Salve sono un uomo di 47 anni e sin da quando avevo 8 anni pratico l'autoerotismo, no se è una conda
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Salve sono un uomo di 47 anni e sin da quando avevo 8 anni pratico l'autoerotismo, no se è una condanna un benessere, non riesco a controllare la mia eccitazione erotica oramai è troppo forte.
Ultimamente manifesto anche sensi di colpa forse x perdite famigliari, religiose,ho provato diverse volte ma non ho resistito oltre una settimana, mi sento molto in disagio con me stesso mi chiedo perché lo faccio senza un controllo, ho anche ereditato una ipertrofia benigna prostatica con cura che sto facendo ovviamente non ho fastidi a riguardo però temo che questo non controllo possa peggiorare le cose anche alla prostata.
Grazie
Ultimamente manifesto anche sensi di colpa forse x perdite famigliari, religiose,ho provato diverse volte ma non ho resistito oltre una settimana, mi sento molto in disagio con me stesso mi chiedo perché lo faccio senza un controllo, ho anche ereditato una ipertrofia benigna prostatica con cura che sto facendo ovviamente non ho fastidi a riguardo però temo che questo non controllo possa peggiorare le cose anche alla prostata.
Grazie
Buon pomeriggio,
inizio col ringraziarla per la fiducia nel porre questa domanda. Cercherò di spiegarle brevemente. L’autoerotismo appartiene alla vita sessuale di molte persone e non definisce il valore di chi lo vive. Ciò che emerge dalle sue parole è soprattutto una fatica interiore, accompagnata da sensi di colpa e da un giudizio severo verso se stesso. Quando educazione, valori familiari o riferimenti culturali entrano in tensione con la dimensione erotica, può nascere un conflitto che fa sentire divisi, più che liberi.
Accogliere la propria sessualità come parte dell’identità personale rappresenta spesso un passaggio importante verso un maggiore equilibrio. Guardarsi con maggiore gentilezza può alleggerire quel senso di disagio che oggi sembra accompagnarla.
Le domande che si pone mettono in evidenza un desiderio autentico di comprendersi meglio. Questa attenzione verso di sé costituisce già una risorsa significativa.
Se sentirà il bisogno di approfondire ciò che sta vivendo, resto a disposizione per un colloquio: uno spazio protetto in cui esplorare questi vissuti con calma, rispetto e senza giudizio.
Un caro saluto
Dott.ssa Daniela Canorro
Psicosessuologa clinica,
Counselor relazionale
inizio col ringraziarla per la fiducia nel porre questa domanda. Cercherò di spiegarle brevemente. L’autoerotismo appartiene alla vita sessuale di molte persone e non definisce il valore di chi lo vive. Ciò che emerge dalle sue parole è soprattutto una fatica interiore, accompagnata da sensi di colpa e da un giudizio severo verso se stesso. Quando educazione, valori familiari o riferimenti culturali entrano in tensione con la dimensione erotica, può nascere un conflitto che fa sentire divisi, più che liberi.
Accogliere la propria sessualità come parte dell’identità personale rappresenta spesso un passaggio importante verso un maggiore equilibrio. Guardarsi con maggiore gentilezza può alleggerire quel senso di disagio che oggi sembra accompagnarla.
Le domande che si pone mettono in evidenza un desiderio autentico di comprendersi meglio. Questa attenzione verso di sé costituisce già una risorsa significativa.
Se sentirà il bisogno di approfondire ciò che sta vivendo, resto a disposizione per un colloquio: uno spazio protetto in cui esplorare questi vissuti con calma, rispetto e senza giudizio.
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Salve,
la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e delicata della sua esperienza.
L’autoerotismo non è di per sé una condanna né una patologia: fa parte dello sviluppo sessuale e, nella maggior parte dei casi, rappresenta una modalità naturale di esplorazione e regolazione del desiderio. Il punto critico, però, non è il fatto in sé, ma il vissuto di perdita di controllo, disagio e senso di colpa che lei descrive.
