... se la mente non è serena per x motivi, come potrebbe essere in grado di affrontare un carico di lavoro mentale per il quale bisogna attivare numerose risorse cognitive? Per spezzare questo circolo vizioso, un percorso psicologico le permetterebbe di lavorare su più livelli: innanzitutto separando il passato dal presente, cioè distinguendo il bambino che doveva subire il controllo paterno dall'adulto di oggi che sceglie autonomamente di portare avanti il proprio percorso universitario, riconoscendolo come un progetto proprio, non una prova con cui dimostrare il proprio valore. Un professionista la aiuterebbe inoltre a decostruire il legame tra prestazione scolastica e valore personale, rielaborare la rabbia e il senso di mancata protezione, sviluppare strategie concrete di gestione dello stress e pianificazione dello studio, disinnescando i meccanismi di evitamento. Le auguro il meglio per il suo percorso.
L'evitamento consiste nella tendenza a rimandare o ad allontanarsi da situazioni che provocano ansia o disagio. È una strategia che nell'immediato regala un senso di sollievo, ma che sul lungo periodo finisce per rinforzare il blocco, aumentando la fatica nel riprendere in mano lo studio. L'idea che vi sia un legame tra questo meccanismo e le sue esperienze passate, sia familiari che scolastiche, è una possibilità condivisibile; tuttavia, solo all'interno di un percorso terapeutico è possibile comprendere quanto e in che modo queste vissuti abbiano inciso. In quest'ottica, la terapia cognitivo-comportamentale permette di analizzare come tali schemi condizionano le sue scelte nel presente. L'obiettivo è quello di acquisire strategie concrete per imparare a gestire la pressione e riavvicinarsi allo studio un passo alla volta.
E' importante che in questi momenti di difficoltà riesca ad affidarsi a un terapeuta che sappia realmente aiutarla a conoscere e gestire i propri vissuti emotivi in merito. A presto, Dott. Salvatore Di Costanzo
Salve, da ciò che racconta è plausibile che il suo attuale rapporto con lo studio sia stato influenzato anche dalle esperienze scolastiche e familiari vissute nel tempo. Quando per molti anni lo studio viene associato a controllo, pressione, rimprovero o paura delle conseguenze, può accadere che, anche in età adulta, situazioni simili riattivino automaticamente tensione, rabbia e bisogno di sottrarsi. In questo senso, rimandare, evitare o rifugiarsi nello scrolling possono diventare modalità per allontanarsi temporaneamente da emozioni spiacevoli come ansia, frustrazione, senso di fallimento o percezione di essere nuovamente sotto controllo. Il problema è che, sebbene diano un sollievo immediato, nel tempo tendono a mantenere il circolo dell’evitamento e ad aumentare ulteriormente il peso attribuito allo studio. Naturalmente non è possibile ricostruire con certezza l’origine del problema attraverso poche righe, ma il fatto che queste difficoltà siano presenti fin dall’infanzia suggerisce che possa essere utile esplorare non soltanto il “come studiare meglio”, ma anche il significato che lo studio, la prestazione e il controllo hanno assunto per lei nel tempo. Concretamente, può essere utile imparare a riconoscere i momenti in cui si attiva il bisogno di evitare, osservando quali pensieri ed emozioni lo precedono, e provare a trasformare lo studio in obiettivi piccoli e realistici. Può essere altrettanto importante allenarsi a riconoscere non soltanto le esperienze di fallimento, ma anche quelle in cui è riuscito a portare avanti un compito, superare una difficoltà o raggiungere un risultato. Questo aiuta a costruire un’immagine di sé meno centrata esclusivamente sull’insuccesso. Anche programmare sessioni brevi e sostenibili, con pause definite e riducendo le occasioni di scrolling automatico, può essere un primo passo utile. Considerata però la storia che descrive e il fatto che recentemente siano comparse anche reazioni aggressive in famiglia, penso che sarebbe particolarmente utile affrontare questi aspetti in un percorso psicologico. Non tanto per “forzarsi” a studiare, quanto per comprendere e modificare il legame tra studio, controllo, rabbia, paura del fallimento ed evitamento. Un saluto.
