Domande del paziente (157)

    Salve, sto attraversando un periodo “buio” nella relazione di convivenza con la mia compagna.
    Conviviamo da 13 anni, abbiamo un figlio di 6 anni ed abbiamo fatto i nostri sbagli e avuto i nostri alti e bassi nella relazione, ma recentemente la mia compagna mi ha comunicato di non essere felice ed avere dubbi sui sentimenti nei miei confronti.
    Questo pare sia dovuto a tante piccole cose che nel tempo le hanno dato fastidio, non riesce ad essere se stessa per paura di non so cosa e ora è arrivata ad essere “piena” e forse anche un pochino chiusa in se stessa.
    Per me è stato un fulmine a ciel sereno, arrivato cosi dal niente e invece a quanto pare è una situazione che si porta avanti da tempo, senza che io mi accorgessi di niente e senza che lei ne parlasse con me per cercare una soluzione. Ovviamente mi sento vuoto, sconfitto, ma anche speranzoso che la situazione possa risolversi positivamente per poter tornare ad essere la famiglia che eravamo, anzi forse anche migliore andando a correggere quelli aspetti che potrebbero aver portato a questa situazione.
    La mia più grande paura è ovviamente la sofferenza che potrebbe avere il bimbo, ma anche il fatto di “buttar via” quello che è stato costruito con fatica e impegno in tutti questi anni.
    Non credo di averle mai fatto mancare niente, anzi è sempre stata libera di fare le sue cose, anche se alcune mi creavano delle preoccupazioni/perplessità che non ho mai nascosto, ma lei spesso ignorato.
    Io mi sono reso più che disponibile a cercare di trovare una soluzione, a lavorare su noi per cercare di migliorare sugli aspetti che hanno portato a questo e ho teso la mano, ma da parte sua non capisco se questa volontà ci sia o meno, come se fosse intrappolata in un limbo e non riesco a comprendere come sia possibile questa freddezza dopo 13 anni e una famiglia costruita.
    Sto cominciando ad avere grandi dubbi, tipo che sia stata con me fino ad oggi, nonostante questo suo “disagio”, solo per comodità e per paura di non restare sola, visto che i genitori vivono in un altro stato e quindi di essere stato utilizzato e preso in giro.
    Come dovrei comportarmi adesso? Potremmo provare ad intraprendere inizialmente un percorso di coppia insieme ed eventualmente, se reputato necessario, in seguito anche singolarmente per poter affrontare questa problematica che stiamo vivendo?
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, la ringrazio per la condivisione di questo vissuto tanto delicato e che merita ascolto. Il senso di smarrimento che descrive è comprensibile, soprattutto perché per lei questa comunicazione è arrivata in modo improvviso, mentre per la sua compagna sembra essere l’esito di un malessere più lungo e silenzioso.
    Questo è un aspetto importante: nelle relazioni di lunga durata può accadere che uno dei due partner accumuli nel tempo vissuti di insoddisfazione o fatica senza riuscire a comunicarli apertamente, fino ad arrivare a un punto in cui va a saturare. Quando questo emerge, spesso l’altro si trova spiazzato, con la sensazione che “sia successo all’improvviso”, mentre in realtà si tratta di un processo graduale che è rimasto in parte "invisibile"...
    È importante anche fare attenzione a una possibile lettura che lei stesso introduce, cioè l’idea di essere stato “usato” o che la sua compagna sia rimasta per comodità: al momento questa è un’ipotesi, comprensibile alla luce della ferita che sta vivendo e, forse, è proprio questa ferita a "parlare", ma non necessariamente corrisponde alla realtà dei fatti. In questo momento il rischio è quello di riempire i vuoti di comprensione con interpretazioni che potrebbero alimentare la distanza, anziché favorire un confronto.
    Un altro elemento che merita attenzione è la sua posizione attuale: da quello che descrive, lei è molto orientato a “riparare”, a trovare soluzioni e a recuperare la relazione. Questo è un aspetto importante, ma è necessario che ci sia una disponibilità anche da parte della sua compagna. Forzare un percorso o cercare di “convincere” l’altro rischia di irrigidire ulteriormente la situazione.
    Può essere più utile, in questa fase, creare uno spazio di dialogo in cui lei possa comprendere meglio cosa sta vivendo la sua compagna oggi, senza andare subito nella direzione del “risolvere”, ma cercando di ascoltare e dare senso a ciò che è emerso.
    Rispetto alla sua domanda, un percorso di coppia può essere sicuramente una risorsa preziosa, proprio perché offre uno spazio protetto in cui entrambi possiate esprimervi e comprendere se esiste una base condivisa da cui ripartire. Eventualmente, percorsi individuali possono affiancare questo lavoro, aiutando ciascuno a chiarire i propri vissuti e bisogni.
    Percepisco tanto la preoccupazione per vostro figlio, i bambini risentono tanto della qualità del clima emotivo tra i genitori: muoversi per creare maggiore chiarezza rispetto alla relazione tra voi genitori, è già un modo per proteggerlo.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Gentilissima, grazie per la condivisione. Comprendo la fatica nel vivere e affrontare questa situazione, soprattutto perché avviene in un contesto lavorativo dove non è possibile evitare completamente l’incontro.
    Per quanto riguarda lui, è possibile che il suo atteggiamento non sia tanto un “dispetto” intenzionale, quanto piuttosto una modalità di gestione dell’imbarazzo, del disagio o della distanza emotiva. Alcune persone, di fronte a relazioni concluse, scelgono una strategia di evitamento anche marcato, che può risultare fredda o svalutante, ma che spesso parla più delle loro difficoltà che di un reale giudizio sull’altro.
    Dall’altro lato, la reazione intensa che lei descrive suggerisce che l’incontro riattivi vissuti emotivi ancora molto presenti. Questo è un elemento centrale su cui porre attenzione: più che trovare il “modo giusto” di comportarsi con lui, può essere utile iniziare a dare significato a ciò che accade dentro di lei in quei momenti.
    Il fatto che lei si senta “impreparata” e tema di sbagliare è coerente con una posizione di forte attivazione emotiva, in cui è difficile accedere a risposte assertive o spontanee. In questi casi, può essere utile provare, ad esempio, a mantenere un comportamento educato ma neutro (un semplice “buongiorno” se avviene uno scambio diretto), senza sentirsi obbligata ad andare oltre; ricordarsi che non è necessario “farsi rispettare” attraverso un confronto diretto, soprattutto se questo la metterebbe ulteriormente in difficoltà; magari anche lavorare gradualmente sulla gestione dell’ansia (anche con il supporto di un professionista), per ridurre l’impatto fisico ed emotivo di questi incontri.
    Il fatto che dopo due anni l’incontro abbia ancora un effetto così intenso merita uno spazio di ascolto più approfondito: potrebbe esserci qualcosa nella relazione o nella sua conclusione che non ha ancora trovato una piena elaborazione.

    Un caro saluto e auguri di Buona Pasqua.

