Buonasera, vi scrivo perché l’ansia in questo periodo è difficile da gestire e vorrei capire come mu

Buonasera, vi scrivo perché l’ansia in questo periodo è difficile da gestire e vorrei capire come muovermi.Ho 27 anni e il primo episodio di panico risale al 2020, quando vivevo a Londra da sola e ho preso il Covid. Da lì ho iniziato a monitorare costantemente il corpo (battito e sintomi) e negli ultimi mesi la tendenza è peggiorata. Ho sofferto di anoressia nervosa (non ne sono uscita del tutto), ho un passato familiare traumatico e dal 2021 vivo da sola e studio all’università.Oggi sono in uno stato di allerta costante. Sobbalzo per ogni rumore (un passo o un sospiro del mio ragazzo, o se mi sveglio). Parte subito il panico interno, con tachicardia e forte contrazione allo stomaco. Finora ho gestito tutto da sola per scelta. Da un mese ho cambiato casa (abito al primo piano) e la situazione notturna è peggiorata: ho il sonno leggero, non riposo e controllo più volte finestre, strada e porta per paura che entri qualcuno. Vivo aspettando il pericolo, ho paura di morire e di non vivere davvero. A volte non vorrei uscire, ma mi obbligo a farlo per evitare l'evitamento. Sono in un circolo vizioso di controllo, paura dei sintomi e allerta.Vorrei solo vivere serenamente: uscire senza lo spray naturale per l’ansia, dormire senza controllare e non andare nel panico per un rumore. Ho già fatto terapia, ma era concentrata sul passato e sui traumi familiari. Ora ho bisogno di lavorare sul presente, capire la risposta di allerta e gestirla. Da ottobre potrò permettermi una nuova terapia grazie al lavoro e sto scegliendo lo psicologo (la mia dottoressa è informata).

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Mi contatti e troveremo la soluzione più funzionale per lei. Dott. Agostino Marotti - psicologo e coach di formazione breve strategica (Perugia)-

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Buonasera, da quello che descrive sembra che oggi il problema non sia soltanto l'ansia, ma il sistema di controllo che si è progressivamente costruito intorno alla paura. Controllare il battito, ascoltare continuamente i rumori, verificare porte e finestre, osservare le sensazioni del corpo e cercare di anticipare ciò che potrebbe accadere sono tutti tentativi comprensibili di proteggersi. Il paradosso è che più cerca di accertarsi che non ci sia un pericolo, più il suo cervello rimane concentrato sulla possibilità che quel pericolo possa esserci. È come se il suo sistema di allerta non avesse più bisogno che accada qualcosa per attivarsi: è diventato sufficiente la possibilità che qualcosa possa accadere. Anche il fatto che lei continui a uscire nonostante la paura è importante, perché mostra che non è completamente prigioniera dell'evitamento. Tuttavia, se durante quelle uscite continua a controllare continuamente ciò che sente o ciò che potrebbe succedere, il controllo può mantenere il problema. Per questo capisco quando dice di voler lavorare sul presente. Non necessariamente per capire ancora meglio perché tutto questo è iniziato, ma per comprendere come oggi viene alimentato e soprattutto come interrompere progressivamente questo circolo. Un percorso psicologico può essere utile proprio in questa direzione, lavorando sul modo in cui affronta l'allerta, il controllo e la paura delle sensazioni corporee. Nel frattempo, considerato anche ciò che racconta rispetto alla sua storia alimentare e al fatto che la situazione sta incidendo sul sonno e sulla vita quotidiana, continuerei a mantenere informata la sua dottoressa come sta già facendo. Il suo obiettivo non dovrebbe essere imparare a controllare meglio ogni possibile segnale di pericolo, ma tornare gradualmente a poter vivere senza dover controllare continuamente che tutto sia sotto controllo.


Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso questo momento, che può far sentire anche altre persone rappresentate. Immagino come possa essere doloroso accorgersi di quanto la sintomatologia stia influenzando il modo in cui vive il presente, le relazioni, il corpo e le giornate. Allo stesso tempo, mi sembra importante riconoscerle che dalle sue parole emerge già una consapevolezza preziosa, che potrà certamente approfondire in futuro con l’aiuto di un collega. È comprensibile che alcuni vissuti continuino a farsi sentire nel presente, a volte attraverso sintomi o modalità che in passato possono aver avuto anche una funzione protettiva. Spesso ciò che oggi viene vissuto come limite, fatica o sintomo è stato, in un altro momento della propria storia, un modo per resistere, per proteggersi, per provare a dare ordine o cercare di gestire ciò che è difficile da sostenere. Riconoscere questo non significa giustificare ma iniziare a guardarla con uno sguardo meno giudicante, provando a comprenderne il significato e il ruolo che ha avuto nella propria storia. Riprendendo il fatto che oggi sente di essere in uno stato di perennemente iper allerta, probabilmente in qualche momento della sua vita questo è stato un modo per salvaguardarsi. Le auguro di poter trovare uno spazio in cui sentirsi accolta, ascoltata e accompagnata con rispetto nel dare senso a ciò che oggi sta vivendo, rimanendo a disposizione la saluto cordialmente. Dott.ssa Matilde Margherita Venerini


Gentile utente, da quello che descrive emerge una situazione di forte iperattivazione e di allerta, associata a un importante monitoraggio delle sensazioni corporee, paura dei sintomi e comportamenti di controllo. Questi meccanismi possono effettivamente alimentare un circolo vizioso nel quale la percezione di pericolo mantiene elevato lo stato di allerta e rende più facile l'insorgenza di sintomi fisici e di panico. È positivo che sia già consapevole del meccanismo dell'evitamento e che stia cercando di non rinunciare alle attività. Allo stesso tempo, considerando la frequenza dei sintomi, il peggioramento del sonno e il livello di vigilanza che descrive, ritengo importante non affrontare tutto da sola. Un percorso psicologico orientato al presente potrebbe essere particolarmente utile per lavorare sull'ansia, sull'ipercontrollo, sulla paura delle sensazioni corporee e sui comportamenti di sicurezza, imparando gradualmente a ridurre il bisogno di controllare e a recuperare una maggiore sensazione di sicurezza. Non è necessario che un percorso si concentri esclusivamente sugli eventi passati: il lavoro può essere orientato anche al funzionamento attuale e agli strumenti per gestire ciò che sta accadendo oggi. Vista anche la storia di anoressia nervosa e il fatto che riferisce di non esserne completamente uscita, le consiglierei comunque di mantenere un confronto con la sua dottoressa e di valutare con lei se sia opportuno anche un approfondimento medico. Questo non significa che ci sia necessariamente qualcosa di grave, ma permette di avere una valutazione completa e di non attribuire automaticamente tutti i sintomi all'ansia. arei felice di accompagnarla in questo percorso. Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo. Resto a disposizione attraverso consulenze online. Per il prezzo, possiamo parlarne. Dott. Luca Rochdi


Buonasera, traspare molto attraverso le sue righe la sofferenza che lei sta attraversando e e con cui combatte da un po' di anni. E' molto comprensibile il suo desiderio di travare una forma di gestione dei sintomi attuali che lei sta vivendo ed è una via che si può intraprendere, anche se in qualsiasi nostra espressione è sempre la nostra storia che ci aiuta a trovare un senso e apermetterci di affrontare con più fiducia il momento attuale. E' sempre meglio affronatre con chi la conosce ma se lei si è già confrontata con la collega come dice io posso essere disponibile, anche online. Saluti Dario Martelli

Dott. Dario Martelli

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Torino

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Buonasera, è molto probabile che il circolo vizioso sia partito proprio da quando ha preso il Covid, non ha specificato quanto grave fosse l'intensità di quest'ultimo, ma posso immaginare che in quel momento lei si è confrontata con la paura della morte e che siccome è sopravvisuta ora deve tenere costantemente tutto sotto controllo per evitare che quella paura si ripresenti. Io personalmente pratico e consiglierei un percorso di ipnosi, è leggermente diversa da come la maggiorparte delle persone la immaginano, aiuta molto ad ampliare le vedute che si hanno su molti temi tra cui anche quello delle paure.