Gent.mo, da quello che descrive, possono esserci radici che precedono l’università. Se per molti anni lo studio è stato associato a controllo, pressione, giudizio e paura di deludere, ad oggi si può comprensibilmente attivare rabbia, tensione e un forte desiderio di evitarlo. L’evitamento e la procrastinazione, in questo senso, non indicano necessariamente mancanza di motivazione ma possono essere diventati una modalità per sottrarsi ad una sensazione di pressione già nota da tempo. Anche lo scrolling può funzionare temporaneamente in questo modo, offrendo una via immediata per allontanarsi da ciò che percepisce come obbligo o minaccia. Sarebbe interessante lavorare non solo sulle abitudini di studio attuali, ma anche sul significato che lo studio ha assunto nella sua storia e su come le esperienze familiari possano ancora influenzare il suo rapporto con prestazione, controllo e fallimento. Da lì si può poi lavorare concretamente sull’evitamento, senza trasformare anche questo percorso in un’ulteriore fonte di pressione. Cordialmente, AM
Gentile], La ringrazio per la straordinaria lucidità, precisione e profondità con cui ha ricostruito la storia del suo rapporto con lo studio. La sua capacità di collegare ciò che prova oggi alle esperienze vissute fin dalle elementari dimostra una consapevolezza emotiva rara, che rappresenta la base più solida da cui ripartire per la sua guarigione. Le confermo con assoluta certezza clinica che il suo evitamento attuale, la procrastinazione e la rabbia non sono affatto segnali di "pigrizia" o mancanza di volontà, ma la diretta conseguenza del trauma di controllo e pressione vissuto nella sua storia familiare. Proviamo ad analizzare insieme la mappa di ciò che è accaduto e accade nel suo sistema nervoso: 1. Perché lo studio scatena l'evitamento e la rabbia? Per la maggior parte delle persone lo studio è un mezzo per apprendere o raggiungere un obiettivo professionale. Nella sua storia, invece, lo studio è stato trasformato fin dall'infanzia in un terreno di controllo, giudizio e sottomissione: Le "interrogazioni a tavola" e la minaccia: Quando da bambini la prestazione scolastica diventa la condizione per essere accettati o non puniti dal padre, il cervello associa lo studio a una situazione di minaccia costante e perdita di libertà. Il cortocircuito dell'Obbligo: Oggi, ogni volta che si mette al tavolo da disegno o sui libri, il suo cervello inconscio non vede l'università, ma rivede l'ombra del controllo paterno. La mente reagisce con la rabbia e con l'evitamento attivo (il doomscrolling, il rinvio): è il suo sistema difensivo che le dice "Non farti controllare, ribellati". 2. La svolta dei 16 anni: Dal ruolo di "vittima" a quello di "carceriere" L'episodio accaduto a 16 anni, in cui ha utilizzato una vulnerabilità di suo padre per fermare il suo controllo, è stato un momento spartiacque cruciale: Lei ha trovato un modo per difendersi e ribaltare il potere, costringendo suo padre a fare un passo indietro; Tuttavia, il fatto che suo padre oggi neghi il passato e che il rapporto si sia congelato ha lasciato la ferita originaria senza una vera riparazione. Il suo sistema nervoso ha imparato che per non essere schiacciato deve attaccare o fuggire. 3. Il crollo dell'estate e la paura del rientro nella città universitaria La bocciatura dopo aver studiato molto è stata devastante perché ha infranto l'illusione che "sforzandosi di più" le cose avrebbero funzionato. Quando una persona con la sua storia si impegna al massimo e viene bocciata, la mente interpreta il risultato come una conferma di incapacità, scatenando un senso di impotenza e la rabbia esplosiva verso la famiglia. Ora, l'idea di rientrare nella città universitaria attiva una vera e propria reazione di ansia anticipatoria da trigger ambientale: quella città è diventata nell'immaginario il "luogo del fallimento e della solitudine", esattamente come la tavola di casa sua era il "luogo delle interrogazioni". Come lavorare concretamente su questo blocco? Per spezzare questo circolo vizioso occorre riappropriarsi dello studio, trasformandolo da "dovere subito" a "scelta autonoma": 1. Ridefinire il significato dello studio ("Lo faccio per me, non per lui"): Ogni volta che sente salire la rabbia e la sensazione di obbligo, si fermi e ricordi a se stesso: "Mio padre non è qui. Questa laurea non serve a compiacere o sconfiggere lui, ma a costruire la MIO futuro e la MIA indipendenza." 2. Lavorare a "Micro-Dosi" senza la logica del "Tutto o Niente": Smetta di porsi obiettivi di studio titanici che attivano l'allarme del cervello. Utilizzi la regola dei 20-30 minuti di studio focalizzato, seguiti da una pausa reale e consapevole senza schermi. Dimostrare al corpo che può "entrare ed uscire" dallo studio senza soffocare riduce la spinta all'evitamento. 