Da quello che racconta emergono alcuni elementi importanti:
l’eccitazione vissuta come impulsiva e difficile da modulare,
i sensi di colpa, probabilmente rinforzati da fattori religiosi, familiari o da lutti recenti,
il tentativo di “resistere” con esiti frustranti, che spesso aumenta il conflitto interno,
la preoccupazione che questa situazione possa avere conseguenze fisiche, in particolare sulla prostata.
È importante chiarire che non esistono evidenze scientifiche che colleghino l’autoerotismo a un peggioramento dell’ipertrofia prostatica benigna. La terapia che sta seguendo per la prostata va quindi valutata separatamente dal comportamento sessuale, salvo indicazioni specifiche del suo urologo.
Molto spesso, quando il desiderio viene vissuto come “incontrollabile”, non si tratta di un eccesso di sessualità, ma di una difficoltà nella regolazione emotiva: il comportamento può diventare una risposta automatica a tensione, solitudine, dolore, stress o vissuti di perdita. In questi casi il senso di colpa non aiuta a “controllare”, ma tende ad alimentare il circolo di disagio.
Più che parlare di forza di volontà, può essere utile spostare l’attenzione su:
il significato che questo comportamento ha oggi per lei,
il rapporto con il piacere, il controllo e la colpa,
l’impatto emotivo delle perdite che cita e del contesto valoriale in cui è cresciuto.
Per questo motivo, una consulenza sessuologica individuale sarebbe fortemente consigliabile, perché permetterebbe di approfondire la sua storia, distinguere ciò che è fisiologico da ciò che è fonte di sofferenza, e costruire insieme strategie personalizzate per ritrovare un rapporto più sereno con il corpo e la sessualità.
la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e delicata della sua esperienza.
L’autoerotismo non è di per sé una condanna né una patologia: fa parte dello sviluppo sessuale e, nella maggior parte dei casi, rappresenta una modalità naturale di esplorazione e regolazione del desiderio. Il punto critico, però, non è il fatto in sé, ma il vissuto di perdita di controllo, disagio e senso di colpa che lei descrive.
Da quello che racconta emergono alcuni elementi importanti:
l’eccitazione vissuta come impulsiva e difficile da modulare,
i sensi di colpa, probabilmente rinforzati da fattori religiosi, familiari o da lutti recenti,
il tentativo di “resistere” con esiti frustranti, che spesso aumenta il conflitto interno,
la preoccupazione che questa situazione possa avere conseguenze fisiche, in particolare sulla prostata.
È importante chiarire che non esistono evidenze scientifiche che colleghino l’autoerotismo a un peggioramento dell’ipertrofia prostatica benigna. La terapia che sta seguendo per la prostata va quindi valutata separatamente dal comportamento sessuale, salvo indicazioni specifiche del suo urologo.
Molto spesso, quando il desiderio viene vissuto come “incontrollabile”, non si tratta di un eccesso di sessualità, ma di una difficoltà nella regolazione emotiva: il comportamento può diventare una risposta automatica a tensione, solitudine, dolore, stress o vissuti di perdita. In questi casi il senso di colpa non aiuta a “controllare”, ma tende ad alimentare il circolo di disagio.
Più che parlare di forza di volontà, può essere utile spostare l’attenzione su:
il significato che questo comportamento ha oggi per lei,
il rapporto con il piacere, il controllo e la colpa,
l’impatto emotivo delle perdite che cita e del contesto valoriale in cui è cresciuto.
Per questo motivo, una consulenza sessuologica individuale sarebbe fortemente consigliabile, perché permetterebbe di approfondire la sua storia, distinguere ciò che è fisiologico da ciò che è fonte di sofferenza, e costruire insieme strategie personalizzate per ritrovare un rapporto più sereno con il corpo e la sessualità.
Leggendo le sue parole colpisce quanto il tema dell’autoerotismo sia intrecciato, per lei, non solo alla sessualità, ma anche all’identità, alla storia personale e al senso di colpa che oggi sente emergere con forza. Da una prospettiva costruttivista, più che chiederci se l’autoerotismo sia “giusto” o “sbagliato”, può essere utile domandarsi che significato ha assunto nel corso della sua vita.