Buongiorno, quello che descrive sembra un circolo di ipervigilanza, controllo e paura dei sintomi, che può mantenere l'ansia molto attiva. È positivo che la sua dottoressa sia informata e che stia già valutando di riprendere un percorso. Le consiglierei di intraprendere un percorso psicologico focalizzato anche sulla gestione dell'ansia nel presente, così da comprendere meglio questi meccanismi e lavorare gradualmente per ritrovare maggiore serenità. Cordiali saluti.


Salve, da ciò che descrive, sembra essersi instaurato un circolo tra ipervigilanza, controllo del corpo e dell’ambiente, paura delle sensazioni e conseguente aumento dell’ansia. Il fatto che lei sia consapevole dell’evitamento e continui comunque a uscire è già un elemento importante. La scelta di riprendere un percorso psicologico mi sembra appropriata, soprattutto perché questa volta può orientarsi verso un professionista che lavori direttamente su ansia, panico, ipervigilanza e comportamenti di controllo, senza necessariamente concentrarsi principalmente sul passato. Nel frattempo, cerchi di non trasformare il controllo in una strategia per sentirsi al sicuro: controllare ripetutamente porta sollievo nell’immediato, ma insegna al cervello che senza quel controllo esiste davvero un pericolo. L’obiettivo sarà gradualmente imparare che può sentire l’allerta senza doverle necessariamente obbedire. Considerando anche il suo rapporto con il cibo e il fatto che riferisce di non essere completamente uscita dall’anoressia, è importante che questo aspetto venga comunicato apertamente al professionista che sceglierà, così da avere una presa in carico complessiva. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa


Gentile Utente, dal suo racconto emerge con molta chiarezza una condizione di **allerta continua**: è come se una parte di lei fosse costantemente impegnata a controllare l'ambiente e il corpo per accertarsi che non stia per accadere qualcosa di pericoloso. Il problema è che il controllo, pur nascendo dal tentativo di sentirsi più sicuri, spesso finisce per alimentare proprio ciò che vorremmo ridurre. Controllo il battito per tranquillizzarmi, controllo la porta per sentirmi al sicuro, verifico un rumore per escludere un pericolo: provo sollievo per qualche momento e il cervello impara che, per stare tranquillo, deve controllare nuovamente. Il circolo così si mantiene. Mi sembra molto importante che lei dica: *"Ho bisogno di lavorare sul presente"*. Conoscere la propria storia è prezioso, ma arriva anche il momento in cui diventa necessario aiutare il corpo a comprendere che **ciò che è accaduto non sta necessariamente accadendo ancora**. In questo senso, sceglierei un professionista che abbia esperienza specifica con ansia, panico, ipervigilanza e trauma, raccontandogli fin dal primo colloquio esattamente ciò che ha scritto qui e concordando obiettivi concreti: ridurre progressivamente i comportamenti di controllo, imparare a tollerare le sensazioni corporee senza interpretarle immediatamente come pericolose e recuperare gradualmente sonno, autonomia e fiducia nel proprio corpo. Terrei inoltre presente la storia di anoressia che riferisce: anche questo aspetto merita di essere incluso nella valutazione e nel percorso, senza separarlo dal resto della sua esperienza. Una cosa, però, mi sembra già presente nelle sue parole: nonostante la paura, continua a uscire, studiare, vivere da sola e sta cercando attivamente una strada per stare meglio. Non si tratta quindi di eliminare ogni segnale d'allarme, ma di **restituire all'allarme la sua funzione originaria: proteggerla quando esiste davvero un pericolo, anziché governare la sua quotidianità**. Da ottobre, più che cercare la tecnica perfetta, cerchi un professionista con competenze specifiche su questi temi e con il quale possa sentirsi sufficientemente al sicuro da lavorare anche sul qui e ora. Nel frattempo continui a mantenere informata la sua dottoressa, soprattutto se il sonno o i sintomi dovessero peggiorare significativamente. Un cordiale saluto, Marica Romano Psicologa


Buongiorno, grazie per aver raccontato con tanta chiarezza quello che sta vivendo. Da ciò che descrive sembra che l’ansia e lo stato di allerta stiano occupando molto spazio nella sua quotidianità, portandola a controllare il corpo e l’ambiente circostante e a vivere nella costante attesa che possa accadere qualcosa. È importante anche riconoscere che, nonostante la paura, continua a uscire e a cercare di non lasciare che l’ansia determini completamente le sue scelte: è un aspetto molto significativo su cui poter costruire un percorso. Il bisogno di controllare, così come l’attenzione continua ai sintomi e la paura che questi possano comparire, può però mantenere il circolo dell’ansia. Per questo credo sia molto utile la sua intenzione di lavorare maggiormente sul presente e di comprendere come funziona questa risposta di allerta, senza necessariamente doverla combattere ogni volta che compare. Considerata la sofferenza che descrive e il fatto che nell’ultimo periodo la situazione sia peggiorata, le suggerirei di non affrontare tutto da sola e di confrontarsi anche con la professionista che già conosce, valutando insieme il supporto più adeguato senza necessariamente aspettare che la situazione diventi ancora più difficile. Il fatto che oggi stia cercando una persona con cui intraprendere un nuovo percorso è già un passo importante. Con il giusto supporto è possibile imparare gradualmente a sentirsi più al sicuro anche senza avere tutto sotto controllo Spero di averla aiutata e per qualsiasi cosa sono qui