    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Salve dottori ma secondo voi esiste un metodo giusto per vivere la vita ? Io mi sento sereno e felice della mia vita anche se qualche giorno fa mi è venuto un dubbio sul fatto che io di psicologia so ben poco e non so se sto vivendo veramente come dovrei vivere , se il mio vivere è in linea con i vari metodi della psicologia grazie per una risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Salve! Per rispondere alla tua riflessione, credo non esista un modo giusto o sbagliato di vivere che sia oggettivo e che, quindi, valga per tutti. La psicologia non ci dà delle "ricette" da seguire, piuttosto la psicologia può aiutare a conoscersi meglio ma non a dirci "come dovremmo vivere"...
    Se lei si sente sereno e felice della sua vita, questo è già un segnale molto importante e credo sia altrettanto importante sentirsi in sintonia con i propri valori, riuscire a gestire le difficoltà senza sentirsi sopraffatti e avere relazioni che ci fanno stare bene.
    Il suo modo di vivere va già bene se le dà serenità, felicità e soddisfazione.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Buonasera scrivo perché purtroppo non sò come muovermi... Ho un compagno che amo ma da tempo inizio a sospettare che ci sia un problema.
    Quando l' ho conosciuto era un single che si divertiva a fare serate e bere (a volte troppo) tanto da "distruggere" il gruppo in cui suonava come batterista, perché era arrivato al concerto ubriaco e non riusciva a suonare... Da addormentarsi in macchina perché dopo un matrimonio aveva alzato il gomito e non sapevo dove fosse... Insomma "serate" ma pensavo che piano piano queste abitudini smettessero.
    Invece purtroppo ha iniziato a non bere solo nel weekend adesso beve tutta la settimana... Non torna a casa che non si regge in piedi, però dice sempre con orgoglio che fa' la dieta alcolica per dimagrire, fieramente dice che invece di pranzare al lavoro per non ingrassare beve 1/2 gin-tonic. Quando arriva a casa magari né beve un' altro, più l' amaro, in settimana... Nel weekend dà il meglio di sé è capace di bersi mezza bottiglia di gin da solo, associata a qualche bicchiere di vino e amaro. Quando torniamo a casa si arrabbia per ogni cosa, una luce lasciata accesa, perché gli dico di non avvicinarsi perché puzza di alcol e il suo sguardo mi spaventa e lì inizia ad insultarmi, litighiamo. Mi accusa di esagerare, di non rompere che non ha bevuto troppo.
    Purtroppo ho 3 figli e i 2 più grandi iniziano a guardarlo male, si vergognano quando esagera e mi chiedono del perché beva così tanto se sà che poi si riduce un straccio.
    Io non sò che fare... Vorrei separarmi perché quando affrontiamo il tema da sobrio, mi accusa di essere esagerata e che voglio trovare una scusa per portargli via i figli, ma non è una scusa... Mi dice che sapevo che ha sempre bevuto e che lo regge quindi vuole dire che non esagera. Di non parlargli di terapia perché lui non ha nessun problema ma sono io che non lo amo come prima.
    Questa situazione mi sta' distruggendo

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buonasera, grazie per la condivisione di questo vissuto tanto delicato e che merita attenzione... Da quello che descrive non si tratta semplicemente di “bere ogni tanto” ma di un comportamento continuativo e persistente di perdita di controllo e, di conseguenza, d'impatto significativo sulla vita di coppia e familiare. Questo è un elemento importante.
    Il fatto che il suo compagno beva durante la settimana, utilizzi l’alcol al posto dei pasti, minimizzi quanto accade e reagisca con rabbia o svalutazione quando lei prova ad affrontare il tema, sono tutti segnali compatibili con una difficoltà seria nella gestione dell’alcol. A questo si aggiunge un elemento che non va sottovalutato: la presenza dei suoi figli, che stanno già iniziando ad esprimere delle difficoltà nel rapporto con il padre.
    D'altra parte, lui sembra essere in una posizione difensiva e negante e questo rischia di alimentare solo conflitto tra voi e farla sentire ancora più impotente.
    Quello su cui invece ha margine di azione è la protezione di sé stessa e dei suoi figli, e la definizione di confini chiari. Ad esempio, può iniziare a chiedersi quali comportamenti non è più disposta a tollerare (insulti, rientri in stato di ubriachezza, esposizione dei bambini a queste scene) e quali conseguenze concrete è pronta a mettere in atto se questi si ripetono. Non come minaccia, ma come posizione coerente.
    Un altro aspetto centrale è non rimanere sola in questa situazione: confrontarsi con un professionista può aiutarla a mettere ordine, a non farsi confondere dalle sue minimizzazioni e a costruire una linea di azione più solida. In alcuni casi può essere utile anche rivolgersi a servizi territoriali che si occupano di dipendenze per ricevere indicazioni su come muoversi come familiare.
    I comportamenti che descrive sono oggettivamente problematici e se sente che la situazione la sta “distruggendo”, questo è già un indicatore importante da prendere sul serio e da cui partire per costruire un cambiamento, anche graduale, ma concreto.