Lei racconta che la masturbazione è presente fin dall’infanzia: questo invita a riflettere su quale funzione abbia svolto nel tempo. È possibile che sia stata, in alcune fasi, una forma di regolazione emotiva, un modo per calmare tensioni, solitudine, curiosità, o per ristabilire un senso di continuità con se stesso. In quest’ottica, il tema non è tanto il “controllo” dell’eccitazione erotica, ma il modo in cui oggi lei attribuisce significato a questo comportamento.
Il disagio che descrive sembra emergere soprattutto ora, insieme a perdite familiari, vissuti religiosi e pensieri legati alla colpa. Potrebbe essere interessante chiedersi: che cosa è cambiato oggi rispetto al passato? È l’atto in sé ad essere diverso, o è il modo in cui lei lo guarda, lo giudica, lo interpreta? Spesso il conflitto nasce non dal comportamento, ma dalla distanza tra ciò che facciamo e l’immagine che sentiamo di dover avere di noi stessi.
Anche la preoccupazione per la prostata e per l’ipertrofia prostatica benigna sembra inserirsi in questo quadro più ampio. Più che un nesso diretto causa-effetto, potrebbe rappresentare una metafora corporea del timore di perdere il controllo, o della paura che qualcosa “dentro” stia sfuggendo alla sua gestione. Il corpo, in questi casi, diventa un luogo su cui si proiettano conflitti emotivi e morali.
Dal punto di vista psicologico, quando si parla di masturbazione compulsiva o di sessualità vissuta come incontrollabile, può essere utile interrogarsi non tanto su come smettere, ma su che cosa quella condotta sta cercando di mantenere in equilibrio. Che cosa accadrebbe, emotivamente, se quell’atto venisse meno? Quale vuoto, quale tensione, quale silenzio rischierebbe di emergere?
Forse la domanda più importante non è “perché non riesco a controllarmi?”, ma “che relazione ho con me stesso quando mi giudico così duramente?”. Il senso di colpa, soprattutto quando è legato a valori religiosi o morali interiorizzati, può diventare una voce molto severa, che aumenta il disagio psicologico invece di ridurlo.
In un percorso di supporto psicologico, lo spazio non sarebbe quello del giudizio né della normalizzazione forzata, ma dell’esplorazione: dare parole alla sua esperienza, ricostruire il significato personale della sessualità, comprendere come corpo, emozioni e storia di vita dialogano tra loro. Spesso è proprio da questa comprensione che può nascere una forma di cambiamento più autentica e rispettosa di sé.
Lei racconta che la masturbazione è presente fin dall’infanzia: questo invita a riflettere su quale funzione abbia svolto nel tempo. È possibile che sia stata, in alcune fasi, una forma di regolazione emotiva, un modo per calmare tensioni, solitudine, curiosità, o per ristabilire un senso di continuità con se stesso. In quest’ottica, il tema non è tanto il “controllo” dell’eccitazione erotica, ma il modo in cui oggi lei attribuisce significato a questo comportamento.
Il disagio che descrive sembra emergere soprattutto ora, insieme a perdite familiari, vissuti religiosi e pensieri legati alla colpa. Potrebbe essere interessante chiedersi: che cosa è cambiato oggi rispetto al passato? È l’atto in sé ad essere diverso, o è il modo in cui lei lo guarda, lo giudica, lo interpreta? Spesso il conflitto nasce non dal comportamento, ma dalla distanza tra ciò che facciamo e l’immagine che sentiamo di dover avere di noi stessi.
Anche la preoccupazione per la prostata e per l’ipertrofia prostatica benigna sembra inserirsi in questo quadro più ampio. Più che un nesso diretto causa-effetto, potrebbe rappresentare una metafora corporea del timore di perdere il controllo, o della paura che qualcosa “dentro” stia sfuggendo alla sua gestione. Il corpo, in questi casi, diventa un luogo su cui si proiettano conflitti emotivi e morali.
Dal punto di vista psicologico, quando si parla di masturbazione compulsiva o di sessualità vissuta come incontrollabile, può essere utile interrogarsi non tanto su come smettere, ma su che cosa quella condotta sta cercando di mantenere in equilibrio. Che cosa accadrebbe, emotivamente, se quell’atto venisse meno? Quale vuoto, quale tensione, quale silenzio rischierebbe di emergere?