Buongiorno, da ciò che racconta emerge una condizione di allerta diventata molto intensa e soprattutto molto estesa nella sua quotidianità. Non sembra più riguardare soltanto singoli episodi di ansia, ma il modo in cui il suo corpo e la sua attenzione stanno reagendo quasi continuamente all'idea che possa accadere qualcosa di pericoloso. Il fatto che sobbalzi per un rumore, controlli più volte porta e finestre, osservi il battito e i sintomi e viva con la sensazione di dover essere pronta a reagire indica quanto questo stato di vigilanza stia consumando energie. È comprensibile che tutto ciò sia diventato ancora più pesante durante la notte. Quando si dorme meno profondamente, si è più sensibili ai rumori e si è già predisposti a interpretarli come possibili segnali di minaccia, ogni piccolo suono può diventare il punto di partenza di un'ondata di paura. Se poi a questo si aggiunge il controllo della strada, delle finestre o della porta, la mente riceve continuamente il messaggio che il pericolo potrebbe essere davvero vicino e che per sentirsi al sicuro è necessario verificare ancora. In una prospettiva cognitivo comportamentale sarebbe molto importante lavorare proprio su questo circolo. Potrebbe accadere qualcosa del tipo: sente un rumore, il pensiero immediato è "e se fosse qualcuno?", il corpo reagisce con tachicardia e contrazione allo stomaco, lei percepisce quei segnali e pensa che la paura sia giustificata, quindi controlla. Il controllo dà un po' di sollievo, ma proprio quel sollievo può rinforzare l'idea che controllare fosse necessario. La volta successiva la mente sarà ancora più pronta a farlo. Lo stesso sembra avvenire rispetto ai sintomi fisici. Dopo l'esperienza del Covid e del primo episodio di panico, è possibile che abbia iniziato a considerare il corpo come qualcosa da sorvegliare attentamente. Battito, respiro, tensione allo stomaco e altre sensazioni diventano così segnali da interpretare. Più li controlla, più li percepisce. Più li percepisce, più aumenta la paura che possano indicare qualcosa di grave. Si crea un sistema di allarme che finisce per essere alimentato proprio dal tentativo di sentirsi al sicuro. Questo non significa che stia "inventando" ciò che sente. Le reazioni corporee sono reali. Il punto è che possono essere amplificate dal modo in cui vengono interpretate e dal livello di attenzione che viene loro dedicato. Mi sembra anche importante che lei abbia già intuito un aspetto fondamentale quando dice di non voler evitare completamente le uscite e di obbligarsi comunque a uscire. Evitare ogni situazione che provoca ansia può dare sollievo nel breve periodo, ma rischia di restringere progressivamente la vita. Allo stesso tempo, però, non è necessario trasformare ogni uscita in una prova nella quale deve dimostrare di non avere paura. L'obiettivo non dovrebbe essere "esco e non devo sentire nulla", ma "esco anche se una parte di ansia può esserci". Questa differenza è molto importante. Se prima di uscire controlla continuamente quanto è agitata, se ha con sé qualcosa che la tranquillizza e quanto manca al ritorno a casa, la mente rimane comunque centrata sul pericolo. Potrebbe essere utile, gradualmente e con il supporto di un professionista, imparare a ridurre alcuni di questi comportamenti di sicurezza senza farlo in modo brusco o punitivo. Anche il fatto che porti con sé uno spray naturale per l'ansia può avere un significato psicologico indipendentemente dal prodotto in sé. Potrebbe essere diventato una sorta di garanzia: "se sto male, almeno ho questo". Il problema non è tanto l'oggetto, quanto l'idea che senza di esso potrebbe non riuscire a gestire ciò che sente. È proprio su questo senso di dipendenza dalla rassicurazione che sarebbe utile lavorare gradualmente. Il suo desiderio di affrontare maggiormente il presente mi sembra molto comprensibile. Comprendere la propria storia può essere importante, soprattutto quando ci sono esperienze familiari traumatiche, ma non sempre basta a modificare i meccanismi che oggi mantengono l'ansia. Può sapere perfettamente da dove viene una certa sensibilità al pericolo e continuare comunque a controllare porta, finestre, sintomi e rumori ogni sera. Per questo, nel nuovo percorso, potrebbe essere utile cercare un professionista che lavori in modo molto concreto anche su ciò che accade qui e ora. Sarebbe importante osservare insieme quali situazioni attivano l'allerta, quali pensieri arrivano immediatamente, quali sensazioni corporee compaiono, che cosa fa per sentirsi al sicuro e quale effetto hanno questi comportamenti nel breve e nel lungo periodo. Il fatto che abbia un passato familiare difficile e una storia di sofferenza legata anche al rapporto con il corpo rende ancora più importante che questo lavoro venga fatto con gradualità e senza trasformare la terapia in un'altra richiesta di controllo o perfezione. Non dovrebbe diventare "devo smettere subito di controllare" o "devo riuscire a non avere più panico". Potrebbe essere più utile lavorare sul riuscire a tollerare piccoli margini di incertezza senza intervenire immediatamente per eliminarli. Per esempio, se controlla la porta più volte prima di dormire, un lavoro futuro potrebbe consistere non nel vietarsi brutalmente ogni controllo, ma nel capire quante volte controlla, che cosa teme possa accadere se non lo fa e quanto lentamente sia possibile ridurre quella sequenza. Lo stesso vale per il controllo del battito o dei rumori. Il cambiamento diventa più stabile quando non è soltanto una regola imposta, ma un'esperienza nella quale scopre progressivamente che può sentire l'ansia e non obbedire automaticamente a ciò che le chiede. Un altro aspetto che merita attenzione è la paura di morire e, insieme, quella di "non vivere davvero". È una frase molto significativa. Può accadere che il tentativo di proteggersi continuamente dalla possibilità che succeda qualcosa finisca per sottrarre spazio proprio alla vita che si sta cercando di proteggere. Più controlla il pericolo, meno riesce a essere presente in ciò che sta facendo. Questo è probabilmente uno dei nodi più dolorosi del problema. Il sistema di allerta nasce con lo scopo di proteggerla, ma quando rimane acceso quasi continuamente può diventare lui stesso fonte di limitazione. Potrebbe essere utile anche fare attenzione alla paura della paura. Lei racconta che basta un rumore per generare immediatamente panico interno e che ora teme anche il ritorno di quelle sensazioni. In questo modo il corpo non deve nemmeno incontrare un pericolo reale. Può bastare la possibilità che arrivi l'ansia per iniziare ad attivarsi. Un percorso cognitivo comportamentale potrebbe aiutarla proprio a separare il primo segnale dal significato che gli viene attribuito. Un battito accelerato è un battito accelerato. Il pensiero "sta per succedermi qualcosa" è un'altra cosa. Un rumore notturno è un rumore. Il pensiero "qualcuno potrebbe entrare" è un'interpretazione. Imparare a riconoscere questa distinzione non elimina immediatamente la paura, ma impedisce progressivamente che ogni segnale diventi automaticamente una conferma di pericolo. Il fatto che abbia già deciso di cercare un nuovo terapeuta e che abbia chiaro il tipo di lavoro di cui sente bisogno può essere un buon punto di partenza. Quando sceglierà il professionista, potrebbe essere utile chiedere apertamente se lavora sull'ansia nel presente, sul controllo dei sintomi, sulla paura del panico, sui comportamenti di rassicurazione e sulla difficoltà a tollerare l'incertezza. Non serve trovare qualcuno che le prometta di far sparire tutto rapidamente. Sarebbe più importante trovare una persona con cui costruire un lavoro comprensibile, graduale e concreto. Mi soffermerei anche sul fatto che finora abbia gestito tutto da sola "per scelta". Probabilmente questa capacità di cavarsela le è servita molto, ma oggi potrebbe essere diventata anche una forma di pressione: "devo riuscire da sola". Chiedere supporto non significa rinunciare alla propria autonomia. Può significare utilizzare una relazione professionale per imparare strumenti che poi diventino realmente suoi. Nel frattempo, può già iniziare a osservare il problema con meno giudizio. Quando arriva un rumore o una sensazione corporea, invece di chiedersi subito "come faccio a farlo sparire?", può provare a riconoscere: "il mio sistema di allerta si è attivato". Non serve convincersi che sia tutto innocuo. Serve evitare di trasformare immediatamente l'attivazione in un'emergenza. La direzione, quindi, non è spegnere l'allarme con la forza. È insegnare gradualmente al sistema che non ogni rumore, ogni battito o ogni sensazione richiedono una risposta di protezione. Considerando quanto questa situazione stia incidendo sul sonno, sulla libertà di movimento e sulla qualità della vita, proseguire verso un nuovo percorso psicologico, possibilmente ad orientamento cognitivo comportamentale, sembra una scelta molto sensata. Potrebbe aiutarla a comprendere non soltanto da dove nasce la sua allerta, ma soprattutto come viene mantenuta oggi e quali piccoli cambiamenti possano restituirle progressivamente maggiore libertà. Non è necessario che smetta di avere paura per iniziare a vivere in modo più sereno. Il primo obiettivo può essere smettere di lasciare che ogni paura decida automaticamente che cosa deve controllare, evitare o monitorare. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


