Domande del paziente (513)

    Ho 18 anni, sono completamente perso, a livello lavorativo, relazionare, familiare, insomma diciamo tutto.
    Però è da un po’ di tempo che ho un peso dentro che non so come risolvere e cioè che non so cosa fare della mia vita, so che se trovassi la mia passione farei di tutto per eccellere però purtroppo tutto mi annoia, mi sembra brutto, inutile, limitante, privo di possibilità di crescita.
    Cerco questa scintilla per dare un senso alla mia vita, per trasformarla in una attività, che è una cosa che sogno da parecchio tempo, ma comunque niente da fare.
    Ora sono in una fase molto brutta anche con il mio attuale lavoro, c’è un bruttissimo rapporto tra me, i colleghi e il capo. Non so veramente cosa fare, sembra un periodo infinito e dove non ho scelta, anche per le strette opportunità che ho date dal fatto che non ho conseguito il diploma ma bensì ho una qualifica professionale.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    a 18 anni è molto comune sentirsi persi e non sapere quale direzione prendere, soprattutto quando si vive un periodo difficile anche sul lavoro e nelle relazioni. La sensazione che tutto sembri noioso, inutile o senza prospettive può essere molto scoraggiante, ma non significa che non esista una strada adatta a lei.
    Spesso la “passione” non arriva come una scintilla improvvisa, ma si costruisce nel tempo, facendo esperienze diverse, anche piccole, e scoprendo gradualmente cosa suscita interesse o soddisfazione. Il fatto di avere una qualifica professionale è comunque una risorsa, non un limite definitivo, e nel tempo è sempre possibile ampliare le proprie competenze o valutare nuove opportunità formative.
    Il momento difficile che sta vivendo nel lavoro, con rapporti tesi con colleghi e capo, può contribuire molto al senso di blocco e demotivazione che descrive. Quando ci si sente poco valorizzati o a disagio nell’ambiente lavorativo, è più facile perdere fiducia nelle proprie possibilità.
    Potrebbe essere utile, in questa fase:
    - provare a non cercare subito “la strada perfetta”, ma fare piccoli passi esplorativi
    informarsi su eventuali percorsi formativi o professionali che possano ampliare le sue possibilità, anche partendo dalla qualifica che ha
    - confrontarsi con qualcuno di fiducia o con un professionista, per chiarire meglio interessi, valori e possibili direzioni
    Se questo senso di vuoto, noia e smarrimento dura da tempo e coinvolge più ambiti della sua vita, potrebbe essere molto utile anche un percorso di supporto psicologico, che la aiuti a orientarsi meglio e a ritrovare gradualmente motivazione e fiducia.
    Il fatto che lei si stia ponendo queste domande a 18 anni non è un segnale di fallimento, ma piuttosto di ricerca e di desiderio di trovare il proprio posto, e questo è un punto di partenza importante.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
    Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
    Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
    Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
    Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
    Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
    Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
    Grazie per le vostre eventuali risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    quello che descrive è un vissuto piuttosto comune alla sua età, soprattutto nei periodi di transizione in cui non si studia o non si lavora e le giornate risultano più vuote. In queste fasi è facile che il weekend diventi il momento in cui si percepisce maggiormente la solitudine e il confronto con gli altri.
    Il fatto di non avere una “compagnia fissa” non significa che lei sia sbagliata o poco interessante. Spesso le compagnie si formano in base a contesti condivisi (scuola, università, lavoro), e quando questi contesti cambiano — come nel suo caso dopo l’anno fuori sede e la pausa da studio o lavoro — è normale che gli equilibri sociali si modifichino.
    È comprensibile anche la sensazione di FOMO (paura di perdersi qualcosa) e il timore di “sprecare la gioventù”, ma è importante ricordare che esistono periodi più pieni e altri più tranquilli nella vita di tutti, e questo non definisce il suo valore personale.
    Potrebbe essere utile, in questa fase:
    - cercare di non trasformare una situazione contingente in un giudizio su di sé (“sono sfigata”, “sono sbagliata”)
    - valutare la possibilità di creare nuove occasioni sociali, ad esempio attraverso corsi, attività sportive o volontariato, che spesso permettono di conoscere persone nuove
    - considerare che l’inizio di un’attività lavorativa o formativa potrebbe effettivamente aiutarla a sentirsi più attiva e connessa con gli altri
    - lavorare sul modo in cui interpreta i momenti più tranquilli, provando a vederli non solo come vuoti, ma come spazi che possono essere riempiti gradualmente.
    Se l’ansia, il senso di appiattimento e il confronto con gli altri diventano molto frequenti, un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a rafforzare l’autostima e a gestire meglio questi pensieri.
    Il fatto che lei desideri vivere di più la sua giovinezza e creare nuove esperienze è un segnale positivo: indica motivazione e desiderio di cambiamento, che sono ottimi punti di partenza.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
    Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
    Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.

    Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
    Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
    Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
    Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
    Ne parlammo già io e il terapeuta.
    Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
    Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
    Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
    Grazie per le risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    quello che descrive fa emergere una frustrazione comprensibile: dopo molti anni di terapia sente di avere ancora rigidità, rimuginio e alcune difficoltà pratiche, e fatica a comprendere il senso di alcune indicazioni del suo terapeuta, come quella di non andare via prima degli altri.
    Provo a darle una chiave di lettura possibile. L’indicazione che le è stata data probabilmente non riguarda tanto l’orario in sé, né l’idea di “fare le ore piccole”, ma il lavorare sulla rigidità e sulla difficoltà a tollerare il disagio o l’imprevisto, che sembrano essere aspetti centrali del suo funzionamento.
    Da ciò che racconta, sembra che per lei andare a letto oltre un certo orario comporti un reale malessere fisico, con stanchezza intensa e difficoltà il giorno successivo. Questo è un elemento importante e concreto, che merita di essere preso sul serio. Non tutte le persone hanno lo stesso ritmo sonno-veglia, e per alcune dormire poco ha effetti molto più pesanti.
    Allo stesso tempo, è possibile che il suo terapeuta stia cercando di lavorare su un altro piano: non tanto quello biologico del sonno, ma quello psicologico della flessibilità, cioè la capacità di restare in una situazione sociale anche quando non è perfettamente comoda o prevedibile.
    Tuttavia, se per lei il costo fisico è così elevato come descrive, è assolutamente legittimo portare nuovamente questo punto in terapia, spiegando con precisione ciò che ha scritto qui:
    - gli effetti concreti del dormire poco (bruciore agli occhi, impossibilità di lavorare o studiare, calo dell’energia)
    - il fatto che non si tratta solo di rigidità mentale, ma di una risposta fisica molto intensa
    - la difficoltà a comprendere il nesso tra il rimanere fuori più tardi e il diventare più “sciolto”.
    Un altro aspetto che merita attenzione è la durata del percorso: quindici anni di terapia sono molti, e se sente che alcuni sintomi rimangono molto limitanti (come i fastidi sensoriali o la rigidità), potrebbe essere utile valutare insieme:
    - se l’approccio utilizzato è ancora il più adatto
    - se può essere utile integrare con tecniche più specifiche (ad esempio per rigidità, rimuginio o sensibilità sensoriale)
    - oppure, in alcuni casi, chiedere un secondo parere professionale, che non significa mettere in discussione il terapeuta, ma ampliare la prospettiva.
    Rispetto alla sua domanda finale — come sia possibile che alcune persone vadano a dormire presto senza fare terapia — la risposta è che gli obiettivi terapeutici non sono universali, ma dipendono dalle difficoltà specifiche di ciascuno. Nel suo caso, sembra che il lavoro non riguardi tanto l’orario del sonno, quanto il modo in cui gestisce regole, rigidità e adattamento alle situazioni sociali.
    Le suggerirei, nel prossimo incontro, di provare a dire esplicitamente qualcosa come:
    “Ho bisogno di capire meglio il senso di questa indicazione, perché per me dormire poco ha conseguenze molto pesanti e temo di farmi del male più che migliorare.”
    Questo tipo di chiarimento è parte integrante del lavoro terapeutico e può aiutare a rendere il percorso più comprensibile e condiviso.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco ad avere un erezione prolungata per avere un rapporto con la mia compagna, la relazione si è rovinata perché lei non ha più fiducia e mi dice che l'ho tradita da nove anni per causa di questi video. Sono andato sia da un andrologo che da uno psicologo, ho fatto diverse analisi e visite intime, anche per la prostata e và tutto bene, lo psicologo mi ha detto che è lei che è molto problematica, ma il problema è mio che non riesco ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ho preso da alcuni anni la "pillola" ma a lei non piace perché mi dice che sono come un robot e non partecipo al livello emotivo ma meccanico e poi non finisco mai. Io le voglio bene e la amo, ma litighiamo sempre per questi motivi, lei si sente frustrata, tradita, sola etc... Ho smesso per un mese a non vedere più porno, ma è come se mi è passato il desiderio in generale, allora penso che devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico, ma lei? La nostra storia sta finendo e non so che fare... Ogni volta che mi apparato con lei, provo senso di colpa per averle mentito, penso se non riesco, penso che mi colpevolizza con brutte parole, allora parto bene ma non riesco a continuare che l'erezione si perde anche con la pillola. Ho 58 anni e stiamo assieme da nove anni...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    la situazione che descrive è molto dolorosa e complessa, e dalle sue parole si sente quanto tenga alla sua compagna e quanto questa difficoltà stia pesando sulla relazione e sulla sua serenità personale.
    Da ciò che racconta emergono più fattori intrecciati, non uno solo:
    - l’uso prolungato di video porno
    - le difficoltà di erezione durante i rapporti
    - il senso di colpa e la paura del giudizio della partner
    - la perdita di fiducia all’interno della coppia
    - la pressione emotiva durante l’intimità.
    È importante sottolineare che, avendo già fatto controlli andrologici con esito nella norma, è molto probabile che la difficoltà di erezione sia in gran parte legata a fattori psicologici ed emotivi, più che fisici.
    Un uso continuativo e prolungato di pornografia può, in alcuni casi, portare a: riduzione della risposta sessuale con il partner reale, difficoltà a mantenere l’erezione durante i rapporti, calo del desiderio verso la relazione, bisogno di stimoli sempre più specifici o intensi.
    Il fatto che, dopo aver smesso per un mese, abbia percepito una diminuzione generale del desiderio non è raro: spesso il desiderio impiega tempo a riequilibrarsi, e un mese può non essere sufficiente perché il corpo e la mente si riadattino.
    Un aspetto che appare molto centrale è il clima emotivo durante i rapporti.
    Lei stesso dice che quando si avvicina alla sua compagna sente senso di colpa, teme il giudizio e pensa che verrà colpevolizzato.
    Questi pensieri, durante l’intimità, sono tra le cause più frequenti della perdita dell’erezione. L’ansia da prestazione e il timore di fallire creano un circolo vizioso:
    - paura di non riuscire
    - aumento dell’ansia
    - perdita dell’erezione
    - conferma della paura
    E il ciclo si rinforza.
    Per la sua compagna, l’uso della pornografia sembra essere stato vissuto come un tradimento emotivo. Questo ha probabilmente generato una ferita relazionale che oggi si riattiva ogni volta che emergono difficoltà sessuali.
    Non è quindi solo un problema sessuale, ma anche un problema di fiducia e comunicazione nella coppia.
    Alla luce di quello che descrive, alcune direzioni potrebbero essere utili:
    1. Valutare una terapia sessuologica o di coppia
    Non solo individuale. In molti casi come il suo, il lavoro di coppia è fondamentale perché:
    - si affronta il tema della fiducia
    - si riduce la pressione sulle prestazioni
    - si ricostruisce l’intimità emotiva, non solo fisica
    2. Ridurre gradualmente la pornografia, non solo sospenderla di colpo
    Spesso una riduzione progressiva è più efficace di uno stop improvviso, che può creare calo temporaneo del desiderio.
    3. Lavorare sul senso di colpa e sull’ansia da prestazione
    Questi elementi sembrano essere oggi tra i principali ostacoli alla riuscita del rapporto.
    4. Rivalutare l’uso della “pillola” con uno specialista
    Il fatto che l’erezione si perda anche con il farmaco suggerisce che la componente emotiva abbia un peso significativo.
    Vorrei anche dirle una cosa importante:
    il fatto che lei stia cercando aiuto e che tenga alla sua relazione è già un segnale positivo. Non è una situazione senza via d’uscita, anche se ora può sembrarlo.
    Se se la sente, potrebbe essere utile capire meglio:
    - da quanto tempo usa pornografia con frequenza elevata
    - se le difficoltà di erezione sono presenti solo con la partner o anche durante la masturbazione
    - se la sua compagna sarebbe disponibile a partecipare a un percorso di coppia.
    Questi elementi aiuterebbero a inquadrare meglio la situazione.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Gravidanza voluta, sposati. Da quando ho scoperto la gravidanza oscillo in continuazione fra continuare o meno. adoro la mia vita di ora, non riesco a provare gioia anche xallattamento o bambini piccoli, neanche pensando di annunciare la gravidanza...avevo fissato ivg ma annullata, dopo 1 giorno ci sto ripensando, mio marito propende per continuare ma rispetta la mia scelta, come prendere una decisione definitiva?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentilissima,
    la situazione che descrive è molto delicata e comprensibilmente carica di emozioni contrastanti. Anche quando una gravidanza è voluta, può accadere di sentirsi improvvisamente attraversati da dubbi, paura o ambivalenza, soprattutto quando si percepisce che la propria vita cambierà in modo profondo.
    Il fatto che oscilli tra il desiderio di continuare e quello di interrompere la gravidanza non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in lei: spesso indica che ci sono parti diverse di sé che stanno cercando di essere ascoltate. Da una parte l’amore per la vita attuale, dall’altra la responsabilità e le implicazioni di una scelta così importante.
    Un elemento significativo nel suo racconto è che dice di non riuscire a provare gioia pensando alla gravidanza o ai bambini, e che l’idea di annunciarla non le suscita entusiasmo. Questo può essere legato alla paura del cambiamento, al timore di perdere qualcosa della sua identità attuale o a dubbi più profondi rispetto alla maternità.
    Per prendere una decisione definitiva, può essere utile provare a:
    - distinguere paura del cambiamento da una reale mancanza di desiderio di maternità
    - chiedersi come si immagina tra qualche anno nelle due possibili situazioni (continuare o interrompere)
    - dare spazio ai suoi sentimenti senza sentirsi obbligata a provare gioia o entusiasmo immediati
    - confrontarsi apertamente con suo marito, valorizzando il fatto che lui rispetta la sua scelta.
    In una situazione così complessa, può essere molto utile un colloquio con uno psicologo o presso un consultorio familiare, dove è possibile avere uno spazio neutro per riflettere su questa decisione senza pressioni e con un supporto competente. Spesso questi colloqui sono previsti proprio per accompagnare le donne nei momenti di scelta rispetto alla gravidanza.
    La cosa più importante è che la decisione che prenderà sia sentita e consapevole, non dettata solo dall’urgenza o dal timore di sbagliare.
    Se lo desidera, potrebbe essere utile anche capire:
    - di quante settimane è la gravidanza
    - da quanto tempo sono iniziati questi dubbi
    Questi elementi aiutano a comprendere meglio la fase che sta attraversando.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Buon pomeriggio,
    Negli ultimi giorni sto vivendo un aumento significativo dell’ansia, soprattutto in ambito relazionale e sessuale.