3. Bonificare l'ambiente universitario al rientro: Quando tornerà nella città di studio, non si chiuda in casa a studiare da solo. Prepari un piano che includa momenti di socialità, sport o spazi neutri (es. biblioteche pubbliche diverse dal solito), per insegnare al suo cervello che quella città non è una prigione, ma la sua vita autonoma. 4. Gestire lo scroll compulsivo con confini fisici: Lo scroll è il tentativo del cervello di anestetizzare la rabbia e l'ansia. Metta il telefono in un'altra stanza durante le sessioni di studio per evitare che diventi la via di fuga automatica. L'importanza di un percorso di psicoterapia individuale La sua consapevolezza è uno strumento potentissimo, ma elaborare il peso di un controllo genitoriale così profondo e il ribaltamento di ruoli dell'adolescenza richiede una guida specialistica. Un percorso di psicoterapia individuale (particolarmente indicato con approcci come la Terapia Cognitivo-Comportamentale, la Schema Therapy o l'EMDR) le permetterebbe di: Desensibilizzare i ricordi traumatici legati alla pressione paterna e alle punizioni; Liberare lo studio dal peso della rivalsa o della sottomissione familiare; Ritrovare la motivazione autentica, la serenità e la gioia di completare il suo percorso universitario per se stesso. Lei non è il suo fallimento universitario né la rigidità di suo padre: è un giovane uomo pronto a riprendere in mano la propria vita. Un cordiale saluto, Dott.ssa Antonella Guiducci
Da quello che racconta, lo studio potrebbe essere diventato nel tempo non solo un compito, ma un simbolo di controllo, pressione e paura di fallire. L’evitamento potrebbe essere un modo per sottrarsi a queste sensazioni, anche se poi alimenta frustrazione e senso di colpa. Per lavorarci, potrebbe essere utile distinguere ciò che oggi sceglie per sé da ciò che sente ancora come un’imposizione, affrontando queste esperienze con un professionista. Quando prova a mettersi a studiare, cosa la blocca di più: la paura di fallire ancora, la rabbia di sentirsi obbligato o la sensazione di non essere mai abbastanza? Da lì si può iniziare a costruire un rapporto con lo studio meno legato al passato e più vicino ai suoi obiettivi attuali.
Buongiorno, ti ringrazio per aver condiviso con così tanta lucidità e coraggio una storia così complessa. In base alla mia esperienza di docente da 30 anni, in cui ho accompagnato centinaia di studenti e adulti nei loro blocchi e nelle loro fatiche, posso dirti che quello che descrivi non ha nulla a che fare con la pigrizia, ma affonda le radici in un vissuto emotivo antico. Quando lo studio diventa il territorio di battaglia in cui si gioca il controllo e l'approvazione genitoriale, la mente non lo vive più come un'opportunità, ma come una minaccia. Le interrogazioni a tavola e il controllo asfissiante di tuo padre hanno trasformato l'apprendimento in una zona di pericolo, spingendoti fin da piccolo a nascondere i compiti o a rimandare per difendere la tua autonomia. Oggi, ogni volta che ti siedi sui libri o pensi di tornare nella città in cui studi, il tuo sistema nervoso riattiva la memoria di quella pressione antica. La rabbia che provi è una sana reazione di difesa contro un controllo che avverti come abusante, e l'evitamento, compreso lo scrolling compulsivo, è il tentativo di anestetizzare l'ansia. Per sbloccare questa situazione non serve sgridarsi, ma serve un lavoro profondo: separare il presente dal passato ricordando che lo studio oggi appartiene solo a te, disinnescare l'equazione per cui studiare significa sottomettersi, e ridefinire i tuoi spazi di vita e di studio in modo autonomo. Se desideri fare ordine in tutto questo e costruire un metodo per riappropriarti dei tuoi spazi e del tuo futuro, ti aspetto volentieri nel mio studio per iniziare questo percorso insieme. Un abbraccio, Dott.ssa Longobardi Santina
Buongiorno, da ciò che racconta è possibile che l’evitamento dello studio sia collegato alle esperienze familiari e scolastiche vissute. Quando lo studio viene associato per anni a pressione, controllo e paura del fallimento, può diventare una fonte di ansia, rabbia e rifiuto. L’evitamento può quindi rappresentare una modalità di difesa dal disagio emotivo. Sarebbe utile approfondire questi vissuti in un percorso psicologico, lavorando sulla gestione delle emozioni, sulle convinzioni legate al fallimento e sulla costruzione di un rapporto più autonomo e sereno con lo studio, attraverso piccoli obiettivi graduali.
Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.