Quello che racconta porta con sé un peso notevole, e immagino che gestire tutto questo da sola da anni sia davvero stancante. La consapevolezza che emerge dal suo messaggio è significativa: sembra riconoscere il circolo vizioso, sa cosa vorrebbe cambiare, e si sta già muovendo verso un supporto. Non è poco. Lo stato di allerta costante che descrive, il sobbalzare per ogni rumore, il controllare finestre e porte, il vivere aspettando il pericolo, potrebbe essere una risposta che il sistema nervoso tende a mantenere attiva anche quando il pericolo non c'è, quasi come se restasse bloccato in modalità emergenza. Non sarebbe debolezza: potrebbe essere un meccanismo che si è strutturato nel tempo, probabilmente a partire da esperienze che lo hanno reso necessario. Il fatto che si obblighi a uscire nonostante la paura, evitando l'evitamento come dice lei stessa, sembra già un passo nella direzione giusta. Ottobre non è lontano, e avere già chiaro che si vuole lavorare sul presente e sulla gestione dell'allerta potrebbe essere un punto di partenza solido per il nuovo percorso.


Buongiorno, mi sembra che abbia le idee chiare su come affrontare l'allerta costante che vive. Nonostante le paure e l'ansia ha intenzione di prendere in mano la situazione e affrontare ciò che vive quotidianamente. Direi che è un ottimo punto di partenza, buon lavoro!


Buonasera, quello che descrive ha una forma molto riconoscibile, e il fatto che lei l'abbia già ricostruita da sola (controllo, paura dei sintomi, allerta) dice molto sulle sue risorse. Il punto centrale è che il suo sistema di allarme non si è più spento dopo il 2020. Da allora il corpo è rimasto in modalità "verifica continua": monitora il battito, controlla le finestre, sobbalza a un rumore. Ogni controllo funziona benissimo nell'immediato (l'ansia cala per qualche minuto) e proprio per questo il cervello impara che senza quel controllo il pericolo sarebbe reale. È il meccanismo che mantiene il circolo, non la sua fragilità. Una precisazione importante su una cosa che scrive: "mi obbligo a uscire per evitare l'evitamento". È corretto come principio, ma l'esposizione funziona solo se durante l'uscita non porta con sé i comportamenti protettivi (ad esempio lo spray, il monitoraggio del battito, la scansione dell'ambiente). Uscire portandosi dietro le protezioni insegna al cervello che è andata bene grazie a quelle. Le consiglio di mettere in pratica tutto ciò, con il supporto di un professionista chiaramente. Sulla scelta del terapeuta, visto che è nella fase giusta per farla: la terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento con più prove di efficacia sul disturbo di panico, e lavora esattamente su quello che chiede. Nel primo colloquio le suggerisco di chiedere apertamente come si lavorerà sui comportamenti di controllo. Un'ultima cosa: menziona una storia di anoressia non completamente risolta. Vale la pena portarla al nuovo terapeuta fin dai primi incontri, anche se oggi non dovesse sembrarle il problema principale, perché l'iper-controllo tende a spostarsi da un'area all'altra e conoscere il quadro completo cambia il piano di lavoro. Un saluto, e in bocca al lupo.


Cara utente grazie per aver condiviso i tuoi timori. Stai vivendo uno stato di ipervigilanza in cui il tuo sistema nervoso percepisce costantemente un pericolo imminente, trasformando ogni piccolo rumore o cambio di ambiente in un segnale di allarme. Probabilmente questo continuo bisogno di controllare il corpo e lo spazio circostante è un tentativo del tutto naturale, ma sfinente, di cercare sicurezza dopo le trascorse esperienze traumatiche e di isolamento. Riconoscere l'esigenza di concentrarti sul presente e sulle risposte fisiche dell'ansia è un passo fondamentale per spezzare questo circolo vizioso; per imparare a gestire questi sintomi e ritrovare la serenità che meriti, ti consiglio di richiedere un supporto psicologico. Resto a disposizione anche online, dott.ssa Barbara Piscitelli


Gentile Utente, dal suo racconto emerge la confusione e il disagio che sta vivendo in questo periodo. Vivere in uno stato di ansia e allerta costante può essere molto faticoso, perché significa avere la sensazione di dover essere sempre pronti a fronteggiare qualcosa, anche quando non c’è un pericolo concreto. In questi casi può essere utile, innanzitutto, fermarsi a osservare cosa sta mantenendo questo stato di attivazione: quali situazioni lo fanno aumentare, quali pensieri lo accompagnano e quanto spazio occupano il controllo, l’anticipazione o la preoccupazione. Parlarne con un professionista, in uno spazio di fiducia accogliente e non giudicante, può essere utile per comprendere cosa sta accadendo e individuare un percorso adatto alle sue esigenze. L’obiettivo non è necessariamente eliminare l’ansia, ma imparare a riconoscerla e a comprenderne il significato, sviluppando modalità e strategie più efficaci per gestirla e recuperare gradualmente una maggiore sensazione di sicurezza. Resto a disposizione, Dott.ssa Marina Colangelo


Buona sera, Quando potrà, le auguro di trovare nella sua ricerca, lo psicologo che l'aiuti in ciò che le serve, in questa fase della sua vita. Dottoressa Teresita Forlano


Buonasera, grazie per aver condiviso la sua esperienza. Da ciò che racconta sembra essersi instaurato un circolo in cui alcuni stimoli, come un rumore o una sensazione fisica, vengono rapidamente percepiti come possibili segnali di pericolo. Questo aumenta l’attivazione e porta a controllare il corpo o l’ambiente, ottenendo magari un sollievo momentaneo, ma mantenendo nel tempo lo stato di allerta. Un percorso orientato anche al presente potrebbe aiutarla a comprendere meglio questo funzionamento e a lavorare gradualmente sulla paura dei sintomi, sui comportamenti di controllo e sull’iperallerta. La cosa importante è che ha già individuato con chiarezza su cosa sente di aver bisogno di lavorare: questo può essere un buon punto di partenza nella scelta del professionista.