    Le auguro possa ritrovare la serenità,
    un caro saluto.
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Buongiorno,
    vorrei provare a sottoporvi una domanda. Ho 37 anni e sono single da 4 anni.
    In questo periodo mi sono messa in gioco come potevo, sia tramite amici di amici sia tramite l'uso sporadico di app di dating. Queste ultime soprattutto ritengo essere state una grande perdita di tempo in quanto non arrivavo mai al secondo appuntamento o a volte nemmeno all'incontro. A dire la verità analizzando anche gli incontri avuti con persone conosciute dal vivo sono stati incontri dove non ho percepito un reale interesse nel conoscermi. Argomenti spesos superficiali, mi chiedevano dei miei ex, ma zero domande su chi fossi io mentre io a loro ne facevo per poi sparire poco dopo. Devo ammettere che sto cominciando a pensare di essere io una persona banale o che in qualche modo annoia gli altri. Spesso mi sentivo dire che non scattava la scintilla ma dubito possa scattare in 2 appuntamenti! Temo di dovermi rassegnare a rimanere single a vita e credo pure che oggi incontrare il vero amore sia solo questione di trovarsi al posto giusto al momento giusto.
    Questa singletudine mi pesa, ho solo amici accoppiati e ormai non ci si vede più. Sto provando a rimettermi in gioco ancora una volta ma negli ambienti vhe frequento le conoscenze faticano ad arrivare e così spesso esco anche da sola. Avrei voluto diventare madre, mi sono sempre immaginata con uno o due figli ma ormai temo di essere fuori tempo massimo.
    Se devo rassegnarmi lo farò ma vorrei capire cosa mi manca rispetto alle altre ragazze che finiscono una relazione e dopo qualche anno le vedi già con un altro e spesso sono ragazze assolutamente normali come me.
    Sono a chiedervi se puó essere possibile che certe persone non incontrino mai qualcuno che faccia al caso loro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la condivisione.
    Dal suo messaggio non emerge affatto una persona “banale”, come lei si definisce, piuttosto emerge qualcuno che prova a mettersi in gioco e che cerca uno scambio un pò più profondo.
    Quando le dicono che “non scatta la scintilla”, è comprensibile che le sembri poco credibile: in due incontri difficilmente nasce qualcosa di significativo. Più che un suo limite, può essere il segnale di persone poco disponibili a costruire. Anche il confronto con chi trova rapidamente un partner potrebbe essere fuorviante poichè non dice nulla sulla qualità di quelle relazioni ma, eventualmente, su modalità diverse di stare nei legami.
    Piuttosto che chiedersi cosa le manca, potrebbe essere più utile interrogarsi su che tipo di persone incontra e su come si sviluppano questi scambi, perché dal suo racconto sembra che spesso sia lei a investire di più mentre l’altro resta in superficie... Questo momento può essere faticoso, ma non definisce il suo valore.
    Se sente che questa situazione comincia a pesarle, potrebbe essere utile un approfondimento con un professionista, magari per comprendere meglio cosa sente all'interno delle relazioni e rendere gli incontri più coerenti con ciò che desidera in modo autentico.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Mia moglie è molto pessimista,emana molta negatività e si mette molto spesso,quasi sempre contro le mie idee,i miei pensieri e alle mie realizzazioni,riuscendo a demoralizzarmi e non farmi più essere di pensiero positivo. Come posso gestire questa situazione?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Quello che descrive non sembra solo “pessimismo”, ma una dinamica relazionale che nel tempo rischia di minare la qualità del legame.
    Da un lato, è importante capire cosa succede tra voi quando lei esprime queste posizioni: il punto non è solo cosa dice, ma come e in quale momento. Dall’altro, è altrettanto importante osservare come lei reagisce: se si demoralizza e si chiude, è possibile che si crei un circolo in cui più lei si spegne, più l’altro irrigidisce le proprie posizioni.
    Un passaggio utile è spostare la conversazione dal contenuto (chi ha ragione) all’effetto che questa dinamica ha all'interno della vostra relazione: farle presente, in modo chiaro ma non accusatorio, che quel tipo di comunicazione la fa sentire svalutato e la allontana. Non è scontato che lei ne sia consapevole.
    Se però questo schema è stabile e ripetuto, difficilmente si modifica da solo. In questi casi può essere utile un confronto in un contesto di terapia di coppia, che permetta di uscire da queste modalità poco funzionali e comprendere cosa sostiene questa dinamica da entrambe le parti.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Buongiorno,
    vorrei sottoporvi una mia problematica. Ho 37 anni e fin da ragazzina ho avuto difficoltà nel relazionarmi.
    Quando andavo a scuola ho sofferto di bullismo, mi canzonavano per il mio aspetto (a loro dire, ero una racchia) e subito costanti angherie.
    Anche per questo motivo fino ai 19 anni non ho mai avuto alcuna esperienza sessuale o di amore giovanile ma da ragazzina non mi ponevo il problema, ho sempre avuto molte passioni e poche amicizie ed ero contenta così.
    Dai 20 ai 23 anni ho avuto la mia prima storia seria con una persona rivelatasi poi insicura e con la quale vi erano costanti litigi. Dopo quasi 3 anni decido di chiudere questa relazione e per un po' sono stata bene così da single. Il problema nasceva quando provavo a rimettermi in gioco, perchè incontravo puntualmente persone interessate solo a rapporti fisici.
    Dopo questa prima storia ho avuto altre 3 relazioni (tutte a distanza di anni l'una dall'altra) della durata di un anno. In queste relazioni sono stata sia lasciata (dicevano di non sentirsi pronti) e ino l'ho lasciato io. Il problema nasce dal fatto che spesso e volentieri mi sentivo una sorta di passatempo per loro, non ho mai percepito un interesse reale di voler costruire qualcosa.
    Ad oggi sono single da quasi 5 anni e comincio a pensare che forse o nemmeno io voglio costruire qualcosa o sono sfortunata. In questi anni ho provato spesso a rimettermi in pista ma non sono mai andata oltre 2 appuntamenti. E temo che l'interesse che gli uomini hanno sia solo di natura sessuale. Quando ci esco insieme li vedo distratti e sembra quasi che debba corteggiare solo io. Inoltre non mi spiego come mai per anni sono trascorsi mesi senza fsrr incontri nella vita quotidiana e mi sono dovuta abbassare ad usare le app di dating per poi rivelarsi un ricettacolo di mercenari.
    Quando esco trovo solo gente molto grande o già impegnata e non so più dove sbattere la testa.
    Sono sola da anni e temo di non riuscire a sopportare altrettanti anni da sola.
    Mi chiedo solo che cosa ho fatto per meritare un simile dolore quando tutte le ragazze trovano qualcuno.
    In questi anni ho cercato delle risposte ma non me trovo. Comincio a pemsare che semplicemente non sono il tipo di donna con la quale un uomo vorrebbe una relazione. Mi sento depressa e spesso esco a camminare per ore o anche senza meta. Tanti mi dicono: "meglio sola che male accompagnata". Ma cosa ne sanno del dolore? Di quel dolore che ti fa bagnare il cuscino di lacrime! Vorrei solo potermi rassegnare una volta per tutte e tenermi tutto magari sposandomi al lavoro. Ma non penso sia possibile non amare più
    Ti dicono "trovato un hobby ", beh ne ho una serie ma non bastano a colmare il vuoto perché la testa va a quel pensiero, il pensiero "ok, togliti dalla testa di avere un compagno!"
    Ho superato tanti momenti bui nella mia vita ma la solitudine perenne penso non sia accettabile per nessuno sopratutto se pensi che hai un cuore grande.
    Vi chiedo solo se esiste un modo per convivere con questo tarlo nel cervello.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la condivisione della sua storia. Quello che emerge dal suo racconto non è solo “sfortuna” ma una storia di esperienze (bullismo, relazioni poco soddisfacenti) che possono aver inciso sul modo in cui oggi si percepisce e si muove nelle relazioni.
    Quando ci si è sentiti svalutati a lungo, è facile entrare nei rapporti con il dubbio di non essere abbastanza o con la sensazione di dover “inseguire” l’altro. Questo può portare, senza volerlo, a delle modalità poco equilibrate o a scegliere persone poco disponibili.
    Il punto quindi non è rassegnarsi né smettere di desiderare una relazione, ma capire cosa si ripete nelle sue esperienze e come si costruiscono queste dinamiche. Anche le sensazioni che descrive negli appuntamenti meritano di essere esplorate un pò più a fondo...
    La sofferenza che porta è reale e comprensibile, ma non è una condanna definitiva.
    Se sente che questa situazione sta pesando tanto, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare su questi schemi e sul senso di valore personale, così che possa vivere sè stessa e le relazioni in modo più sostenibile.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Buongiorno,
    ho pensato molte volte di scrivere qui per ricevere un consiglio da parte di professionisti, e finalmente oggi (dopo quasi un anno) ho preso coraggio.
    Nel mese di giugno dell’anno precedente, a un evento della mia città dove mi trovavo con una mia amica, ho conosciuto quest’uomo. Inizio premettendo che lui è 20 anni più grande di me…
    Nonostante ciò, fin da subito ho sentito una leggera attrazione nei suoi confronti, non solo fisica - essendo molto affascinante - ma anche a livello caratteriale; fin da subito, chiacchierando con lui abbiamo notato molte cose in comune tra noi, insomma mi sembrava quasi di parlare con un mio coetaneo!
    Per non portarla alla lunga, io e lui abbiamo parlato tutta l’estate, sviluppando una vera e propria confidenza, e d’estate, verso luglio, ci siamo visti alcune volte (classiche esperienze estive, ma oltre al bacio non si è andato oltre.)
    Dopo qualche mese abbiamo spesso di parlare, ho troncato tutto io sia perché notavo da parte mia veri e propri sentimenti, sia perché ho provato ad iniziare una frequentazione con un mio coetaneo. Questa frequentazione - che si è tramutata in una relazione - è durata quasi mezzo anno, fino a quando le cose non sono iniziate ad andare male, e io in un forte periodo di stress (sia in questa relazione, che nella vita in generale, per degli eventi capitati) mi sono trovata nuovamente a pensare a quest’uomo, fino a quando non siamo tornati a chiacchierare/sentirci sporadicamente.
    So di star facendo una cosa relativamente sbagliata, parlare con una persona più grande di me non so che fine abbia, né da parte sua che da parte mia. Ma quando parlo con lui mi sento compresa, capita. Cosa che non ho mai visto nella mia ultima relazione.
    Ecco ora la mia domanda è: cosa c’è di sbagliato in me per trovarmi meglio con le persone con cui condivido una significativa differenza d’età?
    Mi sono sempre reputata una ragazza molto più matura della mia età anagrafica - sarà anche perché sono dovuta crescere molto in fretta, affrontando il divorzio dei miei genitori in tenera età e non avendo mai avuto una figura paterna presente, non lo vedo e non lo sento da dieci anni -, e noto spesso questa differenza di maturità proprio con i miei coetanei.
    Spero che la mia domanda (seppur molto lunga) non sia inopportuna, ma è un dubbio che mi tormenta da parecchio.
    Mi scuso anche per qualche errore di battitura!
    Grazie in anticipo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per aver condiviso una parte così delicata della sua esperienza. Il fatto di sentirsi più compresa da una persona più grande potrebbe avere diverse spiegazioni: il crescere in fretta, aver attraversato esperienze familiari complesse e l’assenza di una figura paterna possono portare a sviluppare una maggiore sensibilità relazionale e a ricercare, anche inconsapevolmente, persone percepite come più stabili, accoglienti o magari rassicuranti.
    Allo stesso tempo, è importante distinguere tra ciò che si sente e ciò che si costruisce nel concreto. Il sentirsi capita e in sintonia è un elemento molto significativo, ma non è l’unico aspetto che definisce una relazione sana e soddisfacente. Le relazioni con una differenza d’età importante possono comportare dinamiche particolari (diversi momenti di vita, bisogni, aspettative) che meritano di essere attenzionate.
    Alcune domande che mi vengono in mente sono: cosa trova in questa persona che è mancato nella relazione con il suo coetaneo? È solo una questione di maturità, o anche di modalità comunicativa, presenza emotiva, capacità di farla sentire vista? Perché questi sono bisogni legittimi, che non dipendono necessariamente dall’età dell’altro, ma dalla qualità della relazione che si è creata.
    Più che chiedersi “cosa c’è di sbagliato in me”, potrebbe essere più utile chiedersi: “che tipo di relazione mi fa stare bene?” e “quali bisogni sto cercando di soddisfare?”. Questo sposta l’attenzione da un giudizio su di sé a una maggiore consapevolezza.
    Se questo dubbio la accompagna da tempo e le crea confusione, parlarne con un professionista potrebbe aiutarla a mettere a fuoco meglio i suoi vissuti e i suoi bisogni relazionali, senza giudizio.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Salve, quando passo davanti a un parco dove mi portavano da piccolo, mi viene a volte una stretta al petto o nella zona fra il petto e il diaframma. A volte è un po' più forte, però non mi viene da scappare, cioè c'è e mi viene anche il respiro un po più lungo però non mi viene da andarmene ma anzi di rimanerci. Che cosa vuol dire? Sono sintomi di un luogo che è stato positivo per me oppure no?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la condivisione. Alcuni luoghi legati al passato possono attivare il corpo prima ancora che la mente, per cui quella sensazione che descrive potrebbe essere una risposta emotiva del tutto comprensibile...
    La “stretta” al petto non indica necessariamente qualcosa di negativo ma spesso segnala un’emozione intensa, che può includere anche nostalgia o affetto. Il fatto che non senta il bisogno di allontanarsi, ma anzi di restare, è un elemento importante.
    Più che chiedersi se sia positivo o negativo, può essere utile chiedersi: cosa mi fa sentire davvero questo posto? che immagini le vengono in mente? Che ricordi?
    Se vuole approfondire meglio queste sensazioni, parlarne con un professionista può aiutarla a comprenderle più a fondo.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Domande su consulenza psicologica

