Vorrei capire meglio il mio rapporto con lo studio e con l’evitamento, perché non è un problema nato
Vorrei capire meglio il mio rapporto con lo studio e con l’evitamento, perché non è un problema nato con l’università. Già alle elementari nascondevo i compiti e alle medie tendevo a rimandare molto. Ho sempre vissuto la scuola con forte pressione familiare: mio padre controllava molto il rendimento, con interrogazioni a tavola, domande continue su ciò che avevo fatto a scuola, rimproveri e minacce di togliermi cose a cui tenevo. Mia madre era presente, ma non la percepivo come capace di proteggermi davvero da questa pressione. A 16 anni il rapporto con mio padre cambiò bruscamente dopo che scoprii alcune cose sensibili che lo riguardavano e le usai per mettergli pressione. Da allora smise quasi completamente di controllarmi sullo studio e oggi tende anche a negare di avermi trattato male in passato. Ora, quando percepisco lo studio come obbligo o controllo, mi viene facilmente rabbia e tendo a evitare, rimandare o scrollare compulsivamente. Questa estate, dopo aver studiato molto ed essere stato bocciato più volte, la situazione è peggiorata molto e ho avuto anche reazioni aggressive in famiglia. Tra poco dovrò tornare nella città in cui studio e già l’idea mi provoca tensione, perché la associo a stress, studio e fallimenti. Vorrei capire quanto questo evitamento possa essere collegato alle esperienze scolastiche e familiari passate e come lavorarci concretamente.
2 risposte
Quello che descrive può avere una relazione con le esperienze passate, soprattutto se per molti anni lo studio è stato associato a controllo, giudizio, paura di deludere o perdita di autonomia. In questi casi l’evitamento non è necessariamente “mancanza di volontà”, può diventare una risposta automatica a qualcosa che viene ancora vissuto come imposizione o minaccia. Le recenti bocciature possono aver rinforzato ulteriormente questa associazione, facendo diventare studio, università e fallimento parti dello stesso circuito di tensione. Un possibile lavoro psicologico potrebbe partire proprio da qui, comprendere cosa si attiva emotivamente prima dell’evitamento, distinguere il proprio desiderio dalle aspettative esterne e ricostruire gradualmente un rapporto con lo studio più autonomo e meno carico di minaccia. Anche la rabbia che descrive merita attenzione, soprattutto quando diventa difficile da regolare.
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Caro utente, da quello che racconta, sembra che il suo rapporto con lo studio abbia una storia che va ben oltre la semplice procrastinazione. Se per molti anni lo studio è stato legato a controllo, pressione, giudizio e paura di non essere all’altezza, è possibile che ancora oggi, quando lo vive come un obbligo, si attivi una forte spinta a sottrarsi. La rabbia potrebbe essere anche un modo per prendere distanza da quella sensazione di essere nuovamente controllato. Allo stesso tempo, negli anni può essersi costruito un meccanismo che oggi si alimenta da solo: la paura di fallire rende lo studio difficile da affrontare, rimandare permette di stare momentaneamente meglio, ma poi arrivano senso di colpa, maggiore pressione e una paura ancora più forte di non farcela. Anche il fatto che la città universitaria sia ormai associata a stress e fallimenti è qualcosa che meriterebbe di essere esplorato. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a tenere insieme questi due aspetti: comprendere da dove nasce questo modo di vivere lo studio e, allo stesso tempo, trovare modalità concrete per uscire dal circolo dell’evitamento. Anche la rabbia e le reazioni aggressive che descrive possono essere comprese, senza giudicarle, per capire cosa stanno cercando di comunicare e trovare modi diversi per gestirle. Un caro saluto Dott.ssa Abbagnano
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