Gentile ragazza, visto i sintomi da lei riferiti, urge una visita psichiatrica, i modo da darle una terapia farmacologica. Quando poi si sarà ristabilita psicologicamente, potrà fare una terapia psicologica, per risolvere il problema alla radice. Ma la sintomatologia da lei descritta, sono sicuro che va combattuta con la terapia farmacologica.


Il quadro che traccia è chiaro: un circuito ricorsivo in cui la paura dei sintomi e l'ipervigilanza ambientale si alimentano a vicenda. Il primo episodio nel 2020 a Londra, vissuto in isolamento, ha segnato un momento in cui la fiducia nella resistenza del corpo si è incrinata. Da allora, la scelta di "farcela da sola" è stata sia una risorsa di forza sia un limite, portandola a saturare ogni spazio con il controllo per evitare di sentirsi vulnerabile. È molto significativo che l'allerta si attivi anche di fronte ai gesti del suo partner: questo indica che la presenza dell'altro, anziché essere percepita come un'ancora di co-regolazione emotiva, viene talvolta letta dal suo sistema come un elemento che altera l'equilibrio da proteggere. È necessario spezzare questo circolo vizioso e spostare l'attenzione dalla ricerca della "sicurezza assoluta" (ottenuta attraverso verifiche e monitoraggi) alla tolleranza dell'incertezza. Questo non è il risultato di un semplice sforzo di volontà o dell'uso di rimedi temporanei. È fondamentale farsi accompagnare da un professionista della salute mentale per smontare gradualmente le soluzioni disfunzionali che mantengono in vita l'ansia. Nel nuovo spazio terapeutico potrete lavorare su come il suo corpo apprende a sentirsi al sicuro nel qui ed ora, permettendole di riappropriarsi del sonno, della spontaneità nelle uscite e di una vicinanza affettiva non minacciosa.


Buongiorno, da quello che racconta, intanto complimenti perchè ha già individuato molto bene il meccanismo che oggi la mantiene in difficoltà: più cerca di controllare corpo e ambiente per sentirsi al sicuro, più il suo sistema rimane in allerta e trova nuovi possibili pericoli da controllare. Questo controllare battito, finestre, porta o rumori probabilmente fa si che lei si possa sentire tranquilla nell'immediato, ma contemporaneamente manda un messaggio alla mente che effettivamente c'è qualcosa di cui temere. A questo punto il controllo successivo diventa ancora più necessario, questo rinforza e aumenta il problema invece di ridurlo. E' rilevante però una risorsa importante che emerge da quello che scrive: nonostante la paura lei continua a uscire proprio per evitare di evitare. Questo significa che ha già compreso, e in parte sperimentato, che può agire diversamente da ciò che la paura le suggerisce. Visto che desidera lavorare sul presente, nella scelta del prossimo professionista chiederei esplicitamente un percorso focalizzato sul funzionamento attuale del problema e su obiettivi concreti: in particolare lavorare per capire cosa fa quando arriva la paura, cosa la riduce nell'immediato ma la mantiene nel tempo e quali piccole azioni possono progressivamente interrompere questo circuito. A volte per cambiare è più utile comprendere come il problema funziona oggi e cosa possiamo iniziare a fare diversamente da domani. Considerata anche la storia di anoressia che riferisce come non completamente risolta, è importante che nella scelta del professionista porti anche questo elemento, affinché il quadro venga considerato nel suo insieme. Spero di esserle stata utile. Dott.ssa Melania Monaco

Dott.ssa Melania Monaco

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Buonasera, da ciò che descrive sembra essersi instaurato un **circolo di ansia e ipervigilanza**: il suo sistema di allarme sembra essere costantemente attivato, portandola a monitorare il corpo e l’ambiente alla ricerca di possibili segnali di pericolo. I controlli e le rassicurazioni possono dare sollievo nell’immediato, ma nel tempo rischiano di mantenere il problema, perché confermano implicitamente al cervello che esiste qualcosa da cui proteggersi. Trovo molto importante che lei abbia già individuato con chiarezza ciò su cui desidera lavorare. Un percorso **CBT**, eventualmente integrato con un approccio specifico al trauma come l’**EMDR**, potrebbe aiutarla a comprendere e modificare questo circuito, lavorando sulla paura delle sensazioni corporee, sull’ipervigilanza, sui comportamenti di controllo e sulla graduale riduzione dell’evitamento. Il lavoro sul presente non esclude necessariamente quello sul passato: spesso è utile prima acquisire strumenti di **regolazione emotiva e stabilizzazione** e successivamente, quando necessario, affrontare le esperienze traumatiche che possono aver contribuito a mantenere il sistema di allerta. Considerata anche la storia di anoressia nervosa, le consiglierei di scegliere un professionista che possa tenere insieme questi diversi aspetti e, se necessario, collaborare con il medico. Nel frattempo continui a mantenere informata la sua dottoressa, soprattutto se il sonno, l’alimentazione o gli episodi di panico dovessero peggiorare. Il fatto che stia cercando attivamente un aiuto mirato è già un passaggio importante: **ansia, panico e ipervigilanza sono problematiche sulle quali è possibile lavorare efficacemente con un trattamento adeguato.


Salve, quello che descrive sembra davvero molto faticoso, soprattutto perché la sensazione di pericolo non sembra darle tregua nemmeno nei momenti in cui dovrebbe sentirsi al sicuro, come quando è a casa o cerca di dormire. Da quello che racconta, sembra essersi instaurato un circuito in cui la paura porta a controllare il corpo e l’ambiente, il controllo aumenta l’attenzione verso ogni piccolo segnale e questo a sua volta mantiene ancora più alta l’allerta. Non significa che ci sia davvero un pericolo ma il suo sistema di allarme sembra essere diventato molto sensibile e la porta a reagire come se dovesse proteggerla continuamente. Mi sembra importante anche il fatto che lei abbia già individuato una cosa molto preziosa, ovvero che non vuole semplicemente eliminare l’ansia ma vuole tornare a sentirsi libera di vivere. Credo che una nuova terapia possa essere uno spazio importante per lavorare proprio su questo, senza necessariamente dover ripercorrere tutto il passato, ma partendo da ciò che sta succedendo oggi e da come questo circolo si mantiene. E il fatto che finora abbia cercato di gestire tutto da sola non significa che debba continuare a farlo. Chiedere aiuto in questo momento può essere parte del percorso verso quella serenità che sta cercando. Resto a disposizione per ulteriori informazioni. Un caro saluto. Dott.ssa Martina Rocchetti


Gentile utente, grazie per la sua condivisione. Mi spiace per la situazione molto faticosa che descrive. Mi sembra che i sintomi abbiano avuto inizio da un evento vissuto come traumatico (aver contratto il covid da sola a Londra) e che l'esperienza di pericolo, paura e imprevisto ingestibile adesso si allarghino su tutto (rumori, movimenti inaspettati, ..). D'altra parte in questo mondo per nulla sotto controllo, imprevedibile e potenzialmente pericoloso, lei sembra mettere in atto delle azioni di controllo su ciò che sente più facilmente gestibile (come il cibo). Sarebbe importante in terapia lavorare certamente sul presente per capire bene come si sono strutturati tutti questi schemi, poi fare un collegamento al passato per capire se c'è qualche correlazione con ansia, bisogno di controllo, trauma. Resto a disposizione e le mando un caro saluto. Dott.ssa Ciaudano


