fluoxetina, sindrome da sospensione o ricaduta, la cura giusta quale é? Sbalzi di temperatura corpor
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fluoxetina, sindrome da sospensione o ricaduta, la cura giusta quale é? Sbalzi di temperatura corporea, caldissimo o freddissimo, emicrania, tristezza, pianti , rimurginamenti, ansia, pensieri affollano la mente, sbalzi d’umore, solitudine, stanchezza, insonnia possono questi sintomi essere una sindrome da sospensione o é una ricaduta alla depressione ? L’ho sospesa da meno di un mese controllata dal medico di base molto gradualmente, prima metà, poi metà a giorni alterni, poi dopo ogni due giorni poi fine. La fluoxetina mi ha dato da subito silenzio nella mente affollata di pensieri e piano piano il mio umore ha iniziato ad essere stabile, tranquillo senza sbalzi, poi mi pare sia diventato piatto, mi pareva di essere molto meno sensibile. Ora che ho smesso, perché dopo 2 anni credevo fosse il momento . Ora non vorrei riprenderla, vorrei solo stare bene e un po di pace
Difficile stabilire se sintomi da sospensione o ricaduta, bisognerebbe conoscere la sua storia clinica tramite visita specialistica. Di solito è uno degli antidepressivi a dare meno sintomi da sospensioni per le sue proprietà farmacocinetiche ma andrebbe conosciuto il caso nello specifico.
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I sintomi che descrive riflettono un disagio profondo e meritano una riflessione attenta. Prima di tutto, è doveroso premettere che le mie considerazioni sono di carattere informativo e generico: la psichiatria si basa sulla conoscenza clinica della persona, della sua storia e del suo contesto, elementi che solo il suo medico curante o uno specialista di riferimento possono valutare correttamente.
Distinguere tra una sindrome da sospensione e una ricaduta (o meglio, una mancata guarigione) è spesso complesso. Tuttavia, il breve lasso di tempo intercorso dalla fine della terapia (meno di un mese) suggerisce che il quadro attuale non sia necessariamente una "nuova" depressione, ma piuttosto la riemersione di un equilibrio non ancora consolidato o una reazione del sistema nervoso all'assenza del farmaco.
Per distinguere la recidiva, o la mancata guarigione, da una sindrome da sospensione, spesso utilizziamo come criterio clinico la storia del disturbo. Se il problema durava da anni o se in passato ci sono stati molti episodi, è statisticamente meno probabile che il disturbo si sia risolto definitivamente in due anni. In questi casi, la ricomparsa dei sintomi indica spesso che la patologia è ancora attiva e che la terapia avrebbe dovuto proseguire. Se si è trattato di un episodio unico e breve, la probabilità che si tratti di una sindrome da sospensione è più alta.
Lei riferisce che la fluoxetina le aveva donato il "silenzio" mentale, ma che poi l'umore era diventato piatto. Questo è un effetto noto: a volte il farmaco protegge così tanto dagli sbalzi da ridurre anche la naturale sensibilità emotiva. Il ritorno prepotente dei pensieri affollati e degli sbalzi termici (sintomi neurovegetativi tipici della sospensione) indica che il suo sistema nervoso sta cercando un nuovo assetto.
Se l'ipotesi è quella della sindrome da sospensione, la strategia clinica suggerisce di resistere, monitorare i sintomi per alcune settimane (sempre sotto controllo medico) e valutare terapie alternative, come un supporto psicoterapico mirato, che possa aiutarla a gestire l'ansia e il rimuginio senza l'ausilio chimico, lavorando sulle cause profonde della vulnerabilità.
Tuttavia, se i sintomi dovessero diventare invalidanti, non deve essere vissuto come un fallimento il fatto di dover rimodulare la terapia farmacologica. A volte è necessario un tempo più lungo o una modalità di "uscita" ancora più lenta per permettere al cervello di stabilizzarsi.
Il mio consiglio è di consultare uno specialista psichiatra per una valutazione più approfondita, che vada oltre l'approccio del medico di base, per capire se sia il momento di "tenere duro" con supporti non farmacologici o se la sua biologia necessiti ancora di un supporto biochimico.
Distinguere tra una sindrome da sospensione e una ricaduta (o meglio, una mancata guarigione) è spesso complesso. Tuttavia, il breve lasso di tempo intercorso dalla fine della terapia (meno di un mese) suggerisce che il quadro attuale non sia necessariamente una "nuova" depressione, ma piuttosto la riemersione di un equilibrio non ancora consolidato o una reazione del sistema nervoso all'assenza del farmaco.
Per distinguere la recidiva, o la mancata guarigione, da una sindrome da sospensione, spesso utilizziamo come criterio clinico la storia del disturbo. Se il problema durava da anni o se in passato ci sono stati molti episodi, è statisticamente meno probabile che il disturbo si sia risolto definitivamente in due anni. In questi casi, la ricomparsa dei sintomi indica spesso che la patologia è ancora attiva e che la terapia avrebbe dovuto proseguire. Se si è trattato di un episodio unico e breve, la probabilità che si tratti di una sindrome da sospensione è più alta.
Lei riferisce che la fluoxetina le aveva donato il "silenzio" mentale, ma che poi l'umore era diventato piatto. Questo è un effetto noto: a volte il farmaco protegge così tanto dagli sbalzi da ridurre anche la naturale sensibilità emotiva. Il ritorno prepotente dei pensieri affollati e degli sbalzi termici (sintomi neurovegetativi tipici della sospensione) indica che il suo sistema nervoso sta cercando un nuovo assetto.
Se l'ipotesi è quella della sindrome da sospensione, la strategia clinica suggerisce di resistere, monitorare i sintomi per alcune settimane (sempre sotto controllo medico) e valutare terapie alternative, come un supporto psicoterapico mirato, che possa aiutarla a gestire l'ansia e il rimuginio senza l'ausilio chimico, lavorando sulle cause profonde della vulnerabilità.
Tuttavia, se i sintomi dovessero diventare invalidanti, non deve essere vissuto come un fallimento il fatto di dover rimodulare la terapia farmacologica. A volte è necessario un tempo più lungo o una modalità di "uscita" ancora più lenta per permettere al cervello di stabilizzarsi.
Il mio consiglio è di consultare uno specialista psichiatra per una valutazione più approfondita, che vada oltre l'approccio del medico di base, per capire se sia il momento di "tenere duro" con supporti non farmacologici o se la sua biologia necessiti ancora di un supporto biochimico.
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