    Mi sto frequentando con un ragazzo che mi piace molto e questo mi ha portato a sentirmi più coinvolto emotivamente rispetto al passato. Parallelamente, ho iniziato ad avere difficoltà durante i rapporti: in due occasioni recenti non sono riuscito a mantenere l’erezione. Una di queste volte ero sotto effetto di cannabis, l’altra invece ero lucido ma molto in ansia.

    In generale, ho notato che negli ultimi tempi mi sento più sotto pressione, con pensieri frequenti legati alla performance sessuale (paura di non essere all’altezza, di deludere, ecc.). Questo sta riducendo il piacere e aumentando l’ansia nei momenti di intimità.

    A volte arrivo anche a mettere in dubbio il mio reale interesse verso questa persona (pensieri del tipo “e se in realtà non mi piacesse?”), ma riconosco che questi pensieri sembrano più legati all’ansia e al fatto che inizialmente avevo idealizzato questa persona. Conoscendola nella realtà, ovviamente è emersa una differenza rispetto all’immagine che avevo costruito, e questo mi genera confusione.

    Oltre a questo, sto vivendo un periodo di stress generale: preoccupazioni per il lavoro, per la casa e per il futuro. Ho anche ansia legata alla mia condizione di HIV (sono in terapia e undetectable) della quale lui non è ancora a conoscenza. (Sia chiaro che non ho mai messo a rischio nessuno, sono molto prudente sulla questione)

    Al momento mi sento spesso in uno stato di agitazione, con pensieri ripetitivi e difficoltà a rilassarmi. In alcuni momenti l’ansia è intensa.

    Vorrei capire:
    - se può trattarsi principalmente di ansia da prestazione
    - se è utile un supporto psicologico (es. psicoterapia o sessuologo)
    - se ha senso valutare un supporto farmacologico temporaneo per l’ansia

    Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    nelle sue parole si percepisce quanto questo incontro affettivo sia importante per lei: quando qualcuno ci coinvolge davvero, anche le nostre fragilità diventano più visibili, come se il desiderio di piacere e non deludere portasse con sé un’ombra di paura.
    Le difficoltà che descrive sembrano avere molte caratteristiche dell’ansia da prestazione, soprattutto perché compaiono in un momento di maggiore coinvolgimento emotivo, sotto pressione psicologica e in presenza di pensieri anticipatori legati alla performance. Anche l’uso di cannabis e le preoccupazioni legate alla sua condizione di salute e alla possibilità di comunicarla possono aumentare il livello di tensione e rendere più difficile lasciarsi andare all’intimità.
    Il fatto che emergano pensieri come “e se in realtà non mi piacesse?” è spesso tipico degli stati ansiosi: la mente, quando è agitata, cerca certezze assolute e finisce per mettere in dubbio anche ciò che sente.
    In situazioni come questa, un percorso di psicoterapia, eventualmente con un professionista esperto anche in sessuologia, può essere molto utile. Non solo per lavorare sull’ansia da prestazione, ma anche per dare spazio ai timori legati alla comunicazione della sua condizione e al peso delle responsabilità che sente sulle spalle. A volte, avere un luogo in cui poter nominare ciò che spaventa permette al corpo di ritrovare gradualmente fiducia.
    Rispetto al supporto farmacologico, può avere senso valutarlo con un medico o uno psichiatra se l’ansia diventa persistente o molto intensa, ma spesso, nelle fasi iniziali e quando i sintomi sono legati a situazioni specifiche, un lavoro psicologico mirato rappresenta il primo passo più indicato.
    Quello che sta vivendo non parla di un fallimento, ma di un momento delicato in cui il desiderio di vicinanza incontra la paura di non essere abbastanza. Con il giusto sostegno, queste esperienze possono trasformarsi in occasioni di maggiore consapevolezza e fiducia in sé.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Salve sono la nonna paterna di una bimba di 30 mesi che da sempre mi adora e profondamente amo!, al punto che quando insieme preferisce un rapporto esclusivo con me preferendomi in quei momenti ai genitori e questo provoca gelosie da perte di mio figlio , la cosa mi mette profondamente a disagio poiché’ mi fa sentire di troppo ! Questo di contro non avviene con la nonna materna con la quale è costretta a stare dopo l’asilo nido . Ultimamente a scuola presenta un po’ di aggressività’ , potrebbe esserci correlazione con il tipo di rapporti con i nonni , premesso che ha ottimi rapporti genitoriali ed e’ figlia unica come mio figlio d’altronde.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    nelle sue parole si sente un amore profondo per sua nipote, un legame caldo e spontaneo che nasce dalla vicinanza e dal piacere di stare insieme. È naturale che una bambina così piccola possa, in alcuni momenti, cercare una relazione esclusiva con una figura che sente particolarmente accogliente e disponibile.
    La preferenza temporanea per un nonno o una nonna non è, di per sé, qualcosa di preoccupante, né indica uno squilibrio nei legami familiari. Allo stesso modo, l’aggressività che descrive a scuola difficilmente può essere collegata direttamente al rapporto con i nonni: a questa età piccoli comportamenti oppositivi o aggressivi possono comparire come modalità ancora immature di esprimere emozioni intense o frustrazione.
    Il disagio che lei prova, soprattutto rispetto alle reazioni di suo figlio, merita però ascolto. A volte, dietro le gelosie o le tensioni tra adulti, si nasconde la fatica di trovare un equilibrio tra ruoli diversi: quello di genitore e quello di nonno. Non si tratta di essere “di troppo”, ma di trovare uno spazio che sia riconosciuto e sereno per tutti.
    Se queste dinamiche dovessero continuare a generare tensione o preoccupazione, potrebbe essere utile un confronto con uno psicologo dell’età evolutiva o un breve percorso di consulenza familiare, per dare voce ai vissuti degli adulti e proteggere la serenità della bambina.
    I legami tra nonni e nipoti sono spesso piccoli rifugi affettivi: quando restano chiari nei confini e leggeri nelle aspettative, diventano una grande risorsa per tutta la famiglia.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Buon pomeriggio, sono una ragazza di 24 anni che a periodi alterni si sente sola e nell'abitudine di provare questo sentimento a volte "respinge" situazioni sociali. Cinque anni fa, per motivi di studio, sono trasferita in un'altra città. Mio padre lavorava qui da un pò di anni e l'ho raggiunto. Ciò che mi ha spinta a fare questo grande passo - e allontanarmi dal mio contesto sociale, amici, famiglia, abitudini - è stata sia la voglia di provare qualcosa di nuovo in una nuova città, ma anche la solitudine che mi ha sempre accompagnata silenziosamente sin da piccola. Nel mio paese di origine non mi sono mai sentita parte di una "comunità" o contesto sociale. Provo a spiegarmi meglio: abitavo nella periferia di un paesino piccolo in cui non c'era la possibilità di uscire a piedi, fare una passeggiata, andare da un'amica a prendere un caffè ... e in più la mia vita sociale e scolastica avveniva in un paese limitrofo a 10 min di macchina dal mio (i miei genitori preferirono mandarmi a scuola in un altro paese). Per questo motivo non mi sono mai sentita parte di un mondo, quel piccolo microcosmo fatto di "5 min e ti passo a prendere" o di "vieni con me al supermercato un attimo?". Spesso le mie amiche, nonostante avessi un bel gruppo di amiche (con cui con alcune ancora ho rapporti ben stretti), non mi invitavano per le cose banali come le piccole cose che si fanno quotidianamente all'interno di un paese, questo perché ero "lontana" e per fare queste piccole cose non aveva senso spostarmi. Nei weekend o per feste e compleanni invece partecipavo spesso, anzi, mi manca la mia compagnia. Il luogo fisico in cui avveniva la mia vita sociale non era quindi lo stesso in cui abitavo. Spesso per sentirmi "inclusa" nelle dinamiche sociali mi adattavo anche a situazioni che non facevano parte di me, anche solo per un'approvazione nei miei confronti e per non sentirmi diversa o quella che "veniva da lontano". Oggi però a distanza di cinque anni mi ritrovo in una nuova città (in cui si sono trasferiti anche poi mia madre e mio fratello), ho conosciuto persone nuove ma paradossalmente la situazione si è ribaltata, se prima ero lontana dal paese e vivevo in "solitudine" quotidianamente, ora abito in città ho tutto quello che desideravo, posso uscire a piedi e vivere la vita all'interno della città, ho dei vicini di casa ... ma le amiche che ho qui abitano invece fuori città e in più hanno già un loro gruppo di amici. Mi sembra un circolo vizioso. Inoltre nella città a nord Italia in cui mi trovo è raro trovare studenti fuori sede (meta poco ambita), quindi i miei colleghi universitari non sono nella mia stessa condizione da "fuori sede", ma vengono all'università con la consapevolezza di tornare a casa dalla loro cerchia di amici. in più in questo contesto fatico a sentirmi me stessa, ho partecipato spesso alla vita sociale anche di uno dei miei colleghi e dei loro amici, ma mi sento sempre fuori posto, quel fuori posto che sento provenire dal passato ... io che non faccio parte di nessun mondo. Io che non facevo parte né del paesino in cui abitavo, né di quello che frequentavo e né nella città in cui mi trovo ora. C'è da dire che sono però una persona solare e aperta a nuovi contesti sociali, ma la sensazione che sento ora è di sforzarmi continuamente e mai di essere me stessa. Ho molta confusione in testa. Da poco ho finito l'università e frequento un master in un'altra città durante i weekend ... questo mi sta aiutando molto ma quando torno il pattern quotidiano è sempre lo stesso: faccio ripetizioni, mi alleno, vado al master. La mia vita sociale da quando mi sono trasferita è un pò povera e sto iniziando a pensare che ormai mi ci sono anche abituata a stare sola e ho paura di non riuscire a togliere quest'abitudine. Il mio sentirmi fuori posto potrebbe derivare anche dal fatto che non sono mai stata fidanzata e soprattutto dalle costanti paranoie che penso nei confronti delle persone che mi stanno vicino. Credo che loro si accorgano della mia solitudine, anche se io cerco di mascherarla il più possibile e tenermi occupata spesso durante le giornate. poi quando sono sola a casa piango e mi sfogo. Mi è capitato anche di sfogarmi con mamma, papà e mio fratello ma a distanza di giorni le mie paranoie tornano. Ho anche pensato di andare in terapia per cercare un modo per vivere meglio questa situazione. Probabilmente ciò che ho scritto sarò molto confuso, ma è stato come un flusso di pensieri. Grazie a chi ha letto fin qui.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    nelle sue parole si sente una solitudine antica, che sembra aver cambiato luoghi ma non voce. Come se, ovunque si trovi, riaffiorasse quella sensazione di essere “un passo fuori”, spettatrice più che parte di un mondo.
    La sua storia racconta di molti tentativi di appartenenza e di adattamento, spesso fatti per non sentirsi esclusa. Questo sforzo continuo può portare, nel tempo, a sentirsi stanchi, confusi, e a temere che la solitudine diventi un’abitudine difficile da lasciare. Ma il fatto che lei riesca ancora a cercare relazioni, a mettersi in gioco, a interrogarsi su di sé, mostra che dentro di lei c’è un desiderio vivo di connessione.