    Salve,
    scrivo per chiedere un consiglio su una situazione che sto vivendo da circa due settimane.

    Sono stata per sei anni in una relazione importante: convivevamo, avevamo progetti comuni e anche un cane. Tuttavia, nel tempo ci sono stati molti litigi. Ho scoperto che durante la relazione lui utilizzava Tinder quando era in trasferta e usciva con altre donne. Inoltre, ho scoperto che si era risentito con la sua ex e aveva persino progettato di tornare con lei, facendole credere che tra noi fosse finita, cosa non vera. Successivamente ha interrotto anche quella relazione, dicendo di amarmi.
    Dopo anni segnati da tradimenti e conflitti, a gennaio ha deciso di lasciarmi, sostenendo di non riuscire più a sostenere le continue discussioni. Questo è avvenuto poco dopo aver acquistato una casa, anche in prospettiva di costruire una famiglia insieme.
    Nei tre mesi successivi ho cercato in tutti i modi di recuperare il rapporto, ma lui è sempre stato fermo nella sua decisione. Poi, improvvisamente, è tornato da me chiedendomi di ricominciare. Ho accettato, ma con molta esitazione, soprattutto per il cambiamento improvviso e apparentemente immotivato.
    Da due settimane si comporta come una persona estremamente innamorata e presente. Tuttavia, non riesco a comprendere questa trasformazione così repentina. Gli ho chiesto sincerità e trasparenza, e mi ha promesso che non mi mentirà più. Nonostante ciò, continuo a provare un forte senso di dubbio e la sensazione che ci sia qualcosa di poco chiaro.
    Non so se i miei dubbi siano autosabotaggio o un segnale sano di protezione.
    Mi chiedo se dovrei lavorare sulla fiducia oppure ascoltare questo disagio come un campanello d’allarme, considerando ciò che è successo tra noi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la condivisione di questo pezzo della sua storia.
    Da ciò che scrivi, si vede che hai riflettuto molto su questa situazione.
    Quello che descrivi non suona come autosabotaggio. Suona come un sistema emotivo che ha imparato, a sue spese, a stare all'erta.
    Dopo anni di tradimenti e una separazione vissuta in modo doloroso, il tuo dubbio non è un ostacolo alla relazione ma sembra più una risposta coerente a ciò che hai attraversato. La fiducia non si ricostruisce con una promessa, per quanto sincera: si ricostruisce nel tempo, attraverso comportamenti concreti e coerenti.
    La domanda che mi sembra più utile non è "mi fido o non mi fido?", ma: "cosa avrei bisogno di vedere, concretamente, per sentirmi al sicuro in questa relazione?"
    Potresti trovare utile uno spazio in cui esplorare questo con più calma, non per decidere cosa fare, ma per capire meglio cosa vuoi tu, al di là della storia con lui.

    Resto a disposizione,
    un caro saluto.