Buongiorno, la ringrazio per il suo messaggio. Quando il sistema nervoso percepisce il mondo esterno (o i segnali del corpo) come una minaccia continua, la mente attiva strategie di sopravvivenza che, pur tenendoti in allerta, finiscono per soffocare la tua vita quotidiana. I sobbalzi per ogni minimo rumore, la contrazione allo stomaco e la tachicardia sono la risposta automatica del sistema nervoso autonomo. Dopo anni di stress accumulato e traumi, la sua "soglia di allarme" si è abbassata, interpretando un passo o un sospiro come un pericolo imminente. Il controllo compulsivo delle finestre, della porta e il costante ascolto del battito cardiaco sono tentativi per rassicurarsi ma non sono purtroppo la soluzione. Traslocare significa che il cervello deve riprogrammare ciò che è innocuo e ciò che è minaccioso. Ha perfettamente senso scegliere un approccio focalizzato sul qui e ora, mirato alla regolazione emotiva e alla de-sensibilizzazione corporea. Secondo me è importante imparare tecniche somatiche per comunicare al sistema nervoso che lei è al sicuro nel momento presente. Mi concentrerei sull’importanza di scalare gradualmente il monitoraggio (i controlli notturni o la dipendenza dallo spray) per dimostrare al cervello che la sua sicurezza non dipende dalla risposta di controllo, ma dalla tua capacità di tollerare e attraversare l'attivazione. Ora è imprigionata dalla paura della paura . La sua scelta di continuare a uscire senza cedere all'evitamento dimostra già una grandissima forza e determinazione nel non farti definire dall'ansia!!! Fino a ottobre, provi a trattarsi con estrema gentilezza: la sua allerta non è un errore del carattere, ma una risposta protettiva che ha lavorato tanto per troppo tempo e che ora ha solo bisogno di imparare di abbassare la guardia. Le auguro il meglio!


Buonasera, da ciò che racconta emerge una condizione di forte iperattivazione e allerta, che sembra ormai occupare molto spazio nella sua quotidianità e interferire con il sonno, con la serenità e con la possibilità di sentirsi al sicuro. Il meccanismo che descrive è importante: percepire una sensazione o un rumore → interpretarlo come possibile pericolo → controllare il corpo o l’ambiente → aumentare l’attenzione e l’attivazione → avere ancora più paura delle sensazioni. È un circolo che può diventare molto faticoso, ma può essere affrontato. Mi sembra quindi molto positivo che stia pensando di riprendere un percorso psicologico. Non è necessario che una terapia continui necessariamente a lavorare sul passato: può essere utile un percorso orientato al presente, che le permetta di comprendere i meccanismi dell’ansia e dell’ipervigilanza, lavorare sul bisogno di controllo e ridurre gradualmente i comportamenti di sicurezza e di evitamento. Considerando anche la sua storia di anoressia nervosa e il livello di attivazione che descrive, le suggerirei di scegliere un professionista con esperienza sia nei disturbi d’ansia sia nell’area dei disturbi alimentari. Nel frattempo, non si ponga l’obiettivo di eliminare completamente l’ansia: imparare progressivamente a non reagire a ogni segnale di possibile pericolo può essere molto più efficace che cercare di sentirsi sempre al sicuro. Ha già fatto qualcosa di importante: ha riconosciuto il problema, ne ha parlato con la sua dottoressa e sta cercando un aiuto. Non deve necessariamente continuare a gestire tutto da sola. Un caro abbraccio, dott.ssa Veronica De Iuliis


Gentile utente, ciò che descrive sembra configurare un importante stato di ipervigilanza, nel quale il sistema di allerta rimane attivato anche quando non vi è un pericolo concreto. Il controllo del corpo, delle finestre e dei rumori può inizialmente darle un senso di sicurezza, ma nel tempo rischia di mantenere il cervello concentrato sulla possibilità che accada qualcosa. È un po’ come avere un allarme antincendio regolato troppo sensibilmente: finisce per suonare anche quando c’è semplicemente del vapore. È positivo che Lei riconosca il meccanismo e che stia cercando di evitare progressivamente l’evitamento; tuttavia, considerata la storia che racconta e l’impatto attuale sul sonno e sulla quotidianità, non è necessario affrontare tutto da sola. La scelta di intraprendere una nuova terapia orientata al presente appare quindi sensata: potrebbe essere utile un professionista esperto di disturbi d’ansia e panico, che lavori anche sull’ipervigilanza, sui comportamenti di controllo e sull’esposizione graduale alle situazioni temute. Nel frattempo, cerchi di non interpretare ogni attivazione del corpo come un segnale di pericolo: l’obiettivo non è impedire all’ansia di comparire, ma imparare che può attraversarla senza doverla controllare. Un percorso di supporto psicologico può aiutarla concretamente a recuperare questa sensazione di sicurezza e libertà.


Buonasera, sono la Dott.ssa Morena, psicologa. Da quello che racconti, sembra che tu stia vivendo in uno stato di allerta quasi continuo: controllare il corpo, le porte, le finestre, i rumori… e più cerchi di sentirti al sicuro, più il tuo cervello sembra cercare qualcosa da controllare. Questo non significa che tu stia impazzendo o che non riuscirai a stare meglio. Quando il sistema di allarme rimane attivato a lungo, anche uno stimolo innocuo può essere interpretato come un possibile pericolo e far partire una reazione molto intensa. E trovo importante una cosa che hai scritto: **non vuoi più vivere aspettando che succeda qualcosa**. Il fatto che tu abbia già iniziato a contrastare l’evitamento e che tu stia cercando un percorso più centrato sul presente è un passo importante. Non devi imparare a controllare ogni sensazione o ogni rumore. Piuttosto, puoi imparare gradualmente a non dover più rispondere a tutto come se fosse un'emergenza. Se ti va, possiamo lavorarci insieme e provare a capire come interrompere questo circolo di allerta, controllo e paura.