Forse la domanda più importante non è “perché non riesco a controllarmi?”, ma “che relazione ho con me stesso quando mi giudico così duramente?”. Il senso di colpa, soprattutto quando è legato a valori religiosi o morali interiorizzati, può diventare una voce molto severa, che aumenta il disagio psicologico invece di ridurlo.
In un percorso di supporto psicologico, lo spazio non sarebbe quello del giudizio né della normalizzazione forzata, ma dell’esplorazione: dare parole alla sua esperienza, ricostruire il significato personale della sessualità, comprendere come corpo, emozioni e storia di vita dialogano tra loro. Spesso è proprio da questa comprensione che può nascere una forma di cambiamento più autentica e rispettosa di sé.
Salve,
l’autoerotismo è un comportamento molto comune e, di per sé, non è una “condanna” né qualcosa di patologico. Diventa però fonte di sofferenza quando viene vissuto come incontrollabile, accompagnato da sensi di colpa intensi, disagio verso sé stessi o interferisce con il benessere emotivo e relazionale. Da quello che descrive, il punto centrale non sembra tanto il comportamento in sé, quanto il conflitto interno che si è creato nel tempo.
I sensi di colpa che riferisce possono avere radici profonde, legate a fattori educativi, religiosi o a vissuti di perdita e lutto non pienamente elaborati. In questi casi l’autoerotismo può assumere una funzione di regolazione emotiva (per ridurre tensione, solitudine o dolore), rendendo più difficile “controllarlo” solo con la forza di volontà.
Per quanto riguarda la prostata, non ci sono evidenze scientifiche che l’autoerotismo peggiori l’ipertrofia prostatica benigna; anzi, l’attività eiaculatoria non è considerata dannosa sotto questo profilo. Tuttavia, l’ansia e lo stress legati al senso di colpa e al controllo possono influire negativamente sul benessere generale, anche fisico.
Il disagio che prova è un segnale importante da ascoltare: lavorare con uno specialista può aiutarla a comprendere il significato di questi comportamenti, ridurre il senso di colpa e ritrovare un rapporto più sereno con la propria sessualità e con sé stesso. Per questo le consiglio di approfondire la situazione con uno psicologo o psicoterapeuta, meglio se con competenze in ambito sessuologico.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
l’autoerotismo è un comportamento molto comune e, di per sé, non è una “condanna” né qualcosa di patologico. Diventa però fonte di sofferenza quando viene vissuto come incontrollabile, accompagnato da sensi di colpa intensi, disagio verso sé stessi o interferisce con il benessere emotivo e relazionale. Da quello che descrive, il punto centrale non sembra tanto il comportamento in sé, quanto il conflitto interno che si è creato nel tempo.
I sensi di colpa che riferisce possono avere radici profonde, legate a fattori educativi, religiosi o a vissuti di perdita e lutto non pienamente elaborati. In questi casi l’autoerotismo può assumere una funzione di regolazione emotiva (per ridurre tensione, solitudine o dolore), rendendo più difficile “controllarlo” solo con la forza di volontà.
Per quanto riguarda la prostata, non ci sono evidenze scientifiche che l’autoerotismo peggiori l’ipertrofia prostatica benigna; anzi, l’attività eiaculatoria non è considerata dannosa sotto questo profilo. Tuttavia, l’ansia e lo stress legati al senso di colpa e al controllo possono influire negativamente sul benessere generale, anche fisico.
Il disagio che prova è un segnale importante da ascoltare: lavorare con uno specialista può aiutarla a comprendere il significato di questi comportamenti, ridurre il senso di colpa e ritrovare un rapporto più sereno con la propria sessualità e con sé stesso. Per questo le consiglio di approfondire la situazione con uno psicologo o psicoterapeuta, meglio se con competenze in ambito sessuologico.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Guarda praticare autoerotismo è un benessere individuale e personale. Avere sensi di colpa per un ottimo autoerotismo ti fa solo che male, anzi questo vuol dire che ti conosci bene da quando sei piccolo e sai come provare piacere.
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