    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Ciao sono una ragazza di quai17 anni, sono cambiata totalmente qualche anno fa', quando è venuta a mancare mia nonna, da li sono iniziati i miei primi attacchi di ansia, mi venivano ogni notte, al talpunto di dormire pochissime ore, da li non riesco a superare la paura della morte, e la morte di mia nonna, che da quasi 4 anni a questa parte non sono riuscita a parlarne con nessuno, oltre a questo è peggiorato il rapporto con i miei genitori, mia madre non è più la stessa, non credo che mi abbia mai capita, è un continuo litigare, quando sbaglia lei non chiede mai scusa, ma trova delle giustificazioni, e alla fine faccio finta di niente come se non fosse successo nulla, e questo mi crea tanto stress e mi dispiace tanto perché non ritrovo più la mamma di quando ero piccola. Sono sempre stata una ragazza molto scherzosa, ironica e quella che fa ridere gli altri, ma al contrario di quando ero una bambina sono diventata una persona molto sensibile, piango appena litigo con i miei genitori, appena mio padre mi alza la voce su determinati argomenti (ma non capita solo con mio padre),questo mio aspetto non l'ho mai mostrato a nessuno, come se io fossi una persona quasi insensibile e quasi menefreghista(perché tendo a nascondere questa mia fragilità) inoltre tendo a provare molta timidezza con persone con cui non ho confidenza e ciò non mi fa stare male, perché tendo a mascherare tutto il mio carattere e il mio modo di fare. Oltre a questo ho sempre avuto grandi problemi di fiducia, da quando ero piccola, non mi sono mai fidata di nessuno, non riesco a vedere fiducia negli altri, a parte una persona al quale riesco a confidarmi, ma anche con lei ho sempre la paura di non potermi fidare al 100%, in compenso oltre a essere una persona scherzosa, so ascoltare e aiutare le mie amiche in momenti meno belli e sono molto empatica. Sto passando un periodo difficile, come per es. a scuola ho degli argomenti da recuperare, oppure nuovi argomenti da studiare, e quando sono a scuola sento la voglia di fare, di dire "arrivo a casa e mi metto a studiare", ma una volta tornata a casa non riesco a sedermi nella scrivania, mi sento demoralizzata e tendo a dormire tutta la sera oppure a usare il telefono, come se fossi sempre stanca, scrivo ciò per una risposta a tutto questo, e perché non so se è il caso di rivolgermi a una/o piscologa/o in quanto io sia ancora "piccola" e magari è solo una fase adolescenziale. Grazie mille per l'attenzione.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per aver scritto, e per averlo fatto con tanta cura e coraggio. Ci vuole coraggio a mettere in parole tutto questo.
    Prima di tutto voglio dirti una cosa importante: no, non sei “troppo piccola”. Quello che stai vivendo è reale, e merita attenzione... non perché ci sia qualcosa di sbagliato in te, ma perché stai portando un peso che non dovresti portare da sola.
    La morte di tua nonna ha lasciato un segno profondo e il fatto che non sei riuscita a parlarne con nessuno per quasi quattro anni mi dice quanto sia rimasto qualcosa di non elaborato, qualcosa che fa ancora male. L'ansia notturna, la paura della morte, la stanchezza, la difficoltà a concentrarti, spesso sono i modi in cui il corpo e la mente cercano di dirci che c'è qualcosa che ha bisogno di spazio.
    Mi colpisce anche quanto descrivi di te: una ragazza che fa ridere gli altri, che ascolta, che aiuta ma che nasconde la propria fragilità, come se non fosse “concessa”. Quella parte sensibile che tieni nascosta merita di essere vista e ascoltata.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Salve, sto attraversando un periodo molto complicato con il mio compagno io ho quasi 36 anni lui quasi 33
    Il problema è che tra
    Me e lui c’è un grosso ostacolo il suo lavoro
    Fa il cuoco ma ora si è preso come responsabile troppe responsabilità troppe pressioni e mancanza di presenza con me nella sua relazione,io non lo vedo quasi mai parla sempre di lavoro secondo me ha una dipendenza di lavoro pensa troppo a soldi lavoro anche con me pensa sempre al lavoro non si svaga mai io sinceramente sto davvero male negli ultimi mesi ho iniziato a essere nervosa piangere non avere appetito non ho fame in 4 mesi ho perso 8 chili …. Io gliel’ho parlato ma lui mi dice non può fare altrimenti perché è responsabile ed ha più impegni e impicci … lui l’anno scorso mi fece capire che sarebbe andata bene la nostra relazione che ci sarebbe stato ma non c è più presenza solo una volta a settimana se non cambiano un po’ le cose…. Io non ce la fo più …. Lui mi dice son periodi ma sti periodi son mesi non giorni…. Ma poi anche quando è con me lo chiamano sempre al telefono per problemi mi lascia sola ha da chattare col telefono É davvero diventata pesante la cosa…. Ma la cosa più assurda che quel giorno che stiamo insieme non prende mai iniziative di nulla dice É sempre stanco morto massimo due volte al mese mi porta a mangiare fuori e basta…. Io sono molto confusa non so cosa fare ho bisogno di un consiglio grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la condivisione. Da ciò che descrive sta vivendo una situazione molto faticosa che sembra incidere anche sul suo benessere fisico oltre che emotivo.
    Il punto centrale sembra essere uno squilibrio tra il suo bisogno di presenza e una relazione in cui il lavoro del suo compagno occupa quasi tutto lo spazio. Quando questi “periodi” durano mesi, è importante considerarli per ciò che sono oggi non per come si spera possano diventare.
    Può aiutarla chiedersi: questa relazione, così com’è ora, risponde ai miei bisogni? E quanto sono disposta a tollerare questa situazione nel tempo?
    Se la confusione è tanta, un percorso psicologico può aiutarla a fare chiarezza e a orientarsi nelle sue scelte.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Buongiorno, sono turbata da una situazione che si è venuta a creare in casa. Mio figlio di 19 anni e suo padre hanno avuto una litigata tremenda. E' partita da una sciocchezza per la quale mio marito si è rivolto in tono sgradevole ai nostri figli. Mia figlia ha ignorato, mio figlio ha avuto uno scatto di rabbia sproporzionata e preteso scuse. Mio marito si è irrigidito e ha cominciato con attacchi personali molto cattivi nei confronti di mio figlio. Io cercavo di calmare entrambi senza riuscirci. E' intervenuta anche mia figlia per aiutarmi. Siamo riuscite a riportare mio figlio alla calma ma mio marito rilanciava di continuo, fino a quando mio figlio ha accettato che la sorella lo portasse fuori dalla stanza. Da allora sono passate 3 settimane e non si parlano più. Quando si trovano insieme si ignorano, fanno come se l'altro non fosse presente in stanza. Mio figlio è ancora pieno di rabbia e mio marito non vuole fare aperture, sembra preferire tagliare i ponti. Non so come aiutare alla ripresa del dialogo per ripartire e riparare il rapporto. Sarei grata se mi poteste dare suggerimenti in merito. vi ringrazio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la condivisione. Quello che descrive appare come una situazione molto faticosa, soprattutto perché la mette nel mezzo tra due persone per lei importanti. Da come racconta, il conflitto è rapidamente passato da un motivo banale a un piano più profondo, fatto di rabbia, orgoglio e difficoltà a fare un passo indietro. In questi casi, il problema non sembra essere la causa iniziale ma la modalità con cui si è interrotta la relazione.
    Provare a riavvicinarli forzando un chiarimento, quando la tensione è ancora alta, rischia di peggiorare la situazione. Potrebbe essere più utile lavorare separatamente con ciascuno: con suo figlio accogliendo la rabbia e aiutandolo a riconoscere cosa lo ha ferito mentre con suo marito provando a riportare l’attenzione sull’importanza del legame più che sull’avere ragione. Allo stesso tempo, può essere importante non restare intrappolata nel ruolo di mediatrice perché il rischio è che il conflitto si mantenga senza che loro se ne assumano la responsabilità.
    La ripresa del contatto, quando sarà possibile, potrebbe avvenire in modo graduale, anche attraverso piccoli scambi, senza pretendere subito un chiarimento completo. Se la chiusura dovesse continuare, un supporto familiare potrebbe aiutare a riaprire uno spazio di dialogo in modo protetto.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Salve, sono un ragazzo di 24 anni e frequento l'ultimo anno di giurisprudenza (V). Fin dal primo anno ho rimandato l'esame più importante (ossia, diritto privato) dicendo sempre a me stesso che alla prima sessione disponibile lo avrei dato. Il problema è che ad oggi non l'ho ancora dato (magari perché la mole di lavoro è troppo pesante e mi passava la voglia di studiare, ansia di presentarmi all'esame e andare male o, peggio, essere bocciato) e non solo sono molto in ritardo con gli altri esami perché diritto privato è un esame propedeutico, ma sicuramente andrò anche 1 o 2 anni fuoricorso e questo mi crea un forte disagio ed ansia che non riesco più a gestire, perché i miei genitori non sanno nulla di questa situazione. Vedendo i miei colleghi che si laureranno in corso, mi sento sempre diverso e spento ma, purtroppo, mi sono accorto troppo tardi che questa facoltà non faceva per me e avrei tanto voluto farne un'altra. Tuttavia, ormai sono all'ultimo anno e cambiare non avrebbe senso perché avrei sprecato solo tempo e fatto buttare soldi ai miei genitori che non so come la prenderebbero. Chiedo urgentemente un consiglio perché non so con chi parlarne e ho stra paura per il mio futuro in quanto non vorrei rimanere indietro rispetto ai miei amici e deludere i miei genitori che, ripeto, non so come la prenderebbero. Grazie in anticipo a chi potrà aiutarmi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno e grazie per la condivisione. Da quello che racconta sembra che, col tempo, quell’esame sia diventato molto più di un semplice esame universitario. All’inizio probabilmente era solo qualcosa da rimandare “alla prossima sessione” ma più passavano i mesi più si sono accumulati ansia, paura di fallire, senso di colpa e confronto con gli altri.
    Nel suo messaggio si sente molta stanchezza e anche molta solitudine, soprattutto perché sta portando avanti tutto questo senza riuscire a parlarne con i suoi genitori o con qualcuno vicino a lei. E quando ci si confronta continuamente con colleghi che sembrano andare avanti senza difficoltà, è facile iniziare a sentirsi “indietro” o sbagliati. Però il fatto di essere in ritardo non significa aver fallito come persona, né che il suo futuro sia compromesso.
    Mi colpisce anche quando dice di essersi accorto troppo tardi che forse questa facoltà non faceva davvero per lei. È un pensiero che molte persone fanno durante l’università, ma spesso lo vivono con vergogna, come se cambiare idea significasse aver sprecato tempo o deluso qualcuno. In realtà crescere significa anche capire meglio chi si è e cosa si desidera davvero, e questo a volte accade proprio facendo esperienza delle cose...
    Probabilmente in questo momento la paura più grande non è soltanto l’esame ma affrontare il giudizio: quello degli altri, dei suoi genitori e forse anche il suo verso se stesso. Però continuare a portare tutto da solo rischia di far crescere ancora di più l’ansia e il senso di blocco.
    Il fatto che abbia scritto qui, comunque, è già importante. Significa che una parte di lei non vuole più restare ferma in questa situazione e sta cercando un modo per uscirne. E da queste situazioni si può uscire, soprattutto quando si smette di affrontarle completamente da soli.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Salve, sono un ragazzo di 24 anni e da un paio di anni mi sento sempre giù di morale, come se la mia vita avesse poco senso. Ho pochi amici ma non mi considerano più di tanto, passando spesso i sabati sera a casa. Tuttavia, la cosa più importante è che sono indietro con gli esami universitari e non mi piace la facoltà che frequento. Di quest'ultima cosa me ne sono accorto troppo tardi ma non ho avuto mai il coraggio di affrontare realmente la situazione e cambiare percorso per paura che i miei si potessero arrabbiare. Speravo di poter rimettermi in pari almeno con gli esami, ma ora è troppo tardi e più i giorni passano e più mi accorgo che sto perdendo solo tempo, oltre ai tanti soldi che i miei genitori hanno già speso per pagarmi gli studi. Loro non sanno nulla di questa situazione e non so come uscirne. Chiudi gentilmente un aiuto!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la condivisione di ciò che sta vivendo in questa fase della vita. Da ciò che racconta emerge una situazione che sembra pesare su di lei da molto tempo e che coinvolge diversi aspetti importanti della sua vita: il percorso universitario, il rapporto con i suoi genitori, il senso di insoddisfazione rispetto alle sue scelte e una sensazione di scoraggiamento che descrive come presente da un paio d’anni.
    Quando ci si trova a lungo in una situazione percepita come senza via d’uscita è frequente che si sviluppino sentimenti di tristezza, demotivazione, senso di fallimento e difficoltà nel prendere decisioni. Spesso, inoltre, la paura di deludere le persone a cui teniamo può portare a rimandare il confronto con problemi che nel tempo diventano sempre più pesanti da sostenere.
    Leggendo il suo messaggio, sembra che una parte della sua sofferenza non riguardi soltanto gli esami in ritardo ma anche il fatto di sentirsi bloccato tra ciò che sente di desiderare per sé e ciò che teme possano pensare o provare gli altri.
    Sarebbe importante approfondire questi vissuti con un professionista, per comprendere meglio l’origine di questo malessere, valutare quanto stia incidendo sul suo benessere psicologico e aiutarla a costruire gradualmente una direzione che sia più coerente con i suoi bisogni e i suoi obiettivi.
    Nel frattempo, provi a considerare che affrontare una situazione difficile, anche se in ritardo rispetto a quanto avrebbe voluto, è spesso più utile che continuare a sostenerne il peso da solo. Le scelte possono essere riviste e i percorsi possono essere modificati; il primo passo è permettersi di guardare, ascoltare ciò che sta vivendo.
    Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio sicuro e privo di giudizio in cui fare chiarezza e valutare concretamente le possibili strade da intraprendere.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    buongiorno dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da qualche mese con una persona più grande, lui 48, diciamo che ci sono stati vari motivi che mi hanno portato a chiudere..al momento io non voglio nessuna relazione seria o sentirmi impegnata con qualcuno..per quello per cui scrivo è che, in particolare a lavoro quindi ambito lavorativo, e in generale io sono una persona che ride e scherza con tutti quando si entra in confidenza, cerco sempre di avere un rapporto tranquillo con tutti..in particolare però mi capita con i ragazzi se riesco ad avere confidenza, ci scherzo, si ride ecc, ed è una cosa che mi piace, però è come se capita che poi con qualcuno sento come se dalla loro parte possa piacere questo e quindi sento che qualcuno vuole altro, mentre altri magari rimane lo scherzo e rapporto di lavoro, però allo stesso tempo sento anche io che magari anche ultimamente mi possa attrarre qualcuno, più di uno..solo che purtroppo io col mio ex mi sono continuata a vedere, mi attrae anche lui, e da qualche giorno lavoriamo insieme..purtroppo forse sono ancora legata a lui..ma allo stesso modo non vorrei farmi attrarre da altre persone per qualcosa di passeggero, perché potrei sembrare magari "scontata" o una che cede facilmente ecco..oppure anche il mio ex potrebbe venirmi a dire qualcosa se dovessi uscire con qualcuno..magari che con lui non devo piu parlare o non so, perché lui so che ancora mi vuole ma io non lo so, sono bloccata tra lui e il voler star da sola o semplicemente avere altre conoscenze..ma ripeto non vorrei essere vista cosi se dovessi uscire con altri..perché a me piace anche "provocare" nello scherzo..non so come può essere vista questa cosa..cosa dovrei fare o dovrei forse evitare tutto ciò? Non so come prenderla o come gestire questi sentimenti magari contrastanti anche se solo di attrazione momentanea..