Gentile utente, la sua richiesta descrive la situazione in cui il sistema di allerta del corpo si è bloccato sulla modalità "sopravvivenza costante". Dev'essere immensamente faticoso vivere in questo stato in cui sobbalzare per un sospiro, controllare ripetutamente la casa e monitorare ogni battito cardiaco richiede un dispendio di energie fisiche e mentali che toglie il respiro. Il suo corpo sta rispondendo in modo coerente a una memoria di pericolo. Il trauma passato, l'esperienza traumatica del Covid in isolamento a Londra e la vulnerabilità legata all'anoressia nervosa hanno insegnato al suo sistema nervoso che l'ambiente non è sicuro. Cambiare casa, abitare al primo piano e trovarsi in una fase di transizione universitaria hanno probabilmente riattivato questa risposta automatica di minaccia. È importante che sappia che ciò che prova ha un senso biologico ed emotivo profondo, ma non è condannata a vivere così. Il circolo vizioso tra controllo, ansia anticipatoria e iperattivazione si può spezzare lavorando direttamente sui meccanismi del presente, proprio come lei stessa ha giustamente individuato. Un cordiale saluto, AM


Buonasera, da quello che racconta sembra che il problema oggi non sia soltanto l'ansia in sé, ma un sistema di allerta che è diventato costantemente attivo. Dopo il primo episodio di panico può essere comprensibile iniziare a controllare battito, sensazioni corporee e ambiente nel tentativo di prevenire un nuovo episodio. Il problema è che il controllo, pur dando una sensazione momentanea di sicurezza, può finire per mantenere proprio il meccanismo della paura. Sobbalzare per un rumore, controllare ripetutamente porta e finestre, ascoltare il battito e interpretare ogni sensazione come possibile segnale di pericolo sono comportamenti che sembrano avere la funzione di proteggerla, ma possono insegnare al cervello che "se devo controllare continuamente, allora significa che c'è davvero qualcosa da cui devo proteggermi". Per questo trovo molto sensata la sua intuizione di voler lavorare anche sul presente. Comprendere il funzionamento della risposta di allerta, imparare a riconoscere i pensieri catastrofici e, soprattutto, ridurre gradualmente i comportamenti di controllo e le condotte di sicurezza può essere un obiettivo terapeutico importante. Una terapia cognitivo-comportamentale, eventualmente integrata con un lavoro specifico sul trauma quando il professionista lo ritenga indicato, potrebbe essere una possibilità da discutere con il futuro terapeuta. Un passaggio particolarmente importante potrebbe essere imparare a distinguere pericolo reale e sensazione di pericolo. Il suo corpo può attivarsi in modo molto intenso anche quando non c'è una minaccia concreta. Il fatto che il cuore acceleri o che lei sobbalzi non significa necessariamente che stia accadendo qualcosa di pericoloso: significa che il suo sistema di allarme si è attivato. Quando accade, potrebbe provare a non entrare immediatamente nella ricerca di una spiegazione o nella verifica di porte, finestre e sintomi. Può dirsi: "Il mio sistema di allarme si è attivato. È una sensazione molto spiacevole, ma posso lasciarla passare senza controllare tutto". L'obiettivo non è convincersi che non accadrà mai nulla, ma sviluppare progressivamente la fiducia nella propria capacità di affrontare ciò che accade. C'è però un elemento che ritengo particolarmente importante nel suo racconto: riferisce una storia di anoressia nervosa dalla quale sente di non essere completamente uscita. Questo aspetto merita di essere comunicato apertamente al professionista che sceglierà, perché il percorso dovrebbe tenere conto della sua storia complessiva e non concentrarsi esclusivamente sugli attacchi di panico. Ha già fatto un passo significativo decidendo di non affrontare tutto da sola e programmando una nuova terapia. Nel frattempo non pretenda da sé di eliminare immediatamente l'ansia: il recupero non consiste nel non provare più paura, ma nel poter tornare a vivere anche quando la paura compare. Il suo desiderio di uscire, dormire e vivere senza essere continuamente in allerta è assolutamente comprensibile. E il fatto che oggi riconosca il circolo in cui è entrata è già un punto di partenza importante: ora potrà lavorare, con l'aiuto di un professionista, per interromperlo gradualmente. Le mando un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Perugia


Buongiorno, il lavoro terapeutico precedente e la sua consapevolezza attuale sono delle risorse a suo vantaggio, così come la motivazione ad intraprendere un nuovo percorso. In questo senso, rispetto alla sua richiesta sarebbe opportuno che la valutazione della storia di vita e del suo funzionamento, si accompagni ad un'analisi più approfondita della sintomatologia attuale, per poi focalizzarsi sulla riduzione della sintomatologia da lei riportata, in quanto al momento attuale risulta l'aspetto più problematico per lei. Rispetto a ciò, è importante possa considerare che l'approccio cognitivo-comportamentale dispone di protocolli efficaci per i disturbi d'ansia, come il disturbo di attacco di panico. Nel caso sia interessata ad iniziare un percorso o voglia svolgere un primo colloquio conoscitivo, può contattarmi. Ricevo in presenza a Milano e online. Dott.ssa Ilaria De Mola.


Da ciò che descrive, sarebbe importante non rimandare l’avvio di un supporto psicologico, online o in presenza. Lo stato di allerta costante, il controllo del corpo, la paura dei sintomi, i risvegli con panico, i controlli ripetuti di porte e finestre e la difficoltà a riposare indicano che il suo sistema di allarme è molto attivato. Il fatto che lei riesca ancora a uscire, evitando l’evitamento totale, è una risorsa importante, ma non significa che debba continuare a gestire tutto da sola. Vista anche la storia di anoressia nervosa non del tutto risolta e il passato traumatico, sarebbe utile un lavoro psicologico centrato sia sulla regolazione dell’ansia nel presente sia sui fattori che mantengono ipercontrollo e senso di pericolo. Continui il confronto con la sua dottoressa e scelga quanto prima un professionista con cui iniziare un percorso strutturato: può aiutarla concretamente a ridurre l’allerta, recuperare sonno e tornare a sentirsi più sicura nel corpo e nella quotidianità. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli


Gentilissima, la ringrazio per aver condiviso aspetti così intimi e delicati della sua esperienza emotiva. È un gesto di grande coraggio, e già questo dice molto della sua capacità di osservarsi e di cercare un modo più sostenibile di stare nelle cose. Da ciò che racconta emerge con chiarezza quanto lavoro abbia già portato avanti da sola: sembra essere profondamente consapevole di ciò che le è accaduto, di ciò che le accade oggi e di ciò che desidera per il suo futuro. Questa consapevolezza è un elemento prezioso, perché rappresenta la base su cui costruire un percorso di cura più mirato e centrato sulle sue esigenze. Il fatto che stia cercando di comprendere meglio la sua risposta di allerta, di riconoscere i segnali del corpo e di interrogarsi su come gestirli, mostra una motivazione forte e una volontà di cambiamento che meritano di essere sostenute. Nonostante le difficoltà, lei sta già facendo un movimento importante: non si sta arrendendo alla paura, ma sta cercando strumenti per attraversarla. Le auguro davvero il meglio per il suo percorso futuro. La scelta di intraprendere una nuova terapia orientata al presente potrà offrirle uno spazio sicuro in cui comprendere ciò che accade nel corpo, ridurre l’allerta e recuperare una qualità di vita più serena. È un passo significativo, e il fatto che lo stia compiendo con lucidità e intenzione è già parte della cura.