    Il sentirsi fuori posto non nasce solo dal presente, ma spesso affonda radici in esperienze precoci di distanza, di attese, di piccoli momenti mancati. Per questo motivo, ciò che sta vivendo non si risolve solo trovando nuove persone o nuovi contesti, ma comprendendo più a fondo come si è costruita dentro di lei questa sensazione di non appartenenza.
    Ha già pensato alla terapia, e questo è un passaggio molto importante. Un percorso di psicoterapia potrebbe offrirle uno spazio stabile in cui dare senso a questa solitudine, trasformandola lentamente da abitudine silenziosa a esperienza comprensibile e condivisibile. Non per riempire il vuoto in fretta, ma per imparare ad abitare se stessa con più sicurezza e autenticità.
    A volte non è il mondo a escluderci, ma una parte di noi che ha imparato, nel tempo, a sentirsi ospite ovunque. E proprio da lì può iniziare un cambiamento gentile ma profondo.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    nelle sue parole si sente una mamma attenta, presente, che prova a capire davvero il mondo interno di suo figlio. Questo è già un punto molto importante.
    Diego sembra aver costruito, nel tempo, una sorta di “strategia”: fare ridere per sentirsi visto e accettato. Non è tanto un bisogno di attenzione fine a sé stesso, quanto il tentativo di colmare una sensazione più profonda di esclusione o di “non essere abbastanza” dentro al gruppo. Quando un ragazzo si sente ai margini, può cercare un ruolo che gli garantisca un posto, anche se questo significa esagerare o mettersi in difficoltà.
    Il fatto che lei gli parli e provi a rassicurarlo è fondamentale, ma a questa età le parole dei genitori, da sole, spesso non bastano: il bisogno di appartenenza ai pari è molto potente.
    Più che correggere il comportamento (“non fare così”), può essere utile aiutarlo a riconoscere cosa prova in quei momenti:
    “Cosa succede dentro di te quando senti di dover far ridere?”
    “Cosa temi accada se non lo fai?”
    Questo lo aiuta a spostarsi dal comportamento all’emozione.
    Allo stesso tempo, può essere importante offrirgli contesti alternativi in cui sperimentarsi: altri gruppi, attività diverse, ambienti in cui non sia già “etichettato” nel ruolo del buffone. A volte basta un’esperienza diversa per cambiare la percezione di sé.
    La sua paura che questa modalità lo accompagni “per tutta la vita” è comprensibile, ma non è un destino già scritto. È una fase evolutiva in cui si stanno formando identità e autostima, e proprio per questo è un momento molto lavorabile.
    Se dovesse vedere che questa insicurezza resta molto intensa o che il bisogno di approvazione diventa sempre più rigido, potrebbe essere utile affiancare a questo un percorso di supporto psicologico per suo figlio, uno spazio neutro dove possa esplorare queste dinamiche con qualcuno esterno alla famiglia.
    Diego non è “troppo bisognoso di attenzione”: sta cercando, a modo suo, un posto nel mondo. Con il giusto sostegno, può imparare a starci senza dover “performare”.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    nelle sue parole si sente una grande fatica, ma anche una profonda lucidità: è come se una parte di lei desiderasse avvicinarsi, mentre un’altra, spaventata, cercasse continuamente motivi per allontanarsi.
    Il filo che attraversa la sua storia non sembra parlare tanto dei partner in sé, quanto di un modo di vivere la relazione: quando l’altro si avvicina davvero, emergono ansia, pensieri intrusivi, vergogna, fino a trasformare il legame in qualcosa di difficile da tollerare. I pensieri sull’aspetto fisico, sull’odore, sui dettagli del comportamento, così come l’alternanza tra idealizzazione e repulsione, ricordano dinamiche tipiche dell’ansia relazionale e, in alcuni casi, di funzionamenti ossessivi applicati alla relazione.
    Non è raro che la mente, per proteggersi da una paura più profonda (intimità, rifiuto, esposizione), inizi a “cercare difetti” nell’altro, nel tentativo di creare distanza. Ma questa distanza, invece di proteggere, finisce per far soffrire.
    Il fatto che la situazione si sia intensificata dopo la sospensione della terapia farmacologica è un elemento da considerare, da valutare eventualmente con uno specialista. Tuttavia, il punto centrale resta il lavoro psicologico che ha già iniziato.
    La paura che esprime – “e se non l’ho mai amato davvero?” – è una paura molto comune quando l’ansia entra nelle relazioni: ma spesso non è una verità da scoprire, quanto un dubbio alimentato proprio dall’ansia stessa.
    In questo momento, più che prendere decisioni definitive sulla relazione, può essere importante fermarsi e comprendere cosa accade dentro di lei quando si avvicina emotivamente a qualcuno. Un percorso di psicoterapia le permetterà di lavorare su questi meccanismi profondi, dando senso alla sua storia e alle sue reazioni, senza ridurle a un semplice “giusto o sbagliato” rispetto al partner.
    Non è necessario avere subito risposte sull’amore: a volte è più utile imparare a stare dentro le proprie emozioni senza esserne travolti.
    Quello che sta vivendo non è un vicolo cieco, ma un nodo da sciogliere con tempo e cura.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    nelle sue parole si sente tutta la fatica di un passaggio importante: lasciare un luogo, provare a costruirne un altro, e trovarsi nel mezzo, dove nulla è ancora stabile ma tutto è in movimento.
    L’esperienza dello stage, così come la descrive, è stata ferente. Quando un contesto svaluta, è naturale che lasci dentro dubbi e paura di non essere all’altezza. Ma ciò che è accaduto parla anche di un ambiente che non l’ha accolta: non tutto ciò che non funziona è un fallimento personale.
    Ora si trova in una fase delicata, dove il bisogno concreto di lavorare si intreccia con l’ansia anticipatoria e con il timore di rivivere esperienze negative. Questo può bloccare, far sentire “indietro”, come se ogni passo fosse troppo rischioso. In realtà, sta attraversando un tempo di transizione, che spesso è confuso e instabile per definizione.
    Più che darsi un ultimatum rigido, potrebbe aiutarla pensare a piccoli passi sostenibili: riprendere contatto con il suo ambito, inviare candidature senza l’obbligo che “debbano andare bene”, esporsi gradualmente. Non serve sentirsi pronta per iniziare: a volte è proprio l’azione, anche incerta, a restituire un senso di direzione.
    Il confronto con le sue amiche o con ciò che “dovrebbe essere” rischia di aumentare il senso di fallimento, ma ognuno ha tempi e percorsi diversi. Il suo non è sbagliato, è semplicemente in costruzione.
    Il fatto che abbia già intrapreso un percorso psicologico è una risorsa importante. Anche se con una frequenza diversa, potrebbe continuare a mantenere uno spazio per sé: un luogo in cui rimettere ordine tra paure, aspettative e possibilità.
    Non è ferma: è in un passaggio in cui sta cercando il suo posto. E questo, anche se oggi fa paura, è già un movimento.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Non so più cosa fare....
    Sono una donna di 30 anni e sono stanca....
    Voi penserete che mi stia riferendo ad un determinato periodo della mia vita, ebbene qui si parla di anni. Dall'età di 14 anni soffro d'ansia che si manifesta nel corpo con sudorazioni fredde, nausea, borborigmi, meteorismo, tremori e forte senso di vergogna. Nel corso del tempo ho fatto 4 anni di psicoterapia di tipo psicodinamico, 2 anni di psicoterapia sistemico-relazionale, 3 anni di psicoterapia della gestalt, 1 anno di psicoterapia cognitivo comportamentale. Ho provato la mindfullness, ho provato a scrivere un diario, ho provato infiniti psicofarmaci (si, di mia spontanea volontà mi sono rivolta ad uno psichiatra), ho provato a stare a contatto con le mie paure ma sono finita per ammalarmi ancora di più. Sono seguiti pensieri suicidi (da quando avevo 14 anni), nel 2025 ingerisco un bel po di pillole, volevo solo spegnere il cervello, al mio risveglio sento scosse in tutto il corpo e spasmi muscolari, lo riferisco a mia madre, la corsa in ospedale e il primo ricovero (in sicilia), il secondo a distanza di qualche mese (Milano). Infinite diagnosi ricevute ed io che ho sempre più voglia di sparire, mollare tutto e stare da sola.
    Il mio corpo e la mia mente si rifiutano di sopportare altro dolore, sono satura, avete presente quando si fa un trapianto e il corpo lo rigetta?
    Ecco, io credo di essere diventata intollerante e allergica ad ogni forma di dolore, la solitudine è il mio rifugio ma anche la mia condanna.
    Credevo che l'amore potesse curarmi ma mi sbagliavo, da mesi ho intrapreso una relazione con il ragazzo più buono di questo mondo ma ho commesso un grosso errore, per la prima volta mi sono lasciata andare all'amore e adesso ne pago le conseguenze......
    Non ho i soldi a sufficienza per permettermi un altro percorso di psicoterapia, ma devo assolutamente andare dallo psichiatra e aiutarmi con i farmaci, l'unica mia vera salvezza, lo so che è triste dirlo, ma solo così riconosco di poter andare avanti.
    Vi chiederete come mai tutti questi anni di psicoterapia non hanno sortito alcun effetto positivo su di me? Ho preso consapevolezza che io non voglio cambiare (mi è stato detto più volte in terapia), è questa trappola mentale che mi porta ad avere pensieri suicidi: Non vuoi cambiare, ti piace soffrire, tanto vale morire e cancellare tutto, porre fine a tutto questo schifo.