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la condivisione di ciò che sta vivendo... da ciò che racconta emerge una situazione piuttosto comprensibile dopo la fine di una relazione significativa. Quando una relazione si conclude, soprattutto se il legame affettivo non è ancora del tutto elaborato e si continua a frequentare l’ex partner, è frequente sperimentare sentimenti contrastanti: una parte di sé può desiderare autonomia e leggerezza, mentre un’altra può sentirsi ancora emotivamente legata alla persona con cui è stata.
    Mi sembra importante distinguere tra ciò che lei desidera e ciò che teme possa pensare gli altri. Da una parte racconta di apprezzare il gioco, l’ironia e la complicità nelle relazioni sociali; dall’altra emerge la preoccupazione di essere giudicata come una persona che “cede facilmente” o di dare un’immagine negativa di sé. Questi timori possono portare a mettere in discussione comportamenti che, di per sé, non hanno necessariamente un significato sentimentale o sessuale.
    Essere una persona socievole, scherzare o sentirsi attratta da qualcuno non significa automaticamente voler intraprendere una relazione. L’attrazione è un’esperienza naturale e può essere presente anche verso più persone, soprattutto in una fase di transizione affettiva in cui si stanno ridefinendo i propri bisogni e desideri.
    Forse la domanda centrale non è tanto se dovrebbe evitare di scherzare o conoscere altre persone, ma capire cosa rappresentano oggi per lei queste nuove attrazioni e quale spazio desidera concedere loro nella sua vita. Allo stesso modo, potrebbe essere utile interrogarsi su quanto il rapporto ancora presente con il suo ex stia influenzando la possibilità di comprendere ciò che realmente desidera.
    Si conceda il tempo di ascoltare i suoi bisogni senza sentirsi obbligata a scegliere immediatamente tra il restare sola, tornare verso il passato o aprirsi a nuove conoscenze. Talvolta la confusione non indica che si sta sbagliando strada, ma che si è in una fase di cambiamento che richiede tempo per essere compresa e ascoltata...