Buon pomeriggio, ho letto con molta attenzione la sua richiesta ed è del tutto comprensibile che, dopo un periodo così prolungato di iperattivazione, lei si senta sfinita da questo continuo stato di allerta. Ciò che sta sperimentando non è una sua debolezza, ma la risposta di un sistema nervoso ipersensibilizzato: eventi traumatici, vissuti d'ansia acuta (come quello che lei ha vissuto nel 2020) e fattori di stress prolungati possano alterare i meccanismi di valutazione del pericolo, portando la mente e il corpo a interpretare stimoli neutri (come un rumore in casa o una variazione del battito cardiaco) come minacce imminenti e attivando istantaneamente la risposta di "attacco o fuga". immagino che il monitoraggio corporeo e le verifiche ambientali le offrano oggi un sollievo solo temporaneo, inviando però al cervello il segnale implicito che il pericolo è reale e rinforzando la paura; al contempo, la soglia per far scattare la risposta di sobbalzo si abbassa drasticamente e la deprivazione del sonno legata al cambio di casa riduce la capacità di regolazione emotiva. Ammiro e sono d'accordo con la sua consapevolezza riguardo al tipo di intervento di cui ha bisogno oggi: rielaborare il passato è stato per lei fondamentale, ma quando la sintomatologia ansiosa inficia la sua vita quotidiana, la priorità clinica diventa lavorare sul presente. Nel nostro eventuale percorso insieme, il lavoro si concentrerà su obiettivi molto concreti: faremo psicoeducazione neurobiologica per capire cosa accade nel suo corpo e togliere forza all'ansia; apprenderemo strategie pratiche di desensibilizzazione per modulare la risposta di panico nel momento in cui si presenta, riducendo gradualmente la dipendenza da comportamenti di sicurezza come lo spray; interromperemo progressivamente i monitoraggi notturni e corporei attraverso protocolli strutturati per permettere al sistema nervoso di registrare che l'ambiente è sicuro; infine, lavoreremo mantenendo sempre uno sguardo attento alla complessità della sua storia e del suo rapporto con il corpo. Lei ha già dimostrato una grande risorsa interna nel non arrendersi all'evitamento: ora si tratta di affiancare a questa determinazione gli strumenti clinici giusti per passare dal semplice resistere al vivere con serenità. Qualora desiderasse iniziare questo lavoro sul presente a partire da ottobre, sarò felice di accoglierla per un primo colloquio conoscitivo. Un saluto


Buonasera, da quello che racconta sembra che nel tempo la sua sensazione di allerta sia diventata sempre più presente, fino a coinvolgere diversi momenti della quotidianità e a rendere più difficile sentirsi tranquilla e al sicuro. Potrebbe essere interessante tornare, con delicatezza, a quel primo episodio di panico del 2020 e provare a ricostruire che cosa stesse vivendo in quel periodo: cosa stava accadendo nella sua vita, quali pensieri aveva, come si sentiva e che significato ha avuto per lei quell'esperienza. Non necessariamente per individuare una causa precisa, ma per avere un quadro più completo di come questa risposta ansiosa possa essersi sviluppata e modificata nel tempo. Anche ciò che sta vivendo attualmente potrebbe essere osservato in questa prospettiva: cosa accade dentro di lei quando sente un rumore, quando avverte un cambiamento nel battito o quando si sveglia durante la notte? Qual è il primo pensiero che compare e che cosa fa subito dopo per cercare di sentirsi al sicuro? Comprendere questi passaggi potrebbe aiutare a mettere a fuoco il circolo che mantiene la paura e l'iperallerta. Mi sembra importante anche il desiderio che esprime di poter tornare a vivere con maggiore serenità. Il fatto che, nonostante le difficoltà, continui a cercare di uscire e a non lasciare che la paura limiti completamente la sua quotidianità è un aspetto significativo. Spero di esserle stata utile. Dottoressa Giorgia Santonastaso


Gentile utente, da ciò che racconta sembra esserci un sistema di allerta diventato particolarmente sensibile: dopo aver vissuto esperienze in cui paura e sintomi fisici sono stati associati al pericolo, il corpo può continuare a “cercare” segnali da controllare, anche quando nell'ambiente non c'è una minaccia concreta. Controllare il battito, le finestre, la porta o le reazioni degli altri può dare sollievo nell'immediato, ma può anche mantenere il circuito dell'allerta nel tempo. La scelta di iniziare una nuova terapia orientata al presente mi sembra coerente con il bisogno che sta esprimendo. Non significa necessariamente mettere da parte la sua storia: significa anche comprendere come quella storia si manifesta oggi nel modo in cui percepisce sicurezza, pericolo e controllo. Il fatto che abbia già individuato alcuni meccanismi, inoltre, è un punto importante da portare nel lavoro terapeutico. Nel frattempo, cerchi di non trasformare l'obiettivo in “non devo più avere paura”. Piuttosto, può gradualmente imparare a tollerare la sensazione di allerta senza rispondere automaticamente con controlli e rassicurazioni. Vista anche la storia di disturbo alimentare e l'intensità dei sintomi attuali, è importante continuare a mantenere il contatto con la sua dottoressa e condividere con lei eventuali cambiamenti o peggioramenti. Un caro saluto.


Grazie per aver condiviso con tanta chiarezza quello che sta vivendo. Considerando il vissuto che racconta e le esperienze che ha attraversato, credo sia importante riconoscere che sta cercando di affrontare questa situazione con le risorse che ha a disposizione. Il fatto che, nonostante l'allerta e la paura, continui a uscire e cerchi consapevolmente di non alimentare l'evitamento è già un aspetto importante. Da quello che descrive, sembra essersi instaurato un circolo di ipervigilanza, monitoraggio delle sensazioni corporee, controllo e paura dei possibili segnali di pericolo, che può contribuire a mantenere elevata l'attivazione ansiosa. Comprendo quindi il desiderio di lavorare maggiormente sul presente e sul modo in cui oggi questa risposta di allerta condiziona la sua quotidianità. Trovo molto positivo che da ottobre abbia la possibilità di iniziare un nuovo percorso psicologico. La terapia cognitivo-comportamentale potrebbe essere particolarmente indicata per lavorare concretamente su questi aspetti, aiutandola a comprendere i meccanismi che mantengono l'ansia, ridurre progressivamente i comportamenti di controllo e sviluppare modalità più funzionali per gestire le sensazioni di allarme, senza dover vivere costantemente in attesa che accada qualcosa. Non è necessario affrontare tutto questo da sola: chiedere nuovamente aiuto, dopo aver già sperimentato una terapia, non significa aver fallito, ma riconoscere che in questo momento ha bisogno di un tipo di lavoro diverso e più centrato sulle difficoltà che sta vivendo oggi. Rimango a disposizione.

Dott.ssa Taslima Grossi

Dott.ssa Taslima Grossi

psicologo

San Martino Siccomario

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Buongiorno, dai disturbi d'ansia è possibile guarire con l'ausilio integrato di psicoterapia e farmacoterapia. Si affidi ad uno specialista, vedrà che con il tempo potrà uscire dalla morsa dei suoi sintomi. Cordiali saluti Dott. Diego Ferrara


Buongiorno, ciò che descrive sembra un circolo di ipervigilanza, paura delle sensazioni corporee e comportamenti di controllo che finisce per alimentare ulteriormente l’ansia. Mi sembra molto positivo che stia cercando un nuovo percorso: potrebbe orientarsi verso una psicoterapia che lavori anche concretamente sul presente, sulla gestione del panico e sulla graduale riduzione dei controlli, senza trascurare la sua storia traumatica e il disturbo alimentare. Non è necessario affrontare tutto contemporaneamente: insieme al terapeuta potrete stabilire delle priorità.

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