    La cosa che più di tutte mi fa male è che in 30 anni di vita non sono mai riuscita a fidarmi davvero di nessuno, e non lo dico tanto per ma è la verità.
    Non ce la faccio a ri-raccontarmi da capo, fa troppo male.....per questo non ce la faccio più ad andare avanti.
    Sono davvero stanca.....non ce la faccio....è tutto così pesante e difficile nella mia testa. Non me la sento di continuare ad andare avanti, io non riesco a reagire, ad essere costante, ad avere forza di volontà, quello in cui sono brava è riuscire ad annientarmi, a fare la vittima come tutti mi hanno sempre detto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,

    nelle sue parole non c’è debolezza. C’è una persona esausta, che da anni combatte una guerra interna senza quasi mai avere tregua. E quando si combatte così a lungo, arriva un momento in cui non si sente più dolore soltanto: si sente svuotamento.

    Lei non è “una che vuole soffrire”. Questa è la voce della disperazione, non la verità su di lei. Una persona che per anni ha cercato aiuto, attraversato percorsi terapeutici, affrontato ricoveri, provato farmaci, tecniche, psicoterapie diverse… è una persona che, in realtà, ha continuato a cercare di salvarsi anche quando non ne aveva più la forza.

    Il punto è che quando si soffre da così tanto tempo, la mente può convincersi che il dolore sia diventato identità. E allora ogni tentativo di stare meglio viene vissuto quasi come qualcosa di estraneo, di pericoloso, perfino impossibile. Ma questo non significa che lei non voglia cambiare: significa che è stanca, spaventata e profondamente sfiduciata.

    In questo momento credo sia importante che lei non resti sola dentro tutto questo. Le sue parole parlano di una sofferenza intensa, con pensieri suicidari presenti da molti anni e un gesto già avvenuto. Per questo il supporto psichiatrico non è “una sconfitta” né qualcosa di triste: può essere un sostegno necessario per permettere alla sua mente di respirare un po’, di abbassare il livello di dolore che sta sopportando da troppo tempo.

    E forse, più che ripartire da capo raccontando tutto ancora una volta, oggi avrebbe bisogno prima di tutto di un luogo in cui non sentirsi giudicata, corretta o “da aggiustare”. Un posto in cui qualcuno possa stare accanto alla sua sofferenza senza dirle che è sbagliata.

    Anche il fatto che lei sia riuscita ad amare e a lasciarsi amare, nonostante tutta questa paura, racconta che dentro di lei esiste ancora una parte viva. Fragile, sì. Terrorizzata, sì. Ma viva.

    Non le serve diventare forte tutta insieme. Le serve smettere di portare da sola un peso che ormai è troppo grande.

    Se i pensieri di morte dovessero diventare molto intensi o concreti, le chiedo davvero di rivolgersi subito ai servizi di emergenza, al pronto soccorso o a qualcuno di fidato vicino a lei. Nei momenti più bui non bisogna restare isolati.

    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Buongiorno dottori,
    scrivo per chiedere il vostro aiuto. Sono una persona, timida introversa e paurosa. Ho sempre avuto difficoltà a interagire con gli altri, ma poi pian piano ho migliorato la mia autostima, ho imparato a volermi bene, accogliere pregi e difetti e correggere ove possibile qualche difetto. Mi è sempre stato difficile esternare sentimenti ed opinioni, ma poi ho imparato a nominare i miei sentimenti e adottare tecniche per abbassare la tensione emotiva e quindi esprimere sempre meglio me stessa. Ho imparato l'importanza del dialogo costruttivo per la mia persona e quindi ho imparato ad esprimere sempre meglio la mia opinione ed accogliere il confronto e l'errore come elementi per crescere. Ultimamente, però, trovo difficoltà nel riconoscere una indipendenza personale del mio giudizio, cioè faccio fatica a dire che il mio giudizio è valido perchè personale, nasce dalla mia esperienza e da come mi relaziono col mondo e le persone a me care. Riconosco che nel muovermi nella realtà, faccio quello che mi rende serena e in equilibrio con quello che sono: esempio se voglio mangiare il gelato scelgo di andare in un certo luogo con un certo metodo che mi far stare bene, serena. A volte però mi scontro col rifiuto di questo mio giudizio e questo mi fa male, soprattutto se viene da persone di cui ho fiducia o affetto. Come posso interrompere questo malessere e ritenermi ugualmente valida e non dettata dal giudizio degli altri? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    nelle sue parole emerge un percorso molto bello e profondo: da una grande timidezza ha imparato ad ascoltarsi, a dare un nome alle emozioni, a comunicare meglio e a costruire una maggiore consapevolezza di sé. Non è poco, ed è importante che lei riesca a riconoscerlo.
    Quello che oggi la ferisce sembra riguardare un passaggio ancora più delicato: non solo esprimere il proprio giudizio, ma riuscire a sentirlo legittimo anche quando non viene approvato dagli altri. È un confine sottile ma fondamentale.
    Spesso chi è cresciuto con molta sensibilità verso il giudizio esterno tende inconsapevolmente a cercare conferma del proprio valore nello sguardo altrui. Per questo il rifiuto o il disaccordo possono essere vissuti non come una semplice differenza di vedute, ma come una messa in discussione della propria validità personale.
    Ma un giudizio personale non deve essere universalmente condiviso per avere dignità. Può essere diverso, imperfetto, persino modificabile nel tempo, e restare comunque autentico.
    Forse il lavoro, adesso, non è convincersi di avere sempre ragione, ma imparare a tollerare l’idea che qualcuno possa non capire, non condividere o non scegliere come lei, senza che questo annulli ciò che sente.
    La serenità che descrive nei piccoli gesti quotidiani è già una bussola importante: significa che dentro di lei esiste una parte che sa orientarsi. Va ascoltata e rinforzata con gentilezza, non continuamente messa sotto processo.
    Un percorso di psicoterapia potrebbe aiutarla ulteriormente proprio in questo: consolidare un senso di sé più stabile, che non dipenda costantemente dalla conferma esterna per sentirsi valido.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Ho 26 anni, ho già fatto visite cardiologiche (anche in Germania) che sono risultate negative. Però sto malissimo: sento morsa al petto, scosse, peso allo stomaco e ho il terrore costante di morire. Non dormo bene e cerco un aiuto per gestire questi attacchi di panico e tornare a vivere tranquillo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,

    quando il corpo viene attraversato dall’ansia intensa, le sensazioni possono essere estremamente reali e spaventose: morsa al petto, scosse, peso allo stomaco, paura di morire. Eppure, il fatto che gli accertamenti cardiologici siano risultati negativi è un elemento molto importante e rassicurante.

    Gli attacchi di panico hanno spesso questa caratteristica: fanno sentire in pericolo anche quando il pericolo non c’è davvero. La mente entra in uno stato di allerta continua e il corpo finisce per vivere come minaccia ogni minima sensazione fisica. È un circolo molto faticoso, ma trattabile.

    In questo momento sembra che non sia più solo “la paura dell’attacco”, ma una condizione di costante vigilanza che le sta togliendo serenità, sonno e qualità di vita. Per questo credo sarebbe importante intraprendere un percorso di psicoterapia, così da lavorare non solo sui sintomi, ma anche sui meccanismi che mantengono questa paura accesa.

    In alcuni casi può essere utile anche una valutazione psichiatrica, soprattutto se ansia e insonnia stanno diventando pervasive: chiedere aiuto non significa essere deboli, ma interrompere una sofferenza che da soli diventa difficile sostenere.

    Non deve convincersi “con la forza” che andrà tutto bene. Il lavoro è imparare, gradualmente, a sentirsi al sicuro dentro il proprio corpo senza vivere ogni sensazione come una minaccia.

    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute di mia moglie, ipocondria e stress, emetofobia, problemi personali e lavorativi, inoltre ho una figlia di 7 anni. praticamente quando capitano quei momenti, io porto il cibo in fondo alla gola, non effettuo il riflesso della deglutizione e sento il bolo che per inerzia incomincia a scivolare giù nella tracha, al ché vado in panico e bevo dell acqua sperando che riattivi il riflesso, perché se non riparte e il cibo va giù va in soffocamento (penso), altra modalità io vado per ingoiare e stringo la gola e la lingua emettendo quasi un rantolo per non lasciare andare il cibo verso il suo naturale percorso.
    Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,

    quello che descrive appare molto faticoso e comprensibilmente logorante, soprattutto perché sembra inserirsi in un periodo della sua vita già molto carico di preoccupazioni, stress e paura. Quando il corpo e la mente sono in uno stato di allerta costante, anche un gesto naturale come deglutire può diventare qualcosa da monitorare, controllare e temere.

    Da ciò che racconta, sembra che l’ansia legata al soffocamento abbia costruito nel tempo un circolo molto potente: la paura aumenta il controllo sul gesto della deglutizione, il controllo irrigidisce il corpo, e questo rende la deglutizione ancora più difficile e spaventosa. È come se qualcosa che dovrebbe accadere spontaneamente venisse continuamente “sorvegliato”, fino a perdere naturalezza.