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Buongiorno, sono un genitore di un ragazzo adulto a cui è stata diagnosticata adhd. Purtroppo lui mi vuole tener fuori e vuole gestire tutto da solo. Non so come comportarmi e come aiutarlo. Quando era bambino non abbiamo mai avuto nessun sentore in merito e purtroppo non siamo intervenuti prima. Da quando ho saputo che mio figlio soffre di adhd ho un tarlo fisso di capire come poter intervenire per aiutarlo e non commettere errori che possano influire sulla sua situazione. Specifico che sta gestendo da solo le visite per la prognosi e tutto il resto. L'unica cosa dove mi ha fatto partecipe è il fatto che gli è stata diagnosticata.
    Chiedo gentilmente un consiglio in merito.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la condivisione. Comprendo la sua preoccupazione e il desiderio di essere d’aiuto a suo figlio. Quando un genitore viene a conoscenza di una diagnosi in età adulta, è frequente ripensare al passato e domandarsi se si sarebbe potuto fare qualcosa prima. Tuttavia, è importante ricordare che molte persone ricevono una diagnosi di ADHD solo in età adulta, soprattutto quando da bambini non presentavano difficoltà particolarmente evidenti o avevano sviluppato strategie efficaci per compensarle.
    Da ciò che racconta, suo figlio sembra aver scelto di affrontare personalmente il percorso diagnostico e terapeutico. Sebbene questo possa essere difficile da accettare per un genitore che desidera aiutare, può anche rappresentare un segnale della sua volontà di assumersi la responsabilità della propria situazione e di costruire un percorso autonomo.
    In questa fase, uno degli aiuti più importanti potrebbe essere rispettare i suoi tempi e la sua richiesta di autonomia, facendogli però sapere che lei è disponibile qualora desiderasse condividere informazioni, dubbi o difficoltà...
    Può essere utile anche informarsi sull’ADHD attraverso fonti affidabili, non tanto per intervenire direttamente, quanto per comprendere meglio alcune possibili difficoltà legate all’attenzione, all’organizzazione, alla gestione delle emozioni o dell’impulsività. Questo le permetterà di essere più preparato nel caso in cui suo figlio decidesse di coinvolgerla maggiormente in futuro.
    Più che cercare di “fare qualcosa” immediatamente, potrebbe essere prezioso trasmettergli un messaggio semplice: che è disponibile, che ha fiducia nelle sue capacità e che, se ne avrà bisogno, potrà contare sulla sua presenza.

    Un cordiale saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Salve, ho 24 anni e la mia vita dopo il liceo ha iniziato, anno dopo anno, a non avere più un senso. Ormai mi alzo la mattina sempre triste, demoralizzato e con poca voglia di fare qualsiasi cosa. Non ho veri amici, o meglio, li ho ma mi cercano solo quando hanno bisogno o tornano in città. Non ho mai avuto una relazione e, cosa più grave, sono molto indietro con gli esami all'università (sono all'ultimo anno di giurisprudenza e me ne mancano 17 su 30... insomma tantissimi! Sono spacciato). Purtroppo, ho capito troppo tardi che questa facoltà non faceva per me, ma non ho avuto mai il coraggio di affrontare la situazione e comunicarlo ai miei genitori, anche per paura che si potessero arrabbiare o non parlarmi più (soprattutto mia madre che, dopo il divorzio, è diventata più severa e mi tiene sotto controllo ogni santo giorno). Fin da piccolo, il mio sogno è sempre stato quello di diventare un presentatore televisivo ma sappiamo tutti che non è un sogno comune come fare il medico, l'avvocato, il poliziotto, ecc. È qualcosa di irrealizzabile ed al giorno d'oggi, se non sei raccomandato, in televisione non ci arriverai mai.
    Sono stanco di questa situazione perché inizia ad essere pesante e ho paura di non farcela più da solo a sopportare questo supplizio. Odio la mia vita ed a questo vorrei non essere mai nato. Chiedo gentilmente un aiuto, grazie!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Gentilissimo, grazie per la condivisione. Dalle sue parole emerge una sofferenza che sembra accompagnarla da diversi anni e che oggi appare particolarmente intensa. La tristezza costante, la demotivazione, il senso di solitudine, la difficoltà nel percorso universitario e la sensazione di vivere una vita che non sente sua stanno probabilmente contribuendo ad alimentare un forte senso di blocco e di sfiducia verso il futuro.
    Mi colpisce come, accanto alla fatica legata agli studi, emerga anche un conflitto importante tra ciò che sente di desiderare per sé e ciò che teme possa essere accettato dalle persone a lei più vicine. A volte, quando si rimane a lungo in una direzione che non si percepisce come propria, può diventare difficile riconoscere risorse, possibilità e alternative.
    Vorrei però soffermarmi anche su un altro aspetto: quando scrive di odiare la sua vita e di desiderare di non essere mai nato, sta esprimendo un livello di sofferenza che merita attenzione e che non dovrebbe affrontare da solo. Per questo motivo le suggerisco di rivolgersi quanto prima a uno psicologo o a uno psicoterapeuta della sua zona, in modo da avere uno spazio protetto in cui comprendere meglio ciò che sta vivendo e trovare un sostegno concreto.
    Se questi pensieri dovessero diventare più frequenti, intensi o accompagnarsi all’idea di farsi del male, è importante contattare immediatamente i servizi di emergenza o una persona di fiducia e non rimanere solo con questo peso.
    Oggi probabilmente non è necessario decidere tutto il suo futuro ma iniziare a dare voce a ciò che sente e chiedere aiuto rappresenta già un passo importante. Il fatto che abbia scritto questo messaggio mostra che una parte di lei sta ancora cercando una strada diversa da quella della rinuncia.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Buonasera, ho iniziato da poco un percorso di psicoterapia, ma nutro qualche dubbio sulla mia psicoterapeuta. Non abbiamo fatto molti incontri, quindi non mi sento ancora in grado di valutarla completamente, però al tempo stesso alcune cose mi fanno dubitare molto di lei e della mia scelta nel contattarla. Quando le parlo, mi fa spesso esempi parlando di lei e della sua esperienza, per quanto possa essere uno strumento utile per dialogare, non mi piace molto. Parliamo di X tema, magari una cosa in cui io ho difficoltà, a me non interessa sentirmi dire come lei la stessa cosa l'ha affrontata e come è stata brava a farlo, in un certo senso quando lo fa mi sento anche mortificata perché già di mio penso di non riuscire a fare le cose rispetto agli altri e di certo non mi aiuta sentire dall'ennesima persona che lei invece ci riesce! Poi percepisco la mia dottoressa molto socievole e amichevole, forse anche troppo. Cerca sicuramente di farmi sentire a mio agio, ma comunque io non cerco in lei una figura così tanto amichevole. Ad esempio quando ci salutiamo mi abbraccia o mi saluta con i baci sulle guance, quando lo ha fatto la prima volta mi ha spiazzata, perché non penso sia professionalmente giusto! Voi cosa pensate?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buonasera, grazie per aver condiviso queste riflessioni con tanta onestà e chiarezza. Ciò che descrive è importante e il fatto che si stia interrogando su questi aspetti già nelle fasi iniziali del percorso dimostra una buona consapevolezza di sé e dei propri bisogni. Le sue perplessità meritano attenzione, pertanto, la cosa più utile che potrebbe essere utile fare, soprattutto considerando proprio che non avete fatto, per il momento, tanti incontri, è portare questi stessi dubbi direttamente alla sua terapeuta: parlare di come ci si sente nella relazione terapeutica è parte integrante del lavoro, e una professionista solida sarà in grado di accogliere queste osservazioni e aprirsi a un confronto.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


    Buongiorno, vorrei chiedere un parere professionale rispetto a una dinamica familiare che sta creando disagio sia a me sia alla mia compagna.

    Io ho 26 anni e lavoro da circa 11 anni. Ho iniziato molto giovane nel retail, dove ho raggiunto ruoli di responsabilità in tempi relativamente rapidi (prima posizione manageriale a 23 anni), per poi intraprendere un percorso nel settore musica/spettacolo, che oggi rappresenta il mio ambito professionale principale.

    Negli ultimi anni ho coinvolto la mia compagna in alcuni progetti lavorativi concreti. In particolare, ha collaborato a un festival di dimensioni importanti, svolgendo un lavoro che è stato riconosciuto e apprezzato da colleghi e professionisti del settore, con risultati tangibili e responsabilità reali. Per lei è stata un’esperienza significativa, anche dal punto di vista professionale.

    La difficoltà riguarda il rapporto con i suoi genitori, che sembrano leggere tutto questo in modo molto diverso. Abbiamo spesso la percezione che il mio percorso venga ridimensionato o svalutato, ad esempio facendo intendere che i risultati ottenuti siano stati facilitati da mio padre, che io abbia avuto un percorso “facile” o che il mio lavoro non rappresenti una professione solida o reale quanto un impiego più tradizionale.

    Parallelamente, ci sembra che anche l’esperienza professionale della loro figlia venga poco riconosciuta: nonostante abbia preso parte a progetti concreti e impegnativi, il messaggio implicito appare essere che ciò che fa nel mio ambito sia poco più di un “gioco”, o comunque qualcosa di non paragonabile a un lavoro “vero”.

    L’aspetto che ci crea maggiore confusione è una forte percezione di contraddizione da parte loro: da un lato io vengo descritto, più o meno implicitamente, come un modello professionale poco affidabile o addirittura come una persona che potrebbe “allontanarla dalla realtà lavorativa”; dall’altro, però, il mio percorso è stato oggettivamente caratterizzato da anni di lavoro continuativo, crescita professionale e risultati concreti in più contesti (facilmente verificabili tra l'altro, considerando che la mia attività professionale è pubblicamente esposta).

    Questa discrepanza ci lascia spesso disorientati e fa soffrire la mia compagna, che sente di non vedere riconosciuto ciò che sta costruendo.

    A complicare il tutto c’è il fatto che nei rapporti diretti i toni sono generalmente cordiali e disponibili, mentre indirettamente emergono giudizi o narrazioni che ci fanno sentire poco compresi o svalutati.

    Quale potrebbe essere una chiave di lettura di questa situazione?
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Simona Santoni

    Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Da ciò che descrive, la mia riflessione non riguarda tanto la veridicità o meno dei risultati professionali raggiunti, quanto il significato che questi assumono all’interno del vostro sistema familiare.
    In molte famiglie, soprattutto quando sono presenti valori legati alla stabilità, alla sicurezza economica o a modelli professionali più tradizionali, percorsi lavorativi innovativi o "meno convenzionali" possono essere osservati con diffidenza, indipendentemente dai risultati ottenuti e dall'impegno della persona. In questi casi il giudizio espresso non parla necessariamente della qualità del lavoro svolto ma delle rappresentazioni e delle preoccupazioni che la famiglia associa a quel tipo di scelta e di percorso...
    Potrebbe quindi accadere che i genitori della sua compagna fatichino a riconoscere pienamente sia il suo percorso sia quello della figlia non tanto perché manchino evidenze concrete dei risultati raggiunti ma perché tali esperienze si collocano al di fuori dei loro riferimenti abituali su cosa significhi avere un lavoro “sicuro”, “serio” o “affidabile”. Le direi anche che non è raro che quando un figlio adulto costruisce una propria identità (che sia professionale e/o affettiva, etc...) autonoma emergano tensioni legate al processo di differenziazione dalla famiglia d’origine.
    La contraddizione da lei percepita potrebbe indicare proprio una difficoltà a esprimere apertamente dubbi, paure o disaccordi, che finiscono quindi per manifestarsi in forme più implicite. Naturalmente queste sono soltanto ipotesi e sarebbe necessario conoscere più approfonditamente la vostra storia familiare, le modalità comunicative e le dinamiche relazionali coinvolte. Tuttavia, più che concentrarsi sul dimostrare il valore del vostro percorso professionale, potrebbe essere utile interrogarsi su quale funzione abbiano questi messaggi all’interno delle relazioni familiari e su come la coppia possa mantenere una posizione solida e autonoma senza entrare continuamente in modalità giustificative o ricerca di approvazione.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


Domande più frequenti

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