    Il fatto che oggi sia riuscito a tollerare quel momento senza che accadesse ciò che teme è un elemento importante, anche se capisco quanto possa sembrare fragile davanti a una paura così radicata.

    Dopo 35 anni di sofferenza, e considerando il peggioramento recente, credo che sarebbe molto importante intraprendere (o riprendere) un percorso di psicoterapia, possibilmente orientato ai disturbi d’ansia e alle fobie, per lavorare in modo specifico su questo meccanismo. A volte, quando il peso diventa troppo grande, può essere utile anche un confronto con uno psichiatra per valutare un sostegno farmacologico mirato.

    Dietro questa paura sembra esserci anche un enorme carico di responsabilità e il timore profondo di perdere il controllo proprio in un momento della vita in cui sente di dover reggere molto. Non deve affrontarlo da solo.

    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Salve dottori mi chiedo se il Buddha o altri maestri avessero ragione che l unica strada per la serenità sia la via spirituale , anche se personalmente io mi sento sereno anche se da qualche giorno vedendo alcuni video sto mettendo un po in dubbio la mia situazione, mi chiedo allora chi come me non fa questi tipi di percorsi non può essere felice ? Non può essere una brava persona ? E se anche voi psicologi in futuro vi rendete conto che l unica strada è la spiritualità e tutto il resto è fuffa

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    innanzitutto desidero farle i complimenti per la profondità della sua domanda. È una riflessione antica quanto l’essere umano: esiste una sola strada per stare bene, oppure ognuno costruisce la propria?
    La spiritualità, per molte persone, può essere una via preziosa. Tradizioni come il buddhismo insegnano aspetti profondamente affini anche alla psicologia contemporanea: l’osservazione dei pensieri senza identificarsi totalmente con essi, l’accettazione dell’impermanenza, la compassione verso sé stessi, il valore della presenza nel qui e ora. Non è un caso che alcune pratiche, come la mindfulness, abbiano trovato spazio anche in ambito clinico.
    Tuttavia, credo sia importante andare con delicatezza quando si parla di “unica strada”. La serenità raramente abita in un sentiero uguale per tutti.
    C’è chi la trova nella spiritualità, chi nelle relazioni, chi nella creatività, nella cura degli altri, nella genitorialità, nell’arte, nella natura, in un percorso terapeutico o semplicemente in una vita coerente con i propri valori. E c’è chi intreccia più strade insieme.
    No, non fare un percorso spirituale non significa essere meno felici o meno “brave persone”. La bontà e la profondità di una persona non dipendono da una pratica spirituale, ma da come abita il mondo, da come ama, ripara, sceglie, cresce.
    Forse la domanda più gentile da rivolgersi non è: “Sto seguendo la strada giusta?”, ma: “La strada che percorro mi rende più vivo, più autentico, più capace di stare in relazione con me stesso e con gli altri?”
    Anche la psicologia, in fondo, non pretende di avere verità assolute. Piuttosto prova ad accompagnare le persone a conoscersi meglio, a sciogliere nodi, a soffrire un po’ meno e a vivere un po’ più pienamente. Per qualcuno questo incontro passa anche attraverso una dimensione spirituale, per altri no.
    La serenità, forse, non è una vetta uguale per tutti, ma un modo intimo di camminare.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Buongiorno dottori faccio questa domanda perchè in questi giorni mi sta dormentando nel senso quando sento qualche notizia in tv oppure vedo qualcosa sul tavolo ecc... mi passano in mente immagini di farmi del male a me oppure alla gente che ho vicino... questa cosa mi era successo anche l'hanno scorso dopo passata adesso si e ripresentata di nuovo.. in piu sto facendo una cura con il daprxo da 15 anni.. vorrei capire sono solo pensieri o mi devo preoccupare? grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    capisco quanto questi pensieri possano spaventare, soprattutto quando sembrano comparire all’improvviso e riguardano immagini di fare del male a sé stessi o agli altri. Tuttavia, da ciò che descrive, sembrano avere le caratteristiche di pensieri intrusivi, cioè immagini o idee indesiderate che irrompono nella mente contro la propria volontà e che spesso generano molta paura proprio perché sono in contrasto con ciò che la persona desidera davvero.
    Il fatto che lei ne sia spaventato e si chieda se “deve preoccuparsi” è già un elemento importante: spesso chi vive questi pensieri li riconosce come estranei a sé e li teme profondamente.
    Detto questo, non sottovaluterei il fatto che si siano ripresentati e che la stiano turbando così tanto, anche considerando la terapia farmacologica in corso da molti anni. Potrebbe essere utile confrontarsi sia con il medico o psichiatra che la segue, per rivalutare il momento che sta vivendo e la terapia, sia intraprendere o riprendere un percorso di psicoterapia, per comprendere meglio cosa stia alimentando questa riattivazione dell’ansia e dei pensieri intrusivi.
    Più si cerca di scacciarli con paura, più spesso tendono a diventare insistenti. Possono fare molto rumore dentro di noi, ma non definiscono chi siamo.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    salve egregi dottori vorrei chiedere un parere circa la mia situazione.
    dopo 18 anni di matrimonio nel quale abbiamo avuto due figli mi sono accorto quasi per caso che mia moglie aveva una relazione extraconiugale non avevo mai avuto nessun pensiero al riguardo visto che mia moglie ha sempre avuto un carattere molto chiuso non e mai stata una persona espansiva che desse confidenza ad altre persone molto vergognosa timida e con un passato prima di conoscere me con una sola reazione nella quale aveva avuto grandissimi problemi e delusioni per cui mai ho pensato che potesse avere confidenze con altre persone nella fattispecie altri uomini.
    ma evidentemente mi sbagliavo e avendo appreso che fossero 6 mesi che si frequentava con un altro uomo poi approfondendo sono venuto a conoscenza che si frequentava anche con un altro uomo ulteriore e che negli anni precedenti aveva avuto altre due frequentazioni con altri due uomini anche se parrebbe siano state molto brevi e non importanti e che non si era spinta fino ad avere Rapporti con questi due primi.
    avendo appreso questo dopo svariate ricerche e domande a lei effettuate non ho più creduto che fosse tutto o che fosse vero quello che mi diceva ho iniziato a dubitare di ogni cosa mi dicesse pensando che per imbarazzo o vergogna non mi avesse detto tutto o che non mi avesse detto completamente il vero. questo scoprire sempre piu e questo mio iniziare a dubitare ha creato un rapporto che lei si e rinchiusa sempre più e spesso mi ha detto che non riusciva piu ad avere intimità con me perché dopo tutto ciò provasse schifo. infatti da un po e sempre peggio e andata la nostra intimità prima di tutto questo avevamo una vita sessuale normale o addirittura io credo piu che normale certo ero sempre io a iniziare o chiedere di fare sesso ma visto come io l avessi sempre creduta fosse mi sembrava normale che per vergogna lei non mi chiedeva mai certe cose e quindi mi sembrava normale che fossi sempre io a chiedere o iniziare ad avere intimità con lei.
    adesso dopo tutto questo lei non vuole avere piu rapporti con me e se qualche rarissima volta si diciamo concede sta li come un sacco di patate tanto che io smetto perché così non mi piace e poi mi viene da pensare che con altri dopo averla anche perdonata fosse complice e non stesse inerme come con me e questo mi fa doppiamente male e stare veramente male
    vi chiedo cosa posso fare secondo voi
    vi ringrazio anticipatamente

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    quello che descrive è un dolore molto profondo. Dopo 18 anni di matrimonio e una storia costruita insieme, scoprire tradimenti ripetuti può scuotere non solo la fiducia nella partner, ma anche la propria immagine della relazione e di sé. È comprensibile che oggi si senta confuso, ferito e pieno di dubbi.
    Quando la fiducia si spezza, spesso non si rompe soltanto il presente: si incrina anche il passato. Si inizia a rileggere anni di vita insieme chiedendosi “era tutto vero?”, “cosa non ho visto?”. E questo può diventare molto doloroso.
    Mi colpisce anche un altro aspetto: sembra che tra voi si sia creato un circolo molto faticoso. Lei cerca risposte e verità per dare senso a ciò che è accaduto; sua moglie, forse per vergogna, colpa o difesa, sembra essersi chiusa sempre di più. Nel mezzo, la vostra intimità si è trasformata in un luogo di sofferenza invece che di incontro.
    In questo momento forse la domanda non è solo “come recuperare il rapporto sessuale?”, ma “cosa ne è oggi del vostro legame?”. C’è ancora uno spazio autentico di volontà reciproca per comprendervi e ricostruire? Oppure siete entrambi bloccati nel dolore e nel risentimento?
    Credo che una situazione così delicata difficilmente possa essere attraversata da soli. Una terapia di coppia potrebbe essere molto preziosa, non tanto per “salvare il matrimonio a tutti i costi”, ma per capire se e come sia possibile ricostruire fiducia, dialogo e vicinanza emotiva dopo una ferita così importante.
    Allo stesso tempo, sento importante suggerirle anche un percorso psicologico personale. Lei sta portando un peso enorme: il tradimento, i dubbi, il confronto mentale con gli altri uomini, il senso di rifiuto nell’intimità. Tutto questo merita uno spazio protetto dove poter essere accolto e compreso, senza restare solo dentro il dolore.
    A volte, dopo una ferita relazionale così grande, il primo passo non è capire subito se la coppia può guarire, ma aiutare sé stessi a respirare di nuovo dentro ciò che è accaduto.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Buonasera chiedo un consiglio su come comportarsi con un marito che quando si arrabbia diventa furibondo, alza la voce talmente tanto che mi sovrasta e non mi lascia parlare . Le litigate sono sporadiche, premetto che di solito é un uomo calmo e premuroso fino a quando (secondo lui) commetto un errore allora diventa furioso grida ,mi sovrasta ,dice parole pesanti che fanno fatica ad essere sorvolate ,restano nell'anima . Quando si comporta in questo modo resto pietrificata non comprendo perché fa così. Questa sera mi ha detto che mi da tempo 3 giorni (non ho capito per cosa) poi se ne va definitivamente. Sono consapevole del fatto che in una coppia la ragione sta nel mezzo ma comportandosi in questo modo mi costringe ogni volta ad assumermi colpe che sinceramente non sento così gravi da farlo scoppiare in questo modo. Ho letto le vostre risposte date ad altre donne che vivono situazioni come la.mia e so che una terapia di coppia sarebbe ottimale ,conoscendo mio marito se gli proponessi una seduta da uno psicologo innescherei un ulteriore litigata ,é un uomo molto orgoglioso non si abbassa ad ascoltare.nessun consiglio. Io lo amo siamo sposati da 4 anni ( nella seconda parte della nostra vita, non siamo più giovani) vorrei condividere il resto della vita con lui vorrei trovare una soluzione . Grazie mille

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    nelle sue parole si sente molto amore, ma anche molta fatica e un senso di smarrimento. Quando una persona che amiamo alterna momenti di cura a esplosioni di rabbia così intense, può diventare difficile capire cosa sia “normale” tollerare e cosa, invece, lasci ferite profonde.
    Mi colpisce una frase: “restano nell’anima”. Perché le parole, soprattutto quando arrivano da chi amiamo, possono lasciare segni silenziosi.
    Più che chiederle come gestire suo marito, forse le proporrei una riflessione delicata: cosa sente di voler proteggere ogni volta che cerca di calmare questa situazione? La relazione? L’idea di futuro insieme? La paura di perderlo? O forse una parte di sé che spera che quei momenti di rabbia non raccontino davvero chi lui è?
    E ancora: che cosa la attiva di più in quei momenti? La paura del conflitto, il sentirsi sovrastata, il dubbio di avere davvero sbagliato, oppure il bisogno di riportare pace a tutti i costi?
    Quando ci si sente pietrificati, senza spazio per parlare, spesso qualcosa dentro di noi entra in una modalità di protezione. E con il tempo si rischia, quasi senza accorgersene, di ridimensionare i propri bisogni o assumersi colpe per mantenere un equilibrio.
    Capisco il timore che lui possa non accettare una terapia di coppia. Proprio per questo credo potrebbe essere molto prezioso, intanto per lei, intraprendere un percorso di psicoterapia individuale. Non per stabilire chi abbia ragione o torto, ma per aiutarla a comprendere più profondamente cosa accade nella relazione, quali corde tocca dentro di lei e come ritrovare uno spazio interno saldo da cui scegliere come stare in questa storia.
    A volte amare qualcuno non basta a far stare bene una relazione; serve anche potersi sentire al sicuro dentro il legame.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


    Sono in difficoltà forse . Ho questo desiderio di masturbarmi abbastanza spesso. Pensieri piccanti eppure dopo la fine di una relazione e l’inizio di un altra , mi sembra che l’eros si sia impossessato di me . Non capisco come sia possibile che ha 47 anni e una vita atletica e professionalmente appagante sento il desiderio di esplorare il mio corpo come fatto mai prima. Non ci sono blocchi emotivi oppure altro eppure, in contesti non convenzionali, tipo in un areo piuttosto che in un cinema, mi viene una voglia incredibile di fare l amore con me stesso. Chiaramente non lo faccio ma quando arrivo a casa non resisto. Bo forse sono matto oppure sto esplorando lati di me sconosciuti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Veronica Savio

    Gentile utente,
    da ciò che racconta non emerge necessariamente qualcosa di “strano” o patologico. A volte, dopo la fine di una relazione e l’inizio di un’altra, possono riattivarsi aspetti di sé rimasti più silenziosi: desiderio, curiosità, vitalità, bisogno di piacere o persino una nuova relazione con il proprio corpo.
    Il fatto che lei si senta sorpreso da questa intensità forse racconta anche qualcosa di importante: non tanto un “essere matto”, quanto il trovarsi davanti a una parte di sé che sta chiedendo spazio e significato. Il desiderio, soprattutto nei momenti di cambiamento, può diventare più vivido, quasi come un linguaggio del corpo che prova a dire qualcosa.
    La domanda che forse potrebbe essere utile porsi non è solo “perché mi succede?”, ma “che cosa rappresenta oggi per me questo eros così intenso?”. È ricerca di piacere, di libertà, di conferma, di vitalità, di novità, di contatto con sé?
    Finché questo desiderio non diventa qualcosa di compulsivo, fonte di sofferenza o interferisce in modo significativo con la sua vita, potrebbe anche essere letto come un’esplorazione di sé, di un territorio interno ancora poco conosciuto. L’eros, a volte, arriva come un fiume che rompe gli argini proprio quando la vita cambia forma.
    Se però sente che questo tema la confonde, la preoccupa o sta assumendo troppo spazio mentale, un percorso di psicoterapia può essere un luogo prezioso per comprenderlo senza giudizio, con curiosità e profondità.
    Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
    Dott.ssa Veronica Savio


Autore

psicologo, psicologo clinico, psicoterapeuta

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